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venerdì 4 gennaio 2019

I giovani e la razza


La mostra “L'offesa della razza - razzismo ed antisemitismo nell'Italia fascista” organizzata da ANPI PROV con il patrocinio di ANED, ISTORECO, COMUNE DI PAVIA e PROVINCIA DI PAVIA si è conclusa registrando quasi mille presenze di visitatori. E' stato soprattutto il pubblico di giovani studenti (dalle scuole medie alle scuole superiori) a dimostrarsi attento e sensibile, grazie al lavoro preliminarmente svolto in classe dai docenti, cogliendo la inquietante attualità di una Italia che a 80 anni dall'emanazione delle leggi razziali si risveglia percorsa da pulsioni razziste e xenofobe, alimentate dalla scellerata politica del ministro degli Interni. Di particolare interesse per i giovani visitatori le sezioni della mostra dedicate alla politica coloniale italiana (prefascista e fascista) la cui ingombrante eredità non viene ancora sufficientemente indagata, pur rappresentando la prima "prova sul campo" del razzismo dei conquistatori bianchi, italiani e fascisti, sulle popolazioni dell'Africa assoggettata.
Proponiamo in proposito i commenti a caldo di due alunni della IV D Istituto Cairoli di Pavia, che li hanno preparati in classe grazie alla sensibilità dell'insegnante Alessandra Milani, e di alcuni studenti della scuola media Leonardo da Vinci di Pavia, accompagnati dalla professoressa Paola Resegotti, che ringraziamo per il lavoro svolto con i ragazzi.

Dove sono finiti i bravi cittadini italiani di quando “ si stava bene quando si stava peggio”? Questa è la domanda che ci siamo posti dopo aver visitato la Mostra storico documentaria L’offesa della razza, aperta al pubblico dal 28 novembre all’8 dicembre 2018 nella sala dell’Annunciata di Pavia.

Siamo rimasti sconcertati, dopo aver letto i documenti sulle popolazioni sottomesse dai colonizzatori italiani in Africa.
I popoli africani venivano rappresentati nelle immagini dell’epoca come animali selvaggi da soggiogare solo perché diversi, e per questo motivo i colonizzatori italiani si sentivano in diritto di maltrattarli, fino ad abusare sessualmente delle donne africane, umiliate e considerate oggetti nelle vignette “umoristiche” del tempo.
Una delle vignette più agghiaccianti nella sua apparente leggerezza è quella in cui si vede un uomo che spedisce in dono ad un amico una donna seminuda e impacchettata mentre dei bambini (forse i figli?) guardano da lontano con occhi sgranati e “buffi”.
Il razzismo pervadeva anche riviste per bambini e sussidiari delle Elementari, e se gli africani sono rappresentati come sporchi e, quindi, da lavare, gli ebrei sono mostrati con nasi importanti e occhi avidi di dominare il mondo.
Si può credere che al generale Rodolfo Graziani sia stato dedicato un parco in Italia nel 2012 nonostante sia stato un criminale di guerra che fece uso di gas tossici e fece bombardare ospedali della Croce rossa?


In Italia non abbiamo avuto nessun processo di Norimberga e forse anche per questo non abbiamo elaborato alcune pagine della nostra storia fatte di leggi razziali (1938) violenze e deportazioni verso altre etnie. Sarà per questo che il razzismo è rimasto latente in Italia e talvolta riaffiora con episodi che sono riprovevoli?
                                                                                             Celeste Pezzetti


Tanta vergogna e risentimento si possono trovare nelle parole di molti tedeschi mentre si parla di Olocausto quante ne mancano in quelle di non pochi italiani. Sul Razzismo durante il Ventennio fascista è stata allestita una mostra nei giardini Malaspina di Pavia, per ricordare la vergogna di un’Italia fascista che non solo spalleggiava il Fuhrer ma prendeva iniziative e spesso eccedeva e sfociava in ciò che per la Germania nazista è stato definito crimine contro l’umanità mentre in Italia tutto è stato metabolizzato senza clamore.
Dobbiamo esserne consapevoli, la nostra Italia condivideva ideali di razzismo e di segregazione e ci sono le prove tramandate dai nostri avi o anche da opere di autori come Primo Levi che fu la voce dell’altra Italia, quella che non si voleva sottomettere all’ingiustizia solo perché perpetrata dai detentori del potere, quella dei partigiani e “ribelli” per amore che oggi ringraziamo per aver fatto sentire la propria voce di fronte a una massa per troppi anni cieca e consenziente.
Parlare di Razzismo oggi è parlare di qualcosa che non si può comprendere fino in fondo se non si è ebrei o di altre etnie.
Ma come doveva essere finire tra le fila dei balilla? Saremmo diventati anche noi giovani indottrinati a diventare figli del regime, educati fin da piccoli a provare sentimenti di odio, repulsione che infine sfociarono in una delle più grandi tragedie della storia? Eppure qualcuno ha capito dove stava la giustizia.
Oggi, a distanza di qualche decennio non facciamo altro che ricordare senza capire e finiamo per commettere ancora gli stessi errori, in un’ Italia dove gli immigrati vengono ripudiati e si continua ad essere razzisti nascondendolo sotto buoni propositi.
                                                                                              Andrea Cassola


La mostra é stata molto interessante, soprattutto nel momento in cui, dopo la parte introduttiva, ci hanno lasciato guardare i pannelli in esposizione. In particolare mi hanno colpito i pannelli con raffigurate delle donne nude: di solito la raffigurazione della donna nuda é simbolo di bellezza e prosperità, mentre a mio parere in quelle foto era disprezzata e raffigurata quasi come una donna dai facili costumi.
Chiara Morello

La mostra mi ha fatto riflettere molto su come i razzisti trattavano gli ebrei, in particolar modo i bambini, che venivano espulsi dalle scuole e portati in campi di concentramento, una cosa terribile. Le battute che facevano a quei tempi erano veramente macabre e mi hanno fatto pensare al fatto che non ci fosse distinzione tra i sessi, perché uccidevano e torturavano anche le donne.
Arianna Andreoni

Venerdì scorso siamo andati a visitare alla sala dell’Annunciata, in piazza Petrarca, la mostra organizzata dall’Anpi sull’antisemitismo: “L’offesa della razza”. Dopo una breve ma interessante introduzione da parte della guida, ci siamo soffermati sui pannelli esposti che ripercorrevano la storia dell’antisemitismo in Italia, dal Medioevo all’epoca fascista. Nel corso della storia, anche in Italia, è sempre stato presente un sentimento di odio nei confronti degli ebrei più o meno evidente. Nel tempo questo atteggiamento si è via via affievolito, ma ha ritrovato vigore durante il periodo fascista. Dopo la promulgazione delle leggi razziali in Germania, anche in Italia vennero adottate simili leggi persecutorie nei confronti dei cittadini di origine e religione ebraica. Questa pagina vergognosa raggiunge il suo apice con la firma da parte di Vittorio Emanuele III delle cosiddette Leggi razziali nel 1938. Da quel momento gli ebrei furono rinchiusi di nuovo nei ghetti, non potevano partecipare alla vita politica, non potevano essere dipendenti pubblici, non potevano possedere nulla, avevano degli orari stabiliti nei quali non potevano uscire di casa, men che meno svolgere attività di svago, come andare a teatro o al cinema e praticare attività sportive e i bambini e i ragazzi furono espulsi dalle scuole. Oltretutto, sui giornali venivano pubblicate delle vignette che schernivano gli ebrei e i neri: gli ebrei venivano raffigurati come ladri e i neri come cannibali o “razze animali”, comunque esseri inferiori. E’ importante conoscere questi comportamenti, perché purtroppo stanno tornando, nella testa di alcuni, queste follie sulle “razze” e noi dobbiamo impedirlo prima che, dimenticando gli errori del passato, si compiano nuovamente tragedie di questo tipo.
Luca Antognazza

Mi ha colpito una vicenda, che parlava di una bambina ebrea della scuola media che aveva un fratello alle superiori. Dopo le leggi razziali dovettero lasciare la scuola, lo sport e i divertimenti. Questo mi ha fatto pensare a cosa significasse essere ebrei: nessun diritto, non avevano niente, venivano considerati animali, anzi peggio.
Alessia Schiavi

L’altro giorno con la mia classe siamo andati ad una mostra sul razzismo nell’Italia fascista di una volta. Erano esposti pannelli che raffiguravano immagini, fumetti, articoli di cronaca veramente impressionanti. In uno dei primi pannelli che abbiamo osservato era raffigurato un libretto di lavoro con il nome di una donna e a fianco, tra parentesi, la scritta “di razza ebraica”. Questa frase mi ha colpito molto perché penso sia esagerato scrivere “razza”. Nessuno ha una razza, non siamo animali, noi siamo umani, è questa la nostra razza, non è essere ebrei, musulmani, induisti o cristiani. Noi siamo tutti uguali, anche se con caratteristiche diverse, c’è chi ha la pelle scura, la pelle chiara, gli occhi a mandorla… Magari non siamo identici l’uno all’altro, ma d’altronde è questo che ci rende diversi, la diversità è la cosa più bella che ci sia mai capitata. Sarebbe, a mio parere, molto brutto un mondo dominato da umani tutti identici l’uno all’altro, sarebbe la fine! Purtroppo nell’Italia fascista non si sostenevano queste idee di libertà e democrazia, per loro il razzismo era quasi normale. Ho letto, ad esempio, un articolo di giornale in cui gli italiani di allora incitavano i cittadini a diventare razzisti.
Un’altra immagine che mi ha molto colpita è stata quella dove alcune persone guardavano bruciare una donna di pelle scura, insomma vere e proprie scene di cannibalismo. Infatti le donne di pelle scura venivano violentate e vendute come fossero oggetti. Ho visto delle immagini veramente terribili di donne che si nascondevano spaventate e nei loro volti si leggeva il dolore e la stanchezza di chi non riusciva a sopportare più questi maltrattamenti, ma, allo stesso tempo, di chi era impotente e non poteva fare altro che subire al posto di ribellarsi. In sintesi, credo che questa mostra mi abbia fatto riflettere e mi abbia lasciato qualcosa che prima conoscevo, ma non così da vicino.
Giulia Schepis

