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giovedì 9 agosto 2018

Alla deriva

Invitiamo i nostri lettori a sostenere la campagna di crowdfunding destinata al progetto di informazione indipendente ideato da Duccio Facchini e finalizzato alla realizzazione del libro "Alla deriva"  - I MIGRANTI, LE ROTTE DEL MAR MEDITERRANEO, LE ONG: IL NAUFRAGIO DELLA POLITICA, CHE NEGA I DIRITTI PER FABBRICARE CONSENSO

In questo momento di grande smarrimento politico ed etico , Altreconomia ha in cantiere un libro prezioso, che va oltre la cronaca dei naufragi nel Mediterraneo, ma affronta con una visione ampia i temi di più stretta attualità - migrazioni, Ong, normative, accoglienza -  e fornisce al lettore gli elementi per capire che cosa sta succedendo in Italia e in Europa. Il tema dei migranti è infatti sempre più decisivo nell’orientare il voto dei cittadini: "Alla deriva" è uno strumento chiaro e sintetico per comprendere ciò che accade nel Mare Nostrum , ma anche nelle nostre coscienze e nella nostra cultura.
I CONTENUTI 
“Alla deriva” è un libro che mette a tacere gli slogan dei politici e le fake news per far parlare invece i fatti, i numeri silenziosi, le testimonianze dirette: offre al lettore prima di tutto un’ overview sintetica del fenomeno migratorio a livello globale e una mappa delle principali rotte verso l'Europa; racconta, attraverso testimonianze dirette, che cosa sono i viaggi in gommone o in barcone nel Mediterraneo; smentisce le bufale sull’“invasione” e la “sostituzione etnica”; affronta il tema dei salvataggi in mare , il ruolo delle Ong e le ambigue inchieste a loro carico; traccia un quadro del sistema dell’ Unione Europea , delle sue normative e del futuro che si prefigura; fotografa la situazione della Libia , Paese in cui l’Italia - che vi ripone notevoli interessi economici - blocca o rimanda i migranti nonostante la terribile situazione dei diritti umani; descrive infine la cosiddetta “pacchia”, analizzando la condizione giuridica e sociale dei richiedenti asilo e degli stranieri in Italia.
I CONTRIBUTI 
Accanto al lavoro del giornalista Duccio Facchini (vedi oltre) numerosi, importanti contributi e testimoniane dirette di studiosi, avvocati, giuristi, medici, attivisti (vedi oltre). Gianfranco Schiavone(presidente di ICS); Luigi Montagnini (Medici Senza Frontiere); Giovanna Scaccabarozzi (medico sulle navi delle ONG); Riccardo Gatti (ProActiva Open Arms); Chiara Favilli (Professore di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Firenze); Anna Brambilla (avvocato di ASGI) e altri. Introduzione del direttore di Altreconomia, Pietro Raitano.
IL SENSO DEL LIBRO 
Ma soprattutto il libro spiega perché espressioni come la “crociera”, i “vice- scafisti”, i “taxi del mare”, le “Eurofollie” non siano solo parole in libertà ma carburante per la macchina del consenso elettorale . Oggi infatti, come spesso capita dopo anni di crisi, disoccupazione e precarietà , unapolitica incapace di comprendere e governare le complessità fa leva sul malessere e sulla disinformazione delle persone per fomentare l’odio sociale e raccattare voti sulla pelle dei migranti , capro espiatorio indicato come causa di ogni male. Una strategia politica e mediaticache sta cambiando non solo la composizione dei Parlamenti, ma anche la cultura europea, passando dall’accoglienza al rifiuto dall’integrazione alla discriminazione .
LA CITAZIONE: 
“Per i clandestini la pacchia è strafinita”. (Matteo Salvini - ministro dell’Interno del Governo italiano).
L'OBIETTIVO: 
L'obiettivo di questa campagna è sostenere la realizzazione del libro. Una volta raggiunto l'obiettivo la campagna proseguirà per aumentare la tiratura e la diffusione del libro.
Questo il link al quale potete trovare tutte le informazioni per la raccolta fondi: https://www.produzionidalbasso.com/project/alla-deriva/

giovedì 26 aprile 2018

Libertà è partecipazione: la festa della Liberazione raccontata ai giovani

Pubblichiamo con piacere il testo dell'intervento di Salvatore Salzano, del circolo ANPI di Stradella, il 25 Aprile a Portalbera.

Una vecchia canzone di tanti anni fa, di Giorgio Gaber, diceva “libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione”.
Proprio a partire da questa vecchia canzone voglio fare alcune considerazioni sul significato della giornata odierna. E voglio rivolgermi ai più giovani, a coloro che oggi non hanno vent’anni. Mi si perdoni pertanto il tono “da vecchio nonno” con cui parlerò di queste vicende.
Oggi ricorre l’anniversario della “liberazione”.
Ma che cosa significa veramente questa data?
Sappiamo che questa giornata è stata istituita, nell’aprile del 1946, per ricordare il 25 Aprile del 1945, quando la voce di Sandro Pertini, da radio Milano Libera, proclamava l’insurrezione di tutto il popolo italiano per cacciare definitivamente dalla nostra patria gli invasori nazisti e i loro complici fascisti.
L’Italia usciva da una guerra disastrosa, nella quale era stata coinvolta da una dittatura feroce, che aveva messo a tacere le opposizioni, ricorrendo all’assassinio di uomini politici, come, ad esempio, Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola, giornalisti, come Piero Gobetti, preti, come Don Giovanni Minzoni, che osarono ribellarsi contro la tirannia, contro il regime imposto da Benito Mussolini e dai suoi seguaci. La stessa dittatura feroce che aveva chiuso i giornali indipendenti, proclamato le leggi razziali.

