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lunedì 21 maggio 2018

Costituzione 70

“La Costituzione come risorsa viva” è il titolo di un ciclo di incontri sui settant’anni della Costituzione.
E’ un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”, realizzato insieme a Radio Popolare, e con la collaborazione dell’Anpi provinciale di Milano.
Sei lezioni per esaminare in modo approfondito i principi della Carta, alla luce dell’attuazione e valorizzazione della Costituzione come risorsa viva.
Gli incontri si sono tenuti alla Casa della Memoria, in via Confalonieri 14 a Milano, nel periodo dal 6 aprile al 18 maggio 2018.Ciascuna lezione è stata trasmessa in sintesi all’interno di Memos, il lunedì successivo all’incontro alla Casa della Memoria.
Per coloro che non avessero seguito gli incontri, suggeriamo le lezioni, sia le sintesi che le versioni integrali, ora disponibili su questa pagina e in podcast.


martedì 8 maggio 2018

Da sudditi a cittadini: il fascismo è un crimine


Proponiamo il testo dell'orazione tenuta da Teresa Berzoni a Vigevano. 

Rivolgo a tutti presenti un saluto e un ringraziamento per essere qui con noi a celebrare la festa dellaLiberazione dell'Italia dal nazifascismo. Quel giorno Sandro Pertini annunciò, da Radio Milano Libera, la fine della guerra, il recupero dell'unità nazionale e della indipendenza ritrovata, l'avvio di un nuovo cammino democratico. C'è un filo rosso che segna il legame tra la Resistenza, il nuovo carattere dell'Italia democratica e l'ordinamento repubblicano. È il 25 aprile, che si fonda innanzitutto, la nostra Repubblica. A questo proposito vorrei ricordare la nostra compagna Noemi Tognaga, simbolo dell’antifascismo vigevanese, maestra e partigiana, collaboratrice con il Comitato di Liberazione Nazionale.

Un impegno continuato sui banchi del consiglio comunale e, per più di trent’anni, alla guida dellAssociazione nazionale partigiani.



LA GUERRA
In una Italia devastata dalla guerra, nelle sue macerie materiali, e sfregiata da vent'anni di dittatura fascista, nelle sue macerie morali, si levarono le coscienze limpide dei nostri patrioti antifascisti che non avevano mai smesso di credere in un futuro migliore, si levarono le coscienze di quei militari abbandonati a se stessi dopo l'armistizio, che onorarono la patria con sacrificio ed eroismo, donne e uomini, nelle città e nelle campagne, che non avevano mai smesso di credere che ogni persona va rispettata e che la sua dignità non può mai essere violata né per ragioni di razza, in quanto le razze non esistono, né per ragioni di religione, né per ragioni di pensiero, né per ragioni di genere, maschile o femminile, né per ragioni di condizione sociale.
Scriveva Piero Calamandrei: se volete andare nei luoghi dove è nata la nostra Repubblica, venite dove caddero i nostri giovani. Ovunque è morto un italiano per riscattare dignità e libertà, andate lì perché lì è nata la nostra Repubblica.
E’ per questo che siamo qui oggi, ancora una volta, a ricordare la Liberazione, soprattutto nel suo più profondo significato politico, quello di aprire la strada ad un futuro di democrazia, in cui libertà ed eguaglianza marciassero di pari passo, in cui i diritti della persona fossero considerati alla stregua di beni intangibili ed inalienabili, il lavoro fosse il fondamento non solo economico, ma sociale e morale della Repubblica, la pace come il bene sommo da tutelare ad ogni costo.

Il 14 luglio 1938 vennero emanate da parte del consiglio dei ministri fascista e promulgate dal re Vittorio Emaneuele III le “leggi per la difesa della razza”, un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi antisemiti: una vergogna e una infamia imperdonabile. Quelle leggi, infatti, portarono alla morte migliaia di ebrei e provocarono sofferenze indicibili, paura, terrore, angoscia e miseria. Con il manifesto della razza e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito di prestare servizio militare, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici "ariani". Gli ebrei vennero licenziati dalle amministrazioni pubbliche militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall'insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non poterono più essere accolti nelle scuole statali. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole create dalle comunità ebraiche specifiche per ragazzi ebrei.
In base a quelle cosiddette teorie (penose, false perfino ridicole) migliaia di ebrei italiani furono perseguitati, umiliati, messi alla fame, arrestati e poi spediti nei campi di sterminio.

GLI STRANIERI IN ITALIA
Siamo qui, noi dell'Associazione Partigiani per ricordare che questa è e deve essere la festa di tutti gli antifascisti, e dunque anche di coloro che vivono in Italia da tempo e dovrebbero diventare cittadini, senza steccati culturali o religiosi. Siamo qui, in un giorno di festa, ma ricordando che il mar Mediterraneo è pieno di cadaveri, che in tutto il mondo infuriano guerre, anche a noi molto vicine come la Siria, dove le maggiori potenze si fronteggiano per portare, con le bombe, la democrazia.

LA POVERTA'
Ma siamo qui anche per richiamare tutti alla necessità di superare un mondo fatto di ingiustizie, in cui alcuni poteri forti cercano di dominare il mondo, unmondo dove l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%. L’attuale sistema economico favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri che sono in maggioranza donne. E l’Italia non fa eccezione. Questo sistema economicoriesce solo a provocare ulteriori disuguaglianze, privazione di diritti, violenza e barbarie, miseria e fame. Per questo auspichiamo il passaggio da un'economia lineare basata sulla produzione industriale e sulla produzione di scarto a un'economia circolare basata sul riuso, perché stiamo consumando e inquinando l'ambiente più di quanto la terra e l'uomo possano sopportare.
LA CRISI
La disoccupazione è ancora a livelli troppo alti, mentre 18 milioni di italiani sono caduti nella povertà. Nella nostra Regione c’è una crisi ancora più grave sul piano della legalità. Continuano ad imperversare le mafie. C’è una corruzione diffusa, a tutti i livelli. Ricordiamo quello che è successo nella sanità lombarda.
C’è una crisi evidente di valori, C’è la sfiducia nelle Istituzioni, c’è uno sforzo continuo per modificare la Costituzione anziché darle finalmente attuazione, c’è una crisi di rappresentanza e dunque di democrazia, c’è la crisi dei partiti. C’è, soprattutto, il problema dei giovani, verso i quali abbiamo un debito enorme, ai quali non diamo certezze né per il presente né per il futuro

E’ per questo che non dobbiamo essere indifferenti, dobbiamo impegnarci per il bene comune, mettendo al bando egoismi, odio e violenze per realizzare, alla fine, il sogno di quegli anni, della Resistenza, della Liberazione, mettendo al centro i suoi valori fondanti: lavoro, giustizia sociale, equità e solidarietà.

