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martedì 21 novembre 2017

Mafia beach

Intervista a Federica Angeli, giornalista residente a Ostia e sotto scorta dal 2013, rilasciata a Giampiero Cazzato per Patria Indipendente.

Non le chiedete se c’è la mafia a Ostia. Perché con la soffocante presenza della mafia sul litorale romano Federica Angeli, giornalista di Repubblica, ci fa i conti da anni. Vive sotto scorta dal luglio del 2013, in seguito alle minacce ricevute per aver testimoniato su uno scontro a fuoco sotto le finestre di casa sua che vedeva coinvolti personaggi di spicco della criminalità locale. È andata dai carabinieri e ha raccontato quello che aveva visto. Qui, in questa striscia di Roma adagiata sul mare, denunciare e testimoniare è atto di straordinario coraggio. E altamente pericoloso. Sufficiente per finire nel mirino dell’antistato. Ancora prima le inchieste della cronista sul racket degli stabilimenti balneari le erano costate pesanti intimidazioni. A lei e alla sua famiglia.
Non chiedetele se c’è la mafia ad Ostia, perché Federica Angeli vi risponderà che c’è, eccome. E pure se non parla siciliano, non usa lupare o coppole, questa mafia autoctona permea di sé il territorio e inquina le istituzioni. Il 5 novembre nel X Municipio capitolino – sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose – CasaPound ha superato il 9 per cento: il 19 novembre ci sarà il ballottaggio tra la candidata grillina e quella del centrodestra e quei voti fanno gola. Anche se nessuno a parole li vuole. Tanto più ora, dopo l’arresto di Roberto Spada, fratello del capoclan Carmine, che ha mollato una testata al giornalista Rai, Daniele Piervincenzi, colpevole di essersi presentato davanti alla palestra di Spada a Nuova Ostia per chiedergli dei suoi legami con i cosiddetti fascisti del terzo millennio. Il gip che ha convalidato l’arresto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