È una classica giornata di inizio dicembre, un venerdì freddo dove qualche nuvola impedisce al sole di illuminare del tutto la visuale. Con la tipica nebbia invernale, che non abbandona mai la nostra Pavia, con la mia classe e le professoresse Ficara e Resegotti ci incamminiamo verso il salone dell’Annunciata per ascoltare e vivere le emozioni di una mostra intitolata “L’offesa della razza”. Essa riguardava, come descrive il sottotitolo dell’evento, il razzismo e l’antisemitismo nell’Italia fascista. Sui muri di un lungo corridoio erano appesi cartelloni riguardanti, appunto, il tema del razzismo. Osservando quei pannelli sono rimasta come pietrificata: erano raffigurate alcune vignette nelle quali venivano derisi ebrei o persone di colore; oppure foto di donne africane che con i loro volti chiedevano aiuto e con gli occhi urlavano a squarciagola di essere stanche di vivere in condizioni così surreali. Anche se io non ho vissuto questi anni così drammatici, una cosa l’ho capita, ovvero che la razza umana è una sola, non si può sminuire un essere umano perché ha la pelle più scura o perché crede in una religione diversa dalla nostra. Nell’epoca fascista si era arrivati al punto di privare della dignità di vivere alcune persone, i regimi avevano addirittura costituito uno schema per rintracciare gli ebrei seguendo determinati tratti del viso e caratteristiche fisiche, per poi allontanarle. E come ciliegina sulla torta, non essendo mai abbastanza l’odio e la vergogna che avevano gettato malamente su queste povere anime innocenti, facevano già capire ai bambini, anche a scuola, che non dovevano avere contatti con queste persone, insegnandogli filastrocche o storielle al tempo considerate divertenti. Il degrado raggiunto da quelle persone è davvero sconcertante, ma sapere che al giorno d’oggi, dopo tutto quello che è accaduto, ci siano ancora degli individui che pensano cose simili è ancora più grave.
Francesca Impalà

La mostra che siamo andati a visitare, contro razzismo e antisemitismo, mi ha colpito sotto diversi aspetti. Sono rimasta stupita dagli episodi che ci sono stati raccontati, sapevo il significato della parola razzismo, ma non immaginavo come fosse dura e dolorosa la lotta di certe persone per ottenere i diritti che noi abbiamo fin dalla nascita, per esempio andare a scuola o avere una casa. Alla mostra c'erano anche dei cartelloni con raffigurate delle immagini che mi hanno fatto riflettere. C'erano persino fumetti per bambini ai quali venivano inculcate idee sbagliate e razziste. La mostra era molto completa e mi è piaciuto visitarla perché ho imparato delle vicende che prima non conoscevo e che sono molto importanti per noi giovani.
Lucia Rampini

L’argomento che mi ha colpita di più è stato il razzismo contro i cosiddetti meticci e le persone di colore. Su un cartellone vi era scritto che gli incroci tra neri e bianchi venivano presi come esempi di persone malate. Pensavano che se una persona fosse stata color caffè-latte avesse dei problemi mentali. Era riportata inoltre una immaginetta che apparentemente sembrava carina, c’erano due elefanti, uno bianco e uno nero, che davano origine ad un elefante zebrato. Sotto l’immagine c’era scritto che gli incroci non venivano bene. Quest’immagine mi ha fatto riflettere sull’ignoranza dell’Italia negli anni Trenta. Probabilmente molte persone leggendo quelle vignette si mettevano a ridere e forse le raccontavano ai loro amici o addirittura ai loro bambini… Ho riflettuto molto su questo argomento e penso che il nazismo abbia enfatizzato il razzismo. Tuttavia ciò che mi ha fatto arrabbiare di più è constatare come la gente non si rendesse conto delle persecuzioni che stavano subendo quelle persone.
Margherita Resta

Alcune volte mi sorprende quanto abbiano potuto essere crudeli gli esseri umani, nel passato, ma anche oggi. Venerdì 7 dicembre siamo andati, insieme alle nostre insegnanti, a visitare una mostra sull’antisemitismo, nella quale abbiamo visto diversi pannelli con informazioni sul razzismo nella storia. Ho letto e visto cose che forse non dovevo, perché non riesco a trattenermi dal pensiero che gli esseri umani sono davvero dei mostri senza anima. Come hanno potuto fare tutte quelle cose terribili? Si sono sentiti anche un po' in colpa uccidendo e torturando tutte quelle persone innocenti? Non lo sapremo mai... Quando abitavo in Romania, il mio professore mi diceva che la storia è importante per non ripetere gli errori del passato. A quel tempo non riuscivo a capire bene cosa intendeva dicendomi questo. Come possiamo ripetere atteggiamenti che sappiamo essere sbagliati? E’ incredibile pensare che ancora esistono persone che non accettano chi non è come loro. Il colore della pelle o il paese d'origine non dovrebbe cambiare il fatto che tutti siamo uomini, uguali, con gli stessi diritti e doveri. Ma alla fine, dobbiamo accettate gli errori passati per andare avanti e perdonare le persone che ci hanno ferito e vivere le nostre vite senza distruggere le vite degli altri.
Ingrid Iordan

Mi chiedo, e credo che mi chiederò sempre, come certe persone pensavano e ancora pensano di sapere se un ebreo, un bianco, un nero o un omosessuale siano migliori o peggiori di loro. Non tutti devono essere perfettamente uguali, ma il mondo è bello perché è vario, anche se c’è chi ancora non lo capisce. Il razzismo è un’ “Idea“, surreale, basata su opinioni soggettive sbagliate. Nella storia abbiamo fatto tanti errori, tanti sbagli, ma non li abbiamo ancora capiti; ogni generazione sbaglia, a suo modo, ma sbaglia e nella nostra generazione ci sono molti che subiscono per colpa di pochi. C’è chi vive ancora con la paura di andare ad un concerto, di prendere la metropolitana o un aereo… Certo poi si prova a ritornare alla “normalità”, anche se non è mai facile, ma poi un altro attentato o un altro stupido ragazzo che per “gioco“ spezza molte vite. La storia ci dovrebbe insegnare a non fare più questi terribili errori, dove persone innocenti muoiono, perché sono “diverse“. Adesso, noi giovani, dobbiamo impegnarci a cambiare questo aspetto dell’umanità, perché gli sbagli ci sono e sono umani, ma perseverare negli errori non è accettabile.
Martina Battistotti

Questa mostra mi ha fatto riflettere molto, perché pensare che l'uomo ai tempi riuscisse a commettere azioni di una crudeltà tale è veramente incredibile. La professoressa Resegotti ci aveva parlato in classe della discriminazione verso gli ebrei e le persone di colore, ma con questa mostra mi sono veramente soffermato a pensare alla crudeltà delle azioni che i bianchi commettevano tutti i giorni. Uno dei pannelli che mi ha impressionato di più è stato quello raffigurante foto e immagini di donne mezze nude, schiavizzate, esposte in pubblico in cambio di denaro. Queste donne erano tristi, spaventate e mi hanno fatto molta pena…
Filippo Perotti

Questa mostra mi ha colpita molto per due motivi; il primo perché è veramente completa e ricca di materiale interessante. Il secondo, perché mi ha fatto capire che l'umanità è stata una massa di deficienza assoluta, e il peggio è che lo è ancora! Perché sì, ce ne vogliono di lavaggi del cervello per far scrivere ai cosiddetti "intellettuali" che una persona di "razza" bianca è più intelligente di una persona di "razza" nera: vista la bella figura che abbiamo fatto seguendo Hitler, questa teoria va a farsi benedire nel giro di due secondi. Mi ha irritata (per non dire altro) il fatto che un completo imbecille abbia avuto l'idea di sezionare una donna e metterla in un museo di SCIENZE NATURALI. Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo, sezionarlo, e far studiare il suo cervello a persone più intelligenti di lui. A quanto pare a quei tempi si insegnava il razzismo ai bambini attraverso i fumetti: se qualcuno al giorno d'oggi facesse così verrebbe denunciato (forse?), ma dato che lo hanno fatto in quegli anni nessuno ha detto nulla. Spero solo che un giorno, perché ancora succede, si smetta di discriminare le persone per il colore della pelle o per la religione. Nessuno è giusto e nessuno è sbagliato, al massimo diverso. Se ciò non dovesse accadere, sarebbe meglio ripensare l'intelligenza umana, perché non se ne può veramente più!
Anna Ferrari

Una mostra molto dettagliata e soprattutto molto sentita. Mi ha fatto riflettere un argomento in particolare: lo sfruttamento delle donne. Non mi sono soffermata a leggere tutte le informazioni, ma sono rimasta colpita da alcune immagini di donne "nere" nude, vendute, sfruttate e schiavizzate, insomma trattate come fossero oggetti!!!
Sara Ciccarese


giovedì 27 dicembre 2018

Inciampare per ricordare - Pietro Gatti

Di anni 45. Nato il 20 dicembre 1899 a Santa Cristina e Bissione, in provincia di Pavia. Sposato. Di professione operaio specializzato. Pietro Gatti dopo l’8 settembre inizia a svolgere attività di propaganda antifascista allo stabilimento pavese della Vittorio Necchi, presso il quale lavora. Circa un anno dopo, il 5 settembre 1944, è arrestato da alcuni militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR).Trasferito alle carceri di San Vittore, a Milano, il 20 di settembre, è immediatamente destinato al lager di Bolzano. Inviato quindi a Dachau il 5 ottobre, vi giungerà il 9 dello stesso mese. Si spegnerà nel campo di concentramento il 16 marzo 1945.



