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venerdì 5 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Celebrare ancora il 4 novembre?


Di seguito il testo della conferenza tenuta dal professor Giulio Guderzo nel novembre 2014, a Pavia, nella sede del Consiglio provinciale, successivamente pubblicato in “Quaderni di scienza politica”, a. XXII, n.1, aprile 2015, pp. 121-132.


Quando politici e generali non solo tedeschi e austriaci, ma altresì russi, francesi, inglesi misero in moto la macchina che avrebbe infine stritolato l’intera Europa (e non solo), sappiamo che sulla guerra, salvo poche, isolate eccezioni, avevano idee ancora ottocentesche. Culla della civiltà, come allora si ripeteva ad ogni pié sospinto, l’Europa dei regnanti, dei leader politici, dei generali e dei diplomatici riteneva di aver da tempo esorcizzato i fantasmi di un passato che aveva pure conosciuto ma riteneva, non senza qualche ragione, di avere anche definitivamente sepolto.
Non che tutti avessero letto e metabolizzato il Clausewitz della guerra intesa come prolungamento - o prosecuzione in altre forme - della politica, ma alla guerra pensavano come a una rapida operazione chirurgica, dai costi umani limitati, risolutiva di problemi diversamente destinati a incancrenirsi nelle relazioni internazionali. Un lavoro da affidare agli specialisti, generali coi loro uffici: in grado di elaborare e, se del caso, rapidamente variare, piani e operazioni.
Questa della guerra come specializzazione, con gli eserciti di mestiere, era stata, del resto, un’invenzione che in Europa, e del resto non solo in Europa, si era venuta via via affermando, così da circoscriverne i danni nei confronti delle popolazioni interessate. Sino a diventare, nella cosiddetta ‘età dei lumi’, inverando la formula di Clausewitz, qualcosa di molto simile a un grande gioco. In cui, beninteso, si continuava a morire, ma con avveduta parsimonia. E, del resto, con la diffusa consapevolezza dell’appartenenza a una comune matrice, attestata dall’uso di una lingua comune - oggi si direbbe di comunicazione -: il latino, e condividendo - oggi diremmo nell’essenziale, seppur con differenziazioni costate tanto sangue - una stessa fede religiosa, e costumi che potevano sembrar tra loro diversi, ma apparivano singolarmente simili quando li si confrontava con quelli esistenti sotto altri, lontani cieli.
Si davano, in effetti, sotto lo stesso cielo europeo, confini tra entità politiche diverse - regni, principati, stati regionali e città-stato - la cui gestione appariva peraltro sostanzialmente simile, fondata com’era su organi di rappresentanza dei diversi interessi, con la straordinaria varietà di assemblee e parlamenti che la caratterizzava: per cui, semplificando, ci si può raffigurare l’Europa cinque-sei-settecentesca come un continente confederalisticamente assemblato nelle sue singole parti. Nel quale, sotto il profilo economico, faceva sempre premio il settore primario, la proprietà terriera configurandosi anche come segno distintivo della collocazione di singoli e famiglie nella scala sociale, ma altresì con un commercio e una finanza capaci di operazioni a grande raggio, una volta inventati, sin dall’età di mezzo, e presto diffusi, strumenti di intermediazione quali cambiali e tratte e con un riferimento ai corsi dei metalli preziosi quale supporto agli scambi.
La molteplicità strutturale politico-amministrativa bene, d’altronde, rispondeva alla straordinaria varietà delle etnie che in Europa convivevano, caratterizzandosi per lingua, confessione religiosa, leggi e costumi propri, la cui ordinata conservazione, assicurata da patti e statuti, sarebbe dovuta bastare a farne parte ordinata di entità politiche maggiori. Com’era stato, sin dal Medioevo, nel caso più noto, per il Sacro Romano Impero nei confronti delle altre, minori entità politiche. Sicché la transizione di città e province dall’uno ad altro Stato, a seguito di guerre e trattati, avveniva generalmente nel pattuito rispetto degli ordinamenti loro propri. Quella varietà di etnie, lingue, confessioni e costumi, in breve culturale, era poi ben intesa dagli intellettuali più avveduti tutt’altro che come un limite. Perché in realtà si trattava di una straordinaria ricchezza.