«Ostia è diventata come Corleone e Scampia, territorio dei clan», dice Saviano. È così davvero?
Il clima e l’aria che si respira è esattamente quello. Su Facebook, dopo la mia denuncia, ho ricevuto insulti e minacce di ogni tipo. In un commento c’era scritto: “Hai voluto la notorietà, ma la notorietà ha un prezzo. Che lo spettacolo abbia inizio”, ed erano citati i nomi dei miei figli. E non era la prima volta che se la prendevano con loro. Un giorno Carmine Spada si è presentato sotto casa mia e ha fatto il segno della croce ai miei bambini. Qui la gente ha paura. Danno fuoco ai negozi, se non ti pieghi al loro volere te la fanno pagare. Non c’è nulla di diverso da Scampia, solo parlano romano. Per la magistratura giudicante di Roma il 416 bis – come ci racconta la sentenza di primo grado su Mafia capitale (ma ancora prima era accaduto con la Banda della Magliana, ndr) – viene riconosciuto solo se si parla un accento del sud. Ma non c’è bisogno di sentenze passate in giudicato per vedere il racket, l’usura, gli affari sporchi.
La testata di Roberto Spada a un giornalista, e davanti alle telecamere, rappresenta un salto di qualità della criminalità organizzata? Il segno, comunque, di una impunità, della riaffermazione che in quel territorio chi comanda sono loro?
Quello è il modo in cui questa gente va avanti su quel territorio, quando non è un colpo di pistola, o una tanica di benzina davanti la porta di casa per avvertirti. Non c’è stata un’escalation, quella è la normalità a Ostia. Io ho colto due significati nella testata al collega di “Nemo”: la prima è l’idea dell’impunità che hanno costoro. Aggredire una persona davanti ad una telecamera accesa dà proprio la misura di come non abbiano timore delle conseguenze. L’altra cosa che registro è tuttavia una debolezza di questi personaggi rispetto al fatto che sono ormai troppo esposti ai riflettori.
«Roberto Spada non è un esponente di CasaPound. Con lui non condividiamo nulla, se non una sua presenza ad una festa per bambini in piazza 18 mesi fa. Non rispondiamo certo delle sue azioni e la violenza è sempre deprecabile» ha detto Simone Di Stefano prendendo le distanze dall’aggressione agli inviati di “Nemo”. Le sue argomentazioni ti sembrano convincenti?
L’alibi di chi dice, come fa Di Stefano, “in fondo Spada è incensurato, in fondo ha partecipato ad una festa”, è una scusa infantile. Sui manifesti di CasaPound che hanno tappezzato Ostia c’erano l’uno accanto all’altro il logo della palestra della moglie di Spada e la tartaruga di CasaPound. Era un segnale, era un messaggio. Se organizzi una festa come CasaPound e metti il tuo simbolo vicino a quello di Spada, stai dicendo alla gente che quelli sono i tuoi referenti sul territorio. La seconda cosa importante da sottolineare è che non ci si può trincerare dietro il fatto che Roberto Spada fosse incensurato, perché dalle ordinanze risulta essere il reggente dell’omonimo clan. Se una cosa così la so io che sono giornalista e so riconoscere se una persona è estranea al clan o meno – perché, attenzione, non tutti quelli che portano il cognome Spada sono affiliati al clan – a maggior ragione aveva l’obbligo di saperla il candidato di CasaPound, Luca Marsella.
Marsella non è il primo e il solo esponente della destra neofascista ad avere rapporti con Spada. Queste relazioni pericolose vengono da lontano. E c’è da pensare che abbiano portato benefici agli uni come agli altri.
Nel 2012 l’allora leader di CasaPound Ferdinando Colloca (che quest’anno è stato condannato in primo grado per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso) aveva costituito una società con Armando Spada per togliere un lido balneare, l’Orsa Maggiore, al concessionario che l’aveva ottenuta regolarmente, il tutto con la complicità di un dirigente municipale. Quello che ha portato oggi questo sodalizio sono i voti. E tanti. Nel seggio di Ostia in cui votano gli Spada – ad Ostia Nuova – CasaPound ha preso il 18 per cento. Vuol dire che l’endorsement pubblico che ha fatto Roberto Spada per Marsella nei giorni precedenti le elezioni ha avuto il suo coronamento nelle urne.
L’affermazione di CasaPound è un dato preoccupante. Non credi sia troppo consolatorio però ascriverlo solo alle frequentazioni di Marsella e camerati e che la pericolosità dell’estrema destra sia anche nella sua capacità di costruire consenso sociale?
Assolutamente sì. Ci sono dei rapporti delle nostre intelligence che analizzano i fenomeni della destra e hanno notato da tempo come vi sia stata una virata dell’estrema destra verso il sociale. Le occupazioni delle case, la distribuzione dei viveri ai poveri ne sono gli esempi più eclatanti. Questo spostamento di linea è potuto avanzare perché negli atteggiamenti della sinistra c’è stato un po’ il mollare la presa. Io giro le periferie di Roma e posso dire che la sinistra nei quartieri degradati, nelle zone dove il disagio sociale è forte e drammatico, non è più percepita come il soggetto del cambiamento e del riscatto. CasaPound è andata ad occupare questo vuoto ed oggi la destra, l’estrema destra, è vista come la forza cui appoggiarsi nella disperazione e nel deserto dello stato sociale. E naturalmente lo fa soffiando sul fuoco dell’intolleranza e del razzismo.
Per risalire questa china?
C’è una sola cosa da fare: la sinistra deve scendere dal palcoscenico della politica politicante e tornare ad essere una cosa vera, a parlare con la gente, abbandonando una volta per tutte le discussioni sterili e i tatticismi che non portano da nessuna parte.
Subito dopo l’arresto di Spada i social sono stati inondati da messaggi di solidarietà non al picchiato, come ci si aspetterebbe, ma al picchiatore. La violenza è il convitato di pietra della Rete?
social sono una piazza importante per l’ostentazione del potere di questi clan, che utilizzano Facebook per sia per autopromuoversi che per mandare messaggi trasversali. Sicuramente fa meno male di una testata ma fa comunque impressione vedere 1000 like a un post di Spada.
Alla sede nazionale di CasaPound, a Roma, hanno bussato in queste settimane volti noti del giornalismo. Mentana e Formigli, per dire, non hanno certo lesinato i complimenti al partito di Iannone e Di Stefano. Lo sdoganamento dell’estrema destra – quella dei pugni e delle cinghiate – passa pure per i media?
Io sono d’accordo che si faccia informazione su questi movimenti. Bisogna far vedere la realtà, che comunque si muove a prescindere dal fatto che la raccontiamo o meno. La responsabilità è di chi politicamente non si oppone alle pratiche e all’agire dell’estrema destra, non certo giornalistica.
Tra pochi giorni Ostia va al ballottaggio. Non trovi singolare che il tema della mafia e della criminalità sia stato quasi espunto dalla competizione elettorale? Si è parlato più della viabilità e delle buche che del malaffare.
I Cinque stelle hanno scritto un dossier su di me, denunciandomi come collusa con i mafiosi di Ostia. È stato un assist incredibile al clan Spada. Per quel che riguarda la destra gli scandali sono avvenuti nella giunta di destra che ha preceduto quella del Pd. L’attuale candidata presidente faceva parte di quella giunta. Evidentemente non si era accorta del cancro che corrodeva l’amministrazione. La verità è che rompere gli schemi a Ostia è difficilissimo. Nessun potere ha interesse a che cambi veramente quel territorio. All’ombra del lungo muro che hanno eretto da 40 anni e che blocca il libero accesso al mare, i balneari del Lido di Roma possono gestire i loro affari. Sono diventati i padroni del mare. Non è criminalità organizzata, certo, ma è violare i diritti dei cittadini, è privatizzare, di fatto, la cosa pubblica.
Che vuol dire vivere sotto scorta?
Vuol dire rinunciare alla propria libertà di movimento. Vuol dire spiegare ai propri figli perché la mamma non può uscire senza prima aver avvisato la scorta. Vuol dire vincere ogni giorno la paura. Una cosa la voglio dire: hanno condizionato la mia libertà di muovermi, non certo la mia libertà di pensare, di sognare che tutto questo un giorno finirà.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it/idee/copertine/mafia-beach/