Il 20 gennaio 2019 a santa Cristina e Bissone verrà posata una pietra d'inciampo in sua memoria, in via Vittorio Veneto al civico 5, luogo in cui il militante antifascista visse i primi anni della sua vita.



Sua è la lettera indirizzata alla moglie Lina, scritta il 4 ottobre 1944 mentre si trovava nel lager di Bolzano

Mia adorata Lina, sei ancora in collera con me? Credo di no perché sei molto buona, e poi le sofferenze più morali che materiali che mi affligo= no, mi faranno certo perdonare tutti i dispiaceri che ti ho dato e che mio malgrado ti do. Desidererei Lina cara che ti trasfe= riresti a Trovo e anzi credo che ci sia già, qui ho saputo che Pavia è stato di nuovo bombardata, e m'immagino la nostra casa distrutta, così come è distrutta la nostra felicità.
Lina sei andata in fabbrica a prendere il salario? Non avere vergogna, cerca del Direttore Sig. Gastaldi e vedrai che farà qualcosa per te e per me. Sai Lina e già un mese che non ci vediamo e mi sembra ieri, e purtroppo è cosi tanto tempo. Lina ti penso in buona salute e fidente nell'avvenire. Io me la campo così è così, credo di trovarmi nelle stesse condizioni di Peppino. Lo stomaco fa giudizio. Forse cambiamo posto, a giorni, però scrivimi sempre se puoi. Ti bacio caramente Linetta mia e perdonami tuo Pietro
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mercoledì 19 dicembre 2018

L'ANPI di Pavia centro e il suo nuovo presidente

Nel congratularci e augurare buon lavoro a Luca Casarotti, neo presidente della sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla di Pavia, pubblichiamo il suo intervento in occasione dell'insediamento.



Dichiarazione d’intenti sull’indirizzo politico del circolo ANPI Pavia Centro Onorina Pesce Brambilla


Il 26 ottobre scorso, la nostra assemblea degli iscritti ha eletto il nuovo comitato di sezione e ha approvato la dichiarazione d'intenti sull'indirizzo politico del circolo. Grazie a tutte e tutti. E grazie anche per la grande giornata di mobilitazione di lunedì 5 novembre: è stata rinfrancante, e ci ha spronato a fare del nostro meglio per continuare lungo questa strada.
Il nuovo comitato della sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla: Luca Casarotti (presidente), Ludovica Cassetta, Marta Ciotta, Beatrice Contardi, Sara Cortimiglia, Vanna Mantovani, Antonio Pignatelli, Matteo Rategni, Claudio Spairani.
Abbiamo ritenuto utile presentare per iscritto le nostre riflessioni su due questioni insieme teoriche e pratiche: quella sulla nozione di antifascismo e quella sull’autonomia dell’ANPI. Si tratta di questioni tra loro connesse, dalla risposta alle quali dipende l’agire concreto della nostra associazione.


1. Sulla nozione di “antifascismo”
La Resistenza fu un fenomeno conflittuale, non può esserne pacificata la memoria. Com’è noto, da oltre un ventennio la categoria della memoria condivisa occupa stabilmente lo spazio del discorso pubblico sulla fondazione dello Stato repubblicano. Secondo questa interpretazione, le ragioni della resistenza come guerra civile tra fascisti e antifascisti andrebbero superate una volta per tutte, in nome del comune riconoscersi della nazione nei valori costituzionali. Si tratta di una lettura che presenta almeno due aporie: da un canto, questo comune riconoscersi nella Costituzione è più un auspicio che un dato di fatto; la costituzione materiale del Paese è anzi sospinta con sempre maggior veemenza verso la negazione dell’uguaglianza sociale sostanziale di cui all’art. 3, comma II, della Carta fondamentale. In questo senso senz’altro operano l’attuale governo e la sua maggioranza parlamentare. D’altro canto, il concetto di “memoria condivisa”, postulando il superamento del conflitto fondativo tra fascisti e antifascisti, conduce a non riconoscere il ripresentarsi di quel conflitto nelle forme odierne: in altre parole, il fascismo viene inteso solo come una forma storica contingente e conclusa (il regime dittatoriale instauratosi in Italia tra il 1922 e il 1945), e non anche come un insieme di miti e pulsioni, retoriche e soluzioni politiche che si ripropongono in una situazione strutturale di crisi (fascismo eterno). Il diffuso motivo polemico dell’antifascismo in assenza di fascismo, che non a caso viene cavalcato dalle destre, ma a ripeterlo sono anche ambienti di orientamento democratico progressista, è un corollario di questa errata interpretazione storiografica, contro cui l’ANPI deve schierarsi. Deve farlo con intelligenza, cioè non opponendo retorica a retorica, non rifugiandosi in una rappresentazione mitica della Resistenza, ma rivendicando anzitutto la natura inevitabilmente parziale (dunque partigiana) e conflittuale della sua memoria, e promuovendo quella che in inglese viene chiamata public history (storia per il pubblico), con il fine di contrastare più efficacemente la vulgata antipartigiana, anti antifascista e filo nostalgica molto radicata nell’immaginario del nostro paese: si pensi per esempio alla pubblicistica di Indro Montanelli e di Giampaolo Pansa.
In materia, può essere utile a tutte e tutti noi iscritti la lettura dell’ebook del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki “Questo chi lo dice? E perché?”, una guida didattica alla consultazione delle fonti e al vaglio critico delle notizie a tema storico reperite dentro e fuori internet. Pensiamo che l’attenzione per una corretta divulgazione storiografica sia stata e debba continuare a essere centrale nella vita di questa sezione: il comitato continuerà a dedicarvi molta parte delle sue energie.

2. Sull’autonomia dell’ANPI
Il paradigma della memoria condivisa è stato propugnato anche, se non principalmente, da forze politiche appartenenti all’area della sinistra, o più correttamente del centrosinistra, e a livello individuale da personalità con una lunga storia all’interno del partito comunista: da Luciano Violante a Giorgio Napolitano, per non fare che due soli nomi. Questa considerazione conduce all’interrogativo sulla collocazione dell’ANPI rispetto alle forze partitiche. A nostro avviso, l’ANPI non ha un referente nella manifestazione attuale del partito storico e deve mantenere una posizione di autonomia non solo formale, ma anche sostanziale rispetto ai partiti, e al contempo rivendicare fermamente per sé la provenienza dalla storia del movimento operaio e la collocazione all’interno della sinistra. Occorre non cedere alla retorica della fine delle ideologie: la post ideologia è solo l’incapacità di pensare un’alternativa allo stato di cose presente.
Durante la campagna referendaria l’ANPI si è guadagnata un ruolo di spicco nell’opinione pubblica: ciò è stato possibile, crediamo, soprattutto in ragione della posizione pionieristica che la nostra associazione ha assunto in quel frangente, iniziando prima d’altre realtà a trattare il tema dell’opposizione alla novella costituzionale voluta dal governo Renzi e dal Partito Democratico, che per questo l’hanno attaccata a più riprese e in maniera scomposta. Questa centralità si è tangibilmente tradotta nell’aumento del numero degli iscritti. All’indomani della vittoria alla consultazione del 4 dicembre, è parso che il compito si fosse esaurito, e la centralità acquisita nei mesi precedenti è andata scemando. In questo clima di obiettiva incertezza, l’ANPI ha eletto nel 2017 la sua nuova presidente, Carla Nespolo: all’uscente Carlo Smuraglia è stata tributata la presidenza onoraria. Durante il primo anno e mezzo del suo mandato, la nuova presidenza ha espresso posizioni lodevoli e coraggiose: ricordiamo, su tutte, la serrata critica al progetto di un museo del fascismo a Predappio. Progetto che godeva del sostegno delle istituzioni locali e nazionali, e dell’appoggio di autorevoli studiosi. Questa critica ha mosso molti a riconsiderare le proprie posizioni, tanto all’interno delle istituzioni quanto nel mondo scientifico (fra gli altri Paolo Pezzino, attuale presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri). Ma nello stesso tempo, non possiamo nascondercelo, la nostra associazione ha compiuto anche scelte che hanno determinato una vera e propria frattura dal sentire di molte e molti antifascisti: emblematica in questo senso è stata la decisione della presidenza nazionale di non partecipare alla manifestazione antifascista indetta a Macerata il 10 febbraio scorso, dopo avervi in un primo tempo aderito. Retromarcia che ha preceduto di qualche ora l’invito dell’allora ministro dell’interno Marco Minniti a vietare di fatto il corteo maceratese, in quello che da più parti è stato interpretato come un poco edificante gioco di sponda tra l’ANPI e il Partito Democratico. Proprio quando le circostanze richiedevano la mobilitazione, si era invece avvertita la subalternità della nostra associazione alla strategia elettorale attendista del PD: lo stesso partito che poco più di un anno prima attaccava con veemenza l’ANPI nella campagna referendaria. Molte e molti iscritti hanno perciò manifestato il loro dissenso dalla decisione assunta dai vertici nazionali, organizzando presidi nelle loro città (è stato il caso di Pavia) oppure recandosi direttamente a Macerata, con tanto di fazzoletto e bandiera dell’ANPI bene in vista. Noi crediamo che nell’ambito cittadino una simile subalternità non si sia mai data in anni recenti. Al comitato della nostra sezione hanno partecipato - e continueranno a partecipare - compagne e compagni di diverse generazioni, con percorsi e storie di militanza differenti: prova insieme dell’autonomia e della capacità ricompositiva del lavoro svolto dal circolo, sia nell’analisi sia nella presenza di piazza. Fondamentale si è rivelato il coordinamento delle forze antifasciste cittadine nella Rete Antifascista, che la nostra sezione ha contribuito a fondare e alla quale partecipa. Questo coordinamento ha evitato di fatto che le occasioni di piazza venissero fagocitate dagli interessi di partito, salvaguardando la natura plurale del fronte antifascista. Talora ciò ha significato criticare pubblicamente l’operato di soggetti che pure si riconoscono nell’orizzonte antifascista. È stato il caso del presidio contro l’annunciata chiusura dei porti alla nave Aquarius da parte del ministro dell’interno leghista Matteo Salvini: in quell’occasione, pur presente in piazza una delegazione del Partito Democratico, più di un intervento ha stigmatizzato l’operato dell’On. Minniti, che ha preparato nella sostanza quello del suo successore al ministero dell’interno. Detto per inciso: interdire la piazza ai criticati è una soluzione semplicistica. Quello della critica pubblica in presenza degli interessati è un metodo faticoso, ma – crediamo – più produttivo. È nostra intenzione agire in continuità con questa linea, nella consapevolezza che l’antifascismo o è frontista o non è: ciò a patto che l’antifascismo si traduca in prassi, e non sia solamente dichiarato.