GUERRE NEL MONDO
È sempre tempo di resistenza. È tempo di resistenza perché ovunque sia terra di martirio, di tirannia, di tragedie umanitarie come in Siria, Libia, Nigeria, Congo, Somalia, Sudan e tanti altri, purtroppo, lì vanno affermati i valori della resistenza.
Per questo, vogliamo dare una risposta a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà che metta al centro il valore della persona, della solidarietà, dell'uguaglianza dei diritti, della libertà di pensiero, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale, un mondo più giusto, più libero, più uguale, un mondo sognato dai caduti per la nostra libertà. L'Anpi nazionale con le parole di Carla Nespolo e l'Anpi di Vigevano condannano l'attacco portato avanti dall'America, Francia e Inghilterra alla Siria, perché allontana la soluzione della guerra civile siriana, aumenta i pericoli per la pace nel mondo, destabilizza i rapporti internazionali, delegittima l'ONU, incoraggia il terrorismo e divide l'UE. È ora che in Italia e in Europa torni a farsi sentire un grande movimento popolare per la pace.

I NUOVI FASCISMI
Si stanno moltiplicando nel nostro Paese, sotto varie sigle, organizzazioni neofasciste e neonaziste, presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web sia in Italia che in Europa, in particolare nell’est, e si manifestano attraverso chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni. C’è un pullulare in Italia di movimenti neofascisti insopportabile: liste elettorali, vendita di oggetti, esposizione di simboli, manifestazioni, siti web. Non ultimo il presidio di Casapound in piazza Ducale la settimana scorsa e la svastica e un canto della Wehrmacht incise sulla porta di un bagno a Montecitorio.
Nonostante le leggi Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993 in tema di apologia del fascismo,che puniscono ogni forma di fascismo e razzismo, siamo testimoni di un nefasto incremento di manifestazioni nostalgiche con vecchi e nuovi “camerati” che inscenano nelle piazze, stadi, nei siti cimiteriali di alcune città e adesso anche nelle sedi delle associazioni umanitarie, sindacali, e sulle porte di sindaci e assessori di vari comuni italiani.
Sempre più frequentemente si vedono croci uncinate disegnate sui muri di edifici istituzionali o scolastici. A queste nuove formazioni esplicitamente razziste e neofasciste non si può arretrare dalla scelta di un contrasto forte, per rinsaldare i valori della Costituzione.
Per questo L'Anpi si è prodigata nella raccolta di firme “Mai più fascismi” esortando le autorità competenti a vietare, nelle competizioni elettorali, la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni la concessione di spazi pubblici per iniziative promosse da ben note Associazioni, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse Istituzioni locali.

Per questo, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere, sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII Disposizione della Costituzione.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA
Durante il fascismo la donna poteva essere licenziata dal posto di lavoro se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità né salariale né previdenziale, non aveva pari diritti all'interno della famiglia anche riguardo all'educazione dei figli. Seguendo questa politica lo stato fascista cercò di eliminare tutte quelle attività, tra cui la scuola e l'istruzione, che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto e dall'avere tanti bambini, insomma la donna “regina del focolare”. La signora Pesce, donna della resistenza antifascista, ci ricorda come le bambine per andare alle scuole medie dovessero pagare una tassa doppia di quella dei bambini.
Ventuno donne nel mondo più maschile che si possa immaginare, ventuno donne con idee diverse riuscirono, insieme, ad inserire la parità di genere nella nostra Costituzione. In particolare il lascito più importante del loro lavoro fu l'articolo 3, che fissa l'uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni sociali. Ventuno donne che lavorarono alla stesura della Costituzione nell'Assemblea Costituente fino ad aprile del 1948.
L'Anpi si batte per un futuro in cui la politica per l’Uguaglianza si nutra di universalità del welfare e di diritti della persona, di redistribuzione del lavoro e della ricchezza; si nutre di applicazione della Costituzione e di rappresentanza sociale da allargare.
Siamo qui per non dimenticare il passato, ma al tempo stesso per guardare verso il futuro, sapendo che esso dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di partecipazione, di democrazia, di antifascismo. 


sabato 17 febbraio 2018

Mai più fascismi - mai più razzismi

Manifestazione nazionale - Roma, 24 febbraio 2018

Diamo vita insieme a Roma, capitale della Repubblica nata dall'antifascismo e dalla Resistenza, ad una manifestazione che dev'essere davvero grande, popolare, pacifica, partecipata, patrimonio di quanti hanno a cuore l’inalienabile valore della libertà. Lo chiediamo a tutte le persone, ai lavoratori e alle lavoratrici, ai giovani, alle ragazze, agli anziani, alle famiglie, alle comunità, indipendentemente dalle opinioni politiche, dal credo religioso e da luoghi di provenienza.

L’Italia democratica, solidale , responsabile, civile deve alzare la testa e, unita, contrastare con gli strumenti della democrazia, del dialogo, della cultura e della partecipazione ogni deriva razzista, oscurantista, autoritaria ed ogni irresponsabile demaogia che fomenta paure, rancori, xenofobie. L’emigrazione è un irreversibile fenomeno di cui bisogna analizzare cause e responsabilità; coinvolge l’intera Europa e non si risolve con muri e barriere. La gestione delle politiche migratorie dev'essere una gestione sana propositiva, che crei davvero le condizioni per un piena integrazione sociale nel rispetto del dettato costituzionale.