Su quel mondo, che con formula breve si sarebbe poi definito d’ancien régime, incombevano peraltro pesanti nubi: la molteplicità, la varietà, mal si sposavano sia a un’economia mercantile che, con buona ragione, faticava a sopportare la frammentazione dei mercati che ne era una non necessaria ma comunque reale conseguenza, sia a una gestione politica variamente frenata dagli organi di controllo interposti tra l’amministratore - diciamo il sovrano - e gli amministrati - diciamo i sudditi.
Donde un attacco al vecchio mondo definito tout court feudale, sia dal centro che dalla periferia. Concluso con la vittoria, per un verso, del potere assoluto dei sovrani, liberati dai vecchi patti e statuti, in grado di gestire direttamente la cosa pubblica, e d’altra parte con la vittoria dell’economia nuova, che con l’aiuto del sovrano si liberava dei vecchi ordinamenti corporativi e dei vari balzelli che province, città, territori variamente organizzati le avevano precedentemente imposto. In Lombardia, tanto per non andar lontano, questo, nella seconda metà del Settecento, sarebbe stato il tempo dei cosiddetti sovrani illuminati, e i nomi più noti son quelli di Maria Teresa e Giuseppe II.
Un tempo breve, perché ben presto quegli stessi signori che erano stati spossessati degli organi di gestione del potere avrebbero cominciato a congiurare - come in Lombardia - per riprenderne il controllo. Intanto, però, già si potevano vedere le conseguenze di quella semplificazione del vecchio mondo o modernizzazione che l’intellettualità più à la page aveva celebrato. Giusto Giuseppe II a suon di leggi imponeva alle pubbliche amministrazioni, nel variegato mondo imperiale governato da Vienna, l’uso preminente di una lingua - il tedesco - con l’obbligo del suo insegnamento in vari ordini di scuole. Lo scopo era, al solito, una salutare semplificazione, come con la sostituzione della burocrazia di nomina imperiale alla precedente amministrazione, retta dai maggiorenti locali. La conseguenza, non prevista e a più o meno lungo termine devastante: l’affermazione di un nazionalismo germanofono per un verso, e di un contrapposto nazionalismo di ogni etnia in altra lingua parlante e pensante nell’ambito del vecchio Impero.
Non molto diversamente, la modernizzazione, in Francia, si era realizzata, sin dai tempi di Richelieu e poi del Re sole, attraverso l’attacco all’aristocrazia spogliata della gestione del potere periferico e il progressivo accentramento del potere esecutivo nelle mani del sovrano. La semplificazione del vecchio mondo, una volta eliminata la molteplicità delle gestioni con la progressiva unificazione del Paese, si sarebbe più tardi cercata anche sotto il profilo linguistico, essendone la scuola primaria elemento essenziale, mentre analogamente si procedeva all’essenziale unificazione del mercato. Corollario significativo: l’introduzione, già a fine Settecento, della leva militare.
Ancor meglio incubato dalla rivoluzione francese, veicolato poi, in più d’un caso per contrapposizione, dalle ristrutturazioni napoleoniche del vecchio assetto continentale, nasceva in tal modo il cosiddetto Stato nazionale - uno di lingua, d’armi e se del caso d’altare - che una filosofia politica folgorata dalla novità avrebbe proclamato lo stadio evolutivo finale di una storia a quel traguardo - si asseriva - vocazionalmente indotta.
Nel nuovo Stato, fermo restando il potere assoluto dell’autorità chiamata a reggerne le sorti, si sarebbe avviata e gradualmente compiuta la lunga marcia della democrazia, attraverso un progressivo allargamento del diritto di voto, inteso come strumento di partecipazione tendenzialmente universale alla gestione del potere. Un diritto che un’avveduta politica avrebbe poi potuto adeguatamente sostanziare con miglioramenti socioeconomici specialmente rivolti alle classi cosiddette subalterne: come appunto sarebbe avvenuto specialmente in Germania, tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento.
L’idea politica generale di supporto del nuovo Stato e delle operazioni che progressivamente lo consolidano tra Otto e Novecento è il nazionalismo. Combattuto dagli internazionalismi che pur si danno a scala continentale - e ce ne sono una versione liberale e liberista e una radicaldemocratica, come pure una socialista ed una fondata su presupposti religiosi - si è già però dimostrato e più si sta dimostrando ora, nel 1914, vincente. Beninteso, col suo frutto avvelenato: l’esaltazione della propria contro le altrui patrie, l’ostilità, talora, nei confronti addirittura dell’etnicamente proprio simile, motivata dalla presenza - a dividerlo - di una barriera di confine.
Quando, il 28 giugno del 1914, attenta con successo alla vita dell’erede al trono imperiale, quel che l’attentatore intende colpire è il simbolo di un potere che in nome di un vecchio ordine pretende di limitare la sognata costituzione di un grande stato nazionale serbo. E quando da Vienna si risponde con un ultimatum allo Stato serbo dalle clausole tanto pesanti da apparire - com’è in realtà - una provocazione, c’è, in Italia come in tutta Europa, chi ritiene che il male da cui è affetto il continente sia non, come in effetti è, la sua divisione, progressivamente approfondita dai contrapposti nazionalismi, ma, al contrario, l’esistenza stessa di uno Stato plurinazionale come l’Impero austroungarico. Sicché non son pochi a sostenere che la sua dissoluzione, con la conseguente formazione di tanti Stati quante sono le nazionalità che lo compongono, sia uno scopo tanto importante per il miglior futuro dell’Europa da meritare addirittura una guerra per raggiungerlo.
Queste possono anche sembrare ubbìe da intellettuali. Più pratici, finanzieri e industriali di settori interessati a commesse militari presumibilmente importanti non mancano di soffiare sul fuoco, seppur contrastati da altri businessmen i cui affari viceversa prospererebbero solo in tutt’altra, pacifica cornice. Analogamente, se la maggior parte dei politici che guidano associazioni, sindacati, partiti popolari è schierata su posizioni pacifistiche, non mancano tra loro leader e piccoli gruppi attestati su posizioni bellicistiche, ritenendo la guerra uno straordinario potenziale detonatore per il rovesciamento del vecchio ordine e il successo di una rivoluzione capace di dar loro un potere altrimenti assai più difficilmente raggiungibile. Sarà l’idea non per caso accarezzata da Mussolini.
La guerra, comunque, si potrebbe anche fermare. Una chiamata alla disobbedienza civile, se lanciata dai partiti socialisti che a scala continentale raccolgono il maggior consenso popolare, potrebbe aver successo. Un’altra grande forza potenziale analogamente orientata, i cristiani di varie confessioni e tra loro nella fattispecie i cattolici, pur tradizionalmente abituati a sottostare in via ufficiale agli ordini del Cesare di turno, potrebbe in varie situazioni allinearvisi. Al governo che chiedeva ai prefetti italiani informazioni sugli orientamenti al riguardo nel Paese, le risposte avrebbero evidenziato una netta maggioranza popolare antiinterventista. Lo Stato in cui più forte è il Socialismo organizzato - la Germania - è però anche quello in cui quel partito respinge l’appello. Gli operai tedeschi si sentono parte integrante e apprezzata dello Stato di cui fan parte. Evidenziando l’inevitabilità della vittoria a scala europea del nazionalismo sull’internazionalismo, e non solo a breve ma pure a lungo periodo.
Luigi Einaudi, nel 1918, scrivendone sul “Corriere della sera”, giudicherà catastrofico quell’esito. Quella che si è combattuta - annoterà - è stata una ‘guerra civile’ tra europei, nella vana ricerca di ciò di cui il continente ha in realtà più bisogno: l’unione. L’ “inutile strage” denunciata l’anno prima dal papa è il quasi riuscito folle suicidio del continente. Che ha, d’altronde, iniziato la guerra da padrone del mondo e la terminerà avendo ceduto lo scettro a una potenza extra-europea: gli Stati Uniti d’America. Perché è stato senz’ombra di dubbio l’intervento americano, nel ’17, a decidere le sorti dello scontro, ma è stata già prima l’America il supporter economico delle potenze infine vittoriose, emergendone arricchita e potenziata a fronte degli impoveriti europei: uno scenario che si ripeterà con la II guerra mondiale.
Non è, s’intende, l’esito previsto da chi nel ’14 ha voluto lo scontro armato, avendo, come spesso nella storia, politici, diplomatici, generali, l’occhio rivolto alle vicende di un passato più o meno lontano, i tedeschi, nella fattispecie, alla guerra che li ha visti rapidamente trionfare sulla Francia di Napoleone III. Pure, le condizioni non sono le stesse. Se la Germania è tanto più forte economicamente e militarmente di quarant’anni prima - ma i potenziali avversari sono pure cresciuti, anche se in minore e meno rapida misura - si dà tuttavia una situazione internazionale affatto diversa. Per Bismarck, autore politico di quella vittoria, una guerra alla Francia, voluta innanzi tutto per rafforzare l’unità tedesca, come era stato pochi anni prima con la guerra all’Austria, non si sarebbe neppur messa in cantiere senza assicurarsi il consenso russo e inglese. Licenziato Bismarck, la politica estera tedesca è stata tanto poco avveduta da suscitare l’ostilità dell’una come dell’altra potenza. L’unica alleanza forte è con l’Austria-Ungheria, con l’appendice italiana. Ed è, apparentemente almeno, per appoggiare Vienna nei confronti del nazionalismo serbo sostenuto dai russi che Berlino si muove in modo tale da provocare l’inizio della catastrofe.
