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martedì 23 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Comunicato della sezione ANPI Pavia "Onorina Pesce Brambilla"


Il prossimo 4 novembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrerà la festa nazionale delle forze armate a Trieste. Nel centenario della battaglia di Vittorio Veneto, la scelta non è ovviamente casuale. E noi crediamo che sia una scelta sbagliata: le brame su Trieste italiana alimentavano la propaganda interventista alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915; l’irredentismo triestino si nutriva di veementi invettive razziste contro le comunità cittadine non italofone. Un razzismo che all’indomani dell’annessione di Trieste e della Venezia Giulia all’Italia si tradusse nell’italianizzazione forzata di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue. Questo processo iniziò con il regime liberale, e trovò il suo compimento sotto il fascismo. Cent’anni più tardi, l’Italia non ha ancora fatto realmente i conti con il passato: il razzismo, il colonialismo e i crimini di guerra dei carnefici italiani sono il grande rimosso della nostra coscienza. La carica simbolica di Trieste resta la stessa di cent’anni fa. Lo dimostra il fatto che Casapound abbia indetto un corteo nazionale proprio a Trieste, proprio il prossimo 3 novembre. Celebrare a Trieste il centenario dell’armistizio tra Italia e Austria non farà che riattivare quella carica simbolica, non solo nella propaganda neofascista, ma anche nel discorso istituzionale, la cui retorica, in questi tre anni di commemorazioni della grande guerra, non è mai cambiata. Il 24 maggio 2015, sempre a Trieste, il centenario dell’entrata in guerra fu ricordato con la manifestazione “l’esercito marciava”, durante la quale  l’allora ministra della difesa Roberta Pinotti portò la fiaccola nell’ultimo tratto della staffetta militare, per poi pronunciare un discorso che sembrava provenire da un comizio interventista di cent’anni prima. E ancora Casapound, il giorno precedente, celebrò l’entrata in guerra con un corteo nazionale nella Gorizia maledetta. Nel mentre l’ex Capo di Stato Giorgio Napolitano e lo storico Mario Isnenghi, quest’ultimo con una svolta di 180° rispetto ai suoi lavori precedenti, in una serie di conferenze spiegavano l’entrata in guerra italiana come una necessità storica, e non come una precisa scelta politica dettata da interessi economici e da mire espansionistiche, quale effettivamente fu. In questi tre anni di celebrazioni, le massime istituzioni repubblicane non hanno mai problematizzato l’assunto che la guerra fu un momento unificante nell’identità nazionale.

Già tre anni fa, la sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla aveva scelto di non partecipare alle celebrazioni cittadine del 4 novembre: per i motivi di cui sopra, la scelta resta la stessa anche quest’anno. Alle ragioni viste fin qui, se ne aggiunge poi una di ordine locale. La prefettura di Pavia ha promosso, di concerto con Assoarma, un ciclo di conferenze sulla prima guerra mondiale dal titolo “Verso la vittoria”, su cui si veda il nostro comunicato del 27 settembre scorso: l’iniziativa è curata dal presidente di Assoarma Angelo Rovati e dall’insegnante delle scuole medie superiori Paola Chiesa, che ricopre anche la carica di segretaria cittadina del partito postfascista Fratelli d’Italia. Le conferenze propongono agli studenti la sola ricostruzione degli eventi bellici fatta propria dagli uffici storici delle forze armate. Tra i relatori chiamati a parlare, non ce n’è uno che rappresenti la storiografia laica. Promuovendo quest’iniziativa, il prefetto Visconti ha compiuto una scelta ideologica precisa, che conferma come anche a Pavia, la narrazione istituzionale della grande guerra coinciderà con il punto di vista delle forze armate.
Bibliografia e videografia consigliate:
Alessandro BarberoCaporetto, Laterza, Roma-Bari 2017.
Alessandro BarberoLa prima guerra mondiale. Dal Piave a Vittorio Veneto, ciclo di tre interventi al Festival della mente, Sarzana 2018, disponibile su youtube
Wu Ming 1Cent’anni a nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, Rizzoli, Milano 2015.

martedì 25 settembre 2018

Verso l'altra guerra - Schegge di Grande guerra

Trittico sulla guerra, Otto Dix
[…] “Quelli che interrogavano avevano tutta l'efficienza, la freddezza e il controllo di sé degli italiani che sparano senza che nessuno spari loro. […] «Perché non sei col tuo reggimento?» […] «Non lo sai che un ufficiale deve restare coi suoi uomini?» […] «Sei tu e la gente come te che hanno permesso ai barbari di calpestare il sacro suolo della patria.» […]«È a causa di tradimenti come il tuo che abbiamo perduto il frutto della vittoria.» […] «Abbandono di truppa, condannato alla fucilazione.»”- Addio alle armi, H. Hemingway
Ho citato Hemingway perché all'Italia manca un proprio romanzo della Grande Guerra. Gli altri Paesi che vi presero parte ne hanno almeno uno, divenuto poi un classicodella letteratura del Novecento, legato alla biografia dell'autore-soldato. Il romanzo della Grande Guerra combattuta sul fronte italiano, invece, l’ha scritto un americano. Ciò accadde perché la Prima guerra mondiale in Italia ha prodotto il fascismo, e il regime fascista ha avuto uno dei suoi pilastri retorici nel culto dei caduti e nel rancore per la “vittoria mutilata” di dannunziana memoria, da cui trasse linfa per le guerre successive. La censura di regime ha impedito alla generazione di italiani che aveva vissuto il primo conflitto mondiale un’elaborazione critica dell'esperienza bellica, nonché la collocazione in prospettiva degli eventi vissuti attraverso il racconto di un’esperienza individuale che si fa specchio dell’esperienza collettiva. La memoria è stata imposta come memoria unitaria, che fosse condivisa oppure no, pietrificata nei grandi sacrari monumentali, nella tomba del milite ignoto, nelle parate commemorative.
Aver mancato quello spaccato di autobiografia italiana significa non aver fatto i conti con un nodo storico fondamentale e non aver mai elaborato le pulsioni che portarono il Paese in guerra. Significa non disporre del racconto pubblico dei reduci, che possa essere letto, discusso, nonché speso contro la retorica guerrafondaia prima e di regime poi. Significa altresì tollerare equivoci e silenzi che si sono protratti nel tempo, fino a un'altra guerra mondiale e oltre, fino a noi. Nel corso di un secolo sulle vicende della mattanza che fu la Grande Guerra si sono accumulate narrazioni tossiche che in occasione delle celebrazioni di stato tracimano nel discorso pubblico e vengono strumentalmente utilizzate per riplasmare gli eventi in funzione del momento.

Si sono a lungo taciute le vere ragioni che portarono l'Italia, paese aggressore, ad entrare in guerra. Ragioni collimanti con un disegno espansionistico per il quale la maggioranza del paese non avrebbe voluto versare una goccia di sangue. Ragioni che ebbero come estrema conseguenza l’avvento della dittatura fascista. Se volessimo individuare il momento che segna la fine dell’Italia liberale uscita dal Risorgimento, non dovremmo pensare alla marcia su Roma del 1922 o alle elezioni del 1924 con gli squadristi ai seggi, bensì al colpo di stato bianco del re Vittorio Emanuele III e del primo ministro Salandra nel 1915, con cui il Parlamento a maggioranza neutralista venne messo davanti al fatto compiuto dell’entrata in guerra; effettuando una giravolta per la quale il Regno d'Italia fu disprezzato perfino dai suoi nuovi “amici” e dichiarò guerra all’Austria, fino a poco prima sua alleata.
Si è a lungo equivocato la presenza e la parte della massa di ignari mandati al macello, a combattere su pareti di roccia spesso innevate, trasformando l'arco alpino in un campo di battaglia fatto di trincee e baraccamenti in cui persero la vita migliaia di uomini. Tra costoro i soldati passati per le armi addirittura senza processo, come descritto da Hemingway, facendo spesso ricorso alla intollerabile pratica della decimazione, o per esecuzione diretta e immediata da parte dei superiori. Si trattava di sbandati, disertori, insubordinati, responsabili di rifiuto individuale o collettivo fucilati per mano amica in nome di un codice militare ottocentesco spietatamente applicato anche a questi reati grazie alla circolare Cadorna.
La Grande guerra fu anche dolore, disperazione e fame patiti lontano dalle trincee, nelle case dalle dispense svuotate da un'economia di guerra che ingrassava i capitali dei grandi gruppi industriali.
Ancora oggi qualcuno prova a raccontarci la Prima guerra mondiale come una grande e dolorosa esperienza unificatrice del Paese. È così che ci viene riproposta la memoria condivisa dell’evento, configurando un'Italia unita nella grave sorte e nella crisi, senza conflitti, se non quelli contro chi viene da oltre confine. In realtà essa rappresenta tuttora l’agente patogeno di processi di costruzioni d’identità artificiose quanto odiose per razzismo, identitarismo e revanscismo mai sopito. Quel conflitto più che altro portò sterminate masse di persone a contatto diretto con una morte che, nelle sue vere circostanze e modalità, non era divulgabile né raffigurabile. Troppo sconveniente e demoralizzante raccontare una guerra infradiciata nel sangue, nella melma fatta di liquami, di cibo marcio e vomito, vissuta in promiscuità forzata tra cadaveri in putrefazione e finita sussultando e contorcendosi nell'atto di stringersi il ventre squarciato o recuperare brandelli di arto mozzati, imprecando e urlando come un animale in trappola. Una guerra così non poteva essere raccontata. Meglio raccontarne un'altra.


martedì 8 maggio 2018

Una domanda alla sinistra


Pubblichiamo l'articolo di Guido Crainz apparso su la Repubblica del 23 aprile 2018.


Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”.
E ancora una volta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: “rivela” la cultura – o l’incultura – dei vincitori, ma anche la capacità di risposta – e la cultura – di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campo quando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale. Interroga dunque i nuovi “vincitori”, il 25 aprile di quest’anno, e da essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempo stesso la sinistra, la costrinse a riflettere su se stessa. O meglio: su quella “dissipazione di sé” che sembra prevalere. E l’urgenza di una riflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmanti segnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l’educazione quotidiana alla democrazia (la quotidiana “pedagogia della Costituzione”) e la mobilitazione politica e civile: così come è sempre stato nella nostra storia, lontana o recente.
Può essere utile ricordare il clima di vent’anni fa o poco più, quando venne proclamato l’avvento di una seducente “Seconda Repubblica”. In quel 1994 andava al governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per la prima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento non ancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega che alimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini «il più grande statista del secolo», trovando la “comprensione” di Berlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti: «Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini», disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa la capogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

A completare il quadro venne allora un programma televisivo sulla caduta del fascismo, Combat film, che proponeva un messaggio di sostanziale equiparazione fra le due parti in conflitto. Fascismo e Resistenza pari sono per la Rai, commentava Mario Pirani su questo giornale, mentre Barbara Spinelli osservava: in pochi giorni è avvenuto qualcosa di importante in Italia, «c'è clima di banalizzazione del Ventennio, di libertinismo verbale, licenza assoluta di dire. Morta la “Prima Repubblica” tutto diventa possibile, tutto diventa permesso». Un giudizio scritto allora, ma che rischia di ritornare drammaticamente attuale.
In quel 1994 la risposta fu chiara e netta: una sinistra disorientata e sconfitta seppe ritrovare se stessa e le proprie ragioni (anche se il primo stimolo non venne dai partiti o dai sindacati, ma da un piccolo quotidiano, il manifesto). La mobilitazione fu realmente ampia e confluì nella grande manifestazione nazionale del 25 aprile di quell’anno, a Milano: “un’altra Italia” non era scomparsa e a partire da essa era possibile ricostruire nella coscienza di tutti le ragioni della democrazia. E questo avvenne, in una “Seconda Repubblica” per altri versi infausta: si avviò da quel 1994 il percorso che portò una destra sin lì neofascista a rinnegare le proprie radici (un merito di Gianfranco Fini che non può essere dimenticato). E il 25 aprile si impose anche a chi, come Silvio Berlusconi, si era sempre sentito estraneo a esso: ci vollero 15 anni, ma il 25 aprile del 2009, nella Onna colpita dal terremoto, come capo del governo pronunciò un discorso esemplare. In contrasto esplicito con quel che aveva sostenuto sin lì (e non da solo).
Anche allora il 25 aprile era stato più forte, e naturalmente non vanno dimenticate neppure altre e più lontane fasi della nostra storia repubblicana, quando le discriminazioni nei confronti delle associazioni partigiane e delle sinistre erano quotidiane. Avveniva metodicamente negli anni Cinquanta, nel clima della “guerra fredda”, con punte talora estreme: nei confronti degli antifascisti, ad esempio, continuarono a funzionare a lungo quei controlli di polizia e quelle “schedature” del Casellario politico centrale che il fascismo aveva ampliato a dismisura. Tempi lontani, appunto, travolti allora da mobilitazioni popolari che videro attivamente presenti i giovani (le “magliette a strisce” del luglio 1960): travolti, più in generale, da una modernizzazione del Paese che si coniugava all’ampliamento della democrazia e alla progressiva attuazione dei valori e dei principi sanciti dalla Costituzione. Modernizzazione e ampliamento della democrazia, progredire del Paese e rinsaldarsi dei valori dell’antifascismo, in una mobilitazione culturale, politica e civile contro chi si opponeva a essi in modo esplicito o contro chi ne appannava la rilevanza decisiva (tratto comune a non pochi “vincitori” del 4 marzo): questo è stato il tratto fondativo della nostra storia repubblicana, e sempre il Paese ha saputo rispondere.
È ancora così? Questa è la vera domanda che il 25 aprile di quest’anno pone alla sinistra nel suo insieme, nel momento in cui il suo ruolo decisivo – se non la sua stessa esistenza – sembra messo in discussione. Ed è una domanda sul futuro del Paese: riguarda ciascuno di noi.



sabato 17 febbraio 2018

Mai più fascismi - mai più razzismi

Manifestazione nazionale - Roma, 24 febbraio 2018

Diamo vita insieme a Roma, capitale della Repubblica nata dall'antifascismo e dalla Resistenza, ad una manifestazione che dev'essere davvero grande, popolare, pacifica, partecipata, patrimonio di quanti hanno a cuore l’inalienabile valore della libertà. Lo chiediamo a tutte le persone, ai lavoratori e alle lavoratrici, ai giovani, alle ragazze, agli anziani, alle famiglie, alle comunità, indipendentemente dalle opinioni politiche, dal credo religioso e da luoghi di provenienza.

L’Italia democratica, solidale , responsabile, civile deve alzare la testa e, unita, contrastare con gli strumenti della democrazia, del dialogo, della cultura e della partecipazione ogni deriva razzista, oscurantista, autoritaria ed ogni irresponsabile demaogia che fomenta paure, rancori, xenofobie. L’emigrazione è un irreversibile fenomeno di cui bisogna analizzare cause e responsabilità; coinvolge l’intera Europa e non si risolve con muri e barriere. La gestione delle politiche migratorie dev'essere una gestione sana propositiva, che crei davvero le condizioni per un piena integrazione sociale nel rispetto del dettato costituzionale.

Il tragico tiro al bersaglio di Macerata contro inermi migranti conferma che il tema del razzismo e del fascismo è rammaricamente all’'rdine del giorno; chi minimizza o addirittura sostiene i comportamenti criminali come la tentata strage è allo stesso modo corresponsabile della diffusione di pulsioni razziste e fasciste oggi presenti in segmenti per fortuna minoritari della popolazione. Ma esiste un'altra Italia, quella del volontariato, dell'associazionismo, della convivenza, della solidarietà, delle lotte democratiche; a questa Italia noi vogliamo dare voce. 


L'ininterrotta sequenza di intimidazioni e atti di violenza fascista e razzista di questi mesi, come la provocazione di Como, ha messo in pericolo la sicurezza di tutte e di tutti, che dev'essere garantita dallo Stato democratico attraverso la partecipazione popolare, la promozione dell'eguaglianza sociale, l'integrazione, la conoscenza, la formazione civile e la coesione sociale, l'attività delle forze dell'ordine.

Con la manifestazione unitaria del 24 febbraio, dopo le iniziative dei mesi scorsi a cominciare dal 28 ottobre 2017 e dopo le manifestazioni a Macerata e in molte altre città d'Italia, si deve rafforzare un paziente lavoro di valorizzazione della dignità della persona, dell'apprendimento culturale fin dall'età scolare, del recupero e della trasmissione della memoria, per riaffermare il valore della Costituzione e della sua piena attuazione. Fascismi e razzismi hanno provocato nel '900 le più sconvolgenti tragedie della nostra storia. Mai più!

Per unire: solidarietà e libertà siano il perno della democrazia di oggi e di domani.

Sabato 24 febbraio 2018: concentramento alle ore 13.30 in Piazza della Repubblica, avvio del corteo e arrivo in Piazza del Popolo dove avrà luogo dalle ore 15.00 la manifestazione.


LE ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI DELL'APPELLO "MAI PIÙ FASCISMI"


Roma, 14 febbraio 2018


giovedì 15 febbraio 2018

Un giorno come oggi, 15 febbraio 1926


Le considerazioni di Annalisa Alessio e Mario Albrigoni, membri della segreteria Provinciale di ANPI Pavia, sull'antifascismo di Piero Gobetti.


Riflettendo sul pensiero di Piero Gobetti, il "meno italiano" degli antifascisti. 

La lentezza e la pur encomiabile fatica con cui sono stati prodotti i recenti strumenti normativi di contrasto al fascismo, quali, ad esempio, i regolamenti comunali o, caso di questi giorni, l’estenuante dibattito che ha impegnato il consiglio comunale di Mantova annullare il provvedimento che, 94 anni fa attribuiva la cittadinanza onoraria al duce del fascismo, forse più ancora degli episodi di piazze, gazebi e cimiteri da cui si levano saluti romani, per tacere di episodi squadristi come a Como, stanno a dimostrare che l’antifascismo, pur innervato nella Costituzione, non è il paradigma consolidato e diffuso di “autoriconoscimento” degli italiani.
Intiepidito come "patto sulle procedure" durante la prima repubblica, o quietamente smarrito in salvifico accordo contro ogni violenza, spesso declinando al tempo stesso la mai sopita voluttà di una memoria equidistante tra “neri” e “rossi”, proprio ora che il fascismo torna ad occupare sotto diverse sigle il palcoscenico di una politica spesso ridotta all’esibizione sgrammaticata di vacue promesse, l’antifascismo sembra diventare terra di nessuno e terra di tanti, indifferentemente accomunati dalla generica pietà per i caduti partigiani o da un altrettanto generico appello alla Costituzione, allora ultimo frutto di una lotta durata venti mesi, e, oggi settant’anni dopo, in troppe sue parti, mai rigorosamente applicata.
Noi che scriviamo non siamo estranei alla fatica di cercare le parole per proporre i valori dell’antifascismo al III millennio. Di quale antifascismo abbiamo bisogno noi, e il nostro Paese che, pure, il fascismo lo partorì e lo vide crescere, nella diffusa acquiescenza e nella autoassolutoria rivendicazione del “tengo famiglia” di tanti?
Forse le parole in cui maggiormente ci ritroviamo, e che vorremmo fossero a fondamento dell’antifascismo di questo nuovo secolo, sono quelle del “meno italiano” degli antifascisti: Piero Gobetti, che muore esule in Francia in un giorno come oggi 15 febbraio 1926; e che in Francia riposa, lontano dal Paese di cui nella cortigianeria e nella demagogia, nella assenza di serietà e di responsabilità, nella disoccupazione intellettuale e morale, nel dannunzianesimo straccione e nella assenza di una etica civile, descrisse gli storici male del Paese che, in maniera determinante, avevano fornito radici al fascismo del ventennio.
"Noi non combattiamo specificatamente il ministero Mussolini, ma l’altra Italia” –scriveva Gobetti. Quell’Italia accomodante, preoccupata delle esigenze spicciole e del compromesso con la realtà, attenta al successo immediato e pratico che, sommessamente aggiungiamo noi, permise al fascismo un lungo e florido radicamento nello stato e nelle coscienze. Fenomeno tutto italiano che non può certo dirsi felicemente conchiuso all’indomani della lotta di Liberazione, che, pure, in talune sue componenti lucidamente vide (e combattè) nel fascismo i mali antichi del nostro paese, “la tradizione trasformista, unanimista, moderata, conformista e ministeriale, legalista e leguleia, corrotta nel suo gusto di quieto vivere e nel suo rifiuto della chiarezza, adoratrice della mediazione e dell’annacquamento" (cit. Revelli - De Luna, Fascismo e Antifascismo).
Mali che restano immutabilmente disegnati nelle cronache del presente.
“Non può essere morale chi è indifferente” scriveva Gobetti, rivendicando il paradigma di una “incrollabile intransigenza”, valore fondante di un antifascismo disperatamente etico, e perciò disperatamente affidato al futuro di “un’altra rivoluzione”. Meno di ogni altra interpretazione dell’antifascismo comprimibile all’interno del mero arco temporale del fascismo, il canone dell’antifascismo etico di Piero Gobetti ci sembra, ora e qui, quello che davvero può essere destinato a produrre le parole nuove di cui abbiamo bisogno.


