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martedì 20 novembre 2018

La prima repubblica partigiana


Kobariška republika, ovvero Repubblica di Caporetto, fu istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato.

In certe giornate autunnali le nebbie avvolgono il paesaggio e anche ciò che è conosciuto ci diventa impraticabile e non riusciamo a vedere a un palmo dal naso. Bisogna attendere che la nebbia si diradi, per effetto di condizioni più favorevoli, per poter avere la visione complessiva di ciò che ci circonda.
Lo stesso effetto chiarificatore assume la documentazione raccolta e pubblicata da Zdravko Likar sulla “Kobariška republika” (Repubblica di Caporetto). La Kobariška republika è un evento di grande rilievo per il Litorale sloveno e, oltre all’organizzazione militare, ne costituì elemento essenziale l’amministrazione civile, l’istituzione di scuole e ospedali. Fondamentale fu inoltre l’appoggio dato alla nascente Resistenza friulana.
Si tratta di un fatto sconosciuto al pubblico italiano, se non a livello locale e/o a singoli cultori, sul quale non si è mai voluto dare l’importanza che meriterebbe nel panorama resistenziale italiano. Le ragioni sono molteplici e da ricercare nei rapporti volutamente mantenuti tesi dal Governo centrale italiano, nel dopoguerra, sulla questione del “confine orientale”, argomento da spendere, e ancora ai giorni nostri accade, per motivi politico-ideologici; su un altro fronte a causa delle “gelosie” riguardanti la primogenitura del fenomeno resistenziale e ancora per motivazioni di carattere nazionalistico.
Fatti questi che, nell’ottica anche del sempre più stretto rapporto con i compagni sloveni dell’ZZB-NOB (l’Associazione dei Partigiani sloveni), le Anpi locali intendono divulgare al più ampio pubblico del resto d’Italia attivandosi per la traduzione dallo sloveno e per la pubblicazione di un libro di Zdavko Likar in Italia.
Vediamo, in poco spazio, gli elementi fondamentali che rendono questa storia interessante per il pubblico italiano e che determinano una sorta di rivoluzione, in senso storiografico, per quanto riguarda la storia del Movimento di Liberazione.