La diagnosi di Einaudi invita peraltro a una considerazione un po’ meno superficiale di quelle decisioni fatali. Guglielmo II ha certo il torto di esprimersi con una controproducente teatralità, ma quel che proclama, sul primato tedesco, è tutt’altro che infondato. La sua Germania, rispetto a quella di Bismarck, non è più il partner economico privilegiato oltre Manica, la sua industria ha compiuto passi da gigante, non solo sopravanzando la britannica in settori di base quali la siderurgia, ma innovando e conquistando posizioni di assoluta primazia in altri campi, allora d’avanguardia, quali la chimica o il settore energetico, sostenuta da un sistema bancario che si è aperto a modalità nuove d’intervento a sostegno nella fattispecie dell’industria. Che poi per affermare la propria supremazia in Europa ci sia bisogno di una guerra come quella immaginata dai suoi politici e generali è tutt’altro discorso. Ancora Einaudi, dopo la II guerra mondiale, nuovamente iniziata e una volta ancora perduta dalla Germania, avrebbe comunque visto in Hitler e nella sua Germania, lanciata alla conquista dell’intero continente, l’espressione, sia pur demoniaca (nella definizione di Einaudi “la spada di Satana”) del disperato bisogno europeo di unione. Non pare improprio riferire quel giudizio anche ai pur meno esagitati ‘poteri forti’ - come oggi li si battezzerebbe - in azione nella Germania del 1914.
Si è, in effetti, convinti, a Berlino, che una guerra con la Serbia per aiutar Vienna porterà quasi inevitabilmente allo scontro con la Russia e fatalmente poi con il tradizionale nemico d’oltre Reno, dunque non a uno scontro limitato come quelli accuratamente preparati e altrettanto ben realizzati da Bismarck, ma generale, tanto da investire l’intero continente. E però altrettanto convinti che il pur forte e ben organizzato esercito tedesco non sia in grado di sostenere contemporaneamente, con serie speranze di successo, l’impegno su due fronti, a est e ad ovest. Di qui la scelta di tenere inizialmente il fronte orientale con un minimo di forze, contando sulla lentezza dell’organizzazione russa, e concentrarsi viceversa sul fronte occidentale, nella speranza (ma tra i generali tedeschi si tratta poco meno di una certezza) con gli inglesi ancora pressoché fuori gioco, di riuscire a battere in poche settimane i francesi, ripetendo il successo del ’70, dopodiché ci si potrà dedicare a sbaragliare l’orso russo. Tanto quei generali ci contano, da chiedere e ottenere dal governo il via libera a un attacco che possono sperare inatteso, attraversando il Belgio: pronti a pagarne le conseguenze, perché il Belgio è stato dichiarato neutrale e tra i garanti di quella condizione figura la Gran Bretagna.
La mossa riuscirà brillantemente nel ’40, con l’inedito attraversamento delle Ardenne da parte delle divisioni corazzate di Hitler, e porterà allora a una nuova capitolazione della Francia. Non riesce però nel ’14 e la guerra arrivata quasi alle porte di Parigi si impantanerà per altri quattro lunghi anni in una sfiancante alternanza di offensive e controffensive, sempre in territorio francese, con l’impiego di armi sempre più micidiali, compresi i gas. Meno micidiali, del resto, della mitragliatrice e del cannone: la prima dominatrice degli scontri frontali, la seconda devastante soprattutto quando, concentrandone masse imponenti e dirigendone il fuoco su segnalati forti contingenti nemici pronti all’attacco, si rivelerà risolutiva: con gli intuibili esiti catastrofici in quantità di vite distrutte.
A render più difficile una vittoria tedesca sul fronte occidentale contribuisce naturalmente la necessità di impegnar via via sempre più forze anche sul fronte orientale. Mentre anche l’Italia, chiamata nel ’15 a dar una mano per impegnar forze austriache distogliendole da altri fronti, fa la sua parte, con un imponente numero di morti, feriti e mutilati: frutto di una guerra che tutto è meno che difensiva ed eticamente accettabile. Fa pure la sua parte, sul fronte opposto, la Turchia, alleata, come la Bulgaria, delle potenze centroeuropee. La situazione di stallo sotto il profilo strategico, accompagnata dal sacrificio visibilmente vano di tante più e meno giovani vite, induce infine su tutti i fronti una crescente insofferenza. È comunque sul fronte orientale che l’orrenda carneficina finisce per produrre un dilagante rifiuto popolare. Cui da Berlino si coopera, facilitando il rientro in patria dall’esilio elvetico di un rivoluzionario di gran classe come Lenin, deciso a portar la Russia fuori dal conflitto. Ciò che avverrà, consentendo ai generali tedeschi di concentare ogni sforzo sul fronte opposto e potrebbe, a questo punto, significare, nel ’17, la sconfitta degli alleati occidentali o per lo meno la possibilità di una pace non punitiva nella fattispecie per la Germania. Ma sulla bilancia a questo punto pesa la presenza sempre più massiccia degli americani e alle potenze centrali coi loro alleati non resta che accettare la disfatta.
Chi ha vinto e chi ha perso: sembrerebbe chiaro, ma non lo è affatto. Ha, sicuramente, perso l’Austria-Ungheria, con la gloriosa capitale - Vienna - ridotta ad essere una gran testa a dirigere un corpo striminzito - l’Austria - sicché si posson ben capire le simpatie che purtroppo per l’Europa da Vienna si dirigeranno in seguito verso un possibile - e vent’anni dopo realizzato - Anschlhuss con la Germania.
Ha perso, s’intende, la Germania, che si vede imposti obblighi soprattutto economico-finanziari insostenibili. Senz’altro più gravi delle amputazioni territoriali, alcune definitive altre temporanee, e tali da costituire un formidabile assist, complice la grande crisi del ’29, alla conquista del potere da parte di Hitler. Di più, chi, a Versailles, da parte britannica, ha sostenuto gli scatenati francesi nell’imposizione di quei gravissimi oneri, tanto se ne pentirà da farsi poi ascoltato paladino oltre Manica di quell’appeasement che malauguratamente consentirà a Hitler di compiere negli anni Trenta le prime, decisive mosse verso la nuova ecatombe.
Ha perso la Turchia, alleata delle potenze centrali. Smembrato il gran corpo del vecchio Impero ottomano, gli Stati, disegnati a tavolino, che sotto tutela francese e inglese hanno preso vita, assemblano popolazioni diverse per lingua, storia, confessione religiosa: politicamente gestibili purché non se ne pretendano omologazioni di stampo nazionalista. Come viceversa, in linea di principio, si è fatto accogliendo la richiesta di netta impronta nazionalistica avanzata da una di quelle componenti, l’ebraica.
La sconfitta tedesca ha regalato a Parigi e Londra colonie africane e non solo, di pregio. Ma dalla guerra le due potenze escono, nella fattispecie in modo più evidente Londra, fortemente sminuite, non solo sotto il profilo economico-finanziario ma nella stessa forza di attrazione nei confronti delle realtà extraeuropee, come, nella fattispecie, il gioiello della corona: l’India. E non è tutto, perché la guerra si è portata via la speranza, coltivata nel tardo Ottocento da illuminati intellettuali inglesi, di trasformare l’Impero in una solida federazione con la madrepatria. Sicché i cosiddetti Dominions si avvieranno a forme sempre più chiare di indipendenza.
Tra i vincitori, anche se prima della guerra facevano parte di un Impero - quello austroungarico - ora sconfitto, dovremmo annoverare sia la Cecoslovacchia, sia le regioni radunate a formare la nuova Jugoslavia: che sembrerebbe aver coronato il sogno lungamente coltivato dai Serbi. Ma sono, ahinoi, due pessimi esempi di quello Stato di nuovo genere, nazionale, proclamato fondamentale per la pace del vecchio continente. Nella Cecoslovacchia convivono più etnie: Boemi - o Cechi - Moravi, Slovacchi, Tedeschi. E giusto la presenza di questi ultimi fornirà un eccellente pretesto a Hitler per incorporare per via diplomatica, prima, poi manu militari, fra il ’38 e il ’39, gran parte del Paese.
S’intende che, dovendo far i conti con la realtà, la teoria nazionalista è stata piegata alla costituzione di nuovi stati plurinazionali in vista della loro stessa possibilità di sopravvivenza politico-economica. La Jugoslavia ha riunito, coi serbi, i croati, gli sloveni, i montenegrini, i bosniaci, gli italiani discendenti dei veneti di Dalmazia: lingue, culture, confessioni religiose diverse - cristiani ortodossi, cattolici, musulmani - significativo campionario di quel che nella sua essenza profonda è l’Europa. Non si è trattato solo di premiare i serbi, ma di dare, o almeno tentar di dare, al nuovo Stato una possibile autosufficienza. Il gran baccano, poi, sollevato dal nazionalismo italiano sull’attribuzione alla Jugoslavia di Fiume, etnicamente diciamo italiana ma cresciuta nel vecchio Impero, non diversamente da Trieste, come porto di un retroterra che con l’Italia non aveva nulla o ben poco a che fare, avrebbe in casa nostra oscurato la natura di quell’attribuzione, ritenuta all’epoca vitale per il nuovo Stato.