mercoledì 14 novembre 2018

La deportazione degli ebrei ungheresi


La situazione nel 1944
All’inizio del 1944, vivevano in Ungheria circa 725.000 ebrei, la più grande comunità ancora esistente sul suolo europeo dopo l’annientamento di quelle dell’URSS e della Polonia. Il 19 marzo, temendo che gli ungheresi si sganciassero unilateralmente dal conflitto, Hitler ordinò l’occupazione del Paese; insieme all’esercito, giunsero però a Budapest anche i funzionari dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, incaricati di procedere alla deportazione degli ebrei dall’Ungheria. Trattandosi di una missione particolarmente complessa, la responsabilità venne affidata ad Adolf Eichmann in persona, che portò con sé i suoi più esperti collaboratori (Franz Novak, Dieter Wisliceny, Theodor Dannecker e altri). Eichmann era perfettamente al corrente della fuga degli ebrei danesi (ottobre 1943), e quindi si rese conto che la deportazione poteva realizzarsi solo grazie all’assoluta complicità delle forze locali. Inoltre, memore della rivolta del ghetto di Varsavia (aprile-maggio 1943), decise di lasciare per ultima la capitale, dove i problemi avrebbero potuto essere maggiori. Il 4 aprile 1944, nel corso di una riunione mista, cui parteciparono sia tedeschi che ungheresi, il Paese fu diviso in cinque zone (dalle quali fu però esclusa la capitale, che di fatto era una sesta area, a se stante). Ogni zona corrispondeva a uno o due distretti della gendarmeria magiara, che accettò di partecipare all’operazione mettendo a disposizione 20.000 uomini. Le operazioni di rastrellamento e deportazione avrebbero avuto inizio nelle province orientali: poiché erano le zone più vicine al fronte russo, le evacuazioni furono giustificate con ragioni militari. La cosiddetta Zona I (Rutenia carpatica e Ungheria nordorientale) fu rastrellata a partire dal 16 aprile: 194.000 ebrei furono catturati e rinchiusi in ghetti e campi di transito. Nei mesi seguenti, la stessa sorte toccò ad altre quattro zone, sicché all’inizio dell’estate solo i 160.000 ebrei della capitale non erano ancora stati internati.


La soluzione finale in Ungheria
Il primo treno per Auschwitz partì il 28 aprile 1944 dal campo di Kistarcsa, vicino a Budapest, con 1800 ebrei. Tra il 15 maggio e il 7 giugno, furono deportati più di 289.000 ebrei dalle Zone I e II. Tra l’11 e il 16 giugno fu la volta dei 50.000 ebrei della Zona III ; i 41.500 israeliti della Zona IV furono evacuati in soli tre giorni, a partire dal 25 giugno. Infine, tra il 4 e l’8 luglio, furono deportati i 55.000 ebrei dalla Zona V. In totale, vennero deportati circa 438.000 ebrei ungheresi, nell’arco di tre mesi. E’ difficile stabilire quanti di questi ebrei furono condotti a Birkenau, e quanti in altri campi del Reich: l’Organizzazione Todt e la Luftwaffe, infatti, chiedevano insistentemente manodopera per le nuove fabbriche sotterranee e dichiararono di aver bisogno di almeno 100.000 operai. Ad Auschwitz, comunque, arrivarono almeno 53 treni, ciascuno dei quali portava circa 3000 ebrei. Per far fronte ad un flusso così imponente di nuovi deportati, il campo fu dotato di una terza rampa ferroviaria: gli ebrei ungheresi (e, più in generale, coloro che arrivarono a partire dal maggio 1944) non sbarcarono più sulla Judenrampe, ma all’interno stesso del campo di Birkenau, mentre una nuova torre di controllo, anch’essa terminata nel maggio del 1944, permetteva sorvegliare dall’alto l’insieme delle operazioni.

La partenza degli ebrei di Sighet
Per certi versi, i racconti di partenza dei deportati sono un atto d’accusa ancora più potente dei resoconti dai campi. Nei paesi da cui i treni partono, infatti, i nazisti non sono mai soli: non possono agire da soli. Hanno bisogno di collaboratori locali (i fascisti italiani a Fossoli, i gendarmi ungheresi a Sighet, i poliziotti francesi di Vichy a Parigi, e così via). La Shoah non fu una faccenda privata tra ebrei e tedeschi: fu la grande resa dei conti tra l’Europa dei nazionalismi e gli ebrei. I racconti di partenza sono lì a ricordarcelo.
Alle nove, [...] gendarmi con i manganelli che urlavano: “Tutti gli ebrei fuori!”. Noi eravamo pronti. Io uscii per primo. Non volevo guardare in faccia i miei genitori. Non volevo scoppiare in lacrime. Restammo seduti in mezzo alla strada, come gli altri del giorno prima. Lo stesso sole infernale. La stessa sete. Ma non c’era più nessuno per portarci dell’acqua. Contemplavo la nostra casa, dove avevo passato degli anni a cercare il mio Dio, a digiunare per affrettare la venuta del Messia, a immaginare quella che sarebbe stata la mia vita. Ma non ero molto triste: non pensavo a nulla. - In piedi! Appello! In piedi. Ci contano. Seduti. Ancora in piedi. Di nuovo per terra. Senza fine. Attendevamo con impazienza che ci portassero via. Che si aspettava? L’ordine infine arrivò: “Avanti!”. Mio padre piangeva. Era la prima volta che lo vedevo piangere. Non mi ero mai immaginato che sarebbe potuto succedere. Mia madre, lei, marciava, il volto chiuso, senza esprimere una parola di preoccupazione. Io guardavo la mia sorellina, Zipporà, i suoi capelli biondi ben pettinati, un cappotto rosso sul braccio: una bambina di sette anni. Sulle spalle, un sacco troppo pesante per lei. Serrava i denti: sapeva già che lamentarsi non serviva a nulla. I gendarmi distribuivano qua e là colpi di manganello: “Più svelti!”. Io non avevo più forze. Il cammino era appena agli inizi e io mi sentivo già così debole… - Più svelti! Più svelti! Avanti, sfaticati! – urlavano i gendarmi ungheresi. E’ in quel momento che ho cominciato a odiarli, e il mio odio è l’unica cosa che ci lega ancora oggi. Erano i nostri primi oppressori, erano il primo volto dell’inferno e della morte. Ci ordinarono di correre. Prendemmo il passo di corsa. Chi avrebbe creduto che eravamo così forti? Da dietro le loro finestre, da dietro le loro imposte, i nostri compatrioti ci guardavano passare. […] Il nostro convoglio prese la direzione della grande sinagoga. La città sembrava deserta, ma, dietro le imposte, i nostri amici di ieri attendevano senza dubbio il momento di poter saccheggiare le nostre case. La sinagoga somigliava a una grande stazione: bagagli e lacrime. L’altare era spezzato, i tappeti strappati, i muri spogliati. Noi eravamo così numerosi che potevamo appena respirare: che spaventose ventiquattr’ore passammo. Gli uomini erano al pianterreno, le donne al primo piano, ed era sabato: si sarebbe detto che eravamo venuti ad assistere alle funzioni. Non potendo uscire, la gente faceva i propri bisogni in un angolo. L’indomani mattina marciammo verso la stazione, dove ci attendeva un convoglio di carri bestiame. I gendarmi ungheresi ci fecero montare in ragione di ottanta persone per carro. Ci lasciarono qualche pagnotta e qualche secchio d’acqua. Controllarono le sbarre delle finestre per vedere se tenevano bene. I carri vennero chiusi. Per ciascuno di essi era stato nominato un responsabile: se qualcuno scappava, è lui che avrebbero fucilato. Sul marciapiede camminavano due ufficiali della Gestapo, tutti sorridenti: in complesso era andato tutto bene. Un fischio prolungato perforò l’aria. Le ruote si misero a sferragliare. Eravamo in cammino.
E. Wiesel, La notte, Firenze, Giuntina, 1986, pp. 25-29. Traduzione di D. Vogelmann