Innanzitutto dobbiamo fare una doverosa premessa riguardo al contesto spazio-temporale che dà rilievo alla vicenda della Kobariška republika.
All’indomani della vittoria della Triplice Intesa, il Regno d’Italia, dopo aver sacrificato sui fronti intere generazioni di italiani (in massima parte contadini) si apprestava a incassare il prezzo del proprio intervento in guerra, ribaltando le precedenti alleanze, spostando i propri confini nord orientali a nord annettendo il sud Tirolo (trattato di Saint-Germain en Laye, 10 settembre 1919) e a est (Trattato di Rapallo, 12 novembre 1920).
Queste due grandi aree geografiche erano – e sono – in gran parte popolate da popolazioni di lingua tedesca, slovena, croata.
L’opera “civilizzatrice” italiana non si fece attendere imponendo da subito l’abolizione delle scuole in lingua non italiana, la colonizzazione di ogni apparato, civile, militare e anche, con minori risultati, religioso (numerosi furono i prelati sloveni che orgogliosamente mantennero vivo, clandestinamente, l’insegnamento della lingua slovena) fino ad arrivare all’esproprio dei beni in favore di coloni italiani e al cambiamento coatto dei toponimi e dei nomi di persona arrivando anche a aberranti italianizzazioni.
Si può ben capire il motivo per il quale lo Stato italiano e il fascismo in particolare non fossero ben visti in queste zone. L’opposizione al regime trovò, fin da subito, alleati sul fronte cattolico, socialista e comunista. Non solo gli antifascisti italiani di queste zone (che conoscevano molto bene la realtà) ma anche altri antifascisti, complice anche l’istituto del Confino, entrarono in contatto con la realtà oppressiva del fascismo contro l’etnia “slava” (per i sud-tirolesi le cose “migliorarono” a seguito dell’alleanza tra Mussolini e Hitler).
L’istituzione di campi di internamento per civili sloveni e croati sparsi in più punti della penisola italiana, la creazione di reparti speciali del Regio esercito formati da “alloglotti” sloveni e croati, stanziati in zone depresse del Paese (Sardegna e isole minori, di fatto privi di armamento e dislocati lontano da casa con l’intento di togliere terreno alla forte resistenza partigiana) rendevano palese, anche alla popolazione, l’opera del regime.
L’aggressione, il 6 aprile 1941, da parte dell’Italia e delle altre potenze dell’Asse alla Jugoslavia, il suo smembramento e l’annessione al Regno d’Italia dell’intera provincia di Lubiana (tutti atti contrari al Diritto internazionale) inglobarono altri circa 350.000 sloveni nel territorio nazionale. La reazione jugoslava non si fece attendere e le prime formazioni partigiane armate fecero la loro comparsa. A queste, l’esercito italiano opponeva una strenua caccia e una politica di terra bruciata, con deportazione di civili, spoliazione di beni, incendi di villaggi. Si può quindi ben capire che alla capitolazione dell’Italia, l’8 settembre 1943, si determinò una reazione immediata e oltre all’entusiasmo della popolazione ci fu chi si organizzò per reagire, con le armi, alla imminente invasione nazista (caso emblematico è la Battaglia di Gorizia dove formazioni partigiane italiane e slovene, reparti dell’esercito italiano e popolazione civile si oppongono dall’11 al 26 settembre 1943 all’ingresso delle truppe tedesche).
La storiografia italiana indica come prima Repubblica partigiana in Italia quella di Maschito in provincia di Potenza istituita il 15 settembre 1943 e durata 20 giorni ma, stante la definizione dei confini nazionali in essere fino al 1947, la Kobariška republika, oltre ad essere molto più estesa e duratura in termini temporali, la precedette di qualche giorno e il suo territorio era interamente parte integrante dell’allora Regno d’Italia.
La Kobariška republika fu infatti istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato con dei confini definiti e presidiati dalle formazioni partigiane, con una capitale, Kobarid/Caporetto, con autorità politiche votate dai cittadini, con un suo sistema di giustizia, tre ospedali operativi sul territorio e con l’istituzione, per la prima volta dopo l’annessione italiana, di scuole slovene.
I confini della repubblica comprendevano le zone ad etnia slovena delle Valli di Resia, del Torre e del Natisone. L’obiettivo, per gli sloveni, era quello di ricomprendere questi territori nel Litorale sloveno (fu uno dei rari elementi d’attrito tra le formazioni partigiane italiane – che pur parteciparono alla Kobariška republika con una propria formazione – e slovene che più tardi, oltre a partecipare alla Liberazione della Zona Libera del Friuli orientale, dalla fine del 1944 fino alla Liberazione, si trovarono a combattere unite sotto il comando del IX Korpus jugoslavo).
Resta anche indicativo il fatto che le prime repubbliche partigiane d’Italia furono istituite da minoranze linguistiche all’interno dell’allora Regno d’Italia, quella slovena a Caporetto e quella arbëreshë a Maschito segno che verso questi cittadini “minoritari” la repressione fascista fu particolarmente dura.
Il fiorire, quasi un anno dopo, delle Repubbliche e delle Zone Libere nell’Italia del nord occupata dai nazi-fascisti, alimentato dalla prevista imminenza dell’“Offensiva d’inverno”, che avrebbe dovuto liberare definitivamente la penisola (smentita però poco dopo dal Proclama di Alexander), ha preso esempio e forza anche da queste prime luminose esperienze.

di Luciano Marcolini Provenza – Anpi Cividale del Friuli (Udine)

martedì 23 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Comunicato della sezione ANPI Pavia "Onorina Pesce Brambilla"