Data l’età, ho avuto, ragazzino, la fortuna di un papà che, reduce dalla prima guerra mondiale - un anno sul fronte trentino, uno sul Carso, l’ultimo sul Grappa - di quella guerra mi ha lasciato impressioni forti. Già laureato e insegnante, oggi diremmo precario, di filosofia nei licei, era stato Sottotenente di complemento (ossia non di carriera) in fanteria. Tanto fortunato da uscirne solo con una ferita da granata non invalidante, era convinto che quella guerra andasse fatta, per completare l’unificazione nazionale, giustappunto, avviata col Risorgimento. In ogni caso, una volta che i pubblici poteri l’avevano deciso, in guerra si sarebbe comunque dovuti andare. Come tutti i suoi compaesani avevano fatto: anche chi, da tempo emigrato oltralpe o addirittura oltreoceano, avrebbe potuto evitarlo.
Non aveva mai odiato il cosiddetto nemico. La volta che, sollevata improvvisamente la nebbia, si era trovato a poca distanza dalla trincea una disgraziata pattuglia austriaca, e aveva dovuto scegliere tra far finta di niente (tradendo il dovere militare) e premere il grilletto della mitragliatrice già puntata (negandosi alla pietà) non aveva trovato di meglio che chiuder gli occhi e sparare. Gli occhi li aveva comunque chiusi. Diversamente da lui, avrei, più tardi, ritenuto che quella fraternità, nella fattispecie tra Austriaci e Italiani, non solo di condizione umana ma di comune civiltà, fosse stata uccisa non tanto dalla guerra quanto dalla stessa idea, nazionalista, che l’aveva provocata, e ne sarei diventato, per quel che potevo e sapevo, un deciso nemico, abbracciando l’opposta idea di un’Europa pacificamente federata. Come - si parvi licet componere magnis - Einaudi e Spinelli, o, nella nostra Pavia, Albertini. Sulla via tanto persuasivamente indicata, giusto nella solita ‘età dei lumi’, dai costituenti di Filadelfia.
Far la guerra per Trento e Trieste, entrando in una partita di cui già si potevano constatare oltralpe i terribili costi, era stata una decisione sensata? Il più sperimentato politico italiano del tempo, Giolitti, l’aveva decisamente combattuta. E la maggioranza dei nostri parlamentari condivideva questa opinione. In un Paese maggioritariamente, all’epoca, antiinterventista, l’interventismo era riuscito comunque ad essere visibilmente più presente dei suoi oppositori. Avendo, per di più, dalla sua la nefasta opinione, diffusa ai massimi, seppur ristretti, livelli - i soliti ‘poteri forti’ - che quella guerra fosse la fortunata occasione, assolutamente da cogliere, per riscattare l’onore più volte militarmente perduto: come a Custoza e a Lissa nel ’66, e poi ad Adua trent’anni dopo. Per non dire della Libia, solo poco più che nominalmente conquistata tra il ‘911 e il ‘912.
A latere, si erano date, per l’intervento, più fantasiose pseudoragioni: come quelle di chi esaltava la guerra rimedio all’infingardaggine di vite incapaci d’alte, nobili finalità, la ‘bella’ morte del giovane eroe intesa a negare la piatta quotidianità di chi si contentava di sopravvivere. Né, ancor più radicalmente, mancava chi nella guerra vedeva la felice occasione per una salutare potatura di un’umanità - nella fattispecie quella italiana - inutilmente folta di quel genere d’uomini. In ogni caso poco importando con chi schierarsi. A ben vedere, quasi altrettanto fantasiose, seppur propugnate da prestigiosi intellettuali, le cosiddette ragioni di chi voleva voltar le spalle a Vienna e Berlino, con cui si era da tempo alleati, passando al campo opposto in nome di una sua più decisa laicità, ma pure di chi vedeva nella guerra l’occasione per una più profonda unione delle diverse componenti ‘nazionali’ del Paese. La trincea, si sarebbe a lungo sproloquiato, doveva fare finalmente gli italiani.
Voltate le spalle alla trattativa con l’Austria promossa da Giolitti, da cui ben poco si ricavava in termini territoriali, e accolto l’invito degli occidentali, tanto più larghi nelle concessioni, il patto concluso a Londra nell’aprile del ‘915 aveva catapultato in guerra anche l’Italia. Con drammatiche conseguenze. All’altissimo tributo di giovani e meno giovani vite pagato nel corso dello scontro e poi nella catastrofica epidemia - la cosiddetta ‘spagnola’ - che lo seguì, si sarebbe aggiunta quella politica instabilità che avrebbe favorito, tra il ’19 e il ’25, la conquista fascista del potere.
La scelta interventista del rivoluzionario Mussolini si dimostrava così indovinata. E il Paese era destinato a pagarne l’altissimo prezzo, nelle avventure etiopica e spagnola degli anni Trenta, prima, e poi nella disastrosa, definitiva alleanza con la Germania nazista che avrebbe portato infine il Paese alla catastrofe della II guerra mondiale. Che razza di vittoria era dunque stata anche la ‘nostra’?
Al tavolo della pace, nel primo dopoguerra, quando Mussolini ancora faticava a ritagliarsi un ruolo sulla scena politica italiana, già, del resto, il nazionalismo aveva mostrato il proprio volto ignobile. Pretendendo, nella fattispecie, col richiamo al patto di Londra del ‘15, l’annessione di territorî che con l’Italia avevano ben poco a che fare sotto ogni aspetto, salvo la possibilità offerta dalla natura di catene montuose, corsi d’acqua e simili che ingolosivano gli esperti militari, inclini a vedere negli spartiacque montani i cosiddetti ‘confini naturali’ più agevolmente difendibili. Nei quali, sia detto a margine, stava viceversa profondamente incisa una storia tutta diversa, fitta di rapporti e scambi: non dividendo, dunque, ma, al contrario, unendo le popolazioni che ne occupavano gli opposti versanti.
Era solo l’inizio di una vicenda che avrebbe raggiunto incredibili vertici di follia: come nel caso, ben documentato, della forzata italianizzazione dei cognomi alloglotti, nelle regioni annesse col trattato di pace. E non solo nei confronti dei vivi, ma pure dei morti: arrivando a scalpellare nei cimiteri di paese, particolarmente nel retroterra istriano, le lapidi che provavano la presenza locale di genti non ‘italiane’. Inutile dire che il conto pagato nel secondo dopoguerra da tanti innocenti anche per queste incredibili pratiche sarebbe stato altissimo. Nel Sudtirolo, ribattezzato Alto Adige, si sarebbe d’altronde tentata e in parte attuata, col volonteroso aiuto germanico, una più radicale pratica di snazionalizzzione, avviando oltralpe chi ‘optava’ per una sistemazione generosamente offerta dal governo nazista.
Che cosa si sarebbe dunque festeggiato, anno dopo anno, il 4 novembre, giorno della vittoria italiana sull’Austria sconfitta? Nei ricordi dei più, certo, l’avercela fatta, esser riusciti a sopravvivere, insieme agli altri reduci più o meno ammaccati, e non solo nel corpo, perché si sarebbero portati tutti, dentro, atroci ricordi. Ma che dire delle abitudini più che disinvolte acquisite da tanti tra loro, i cui frutti si sarebbero visti nei torbidi del dopoguerra? Perché - è facile notare - dove avrebbero trovato, altrimenti, Mussolini e i suoi ras di provincia, come il nostro Forni, la preparata manodopera capace di piegare la resistenza di masse contadine e operaie convinte, per parte loro, di poter finalmente realizzare la sognata e sempre rinviata rivoluzione? L’uso disinvolto delle armi, condannato dagli anziani, custodi e cultori di un’idea di socialismo tutto pace e fratellanza, avrebbe contagiato anche gli oppositori rossi, contribuendo a render accettabile anche a liberali di stretta osservanza l’idea di un fascismo inevitabile medicina per i mali italiani. Paesi di più antica, radicata democrazia potevano uscire quasi indenni dalle inevitabili convulsioni del dopoguerra. Ma i Paesi di più recente e fragile impianto socioeconomico e politico - e l’Italia lo era - pagavano alla ripresa prezzi altissimi.
Chi, alla stazione centrale di Milano, binario 23, alzi gli occhi a guardare le immagini che una saggia scelta storica ha preservato dall’iconoclastia inevitabile ad ogni violento cambio di regime, può vedere Mussolini ritratto mentre idealmente presenta al re, Vittorio Emanuele III, l’Italia di Vittorio Veneto, l’Italia del ’18. Non si potrebbe dir meglio ciò che una revisione democraticamente edulcorata di quella vicenda continua a raccontare in tutt’altro modo, cercando di ripulirla dal contagio fascista. Non che ogni nazionalismo dovesse precipitare in forme politiche di tal genere, ma chi guardi all’Europa del ventennio tra la prima e la seconda guerra mondiale non può non notare l’eccezionale diffusione del contagio. Da che cos’altro incubato se non dalla prima delle due guerre? La deriva autoritaria in Europa tra gli anni Venti e Trenta non sarebbe stata davvero una nostra esclusiva! In definitiva, la grande, vera perdente nel primo come nel secondo conflitto era stata l’Europa, pagando carissima la tabe nazionalista inoculata dalle monarchie assolute due secoli prima.
Intesa come conclusione della prima guerra mondiale, per quello che era stata e più sarebbe in seguito costata all’Europa e al nostro Paese, mi permetterò di concludere che a mio parere non ci sarebbe, il 4 novembre, proprio niente da celebrare. Reso tuttavia memoria riverente nei confronti di chi, più o meno convintamente, combatté ritenendo fosse un suo preciso dovere, e monito a un tempo alle nuove generazioni sulle conseguenze nefaste di nefaste idealità, come ho pure tentato di precisare, il 4 novembre può, tuttavia, essere ancora occasione utile di riflessione e di civile impegno. Ma non è che la mia sommessa opinione.