Erano stati 20 anni terribili, senza libertà, con la paura di essere licenziati o denunciati anche solo per aver espresso un pensiero critico verso il governo.
La notte dell’Italia cominciò il 3 gennaio 1925, quando Mussolini si liberò anche della parvenza di un governo democratico e consolidò la sua dittatura.
Quel periodo nero terminò in quell’aprile del 1945, quando gli scioperi dei lavoratori nelle industrie, e i partigiani sui monti e sulle colline, dettero l’ultima spallata per far cadere un regime che nessuno aveva democraticamente eletto e che si era mantenuto al potere solo grazie alla violenza e alla sopraffazione.
Gli italiani riuscirono a liberarsi partecipando insieme, uniti, anche se con idee diverse, alla lotta partigiana.
La lotta partigiana fu un esempio di partecipazione che non si incontra facilmente nella storia. Di fronte ad un nemico comune, tutte le forze politiche italiane, che avevano agito clandestinamente in quei 20 anni, i cattolici, i liberali, i socialisti, i comunisti, gli azionisti, ed anche alcuni settori della monarchia, seppero unirsi e costituire il Comitato di Liberazione Nazionale, il CLN, nato con lo scopo di cacciare i fascisti e i nazisti dall’Italia.
E agli appelli del Comitato di Liberazione Nazionale risposero tantissimi italiani, uomini, donne, giovani e anziani, da Nord a Sud.
Furono in tanti a partecipare, come fecero, subito dopo l’8 settembre del 1943, i cittadini di Napoli, che nelle famose 4 giornate, dal 27 al 30 settembre 1943, presero le armi e cacciarono via i Nazisti dalla loro città.
Questo episodio, fra l’altro, mi tocca particolarmente da vicino perché in quell’occasione trovò la morte, fucilato dai nazisti, insieme ad altri cinque civili, anche il mio bisnonno, Pasquale Salzano, in quella che fu la strage della masseria Maranese: erano colpevoli di aver nascosto circa trenta giovani che stavano per essere deportati nei campi in Germania.
E così fu per migliaia di italiani, si stima che le vittime furono circa 23.000, in tutti i luoghi della penisola. Stragi famose, come a Marzabotto, alle Fosse Ardeatine, a Sant'Anna di Stazzema, e stragi meno note, come per le vittime di Mornico Losana, dove ho avuto l’onore di recarmi lo scorso 25 aprile: Giuseppe Bevilacqua, Alessandro Conte, Cleto Madama e Remo Barbieri.
O come i partigiani di Portalbera, Franco Cavanna, partigiano della Divisione "Aliotta", brigata “Crespi”, ucciso dai fascisti della Sicherheits il 20 gennaio del 1945, e Pasquale Rovati, della Divisione "Aliotta", brigata Gramigna, che insieme ai suoi compagni di brigata Carlo Manelli, Pietro Algeri, e Marco Bertani e a due civili, Carlo Covini e Angelo Luigi Lanzani, furono uccisi il 24 novembre 1944, in una imboscata tesa dai nazifascisti.
E ancora ricordiamo Peppino Carini, della Divisione "Gramsci", brigata Gramigna, ucciso il 26 aprile, ormai a guerra finita, da un gruppo di fascisti, sulla strada per San Cipriano.
E ricordiamo le vittime civili, che pagarono per l’attività antifascista, come Arnaldo Negri, fucilato dalla Sicherheits il 28 marzo del 1945.
E ancora ricordo il sacrificio dei militari: non possiamo non parlare degli atti di eroismo di tanti soldati dell’esercito italiano, abbandonati alla mercé dei tedeschi da un governo vile e da un Re che gettò nel fango la corona, soldati che scelsero quasi tutti da che parte schierarsi: dalla parte dei combattenti per la libertà. Qui a Portalbera ricordiamo il Sottotenente del genio pontieri Pietro Chiesa, ucciso dai tedeschi subito dopo l’8 settembre, considerato dagli storici il primo dei caduti della resistenza, che insieme agli Alpini della divisione “Val di Fassa” e a molti civili della zona di Carrara combatté contro i tedeschi, sapendo subito da che parte stare. Furono tanti gli episodi che videro protagonisti i nostri soldati. Come a Porta San Paolo a Roma, quando il 10 settembre del 1943 molti militari della Divisione Granatieri di Sardegna, del battaglione Genova Cavalleria, della Divisione Sassari e tanti semplici cittadini fecero un disperato tentativo di fermare i nazisti.
E infine, rivolgendomi soprattutto a voi giovanissimi, come non ricordare il sacrificio di tanti ragazzi, quasi bambini. Li ricorda benissimo un’altra bellissima canzone di Eugenio Bennato, “canto allo scugnizzo”, dedicata a quei ragazzini di 10 anni o poco più che durante le 4 giornate di Napoli dettero il loro contributo di piccoli eroi portando messaggi, armi, munizioni.
Tutti costoro pagarono con la vita la loro partecipazione alla liberazione del nostro Paese.
Oggi si sente dire da più parti che non è vero che i partigiani avrebbero liberato l’Italia senza l’aiuto degli americani, si sente dire che i partigiani erano pochi e anche male armati, e che gli americani avrebbero ugualmente vinto la guerra contro i tedeschi. Alcuni arrivano, senza provare vergogna, a dire che i partigiani fecero male a combattere perché causarono la rabbia dei nazisti e quindi le rappresaglie sulla popolazione.
Sì, è probabile che i partigiani non fossero un esercito fortissimo e bene armato, ma il valore di quella guerra partigiana, il valore di quella partecipazione popolare, non sta tanto nel numero di divisioni messe in campo dal CLN, quanto dall’atto stesso di partecipare.
La dittatura fascista poté durare venti anni perché gli italiani lo permisero. Il fascismo aveva preso il potere trovando pochissima opposizione, addirittura con la complicità di chi avrebbe dovuto difendere il fragile regno d’Italia, uscito piuttosto indebolito dalla prima guerra mondiale.
Tanti italiani, in quei primi anni ‘20, protestavano per avere lavoro, diritti, salari sufficienti a condurre una vita dignitosa e, credetemi, dopo la prima guerra mondiale molte famiglie erano veramente ridotte alla fame. Ma furono lasciati soli: la cosiddetta “gente per bene” li considerava dei pericolosi sovversivi, storceva il naso quando scioperavano. Dopo due anni di tensioni sociali e scontri nel Paese, da più parti furono in molti, soprattutto chi era uscito arricchito dalla guerra e non capiva la disperazione di chi invece aveva perso tutto, a voler reprimere ogni forma di protesta.
E la maggioranza stette in silenzio a guardare, e non disse nulla mentre i fascisti pian piano prendevano il potere e soffocavano la libertà nel paese.
La libertà fu persa perché non c’era stata partecipazione: non ci fu nessuno a fermare la marcia su Roma nel 1922, che pure, dal punto di vista militare, fu veramente una cosa inesistente. Lo stesso Mussolini non credeva che ci sarebbe riuscito ed era rimasto a Milano, pronto a fuggire in Svizzera se le cose fossero andate male. Non ci fu nessuno a protestare quando l’onorevole Giacomo Matteotti fu assassinato dopo aver denunciato pubblicamente le illegalità nelle elezioni del 1924.
Gli italiani avevano perso la loro libertà perché non avevano partecipato alla vita del Paese, avevano lasciato ad altri il compito di decidere del loro destino.
Ecco allora il valore della guerra di liberazione: la partecipazione di tantissimi italiani. Chi combatteva, chi scioperava, chi portava i messaggi, chi dava da mangiare ai partigiani o ai soldati italiani, chi disobbediva agli ordini dei fascisti e dei nazisti, tutti questi Italiani, con la I maiuscola, restituirono dignità ad un popolo che sembrava averla persa.
Fu proprio grazie a loro che l’Italia fu trattata con più rispetto di quanto invece avrebbe meritato se fosse rimasta passiva ad aspettare i liberatori. Fu proprio la lotta di liberazione che consentì agli Italiani di non essere trattati come i cittadini di un paese sconfitto ed umiliato. Quegli italiani hanno difeso la nostra bandiera, la nostra terra, i nostri valori.
Quegli italiani ci hanno consegnato un messaggio molto importante: se volete essere liberi, dovete partecipare.
E ci hanno anche consegnato una Carta che rappresenta la nostra Bibbia laica, la Carta che ci dice come dobbiamo comportarci per restare liberi: la Costituzione, che proprio nel 2018 ha compiuto i suoi 70 anni.
Gli italiani per molti anni hanno dimostrato di aver capito la lezione della Resistenza: hanno vissuto nel rispetto dei valori della Costituzione, hanno partecipato alla vita politica del Paese, lottato, democraticamente, per rendere sempre migliore il nostro Paese. Un grande esempio di partecipazione, pur con tanti aspetti controversi, furono le lotte operaie e studentesche del 1968, che hanno contribuito alla conquista di tanti diritti importanti, fra i quali vale la pena di ricordare la carta dei diritti dei lavoratori del 1969, e i decreti delegati del 1974, che hanno significato una scuola democratica e per tutti, anche per i più poveri.