Il tragico tiro al bersaglio di Macerata contro inermi migranti conferma che il tema del razzismo e del fascismo è rammaricamente all’'rdine del giorno; chi minimizza o addirittura sostiene i comportamenti criminali come la tentata strage è allo stesso modo corresponsabile della diffusione di pulsioni razziste e fasciste oggi presenti in segmenti per fortuna minoritari della popolazione. Ma esiste un'altra Italia, quella del volontariato, dell'associazionismo, della convivenza, della solidarietà, delle lotte democratiche; a questa Italia noi vogliamo dare voce. 


L'ininterrotta sequenza di intimidazioni e atti di violenza fascista e razzista di questi mesi, come la provocazione di Como, ha messo in pericolo la sicurezza di tutte e di tutti, che dev'essere garantita dallo Stato democratico attraverso la partecipazione popolare, la promozione dell'eguaglianza sociale, l'integrazione, la conoscenza, la formazione civile e la coesione sociale, l'attività delle forze dell'ordine.

Con la manifestazione unitaria del 24 febbraio, dopo le iniziative dei mesi scorsi a cominciare dal 28 ottobre 2017 e dopo le manifestazioni a Macerata e in molte altre città d'Italia, si deve rafforzare un paziente lavoro di valorizzazione della dignità della persona, dell'apprendimento culturale fin dall'età scolare, del recupero e della trasmissione della memoria, per riaffermare il valore della Costituzione e della sua piena attuazione. Fascismi e razzismi hanno provocato nel '900 le più sconvolgenti tragedie della nostra storia. Mai più!

Per unire: solidarietà e libertà siano il perno della democrazia di oggi e di domani.

Sabato 24 febbraio 2018: concentramento alle ore 13.30 in Piazza della Repubblica, avvio del corteo e arrivo in Piazza del Popolo dove avrà luogo dalle ore 15.00 la manifestazione.


LE ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI DELL'APPELLO "MAI PIÙ FASCISMI"


Roma, 14 febbraio 2018


martedì 2 gennaio 2018

Buon anno e buona Costituzione!

Molto spesso citata, ma poco conosciuta; a volte esaltata, ma non sempre compresa nella sua completezza; è il frutto di un lungo e aperto dibattito, prima nella Commissione dei Settantacinque e poi in Assemblea; ha settant'anni, ma non li dimostra: è la Costituzione della Repubblica Italiana. Straordinariamente ricca e attuale, continua a costituire l'oggetto di analisi e di studio per politologi, storici, costituzionalisti, e studiosi di diritto.
Apre con la disamina dell'articolo 1, la collana edita da Carocci, che, attraverso brevi saggi monografici, focalizzati sui primi dodici articoli della Carta, analizza in profondità i contenuti essenziali, in una prospettiva estranea alle celebrazioni retoriche, con l'obiettivo di sviscerare e ricomporre ciascun articolo all'interno di tre grandi cornici interpretative: la loro genesi storica, le tensioni scaturite nell'ambito del dibattito costituente e la loro effettiva applicazione e attualità. 
Pubblichiamo un estratto del primo volume, curato da Nadia Urbinati.

«L’art. 1 è la carta d’identità del nostro Paese: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. In 24 parole sono contenute le premesse di tutti gli articoli che seguono: sui diritti fondamentali, su criteri e limiti delle relazioni civili, sociali ed economiche e sulla forma rappresentativa e parlamentare del governo. Si tratta di un incipitrivoluzionario, un rovesciamento di prospettiva rispetto al preambolo dello Statuto albertino che aveva retto l’Italia dal 1861: là era il monarca che, originariamente nella lingua dei suoi avi, il francese, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” e “prendendo unicamente consiglio dagli impulsi” del suo “cuore” concedeva i diritti ai “regnicoli”; qui è l’Italia che nella sua lingua dichiara sé stessa direttamente, senza appellarsi a nessuna entità al di sopra o al di fuori di essa, e dove i suoi sudditi sono il sovrano.»


Fonte: Nadia Urbinati, ART. 1 Costituzione italiana, Carocci Editore

lunedì 25 settembre 2017

Bella ciao, Ornella Andreani Dentici

Noi vogliamo ricordarla come la ragazza che, una notte, nascostasi in Aula Volta, (foto) dopo la chiusura del palazzo centrale dell’Università di Pavia, andò tappezzandone le mura di scritte antifasciste e antitedesche. Erano con lei gli amici Dante Faccioli e Franco Andreani, che sarebbe diventato suo marito. In tre che erano, avevano un solo revolver. E solo di questo armati, nella città inquieta e impaurita, andarono “ad innalzare una bandiera rossa sulla torretta dell’orologio che si affaccia sulla centralissima Strada Nuova, a pochi metri dalla prefettura e dalla sede della Federazione neofascista” (cit. Giulio Guderzo l’altra guerra).
Quando, finito il coprifuoco e la ragazza Ornella con i suoi due compagni se ne uscì dal portone dell’Università, sulla torretta dell’orologio rosseggiava una scritta: “ Giustizia e Libertà”. 
Il fascismo aveva le ore contate.
Noi non sappiamo se furono proprio le mani della ragazza Ornella a tracciare la scritta della riscossa e le sue dita ad innalzare la bandiera che cantava alla Liberazione. Ma sappiamo che ad unirla ai suoi compagni antifascisti era un grande coraggio e, forse più ancora, una immensa, incandescente voglia di vivere senza più guerra, in un Paese libero dalla oppressione e dalla barbarie che già le aveva ucciso il fratello Jacopo, studente antifascista, catturato dai militi della famigerata legione Muti, consegnato alle SS e deportato a Gusen II (uno dei sottocampi di Mauthausen ) dove sarebbe morto nel marzo ’45.
Mentre esprimiamo il nostro lutto per la scomparsa di Ornella Andreani Dentici, che in quella stessa Università sarebbe tornata, trascorrendovi una vita di studio, ricerca ed insegnamento, il nostro pensiero va alla generazione di Ornella e di Jacopo.
Cresciuti sotto il fascismo, da sé stessi, questi ragazzi seppero trovare il coraggio del no, le parole per dirsi antifascisti, e per contrastare nel fascismo, che, in spregio alle leggi della Repubblica, ancora oggi si manifesta, l’aberrazione estrema della violenza e la vergogna dell’oppressione dell’uomo sull’uomo. 
Di quel “coraggio del no” e di una stessa vitale passione civile oggi abbiamo bisogno.


