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giovedì 5 aprile 2018

A casa di Pound

Per ricordare la scomparsa di uno dei suoi fondatori, il grande Primo Moroni, è uscito, a ventinove anni dall'ultima stampa, il numero 36 speciale della rivista Primo Maggio. In stampa dal 1973 al 1989, Primo Maggio è stata una rivista di storia militante che ha sempre saputo mantenere una innata raffinatezza pur privilegiando contenuti combattivi, attraverso analisi conflittuali e metodologie di studio avulse da ogni retorica.

Tra gli articoli raccolti in questo speciale, abbiamo scelto l'intervista a Benedetta Tobagi, dal titolo A casa di Pound.

Il fascicolo completo è scaricabile direttamente da qui


Come nasce il movimento di Casa Pound? Trova le sue radici nell'estrema destra italiana o nasce all'estero?


Il movimento politico e culturale Casa Pound è un prodotto rigorosamente autoctono, nasce a Roma nel dicembre 2003, con l'occupazione di uno stabile di proprietà della Regione nel quartiere multietnico dell'Esquilino (un'eccellente ricostruzione della sua storia si trova nel saggio di Daniele Di Nunzio ed Emanuele Toscano, Dentro e fuori Casa Pound. Capire il fascismo del terzo millenio, Armando editore 2011). I militanti si autodefiniscono “fascisti del terzo millennio”, ossia rimandano esplicitamente all'ideologia del Ventennio mussoliniano e poi di Salò, ma rivista, aggiornata, reinterpretata in chiave contemporanea, più che nostalgica. Nella loro elaborazione teorica si percepisce una profonda influenza di esperienze maturate nel campo della destra sull'onda del movimento del Settantasette. In area missina, sono debitori dei famosi “campi Hobbit” del Fronte della Gioventù, descritti all'epoca come “crogiuolo di esperienze di liberazione”, e delle posizioni di Rauti negli anni Ottanta, che si richiama agli aspetti più movimentisti, antiborghesi e anticapitalisti del fascismo storico, aprendosi alle tematiche ecologiste (tra l'altro, la corrente rautiana rifiutava l'etichetta di “destra”, che pure Casa Pound mette in discussione, parlando di “estremo centro alto”). Nel campo della destar radicale, il riferimento storico è a Terza Posizione, gruppo (con una testata giornalista omonima) pure nato a Roma dalla forte connotazione antisistema: non a caso, uno dei guru dei frequentatori di Casa Pound è Gabriele Adinolfi, protagonista di quella stagione che ne trasmette direttamente ai ragazzi di oggi contenuti e pathos emotivo. Quanto alle influenze estere, vi è un richiamo alla Nouvelle Droite francese di Alain De Banoist, per i suoi tratti populisti, oltre che di destra, Casa Pound è avvicinabile all'esperienza della LFP olandese di Pyn Fortuyn (assassinato nel 2002), al Danish People's Party danese e al True Finns di Finlandia.

La caratteristica importante di Casa Pound, dalla quale ogni sinistra o movimento antagonista avrebbe da imparare, è la sua capacità di parlare ai giovani precari/disoccupati e la sua attività assistenziale nei confronti di cittadini italiani emarginati, dimenticati spesso da tutti. Oppure non è così?