Grazie alla partecipazione abbiamo superato ostacoli molto difficili. Proprio in questi giorni ricorrono i quaranta anni di una grande tragedia per il Paese: il 16 marzo del 1978 un gruppo di terroristi, ammazzando cinque agenti di scorta, rapiva il presidente del maggior partito italiano, l’onorevole Aldo Moro, e successivamente lo assassinava, facendo ritrovare il suo corpo il 9 maggio del 1978. Questi terroristi volevano colpire la Repubblica Italiana, volevano limitare la nostra libertà.
Ricordo quel 9 maggio 1978, non avevo ancora compiuto 16 anni, e mi trovavo a Brindisi, la città in cui sono cresciuto. Appena saputa la notizia io e tantissimi altri uscimmo di casa e andammo nella piazza principale, piazza della Vittoria, per protestare contro quell’orribile e inaccettabile attacco alle nostre istituzioni democratiche. Anche in quell’occasione in piazza c’erano tutte le forze democratiche: comunisti, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani. C’erano casalinghe, lavoratori, studenti, pensionati. E quel giorno fu così in tutte le città d’Italia. Ancora una volta gli italiani, insieme, con la loro partecipazione, sconfissero una pericolosa minaccia alla libertà.
E sempre il 9 maggio del 1978 un altro tragico evento ci ricordava l’importanza della partecipazione e della libertà. Non si trattava di libertà dai tedeschi o dal terrorismo, ma di libertà dalla mafia, quella bieca criminalità che è presente ancora oggi in tantissime parti del nostro paese e che opprime la libertà di tanti cittadini onesti. La Mafia è un nemico ancora più pericoloso, perché si fa forte della paura delle persone oneste, si fa forte, ancora oggi, della complicità di uomini corrotti che operano nelle istituzioni. Contro quel mostro, negli anni 70, un giovane combatteva con le uniche armi che aveva: il microfono di una radio libera, radio Aut, che a Cinisi, il paese del boss mafioso Tano Badalamenti, aveva il coraggio di denunciare pubblicamente la presenza della mafia. Quel giovane, Peppino Impastato, fu assassinato proprio il 9 maggio del 1978, fatto saltare in aria con dell’esplosivo sui binari della ferrovia.
Anche lui pagò con la vita la sua partecipazione per la libertà di questo paese.
Purtroppo però gli anni passano per tutti, e dopo altri quaranta anni dal quel 1978 mi guardo intorno e vedo un quadro che non mi piace.
Il nostro Paese vive un momento pericoloso. Dieci lunghi anni di crisi economica hanno indebolito la parte più povera del paese. Ci sono persone che hanno perso il lavoro e la casa, ci sono imprenditori che hanno chiuso le fabbriche e si sono suicidati, strozzati spesso da regole impossibili e da uno stato che non li ha aiutati. Ci sono malati che non possono curarsi perché la salute è diventata un privilegio per i più ricchi. Ci sono contadini che lasciano il raccolto nei campi perché le regole di un mercato impazzito e in mano alla finanza internazionale non gli consente più di campare del proprio onesto lavoro.
E, contemporaneamente, ci sono persone che non pagano le tasse, che corrompono per ottenere favori, che rubano pur occupando dei posti di responsabilità.
E la criminalità organizzata, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, sono ancora molto forti, e impediscono una vita libera e dignitosa in molte parti del Paese.
E i fascisti, nascosti dietro nuove sigle, tornano a minacciare e picchiare, e a rivendicare il diritto di partecipare alla vita democratica, proprio loro, che la democrazia cancellarono.
Di fronte a tutto questo ci sentiamo sempre meno protetti: quelle istituzioni, quei partiti che dovevano rappresentarci, ci appaiono sempre più lontani, se non, addirittura, responsabili di scelte sbagliate che ci hanno ridotto in queste condizioni.
In questi giorni particolarmente delicati il nostro Paese fatica a trovare un governo stabile. Siamo usciti dalle elezioni del 4 marzo senza avere un partito più forte degli altri ed in grado di governare da solo.
Per alcuni questa è una cosa negativa. Molti dicono che ci deve essere un solo partito che deve poter governare indisturbato.
Spesso si sentono quelle stesse voci che nel 1920 favorirono la venuta del fascismo. Sento persone dire che c’è troppa democrazia, che dovrebbe comandare una sola persona, che la politica “fa schifo”.
Si sentono persone che danno la colpa della crisi non ai criminali e ai prepotenti che ci riducono alla fame, ma ad altri poveracci, più poveri di noi, che cercano di sopravvivere emigrando lontano da casa, proprio come fecero milioni di italiani che nei primi anni del ‘900 emigrarono in Sud America per non morire di fame.
Eppure io credo che proprio grazie a questa legge elettorale, imperfetta, che il 4 marzo non ha dato la vittoria a nessuno, si stia verificando un piccolo miracolo: dopo vent’anni in cui i partiti si fronteggiavano come nemici, negando il concetto base della democrazia, e cioè il rispetto per chi la pensa diversamente, adesso quegli stessi partiti sono stati messi di fronte ad una semplice verità, e cioè che in una società è necessario convivere, raggiungere, se necessario, dei ragionevoli compromessi fra esigenze diverse.
Questo è proprio lo spirito della democrazia parlamentare: i partiti non sono dei giocatori d’azzardo che se vincono prendono il comando e fanno quello che vogliono. I partiti dovremmo essere noi, e rappresentare 60 milioni di italiani che hanno idee e bisogni diversi. I partiti dovrebbero essere in Parlamento per trovare un accordo che ci consenta di convivere civilmente, senza farci la guerra fra noi, tenendoci uniti per fronteggiare un nemico comune, quel folle sistema economico che sta distruggendo l’ambiente in cui viviamo, ci sta riducendo alla fame e ci sta togliendo tutti i diritti alla salute, alla casa, al lavoro, all’istruzione, alla sicurezza personale che avevamo faticosamente conquistato nei primi 30 anni della Repubblica.
Ed è necessario collaborare anche per far fronte ai nemici della nostra libertà. Terrorismo, mafia, fascismo, non sono scomparsi: sono sempre pronti ad alzare la testa, se glielo lasceremo fare.
Per poter realizzare questa idea di democrazia, occorre che i partiti cambino volto. Occorre che trovino nuova forza proprio nella partecipazione. Invece vedo i miei concittadini che preferiscono “star sopra un albero”. Vedo i giovani che dovrebbero scendere nelle piazze e rivendicare il diritto ad un mondo migliore, e che invece passano il tempo davanti alla tastiera di un computer, sfogando, spesso in modo violento, a parole, la propria rabbia, insultando il prossimo che la pensa diversamente.
Il rischio è che un giorno o l’altro ci risveglieremo nuovamente senza libertà, e saremo mandati a combattere una nuova guerra che arricchirà altri ma non certo noi.
Contro questo rischio c’è un solo rimedio: la partecipazione. E lo dico a voi, che non avete ancora vent’anni e che avete davanti una vita intera da vivere. Scendete dall’albero. Occorre partecipare, tornare a fare politica in prima persona, senza aspettare che altri vi dicano come pensare o cosa dire. Non importa in quale partito o associazione o movimento vogliate impegnarvi, purché si riconosca nella Costituzione e nella Repubblica nata dalla lotta al fascismo.
Non importa quali idee abbiate: se il vostro impegno sarà onesto e sincero, sicuramente saprete dare un contributo all’Italia e rendere nuovamente credibili e puliti i partiti che ci rappresentano in Parlamento.
Tornate a impegnarvi contro criminalità, terrorismo, fascismo. Tornate a lottare per il diritto ad una scuola di qualità, che vi faccia crescere come cittadini consapevoli e non come sudditi sottomessi. Avete dei doveri e avete dei diritti: dovete rispettare i vostri doveri, e chiedere il rispetto dei vostri diritti.
Libertà e partecipazione, due parole sempre unite. Non si tratta però di una unione debole, non è solo una “e” congiunzione che le unisce. La vecchia canzone di Giorgio Gaber le univa con il verbo essere: libertà è partecipazione. Si è liberi solo se si partecipa.
Se voi saprete far rinascere la Politica e i partiti, allora vorrà dire che quel vento di libertà del 25 aprile 1945 non si è ancora fermato e per l’Italia potranno esserci ancora momenti luminosi.
Ecco, in conclusione, il messaggio del 25 aprile: la libertà è partecipazione. Siate liberi, abbiate il coraggio di esserlo!