sabato 11 novembre 2017

Giurisprudenza: una questione culturale e sociale.

Sull'applicazione contraddittoria del reato di apologia di fascismo nella giurisprudenza recente, pubblichiamo con piacere l'analisi condotta dal giurista Luca Casarotti, membro del direttivo della sezione “Onorina Pesce Brambilla” di Pavia.

Nel marzo 2014, la prima sezione penale della Cassazione confermava la condanna inflitta sia in primo che in secondo grado a due militanti di Casapound, tra cui il futuro consigliere comunale di Bolzano Andrea Bonazza, per il reato di «manifestazioni fasciste» di cui all’art. 5 della Legge Scelba. Come si legge nella sentenza della Cassazione, il 10 febbraio 2009 i due avevano chiamato il «presente!» e fatto il saluto romano durante un presidio per il giorno del ricordo, a cui avevano presenziato una sessantina di neofascisti. La Corte d’appello di Trento, facendo eco alla Sentenza costituzionale n. 74 del 1958, aveva scritto:

«non tutte le espressioni di adesione al disciolto partito fascista possono integrare la condotta punibile ma solo quelle rese in pubblico e reputate idonee a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste; […] il cosiddetto saluto romano rappresenta una manifestazione esteriore propria e usuale di organizzazioni o gruppi tesi a diffondere idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.»


Nel caso di specie, concludevano i giudici, i due imputati avevano fatto il saluto romano durante una manifestazione pubblica, alla presenza di più persone: quindi la loro condotta, idonea a provocare adesioni e consensi, costituiva reato. La Cassazione aveva condiviso questo sillogismo e confermato la condanna. Era stato liquidato in poche righe il ricorso dell’Avv. Domenico Di Tullio, legale di svariati camerati e a sua volta presenza fissa alle iniziative di casapound, che aveva riproposto nel giudizio di Cassazione un grande classico dei processi ai neofascisti: il «contrasto con più articoli della costituzione (artt. 21, 3 e 117)»; la «natura di “reato di opinione” della previsione incriminatrice»; la «necessità di adeguamento della previsione di legge al mutato clima politico e istituzionale»; «l’obbligo di adeguamento alla normativa sovranazionale in tema di libera manifestazione delle opinioni». In parole povere, la consueta autorappresentazione dei fascisti come vittime del sistema che li censura e reprime[1].
Ma con due sentenze del 2016, la stessa prima sezione penale della Cassazione ha ribaltato il suo orientamento, nonostante a parole dica il contrario. Il processo riguardava questa volta il corteo neofascista del 2014 in memoria del repubblichino Carlo Borsani e dei missini Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, che si tiene ogni anno a Milano il 29 aprile. Anche qui – ça va sans dire – era stato più volte chiamato il «presente!» e le braccia si erano romanamente alzate in ricordo dei camerati caduti, nello sventolio di bandiere con le celtiche. Le stesse condotte del presidio di Bolzano, quindi, ma alla presenza di molte più persone: circa un migliaio, secondo gli atti del processo. Il video del corteo era anche stato diffuso su internet. Identica l’imputazione: art. 5 della legge Scelba, «manifestazioni fasciste». Opposta la valutazione del giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano che, scrive la Cassazione avallandone la sentenza,