martedì 2 gennaio 2018

Buon anno e buona Costituzione!

Molto spesso citata, ma poco conosciuta; a volte esaltata, ma non sempre compresa nella sua completezza; è il frutto di un lungo e aperto dibattito, prima nella Commissione dei Settantacinque e poi in Assemblea; ha settant'anni, ma non li dimostra: è la Costituzione della Repubblica Italiana. Straordinariamente ricca e attuale, continua a costituire l'oggetto di analisi e di studio per politologi, storici, costituzionalisti, e studiosi di diritto.
Apre con la disamina dell'articolo 1, la collana edita da Carocci, che, attraverso brevi saggi monografici, focalizzati sui primi dodici articoli della Carta, analizza in profondità i contenuti essenziali, in una prospettiva estranea alle celebrazioni retoriche, con l'obiettivo di sviscerare e ricomporre ciascun articolo all'interno di tre grandi cornici interpretative: la loro genesi storica, le tensioni scaturite nell'ambito del dibattito costituente e la loro effettiva applicazione e attualità. 
Pubblichiamo un estratto del primo volume, curato da Nadia Urbinati.

«L’art. 1 è la carta d’identità del nostro Paese: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. In 24 parole sono contenute le premesse di tutti gli articoli che seguono: sui diritti fondamentali, su criteri e limiti delle relazioni civili, sociali ed economiche e sulla forma rappresentativa e parlamentare del governo. Si tratta di un incipitrivoluzionario, un rovesciamento di prospettiva rispetto al preambolo dello Statuto albertino che aveva retto l’Italia dal 1861: là era il monarca che, originariamente nella lingua dei suoi avi, il francese, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” e “prendendo unicamente consiglio dagli impulsi” del suo “cuore” concedeva i diritti ai “regnicoli”; qui è l’Italia che nella sua lingua dichiara sé stessa direttamente, senza appellarsi a nessuna entità al di sopra o al di fuori di essa, e dove i suoi sudditi sono il sovrano.»


Fonte: Nadia Urbinati, ART. 1 Costituzione italiana, Carocci Editore

mercoledì 6 dicembre 2017

Antifascismo e cultura dello stupro



Direttamente dal blog dei Wu Ming, una disamina limpida e attenta, fondamentale anche per individuare le radici del maschilismo e del machismo diffusi, e troppo difficili da estirpare in una popolazione che ha subito venti lunghi anni di dittatura fascista.
Partendo dal caso Giuseppina Ghersi, il gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki questa volta concentra le proprie forze sull'analisi del sessismo che permea la storia, sia individuale sia collettiva, e le modalità con cui essa viene raccontata. Senza fare sconti a nessuno. Senza manipolazioni. Contro lo stupro. Sempre.

di Nicoletta Bourbaki 

INDICE
1. Cacciatori di «cute dead girls!»
2. Lo stupro nella narrazione maschile e machista
3. Uno stupro è “solo” uno stupro?
4. Genere e violenza nella guerra fascista
5. E nella guerra di liberazione in Italia?
6. I tic narrativi del caso Ghersi
7. Lo stupro “antifascista” di Parma
8. Antifascismo e questione di genere, un antico rimosso

1. Cacciatori di «cute dead girls!»

Una ragazzina bionda, poco più che bambina, adagiata nel fango e nella polvere come una bambola di pezza. Innaturale, scomposta, il vestito bianco ridotto a pezzi, sollevato a scoprire un corpo che lascia intuire ogni sorta di scempio.
Un’immagine indigeribile, che toglie le parole e riempie di orrore chiunque la guardi, anche per l’impossibilità di collocarla nel tempo e nello spazio.
Nessuno sa chi sia la giovanissima vittima ritratta nella fotografia.

L’immagine approda a Internet il 23 novembre 2009, nella sezione «Medicina retrò & bianco e nero» di un forum di fotografia, dopo che un post simile datato 20 ottobre è stato cancellato per ragioni ignote. Da quel momento, conosce un certo successo nei siti per amanti del genere, come il thread di un forum spagnolo intitolato Ragazze morte carine! in cui il 19 ottobre 2010 viene postata dall’utente Nifelheim assieme ad altre 29 immagini, tutte rivoltanti.
Le uniche parole chiave per trovarla sono, in questa fase, «ragazze morte carine» (Cute dead girls!) e variazioni sul tema. Così può averla pescata chi per questa fotografia ha inventato una storia. Forse un frequentatore abituale dei forum citati, o soltanto qualcuno che cercava su google «ragazze morte carine».
Il 22 dicembre 2011 la fotografia viene accompagnata per la prima volta dalla didascalia «vittima di Berija», il capo della polizia segreta dell’Unione sovietica, qui definito «stupratore ebreo e omicida di massa». L’attribuzione è priva di riscontri, come del resto l’ebraicità di Berija, ma la torsione antisemita è sempre gradita in certi ambienti e permette di almanaccare sulle «origini giudaiche del bolscevismo». Il montaggio avrà una certa fortuna su siti ucraini, polacchi, baltici.
Relativamente tardi, indicativamente dal 2015, l’immagine viene associata a una donna tedesca stuprata e uccisa dall’Armata rossa. Quest’uso, dapprima limitato a siti dichiaratamente fascisti, verrà apprezzato nei paesi scandinavi per poi venire romanzato ulteriormente in Francia:
«Jeune fille allemande violée et tuée durant la seconde guerre mondiale, certainement par l’armée rouge. La guerre est le terrain de jeu préféré des violeurs, ce n’est pas juste une histoire d’hommes bien virils qui se tapent sur la gueule».
[Ragazzina tedesca stuprata e uccisa durante la seconda guerra mondiale, sicuramente dall’Armata rossa. La guerra è il campo da gioco preferito degli stupratori, non è solo una storia di uomini molto virili che si combattono tra loro.]
In Italia la foto arriva tardissimo. Il 3 aprile di quest’anno, con perfetto tempismo per aprire la danza macabra dei fascisti nostrani contro la Liberazione, la ragazzina diventa Luciana Minardi — volontaria nel Servizio ausiliario femminile della Xa Mas —, a corredo di un articolo firmato da tale Claudio Laratta.
La scomparsa e la probabile morte violenta di Luciana Minardi, avvenute nel maggio 1945, si prestano infatti, per mancanza di riscontri e fonti attendibili, a quel genere di ricostruzioni indirizzate a colpire l’immagine del movimento resistenziale.
A settembre, infine, nel sottobosco dei forum neofascisti il cadavere ritratto nella fotografia diventa quello di Giuseppina Ghersi.
Chi è la ragazza nella foto? Forse non lo scopriremo mai. Plausibilmente è stata vittima di un omicidio consumato da qualche parte nell’epoca del bianco e nero, fotografata dalla polizia prima che qualcuno ne trafugasse l’immagine. Una donna i cui ipotetici discendenti sono del tutto ignari dell’ampia circolazione dell’immagine e dell’uso che ne viene fatto.
A parte l’uomo che ha pensato di donarla a nuova morte mentre bazzicava siti per necrofili, almeno una dozzina di altri soggetti ha consapevolmente creato un falso nell’atto di ripostarla attribuendole un’identità o una nazionalità. Così molti uomini hanno profanato l’immagine di una donna morta ammazzata per montare accuse pretestuose di stupro. Cannibali.
Nel caso di Giuseppina Ghersi non è nemmeno l’unica foto falsa.
Ne esiste un’altra, in circolazione da almeno dieci anni.

