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martedì 15 gennaio 2019

Il dovere della memoria


Pubblichiamo le riflessioni di Annalisa Alessio, vice presidente vicario ANPI Provinciale, in occasione della commemorazione dell'eccidio di Verretto, in cui vennero trucidati Ermanno Gabetta (32 anni, impiegato), Giovanni Mussini (42 anni, operaio), Ferruccio Luini (27 anni, operaio), Pietro Rota (23 anni, operaio).

Eccoli i nomi dei partigiani uccisi in queste campagne, pronunciati ora in questa sala: ne abbiamo conosciuto la storia, consegnata al futuro dalle pagine magistrali di Giulio Guderzo ne “L’altra guerra”.
Molti di noi avranno forse immaginato e quasi “sentito” dentro la testa il lacerante fragore delle 6 mitragliatrici Breda, dei 3 fucili mitragliatori e dei due mortai da 81 che posizionati ai posti di blocco sparano ogni due minuti come preliminarmente stabilito dal comando fascista.
Dopo 20 minuti di fuoco pesante si sarebbe aperto il rastrellamento, guidato da Arturo Bianchi e Fausto Pivari alla testa di oltre 200 camice nere, chiamate a raccolta da Voghera, Casteggio, Mede, Mortara, Vigevano, Stradella – sì dai paesi vicini perché questa è la guerra civile tra due Italie.
Molti di noi avranno forse immaginato la stilettata della morte inflitta nella fragile materia del corpo dei partigiani uccisi, e molti di noi avranno le loro facce raggelate per sempre in uno scatto fotografico.
Nelle immagini di chi è morto da partigiano, come canta la nostra antica Bella Ciao, oggi ritmata dalle combattenti kurde, è inscritta una domanda senza risposta, un interrogativo non risolto, ineludibile oggi sotto lo stesso immutabile cielo di allora.

mercoledì 19 dicembre 2018

L'ANPI di Pavia centro e il suo nuovo presidente

Nel congratularci e augurare buon lavoro a Luca Casarotti, neo presidente della sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla di Pavia, pubblichiamo il suo intervento in occasione dell'insediamento.



Dichiarazione d’intenti sull’indirizzo politico del circolo ANPI Pavia Centro Onorina Pesce Brambilla


Il 26 ottobre scorso, la nostra assemblea degli iscritti ha eletto il nuovo comitato di sezione e ha approvato la dichiarazione d'intenti sull'indirizzo politico del circolo. Grazie a tutte e tutti. E grazie anche per la grande giornata di mobilitazione di lunedì 5 novembre: è stata rinfrancante, e ci ha spronato a fare del nostro meglio per continuare lungo questa strada.
Il nuovo comitato della sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla: Luca Casarotti (presidente), Ludovica Cassetta, Marta Ciotta, Beatrice Contardi, Sara Cortimiglia, Vanna Mantovani, Antonio Pignatelli, Matteo Rategni, Claudio Spairani.
Abbiamo ritenuto utile presentare per iscritto le nostre riflessioni su due questioni insieme teoriche e pratiche: quella sulla nozione di antifascismo e quella sull’autonomia dell’ANPI. Si tratta di questioni tra loro connesse, dalla risposta alle quali dipende l’agire concreto della nostra associazione.