Il prossimo 4 novembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrerà la festa nazionale delle forze armate a Trieste. Nel centenario della battaglia di Vittorio Veneto, la scelta non è ovviamente casuale. E noi crediamo che sia una scelta sbagliata: le brame su Trieste italiana alimentavano la propaganda interventista alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915; l’irredentismo triestino si nutriva di veementi invettive razziste contro le comunità cittadine non italofone. Un razzismo che all’indomani dell’annessione di Trieste e della Venezia Giulia all’Italia si tradusse nell’italianizzazione forzata di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue. Questo processo iniziò con il regime liberale, e trovò il suo compimento sotto il fascismo. Cent’anni più tardi, l’Italia non ha ancora fatto realmente i conti con il passato: il razzismo, il colonialismo e i crimini di guerra dei carnefici italiani sono il grande rimosso della nostra coscienza. La carica simbolica di Trieste resta la stessa di cent’anni fa. Lo dimostra il fatto che Casapound abbia indetto un corteo nazionale proprio a Trieste, proprio il prossimo 3 novembre. Celebrare a Trieste il centenario dell’armistizio tra Italia e Austria non farà che riattivare quella carica simbolica, non solo nella propaganda neofascista, ma anche nel discorso istituzionale, la cui retorica, in questi tre anni di commemorazioni della grande guerra, non è mai cambiata. Il 24 maggio 2015, sempre a Trieste, il centenario dell’entrata in guerra fu ricordato con la manifestazione “l’esercito marciava”, durante la quale  l’allora ministra della difesa Roberta Pinotti portò la fiaccola nell’ultimo tratto della staffetta militare, per poi pronunciare un discorso che sembrava provenire da un comizio interventista di cent’anni prima. E ancora Casapound, il giorno precedente, celebrò l’entrata in guerra con un corteo nazionale nella Gorizia maledetta. Nel mentre l’ex Capo di Stato Giorgio Napolitano e lo storico Mario Isnenghi, quest’ultimo con una svolta di 180° rispetto ai suoi lavori precedenti, in una serie di conferenze spiegavano l’entrata in guerra italiana come una necessità storica, e non come una precisa scelta politica dettata da interessi economici e da mire espansionistiche, quale effettivamente fu. In questi tre anni di celebrazioni, le massime istituzioni repubblicane non hanno mai problematizzato l’assunto che la guerra fu un momento unificante nell’identità nazionale.

Già tre anni fa, la sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla aveva scelto di non partecipare alle celebrazioni cittadine del 4 novembre: per i motivi di cui sopra, la scelta resta la stessa anche quest’anno. Alle ragioni viste fin qui, se ne aggiunge poi una di ordine locale. La prefettura di Pavia ha promosso, di concerto con Assoarma, un ciclo di conferenze sulla prima guerra mondiale dal titolo “Verso la vittoria”, su cui si veda il nostro comunicato del 27 settembre scorso: l’iniziativa è curata dal presidente di Assoarma Angelo Rovati e dall’insegnante delle scuole medie superiori Paola Chiesa, che ricopre anche la carica di segretaria cittadina del partito postfascista Fratelli d’Italia. Le conferenze propongono agli studenti la sola ricostruzione degli eventi bellici fatta propria dagli uffici storici delle forze armate. Tra i relatori chiamati a parlare, non ce n’è uno che rappresenti la storiografia laica. Promuovendo quest’iniziativa, il prefetto Visconti ha compiuto una scelta ideologica precisa, che conferma come anche a Pavia, la narrazione istituzionale della grande guerra coinciderà con il punto di vista delle forze armate.
Bibliografia e videografia consigliate:
Alessandro BarberoCaporetto, Laterza, Roma-Bari 2017.
Alessandro BarberoLa prima guerra mondiale. Dal Piave a Vittorio Veneto, ciclo di tre interventi al Festival della mente, Sarzana 2018, disponibile su youtube
Wu Ming 1Cent’anni a nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, Rizzoli, Milano 2015.