Testo di Mario Albrigoni, vice presidente ANPI provinciale Pavia


giovedì 1 novembre 2018

Comunicato sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla


Anche quest’anno, il 5 novembre l’ANPI sarà in piazza per un corteo antifascista in centro a Pavia. L’occasione è nota: i neofascisti dell’associazione “Recordari” hanno indetto una manifestazione per commemorare il camerata Emanuele Zilli. Come al solito, la commemorazione sarà il pretesto per fare apologia del fascismo, con sventolio di celtiche, chiamate del presente e saluti romani di rito. Tutte condotte che costituiscono reato, e violano il regolamento comunale antifascista ancora in attesa della prima applicazione: che sia questa la volta buona?
Per una casualità, la mattina dello stesso 5 novembre, in università parlerà il ministro Centinaio, che da vicesindaco di Pavia aveva più volte espresso, se non aperto appoggio, almeno vicinanza a esponenti politici neofascisti. Un motivo in più per il nostro corteo.
Dallo scorso anno, la manifestazione fascista non si tiene più in centro, ma è confinata nell’area Vul. Il 5 novembre 2016 noi c’eravamo, e sappiamo quanto ci è costato questo risultato: il bilancio conta le manganellate di quella sera e 30 denunce. Dalle manganellate ci siamo ripresi, e ventitré delle trenta denunce sono state archiviate. Sette persone andranno a processo: tra di loro c’è il presidente onorario della sezione ANPI Pavia Centro, Claudio Spairani. Ancora un motivo per il nostro corteo. Lunedì prossimo saremo in piazza, perché le strade della nostra città non vanno lasciate ai fascisti, per quanto questi siano lontano dagli occhi. E saremo in piazza anche per esprimere tutto il nostro sostegno ai sette imputati per i fatti del 2016. Inoltre, annunciamo fin da ora che riprenderemo la raccolta fondi per le spese legali, e che seguiremo il processo presenziando a ogni udienza, facendo costantemente informazione sul suo svolgimento. I nostri compagni non sono soli. Sappiamo che tutta questa vicenda si concluderà per noi nel migliore dei modi.
L’appuntamento è per il 5 novembre, alle ore 20:45: concentramento in Piazza del Municipio. Invitiamo le sezioni ANPI del territorio a unirsi a noi.
Fin dalla mattina, Pavia sarà antifascista, e lo mostreremo a chiare lettere.



martedì 30 ottobre 2018

L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista

L'ANPI Provinciale di Pavia, col patrocinio di ANED, ISTORECO, Comune di Pavia, Provincia di Pavia, organizza la mostra L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista. L'inaugurazione avverrà il 24 novembre alle ore 17:00 con la presenza di Gianni Sacco e Francesca Fiorani.
La mostra gratuita e aperta a tutti, in particolare agli studenti, è stata realizzata da Regione Emilia Romagna - Istituto beni artistici culturali naturali, che ringraziamo per la collaborazione
 La mostra è articolata in tre sezioni: immaginario, ideologico, persecuzione. Resterà aperta fino all'8 dicembre compreso.
Anticipiamo che il 5 dicembre, nel ricordo della deportazione del ghetto di Venezia, ci sarà un evento speciale, con la partecipazione di Matteo Corradini, premio Andersen 2018.
Ringraziamo tutti coloro, e sono troppi per citarli tutti, che ci hanno aiutato nel percorso preparatorio della mostra. Il nostro ringraziamento speciale va al dott. Tovoli e ad Antonella Campagna che ci ha aiutato nella individuazione dei relatori, e alle ottime collaboratrici della Biblioteca Universitaria di Pavia, Valentina Serra e Eliana Iero, che hanno realizzato con grafica impeccabile la nostra locandina sul layout di Regione Emilia Romagna.

sabato 27 ottobre 2018

V Edizione concorso "Alla scoperta della Resistenza" - Coltivare la Memoria per coltivare il futuro.

Giunto ormai alla sua V edizione, anche quest'anno è bandito il concorso "Alla scoperta della Resistenza", promosso dalla sezione ANPI di Varzi col patrocinio del Comitato Provinciale di Pavia. 

Il concorso, avente per tema “COLTIVARE LA MEMORIA PER COLTIVARE IL FUTURO” è un invito a tener viva la Memoria collettiva del Territorio che custodisce luoghi, ricordi di persone, storie della Resistenza, che corrono il rischio di essere dimenticati.
Numerosi sono i segni del passato che, nel Territorio, parlano di una Memoria resistenziale coltivata dalla popolazione locale, ma che potrebbe essere perduta, senza il continuo esercizio e il coinvolgimento attivo, interessato dei giovani.
“COLTIVARE LA MEMORIA” è importante, perché scoprire e ricordare i luoghi, i segni, le persone, le azioni della Resistenza facilitano la comprensione e l’approfondimento di un movimento storico, che ha dato origine alla libertà, alla democrazia, alla Costituzione del nostro Paese, valori d’importanza vitale da non perdere, da difendere continuamente, per garantire un FUTURO senza più ingiustizie, soprusi, violenze.
Ieri come oggi e sempre c’è bisogno di Resistenza. Non dimentichiamo questa parola:
RESISTENZA

Avete tempo fino al 25 aprile 2019 per inviare i vostri elaborati nella forma preferita (saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, video, fumetti, espressioni pittoriche), sugli esercizi compiuti per praticare la Memoria della Resistenza, seguendo le modalità indicate nel bando disponibile a questo link:
https://drive.google.com/file/d/1tvDjAijd7-5bhqqsymkvWpYeLeDbUcud/view?usp=sharing







martedì 16 ottobre 2018

Il sabato nero del ghetto di Roma


Non la macilenta salmodia del cantore sperduto sul lontano altare; ma dall’alto della cantoria, nella romba osannante dell’organo, il coro dei fanciulli gloriava un cantico di sacra tenerezza […] Era il mistico invito ad accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa. Giungeva invece nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia. Non può esprimersi, l'agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. E' venuta da Trastevere di corsa. Poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere, ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano una lista di 200 capi-famiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie.”
Una donna, oracolo della catastrofe, ignorata come una Cassandra di altre storie dopo la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illudendo gli ebrei che tutto quello che i tedeschi volevano fosse un riscatto in oro, è il personaggio che, sospeso tra finzione e realtà, apre "16 ottobre 1943", il romanzo di Giacomo Debenedetti, testimonianza della tragedia che trecento soldati tedeschi perpetrarono nei confronti della comunità ebraica di Roma, rastrellando e strappando alla vita 1024 tra uomini, donne, bambini, anziani, e persino ammalati e neonati.
Perché ai nazisti l'oro non basta, è soltanto una scusa.

Così all'alba di quel sabato 16 ottobre 1943, le camionette della SS invadono i vicoli intorno al Portico d'Ottavia, iniziando una spietata caccia agli ebrei che una volta catturati vengono raccolti in uno spiazzo nei pressi della sinagoga e caricati a forza sui camion. Un'azione capillare compiuta abitazione dopo abitazione, tra le vie, nelle case, negli esercizi di una città in cui nessun ebreo doveva sfuggire al reparto venuto appositamente a Roma al comando del capitano Dannecker, il quale aveva beneficiato della collaborazione di venti agenti di polizia messi a disposizione dalla Questura di Roma. Un'azione che si è potuta giovare anchedegli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno.
Debenedetti descrive in presa diretta una tra le più sentite testimonianze di quella somma sciagura, ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali e che disgraziatamente proseguirà nelle ore, nei giorni e nei mesi successivi, nel sommesso silenzio delle più alte istituzioni civili e religiose.

A questo link potete ascoltare la lettura del testo a cura di Moni Ovadia.

venerdì 5 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Celebrare ancora il 4 novembre?


Di seguito il testo della conferenza tenuta dal professor Giulio Guderzo nel novembre 2014, a Pavia, nella sede del Consiglio provinciale, successivamente pubblicato in “Quaderni di scienza politica”, a. XXII, n.1, aprile 2015, pp. 121-132.


Quando politici e generali non solo tedeschi e austriaci, ma altresì russi, francesi, inglesi misero in moto la macchina che avrebbe infine stritolato l’intera Europa (e non solo), sappiamo che sulla guerra, salvo poche, isolate eccezioni, avevano idee ancora ottocentesche. Culla della civiltà, come allora si ripeteva ad ogni pié sospinto, l’Europa dei regnanti, dei leader politici, dei generali e dei diplomatici riteneva di aver da tempo esorcizzato i fantasmi di un passato che aveva pure conosciuto ma riteneva, non senza qualche ragione, di avere anche definitivamente sepolto.
Non che tutti avessero letto e metabolizzato il Clausewitz della guerra intesa come prolungamento - o prosecuzione in altre forme - della politica, ma alla guerra pensavano come a una rapida operazione chirurgica, dai costi umani limitati, risolutiva di problemi diversamente destinati a incancrenirsi nelle relazioni internazionali. Un lavoro da affidare agli specialisti, generali coi loro uffici: in grado di elaborare e, se del caso, rapidamente variare, piani e operazioni.
Questa della guerra come specializzazione, con gli eserciti di mestiere, era stata, del resto, un’invenzione che in Europa, e del resto non solo in Europa, si era venuta via via affermando, così da circoscriverne i danni nei confronti delle popolazioni interessate. Sino a diventare, nella cosiddetta ‘età dei lumi’, inverando la formula di Clausewitz, qualcosa di molto simile a un grande gioco. In cui, beninteso, si continuava a morire, ma con avveduta parsimonia. E, del resto, con la diffusa consapevolezza dell’appartenenza a una comune matrice, attestata dall’uso di una lingua comune - oggi si direbbe di comunicazione -: il latino, e condividendo - oggi diremmo nell’essenziale, seppur con differenziazioni costate tanto sangue - una stessa fede religiosa, e costumi che potevano sembrar tra loro diversi, ma apparivano singolarmente simili quando li si confrontava con quelli esistenti sotto altri, lontani cieli.
Si davano, in effetti, sotto lo stesso cielo europeo, confini tra entità politiche diverse - regni, principati, stati regionali e città-stato - la cui gestione appariva peraltro sostanzialmente simile, fondata com’era su organi di rappresentanza dei diversi interessi, con la straordinaria varietà di assemblee e parlamenti che la caratterizzava: per cui, semplificando, ci si può raffigurare l’Europa cinque-sei-settecentesca come un continente confederalisticamente assemblato nelle sue singole parti. Nel quale, sotto il profilo economico, faceva sempre premio il settore primario, la proprietà terriera configurandosi anche come segno distintivo della collocazione di singoli e famiglie nella scala sociale, ma altresì con un commercio e una finanza capaci di operazioni a grande raggio, una volta inventati, sin dall’età di mezzo, e presto diffusi, strumenti di intermediazione quali cambiali e tratte e con un riferimento ai corsi dei metalli preziosi quale supporto agli scambi.
La molteplicità strutturale politico-amministrativa bene, d’altronde, rispondeva alla straordinaria varietà delle etnie che in Europa convivevano, caratterizzandosi per lingua, confessione religiosa, leggi e costumi propri, la cui ordinata conservazione, assicurata da patti e statuti, sarebbe dovuta bastare a farne parte ordinata di entità politiche maggiori. Com’era stato, sin dal Medioevo, nel caso più noto, per il Sacro Romano Impero nei confronti delle altre, minori entità politiche. Sicché la transizione di città e province dall’uno ad altro Stato, a seguito di guerre e trattati, avveniva generalmente nel pattuito rispetto degli ordinamenti loro propri. Quella varietà di etnie, lingue, confessioni e costumi, in breve culturale, era poi ben intesa dagli intellettuali più avveduti tutt’altro che come un limite. Perché in realtà si trattava di una straordinaria ricchezza.