martedì 21 novembre 2017

Mafia beach

Intervista a Federica Angeli, giornalista residente a Ostia e sotto scorta dal 2013, rilasciata a Giampiero Cazzato per Patria Indipendente.

Non le chiedete se c’è la mafia a Ostia. Perché con la soffocante presenza della mafia sul litorale romano Federica Angeli, giornalista di Repubblica, ci fa i conti da anni. Vive sotto scorta dal luglio del 2013, in seguito alle minacce ricevute per aver testimoniato su uno scontro a fuoco sotto le finestre di casa sua che vedeva coinvolti personaggi di spicco della criminalità locale. È andata dai carabinieri e ha raccontato quello che aveva visto. Qui, in questa striscia di Roma adagiata sul mare, denunciare e testimoniare è atto di straordinario coraggio. E altamente pericoloso. Sufficiente per finire nel mirino dell’antistato. Ancora prima le inchieste della cronista sul racket degli stabilimenti balneari le erano costate pesanti intimidazioni. A lei e alla sua famiglia.
Non chiedetele se c’è la mafia ad Ostia, perché Federica Angeli vi risponderà che c’è, eccome. E pure se non parla siciliano, non usa lupare o coppole, questa mafia autoctona permea di sé il territorio e inquina le istituzioni. Il 5 novembre nel X Municipio capitolino – sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose – CasaPound ha superato il 9 per cento: il 19 novembre ci sarà il ballottaggio tra la candidata grillina e quella del centrodestra e quei voti fanno gola. Anche se nessuno a parole li vuole. Tanto più ora, dopo l’arresto di Roberto Spada, fratello del capoclan Carmine, che ha mollato una testata al giornalista Rai, Daniele Piervincenzi, colpevole di essersi presentato davanti alla palestra di Spada a Nuova Ostia per chiedergli dei suoi legami con i cosiddetti fascisti del terzo millennio. Il gip che ha convalidato l’arresto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