L’agenzia fotografica Getty, dal cui catalogo questa foto proviene, la dichiara scattata a Milano il 26 aprile 1945. È stata esposta all’Istoreto (Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea) di Torino, in occasione della mostra La lunga liberazione, 1943-1948 e si può vedere nella relativa galleria fotografica. Scrive lo storico Mirco Dondi nel suo La lunga liberazione. Giustizia e violenza nel dopoguerra italiano (Editori Riuniti, Roma 1999): «a Milano […] vengono marchiati i visi delle donne con la lettera M – iniziale di Mussolini e della Legione Muti». La Legione Autonoma Ettore Muti era un corpo militare della Repubblica di Salò. A Milano fu responsabile di grandi rastrellamenti, torture ed esecuzioni sommarie. Tra le brutalità che commise vi fu l’eccidio di Piazzale Loreto (10 agosto 1944), evento che scosse profondamente la città e, un anno dopo, avrebbe portato alla decisione di esporre proprio in quel piazzale il cadavere del duce. È storicamente assodato che la Legione Muti agiva grazie a un’ampia rete di delatori e delatrici. È plausibile che la ragazza nella foto ne facesse parte.
L’immagine, tra l’altro, è riprodotta anche in un’opera che revisionisti e neofascisti italiani conoscono benissimo: la Storia della guerra civile in Italia 1943-45 (1963) del repubblichino Giorgio Pisanò. Nel capitolo «25 aprile: Lombardia», l’immagine è così commentata:
«28 aprile: una ragazza, colpevole di aver simpatizzato per la Rsi, viene condotta alla berlina dai partigiani: sulla fronte le è stata disegnata, in segno di spregio, la “M” mussoliniana».
A dimostrazione che i fascisti, nelle loro pseudo-ricostruzioni storiche, mentono sapendo di mentire.

2. Lo stupro nella narrazione maschile e machista

Ci vuole stomaco per andare a pescare in questi sfogatoi dell’orrore una «prova fotografica» da associare a una vittima qualsiasi, funzionale a una campagna di disinformazione o di odio. Eppure a qualcuno lo stomaco non manca mai. I commenti di chi diffonde la finta immagine di Giuseppina Ghersi sono di questo tenore:
«C’è la foto del cadaverino con ancora le mutande abbassate. Qualcuno l’ha stuprata e uccisa, questi i fatti. No i partigiani? Forse un nero?».
L’hanno stuprata i partigiani o i neri. Neri, nel senso di negri.

«Questi i fatti.»
L’orrore e l’imbecillità di queste poche righe non sono casuali: costituiscono il prevedibile effetto di una narrazione, quella dello stupro e dell’omicidio di Giuseppina Ghersi, che non ha nessun legame con la ricostruzione storica, ma è figlia più che legittima della cronaca nera scandalistica.
Sugli ultimi giorni di vita della Ghersi circolano versioni non solo prive di riscontro documentale, ma del tutto fantasiose. Nel post Il caso Giuseppina Ghersi. Incongruenze, falsi e zone d’ombra le abbiamo smontate una per una, dando inizio a una serie di ricerche con l’obiettivo di scoprire cosa accadde davvero a questa ragazzina. Il lavoro negli archivi di diverse città è in corso da due mesi.
Usiamo «presunto stupro» non nella spregevole forma pseudogarantista con cui alle donne vittime di violenza sessuale s’impone di portare l’onere della prova. Abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie il campionario di oscenità a salvaguardia degli indagati nel caso delle studentesse americane che, lo scorso 7 settembre, hanno denunciato di essere state violentate da due carabinieri in servizio. Erano ubriache, se la sono cercata, prima ci sono state e poi hanno gridato al lupo, volevano fare un po’ di soldi con l’assicurazione sullo stupro…
No, noi diciamo «presunto» perché non siamo di fronte a una donna che denuncia il proprio stupro, bensì a uomini che a settant’anni di distanza dai fatti cominciano a parlare — ex nihilo — di uno stupro attraverso narrazioni esclusivamente tossiche, ignorando volutamente la storia della giovanissima donna che lo avrebbe subito, lei sì, davvero esistita.
Non mettiamo in dubbio il racconto di una donna sul proprio stupro, ma il racconto che gli uomini fanno di uno stupro per fomentare l’odio e manipolare la storia individuale e collettiva. Per usare le donne, una volta di più, una volta di troppo.

3. Uno stupro è “solo” uno stupro?

Sfogliando le prime pagine, tra giugno e settembre del 2017 l’Italia sembra attraversare una «emergenza stupri». Eppure, nonostante la sovraesposizione di alcuni casi (Rimini, Firenze e Roma) la questione della violenza sessuale e di genere è totalmente assente. Un paradosso solo apparente che, come spiega bene Valigia Blu, pretende di colmare il vuoto con massicce dosi di sensazionalismo e spettacolarizzazione macabra.
Lo stupro diventa “notiziabile” solo se contiene elementi che possano essere raccontati seguendo gli schemi narrativi della pornografia – e se non ci sono si possono sempre inventare. Si ignora, così facendo, una differenza sostanziale: la pornografia è messa in scena di immaginari e pratiche che di per sé non sono problematici, se agiti tra persone adulte e consenzienti; mentre la cronaca nera si occupa di aggressioni vere subite da persone vere.
Chi subisce la violenza diventa così vittima di una seconda violenza, quella dei giornalisti che la rendono protagonista di una narrazione di tipo pornografico, ovviamente senza il suo consenso.
Lo stupro non basta quasi mai a sé stesso. È come se non fosse paragonabile ai comportamenti violenti “di fascia alta”, come l’omicidio (meglio se multiplo), la pedofilia e, in tempi più recenti, il terrorismo. Quando viene riportata la testimonianza di una vittima di violenza sessuale si suggerisce sempre la vicinanza a un destino maggiormente tragico. Hai temuto per la tua vita?, le si chiede. E così il titolo diventa: «Ho avuto paura di morire».
Asia Argento
Asia Argento
Uno stupro è uno stupro, ma diventa facilmente “solo” uno stupro. O addirittura uno stupro apparente, mitizzato, strumentale, come sembra indicare la lettura di certa stampa italiana del “caso Weinstein”, con decine di commentatori, e purtroppo anche commentatrici, impegnati a spiegare ad Asia Argento – e alle altre attrici che hanno denunciato pubblicamente le sistematiche violenze sessuali del produttore cinematografico – che il loro non poteva dirsi stupro ma banale mercimonio di prestazioni intime a fine carrieristico. Un caso di mansplaining da manuale che non a caso ha visto in prima linea gli stessi soggetti mediatici attivi sul caso Ghersi, capaci di portare il ragionamento alle sue più perverse conseguenze: le donne sono vittime, ma solo se sono gli uomini a concedere loro tale status, soprattutto se le sciagurate pretendono di condurre la questione sul piano mediatico. Una dimensione a misura di maschio, come Harvey Weinstein ha sempre saputo.
Guai, dunque, a violare il gentlemen’s agreement sulla narrazione cronachistica delle violenze sessuali. Per aspirare a un posto di rilievo nella catena del newsmaking, allo stupro occorrono due elementi:
— uno intranarrativo, la brutalità efferata e la presenza di particolari hard;
— l’altro extranarrativo, la capacità di attivare macro frame quali «l’immigrazione fuori controllo», «l’invasione islamica», il «buonismo della politica radical chic».
Il primo elemento, quello intranarrativo, è rappresentato con nauseante precisione dalle «mutandine ancora abbassate» della fake Giuseppina. Dietro a una spolverata di pietismo fa capolino il voyeurismo morboso, che non si pone il problema della dignità della vittima e usa l’arma della vergogna per mascherare il godimento provato nella visione delle parti intime di un cadavere prepuberale e nella sua esibizione e condivisione virale. E l’autore non è certo un caso isolato.
La cronaca di Libero sullo stupro di Rimini, incentrata fin dall’URL – «stupro-violenze-sessuali-doppia-penetrazione-butungu-marocchini-turista-polacca-trans-peruviana» – sulla dettagliata descrizione degli abusi, ha portato a un nuovo livello la violenza sessuale per interposizione mediatica: a chi è già vittima per aver subito una violenza fisica e psicologica, viene imposta, nella narrazione della cronaca nera, un’ulteriore violenza nella dimensione virtuale ma non per questo meno invasiva.

La concentrazione di fake in questo manifesto è da record persino per i bugiardi seriali fascisti.
Il secondo elemento cardine nella narrazione sensazionalistica dello stupro applicata alla storia di Giuseppina Ghersi si esplicita nella domanda «sono stati i partigiani o forse un nero?». Un accostamento apparentemente privo di senso, da leggere alla luce del cortocircuito tra narrazioni tossiche cui abbiamo assistito negli ultimi mesi: se tre ragazzi di origine marocchina stuprano due persone «è tutta colpa della Boldrini» in quanto «amica dei negri» e quindi si auspica che anche lei venga stuprata al più presto, e realtà che quotidianamente si occupano di violenza di genere, come il movimento Non Una di Menosono accusate di un complotto del silenzio per coprire gli stupri degli immigrati.
Le donne violentate diventano il bersaglio di una campagna che sposa maschilismo, razzismo, paternalismo e delirio securitario: se bevono e vanno in giro in quartieri degradati, si macchiano di colpevole avventatezza.
Va bene, ma cosa lega i partigiani ai neri?
La proprietà transitiva, o meglio: la sua versione delirante. La «solita sinistra buonista» che tace sugli stupri degli immigrati è la stessa che gioca la carta dell’omertà in merito alle colpe della resistenza. Quindi se uno stupro è censurato, la causa è nel complotto dei comunisti che difendono solo i neri e i partigiani e disprezzano i veri italiani.