Su quel mondo, che con formula breve si sarebbe poi definito d’ancien régime, incombevano peraltro pesanti nubi: la molteplicità, la varietà, mal si sposavano sia a un’economia mercantile che, con buona ragione, faticava a sopportare la frammentazione dei mercati che ne era una non necessaria ma comunque reale conseguenza, sia a una gestione politica variamente frenata dagli organi di controllo interposti tra l’amministratore - diciamo il sovrano - e gli amministrati - diciamo i sudditi.
Donde un attacco al vecchio mondo definito tout court feudale, sia dal centro che dalla periferia. Concluso con la vittoria, per un verso, del potere assoluto dei sovrani, liberati dai vecchi patti e statuti, in grado di gestire direttamente la cosa pubblica, e d’altra parte con la vittoria dell’economia nuova, che con l’aiuto del sovrano si liberava dei vecchi ordinamenti corporativi e dei vari balzelli che province, città, territori variamente organizzati le avevano precedentemente imposto. In Lombardia, tanto per non andar lontano, questo, nella seconda metà del Settecento, sarebbe stato il tempo dei cosiddetti sovrani illuminati, e i nomi più noti son quelli di Maria Teresa e Giuseppe II.
Un tempo breve, perché ben presto quegli stessi signori che erano stati spossessati degli organi di gestione del potere avrebbero cominciato a congiurare - come in Lombardia - per riprenderne il controllo. Intanto, però, già si potevano vedere le conseguenze di quella semplificazione del vecchio mondo o modernizzazione che l’intellettualità più à la page aveva celebrato. Giusto Giuseppe II a suon di leggi imponeva alle pubbliche amministrazioni, nel variegato mondo imperiale governato da Vienna, l’uso preminente di una lingua - il tedesco - con l’obbligo del suo insegnamento in vari ordini di scuole. Lo scopo era, al solito, una salutare semplificazione, come con la sostituzione della burocrazia di nomina imperiale alla precedente amministrazione, retta dai maggiorenti locali. La conseguenza, non prevista e a più o meno lungo termine devastante: l’affermazione di un nazionalismo germanofono per un verso, e di un contrapposto nazionalismo di ogni etnia in altra lingua parlante e pensante nell’ambito del vecchio Impero.
Non molto diversamente, la modernizzazione, in Francia, si era realizzata, sin dai tempi di Richelieu e poi del Re sole, attraverso l’attacco all’aristocrazia spogliata della gestione del potere periferico e il progressivo accentramento del potere esecutivo nelle mani del sovrano. La semplificazione del vecchio mondo, una volta eliminata la molteplicità delle gestioni con la progressiva unificazione del Paese, si sarebbe più tardi cercata anche sotto il profilo linguistico, essendone la scuola primaria elemento essenziale, mentre analogamente si procedeva all’essenziale unificazione del mercato. Corollario significativo: l’introduzione, già a fine Settecento, della leva militare.
Ancor meglio incubato dalla rivoluzione francese, veicolato poi, in più d’un caso per contrapposizione, dalle ristrutturazioni napoleoniche del vecchio assetto continentale, nasceva in tal modo il cosiddetto Stato nazionale - uno di lingua, d’armi e se del caso d’altare - che una filosofia politica folgorata dalla novità avrebbe proclamato lo stadio evolutivo finale di una storia a quel traguardo - si asseriva - vocazionalmente indotta.
Nel nuovo Stato, fermo restando il potere assoluto dell’autorità chiamata a reggerne le sorti, si sarebbe avviata e gradualmente compiuta la lunga marcia della democrazia, attraverso un progressivo allargamento del diritto di voto, inteso come strumento di partecipazione tendenzialmente universale alla gestione del potere. Un diritto che un’avveduta politica avrebbe poi potuto adeguatamente sostanziare con miglioramenti socioeconomici specialmente rivolti alle classi cosiddette subalterne: come appunto sarebbe avvenuto specialmente in Germania, tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento.
L’idea politica generale di supporto del nuovo Stato e delle operazioni che progressivamente lo consolidano tra Otto e Novecento è il nazionalismo. Combattuto dagli internazionalismi che pur si danno a scala continentale - e ce ne sono una versione liberale e liberista e una radicaldemocratica, come pure una socialista ed una fondata su presupposti religiosi - si è già però dimostrato e più si sta dimostrando ora, nel 1914, vincente. Beninteso, col suo frutto avvelenato: l’esaltazione della propria contro le altrui patrie, l’ostilità, talora, nei confronti addirittura dell’etnicamente proprio simile, motivata dalla presenza - a dividerlo - di una barriera di confine.
Quando, il 28 giugno del 1914, attenta con successo alla vita dell’erede al trono imperiale, quel che l’attentatore intende colpire è il simbolo di un potere che in nome di un vecchio ordine pretende di limitare la sognata costituzione di un grande stato nazionale serbo. E quando da Vienna si risponde con un ultimatum allo Stato serbo dalle clausole tanto pesanti da apparire - com’è in realtà - una provocazione, c’è, in Italia come in tutta Europa, chi ritiene che il male da cui è affetto il continente sia non, come in effetti è, la sua divisione, progressivamente approfondita dai contrapposti nazionalismi, ma, al contrario, l’esistenza stessa di uno Stato plurinazionale come l’Impero austroungarico. Sicché non son pochi a sostenere che la sua dissoluzione, con la conseguente formazione di tanti Stati quante sono le nazionalità che lo compongono, sia uno scopo tanto importante per il miglior futuro dell’Europa da meritare addirittura una guerra per raggiungerlo.
Queste possono anche sembrare ubbìe da intellettuali. Più pratici, finanzieri e industriali di settori interessati a commesse militari presumibilmente importanti non mancano di soffiare sul fuoco, seppur contrastati da altri businessmen i cui affari viceversa prospererebbero solo in tutt’altra, pacifica cornice. Analogamente, se la maggior parte dei politici che guidano associazioni, sindacati, partiti popolari è schierata su posizioni pacifistiche, non mancano tra loro leader e piccoli gruppi attestati su posizioni bellicistiche, ritenendo la guerra uno straordinario potenziale detonatore per il rovesciamento del vecchio ordine e il successo di una rivoluzione capace di dar loro un potere altrimenti assai più difficilmente raggiungibile. Sarà l’idea non per caso accarezzata da Mussolini.
La guerra, comunque, si potrebbe anche fermare. Una chiamata alla disobbedienza civile, se lanciata dai partiti socialisti che a scala continentale raccolgono il maggior consenso popolare, potrebbe aver successo. Un’altra grande forza potenziale analogamente orientata, i cristiani di varie confessioni e tra loro nella fattispecie i cattolici, pur tradizionalmente abituati a sottostare in via ufficiale agli ordini del Cesare di turno, potrebbe in varie situazioni allinearvisi. Al governo che chiedeva ai prefetti italiani informazioni sugli orientamenti al riguardo nel Paese, le risposte avrebbero evidenziato una netta maggioranza popolare antiinterventista. Lo Stato in cui più forte è il Socialismo organizzato - la Germania - è però anche quello in cui quel partito respinge l’appello. Gli operai tedeschi si sentono parte integrante e apprezzata dello Stato di cui fan parte. Evidenziando l’inevitabilità della vittoria a scala europea del nazionalismo sull’internazionalismo, e non solo a breve ma pure a lungo periodo.
Luigi Einaudi, nel 1918, scrivendone sul “Corriere della sera”, giudicherà catastrofico quell’esito. Quella che si è combattuta - annoterà - è stata una ‘guerra civile’ tra europei, nella vana ricerca di ciò di cui il continente ha in realtà più bisogno: l’unione. L’ “inutile strage” denunciata l’anno prima dal papa è il quasi riuscito folle suicidio del continente. Che ha, d’altronde, iniziato la guerra da padrone del mondo e la terminerà avendo ceduto lo scettro a una potenza extra-europea: gli Stati Uniti d’America. Perché è stato senz’ombra di dubbio l’intervento americano, nel ’17, a decidere le sorti dello scontro, ma è stata già prima l’America il supporter economico delle potenze infine vittoriose, emergendone arricchita e potenziata a fronte degli impoveriti europei: uno scenario che si ripeterà con la II guerra mondiale.
Non è, s’intende, l’esito previsto da chi nel ’14 ha voluto lo scontro armato, avendo, come spesso nella storia, politici, diplomatici, generali, l’occhio rivolto alle vicende di un passato più o meno lontano, i tedeschi, nella fattispecie, alla guerra che li ha visti rapidamente trionfare sulla Francia di Napoleone III. Pure, le condizioni non sono le stesse. Se la Germania è tanto più forte economicamente e militarmente di quarant’anni prima - ma i potenziali avversari sono pure cresciuti, anche se in minore e meno rapida misura - si dà tuttavia una situazione internazionale affatto diversa. Per Bismarck, autore politico di quella vittoria, una guerra alla Francia, voluta innanzi tutto per rafforzare l’unità tedesca, come era stato pochi anni prima con la guerra all’Austria, non si sarebbe neppur messa in cantiere senza assicurarsi il consenso russo e inglese. Licenziato Bismarck, la politica estera tedesca è stata tanto poco avveduta da suscitare l’ostilità dell’una come dell’altra potenza. L’unica alleanza forte è con l’Austria-Ungheria, con l’appendice italiana. Ed è, apparentemente almeno, per appoggiare Vienna nei confronti del nazionalismo serbo sostenuto dai russi che Berlino si muove in modo tale da provocare l’inizio della catastrofe.