«evidenziava la natura della manifestazione e del corteo, organizzati al solo fine commemorativo di tre defunti, tutti storicamente vittime di una violenta lotta politica che aveva attraversato diverse fasi storiche, sottolineando che le manifestazioni di carattere fascista e con indubbia simbologia fascista erano finalizzate a detta commemorazione, in segno di omaggio e di umana pietà, senza alcuna finalità di restaurazione fascista;

  • rappresentava, inoltre, le modalità ordinate e rispettose del corteo, svoltosi in assoluto silenzio, portando i manifestanti le fiammelle in mano accompagnati dal solo suono dei tamburi senza inni, canti, frasi o slogan evocativi dell’ideologia fascista, senza comportamenti aggressivi, minacciosi o violenti nei confronti dei presenti, armi o altri strumenti; […]
  • escludeva, alla luce della complessiva valutazione delle circostanze e modalità del corteo, e pur in presenza di ostentazione di simboli e saluti fascisti, che la manifestazione avesse assunto connotati tali da suggestionare in concreto la folla inducendo nei presenti sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista.»


La contraddizione è evidente: la manifestazione è stata indetta per commemorare un repubblichino e due neofascisti, ma non ha indotto nei presenti sentimenti nostalgici. Inutilmente il Procuratore della Repubblica di Milano aveva provato a far notare nel suo ricorso in Cassazione che il giudice di primo grado «ha valorizzato aspetti e circostanze oggettivi del tutto irrilevanti, come l’assenza di violenza o di minaccia»: l’art. 5 della legge Scelba, infatti, non richiede in alcun modo che le manifestazioni vietate debbano essere violente o minacciose; basta che siano «usuali del disciolto partito fascista». Nonostante ciò, per la Cassazione la ricostruzione del GUP di Milano è ineccepibile [2].
Il nuovo art. 293-bis del codice penale, che sarà introdotto se la legge Fiano verrà promulgata, dovrà tra le altre cose essere applicato dalla stessa magistratura che sul reato di manifestazioni fasciste è giunta ad autocontraddirsi in sentenze emesse a pochi anni di distanza l’una dall’altra, interpretando le norme della legge Scelba in senso molto più restrittivo rispetto addirittura a quanto non avesse fatto la Corte costituzionale nel 1958, nel clima che caratterizzava la cultura giuridica nel 1958, con i giudici che componevano la Corte costituzionale nel 1958 [3].
Prima e al di là delle convinzioni personali dei singoli magistrati, l’impressione è che l’intera categoria non sia preparata a giudicare questo tipo di reati a connotazione politica, anche perché non riceve alcuna formazione in materia. Succede così che nel 2015 quattro neofascisti, che dalla curva dell’Ellas Verona avevano fatto il saluto romano durante una partita tra Verona e Livorno, siano stati assolti in primo grado, perché il gesto era una «provocazione rivolta verso gli avversari» durante una manifestazione sportiva, che «non è normalmente il luogo deputato a fare opera di proselitismo», e quindi non sussiste il pericolo di ricostituzione del partito fascista [4]: un’argomentazione del genere ignora del tutto, per fare un solo esempio, le strategie di reclutamento di militanti negli stadi attuate dal national front inglese negli anni ’80 [5].

Note
1. Tutte le citazioni sono tratte da Cass., sez. I penale, n. 37577/2014.
2. Tutte le citazioni da Cass., sez. I penale, n. 28298/2017. La sentenza è stata accolta con entusiasmo dal Primato nazionale, il giornale online di Casapound, che l’ha pubblicata integralmente sul suo sito.
3. Su potenzialità e limiti intrinseci alla formulazione del nuovo reato, che paradossalmente oscilla dal troppo restrittivo al troppo vago, si veda anche quanto scrive l’Avv. Marco Sommariva in C. Torrisi, Un avvocato spiega cosa cambierebbe con la legge contro la propaganda fascista, vice.com, 14 settembre 2017.
4. Il virgolettato è in L. Pisapia, Saluto fascista allo stadio non è reato perché non è luogo dove si fa politica, ilfattoquotidiano.it, 18 aprile 2015.
5. Per approfondire il tema, un punto di riferimento imprescindibile nella saggistica italiana sono gli scritti di Valerio Marchi. Si vedano su tutti V. Marchi, Inghilterra 1890-1990. Un secolo di sottocultura “hooligan”, in Id. (a cura di), Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’europa, [ed. or. Roma-Koinè 1994] ora Roma-Red Star 2014; Id., Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio, [ed. or. Roma-DeriveApprodi 2005) nuova ed. Roma-Alegre 2014.


Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/