4. Genere e violenza nella guerra fascista

La violenza di genere o la schiavitù sessuale sono strumenti di sopraffazione e terrore nell’ambito di tutte le guerre e quindi della guerra fascista e nazista, anche dove gli ordini dall’alto non lo dicano esplicitamente o le ideologie razziste non lo prevedano. Lo stupro come arma di guerra è documentato a livello macroscopico nell’esercito giapponese nel caso di Nanchino (1937); è utilizzato massivamente delle truppe tedesche e «mongole» aggregate alla Wehrmacht in Emilia Romagna nel 1944 o dall’Armata Rossa che entra a Berlino nel 1945; per non dire delle violenze delle truppe alleate che hanno lasciato un segno forte nella memoria, in particolare nel centro Italia. Lo stupro è arma di guerra, simbolo di sopraffazione e umiliazione, pratica di violenza maschile, strumento di pulizia etnica. Sono di ieri (era il 1992) gli stupri di massa perpetrati da militari serbi contro donne bosniache musulmane che hanno riguardato oltre 25.000 vittime, all’interno di una strategia terroristica pianificata e diretta dall’alto con precisi ordini militari.
Il tema della violenza sessuale va dunque inquadrato all’interno della più generale questione della violenza nei suoi rapporti con specifici tratti ideologici riferiti alla sessualità o della violenza di genere. Nodi non facili da sciogliere.
Fantasie virili, di Klaus TheweleitNegli anni Settanta Klaus Theweleit, psicanalista, sociologo e critico culturale analizzò diari, memoriali, romanzi e testimonianze di parte fascista, nazionalsocialista, reazionaria e legata alla combattentistica di destra, aventi come oggetto gli anni della tentata rivoluzione in Germania (1918-1925). Il risultato fu un libro epocale, Männerphantasien (1977, in italiano è edito solo il primo volume, Fantasie virili. Donne flussi corpi storia, 1997).
Theweleit mostra come per i fascisti che combattevano contro lo spartachismo e le formazioni militari di sinistra, il vero incubo fossero le donne nemiche. I Corpi Franchi (Freikorps) vedevano le spartachiste, socialiste e proletarieprendere parte alla rivoluzione, stare sulle barricate, servire come infermiere, e ne erano come ossessionati. Theweleit rileva tratti fobici nei confronti della figura dell’«infermiera rossa», che si trasforma nella «puttana rossa»: per i fascisti, tra i “servizi” che le donne del nemico rendono ai feriti ci sono anche quelli sessuali. Le donne proletarie vengono descritte come autentiche furie, erinni o amazzoni assetate di sangue, isteriche, immaginate nude in cerimonie orgiastiche con i loro «maschi comunisti».
All’«infermiera rossa» il fascista contrappone l’«infermiera bianca», idealtipo di donna angelica e desessualizzata che assiste i patrioti amorevolmente e senza pensieri «sporchi». Theweleit descrive questo come un immaginario fantasmagorico generato dall’aver visto le donne partecipare alla rivoluzione e lo collega a un disagio di genere, fortemente sessualizzato, al punto da interpretare alcuni tratti omofili diffusi tra i fascisti tedeschi come una conseguenza della misoginia. L’esperienza di guerra e il cameratismo emergono come una specie di «ritirata» esistenziale e sessuale di fronte alla «minaccia femminile».
Diverso è il passaggio dal piano dell’immaginario, che associa nazionalismo e sessualità alla categoria centrale di «rispettabilità» (cfr. G. Mosse, Sessualità e nazionalismo), a quello strettamente storico-sociale: in Italia il fascismo operò in modo sistematico, attraverso la propaganda e la sociabilità, per coinvolgere le donne nel sostegno al regime e mobilitarle all’interno di cornici e ruoli stereotipati: angeli del focolare, madri della nazione, madri di futuri guerrieri, madri della fiera razza italica… Nel frattempo, osteggiò ogni forma di libertà femminile che mettesse in discussione quei ruoli, anche se tale coinvolgimento nella vita pubblica produsse alcune contraddizioni: il regime creò involontariamente degli spazi in cui la donna divenne qualcosa di più dello stereotipo caro alla propaganda. Le conseguenze si sarebbero viste durante la guerra e anche nella Resistenza, con il diffondersi di nuove «infermiere rosse», figure comunque devianti connesse ai diffusi stereotipi sessualizzati, che possono essere considerati trans-ideologici e un tratto d’epoca.
Il secco e l'umido, di Jonathan LittellCerti tratti specifici del mondo mentale di destra, che ha uno speciale rapporto con le culture della violenza paramilitare, non spiegano o chiarificano in modo deterministico comportamenti reali di soldati, maschi in armi, rispetto alla violenza di genere. Jonathan Littell ha ripreso i lavori di Theweleit e li ha utilizzati per Le benevole, scritto dal punto di vista di un ufficiale nazista coinvolto nella guerra di sterminio sul fronte orientale. Nel saggio Il secco e l’umido. Una breve incursione in territorio fascista (pp. 113-114), che riprende quei temi, Littell utilizza il modello del «maschio-soldato» per estenderlo ad altri soggetti, francesi o americani ad esempio, ma anche al «terrorista suicida islamico», al «combattente tamil o ceceno», al «massacratore ruandese» e al «tagliatore di braccia della Sierra Leone». E però specifica:
«mi pare evidente che un uomo spinto dal suo psichismo ad aderire volontariamente a un gruppo organizzato dedito alla violenza estrema […] non è nella stessa situazione dei milioni di soldati delle moderne guerre di massa».
Secondo Sandra Newman (D-Repubblica, 30 settembre 2017, p. 84), gli studi comparativi indicano che le violenze di natura sessuale sono
«storicamente rare tra i miliziani dei gruppi guerriglieri di sinistra: nel 1981, in Salvador, dopo una guerra civile di 12 anni, una relazione della Commissione per la verità delle nazioni unite non trovò nessun caso denunciato di stupri commessi dai ribelli, mentre quelli di parte delle forze governative erano comuni nei primi anni del conflitto».

5. E nella guerra di liberazione in italia?

Quanto appena detto non implica che la violenza sulle donne esercitata da membri di bande partigiane in Italia sia una questione inesistente.
Sulla base delle poche fonti disponibili, risulta una pratica non solo minoritaria, ma vietata, disincentivata e punita.
Contro ogni semplificazione, pare utile inserire la questione, oggi più che mai, in un quadro più generale di guerra alle donne in un contesto di anomia diffusa, dove la questione di genere si interseca alla guerra totale e alla guerra civile e ai civili, con la consapevolezza che la documentazione e la memoria dei fatti sono difficili da far emergere: perché la sottomissione femminile è dato diffuso di ogni società e di ogni guerra e per le comprensibili difficoltà legate alla denuncia da parte delle vittime.
Un primo elemento di cui tenere conto in termini generali è il portato etico e comportamentale di chi, come un esercito di liberazione comandato da ex ufficiali e militanti volontari, si pone l’obiettivo di fondare una nuova legittimità politica: in termini pragmatici, il buon esito di una guerriglia dipende dal buon rapporto con la comunità locale e dal radicamento sul territorio. Da qui l’attenzione e la severità con cui vengono seguiti dai comandanti tutti i rapporti dei membri delle bande con la popolazione, nelle varie fasi del loro arruolamento che, nei venti mesi della lotta di Liberazione, ha tempi e motivazioni differenziate e non sempre omogenee.
Non si può non partire dall’esercizio della violenza partigiana: la violenza necessaria e reattiva degli insorti in fase di riorganizzazione, rispetto a quella strutturale di nazisti e fascisti, cioè di un esercito regolare e di un partito armato all’interno di un sistema totalitario nell’Europa occupata e lacerata da anni di guerra.
Nel suo Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (capitolo 7, «La violenza», pp. 413-514) Claudio Pavone analizza in maniera approfondita anche la questione più ampia delle violenze da entrambi i fronti. Lo sguardo di Pavone si concentra in particolare sul di più di violenza,
Una guerra civile, di Claudio Pavone«quel di più del quale i reduci di tutte le guerre preferiscono non parlare. Non basta al riguardo dire che i crudeli e i sadici si trovano in qualsiasi campo e constatare che, di fatto, se ne annoverano in misura senza confronti superiore in quello fascista. Lo sguardo va piuttosto puntato sulle strutture culturali di fondo che sostengono le due parti in lotta, così da chiedersi perché le une siano più adatte delle altre a selezionare i crudeli e i sadici e a far emergere con tutta evidenza al livello dei comportamenti politicamente rilevanti le più oscure pulsioni dell’animo umano» (p. 427).
Giovanni De Luna ricorda che
«nelle guerre civili è sempre implicito un eccesso di orrore, un surplus di violenza svincolato dalle finalità immediate del confronto bellico. Perché ci si uccida tra italiani e italiani (o tra spagnoli e spagnoli, tra francesi e francesi…), non basta dichiararsi nemici: occorre negare nell’altro prima il fratello, poi l’uomo, relegandolo nella condizione di animale. Ed è proprio questo straripamento di terrore e di ferocia la causa prima di una rimozione collettiva che porta a cancellare le guerre civili dalla storia, a occultarle dietro schermi lessicali» (La Resistenza perfetta, 2015, p. 157).
Per i fascisti l’uccisione pubblica dei partigiani e l’esposizione dei corpi era inserita anche in una strategia il cui significato complessivo prescindeva dagli scopi puramente militari della guerra. Si trattava di «infliggere una doppia morte ai loro nemici, di far morire due volte i loro corpi: “Il fuorilegge muore due volte, la prima fucilato, la seconda impiccato, oppure due volte impiccato, permettendo ai suoi carnefici di far capitale della sua morte, terrorizzando molti vivi con un solo cadavere”», scrive Santo Peli (La morte profanata, in «Protagonisti», n. 53, 1993, p. 41).