«Ostia è diventata come Corleone e Scampia, territorio dei clan», dice Saviano. È così davvero?
Il clima e l’aria che si respira è esattamente quello. Su Facebook, dopo la mia denuncia, ho ricevuto insulti e minacce di ogni tipo. In un commento c’era scritto: “Hai voluto la notorietà, ma la notorietà ha un prezzo. Che lo spettacolo abbia inizio”, ed erano citati i nomi dei miei figli. E non era la prima volta che se la prendevano con loro. Un giorno Carmine Spada si è presentato sotto casa mia e ha fatto il segno della croce ai miei bambini. Qui la gente ha paura. Danno fuoco ai negozi, se non ti pieghi al loro volere te la fanno pagare. Non c’è nulla di diverso da Scampia, solo parlano romano. Per la magistratura giudicante di Roma il 416 bis – come ci racconta la sentenza di primo grado su Mafia capitale (ma ancora prima era accaduto con la Banda della Magliana, ndr) – viene riconosciuto solo se si parla un accento del sud. Ma non c’è bisogno di sentenze passate in giudicato per vedere il racket, l’usura, gli affari sporchi.
La testata di Roberto Spada a un giornalista, e davanti alle telecamere, rappresenta un salto di qualità della criminalità organizzata? Il segno, comunque, di una impunità, della riaffermazione che in quel territorio chi comanda sono loro?
Quello è il modo in cui questa gente va avanti su quel territorio, quando non è un colpo di pistola, o una tanica di benzina davanti la porta di casa per avvertirti. Non c’è stata un’escalation, quella è la normalità a Ostia. Io ho colto due significati nella testata al collega di “Nemo”: la prima è l’idea dell’impunità che hanno costoro. Aggredire una persona davanti ad una telecamera accesa dà proprio la misura di come non abbiano timore delle conseguenze. L’altra cosa che registro è tuttavia una debolezza di questi personaggi rispetto al fatto che sono ormai troppo esposti ai riflettori.
«Roberto Spada non è un esponente di CasaPound. Con lui non condividiamo nulla, se non una sua presenza ad una festa per bambini in piazza 18 mesi fa. Non rispondiamo certo delle sue azioni e la violenza è sempre deprecabile» ha detto Simone Di Stefano prendendo le distanze dall’aggressione agli inviati di “Nemo”. Le sue argomentazioni ti sembrano convincenti?
L’alibi di chi dice, come fa Di Stefano, “in fondo Spada è incensurato, in fondo ha partecipato ad una festa”, è una scusa infantile. Sui manifesti di CasaPound che hanno tappezzato Ostia c’erano l’uno accanto all’altro il logo della palestra della moglie di Spada e la tartaruga di CasaPound. Era un segnale, era un messaggio. Se organizzi una festa come CasaPound e metti il tuo simbolo vicino a quello di Spada, stai dicendo alla gente che quelli sono i tuoi referenti sul territorio. La seconda cosa importante da sottolineare è che non ci si può trincerare dietro il fatto che Roberto Spada fosse incensurato, perché dalle ordinanze risulta essere il reggente dell’omonimo clan. Se una cosa così la so io che sono giornalista e so riconoscere se una persona è estranea al clan o meno – perché, attenzione, non tutti quelli che portano il cognome Spada sono affiliati al clan – a maggior ragione aveva l’obbligo di saperla il candidato di CasaPound, Luca Marsella.
Marsella non è il primo e il solo esponente della destra neofascista ad avere rapporti con Spada. Queste relazioni pericolose vengono da lontano. E c’è da pensare che abbiano portato benefici agli uni come agli altri.
Nel 2012 l’allora leader di CasaPound Ferdinando Colloca (che quest’anno è stato condannato in primo grado per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso) aveva costituito una società con Armando Spada per togliere un lido balneare, l’Orsa Maggiore, al concessionario che l’aveva ottenuta regolarmente, il tutto con la complicità di un dirigente municipale. Quello che ha portato oggi questo sodalizio sono i voti. E tanti. Nel seggio di Ostia in cui votano gli Spada – ad Ostia Nuova – CasaPound ha preso il 18 per cento. Vuol dire che l’endorsement pubblico che ha fatto Roberto Spada per Marsella nei giorni precedenti le elezioni ha avuto il suo coronamento nelle urne.
L’affermazione di CasaPound è un dato preoccupante. Non credi sia troppo consolatorio però ascriverlo solo alle frequentazioni di Marsella e camerati e che la pericolosità dell’estrema destra sia anche nella sua capacità di costruire consenso sociale?
Assolutamente sì. Ci sono dei rapporti delle nostre intelligence che analizzano i fenomeni della destra e hanno notato da tempo come vi sia stata una virata dell’estrema destra verso il sociale. Le occupazioni delle case, la distribuzione dei viveri ai poveri ne sono gli esempi più eclatanti. Questo spostamento di linea è potuto avanzare perché negli atteggiamenti della sinistra c’è stato un po’ il mollare la presa. Io giro le periferie di Roma e posso dire che la sinistra nei quartieri degradati, nelle zone dove il disagio sociale è forte e drammatico, non è più percepita come il soggetto del cambiamento e del riscatto. CasaPound è andata ad occupare questo vuoto ed oggi la destra, l’estrema destra, è vista come la forza cui appoggiarsi nella disperazione e nel deserto dello stato sociale. E naturalmente lo fa soffiando sul fuoco dell’intolleranza e del razzismo.
Per risalire questa china?
C’è una sola cosa da fare: la sinistra deve scendere dal palcoscenico della politica politicante e tornare ad essere una cosa vera, a parlare con la gente, abbandonando una volta per tutte le discussioni sterili e i tatticismi che non portano da nessuna parte.
Subito dopo l’arresto di Spada i social sono stati inondati da messaggi di solidarietà non al picchiato, come ci si aspetterebbe, ma al picchiatore. La violenza è il convitato di pietra della Rete?
social sono una piazza importante per l’ostentazione del potere di questi clan, che utilizzano Facebook per sia per autopromuoversi che per mandare messaggi trasversali. Sicuramente fa meno male di una testata ma fa comunque impressione vedere 1000 like a un post di Spada.
Alla sede nazionale di CasaPound, a Roma, hanno bussato in queste settimane volti noti del giornalismo. Mentana e Formigli, per dire, non hanno certo lesinato i complimenti al partito di Iannone e Di Stefano. Lo sdoganamento dell’estrema destra – quella dei pugni e delle cinghiate – passa pure per i media?
Io sono d’accordo che si faccia informazione su questi movimenti. Bisogna far vedere la realtà, che comunque si muove a prescindere dal fatto che la raccontiamo o meno. La responsabilità è di chi politicamente non si oppone alle pratiche e all’agire dell’estrema destra, non certo giornalistica.
Tra pochi giorni Ostia va al ballottaggio. Non trovi singolare che il tema della mafia e della criminalità sia stato quasi espunto dalla competizione elettorale? Si è parlato più della viabilità e delle buche che del malaffare.
I Cinque stelle hanno scritto un dossier su di me, denunciandomi come collusa con i mafiosi di Ostia. È stato un assist incredibile al clan Spada. Per quel che riguarda la destra gli scandali sono avvenuti nella giunta di destra che ha preceduto quella del Pd. L’attuale candidata presidente faceva parte di quella giunta. Evidentemente non si era accorta del cancro che corrodeva l’amministrazione. La verità è che rompere gli schemi a Ostia è difficilissimo. Nessun potere ha interesse a che cambi veramente quel territorio. All’ombra del lungo muro che hanno eretto da 40 anni e che blocca il libero accesso al mare, i balneari del Lido di Roma possono gestire i loro affari. Sono diventati i padroni del mare. Non è criminalità organizzata, certo, ma è violare i diritti dei cittadini, è privatizzare, di fatto, la cosa pubblica.
Che vuol dire vivere sotto scorta?
Vuol dire rinunciare alla propria libertà di movimento. Vuol dire spiegare ai propri figli perché la mamma non può uscire senza prima aver avvisato la scorta. Vuol dire vincere ogni giorno la paura. Una cosa la voglio dire: hanno condizionato la mia libertà di muovermi, non certo la mia libertà di pensare, di sognare che tutto questo un giorno finirà.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it/idee/copertine/mafia-beach/




lunedì 13 novembre 2017

Tartarughe frecciate e inquinamento nero

CasaPound e il caso Ostia. I rapporti con Roberto Spada. I sondaggi. La presenza sul territorio. Le ripetute aggressioni. La showgirl. Le aperture dei noti volti tv verso “i fascisti del terzo millennio". Pubblichiamo l'inchiesta apparsa su Patria Indipendente.

La “linea del bagnasciuga” corre dall’Idroscalo di Ostia, lì dove nel novembre 1975 veniva barbaramente assassinato Pasolini, e arriva fin sotto le morbide dune del Villaggio Tognazzi, ai confini col comune di Pomezia. Solo che stavolta – a differenza del Mussolini che nell’ultimo discorso fatto alla riunione del Direttorio del Pnf il 24 giugno 1943 evocherà appunto quella linea «della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra», come lembo dove fermare gli alleati – i fascisti di CasaPound potrebbero trasformare la spiaggia romana nella loro personalissima testa di ponte per partire alla conquista della Capitale, e dopo chissà.
Il 5 novembre qui si torna al voto dopo più di due anni di commissariamento. Correva il 27 agosto 2015 quando l’allora responsabile degli Interni, Angelino Alfano scioglieva il municipio per mafia: dalle spiagge, alle case popolari, dal verde pubblico alle strade non c’era praticamente nulla che sfuggisse alle mani della criminalità organizzata.
Il giudizio dell’allora prefetto di Roma ed attuale Capo della Polizia, Franco Gabrielli, all’indomani del commissariamento del municipio romano fu severo e senza appello. A Ostia e nell’entroterra il quadro criminale era preoccupante. E citava, Gabrielli, le «famiglie Fasciani, Spada e Triassi che hanno il pieno controllo del territorio». Fermiamoci sul clan Spada, famiglia di sinti italiani. Sette persone, ritenute parte del sodalizio, ad ottobre sono state condannate a più di 50 anni di carcere dalla quarta sezione del tribunale di Roma. Le accuse vanno dalle minacce alle violenze, dagli sfratti forzosi da alloggi popolari alle gambizzazioni. Un’organizzazione criminale che con metodi mafiosi avrebbe affermato in questi anni la sua supremazia sul litorale.

