domenica 12 marzo 2017

Il pensiero dominante nella tarda modernità

Pubblichiamo con piacere una riflessione di Ferruccio Quaroni - iscritto al circolo ANPI Giuseppe Pinelli.Pavia.
Chi parla più di Gramsci? In Italia ogni tanto qualche politico, per fortuna, se ne ricorda e lo cita. Gramsci però non fu solo un “politico” in senso stretto ma un pensatore, scrittore ed intellettuale che cercò di inquadrare in un pensiero vasto e lungo, in particolare nei “Quaderni del Carcere”, storia, letteratura, filosofia ed antropologia. Solo lo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, con le dovute proporzioni per i tempi in cui venne realizzato, possiede una uguale ambizione ed ha dato un altrettanto ed importante contributo alla sprovincializzazione della cultura nazionale.
Gramsci è stato opportunamente citato da Zygmunt Bauman (un’altra immane e recente perdita per tutti noi) in una conversazione con Ezio Mauro da poco ripubblicata nelle edizioni di “Repubblica” ed intitolata “Babel”.
In una delle sue “Lettere” dal carcere nel quale il fascismo lo aveva recluso cercando, come disse Mussolini, di “impedire a questo cervello di funzionare…”, Gramsci afferma che “occorre essere brutalmente sinceri con noi stessi, quando si tratta delle nostre possibilità di produrre cambiamenti.” Nei “Quaderni” aggiungeva “La sfida della modernità è vivere senza illusioni e senza diventare disilluso.” Bauman parte proprio da qui per sostenere che è nostro compito provocare cambiamenti e che vedere la difficoltà di questo compito è l’inizio del lavoro e non la fine.
Può sembrare ovvio e scontato ma, se riflettiamo, ci accorgiamo di quanto il pensiero dominante, la “egemonia” come la definiva Gramsci, ha determinato, in questi ultimi decenni, trasformazioni profonde su come vengono vissuti e percepiti i valori essenziali della vita: dignità, sicurezza, riconoscimento sociale, appartenenza, autostima, perseguimento della felicità, coscienza morale. Bauman, con una battuta, afferma che tutto ciò è stato deviato dalla cultura consumistica egemone verso la strada dello “shopping” …
Se a questo aggiungiamo la crisi generale di credibilità della politica e dei politici scelti ormai spesso solo in base al criterio del “meno peggio”, le strategie dei governi che tendono a ridurre il cittadino ad un consumatore-spettatore che non partecipa e non costruisce il suo destino e la deriva morale costituita da una cultura sempre più banale ed orientata solo al divertimento, non c’è da essere allegri…
Bauman ricorda la citazione di Marx per cui siamo noi che facciamo la storia, ma in condizioni che non abbiamo creato e sottolinea come le stesse probabilità di scelte alternative ci giungono pre-manipolate e confezionate da un potere sempre più capace di utilizzare la tentazione e la seduzione come armi “dolci” per mantenere il cittadino in uno stato di dominio e per orientarne le opinioni, i gusti e le scelte.
Questa “tarda modernità” diventa, secondo il filosofo scomparso, l’epoca contrassegnata dallo scioglimento dell’appartenenza e dall’affermarsi di una massa di “solitari interconnessi”, agenti solitari in costante contatto fra di loro che sono anche agenti di un nuovo modo in cui si fa la storia.
La “rete” purtroppo non è il regno della libertà e del cambiamento ma uno specchio di ingrandimento delle opinioni dominanti dei “tessitori” che replica ed amplifica il pensiero dominante e che, quasi sempre, esilia chi disturba e dissente. Mauro aggiunge che “mille informazioni non fanno una conoscenza” in un mondo in cui la comunicazione ed i segni hanno sostituito il senso e la comprensione.
La politica dominante ha abilmente utilizzato tutto ciò illudendo da una parte che basta cliccare su una petizione on-line per fare politica e dall’altra promuovendo di fatto un “dibattito” in cui alle argomentazioni si sostituiscono il più delle volte le offese, l’odio ed il rancore.
E allora, come riprendere nella tarda modernità digitale l’idea di “civilizzazione” e la ri-costruzione di una politica che sia partecipazione, protagonismo, responsabilità?
Bauman sostiene che occorrono determinazione solida e costante, disponibilità ad ammettere i propri errori ed a porvi riparo, senso dell’obiettivo finale e, soprattutto, pacatezza, equilibrio e pazienza. Solo così, conclude, si potranno tradurre le intuizioni in parole, le parole in programmi, i programmi in azioni e le azioni in realtà.
Io aggiungo sommessamente che è indispensabile riappropriarsi dei luoghi e degli spazi della politica, investire in formazione vera delle giovani generazioni (non bastano wikipedia ed i blog…), comunicare con parole ed esempi con le persone in carne ed ossa, praticare e testimoniare coerenza nella propria vita, nelle proprie scelte e nei comportamenti. Ci sono anche un bel po' di “mercanti del Tempio” da cacciare… L’idea di “rivoluzione”, insomma, è a mio parere sempre valida ed attuale.




Nessun commento:

Posta un commento