Casa Pound chiede ai propri militanti un grosso impegno diretto, continuità di presenza, in sede e per attività sul territorio. Di recente ha fatto notizia la “Befana di Casa Pound”: militanti che hanno portato in dono calze coi dolci ai bambini del quartiere Magliana a Roma. È una caratteristica comune di molti movimenti della nuova destra radicale: anche i neonazisti di Alba Dorata, nella Grecia sul lastrico, si facevano conoscere distribuendo tonno fresco gratis ai padri di famiglia dopo i comizi. Strumentalizzazione, propaganda, certo. Ma chi altro manda qualcuno a interessarsi alla sorte e alle difficoltà delle famiglie impoverite, nelle periferie profonde? Chi si fa conoscere, chi fa sentire la propria presenza alle persone che ci vivono, che si sentono assediate dalla presenza dei migranti, a cui – in mancanza di adeguati strumenti di lettura dei fenomeni – vedono come la causa delle proprie disgrazie? Anche temi come la costruzione di case popolari, i mutui sociali, l'aiuto per le madri... Casa Pound si è posizionata con chiarezza a continuità su questi temi, che sono al centro delle preoccupazioni quotidiane della maggioranza della popolazione. Da questo punto di vista, occupano uno spazio lasciato vuoto dalla sinistra (un po' come la Lega ha rimpiazzato il Pci nel cuore di molti operai).
Nel mondo dei centri sociali di sinistra prevale l'aspetto antagonista, non si registrano, o comunque non hanno risonanza e riconoscibilità, iniziative e programmi analoghi.
Un ragazzo con idee di sinistra che vuole fare qualcosa e sentirsi utile, si avvicina alla galassia del volontariato e del terzo settore, inserisce il proprio impegno in un ambito estraneo alla politica. Oppure si orienta verso il mondo cattolico, che mantiene una presenza capillare sul territorio e resta fortemente attrattivo, sia per chi si sente di sinistra e si riconosce nelle posizioni di papa Francesco (quante volte si sente dire, tra il serio e il faceto, che è l'unico vero leader di sinistra nel panorama mondiale di oggi!), ma anche per i conservatori (oltre alla potentissima Comunione e Liberazione, spuntano sul territorio anche i lefebvriani della Fraternità Sacerdotale san Pio X). Ma fa volontariato, non fa politica. A destra, invece, le due cose possono coincidere. E questo risponde al bisogno, così profondo e diffuso, di sentirsi utili, di dare un senso alle proprie giornate.

C'è una certa pressione per usare la legge contro questi gruppi. Invocare la severità dei tribunali quando il problema è il vuoto politico della sinistra istituzionale e non , rischia di radicalizzare ulteriormente questi movimenti e forse di rafforzarli?

Mi pare che, non solo in Italia, stia tornando d'attualità una questione spinosa e delicatissima: il confine tra istigazione all'odio e al crimine, e la libertà d'espressione. Una riflessione molto profonda sui dilemmi che pone questa “zona di turbolenza” si trova in uno splendido film recente, premiato a Venezia e candidato all'Oscar, L'insulto, del regista Ziad Doueiri: sebbene ambientato in Libano, e legato alla specifica vicenda delle pesanti eredità della guerra civile, tuttavia aiuta a comprendere le dinamiche che alimentano l'odio e le escalation di violenza e conflittualità sociale in tutta la società contemporanea. La tentata strage di Macerata del febbraio 2018 ci interroga in modo drammatico su questo problema: Luca Traini, incriminato per strage con l'aggravante dell'odio razziale per aver aperto il fuoco su un gruppo di immigrati, era stato candidato della Lega ed esibisce sulla fronte un tatuaggio con il simbolo di Terza posizione.
Finché non vi sono azioni penali da perseguire, però, la via giudiziaria semplicemente non è percorribile: il problema è in primo luogo politico e culturale, non penale.
Bisogna considerare, infine, che la destra in età repubblicana ha sempre fatto dell'isolamento e della vittimizzazione – potremmo definirla una sorte di “sindrome del perseguitato” – un punto di forza, un forte collante tra militanti.


martedì 21 novembre 2017

Mafia beach

Intervista a Federica Angeli, giornalista residente a Ostia e sotto scorta dal 2013, rilasciata a Giampiero Cazzato per Patria Indipendente.

Non le chiedete se c’è la mafia a Ostia. Perché con la soffocante presenza della mafia sul litorale romano Federica Angeli, giornalista di Repubblica, ci fa i conti da anni. Vive sotto scorta dal luglio del 2013, in seguito alle minacce ricevute per aver testimoniato su uno scontro a fuoco sotto le finestre di casa sua che vedeva coinvolti personaggi di spicco della criminalità locale. È andata dai carabinieri e ha raccontato quello che aveva visto. Qui, in questa striscia di Roma adagiata sul mare, denunciare e testimoniare è atto di straordinario coraggio. E altamente pericoloso. Sufficiente per finire nel mirino dell’antistato. Ancora prima le inchieste della cronista sul racket degli stabilimenti balneari le erano costate pesanti intimidazioni. A lei e alla sua famiglia.
Non chiedetele se c’è la mafia ad Ostia, perché Federica Angeli vi risponderà che c’è, eccome. E pure se non parla siciliano, non usa lupare o coppole, questa mafia autoctona permea di sé il territorio e inquina le istituzioni. Il 5 novembre nel X Municipio capitolino – sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose – CasaPound ha superato il 9 per cento: il 19 novembre ci sarà il ballottaggio tra la candidata grillina e quella del centrodestra e quei voti fanno gola. Anche se nessuno a parole li vuole. Tanto più ora, dopo l’arresto di Roberto Spada, fratello del capoclan Carmine, che ha mollato una testata al giornalista Rai, Daniele Piervincenzi, colpevole di essersi presentato davanti alla palestra di Spada a Nuova Ostia per chiedergli dei suoi legami con i cosiddetti fascisti del terzo millennio. Il gip che ha convalidato l’arresto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