Che c’entra questa storia criminale con i fascisti del terzo millennio, come vengono definiti (ma loro preferiscono rappresentarsi come fascisti e basta) i vari Gianluca Iannone e Simone Di Stefano, rispettivamente presidente e vicepresidente del partito della destra radicale CasaPound Italia (Cpi)? C’entra eccome, perché tra i neofascisti e gli Spada, sinti italiani, c’è, e consolidata, una liaison. Almeno con un membro della famiglia, Roberto Spada, fratello di Carmine, il capo del clan. L’8 dicembre del 2015 – come si legge sul sito fanpage.it – gli esponenti del movimento e Roberto Spada organizzavano in piazza Gasparri, nel cuore degradato di Nuova Ostia, un’iniziativa dedicata ai bambini, dal titolo “Giovinezza in piazza”. «Con le associazioni locali rilanciamo un quartiere su cui la politica ha gettato fango per coprire malaffare» scriveva Luca Marsella, attuale candidato di CasaPound nel X municipio per le elezioni del 5 novembre. L’associazione di quartiere di cui parlava altro non era che la palestra “Femus Art School” di proprietà di Elisabetta Ascani, moglie di Roberto Spada.
Dopo l’iniziativa Marsella postava su Facebook una sua foto sottobraccio a Roberto Spada. E interpellato rivendicava quell’amicizia. Ora è vero che Roberto Spada non è il fratello. È vero che la responsabilità penale è personale, però un qualche imbarazzo certe frequentazioni dovrebbero procurarlo a chi invoca la legalità a ogni piè sospinto. Macché. E poi perché imbarazzarsi se Cpi va a gonfie vele? «A Ostia puntiamo al ballottaggio, perché finalmente siamo sostenuti da imprenditori, commercianti, professionisti e persone della società civile che vedono in noi concretezza e determinazione» ha detto Marsella in un’intervista. Nelle imminenti elezioni circoscrizionali il “nero che avanza” potrebbe se non conquistare Ostia sicuramente ipotecare i futuri equilibri politici del territorio e – di conseguenza – della città di Roma. Buona parte del voto di protesta che nelle passate consultazioni si riversò sui grillini (la Raggi incassò il 67 per cento) adesso si è indirizzato a destra. E non sono pochi i sondaggi (uno commissionato poco tempo fa dal Foglio) che danno CasaPound sopra il 10 per cento e con buone possibilità di superare perfino il Pd, che dalle vicende di Mafia Capitale, con l’ex presidente del Municipio Andrea Tassone coinvolto è uscito con le ossa rotte.
Nella crisi verticale dei partiti e dello stesso Movimento 5 Stelle che a Roma ha mandato deluse molte aspettative di cambiamento, la tartaruga frecciata potrebbe avere gioco facile. Su Affaritaliani.it leggiamo che Marsella «è diventato un’autentica corazzata su facebook, superando per capillarità dei contenuti anche la forza regina della rete, ovvero il M5s». Sul web il candidato dell’estrema destra spopola: la sua pagina social ha raggiunto 20mila like, più di qualunque altro candidato. E purtroppo il consenso non è solo virtuale, perché oltre al web c’è la presenza massiccia sul territorio, i mercati rionali, le case popolari, i pacchi alimentari per i disagiati (rigorosamente italiani). Insomma una manovra a tenaglia che usa contemporaneamente le forme vecchie e nuove della comunicazione politica.
Non c’è angolo di Ostia che non veda una telecamera immortalare le denunce di Marsella: dalle baracche abusive all’interno della pineta di Castelfusano ai blitz in spiaggia contro i venditori abusivi, alle tirate quotidiane per lo sgombero della Vittorio Emanuele, struttura che ospita gli immigrati. Il giovanotto (ha 32 anni) si ispira, parole sue, «a Mussolini, Mazzini, Garibaldi, tutti eroi italiani», se eletto assicura che ricostruirà lo stabilimento “Roma”, edificato per il duce nel 1922. Intanto contesta aspramente l’ex parroco di Ostia don Franco De Donno che si è presentato alle elezioni come candidato con la lista Laboratorio Civico X, vicina alla sinistra.
Ostia, negli anni passati assai generosa, elettoralmente parlando, con la Destra di Teodoro Buontempo (che, per inciso, in un’intervista di diversi anni fa parlando degli immigrati disse: «Da ragazzo avrei potuto fare una brutta fine, ma non è successo. Per questo gli immigrati, i disperati che vengono in Italia in cerca di una nuova vita, di una speranza, vanno rispettati cristianamente innanzitutto in quanto uomini. Io ero come sono loro: un immigrato-emigrato…dall’Abruzzo») è oggi un dominio di CasaPound. Dove gli altri camerati – compresi i cugini-rivali di Forza Nuova – quando arrivano devono levarsi il cappello. E prendersi pure lo sberleffo. Come è capitato al leghista Salvini che nei giorni scorsi ha fatto una comparsata al lido per sostenere la candidata del centrodestra, Monica Picca. Schermaglie interne alla destra. Che potrebbero benissimo ricucirsi in vista del ballottaggio. Sicuramente con il Carroccio. Di Stefano non a caso insiste con i suoi affinché il fronte “No Euro”, trasversale ai partiti del centrodestra, resti unito.
Nel luglio scorso su facebook Marsella, annunciando la sua candidatura a Ostia, scriveva: «Non farò promesse in campagna elettorale se non quella di portare lì dentro la vostra rabbia sacrosanta, che è identica alla mia, e di far volare sedie e rovesciare banchi quando sarà necessario». Nell’attesa di rovesciare i banchi del municipio, i fascisti del terzo millennio fanno quello che sembra riuscirgli meglio: menare le mani. A febbraio, per dire, un giovane volontario dell’associazione cattolica “L’Alternativa Onlus”, è stato picchiato in pieno giorno da 5 militanti di CasaPound (ma Cpi nega ogni addebito) a pochi passi dalle forze dell’ordine e da un presidio sotto la sede del X municipio. Ma le azioni squadristiche in questo fazzoletto di terra tra Roma e il mare sono tante in questi ultimi due anni: nel maggio 2015 uno studente del liceo Labriola di Ostia si è beccato una testata sul volto da parte di un militante di Blocco studentesco, l’emanazione giovanile di CasaPound. E poi, ancora, aggressione agli attivisti del comitato per la riapertura del Teatro del Lido; aggressione a un ragazzo che indossava la maglietta della “Spartak Lidense”. I primi di ottobre ad assaggiare le maniere forti dei fascisti del terzo millennio pure un candidato di Forza Italia, Luigi Zaccaria, aggredito – stando alla sua denuncia – da un presunto militante di CasaPound. Che, ovviamente, respinge ogni accusa: «Dal centrodestra menzogne per recuperare voti».