Giulio Guderzo


martedì 2 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Ricordare è un dovere. Commemorare: una vergogna

Il nostro comunicato sul ciclo di incontri sulla grande guerra promossi da un esponente di Fratelli d'Italia con Assoarma presso la Prefettura di Pavia.

Il 28 settembre 1915, la circolare 3525 a firma di Luigi Cadorna, stilava parole simili a proiettili : “ il superiore ha il sacro dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Chiunque tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere sarà raggiunto dalla giustizia sommaria del piombo dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe”.
E autentici erano i proiettili del fuoco amico che fecero fuori, citiamo come esempio, i soldati della Brigata Catanzaro a Santa Maria La Longo tra il 15 e il 16 luglio 1917, lasciando tra i terrorizzati sopravvissuti una sorda scia di rancore e di ostile sottomissione, come ebbe a scrivere un insospettabile Duca di Aosta, Comandante della III Armata.
Per quegli strani scherzi della storia, il 28 settembre è anche la data prescelta per la prima delle iniziative denominate “verso la vittoria” rivolta alle scuole, prodotto dalla sinergia tra l’insegnante Paola Chiesa, Assoarma e il Prefetto di Pavia. Il 28 settembre “si parlerà di nuove armi” informa Paola Chiesa, aggiungendo anche che negli spazi prefettizi verrà esposta la riproduzione in miniatura di un carro armato FIAT 2000, 1917. Questa esposizione, chissà perché, ci richiama alla mente Andrea Graziani, detto “il generale fucilatore”, dal 1923 Luogotente Generale della milizia volontaria per la sicurezza nazionale fascista, le cui gesta di massacratore di soldati sono ampiamente narrate nel libro Plotone di esecuzione di Monticone Forcella.
ANPI Provinciale sostiene la proposta della sezione Onorina Pesce Brambilla di Pavia e invita le scuole, i ragazzi, gli insegnanti, i cittadini ad una esplicita diserzione.
Gli “interessanti aneddoti” con cui saranno intrattenuti gli studenti, e i roboanti i titoli delle conferenze ammantano una sequela di banalità insulse e superficiali, che accrescono - non il sapere, ma - la rapidità dello sprofondamento verso una inquietante deriva patriottarda nazionalista, dove l’unico punto di vista legittimo diventa quello della retorica militarista.
Disertate. La grande guerra va indagata e studiata sui testi di storici autentici, come Mario Isnenghi o Giorgio Rochat, o rivisitata in romanzi come “Un anno sull’altipiano” di Lussu. Così e come andrebbe ristudiata la Carta Costituzionale e con più attenzione riletto il suo articolo 11.
La grande guerra va ricordata nella complessità del suo divenire e nel suo esito finale che vide la fondazione dei fasci di combattimento e l’avvento del fascismo. Ricordare è un dovere, commemorare, una vergogna.

La segreteria ANPI Provinciale Pavia


giovedì 27 settembre 2018

Verso l'altra guerra - Non è dolce morire per la patria

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato prodotto dalla sezione ANPI Pavia centro - Onorina Pesce Brambilla.

Lo diciamo senza giri di parole: “verso la vittoria”, il ciclo di conferenze per le scuole sulla prima guerra mondiale che comincia il 28 settembre alla prefettura di Pavia, è un’iniziativa di propaganda militarista.
Contro i principi base della didattica, il dibattito storiografico sugli eventi bellici sarà del tutto ignorato, e agli studenti verrà presentata una sola interpretazione dei fatti, quella delle forze armate, l’attendibilità scientifica dei cui uffici storici è stata più volte messa in discussione da studiosi autorevoli, con argomenti molto solidi. Per un esempio si può vedere l’articolo di Nicola Perugini “I carabinieri rileggono il colonialismo fascista”, apparso su www.internazionale.it, da cui emerge che l’ufficio storico dei carabinieri si sforza tuttora di minimizzare le responsabilità dell’arma per i crimini di guerra commessi dall’Italia, a volte riproponendo acriticamente i toni e le giustificazioni della propaganda dell’epoca. Non ci aspettiamo che le azioni dei carabinieri in trincea verranno raccontate con obiettività maggiore.
Andrebbe invece raccontato che durante la folle stretta repressiva ordinata da Cadorna, i carabinieri sparavano alle spalle delle prime file di soldati – loro connazionali – che si rifiutavano di rischiare la vita uscendo all’assalto. Andrebbe raccontata la totale imperizia dello stato maggiore dell’esercito, che mandò al massacro la massa enorme dei proletari e dei contadini al fronte: su tutto questo si veda da ultimo il libro di Alessandro Barbero, Caporetto.
Promuovendo quest’iniziativa di concerto con Assoarma, il prefetto Visconti ha fatto una scelta ideologica precisa: ha ribadito che la narrazione istituzionale della grande guerra coinciderà ancora una volta con il punto di vista delle forze armate. Il ciclo di conferenze è curato dal presidente di Assoarma Angelo Rovati e da Paola Chiesa, insegnante all’ipsia di Pavia ma anche segretaria cittadina di Fratelli d’Italia! Tra i relatori chiamati a parlare, non ce n’è uno che rappresenti la storiografia laica.
Noi quindi invitiamo studenti e insegnanti delle scuole di Pavia alla diserzione: queste conferenze in prefettura vanno disertate e criticate pubblicamente. Marc Bloch, grande storico e partigiano fucilato dai nazisti nel 1944 mentre partecipava con un ruolo di prim’ordine alla resistenza francese, ci ha insegnato che conoscere la storia significa saper interpretare il succedersi dei fatti con metodo critico, e non accettare il racconto imposto dai governanti. È questo metodo critico che bisogna apprendere. E se si vuole parlare della prima guerra mondiale nella letteratura europea, meglio allora leggere i war poets inglesi, o i surrealisti francesi, che dopo aver vissuto la trincea, hanno dedicato la loro opera al rifiuto della guerra.