martedì 25 settembre 2018

Verso l'altra guerra - Schegge di Grande guerra

Trittico sulla guerra, Otto Dix
[…] “Quelli che interrogavano avevano tutta l'efficienza, la freddezza e il controllo di sé degli italiani che sparano senza che nessuno spari loro. […] «Perché non sei col tuo reggimento?» […] «Non lo sai che un ufficiale deve restare coi suoi uomini?» […] «Sei tu e la gente come te che hanno permesso ai barbari di calpestare il sacro suolo della patria.» […]«È a causa di tradimenti come il tuo che abbiamo perduto il frutto della vittoria.» […] «Abbandono di truppa, condannato alla fucilazione.»”- Addio alle armi, H. Hemingway
Ho citato Hemingway perché all'Italia manca un proprio romanzo della Grande Guerra. Gli altri Paesi che vi presero parte ne hanno almeno uno, divenuto poi un classicodella letteratura del Novecento, legato alla biografia dell'autore-soldato. Il romanzo della Grande Guerra combattuta sul fronte italiano, invece, l’ha scritto un americano. Ciò accadde perché la Prima guerra mondiale in Italia ha prodotto il fascismo, e il regime fascista ha avuto uno dei suoi pilastri retorici nel culto dei caduti e nel rancore per la “vittoria mutilata” di dannunziana memoria, da cui trasse linfa per le guerre successive. La censura di regime ha impedito alla generazione di italiani che aveva vissuto il primo conflitto mondiale un’elaborazione critica dell'esperienza bellica, nonché la collocazione in prospettiva degli eventi vissuti attraverso il racconto di un’esperienza individuale che si fa specchio dell’esperienza collettiva. La memoria è stata imposta come memoria unitaria, che fosse condivisa oppure no, pietrificata nei grandi sacrari monumentali, nella tomba del milite ignoto, nelle parate commemorative.
Aver mancato quello spaccato di autobiografia italiana significa non aver fatto i conti con un nodo storico fondamentale e non aver mai elaborato le pulsioni che portarono il Paese in guerra. Significa non disporre del racconto pubblico dei reduci, che possa essere letto, discusso, nonché speso contro la retorica guerrafondaia prima e di regime poi. Significa altresì tollerare equivoci e silenzi che si sono protratti nel tempo, fino a un'altra guerra mondiale e oltre, fino a noi. Nel corso di un secolo sulle vicende della mattanza che fu la Grande Guerra si sono accumulate narrazioni tossiche che in occasione delle celebrazioni di stato tracimano nel discorso pubblico e vengono strumentalmente utilizzate per riplasmare gli eventi in funzione del momento.

Si sono a lungo taciute le vere ragioni che portarono l'Italia, paese aggressore, ad entrare in guerra. Ragioni collimanti con un disegno espansionistico per il quale la maggioranza del paese non avrebbe voluto versare una goccia di sangue. Ragioni che ebbero come estrema conseguenza l’avvento della dittatura fascista. Se volessimo individuare il momento che segna la fine dell’Italia liberale uscita dal Risorgimento, non dovremmo pensare alla marcia su Roma del 1922 o alle elezioni del 1924 con gli squadristi ai seggi, bensì al colpo di stato bianco del re Vittorio Emanuele III e del primo ministro Salandra nel 1915, con cui il Parlamento a maggioranza neutralista venne messo davanti al fatto compiuto dell’entrata in guerra; effettuando una giravolta per la quale il Regno d'Italia fu disprezzato perfino dai suoi nuovi “amici” e dichiarò guerra all’Austria, fino a poco prima sua alleata.
Si è a lungo equivocato la presenza e la parte della massa di ignari mandati al macello, a combattere su pareti di roccia spesso innevate, trasformando l'arco alpino in un campo di battaglia fatto di trincee e baraccamenti in cui persero la vita migliaia di uomini. Tra costoro i soldati passati per le armi addirittura senza processo, come descritto da Hemingway, facendo spesso ricorso alla intollerabile pratica della decimazione, o per esecuzione diretta e immediata da parte dei superiori. Si trattava di sbandati, disertori, insubordinati, responsabili di rifiuto individuale o collettivo fucilati per mano amica in nome di un codice militare ottocentesco spietatamente applicato anche a questi reati grazie alla circolare Cadorna.
La Grande guerra fu anche dolore, disperazione e fame patiti lontano dalle trincee, nelle case dalle dispense svuotate da un'economia di guerra che ingrassava i capitali dei grandi gruppi industriali.
Ancora oggi qualcuno prova a raccontarci la Prima guerra mondiale come una grande e dolorosa esperienza unificatrice del Paese. È così che ci viene riproposta la memoria condivisa dell’evento, configurando un'Italia unita nella grave sorte e nella crisi, senza conflitti, se non quelli contro chi viene da oltre confine. In realtà essa rappresenta tuttora l’agente patogeno di processi di costruzioni d’identità artificiose quanto odiose per razzismo, identitarismo e revanscismo mai sopito. Quel conflitto più che altro portò sterminate masse di persone a contatto diretto con una morte che, nelle sue vere circostanze e modalità, non era divulgabile né raffigurabile. Troppo sconveniente e demoralizzante raccontare una guerra infradiciata nel sangue, nella melma fatta di liquami, di cibo marcio e vomito, vissuta in promiscuità forzata tra cadaveri in putrefazione e finita sussultando e contorcendosi nell'atto di stringersi il ventre squarciato o recuperare brandelli di arto mozzati, imprecando e urlando come un animale in trappola. Una guerra così non poteva essere raccontata. Meglio raccontarne un'altra.