Ostia è la punta di diamante di una strategia nazionale che vede il movimento neofascista avanzare ovunque. Ma attenzione a ridurre tutto alla violenza fascista, ché non basterebbe a giustificare il successo della macchina del consenso messa in moto in questi anni. Il fatto è che lo squadrismo è accompagnato e preceduto da un’opera di proselitismo senza precedenti (almeno in tempi recenti) nelle pieghe doloranti della società, nelle periferie abbandonate al degrado. Qui in queste terre di frontiera che avrebbero un bisogno assoluto di più Stato, e di più stato sociale, i neofascisti si sono inseriti con le loro campagne, le loro associazioni. Fanno proselitismo nei mercati, dove la crisi morde la vita delle persone, parlano di “Mutuo sociale” in una realtà che vede i prezzi delle abitazioni a livelli insopportabili, se la prendono con le banche e il sistema finanziario e, soprattutto, si scagliano contro l’immigrazione che penalizzerebbe gli italiani e precarizzerebbe ancor di più il mercato del lavoro. Sono argomenti destinati a fare breccia e a fomentare, di fatto, una guerra tra poveri, come le vicende di Tiburtino III e delle altre periferie romane hanno dimostrato in questi mesi.
Nel suo saggio Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli, scrive che la «crisi delle tradizionali forme d’identificazione quali la classe sociale» lascia spazi vuoti da occupare per «forme di radicalizzazione ed etnicizzazione legate a specifiche identità culturali, in cui il focus è passato dalla classe all’etnicità, dalla classe alla cultura, dalla razionalità al bisogno di religione». Forse è da qui che bisogna ripartire per sbarrare il passo al vecchio-nuovo fascismo.
Chiudendo la 10ª festa nazionale di CasaPound che si è tenuta a Latina lo scorso settembre, Iannone ha parlato di «anno d’oro». E ha sciorinato soddisfatto i numeri: otto sedi aperte nel solo 2017, che fanno arrivare il totale a 99 (ma il conteggio è provvisorio: a fine mese, per dire, a Cagliari aprirà una sede di Cpi), un numero di iscritti triplicato e 11 consiglieri comunali eletti.
L’obiettivo è ambizioso: dopo aver piantato bandierine lungo lo stivale, da Bolzano a Lecce, passando per Napoli, Lucca e Roma, il nero che avanza mira niente di meno che a Montecitorio. Per Iannone entrare nell’Aula “sorda e grigia” è cosa a portata di mano «perché ogni militante di CasaPound è già in trincea nelle strade di tutta Italia al fianco di chi è in difficoltà, e questo rende l’obiettivo di superare la soglia di sbarramento alla nostra portata anche se i volti dei nostri candidati saranno oscurati dai tg e i loro nomi ignorati dai giornali».
A sentire le parole del leader del partito sembrerebbe ci sia un ostracismo nei confronti di CasaPound. Peccato che le cose siano ben diverse. Sponsorizzare i fascisti del terzo millennio di questi tempi “fa figo”. A chiudere la campagna elettorale di Cpi a Ostia ci sarà pure Nina Moric. La showgirl croata, naturalizzata italiana, dopo una serie di contatti con Iannone ha deciso di spendere il suo volto per i fascisti: «Io sono sempre stata di destra, è un piacere per me aderire alle loro idee. Loro hanno tanto da dimostrare, per far capire chi sono veramente». Quanto a lei, crede «in tutto ciò che fa CasaPound. Loro amano l’Italia, come Trump ama gli Stati Uniti. Il nostro Paese ha bisogno di gente carismatica».
Se il coming out della Moric è palese non mancano quelli che in nome di un malinteso pluralismo stanno sdoganando l’estremismo fascista. Nello stabile occupato di via Napoleone III a Roma, sede nazionale di CasaPound Italia dal 2003 (l’edificio del Demanio in epoca Alemanno stava addirittura per finire nel patrimonio comunale come sorta di dote – pagata dai cittadini – al movimento oggi diventato partito politico) si sono alternati in queste settimane volti noti della tv, da Enrico Mentana a Corrado Formigli per un confronto con il vicepresidente Simone Di Stefano (il quale, con un’alzata di genio, fa trapelare che vorrebbe nella sede del partito anche Emanuele Fiano e Vladimir Luxuria). Il direttore del tg de La7 ha sostenuto che «se un movimento partecipa con proprie liste alle elezioni è la democrazia che lo legittima». Ma chi ha rischiato l’infatuazione, almeno a sentirlo, è stato il conduttore di Piazzapulita che il 3 ottobre si è detto convinto che «quest’aurea di censura e di illegalità che vi circonda sia fuori luogo». Poi in un crescendo rossiniano di benevolenza ha affermato: «siete esattamente dentro il gioco istituzionale, dentro il gioco democratico, siete un movimento vitale e pulito». Sembrerebbe di capire che la partecipazione a una competizione elettorale svolga, sia per Mentana sia per Formigli, la funzione di una lavatrice che solo per ciò stesso legittima e ripulisce chiunque riesca a piazzare il suo simbolo (dove peraltro e furbescamente non c’è un esplicito riferimento al fascismo) su una scheda elettorale. Nulla di nuovo. Anche i Fasci italiani di combattimento nel 1921 si presentarono alle elezioni e una buona parte del capitalismo italiano e dell’intellettualità conservatrice ritennero che così si sarebbe normalizzato il fascismo. E invece lo squadrismo crebbe di intensità proprio in quel periodo, alternando tattiche parlamentari e olio di ricino. Ma senza andare troppo lontano basterebbe seguire la sfilza interminabile di aggressioni in cui sono chiamati in causa i militanti di CasaPound per capire che nell’approccio inclusivo a tutti i costi, in questo appeasement, ci sia un tarlo pericoloso per la democrazia.
Secondo i dati del ministero dell’Interno dal 2011 a oggi, sono stati denunciati 359 militanti neofascisti, uno ogni cinque giorni. Eppure lo stesso Viminale poi sembra più che comprensivo nei confronti della tartaruga nera. In una informativa del ministero al Tribunale di Roma dell’aprile 2015 si leggono giudizi a dir poco lusinghieri nei confronti del movimento, che tutelerebbe le «fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”». La nota del Viminale arriva a parlare di uno «stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne», di «una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». «Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza/ Brucia la vita d’ardito, urlerai: Cinghiamattanza!». Il gruppo musicale si chiama ZetaZeroAlfa. Ne è leader Gianluca Iannone. E le cinghiate, come raccontano le cronache, non sono solo virtuali. Eccoli gli «aspetti innovativi» del ventennio.
I primi di ottobre a Grado Cpi ha replicato il blitz che qualche mese fa ha compiuto a Milano. Per protestare contro l’accoglienza in un agriturismo di 18 richiedenti asilo i militanti di Cpi hanno fatto irruzione nell’aula consiliare. Le parole del sindaco di Grado, Dario Raugna, suonano come un atto d’accusa e un campanello d’allarme. Il primo cittadino infatti dopo l’irruzione ha chiesto l’intervento dei Carabinieri: gli è stato risposto che lo sgombero non era possibile perché i militari presenti non sarebbero stati sufficienti a riportare l’ordine. Stesso copione è replicato il giorno dopo e anche stavolta a quanto pare le forze dell’ordine si sono guardate bene dall’intervenire.
Che di fronte all’avanzata fascista predomini un certo indifferentismo è purtroppo evidente. Come si sia arrivati a ciò è domanda da un milione di dollari. Certo è che nel 2003 quando veniva occupato lo stabile di via Napoleone III e iniziava il cammino di CasaPound, da centro sociale fascio a forza politica che ambisce al parlamento, gli anticorpi antifascisti nella società italiana si erano pericolosamente diradati già da un decennio.