Bassano del Grappa, 26 settembre 1944. I cadaveri di trentuno partigiani sul lungofiume della città. Ciascuno di loro ha appeso al collo il cartello «BANDITO». I trentuno, alcuni su pressione dei loro cari e/o del loro parroco, avevano risposto a un invito del comando tedesco: se si fossero consegnati, avrebbero avuto salva la vita e garanzia di nessuna ritorsione sulle loro famiglie. Invece, furono portati sul lungofiume e impiccati con cavi telefonici, di modo che la morte non fosse istantanea. Rimasero esposti alla vista degli abitanti per quattro interminabili giorni. La strage era parte della più vasta «Operazione Piave», durante la quale, in pochi giorni, i nazifascisti fecero 263 morti.
De Luna sottolinea che
«nella lotta partigiana si uccide, ma si uccide quasi sempre come per una scelta obbligata, senza dare alla violenza sanguinaria un valore liberatorio, senza nessuna esaltazione di una violenza “fondante in quanto violenza”, senza nessuna concessione a una sorta di valore intrinseco della violenza […] Quando dai documenti e dalle testimonianze affiora un partigiano che uccide con naturalezza (se non con piacere), questo avviene suscitando nei compagni ammirazione o disagio, entusiasmo o perplessità, ma non viene mai accettato come un qualcosa di ovvio, di scontato» (La Resistenza perfetta, p. 16).
La resistenza perfetta, di Giovanni De Luna
Tra i partigiani inoltre il problema dell’uso eccessivo della violenza era sentito come sintomo di scarsa solidità nella formazione politica. Senza un’adeguata educazione e in circostanze emergenziali, con l’aumento dell’organico in alcuni momenti, si trattava anche di evitare il rischio che i combattenti potessero avere comportamenti da avventurieri: da qui le dure punizioni e il funzionamento dei tribunali di divisione o di brigata, che avevano la duplice funzione di mantenere la disciplina e di lasciare il movimento resistenziale — descritto come composto da banditi dal nuovo regime fascista collaborazionista — senza ombre agli occhi della popolazione.
È un comandante partigiano come Arrigo Boldrini, il celebre «Bulow», a sottolineare retrospettivamente, nel 1945, la carenza di disciplina e l’insofferenza all’autorità di molti giovani che hanno costituito la base partigiana: operai e contadini «privi di istruzione» e dotati solo di «volontà e coscienza». «La disciplina – ricordava Ferdinando Mautino – non era imposta ma richiesta», al punto che la pena capitale veniva invocata da intere formazioni per compagni accusati di gravi mancanze in nome della necessità della legge (cfr. Pavone, Una guerra civile, p. 457).
Ci sono poi seri problemi di natura logistica che caratterizzano la guerra per bande rispetto a quella condotta da eserciti regolari statuali: cosa fare con le spie? Cosa fare con i disertori, i criminali comuni e i prigionieri? Il quesito si sarebbe potuto risolvere con le prigioni: ma un esercito di guerriglia in continuo movimento su un territorio tenuto da un nemico organizzato non può averle. Da qui la riduzione, necessariamente semplificata, a due possibilità: o assoluzione o morte. La questione dei giudizi in situazioni di emergenza, con rischio della rovina di intere bande, è sentita con estrema drammaticità.
De Luna cita un episodio avvenuto nel marzo 1945 in Piemonte, in una zona ad alta densità di repressione fascista, che testimonia una vera e propria psicosi nei confronti delle spie, tale da coinvolgere due giovani donne, Lucia B. (21 anni) e Caterina R. (22 anni): «accompagnate nei prati detti Pra ‘d Rioca Vaca, proprio davanti al cimitero di Barge, furono derubate (le scarpe, un orologio, due borsellini), fucilate e sotterrate di nascosto da due partigiani agli ordini di “Moretta”» (pp. 172-173). In altri due casi in quella zona erano state giustiziate donne in quanto sospette spie: in questo caso però le accuse erano vaghe e riguardavano presunti «rapporti con i nazifascisti e adescamento dei partigiani», in sostanza l’avere buone relazioni con establishment fascista e militi. Il fatto suscitò dure polemiche e reazioni di altri comandanti per aver agito «senza prove inequivocabili e rigorosi accertamenti»: seguono scuse pubbliche, la pubblicazione di un manifesto e un indennizzo alle famiglie delle vittime. Moretta, giudicato un «pazzo pericoloso», viene processato dal comando di divisione per l’omicidio delle due ragazze, degradato e trasferito ad altro reparto, evitando la fucilazione solo per i precedenti meriti partigiani. Morirà nel dopoguerra prima della conclusione del processo a suo carico per gli ordini impartiti.
Oltre all’uso della violenza militare, la storiografia non si è sottratta al tema, difficile e controverso, della «resa dei conti». Proprio quella su cui insiste la lettura revisionista anti-resistenziale, rendendo illeggibile il contesto: si tratta invece di un impasto di giustizia e vendetta in cui il partigianato è più impegnato a limitare e controllare la violenza, strutturale e diffusa, e la sete di vendetta popolare che non a esercitarla. Ed è sempre ingiusto giudicare quella violenza decenni dopo, senza la coscienza di cosa significhi essere ancora all’interno di una guerra civile, totale, di occupazione e di rappresaglia. Così come ogni discorso sulla resistenza deve essere affrontato a partire dal nucleo della scelta di allora di sfidare apertamente tedeschi e fascisti con le armi, il tema della violenza non può essere scisso a partire dal suo retroterra, il clima di guerra e le circostanze estreme, e dalle motivazioni e degli obiettivi di quella violenza, cioè il progetto di società futura che ne è alla base.
Guerra alle donne, di Michela PonzaniAncora altro è quindi la pratica della violenza sessuale inferta alle donne, tema rispetto al quale – non lo si dirà mai abbastanza – si deve sempre tenere conto del silenzio delle vittime e della difficoltà a reperire fonti. Michela Ponzani in Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico» 1940-1945 concentra le analisi sui soprusi subiti dalle donne nei diversi contesti, dalla casa, al lager, ai diversi luoghi della RSI. Dalla sua lettura emerge come la violenza repubblichina si eserciti sulle donne con la duplice funzione di estorcere informazioni e con l’intento di punire l’uscita dai ruoli tradizionali e subalterni di mogli, madri, figlie e sorelle. Decisiva qui appare
«la cultura militare-maschile dei “carnefici”, il substrato mentale, il loro retroterra educativo che spinge a punire le donne che hanno osato ribellarsi al regime e che hanno voluto lottare per emancipare se stesse da quel ruolo sociale inferiorizzante» (p. 172).
Si possono rilevare differenze rispetto al partigianato, in analogia al tema della violenza, in alcune testimonianze: «Nella brigata garibaldina Nino Bixio operante in Liguria in pochi giorni vennero fucilati due partigiani per violenza carnale e rapina, uno per furto, uno per rapina, uno perché “rapinatore, ladro e spia”» (cit. da rapporti 1-8 ottobre 1944, in Pavone, Una guerra civile, p. 455). Nuto Revelli ne La guerra dei poveri documenta l’ordine in relazione a una spia: «Non picchiarla, non toccarla. Non siamo fascisti: niente torture, niente volgarità. La fucileremo» (p. 199; annotazione del 16 aprile 1944, in Pavone, Una guerra civile, p. 471).
Tenuto conto della difficoltà di far emergere dal tempo tali fatti, come nel caso Ghersi, ciò non toglie che casi di violenza su donne fasciste o sorelle di fascisti, ad esempio, siano avvenuti. In Guerra alle donne Ponzani (pp. 253-282), attraverso le testimonianze dirette di donne che hanno vissuto negli anni della seconda guerra mondiale, descrive anche le violenze post-Liberazione. Le «amanti del nemico» sono le donne rapate, dipinte di rosso, portate in giro per la città, sbeffeggiate, colpite, insultate. Accusate di avere avuto relazioni con tedeschi e fascisti, reali e/o presunte, per invidia o per maldicenza, sono figure odiate, eccentriche e inaccettabili per i canoni sociali, moralistici e patriottici che si costruiscono attorno ai modelli idealizzati femminili. Le collaborazioniste sono descritte con tratti «non femminili»: amanti del lusso, di dubbia moralità, di sembianze «tigrine», vestite con indumenti maschili; hanno una condotta deviata, non onorevole, fatta di gesti lascivi. Assistono alle fucilazioni dei partigiani in pigiama e con la sigaretta in bocca, come Maria C., accusata di aver fatto catturare cinque partigiani delle formazioni garibaldine di Como. In alcune zone (nel libro si hanno testimonianze soprattutto piemontesi), l’accelerazione del lavoro dei tribunali serve per evitare casi di giustizia sommaria.
«Il linciaggio e la rapatura dei capelli in piazza hanno nell’eliminazione violenta del simbolo della femminilità un tratto distintivo del tipico rituale “maschile” di guerra; […] una forma di punizione esemplare, inflitta a quelle donne che hanno tradito la propria comunità nazionale di origine» (p. 263).
In un episodio riportato da Ponzani e riguardante Milano un gruppo di «partigiani dell’ultima ora» vuole rapare due sorelle repubblichine dopo il loro ritorno a casa. Siccome una è minorenne e incinta, un’altra sorella che era rimasta a casa si offre al suo posto. Quei «partigiani» rapano lei, che pure non aveva alcuna responsabilità diretta. Si tratta di un esempio inseribile tra i «comportamenti ambigui e pavidi, di scelte confuse» per i quali «non c’è […] nessuna motivazione legata alla responsabilità di aver sostenuto il regime fascista» (pp. 262-263).
Sono figure femminili tragiche, spesso molto giovani come la Santina de La luna e i falò, la bella figlia piccola del «padrone», vicina ai fascisti e infiltrata tra i partigiani come spia, il cui corpo bruciato chiude il libro di Cesare Pavese e la cui immagine concentra le contraddizioni della guerra civile. Non si possono non considerare vittime di un’educazione sbagliata, della propaganda e della loro femminilità, vissuta, esibita o usata nel contesto in cui in gioco ci sono condizioni di vita e sopravvivenza. In bilico rispetto a un mondo di violenza e di sguardi, comunque segnata dal patriarcato.