La diagnosi di Einaudi invita peraltro a una considerazione un po’ meno superficiale di quelle decisioni fatali. Guglielmo II ha certo il torto di esprimersi con una controproducente teatralità, ma quel che proclama, sul primato tedesco, è tutt’altro che infondato. La sua Germania, rispetto a quella di Bismarck, non è più il partner economico privilegiato oltre Manica, la sua industria ha compiuto passi da gigante, non solo sopravanzando la britannica in settori di base quali la siderurgia, ma innovando e conquistando posizioni di assoluta primazia in altri campi, allora d’avanguardia, quali la chimica o il settore energetico, sostenuta da un sistema bancario che si è aperto a modalità nuove d’intervento a sostegno nella fattispecie dell’industria. Che poi per affermare la propria supremazia in Europa ci sia bisogno di una guerra come quella immaginata dai suoi politici e generali è tutt’altro discorso. Ancora Einaudi, dopo la II guerra mondiale, nuovamente iniziata e una volta ancora perduta dalla Germania, avrebbe comunque visto in Hitler e nella sua Germania, lanciata alla conquista dell’intero continente, l’espressione, sia pur demoniaca (nella definizione di Einaudi “la spada di Satana”) del disperato bisogno europeo di unione. Non pare improprio riferire quel giudizio anche ai pur meno esagitati ‘poteri forti’ - come oggi li si battezzerebbe - in azione nella Germania del 1914.
Si è, in effetti, convinti, a Berlino, che una guerra con la Serbia per aiutar Vienna porterà quasi inevitabilmente allo scontro con la Russia e fatalmente poi con il tradizionale nemico d’oltre Reno, dunque non a uno scontro limitato come quelli accuratamente preparati e altrettanto ben realizzati da Bismarck, ma generale, tanto da investire l’intero continente. E però altrettanto convinti che il pur forte e ben organizzato esercito tedesco non sia in grado di sostenere contemporaneamente, con serie speranze di successo, l’impegno su due fronti, a est e ad ovest. Di qui la scelta di tenere inizialmente il fronte orientale con un minimo di forze, contando sulla lentezza dell’organizzazione russa, e concentrarsi viceversa sul fronte occidentale, nella speranza (ma tra i generali tedeschi si tratta poco meno di una certezza) con gli inglesi ancora pressoché fuori gioco, di riuscire a battere in poche settimane i francesi, ripetendo il successo del ’70, dopodiché ci si potrà dedicare a sbaragliare l’orso russo. Tanto quei generali ci contano, da chiedere e ottenere dal governo il via libera a un attacco che possono sperare inatteso, attraversando il Belgio: pronti a pagarne le conseguenze, perché il Belgio è stato dichiarato neutrale e tra i garanti di quella condizione figura la Gran Bretagna.
La mossa riuscirà brillantemente nel ’40, con l’inedito attraversamento delle Ardenne da parte delle divisioni corazzate di Hitler, e porterà allora a una nuova capitolazione della Francia. Non riesce però nel ’14 e la guerra arrivata quasi alle porte di Parigi si impantanerà per altri quattro lunghi anni in una sfiancante alternanza di offensive e controffensive, sempre in territorio francese, con l’impiego di armi sempre più micidiali, compresi i gas. Meno micidiali, del resto, della mitragliatrice e del cannone: la prima dominatrice degli scontri frontali, la seconda devastante soprattutto quando, concentrandone masse imponenti e dirigendone il fuoco su segnalati forti contingenti nemici pronti all’attacco, si rivelerà risolutiva: con gli intuibili esiti catastrofici in quantità di vite distrutte.
A render più difficile una vittoria tedesca sul fronte occidentale contribuisce naturalmente la necessità di impegnar via via sempre più forze anche sul fronte orientale. Mentre anche l’Italia, chiamata nel ’15 a dar una mano per impegnar forze austriache distogliendole da altri fronti, fa la sua parte, con un imponente numero di morti, feriti e mutilati: frutto di una guerra che tutto è meno che difensiva ed eticamente accettabile. Fa pure la sua parte, sul fronte opposto, la Turchia, alleata, come la Bulgaria, delle potenze centroeuropee. La situazione di stallo sotto il profilo strategico, accompagnata dal sacrificio visibilmente vano di tante più e meno giovani vite, induce infine su tutti i fronti una crescente insofferenza. È comunque sul fronte orientale che l’orrenda carneficina finisce per produrre un dilagante rifiuto popolare. Cui da Berlino si coopera, facilitando il rientro in patria dall’esilio elvetico di un rivoluzionario di gran classe come Lenin, deciso a portar la Russia fuori dal conflitto. Ciò che avverrà, consentendo ai generali tedeschi di concentare ogni sforzo sul fronte opposto e potrebbe, a questo punto, significare, nel ’17, la sconfitta degli alleati occidentali o per lo meno la possibilità di una pace non punitiva nella fattispecie per la Germania. Ma sulla bilancia a questo punto pesa la presenza sempre più massiccia degli americani e alle potenze centrali coi loro alleati non resta che accettare la disfatta.
Chi ha vinto e chi ha perso: sembrerebbe chiaro, ma non lo è affatto. Ha, sicuramente, perso l’Austria-Ungheria, con la gloriosa capitale - Vienna - ridotta ad essere una gran testa a dirigere un corpo striminzito - l’Austria - sicché si posson ben capire le simpatie che purtroppo per l’Europa da Vienna si dirigeranno in seguito verso un possibile - e vent’anni dopo realizzato - Anschlhuss con la Germania.
Ha perso, s’intende, la Germania, che si vede imposti obblighi soprattutto economico-finanziari insostenibili. Senz’altro più gravi delle amputazioni territoriali, alcune definitive altre temporanee, e tali da costituire un formidabile assist, complice la grande crisi del ’29, alla conquista del potere da parte di Hitler. Di più, chi, a Versailles, da parte britannica, ha sostenuto gli scatenati francesi nell’imposizione di quei gravissimi oneri, tanto se ne pentirà da farsi poi ascoltato paladino oltre Manica di quell’appeasement che malauguratamente consentirà a Hitler di compiere negli anni Trenta le prime, decisive mosse verso la nuova ecatombe.
Ha perso la Turchia, alleata delle potenze centrali. Smembrato il gran corpo del vecchio Impero ottomano, gli Stati, disegnati a tavolino, che sotto tutela francese e inglese hanno preso vita, assemblano popolazioni diverse per lingua, storia, confessione religiosa: politicamente gestibili purché non se ne pretendano omologazioni di stampo nazionalista. Come viceversa, in linea di principio, si è fatto accogliendo la richiesta di netta impronta nazionalistica avanzata da una di quelle componenti, l’ebraica.
La sconfitta tedesca ha regalato a Parigi e Londra colonie africane e non solo, di pregio. Ma dalla guerra le due potenze escono, nella fattispecie in modo più evidente Londra, fortemente sminuite, non solo sotto il profilo economico-finanziario ma nella stessa forza di attrazione nei confronti delle realtà extraeuropee, come, nella fattispecie, il gioiello della corona: l’India. E non è tutto, perché la guerra si è portata via la speranza, coltivata nel tardo Ottocento da illuminati intellettuali inglesi, di trasformare l’Impero in una solida federazione con la madrepatria. Sicché i cosiddetti Dominions si avvieranno a forme sempre più chiare di indipendenza.
Tra i vincitori, anche se prima della guerra facevano parte di un Impero - quello austroungarico - ora sconfitto, dovremmo annoverare sia la Cecoslovacchia, sia le regioni radunate a formare la nuova Jugoslavia: che sembrerebbe aver coronato il sogno lungamente coltivato dai Serbi. Ma sono, ahinoi, due pessimi esempi di quello Stato di nuovo genere, nazionale, proclamato fondamentale per la pace del vecchio continente. Nella Cecoslovacchia convivono più etnie: Boemi - o Cechi - Moravi, Slovacchi, Tedeschi. E giusto la presenza di questi ultimi fornirà un eccellente pretesto a Hitler per incorporare per via diplomatica, prima, poi manu militari, fra il ’38 e il ’39, gran parte del Paese.
S’intende che, dovendo far i conti con la realtà, la teoria nazionalista è stata piegata alla costituzione di nuovi stati plurinazionali in vista della loro stessa possibilità di sopravvivenza politico-economica. La Jugoslavia ha riunito, coi serbi, i croati, gli sloveni, i montenegrini, i bosniaci, gli italiani discendenti dei veneti di Dalmazia: lingue, culture, confessioni religiose diverse - cristiani ortodossi, cattolici, musulmani - significativo campionario di quel che nella sua essenza profonda è l’Europa. Non si è trattato solo di premiare i serbi, ma di dare, o almeno tentar di dare, al nuovo Stato una possibile autosufficienza. Il gran baccano, poi, sollevato dal nazionalismo italiano sull’attribuzione alla Jugoslavia di Fiume, etnicamente diciamo italiana ma cresciuta nel vecchio Impero, non diversamente da Trieste, come porto di un retroterra che con l’Italia non aveva nulla o ben poco a che fare, avrebbe in casa nostra oscurato la natura di quell’attribuzione, ritenuta all’epoca vitale per il nuovo Stato.