martedì 25 settembre 2018

Verso l'altra guerra - Schegge di Grande guerra

Trittico sulla guerra, Otto Dix
[…] “Quelli che interrogavano avevano tutta l'efficienza, la freddezza e il controllo di sé degli italiani che sparano senza che nessuno spari loro. […] «Perché non sei col tuo reggimento?» […] «Non lo sai che un ufficiale deve restare coi suoi uomini?» […] «Sei tu e la gente come te che hanno permesso ai barbari di calpestare il sacro suolo della patria.» […]«È a causa di tradimenti come il tuo che abbiamo perduto il frutto della vittoria.» […] «Abbandono di truppa, condannato alla fucilazione.»”- Addio alle armi, H. Hemingway
Ho citato Hemingway perché all'Italia manca un proprio romanzo della Grande Guerra. Gli altri Paesi che vi presero parte ne hanno almeno uno, divenuto poi un classicodella letteratura del Novecento, legato alla biografia dell'autore-soldato. Il romanzo della Grande Guerra combattuta sul fronte italiano, invece, l’ha scritto un americano. Ciò accadde perché la Prima guerra mondiale in Italia ha prodotto il fascismo, e il regime fascista ha avuto uno dei suoi pilastri retorici nel culto dei caduti e nel rancore per la “vittoria mutilata” di dannunziana memoria, da cui trasse linfa per le guerre successive. La censura di regime ha impedito alla generazione di italiani che aveva vissuto il primo conflitto mondiale un’elaborazione critica dell'esperienza bellica, nonché la collocazione in prospettiva degli eventi vissuti attraverso il racconto di un’esperienza individuale che si fa specchio dell’esperienza collettiva. La memoria è stata imposta come memoria unitaria, che fosse condivisa oppure no, pietrificata nei grandi sacrari monumentali, nella tomba del milite ignoto, nelle parate commemorative.
Aver mancato quello spaccato di autobiografia italiana significa non aver fatto i conti con un nodo storico fondamentale e non aver mai elaborato le pulsioni che portarono il Paese in guerra. Significa non disporre del racconto pubblico dei reduci, che possa essere letto, discusso, nonché speso contro la retorica guerrafondaia prima e di regime poi. Significa altresì tollerare equivoci e silenzi che si sono protratti nel tempo, fino a un'altra guerra mondiale e oltre, fino a noi. Nel corso di un secolo sulle vicende della mattanza che fu la Grande Guerra si sono accumulate narrazioni tossiche che in occasione delle celebrazioni di stato tracimano nel discorso pubblico e vengono strumentalmente utilizzate per riplasmare gli eventi in funzione del momento.

Si sono a lungo taciute le vere ragioni che portarono l'Italia, paese aggressore, ad entrare in guerra. Ragioni collimanti con un disegno espansionistico per il quale la maggioranza del paese non avrebbe voluto versare una goccia di sangue. Ragioni che ebbero come estrema conseguenza l’avvento della dittatura fascista. Se volessimo individuare il momento che segna la fine dell’Italia liberale uscita dal Risorgimento, non dovremmo pensare alla marcia su Roma del 1922 o alle elezioni del 1924 con gli squadristi ai seggi, bensì al colpo di stato bianco del re Vittorio Emanuele III e del primo ministro Salandra nel 1915, con cui il Parlamento a maggioranza neutralista venne messo davanti al fatto compiuto dell’entrata in guerra; effettuando una giravolta per la quale il Regno d'Italia fu disprezzato perfino dai suoi nuovi “amici” e dichiarò guerra all’Austria, fino a poco prima sua alleata.
Si è a lungo equivocato la presenza e la parte della massa di ignari mandati al macello, a combattere su pareti di roccia spesso innevate, trasformando l'arco alpino in un campo di battaglia fatto di trincee e baraccamenti in cui persero la vita migliaia di uomini. Tra costoro i soldati passati per le armi addirittura senza processo, come descritto da Hemingway, facendo spesso ricorso alla intollerabile pratica della decimazione, o per esecuzione diretta e immediata da parte dei superiori. Si trattava di sbandati, disertori, insubordinati, responsabili di rifiuto individuale o collettivo fucilati per mano amica in nome di un codice militare ottocentesco spietatamente applicato anche a questi reati grazie alla circolare Cadorna.
La Grande guerra fu anche dolore, disperazione e fame patiti lontano dalle trincee, nelle case dalle dispense svuotate da un'economia di guerra che ingrassava i capitali dei grandi gruppi industriali.
Ancora oggi qualcuno prova a raccontarci la Prima guerra mondiale come una grande e dolorosa esperienza unificatrice del Paese. È così che ci viene riproposta la memoria condivisa dell’evento, configurando un'Italia unita nella grave sorte e nella crisi, senza conflitti, se non quelli contro chi viene da oltre confine. In realtà essa rappresenta tuttora l’agente patogeno di processi di costruzioni d’identità artificiose quanto odiose per razzismo, identitarismo e revanscismo mai sopito. Quel conflitto più che altro portò sterminate masse di persone a contatto diretto con una morte che, nelle sue vere circostanze e modalità, non era divulgabile né raffigurabile. Troppo sconveniente e demoralizzante raccontare una guerra infradiciata nel sangue, nella melma fatta di liquami, di cibo marcio e vomito, vissuta in promiscuità forzata tra cadaveri in putrefazione e finita sussultando e contorcendosi nell'atto di stringersi il ventre squarciato o recuperare brandelli di arto mozzati, imprecando e urlando come un animale in trappola. Una guerra così non poteva essere raccontata. Meglio raccontarne un'altra.


mercoledì 21 giugno 2017

Il conte partigiano

Luchino Da Verme, l'aristocratico che si fece partigiano. Comandante della divisione garibaldina “Gramsci”, guidò con successo la Resistenza nell'Oltrepò Pavese col nome “Maino”. Ivano Tajetti, dell'ANPI Barona, ne traccia un emozionante ricordo su patriaindipendente.it. Buona lettura.

Maino se n’andato a fine marzo, alla veneranda età di 103 anni. Classe 1913, di famiglia aristocratica lombarda (il casato, d’origine veronese, nasce nel 1320 con l’omonimo Luchino Dal Verme, capitano di ventura, poi infeudato ai Visconti), Maino, questo il nome di battaglia di Dal Verme durante la Resistenza, ha preso parte alla guerra di Liberazione, contribuendo dopo l’8 settembre 1943 all’organizzazione delle prime formazioni partigiane operanti in provincia di Pavia. Maino, prima come comandante dell’88ª Brigata Casotti e poi, come comandante della Divisione Garibaldina Antonio Gramsci, ha dato un contributo fondamentale alla Resistenza armata nell’Oltrepò Pavese. Lo ricordiamo con affetto e orgoglio, attraverso l’emozionante testimonianza di Ivano Tajetti.