6. I tic narrativi del caso Ghersi


Su un manifesto di Forza Nuova, accanto alla foto falsa, una ricostruzione di pura fantasia del caso Giuseppina Ghersi. L’episodio vi appare arricchito di dettagli che non si trovano in alcun documento giudiziario conosciuto, né in alcuna testimonianza resa all’epoca dalla famiglia.
Tutte queste narrazioni appaiono mescolate e ibridate nella storia dell’omicidio e dello stupro di Giuseppina Ghersi, che diventa un episodio mitologico, in cui tutti gli archetipi sulla violenza dei partigiani sono presenti, nessuno escluso, come tic narrativi che tradiscono la poca accuratezza storiografica nella ricostruzione dei fatti e la volontà di commuovere e inorridire il lettore piuttosto che informarlo.
Non a caso a Giuseppina vengono associate due tra le immagini più utilizzate per illustrare gli orrori della resistenza: la bimba morta con il vestito bianco e la ragazza con la M dipinta sulla fronte scortata dai partigiani, sebbene queste appaiano incompatibili — le due non si somigliano nemmeno lontanamente — anche a un osservatore frettoloso e superficiale.
Nella narrazione revisionista — tramandata da storici improvvisati o che rifiutano di seguire il metodo storico, e affidata all’ultradestra — tutte le vittime dei partigiani sono state violentate. Devono essere state violentate. Perché quello è il fatale destino della donna, soggetto fragile, in un contesto di guerra, e perché quello è il trattamento che chi si mostra tanto preoccupato di omaggiarne la memoria oggi avrebbe loro riservato se si fosse trovato dall’altra parte allora.
Lo dimostra la leggerezza con cui si augura lo stupro a qualsiasi donna genericamente ascrivibile alla sinistra, anzi a qualsiasi donna e basta.
Giuseppina GhersiIn quest’ottica Giuseppina Ghersi non può essere una giovane che volontariamente e compatibilmente con la sua età aderì al fascismo, senza comprenderne l’orrore e contribuendo ad alimentarlo. No, deve essere infantilizzata, la «povera Pinuccia», mostrata non nelle sue immagini più recenti ma nella foto di classe delle elementari, immaginandola scattata nella stessa scuola dove ha composto il suo temino al duce (che non ha probabilmente mai scritto, ma questo a chi importa?). Oppure ritratta con l’abitino bianco della comunione, che le cuce intorno l’aura della piccola martire ed evoca il destino negato di sposa, unico possibile culmine del suo futuro di donna.
È così che la violenza a lei, la bambina di tutti, diventa violenza a noi, al corpo sociale e non al suo corpo individuale.
Prima della riforma del 1996, nel codice penale – emanato dal ministro fascista di grazia e giustizia Alfredo Rocco, ma pensato e scritto da giuristi che dopo il 1945 avrebbero fatto vanto della loro formazione liberale – i reati di violenza sessuale erano concepiti a tutti gli effetti reati contro la collettività e non contro la persona, inquadrati come «delitti contro la moralità pubblica e il buon costume».
Franco Gabrielli
Franco Gabrielli
L’evoluzione giuridica c’è stata, ma sembra soggetta a ricadute e regressioni. Commentando il caso della donna tedesca vittima di violenza sessuale a Roma il 22 settembre 2017, il capo della polizia Franco Gabrielli sposta immediatamente l’attenzionesull’offesa al senso di sicurezza della popolazione e sul danno perpetrato dai giornalisti che hanno definito la vittima una turista quando invece si trattava di una senzatetto. «Stiamo parlando di una persona che viveva in condizione di degrado e marginalità – dichiara – che è sempre una cosa seria, ma che non è e non può essere contrabbandata con il livello di una città completamente allo sbando».
Ed ecco un ennesimo ancoraggio esterno dello stupro, rilevante non in sé, bensì come vulnus alla tranquillità pubblica legato al degrado, alla movida, all’ostinata abitudine delle donne di non vivere in sicurezza e all’esistenza di occupazioni abitative.
Lucetta Scaraffia
Lucetta Scaraffia
Il 13 settembre il quotidiano Il messaggero lancia una campagna antiviolenza in cui invita la sindaca di Roma Virginia Raggi a potenziare il numero delle telecamere e dei militari, a garantire l’illuminazione pubblica e ad avvertire la cittadinanza di servizi quali i taxi rosa. Perché dietro lo stupro non c’è la visione predatoria della donna, ridotta a soggetto subalterno, ma la perdita di consapevolezza da parte femminile dell’«antica consuetudine» «degli uomini che devono proteggere le donne», le quali, soprattutto se giovani, «hanno bisogno di un contesto sociale che le circondi, di una corazza protettiva di occhi solidali che le seguano» (qui). La libertà femminile diventa solo «in linea di principio» e deve arrendersi al buon senso, alla cruda realtà o, come la chiama Lucetta Scaraffia, alla «vita vera».
Lo stupro è sganciato dalla questione di genere ed è quindi incastonabile in qualunque format possa infiammare l’opinione pubblica, o rassicurarla.
Se le ragazze staranno a casa o vi si faranno ricondurre da padri e fidanzati, avremo meno stupri.
Se fermeremo gli sbarchi e cacceremo gli immigrati, avremo meno stupri.
Se faremo piazza pulita degli zingari, avremo meno stupri.
Se le femministe la smetteranno di chiedere utopistica parità, avremo meno stupri.
Gli stupri, in queste narrazioni, esistono solo per sbandierarli sulla pelle delle donne, e per usarli contro le donne.
È accaduto anche là dove non ce lo si aspetterebbe mai, in uno spazio frequentato da persone che si dichiaravano antifasciste, a riprova che la cultura machista e sessista è pervasiva e che mai, in nessun luogo e contesto, si deve abbassare la guardia.

7. Lo stupro “antifascista” di Parma


Leggi il volantone detto «delle 4 crepe», diffuso da alcune compagne anarchiche nel dicembre 2016 (pdf). «Uno stupro è sempre e comunque un atto fascista, anche se chi lo commette si dichiara antifascista […] Chiunque stupra è un fascista e noi lo combattiamo in quanto fascista e stupratore.»
Parma, settembre 2010: in uno stabile di via Testi una diciottenne viene stuprata da un numero imprecisato di individui. C’è chi partecipa attivamente alla violenza (tre persone rinviate a giudizio e condannate in primo grado), e chi si “limita” a guardare e non arriverà mai a processo o sarà assolto con rito abbreviato.
La vittima è un’adolescente in stato di incoscienza, stuprata e penetrata con un fumogeno. Questo tipo di dettaglio è degno della porno-cronaca, ne siamo consapevoli. Purtroppo va messo in campo per capire la dinamica e la gravità degli eventi: dopo la violenza Claudia – il nome scelto per proteggere la sua identità – diventa a Parma la ragazza del fumogeno e il suo stupro, ripreso con un telefonino, viene condiviso dagli aggressori con amici e conoscenti.
La ragazza del fumogeno, che non ha più un nome e un’identità, è fatta bersaglio di prevaricazioni e vessazione sessiste. Ma è solo l’inizio. Tre anni dopo il video arriva nelle mani dei carabinieri. Convocata, Claudia è costretta a vedere dall’esterno il suo stupro, fotogramma per fotogramma. Al processo contro i suoi stupratori, racconterà in un’intervista a Il fatto quotidiano, il video verrà proiettato per ore, con tanto di moviola, per dimostrare che il suo corpo inerte, come morto, era consenziente sulla base di fermo immagine di mani e gambe scosse da contratture e spasmi.
Claudia non vuole denunciare ma l’azione penale scatta in automatico. Anche questo è un particolare irrilevante, eppure ha un peso nella narrazione dello stupro che le è imposta da altri, in primis i suoi violentatori.
Perché a Parma, in via Testi, c’è la sede della Rete antifascista, la RAF. Claudia è stata violentata da uomini che si definiscono antifascisti, protetti da donne che fino a poche ore prima dello stupro avrebbe chiamato compagne.
In uno spazio che si dice votato agli ideali antifascisti non c’è condanna per chi ha stuprato né solidarietà per la vittima.
Come nei peggiori copioni mediatici, fin dalla prima immagine della violenza si costruisce una narrazione che imprigiona Claudia nel ruolo della vittima/carnefice.
I suoi stupratori si muovono liberi e indisturbati, per niente preoccupati che esista una prova video che li “inchioda”, come si dice nel gergo giornalistico. Ma il video della “ragazza del fumogeno” nella narrazione distorta di chi lo ha diffuso senza vergogna o senso di colpa, per aggiungere ferocia a ferocia, non mostra più uno stupro. La violenza su una donna talmente incosciente da sembrare morta è presentata come la cronaca video di una performance virile da manuale e di una “tipica” passività femminile colpevole.
Non «cosa le abbiamo fatto», bensì «guardate cosa si è fatta fare».
Il video passa da schermo a schermo all’interno della cerchia degli aggressori e tra una condivisione e l’altra arriva anche in altre città. Lo stupro resta invisibile. All’interno del movimento parmense la notizia non si diffonde e laddove arriva non viene percepita come una violenza, non viene considerata come una questione, umana e politica, da affrontare seriamente e subito.
Gli stupratori escono dal circuito della RAF. Alcuni lasciano Parma.
Nell’agosto 2013, una bomba carta esplode davanti alla sede di Casa Pound. Le indagini si concentrano sul circuito dei centri sociali e dei suoi frequentatori, RAF inclusa. Convocata dai carabinieri Claudia racconta di essersi allontanata dalla RAF dopo «una brutta storia». In cosa consista la brutta storia i carabinieri già lo sanno: è venuta a galla durante le perquisizioni fatte ad alcuni militanti. Sui loro cellulari è ancora presente il video dello stupro, a più di tre anni di distanza dai fatti.
La denuncia per violenza di gruppo è automatica, ma intorno agli stupratori si fa quadrato, nessuno ne rivela i nomi. Tocca a Claudia, che della notte dello stupro ha pochi ricordi confusi, identificarli dal video: scattano gli arresti domiciliari per Francesco Cavalca, 25 anni, Francesco Concari, di 29 anni, e Valerio Pucci di 24 anni.
Gli arrestati cercano di convincere Claudia a mitigare le dichiarazioni e di fronte al suo rifiuto lanciano quella che mediaticamente si chiama una “campagna di fango”.
«Mi hanno coperto d’insulti perché ho denunciato dandomi dell’infame per aver fatto entrare gli sbirri dentro ai centri sociali. Hanno persino messo in giro la voce che mi ero messa con i fascisti e che andavo in giro con quelli di CasaPound».
Ora che lo stupro è sotto gli occhi di tutti, per negarlo occorre un nuovo shift narrativo: la sua non è più la storia di uno stupro, ma quella di una delazione o, peggio, di una delazione fascista. La violenza che ha subito riscompare per magia grazie a un caro vecchio cavallo di battaglia dell’ultradestra: i veri fascisti sono i veri antifascisti.
Claudia persino si giustifica: «Io non ho denunciato nessuno. Volevo tutelare i miei genitori ed ero imbarazzata per una violenza che mi era piombata addosso da parte dei “compagni”. I carabinieri sono arrivati a loro perché hanno visto il filmato sul telefonino».
Ci vogliono sei anni perché lo «stupro antifascista di Parma» porti il movimento a interrogarsi sulla cultura sessista e la violenza di genere che ancora lo pervadono. Alla vigilia del processo inizia una mobilitazione che parte da un presupposto: chi stupra non è antifascista.
La notizia arriva ai media mainstream dove si parla, giustamente, di omertà e connivenza, ma è evidente l’obiettivo politico di sfruttare la vicenda, spostando il focus dalla violenza di genere e stuzzicando la morbosità dei lettori con dettagli come quello del fumogeno, per dipingere un quadro di degrado generalizzato degli spazi occupati. Dove, vedi il commento di Gabrielli sullo stupro della clochard tedesca nella Capitale, le donne non avrebbero sicurezza, a Parma come a Roma.
Non ci sono immagini da pubblicare, ma la narrazione dello stupro di Claudia è costruita in maniera talmente “cinematografica” da non lasciare nulla all’immaginazione.
A novembre 2016 si apre un filone bis, con il rinvio a giudizio di tre ragazzi e una ragazza per favoreggiamento: «i parmigiani A.S., 23 anni, e D.D.P., 29; il reggiano R.G. di 28 e la milanese M.D.P. di 26 anni». I quattro, scrive Parmapress24, «non avrebbero mai toccato la ragazza» ma «avrebbero tentato di convincerla a cambiare versione», le avrebbero inviato «telefonate e messaggi intimidatori».
Nel luglio 2017 Francesco Concari, Francesco Cavalca, e Valerio Pucci  vengono condannati in primo grado come autori materiali dello stupro (4 anni e otto mesi i primi due e 4 anni il terzo).
Subito dopo la sentenza la Gazzetta di Parma riporta una dichiarazione di Claudia. Non saranno le sue esatte parole ma persone a lei vicine ci hanno confermato che corrispondono, almeno nei contenuti, a quanto era importante dire:
«In questi anni mi hanno chiamata infame migliaia di volte, sono stata presa a schiaffi, insultata, cacciata da alcuni locali che frequentavano Concari, Cavalca e Pucci. Mi hanno perfino minacciata. Ed è forse questo che fa più male. Questa rete di omertà, che mai mi sarei aspettata. Questo e l’atteggiamento degli avvocati durante il processo: la mia vita è stata dissezionata, come se fosse stata colpa mia. Come se avessi voluto tutto quel che mi è capitato».
Se la parola antifascismo ha un senso — e per noi ce l’ha —, nessuno in questa storia è né mai è stato antifascista: non sono antifascisti i condannati, e non sono antifascisti quelli che li hanno coperti, o semplicemente ignorati, lasciando Claudia da sola.
Noi stiamo con Claudia