«Ostia è diventata come Corleone e Scampia, territorio dei clan», dice Saviano. È così davvero?
Il clima e l’aria che si respira è esattamente quello. Su Facebook, dopo la mia denuncia, ho ricevuto insulti e minacce di ogni tipo. In un commento c’era scritto: “Hai voluto la notorietà, ma la notorietà ha un prezzo. Che lo spettacolo abbia inizio”, ed erano citati i nomi dei miei figli. E non era la prima volta che se la prendevano con loro. Un giorno Carmine Spada si è presentato sotto casa mia e ha fatto il segno della croce ai miei bambini. Qui la gente ha paura. Danno fuoco ai negozi, se non ti pieghi al loro volere te la fanno pagare. Non c’è nulla di diverso da Scampia, solo parlano romano. Per la magistratura giudicante di Roma il 416 bis – come ci racconta la sentenza di primo grado su Mafia capitale (ma ancora prima era accaduto con la Banda della Magliana, ndr) – viene riconosciuto solo se si parla un accento del sud. Ma non c’è bisogno di sentenze passate in giudicato per vedere il racket, l’usura, gli affari sporchi.
La testata di Roberto Spada a un giornalista, e davanti alle telecamere, rappresenta un salto di qualità della criminalità organizzata? Il segno, comunque, di una impunità, della riaffermazione che in quel territorio chi comanda sono loro?
Quello è il modo in cui questa gente va avanti su quel territorio, quando non è un colpo di pistola, o una tanica di benzina davanti la porta di casa per avvertirti. Non c’è stata un’escalation, quella è la normalità a Ostia. Io ho colto due significati nella testata al collega di “Nemo”: la prima è l’idea dell’impunità che hanno costoro. Aggredire una persona davanti ad una telecamera accesa dà proprio la misura di come non abbiano timore delle conseguenze. L’altra cosa che registro è tuttavia una debolezza di questi personaggi rispetto al fatto che sono ormai troppo esposti ai riflettori.
«Roberto Spada non è un esponente di CasaPound. Con lui non condividiamo nulla, se non una sua presenza ad una festa per bambini in piazza 18 mesi fa. Non rispondiamo certo delle sue azioni e la violenza è sempre deprecabile» ha detto Simone Di Stefano prendendo le distanze dall’aggressione agli inviati di “Nemo”. Le sue argomentazioni ti sembrano convincenti?
L’alibi di chi dice, come fa Di Stefano, “in fondo Spada è incensurato, in fondo ha partecipato ad una festa”, è una scusa infantile. Sui manifesti di CasaPound che hanno tappezzato Ostia c’erano l’uno accanto all’altro il logo della palestra della moglie di Spada e la tartaruga di CasaPound. Era un segnale, era un messaggio. Se organizzi una festa come CasaPound e metti il tuo simbolo vicino a quello di Spada, stai dicendo alla gente che quelli sono i tuoi referenti sul territorio. La seconda cosa importante da sottolineare è che non ci si può trincerare dietro il fatto che Roberto Spada fosse incensurato, perché dalle ordinanze risulta essere il reggente dell’omonimo clan. Se una cosa così la so io che sono giornalista e so riconoscere se una persona è estranea al clan o meno – perché, attenzione, non tutti quelli che portano il cognome Spada sono affiliati al clan – a maggior ragione aveva l’obbligo di saperla il candidato di CasaPound, Luca Marsella.
Marsella non è il primo e il solo esponente della destra neofascista ad avere rapporti con Spada. Queste relazioni pericolose vengono da lontano. E c’è da pensare che abbiano portato benefici agli uni come agli altri.
Nel 2012 l’allora leader di CasaPound Ferdinando Colloca (che quest’anno è stato condannato in primo grado per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso) aveva costituito una società con Armando Spada per togliere un lido balneare, l’Orsa Maggiore, al concessionario che l’aveva ottenuta regolarmente, il tutto con la complicità di un dirigente municipale. Quello che ha portato oggi questo sodalizio sono i voti. E tanti. Nel seggio di Ostia in cui votano gli Spada – ad Ostia Nuova – CasaPound ha preso il 18 per cento. Vuol dire che l’endorsement pubblico che ha fatto Roberto Spada per Marsella nei giorni precedenti le elezioni ha avuto il suo coronamento nelle urne.