Data l’età, ho avuto, ragazzino, la fortuna di un papà che, reduce dalla prima guerra mondiale - un anno sul fronte trentino, uno sul Carso, l’ultimo sul Grappa - di quella guerra mi ha lasciato impressioni forti. Già laureato e insegnante, oggi diremmo precario, di filosofia nei licei, era stato Sottotenente di complemento (ossia non di carriera) in fanteria. Tanto fortunato da uscirne solo con una ferita da granata non invalidante, era convinto che quella guerra andasse fatta, per completare l’unificazione nazionale, giustappunto, avviata col Risorgimento. In ogni caso, una volta che i pubblici poteri l’avevano deciso, in guerra si sarebbe comunque dovuti andare. Come tutti i suoi compaesani avevano fatto: anche chi, da tempo emigrato oltralpe o addirittura oltreoceano, avrebbe potuto evitarlo.
Non aveva mai odiato il cosiddetto nemico. La volta che, sollevata improvvisamente la nebbia, si era trovato a poca distanza dalla trincea una disgraziata pattuglia austriaca, e aveva dovuto scegliere tra far finta di niente (tradendo il dovere militare) e premere il grilletto della mitragliatrice già puntata (negandosi alla pietà) non aveva trovato di meglio che chiuder gli occhi e sparare. Gli occhi li aveva comunque chiusi. Diversamente da lui, avrei, più tardi, ritenuto che quella fraternità, nella fattispecie tra Austriaci e Italiani, non solo di condizione umana ma di comune civiltà, fosse stata uccisa non tanto dalla guerra quanto dalla stessa idea, nazionalista, che l’aveva provocata, e ne sarei diventato, per quel che potevo e sapevo, un deciso nemico, abbracciando l’opposta idea di un’Europa pacificamente federata. Come - si parvi licet componere magnis - Einaudi e Spinelli, o, nella nostra Pavia, Albertini. Sulla via tanto persuasivamente indicata, giusto nella solita ‘età dei lumi’, dai costituenti di Filadelfia.
Far la guerra per Trento e Trieste, entrando in una partita di cui già si potevano constatare oltralpe i terribili costi, era stata una decisione sensata? Il più sperimentato politico italiano del tempo, Giolitti, l’aveva decisamente combattuta. E la maggioranza dei nostri parlamentari condivideva questa opinione. In un Paese maggioritariamente, all’epoca, antiinterventista, l’interventismo era riuscito comunque ad essere visibilmente più presente dei suoi oppositori. Avendo, per di più, dalla sua la nefasta opinione, diffusa ai massimi, seppur ristretti, livelli - i soliti ‘poteri forti’ - che quella guerra fosse la fortunata occasione, assolutamente da cogliere, per riscattare l’onore più volte militarmente perduto: come a Custoza e a Lissa nel ’66, e poi ad Adua trent’anni dopo. Per non dire della Libia, solo poco più che nominalmente conquistata tra il ‘911 e il ‘912.
A latere, si erano date, per l’intervento, più fantasiose pseudoragioni: come quelle di chi esaltava la guerra rimedio all’infingardaggine di vite incapaci d’alte, nobili finalità, la ‘bella’ morte del giovane eroe intesa a negare la piatta quotidianità di chi si contentava di sopravvivere. Né, ancor più radicalmente, mancava chi nella guerra vedeva la felice occasione per una salutare potatura di un’umanità - nella fattispecie quella italiana - inutilmente folta di quel genere d’uomini. In ogni caso poco importando con chi schierarsi. A ben vedere, quasi altrettanto fantasiose, seppur propugnate da prestigiosi intellettuali, le cosiddette ragioni di chi voleva voltar le spalle a Vienna e Berlino, con cui si era da tempo alleati, passando al campo opposto in nome di una sua più decisa laicità, ma pure di chi vedeva nella guerra l’occasione per una più profonda unione delle diverse componenti ‘nazionali’ del Paese. La trincea, si sarebbe a lungo sproloquiato, doveva fare finalmente gli italiani.
Voltate le spalle alla trattativa con l’Austria promossa da Giolitti, da cui ben poco si ricavava in termini territoriali, e accolto l’invito degli occidentali, tanto più larghi nelle concessioni, il patto concluso a Londra nell’aprile del ‘915 aveva catapultato in guerra anche l’Italia. Con drammatiche conseguenze. All’altissimo tributo di giovani e meno giovani vite pagato nel corso dello scontro e poi nella catastrofica epidemia - la cosiddetta ‘spagnola’ - che lo seguì, si sarebbe aggiunta quella politica instabilità che avrebbe favorito, tra il ’19 e il ’25, la conquista fascista del potere.
La scelta interventista del rivoluzionario Mussolini si dimostrava così indovinata. E il Paese era destinato a pagarne l’altissimo prezzo, nelle avventure etiopica e spagnola degli anni Trenta, prima, e poi nella disastrosa, definitiva alleanza con la Germania nazista che avrebbe portato infine il Paese alla catastrofe della II guerra mondiale. Che razza di vittoria era dunque stata anche la ‘nostra’?
Al tavolo della pace, nel primo dopoguerra, quando Mussolini ancora faticava a ritagliarsi un ruolo sulla scena politica italiana, già, del resto, il nazionalismo aveva mostrato il proprio volto ignobile. Pretendendo, nella fattispecie, col richiamo al patto di Londra del ‘15, l’annessione di territorî che con l’Italia avevano ben poco a che fare sotto ogni aspetto, salvo la possibilità offerta dalla natura di catene montuose, corsi d’acqua e simili che ingolosivano gli esperti militari, inclini a vedere negli spartiacque montani i cosiddetti ‘confini naturali’ più agevolmente difendibili. Nei quali, sia detto a margine, stava viceversa profondamente incisa una storia tutta diversa, fitta di rapporti e scambi: non dividendo, dunque, ma, al contrario, unendo le popolazioni che ne occupavano gli opposti versanti.
Era solo l’inizio di una vicenda che avrebbe raggiunto incredibili vertici di follia: come nel caso, ben documentato, della forzata italianizzazione dei cognomi alloglotti, nelle regioni annesse col trattato di pace. E non solo nei confronti dei vivi, ma pure dei morti: arrivando a scalpellare nei cimiteri di paese, particolarmente nel retroterra istriano, le lapidi che provavano la presenza locale di genti non ‘italiane’. Inutile dire che il conto pagato nel secondo dopoguerra da tanti innocenti anche per queste incredibili pratiche sarebbe stato altissimo. Nel Sudtirolo, ribattezzato Alto Adige, si sarebbe d’altronde tentata e in parte attuata, col volonteroso aiuto germanico, una più radicale pratica di snazionalizzzione, avviando oltralpe chi ‘optava’ per una sistemazione generosamente offerta dal governo nazista.
Che cosa si sarebbe dunque festeggiato, anno dopo anno, il 4 novembre, giorno della vittoria italiana sull’Austria sconfitta? Nei ricordi dei più, certo, l’avercela fatta, esser riusciti a sopravvivere, insieme agli altri reduci più o meno ammaccati, e non solo nel corpo, perché si sarebbero portati tutti, dentro, atroci ricordi. Ma che dire delle abitudini più che disinvolte acquisite da tanti tra loro, i cui frutti si sarebbero visti nei torbidi del dopoguerra? Perché - è facile notare - dove avrebbero trovato, altrimenti, Mussolini e i suoi ras di provincia, come il nostro Forni, la preparata manodopera capace di piegare la resistenza di masse contadine e operaie convinte, per parte loro, di poter finalmente realizzare la sognata e sempre rinviata rivoluzione? L’uso disinvolto delle armi, condannato dagli anziani, custodi e cultori di un’idea di socialismo tutto pace e fratellanza, avrebbe contagiato anche gli oppositori rossi, contribuendo a render accettabile anche a liberali di stretta osservanza l’idea di un fascismo inevitabile medicina per i mali italiani. Paesi di più antica, radicata democrazia potevano uscire quasi indenni dalle inevitabili convulsioni del dopoguerra. Ma i Paesi di più recente e fragile impianto socioeconomico e politico - e l’Italia lo era - pagavano alla ripresa prezzi altissimi.
Chi, alla stazione centrale di Milano, binario 23, alzi gli occhi a guardare le immagini che una saggia scelta storica ha preservato dall’iconoclastia inevitabile ad ogni violento cambio di regime, può vedere Mussolini ritratto mentre idealmente presenta al re, Vittorio Emanuele III, l’Italia di Vittorio Veneto, l’Italia del ’18. Non si potrebbe dir meglio ciò che una revisione democraticamente edulcorata di quella vicenda continua a raccontare in tutt’altro modo, cercando di ripulirla dal contagio fascista. Non che ogni nazionalismo dovesse precipitare in forme politiche di tal genere, ma chi guardi all’Europa del ventennio tra la prima e la seconda guerra mondiale non può non notare l’eccezionale diffusione del contagio. Da che cos’altro incubato se non dalla prima delle due guerre? La deriva autoritaria in Europa tra gli anni Venti e Trenta non sarebbe stata davvero una nostra esclusiva! In definitiva, la grande, vera perdente nel primo come nel secondo conflitto era stata l’Europa, pagando carissima la tabe nazionalista inoculata dalle monarchie assolute due secoli prima.
Intesa come conclusione della prima guerra mondiale, per quello che era stata e più sarebbe in seguito costata all’Europa e al nostro Paese, mi permetterò di concludere che a mio parere non ci sarebbe, il 4 novembre, proprio niente da celebrare. Reso tuttavia memoria riverente nei confronti di chi, più o meno convintamente, combatté ritenendo fosse un suo preciso dovere, e monito a un tempo alle nuove generazioni sulle conseguenze nefaste di nefaste idealità, come ho pure tentato di precisare, il 4 novembre può, tuttavia, essere ancora occasione utile di riflessione e di civile impegno. Ma non è che la mia sommessa opinione.

Giulio Guderzo