8. Antifascismo e questione di genere, un antico rimosso

Oggi la sede della RAF di Parma a via Testi è chiusa.
La questione della violenza di genere e della cultura sessista rimane lontana, fuori fuoco, sempre ai margini dell’inquadratura, anche negli spazi antifa dove si sconta un’incapacità di leggerla e riconoscerla che riporta agli anni successivi alla Liberazione.
È irragionevole ascrivere alla lotta di Liberazione, o a settori particolari di essa, la gamma di azioni individuali fuori controllo e di vendette private, e in particolare azioni odiose di violenza a donne per lo più giovani. Inaccettabili, sono perpetrate attraverso il corpo femminile ridotto a strumento per sfregiare l’onore del nemico maschio e portano il segno di una più generale cultura di genere. Una cultura patriarcale di maschi cresciuti nell’educazione sessista dell’Italia unitaria, cattolica, liberale e del ventennio, rispetto alla quale lo spirito resistenziale, nelle sue diverse declinazioni, marca una discontinuità.
Ciò detto, un problema di fondo nelle relazioni tra uomini e donne è presente da sempre all’interno del movimento resistenziale, per non dire del Partito comunista. Pavone racconta di come alle donne venisse affidato di default un ruolo ausiliario, di assistenza.
Donne partigianeAl netto delle tante contraddizioni che riguardano il modo in cui gli uomini hanno guardato le donne in quella stagione, se lasciamo parlare le scelte compiute dalle donne dopo l’8 settembre, sono 35.000 le partigiane combattenti, 20.000 le patriote, 70.000 le iscritte ai Gruppi di difesa della donna, 623 cadute in combattimento o fucilate, 3.000 deportate, 4.400 arrestate. Stime calcolate al ribasso, secondo Anna Bravo, che dicono come quel moto di liberazione fosse vissuto anche come aspirazione all’emancipazione.
Eppure durante le manifestazioni per la liberazione le donne vengono invitate a non partecipare:
«Cogli uomini […] sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – Ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzare l’occhio. I comandanti, su questo punto, non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e si erano scaraventate in città» (Beppe Fenoglio, I ventitre giorni della città di Alba, citato in C. Pavone, Una guerra civile, p. 444).
In quel «mormorare» e in quello «strizzare l’occhio» c’è un intero universo mentale.
L’invisibilità delle partigiane diventa funzionale al loro rientro nei ranghi all’interno della società post-bellica, che le rivuole madri e mogli irreprensibili, anche e soprattutto se hanno un ruolo politico. Con il tempo la scarsità di prove fotografiche della lotta armata al femminile durante la liberazione contribuisce a diffondere l’immagine della partigiana-crocerossina e indirettamente alimenta la sovraesposizione delle vittime «al femminile» della resistenza.
Nel dopoguerra «il rapporto non facile con i compagni di brigata è uno degli argomenti di cui più si continua a parlare; il riconoscimento che essi hanno dovuto dare alle donne che insieme a loro hanno combattuto e vinto il fascismo “non è un riconoscimento che abbia una radice profonda”» (cfr. Ponzani, p. 284; la frase tra virgolette è tratta dalla testimonianza di Ida Camanzi).
In un contesto politico in cui vengono frenate e impedite le istanze di mutamento, nel segno della regolarizzazione delle forze liberate, in ogni ambito della vita sociale, nella stagione della Liberazione la parità dei diritti è ancora lontana e per le donne che si discostano dal ruolo previsto, che si rendono visibili, scatta l’ostracismo maschile, se non il marchio di infamia.
Al centro di una città antichissimaRosa Mordenti nel suo Al centro di una città antichissima(2017) ricostruisce la storia di una militante comunista condannata per l’omicidio del marito da cui si è separata, partigiano e giornalista dell’Unità. Colpevole, prima ancora del delitto, di aver rinnegato il suo ruolo di madre, di aver ripudiato la felicità della modesta vita domestica che il marito era in grado di garantirle, di aver amato un altro uomo, di aver piacere nel ballare. Un piacere borghese che tradisce la sua estrazione e la riconduce a un archetipo della traditrice (bella, amante del lusso, lasciva) che riecheggia delle descrizioni delle collaborazioniste.
Scrive Rosa Mordenti che la normalizzazione «inizia sempre dal ritorno nelle case delle donne». Se la Resistenza è un momento di sospensione e riconfigurazione dei ruoli che permette e tollera la partecipazione attiva femminile, è un’eccezione che viene normalizzata con il rientro dentro gli schemi consuetudinari: al netto dei nuovi diritti acquisiti con la democrazia e sanciti dalla Costituzione, questo riguarda in modo peculiare le spinte di emancipazione di genere. In questo senso, a rimandare le donne “in casa” è la convergenza di pratiche antropologiche di lungo periodo e nuovo conformismo, trasversale alle forze politiche e al senso comune.
Venti mesi di resistenza contro venti anni di dittatura non sono in grado di cambiare mentalità di lungo periodo e di trasformare in profondità un paese. Come ha scritto Alberto Cavaglion in La Resistenza spiegata a mia figlia (2005, p. 43):
«nelle condizioni in cui si svolge, la guerra partigiana in Italia non può essere se non quella che riesce a essere, senza che si debba accusarla di non essere stata quello che non poteva essere, né magnificarla per quello che non può essere stata».
Il ritratto mediatico di Maria Luisa, protagonista dell’ibrido narrativo di Rosa Mordenti, risale al 1952 ma sembra scritto l’altro ieri. Vittima o maliarda assassina, una donna non ha altro modo per smettere di essere invisibile e anche in quel caso la storia che ha da raccontare non basta. Serve un’immagine e non un’immagine qualsiasi, ma una che unisca bellezza e raccapriccio e pazienza se si tratta di un falso, di una pura illustrazione.
Quando si racconta uno stupro, nove volte su dieci viene utilizzata una foto che ritrae una donna raggomitolata, con il viso coperto, nascosto tra le gambe ripiegate o schermato dalle mani in una muta maschera di disperazione.
Una fotografia che non ha nessun collegamento con la vittima e non ne rispecchia l’identità o l’età, ma risponde all’immagine “ideale” che una donna colpita da violenza deve essere in grado di mostrare al mondo per essere creduta e accettata.
Un’immagine dove avvenenza, giovinezza e debolezza non possono mancare.