venerdì 15 settembre 2017

Per loro la guerra non era finita

In rete, la Volante Rossa viene ampiamente definita come “gruppo terroristico operante a Milano nel dopoguerra”. Questa denominazione parecchio approssimativa e di sapore revisionista, taglia via la storia autentica della Volante Rossa, nata nell’estate del 1945 come circolo ricreativo di via Conte Rosso presso la Casa del Popolo di Lambrate.
Forse, la Volante tale sarebbe rimasta, se la recrudescenza fascista dell’immediato dopoguerra e la pesantissima restaurazione antipopolare nelle fabbriche, non l’avesse progressivamente trasformata in un gruppo che si misura sul campo, al fianco degli operai di Milano, lungo il sottile confine tra legalità e illegalità.
A dar vita alla Volante Rossa, che prende nome dalla 85° Brigata partigiana della Valle d’Ossola, sono i figli di chi ha combattuto in montagna, sono i fratelli minori dei partigiani, sono talvolta ex partigiani (Angelo Maria Magni, Dante Vecchio, Otello Alterchi) delle Brigate Garibaldi o del III GAP di Milano, giovani uomini che faticosamente tentano di ritornare alla vita civile e che, ad ogni passo, si sentono traditi.

Tanta parte d’Italia già nel ‘45 stenta infatti a fare i conti con il proprio passato fascista, cerca di dimenticare il messaggio dei partigiani, morti per liberare il Paese e per costruire una autentica democrazia progressiva, e in alcuni casi vorrebbe mettere al bando la Resistenza come inquietante episodio di riscossa popolare o di ridurne i valori ad una celebrazione monumentale.
Tra i fondatori della Volante Rossa, insieme a giovanissimi operai di Lambrate (Comini, Clerici, Finardi, Burato, Banfi, Cimpellini, Biadigo) c’è Giulio Paggio, il tenente Alvaro, 18 anni nel luglio ’44 quando a Piazzale Loreto assiste alla fucilazione da parte dei nazifascisti di quindici patrioti antifascisti, e decide, allora e per sempre, di vendicarne la morte.
Gli operai di Milano e i ragazzi della Volante Rossa, che nel ’47 prenderanno la tessera del Partito Comunista, sperano che il Paese del 25 aprile sia davvero un Paese migliore, capace di sconfiggere il fascismo non solo con le armi, ma di liquidarne ogni residuo, di epurarne ogni sopravvivenza dalla direzione delle fabbriche, dalle istituzioni, dalle prefetture e dalle questure. Sperano davvero che il Paese per cui hanno combattuto garantisca diritti e uguaglianza e riconosca il giusto ruolo ai combattenti e agli operai che contro il fascismo hanno scioperato nel marzo del ’43, e poi ancora nel marzo del ’44, che hanno occupato le fabbriche e difeso gli impianti di produzione dalla furia nazista.
Dopo il grande sogno dei cortei partigiani, gli uomini della Volante Rossa e con essi la classe operaia di Milano, particolarmente agguerrita e fortemente politicizzata, aprono gli occhi il 26 aprile e si accorgono che non è così.
Oggi, si racconta ai giovani che c’è stato il fascismo, la guerra, la Resistenza e poi come in una fiaba a lieto fine la pace, la Repubblica, la Costituzione. Il racconto storico spesso sorvola sulla ferocia antipopolare dell’immediato dopoguerra, sulle lotte operaie del 1947 e la rabbia dei partigiani cacciati dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro.
Il racconto storico non dice quasi mai dei morti contadini della prima strage padronale e mafiosa di Portella della Ginestra, primo maggio 1946, e della impunita uscita dalle prigioni di troppi uomini compromessi con la dittatura, dal prefetto di Genova al generale Graziani.
Il racconto storico tace soprattutto sulle mille cancrene fasciste che, dopo il 25 aprile, trovano legittimazione e spazio nelle istituzioni, e tace, ad esempio, sulla cacciata del Comandante partigiano Ettore Troilo dalla Prefettura di Milano, su nomina del CNL, rapidamente sostituito da un uomo più vicino al nuovo potere democristiano che celebrerà la propria epopea il 18 aprile 1948.
Forse un romanzo di Fenoglio, “La paga del sabato” ci parla della rabbia di chi ha combattuto e ora si vede messo al bando. Certamente la storia ufficiale non ci parla di questa rabbia delusa e difficilmente racconta l’operato di cento sigle neofasciste che, già nell'autunno della Liberazione, insanguinano Milano, inneggiano al regime appena sconfitto e troveranno unità e legittimazione istituzionale già nel dicembre ’46 con la costituzione del MSI che trova posto nel Parlamento della nuova repubblica.
I gruppi fascisti (SAM, RAM, Movimento tricolore, Gruppi di azione monarchica, FAR, Movimento unitario nazionale) compiono attentati alle case del Popolo, alle sedi dei sindacati, del PCI e del PSI, il 5 aprile ’46 tendono un agguato al dirigente comunista Di Vittorio, trafugano la salma di Mussolini, lanciano bottiglie incendiarie, e suscitano un allarme fortissimo tra gli ex partigiani. 
Alcuni, come Walter Audisio, Comandante Valerio, minacciano di riprendere le armi, altri, come il Comandante Armando della Brigata Rosselli con i suoi uomini in montagna ci tornano davvero, a Santa Libera, nel cuneese. A denunciare i rischi della restaurazione è lo stesso Togliatti che scrive: “non è più possibile tollerare oltre che in una città come Milano ogni otto giorni vi sia un attentato al tritolo sul PCI o si spari sui lavoratori. O si pone termine a questi delitti, oppure nessuno si lamenti se la collera dei lavoratori e dei democratici si manifesta in forme violente. Di fronte alla criminalità reazionaria e fascista nessuno pensi venga ripetuto il fatale errore di coloro che nel 1921/1922 predicarono la rassegnazione, la capitolazione, la bontà”.
La rinascita fascista e la restaurazione padronale nelle fabbriche stringono d’assedio la fortezza operaia di Milano, Lambrate e Sesto. Qui si colloca la storia della Volante, gruppo tutt’altro che clandestino, che, anzi, ostenta al massimo la propria visibilità per terrorizzare i fascisti e i padroni che hanno loro aperto le porte del 1922.
Il gruppo si sposta su un autocarro Chevrolet Dodge residuato dell’esercito inglese, ha una divisa, un simbolo, una bandiera, una canzone e un nome ben conosciuto dalla Milano antifascista.
La Volante Rossa interpreta allo stremo la rabbia operaia, ribatte colpo su colpo, segna le case dei fascisti, li insegue, se riesce li ammazza. Il Tenente Alvaro e i suoi arringano la folla in sciopero, accorrono nelle fabbriche chiamati direttamente dagli operai, contro i quali si consumano mille ingiustizie, sono in prima fila durante gli scontri, da quelli del luglio ’47, quando viene fatto divieto di ricordare i morti del luglio ’44 a Piazzale Loreto, a quelli dello sciopero generale del novembre ’47, e sono in prima fila anche nelle occasioni istituzionali, durante il sesto Congresso del PCI a Milano ad organizzarne il servizio d’ordine.
Non un gruppo clandestino, non dei terroristi nascosti, ma uomini che, a viso aperto, conducono una guerra senza fine e senza quartiere, che tenta di interpretare il sentimento collettivo della Milano operaia, con la quale tiene collegamenti precisi, estesi dalla Barona, all’Alfa Romeo, dalla Innocente alla Breda.
Certo, gli uomini della Volante Rossa si macchiano le mani di sangue, sono coinvolti nell'omicidio di Ferruccio Gatti, ex squadrista e dirigente del FAR dopo la Liberazione, in quello dell’ex dirigente fascista de' Il meridiano d’Italia, fino a quello di Ghisalberti che fu, probabilmente, tra gli assassini del dirigente comunista partigiano, Eugenio Curiel.
Non sta a noi giudicarli. Ad essi il Presidente Sandro Pertini ha concesso la grazia nel 1978, e alcuni di loro, con molte amarezze, sono tornati in Italia, ma solo per qualche giorno. Quello che noi oggi possiamo dire con qualche certezza è che gli uomini della Volante Rossa non erano sicuramente vendicatori solitari o pazzi sanguinari. Non erano nemmeno eroi, anche se a volte siamo tentati di crederlo. Erano uomini che hanno preso su sé stessi il carico delle aspirazioni e delle atroci delusioni del proprio tempo, fino al punto, forse, di esserne travolti. Hanno vissuto senza tregua il tormentato dopoguerra italiano, hanno cercato, oltre ogni paziente compromesso, la strada della giustizia partigiana, e forse, della rivoluzione comunista.


mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

Da 57 anni Reggio Emilia, con l’Anpi, la Cgil e i familiari dei Caduti chiede giustizia. Continuerete a farlo?
Certamente, la città intera e le famiglie ne furono completamente sconvolte. Dopo la morte di Ovidio, anche mio padre scelse di non vivere più, provato dall’ingiustizia subita. Avevamo tanti progetti e sogni, tutto cancellato, annientato.
Ovidio Franchi
Con Ovidio eravate in piazza il 7 luglio, lui era il primogenito…
Aveva 19 anni, quattordici mesi più di me, era operaio come nostro padre, studiava da disegnatore meccanico e andava molto bene a scuola. Coltivava tanti interessi ed era anche molto impegnato nella politica. Una tradizione di famiglia. Era segretario del circolo Cirenaica della Fgci, a Campo Volo, un quartiere di operai. Pensavamo bisognasse opporsi al governo Tambroni con gli strumenti della democrazia, scendendo in piazza. Così è stato, pur con la scia di morti e feriti. Da parte dei giovani fu una modalità di partecipazione forte e spontanea. Molti dei loro genitori dovevano raggiungerli alla manifestazione. Nostro padre però vi arrivò quando Ovidio era già morto.
La mobilitazione era stata corale e popolare…
Reggio Emilia conta 650 Caduti per lotta di Liberazione. Nel 1960, a soli 15 anni dalla fine della guerra, il governo del democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dal determinante appoggio di tre deputati del Msi, rappresentava un’offesa alla Resistenza. Tant’è che immediatamente tre ministri Dc si dimisero: uno di loro, Giorgio Bo, era stato partigiano. Era intollerabile il ritorno al potere di una forza politica chiaramente fascista. A Genova la mobilitazione antifascista, popolare, aveva vinto nel rifiutare il congresso missino, ma che ci fosse una svolta autoritaria era evidente: il giorno prima, a Roma, la polizia a cavallo aveva caricato i manifestanti, parlamentari e partigiani compresi. Quel governo è stato il primo grande errore storico della Repubblica. La Cgil aveva indetto uno sciopero generale di 12 ore e una manifestazione. I giovani vi parteciparono portando le magliette a strisce, che allora andavano di moda e costavano poco, le vendevano gli ambulanti. Anche Ovidio ne indossava una.
Quale fu la dinamica dei fatti?
Alle 16,20 eravamo in attesa di entrare alla Sala Verdi, dove si sarebbe tenuta l’unica iniziativa autorizzata. 600 posti appena. Ci trovavamo a 300 metri quando un’auto del sindacato con l’altoparlante ci avvisò dell’altissima adesione allo sciopero e delle migliaia di manifestanti che stavano scendendo in piazza. Molti operai portavano fiori ai monumenti ai Caduti partigiani. Noi seguimmo la vettura della Camera del lavoro, promuovendo di fatto un breve corteo. È scoppiato il finimondo: polizia e carabinieri ci hanno caricato con idranti, lacrimogeni e sfollagente, i caroselli delle camionette di polizia e carabinieri tentavano di investirci. Per ripararci, ci siamo diretti con altre centinaia di compagni verso la chiesa di San Francesco, che frequentavo perché vi giocavo a calcio e sapevo aperta sempre fino a tarda sera. A casa Franchi eravamo comunisti, ma tutti molto religiosi. Invece, con grandissima incredulità trovammo il portone sbarrato. Lauro Farioli, operaio di 22 anni, e il partigiano Mario Serri morirono proprio sui gradini del sagrato. Le pietre d’inciampo poste in memoria dei Caduti del 7 luglio sono un atto d’accusa. Non sappiamo se ci fu un direttiva precisa nel chiudere l’accesso, di certo fu un comportamento poco cristiano. Il Vescovato non l’ha mai ammesso, né tantomeno ha mai chiesto scusa. Neppure in quest’ultima ricorrenza.
Quando fu colpito Ovidio?
Provammo a cercare rifugio verso l’Isolato di San Rocco. Nella confusione persi di vista mio fratello. Poi il ferimento a morte. Perse la vita anche il partigiano Emilio Reverberi. Un altro partigiano, Afro Tondelli, cadde ai giardini pubblici vicino al Teatro municipale. Fu una strage di Stato.
Si aprì un’inchiesta e poi un processo sulle responsabilità di quei morti?
È la domanda che mi rivolgono sempre gli studenti, anche stranieri. L’Istituto storico della Resistenza di Reggio Emilia, l’Istoreco, promuove ogni due mesi degli incontri. Dall’Università di Berlino vi partecipano numerosissimi, mostro loro i luoghi dell’eccidio. Un processo si tenne, spostato a Milano per legittima suspicione. Per sette mesi i familiari fecero i pendolari per presiedere alle udienze; dal dicembre 1963 al 4 luglio ‘64 partivamo ogni mattina alle 5 e arrivavamo in tribunale alle 9; il Consiglio federativo della Resistenza e la Cgil con la solidarietà economica dei lavoratori avevano affittato un pullman dell’azienda trasporti cittadina. I due unici imputati vennero assolti: il vice questore, Giulio Cafari Panico, per “non aver commesso il fatto”, e l’agente di polizia Orlando Celani per “insufficienza di prove”. Eppure c’è una fotografia che lo ritrae in ginocchio mentre spara a Tondelli. Lo scatto non è nitido, allora forse non c’erano i mezzi tecnici di oggi. Ma di recente, per ben due volte, le richieste dell’Anpi con l’avvocato Ernesto D’Andrea, di riaprire il processo e ottenerne la revisione sono state archiviate dalla magistratura di Brescia.
Andrete avanti però…
Si sparò ad altezza d’uomo, in totale 500 colpi, è il numero accertato. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di quanto accadde. I nostri genitori e il mondo democratico di allora pensavano semplicemente di avere almeno un diritto sancito dalla Costituzione: manifestare in piazza democraticamente, scioperare e dimostrare pacificamente. Invece venne punita la città di Reggio Emilia, per la sua storia antifascista, i fratelli Cervi, la Resistenza. Purtroppo manca ancora la volontà politica in Italia di stabilire una verità giudiziaria. Per quest’ultimo anniversario, l’Anpi e la Camera del lavoro di Reggio Emilia, insieme al Comitato delle celebrazioni del 7 luglio, di cui fanno parte anche i familiari delle vittime, volevano incaricare di una nuova richiesta di revisione Giuliano Pisapia, che è avvocato del foro di Milano. Non si è riusciti, purtroppo.
Quindi ritenete ci siano elementi per nuovi procedimenti penali?
Noi continuiamo a raccogliere prove e testimonianze, non ci arrendiamo. È una ferita aperta. Negli archivi del ministero dell’Interno, desecretati, ci sono solo documenti su aspetti penalmente non perseguibili, gli altri sono spariti. All’epoca, alcuni agenti di polizia testimoniarono della paura di molti loro colleghi e affermarono pubblicamente e spontaneamente di aver rifiutato di eseguire gli ordini dei comandi. Erano universitari arruolatisi per pagarsi gli studi. In aula, vennero zittiti. Il film “Il sole contro” del regista Giuliano Bugani ha raccolto elementi inediti e importanti. Faccio parte dell’Anpi di Reggio Emilia, che col suo Presidente, Ermete Fiaccadori, sta proseguendo a cercare e mettere insieme nuovi materiali. La circolare con l’ordine di colpire i manifestanti deve saltar fuori.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it