“Tutte le volte che uomini e donne si stringono intorno a qualche cosa, che sia un altare, che sia una bandiera, che sia un discorso, che sia una mensa, un battesimo, un funerale è sempre un momento estremamente importante. Prima di tutto perché l’uomo esce dal suo interesse personale, esce dal suo rischio di vita e non è più un individuo, è un NOI. Quando gli uomini diventano un NOI sono una forza enorme, dobbiamo ritrovare la capacita di essere un NOI”
Luchino Dal Verme – Nome di battaglia “Maino”
Milano, 25 novembre 1913 – Torre degli Alberi (Pavia) 29 marzo 2017
Salgo a piedi lungo un sentiero di ciottoli, pini silvestri e olmi di contorno, odore di resina e il ronzio delle prime api al lavoro risvegliate dal tiepido sole preannunciante primavera.
Imponente s’affaccia la pietra del maniero, greve sotto il peso di secoli di storia, un cortile di incastri tra roccia e mattoni, una bara di legno chiaro, appoggiata sulla nuda terra, un ramo di timidi fiori, un piccolo segno del bosco appoggiato sul legno, in lontananza musica classica, forse un requiem, un salutare, un bisbigliare, un cenno d’occhi e di mani tra i presenti che stranamente sostano lontano dalla bara, come un voler non disturbare, un non voler interrompere il sonno senza risveglio.
Guardo il cielo dell’Oltrepò Pavese, un azzurro che riconosco, orizzonti da riempire occhi e cuore.
Mi rivedo, bimbo, un cappello in testa, un gelato in mano, rumore festoso di “gioco delle bocce”, domeniche d’agosto all’esterno di un’osteria di Casa Marchese, ad ascoltare storie e guardare giganti, che ridevano, cantavano, litigavano e che interrompevano discorsi fingendo di dissetarsi con un bicchier di vino, ma spesso era solo perché la voce si incrinava e le lacrime spingevano per uscire. Ciro (Carlo Barbieri), Tino (Agostino Casali), Edoardo (Italo Pietra), Paolo (Murialdi), Clemente (Ferrario) e il contorno attento di partigiani, compagni e amici, che spesso pezzetti di storie, ricordo di visi e azioni, conoscevano proprio per averle vissute e toccate con nervi e sangue.
Nessuno di loro ora e qui a salutare nel suo ultimo viaggio il Comandante “Maino”. “Allora, Luchino, devi avere un nome di battaglia, passava una bicicletta e sul telaio brillava la scritta Maino, ecco pronto… mi chiamerò Maino.” Anche se poi i contadini, le donne, e i bambini quando vedevano passare, là sul crinale della collina uomini in armi che cantavano, dicevano; “Guarda, passano i partigiani Dal Cònt, vanno a combattere contro i fascisti, vanno a regalarci la libertà”.
I Dal Verme, una storia lunga secoli, una storia di primogenitura della nostra terra. I Conti Dal Verme, l’aristocrazia, la nobiltà, condottieri, capitani di ventura, generali, esploratori, precettori di Casa Savoia, monarchici e cattolici, benefattori e conquistatori, un libro enorme di genealogia ed araldica dal 1300 ai nostri giorni.
Luchino, ingegnere, laureatosi al Politecnico di Milano, Ufficiale Maggiore di Reggimento Batterie a Cavallo. Luchino, che comanda i “suoi uomini” sul fronte francese, jugoslavo e poi al fronte russo, dove comprende che le parole credere, obbedire, combattere sono la negazione della propria scelta di vita, e che la guerra è solo un servizio ai nazisti. L’otto settembre 1943 lo coglie a Mordano nella Romagna, vicino a Forlì. Si congeda consegnando un foglio a tutti i suoi uomini, “Ha servito con onore il suo Paese”. Maledice i Savoia traditori, la vergogna del re “Bastardo”. Torna di nascosto alla sua dimora di Torre degli Alberi e per sei mesi fugge, ma non scappa dai fascisti, dai Savoia, dall’esercito, dalla chiesa, dai nazisti; fugge soprattutto da se stesso. Moriva la parola dovere e nasceva la parola coscienza.