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/inchieste/tartarughe-frecciate-inquinamento-nero/

sabato 11 novembre 2017

Giurisprudenza: una questione culturale e sociale.

Sull'applicazione contraddittoria del reato di apologia di fascismo nella giurisprudenza recente, pubblichiamo con piacere l'analisi condotta dal giurista Luca Casarotti, membro del direttivo della sezione “Onorina Pesce Brambilla” di Pavia.

Nel marzo 2014, la prima sezione penale della Cassazione confermava la condanna inflitta sia in primo che in secondo grado a due militanti di Casapound, tra cui il futuro consigliere comunale di Bolzano Andrea Bonazza, per il reato di «manifestazioni fasciste» di cui all’art. 5 della Legge Scelba. Come si legge nella sentenza della Cassazione, il 10 febbraio 2009 i due avevano chiamato il «presente!» e fatto il saluto romano durante un presidio per il giorno del ricordo, a cui avevano presenziato una sessantina di neofascisti. La Corte d’appello di Trento, facendo eco alla Sentenza costituzionale n. 74 del 1958, aveva scritto:

«non tutte le espressioni di adesione al disciolto partito fascista possono integrare la condotta punibile ma solo quelle rese in pubblico e reputate idonee a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste; […] il cosiddetto saluto romano rappresenta una manifestazione esteriore propria e usuale di organizzazioni o gruppi tesi a diffondere idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.»


Nel caso di specie, concludevano i giudici, i due imputati avevano fatto il saluto romano durante una manifestazione pubblica, alla presenza di più persone: quindi la loro condotta, idonea a provocare adesioni e consensi, costituiva reato. La Cassazione aveva condiviso questo sillogismo e confermato la condanna. Era stato liquidato in poche righe il ricorso dell’Avv. Domenico Di Tullio, legale di svariati camerati e a sua volta presenza fissa alle iniziative di casapound, che aveva riproposto nel giudizio di Cassazione un grande classico dei processi ai neofascisti: il «contrasto con più articoli della costituzione (artt. 21, 3 e 117)»; la «natura di “reato di opinione” della previsione incriminatrice»; la «necessità di adeguamento della previsione di legge al mutato clima politico e istituzionale»; «l’obbligo di adeguamento alla normativa sovranazionale in tema di libera manifestazione delle opinioni». In parole povere, la consueta autorappresentazione dei fascisti come vittime del sistema che li censura e reprime[1].
Ma con due sentenze del 2016, la stessa prima sezione penale della Cassazione ha ribaltato il suo orientamento, nonostante a parole dica il contrario. Il processo riguardava questa volta il corteo neofascista del 2014 in memoria del repubblichino Carlo Borsani e dei missini Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, che si tiene ogni anno a Milano il 29 aprile. Anche qui – ça va sans dire – era stato più volte chiamato il «presente!» e le braccia si erano romanamente alzate in ricordo dei camerati caduti, nello sventolio di bandiere con le celtiche. Le stesse condotte del presidio di Bolzano, quindi, ma alla presenza di molte più persone: circa un migliaio, secondo gli atti del processo. Il video del corteo era anche stato diffuso su internet. Identica l’imputazione: art. 5 della legge Scelba, «manifestazioni fasciste». Opposta la valutazione del giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano che, scrive la Cassazione avallandone la sentenza,

«evidenziava la natura della manifestazione e del corteo, organizzati al solo fine commemorativo di tre defunti, tutti storicamente vittime di una violenta lotta politica che aveva attraversato diverse fasi storiche, sottolineando che le manifestazioni di carattere fascista e con indubbia simbologia fascista erano finalizzate a detta commemorazione, in segno di omaggio e di umana pietà, senza alcuna finalità di restaurazione fascista;

  • rappresentava, inoltre, le modalità ordinate e rispettose del corteo, svoltosi in assoluto silenzio, portando i manifestanti le fiammelle in mano accompagnati dal solo suono dei tamburi senza inni, canti, frasi o slogan evocativi dell’ideologia fascista, senza comportamenti aggressivi, minacciosi o violenti nei confronti dei presenti, armi o altri strumenti; […]
  • escludeva, alla luce della complessiva valutazione delle circostanze e modalità del corteo, e pur in presenza di ostentazione di simboli e saluti fascisti, che la manifestazione avesse assunto connotati tali da suggestionare in concreto la folla inducendo nei presenti sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista.»


La contraddizione è evidente: la manifestazione è stata indetta per commemorare un repubblichino e due neofascisti, ma non ha indotto nei presenti sentimenti nostalgici. Inutilmente il Procuratore della Repubblica di Milano aveva provato a far notare nel suo ricorso in Cassazione che il giudice di primo grado «ha valorizzato aspetti e circostanze oggettivi del tutto irrilevanti, come l’assenza di violenza o di minaccia»: l’art. 5 della legge Scelba, infatti, non richiede in alcun modo che le manifestazioni vietate debbano essere violente o minacciose; basta che siano «usuali del disciolto partito fascista». Nonostante ciò, per la Cassazione la ricostruzione del GUP di Milano è ineccepibile [2].
Il nuovo art. 293-bis del codice penale, che sarà introdotto se la legge Fiano verrà promulgata, dovrà tra le altre cose essere applicato dalla stessa magistratura che sul reato di manifestazioni fasciste è giunta ad autocontraddirsi in sentenze emesse a pochi anni di distanza l’una dall’altra, interpretando le norme della legge Scelba in senso molto più restrittivo rispetto addirittura a quanto non avesse fatto la Corte costituzionale nel 1958, nel clima che caratterizzava la cultura giuridica nel 1958, con i giudici che componevano la Corte costituzionale nel 1958 [3].
Prima e al di là delle convinzioni personali dei singoli magistrati, l’impressione è che l’intera categoria non sia preparata a giudicare questo tipo di reati a connotazione politica, anche perché non riceve alcuna formazione in materia. Succede così che nel 2015 quattro neofascisti, che dalla curva dell’Ellas Verona avevano fatto il saluto romano durante una partita tra Verona e Livorno, siano stati assolti in primo grado, perché il gesto era una «provocazione rivolta verso gli avversari» durante una manifestazione sportiva, che «non è normalmente il luogo deputato a fare opera di proselitismo», e quindi non sussiste il pericolo di ricostituzione del partito fascista [4]: un’argomentazione del genere ignora del tutto, per fare un solo esempio, le strategie di reclutamento di militanti negli stadi attuate dal national front inglese negli anni ’80 [5].

Note
1. Tutte le citazioni sono tratte da Cass., sez. I penale, n. 37577/2014.
2. Tutte le citazioni da Cass., sez. I penale, n. 28298/2017. La sentenza è stata accolta con entusiasmo dal Primato nazionale, il giornale online di Casapound, che l’ha pubblicata integralmente sul suo sito.
3. Su potenzialità e limiti intrinseci alla formulazione del nuovo reato, che paradossalmente oscilla dal troppo restrittivo al troppo vago, si veda anche quanto scrive l’Avv. Marco Sommariva in C. Torrisi, Un avvocato spiega cosa cambierebbe con la legge contro la propaganda fascista, vice.com, 14 settembre 2017.
4. Il virgolettato è in L. Pisapia, Saluto fascista allo stadio non è reato perché non è luogo dove si fa politica, ilfattoquotidiano.it, 18 aprile 2015.
5. Per approfondire il tema, un punto di riferimento imprescindibile nella saggistica italiana sono gli scritti di Valerio Marchi. Si vedano su tutti V. Marchi, Inghilterra 1890-1990. Un secolo di sottocultura “hooligan”, in Id. (a cura di), Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’europa, [ed. or. Roma-Koinè 1994] ora Roma-Red Star 2014; Id., Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio, [ed. or. Roma-DeriveApprodi 2005) nuova ed. Roma-Alegre 2014.


Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/