domenica 19 marzo 2017

Fondata sul lavoro. O sulla finanza?

Presentiamo l'illustrazione dell'art. 4 della Costituzione, curata dal professor Gaetano Azzariti, già pubblicata su Patria Indipendente. Un monito circa la rilevanza e l'attualità del dibattito costituzionale, a settant'anni dall'approvazione della Costituzione italiana, al fine di garantire una risposta concreta alle attese del popolo italiano ispirate ai contenuti e ai valori espressi nella Carta, specialmente nella parte in cui sono esaltati il valore del lavoro, la dignità della persona, la tutela della salute, dell'ambiente, dei beni culturali, in una prospettiva di sviluppo del Paese, in un contesto di libertà e di uguaglianza, di migliori condizioni di vita per la collettività e di migliori opportunità per i giovani.

L’aver posto in Costituzione il lavoro a fondamento della Repubblica democratica italiana (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondatasul lavoro”) non comporta solo l’attribuzione di un ruolo centrale al principio lavoristico in sé e per sé considerato, ma – ben di più – assegna a questo principio il compito di modellare per intero il sistema complessivo dei valori costituzionali. È così che dal lavoro – secondo Costituzione – dipendono le determinazioni economiche e la realizzazione delle politiche sociali.
La promozione della piena occupazione, la tutela dei diritti fondamentali, l’intero sistema di welfare trovano nelle garanzie collegate con il diritto al lavoro il proprio fondamento materiale. La stessa libertà e la dignità delle persone sono collegate alla dimensione del lavoro (esplicitamente all’articolo 36, implicitamente nel sistema costituzionale complessivo, in particolare all’art. 2). Così anche la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori – tutelata in Costituzione in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35) – all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese è una condizione per il conseguimento della eguaglianza sostanziale (art. 3, 2° co.). Non una Repubblica dei lavoratori, come pure fu proposto in Assemblea costituente dalla sinistra, bensì il lavoro inteso come “attività” o “funzione” che, da un lato, possa concorrere “al progresso materiale e spirituale della società” (art. 4), dall’altro, permetta tramite la cura della Repubblica, “la formazione e l’elevazione professionale” dei singoli (art. 35). In sostanza, l’intero ordine economico e sociale ruota attorno al principio-valore del lavoro. È la forma di Stato, l’essenza del “patto costituzionale”, che tramite il lavoro si esprime. Se è vero che il Novecento è stato il secolo della civiltà del lavoro, la Costituzione l’ha rappresentato pienamente e consapevolmente.
Oggi l’inversione è evidente: è dall’economia (non solo quella reale – collegata alla produzione di merci e dunque in fondo ancora al lavoro vivo – ma anche e soprattutto quella finanziaria – espressione di ricchezza immateriale, se non proprio di rendite parassitarie –) che dipendono le politiche economiche, i diritti del lavoro, la vita delle persone, la dignità e la libertà dei singoli. L’intera società, l’ordine sociale costituito, le prospettive individuali e collettive vengono a dipendere dalle logiche imposte dalle controverse politiche economiche e dagli instabili equilibri finanziari. Ci si può allora legittimamente chiedere se non si vada affermando – in via di fatto – una Repubblica fondata sull’economia e sulla finanza.
Non può neppure dirsi che si stia assistendo ad un’improvvisa metamorfosi del sistema costituzionale. La tensione tra lavoro e mercato, tra diritti ed economia ha attraversato l’intera storia moderna, definendo un campo classico del conflitto sociale. Una forte tensione che già da tempo – da oltre trent’anni – ha visto le ragioni del lavoro cedere progressivamente il passo a quelle dell’economia. Vero è però che questo lento rovesciamento ha avuto nel periodo più recente una brusca e insolita impennata. Proprio nel momento in cui appaiono evidenti i limiti delle politiche neoliberiste che sono alla base della grande crisi che stiamo attraversando.
Visti i fallimenti del mercato e della finanza ci si sarebbe attesi, in effetti, una riflessione critica. Una rimessa in discussione delle politiche che hanno dominato sin dagli anni 80 e che hanno condotto alla più grave recessione della storia del capitalismo.
E invece la ripresa delle politiche neoliberiste ha assunto forme ancor più aggressive.