L’affermazione di CasaPound è un dato preoccupante. Non credi sia troppo consolatorio però ascriverlo solo alle frequentazioni di Marsella e camerati e che la pericolosità dell’estrema destra sia anche nella sua capacità di costruire consenso sociale?
Assolutamente sì. Ci sono dei rapporti delle nostre intelligence che analizzano i fenomeni della destra e hanno notato da tempo come vi sia stata una virata dell’estrema destra verso il sociale. Le occupazioni delle case, la distribuzione dei viveri ai poveri ne sono gli esempi più eclatanti. Questo spostamento di linea è potuto avanzare perché negli atteggiamenti della sinistra c’è stato un po’ il mollare la presa. Io giro le periferie di Roma e posso dire che la sinistra nei quartieri degradati, nelle zone dove il disagio sociale è forte e drammatico, non è più percepita come il soggetto del cambiamento e del riscatto. CasaPound è andata ad occupare questo vuoto ed oggi la destra, l’estrema destra, è vista come la forza cui appoggiarsi nella disperazione e nel deserto dello stato sociale. E naturalmente lo fa soffiando sul fuoco dell’intolleranza e del razzismo.
Per risalire questa china?
C’è una sola cosa da fare: la sinistra deve scendere dal palcoscenico della politica politicante e tornare ad essere una cosa vera, a parlare con la gente, abbandonando una volta per tutte le discussioni sterili e i tatticismi che non portano da nessuna parte.
Subito dopo l’arresto di Spada i social sono stati inondati da messaggi di solidarietà non al picchiato, come ci si aspetterebbe, ma al picchiatore. La violenza è il convitato di pietra della Rete?
I social sono una piazza importante per l’ostentazione del potere di questi clan, che utilizzano Facebook per sia per autopromuoversi che per mandare messaggi trasversali. Sicuramente fa meno male di una testata ma fa comunque impressione vedere 1000 like a un post di Spada.
Alla sede nazionale di CasaPound, a Roma, hanno bussato in queste settimane volti noti del giornalismo. Mentana e Formigli, per dire, non hanno certo lesinato i complimenti al partito di Iannone e Di Stefano. Lo sdoganamento dell’estrema destra – quella dei pugni e delle cinghiate – passa pure per i media?
Io sono d’accordo che si faccia informazione su questi movimenti. Bisogna far vedere la realtà, che comunque si muove a prescindere dal fatto che la raccontiamo o meno. La responsabilità è di chi politicamente non si oppone alle pratiche e all’agire dell’estrema destra, non certo giornalistica.
Tra pochi giorni Ostia va al ballottaggio. Non trovi singolare che il tema della mafia e della criminalità sia stato quasi espunto dalla competizione elettorale? Si è parlato più della viabilità e delle buche che del malaffare.
I Cinque stelle hanno scritto un dossier su di me, denunciandomi come collusa con i mafiosi di Ostia. È stato un assist incredibile al clan Spada. Per quel che riguarda la destra gli scandali sono avvenuti nella giunta di destra che ha preceduto quella del Pd. L’attuale candidata presidente faceva parte di quella giunta. Evidentemente non si era accorta del cancro che corrodeva l’amministrazione. La verità è che rompere gli schemi a Ostia è difficilissimo. Nessun potere ha interesse a che cambi veramente quel territorio. All’ombra del lungo muro che hanno eretto da 40 anni e che blocca il libero accesso al mare, i balneari del Lido di Roma possono gestire i loro affari. Sono diventati i padroni del mare. Non è criminalità organizzata, certo, ma è violare i diritti dei cittadini, è privatizzare, di fatto, la cosa pubblica.
Che vuol dire vivere sotto scorta?
Vuol dire rinunciare alla propria libertà di movimento. Vuol dire spiegare ai propri figli perché la mamma non può uscire senza prima aver avvisato la scorta. Vuol dire vincere ogni giorno la paura. Una cosa la voglio dire: hanno condizionato la mia libertà di muovermi, non certo la mia libertà di pensare, di sognare che tutto questo un giorno finirà.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it/idee/copertine/mafia-beach/