“La mia decisione di diventare partigiano non fu facile, maturò lentamente, fu faticosa e sofferta. Dopo l’otto settembre gli uomini si trovarono di fronte a tre scelte; la prima, obbedire ai tedeschi, cioè non assumersi, per paura, nessuna responsabilità; la seconda, seguire il proprio interesse, tentando di tenere, senza compromessi, il piede in due scarpe; la terza soluzione significava aver capito, viceversa, che era indispensabile schierarsi e conseguentemente compromettersi. Chi accettò decise di portarsi su una linea di pulizia, di farsi libero prima di tutto dalla paura. Una risposta definitiva, perché si usciva dall’ordine di allora, si era ribelli all’ipocrisia e difficilmente la scelta dell’impegno era una scelta qualunquistica o una scelta del meno peggio. Ebbi allora il coraggio della terza scelta e ringrazio il Signore di avermi dato un tale coraggio. La ripresa di contatto, in Oltrepò, con una gente povera, umile, che aveva capito l’ipocrisia della guerra e si stupiva che io non avessi capito che tutto quello che avevamo fatto era privo di valori, che non avessi capito che la miseria, la fatica, la vita stessa erano altre cose. Fu la semplicità di questa gente che mi fece superare la mia crisi”.
Moriva Luchino il Conte, nasceva Luchino il Ribelle.
Schietto, esperto d’armi, onesto, “vivace come un puledro”, patti chiari, non ci sono gradi sulla giacca, decidiamo insieme la linea, ma nell’azione comando io, mia la responsabilità nel bene ed eventualmente anche nel male. Maino diventa Comandante della 88ª Brigata Garibaldina “Casotti” per poi arrivare a comandare un intera Divisione Garibaldina, la Antonio Gramsci, con cui entrerà a Milano – “primi Partigiani della Montagna” – il 27 aprile 1945. “…Ebbi la responsabilità di comando di una formazione Garibaldi e il primo argomento di cui debbo e voglio parlare sono gli uomini con i quali ho condiviso rischi e responsabilità, in uno spirito di solidarietà e reciproca fiducia, che è certamente il ricordo più vero e più importante che mi sia rimasto. Non dimentichiamoci che la divisione Gramsci, di cui ebbi la responsabilità di comando, era di promozione comunista. Ebbene, non ho mai saputo quanti fossero comunisti e quanti no, ma so quanti morirono per tutti noi, per la libertà di ciascuno di noi. Questo ci impone di sapere cosa ne abbiamo fatto della nostra libertà o per lo meno che cosa intendiamo farne…”.
Io ora potrei fermarmi, e ritornare bambino, e raccontarvi per giorni piccole storie che hanno fatto la Storia grande, storie ascoltate, storie che girano, girano e poi sempre ritornano, storie dei partigiani dell’Oltrepò Pavese, di Milano; di Maino e dei suoi compagni, storie di fame, paura, morte, tortura, di correre senza fiato, di castagne secche e paglia, di pidocchi e gelo, di stupore, lacrime, di donne stuprate dai “Mongoli” e dai fascisti, della Sicherheits e di Fiorentini, di scarpe rotte, uva e polenta, di un sorriso di una ragazza, di un fazzoletto rosso, di crudeltà e dignità, di colori e vento.
«Il 7 di agosto 1945 è un caro ricordo di vita partigiana, quel giorno abbiamo disfatto e decimato brigate e divisioni, memoranda vittoria. Quel giorno si è stabilito che fra di noi, del Pavese, non ci sia posto né carta per i mille e mille dell’ultima ora.
Così certe formazioni di città e di pianura, venute in fame e numerose all’ora delle sfilate, sono state rastrellate d’amore e d’accordo, a tavolino, nome per nome. In provincia non ci saranno che 2.000 certificati di partigiani, e 1.000 da patrioti (i caduti sono trecentotrentadue). Per esempio, una divisione di pianura che vantava 800 armati, avrà cinquanta certificati. Ma fra tanto sperare e parlare di certificati, anzianità, benemerenze, dico che nessun foglio di carta spessa e nessuna patacca valgono il ricordo della nostra bella vitaccia lassù, partigiani di questa umile Italia.
Quando saremo a Varzi
nella caserma alpina
ti scriverò biondina
la vita del partigian.
La vita del partigiano
si l’è una vita santa
s’ mangia, s’ bev, as canta
pensieri non ce n’è.
Pensieri ce n’è uno solo
l’è quel della morosa
che gli altri fanno sposa
e mi fo il Partigian.
Con la faccia sull’asfalto.
Dunque, questa canzone è nata un anno fa, d’agosto, nell’Oltrepò Pavese, quando là, su per le montagne che guardano Varzi, e vedono il grande mare di terra bianca e verde fino alle Alpi, vivevano tre brigate, e non avevano avuto neanche un lancio.
Eravamo tre brigate, eravamo mille armati, eravamo padroni di una zona libera fatta di sette valli, di ventidue comuni, di cinquantamila abitanti; ma il magazzino armi e munizioni era ancora sulla via Emilia, ogni arma un agguato, così tanti ragazzi, come Armando, Bianchi e Walter, sono morti con la faccia sull’asfalto. Non avevamo avuto neanche un lancio. Da Pometo capitale della Matteotti, da Zavattarello garibaldino, dal vecchio bel Romagnese tutto ribelle, scendevano a sera i gialli camion partigiani della Wehrmacht verso gli agguati al Po e lungo la via Emilia.
Ecco Alfredo il moro col cappello alpino, ed ecco, col berretto da SS, Fusco, che quasi ogni notte si guadagna una uniforme, e Maino senza cappello, Conte Luchino Dal Verme garibaldino. Ed ecco il padre dei garibaldini pavesi, è quel pallido ragazzo sui vent’anni, col braccio al collo in una fascia rossa: si chiama Americano, ed è italiano, studente, comunista. Quello in piedi che ride senza denti, porta scritto con filo d’oro sulla camicia rossa “Caramba dominatore dei falsi profeti”, ma una sera le brigate nere lo prenderanno vestito da prete in una osteria di Casteggio, e andrà al muro come spia.
Ragazzi morti, ragazzi vivi, ormai sembra un sogno, ma chi ricorda quelle sere piene di fisarmoniche, sten, ragazze, buoi squartati, polente, automobili, camicie rosse, mele cotte, scabbia, pidocchi, messaggi speciali, sangue di Giuda, sigarette tedesche, cioccolato americano, cappelli alla garibaldina, ex prigionieri inglesi, capisce perché certi ragazzi, che in montagna hanno combattuto per la libertà; oggi sono quasi prigionieri di quel sogno.
Verso l’alba si sentivano i motori, e allora, per esempio a Romagnese, la gente correva al vecchio muro del castello, dal muro guardava lontano come dal ponte di una nave.
Ecco alla svolta il ’34 della Sesta Brigata, cantano, c’è il bandierone delle nottate d’oro, questa volta sono sacchi, saranno sacchi di zucchero, ecco anche un camion giallo che deve essere l’ultima preda; si vede ruzzolare una forma di parmigiano, ci sono quattro tedeschi, quello è un ufficiale della repubblica. Il comandante della SAP corre a far suonare a festa il campanone; il comandante che si chiama don Alberto Picchi, parroco del paese».
Caro Maino, quanti sogni, quante speranze, quante fatiche! Avrai ancora adesso lì dove sei, il segno di un calcio nella gamba? Tre dei tuoi “ragazzi” erano stati feriti solo qualche ora prima, strano… Si parlava ormai di libertà, di guerra finita… Milano, le scuole di viale Romagna. Le aule sono i dormitori per i partigiani dell’Oltrepò, la portineria diventa la sede del Comando di Zona. C’è una branda e c’è un telefono che funziona. E dal quel telefono arriva, la sera del 27 aprile 1945, una chiamata per Edoardo e Maino da parte del Generale Cadorna. Devono recarsi subito in via del Carmine, al “Palazzo del Comando Militare” dove da poche ore si sono insediati i Comandanti del CVL. Un’ora dopo, in viale Romagna squilla di nuovo il telefono. È Italo Pietra; spiega a Murialdi che lui e Maino hanno deciso che bisogna preparare subito un drappello di partigiani per un “impresa importante e delicata”. Si scelga “insieme a Ciro” una dozzina di montagna, i più affidabili, i meno emotivi. Quei ragazzi di montagna saliranno insieme a Walter Audisio, Aldo Lampredi e a “Riccardo” Alfredo Mordini, il compagno della guerra di Spagna, il fratello e “maestro” di lotta partigiana di Maino.
Quegli uomini chiusero i conti con il fascismo, eseguendo la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi catturati sul lago di Como. E fu proprio in quell’ora di discussioni, ordini e contrordini in via del Carmine, che Edoardo colpì con un calcio agli stinchi sotto il tavolo Maino, per farlo tacere, lui, Luchino, che avrebbe ribaltato il tavolo davanti ai grandi “Comandanti” per fare le cose per bene, Maino a cui sarebbe bastato un piccolo ordine per scattare e partire, costi quel che costi. Un calcio che Luchino capì dopo, “Basta, Maino, hai dato tanto, tantissimo, non andare a morire ora, ora arriva il tempo della libertà”.
Maino che tornò alla sua casa, che festeggiò con i contadini, la sua gente, la Liberazione l’otto maggio, con polenta, merluzzo e un bicchiere di Bonarda. Maino che vide arrivare i vecchi del paese, con i carri e i buoi, su cui ritornavano a casa, i suoi mobili, la macchina da cucire di sua madre, una federa con lo stemma di famiglia, piccoli oggetti strappati e nascosti ai nazisti, ai fascisti che avevano fatto scempio del maniero durante i loro saccheggi e razzie. Una sincera prova d’amore e riconoscenza verso Dal Cònt che era solamente uno di loro. E da allora Maino diventò contadino, allevò pulcini e mucche, fece nascere vitelli e curò l’uva e il fieno, non lasciò più Torre degli Alberi; tanti lo cercarono, gli promisero scranni al Parlamento e al Senato, ma lui ormai era un ribelle, un partigiano, un contadino, leggeva i giornali tutti i giorni, s’arrabbiava, pensava che avrebbe rifatto tutto, nonostante tutto, ma sperava sino al suo ultimo giorno di vita terrena che tutto quello che lui e i suoi compagni avevano fatto sarebbe servito ad un Italia migliore, e si sa i sogni sono l’ultima cosa a morire.
Le foglie nel bosco tornano a coprire il cielo, le stagioni ritornano, il vento continua a soffiare, per chi tanto ha camminato, una sosta lì, tra il sasso e il ruscello, si prende fiato, si pensa al tempo passato, ma un fischiar del cuculo interrompe i pensieri, e ora di riprendere il cammino, mai fermi, mai domi… Buon viaggio, bella ciao, tienici per mano.


Ivano Tajetti, ANPI Provinciale Milano