Guardiamo all’Italia. Una serie di eventi hanno imposto non tanto generiche “politiche di rigore”, quanto una rottura degli equilibri costituzionali complessivi. La modifica costituzionale che ha introdotto il vincolo del cosiddetto pareggio di bilancio appare bene esprimere – anche sul piano simbolico – il nuovo corso.
Può dirsi, in vero, che l’introduzione di una normativa costituzionale indirizzata ad elevare una specifica razionalità economica, avversa al deficit spending, si ponga in discontinuità con lo spirito pattizio della nostra Costituzione. Una Costituzione “di compromesso” che ha realizzato e persegue una sintesi delle diverse culture, rifiutando – in ogni sua parte, in materia economica in particolare – l’assolutismo di un’unica visione politica e ideologica. La scelta di un’economia mista (né completamente liberale né esclusivamente statualista), l’indicazione di un equilibrio dei conti pubblici rimesso però alle decisioni del parlamento che deve trovare le coperture necessarie, senza per questo imporre una specifica politica di sviluppo, hanno contrassegnato l’intera storia della Repubblica.
Ora, invece, una sola ideologia si impone in Costituzione. Non si tratta qui di discutere se le prospettive neoliberali siano condivisibili (del che si può ovviamente dubitare), quanto di rilevare la chiusura entro un’unica possibilità di sviluppo assai lontana dai principi ancorati alla civiltà del lavoro.
D’altronde, la vicenda del “pareggio di bilancio” non può essere considerata un fatto isolato. Può anzi affermarsi che si sta assistendo ad un accelerato diffondersi di un ideologismo, che ormai coinvolge direttamente il piano della Costituzione e che rischia di compromettere la visione propria del costituzionalismo del secondo dopoguerra, collegata alla primazia dei diritti, a quella del lavoro in primo luogo. Ormai è in nome della crisi economica che si giustificano le riforme costituzionali, non più in nome dei diritti. Sembra quasi che si vada affermando una sorta di costituzionalizzazione della crisi, piegando l’intero ordinamento alle esigenze di stabilità economica.
Si pongono le premesse di una cesura storica: abbandonare il costituzionalismo moderno inteso come mezzo per assicurare i diritti e dividere i poteri, sorretto da una lex superior che detta le forme della regolamentazione sociale, per imboccare una diversa strada, quella del dominio dell’economia su ogni diritto di natura non compatibile con gli equilibri economico-finanziari.
Fermiamoci sino a che si è in tempo. Chiediamoci anzitutto se è ancora possibile riaffermare le ragioni del diritto del lavoro in un quadro politico e culturale profondamente trasformato.
Un dato storico reale si pone all’origine del cambiamento cui s’è ora accennato. Non si può negare, infatti, la radicale trasformazione della civiltà del lavoro. Il superamento del sistema prima fordista e poi tayloristico di produzione, con l’erompere del lavoro immateriale e l’emarginazione del sistema industriale classico ha mutato radicalmente il quadro. Da qui bisogna partire se si vuole recuperare dignità al lavoro.
D’altronde, non si può immaginare che si possa uscire dalla crisi radicale che stiamo attraversando (economica, finanziaria, culturale) rimettendo le cose al loro posto, riaffermando puramente e semplicemente i valori della civiltà del lavoro che il Novecento ha espresso. Questa crisi pone in discussione anzitutto il modello di sviluppo. Dovremmo allora riflettere assai seriamente dei nuovi scenari che il pensiero critico più radicale ci viene proponendo. Per salvare il lavoro ci si deve interrogare, ad esempio, sulle teorie della decrescita felice o quelle che propongono una critica radicale all’industrialismo (ma anche al consumismo, al feticismo delle merci, all’alienazione che esse producono). Possono questi diversi modelli di sviluppo avere un futuro? Al di là degli scenari complessivi possibili, quel che a me pare certo è che puntare ad un ritorno al passato non rappresenti la migliore strategia per riaffermare ciò che realmente conta: il diritto al lavoro come strumento per assicurare la dignità sociale dell’uomo e della donna, per favorire lo sviluppo della personalità di ciascuno entro un progetto di emancipazione collettiva. Preservando, dunque, i valori storici, politici e materiali del costituzionalismo moderno che al paradigma del lavoro hanno dato vita e senso.

Se allora la riduzione dell’occupazione nelle fabbriche è un dato strutturale, così come l’estendersi delle forme immateriali di produzione, è consequenziale che non ci si possa limitare alla richiesta di ripristino dell’occupazione tradizionale, ma ci si debba sforzare di riconoscere e garantire le nuove forme di lavoro (si ricordi che la Costituzione tutela il lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni”).
È anche giunto il tempo per garantire le politiche inclusive della cittadinanza, pur se esse non producono direttamente un profitto valutabile nei termini brutali e assoluti dell’economia o della finanza. Reddito di cittadinanza, contratti di solidarietà, riqualificazione delle attività produttive, trasformazioni delle funzioni d’uso dei beni privati e pubblici in beni comuni: sono solo alcune delle proposte che possono riaffermare il valore costituzionale del lavoro.
Si potrebbe, inoltre, immaginare un piano per il lavoro (per i lavori), per tutti quei lavori ritenuti socialmente utili, in grado cioè di concorrere “al progresso materiale e spirituale della società”, che riesca a porsi al servizio dei diritti delle persone e non necessariamente o esclusivamente dell’economia e della finanza.
Per far questo, però, avremmo bisogno di un ceto politico consapevole e coraggioso, in grado di far valere un progetto di civiltà che vada oltre il contingente e disposto a riaprire la storica partita della lotta per il diritto. Avremmo anche bisogno di una società civile consapevole della posta in gioco, disposta a lottare per riaffermare la dignità del lavoro in Costituzione.
Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma

domenica 12 marzo 2017

Il pensiero dominante nella tarda modernità

Pubblichiamo con piacere una riflessione di Ferruccio Quaroni - iscritto al circolo ANPI Giuseppe Pinelli.Pavia.
Chi parla più di Gramsci? In Italia ogni tanto qualche politico, per fortuna, se ne ricorda e lo cita. Gramsci però non fu solo un “politico” in senso stretto ma un pensatore, scrittore ed intellettuale che cercò di inquadrare in un pensiero vasto e lungo, in particolare nei “Quaderni del Carcere”, storia, letteratura, filosofia ed antropologia. Solo lo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, con le dovute proporzioni per i tempi in cui venne realizzato, possiede una uguale ambizione ed ha dato un altrettanto ed importante contributo alla sprovincializzazione della cultura nazionale.
Gramsci è stato opportunamente citato da Zygmunt Bauman (un’altra immane e recente perdita per tutti noi) in una conversazione con Ezio Mauro da poco ripubblicata nelle edizioni di “Repubblica” ed intitolata “Babel”.
In una delle sue “Lettere” dal carcere nel quale il fascismo lo aveva recluso cercando, come disse Mussolini, di “impedire a questo cervello di funzionare…”, Gramsci afferma che “occorre essere brutalmente sinceri con noi stessi, quando si tratta delle nostre possibilità di produrre cambiamenti.” Nei “Quaderni” aggiungeva “La sfida della modernità è vivere senza illusioni e senza diventare disilluso.” Bauman parte proprio da qui per sostenere che è nostro compito provocare cambiamenti e che vedere la difficoltà di questo compito è l’inizio del lavoro e non la fine.
Può sembrare ovvio e scontato ma, se riflettiamo, ci accorgiamo di quanto il pensiero dominante, la “egemonia” come la definiva Gramsci, ha determinato, in questi ultimi decenni, trasformazioni profonde su come vengono vissuti e percepiti i valori essenziali della vita: dignità, sicurezza, riconoscimento sociale, appartenenza, autostima, perseguimento della felicità, coscienza morale. Bauman, con una battuta, afferma che tutto ciò è stato deviato dalla cultura consumistica egemone verso la strada dello “shopping” …
Se a questo aggiungiamo la crisi generale di credibilità della politica e dei politici scelti ormai spesso solo in base al criterio del “meno peggio”, le strategie dei governi che tendono a ridurre il cittadino ad un consumatore-spettatore che non partecipa e non costruisce il suo destino e la deriva morale costituita da una cultura sempre più banale ed orientata solo al divertimento, non c’è da essere allegri…
Bauman ricorda la citazione di Marx per cui siamo noi che facciamo la storia, ma in condizioni che non abbiamo creato e sottolinea come le stesse probabilità di scelte alternative ci giungono pre-manipolate e confezionate da un potere sempre più capace di utilizzare la tentazione e la seduzione come armi “dolci” per mantenere il cittadino in uno stato di dominio e per orientarne le opinioni, i gusti e le scelte.
Questa “tarda modernità” diventa, secondo il filosofo scomparso, l’epoca contrassegnata dallo scioglimento dell’appartenenza e dall’affermarsi di una massa di “solitari interconnessi”, agenti solitari in costante contatto fra di loro che sono anche agenti di un nuovo modo in cui si fa la storia.
La “rete” purtroppo non è il regno della libertà e del cambiamento ma uno specchio di ingrandimento delle opinioni dominanti dei “tessitori” che replica ed amplifica il pensiero dominante e che, quasi sempre, esilia chi disturba e dissente. Mauro aggiunge che “mille informazioni non fanno una conoscenza” in un mondo in cui la comunicazione ed i segni hanno sostituito il senso e la comprensione.
La politica dominante ha abilmente utilizzato tutto ciò illudendo da una parte che basta cliccare su una petizione on-line per fare politica e dall’altra promuovendo di fatto un “dibattito” in cui alle argomentazioni si sostituiscono il più delle volte le offese, l’odio ed il rancore.
E allora, come riprendere nella tarda modernità digitale l’idea di “civilizzazione” e la ri-costruzione di una politica che sia partecipazione, protagonismo, responsabilità?
Bauman sostiene che occorrono determinazione solida e costante, disponibilità ad ammettere i propri errori ed a porvi riparo, senso dell’obiettivo finale e, soprattutto, pacatezza, equilibrio e pazienza. Solo così, conclude, si potranno tradurre le intuizioni in parole, le parole in programmi, i programmi in azioni e le azioni in realtà.
Io aggiungo sommessamente che è indispensabile riappropriarsi dei luoghi e degli spazi della politica, investire in formazione vera delle giovani generazioni (non bastano wikipedia ed i blog…), comunicare con parole ed esempi con le persone in carne ed ossa, praticare e testimoniare coerenza nella propria vita, nelle proprie scelte e nei comportamenti. Ci sono anche un bel po' di “mercanti del Tempio” da cacciare… L’idea di “rivoluzione”, insomma, è a mio parere sempre valida ed attuale.