1. Sulla nozione di “antifascismo”
La Resistenza fu un fenomeno conflittuale, non può esserne pacificata la memoria. Com’è noto, da oltre un ventennio la categoria della memoria condivisa occupa stabilmente lo spazio del discorso pubblico sulla fondazione dello Stato repubblicano. Secondo questa interpretazione, le ragioni della resistenza come guerra civile tra fascisti e antifascisti andrebbero superate una volta per tutte, in nome del comune riconoscersi della nazione nei valori costituzionali. Si tratta di una lettura che presenta almeno due aporie: da un canto, questo comune riconoscersi nella Costituzione è più un auspicio che un dato di fatto; la costituzione materiale del Paese è anzi sospinta con sempre maggior veemenza verso la negazione dell’uguaglianza sociale sostanziale di cui all’art. 3, comma II, della Carta fondamentale. In questo senso senz’altro operano l’attuale governo e la sua maggioranza parlamentare. D’altro canto, il concetto di “memoria condivisa”, postulando il superamento del conflitto fondativo tra fascisti e antifascisti, conduce a non riconoscere il ripresentarsi di quel conflitto nelle forme odierne: in altre parole, il fascismo viene inteso solo come una forma storica contingente e conclusa (il regime dittatoriale instauratosi in Italia tra il 1922 e il 1945), e non anche come un insieme di miti e pulsioni, retoriche e soluzioni politiche che si ripropongono in una situazione strutturale di crisi (fascismo eterno). Il diffuso motivo polemico dell’antifascismo in assenza di fascismo, che non a caso viene cavalcato dalle destre, ma a ripeterlo sono anche ambienti di orientamento democratico progressista, è un corollario di questa errata interpretazione storiografica, contro cui l’ANPI deve schierarsi. Deve farlo con intelligenza, cioè non opponendo retorica a retorica, non rifugiandosi in una rappresentazione mitica della Resistenza, ma rivendicando anzitutto la natura inevitabilmente parziale (dunque partigiana) e conflittuale della sua memoria, e promuovendo quella che in inglese viene chiamata public history (storia per il pubblico), con il fine di contrastare più efficacemente la vulgata antipartigiana, anti antifascista e filo nostalgica molto radicata nell’immaginario del nostro paese: si pensi per esempio alla pubblicistica di Indro Montanelli e di Giampaolo Pansa.
In materia, può essere utile a tutte e tutti noi iscritti la lettura dell’ebook del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki “Questo chi lo dice? E perché?”, una guida didattica alla consultazione delle fonti e al vaglio critico delle notizie a tema storico reperite dentro e fuori internet. Pensiamo che l’attenzione per una corretta divulgazione storiografica sia stata e debba continuare a essere centrale nella vita di questa sezione: il comitato continuerà a dedicarvi molta parte delle sue energie.

2. Sull’autonomia dell’ANPI
Il paradigma della memoria condivisa è stato propugnato anche, se non principalmente, da forze politiche appartenenti all’area della sinistra, o più correttamente del centrosinistra, e a livello individuale da personalità con una lunga storia all’interno del partito comunista: da Luciano Violante a Giorgio Napolitano, per non fare che due soli nomi. Questa considerazione conduce all’interrogativo sulla collocazione dell’ANPI rispetto alle forze partitiche. A nostro avviso, l’ANPI non ha un referente nella manifestazione attuale del partito storico e deve mantenere una posizione di autonomia non solo formale, ma anche sostanziale rispetto ai partiti, e al contempo rivendicare fermamente per sé la provenienza dalla storia del movimento operaio e la collocazione all’interno della sinistra. Occorre non cedere alla retorica della fine delle ideologie: la post ideologia è solo l’incapacità di pensare un’alternativa allo stato di cose presente.
Durante la campagna referendaria l’ANPI si è guadagnata un ruolo di spicco nell’opinione pubblica: ciò è stato possibile, crediamo, soprattutto in ragione della posizione pionieristica che la nostra associazione ha assunto in quel frangente, iniziando prima d’altre realtà a trattare il tema dell’opposizione alla novella costituzionale voluta dal governo Renzi e dal Partito Democratico, che per questo l’hanno attaccata a più riprese e in maniera scomposta. Questa centralità si è tangibilmente tradotta nell’aumento del numero degli iscritti. All’indomani della vittoria alla consultazione del 4 dicembre, è parso che il compito si fosse esaurito, e la centralità acquisita nei mesi precedenti è andata scemando. In questo clima di obiettiva incertezza, l’ANPI ha eletto nel 2017 la sua nuova presidente, Carla Nespolo: all’uscente Carlo Smuraglia è stata tributata la presidenza onoraria. Durante il primo anno e mezzo del suo mandato, la nuova presidenza ha espresso posizioni lodevoli e coraggiose: ricordiamo, su tutte, la serrata critica al progetto di un museo del fascismo a Predappio. Progetto che godeva del sostegno delle istituzioni locali e nazionali, e dell’appoggio di autorevoli studiosi. Questa critica ha mosso molti a riconsiderare le proprie posizioni, tanto all’interno delle istituzioni quanto nel mondo scientifico (fra gli altri Paolo Pezzino, attuale presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri). Ma nello stesso tempo, non possiamo nascondercelo, la nostra associazione ha compiuto anche scelte che hanno determinato una vera e propria frattura dal sentire di molte e molti antifascisti: emblematica in questo senso è stata la decisione della presidenza nazionale di non partecipare alla manifestazione antifascista indetta a Macerata il 10 febbraio scorso, dopo avervi in un primo tempo aderito. Retromarcia che ha preceduto di qualche ora l’invito dell’allora ministro dell’interno Marco Minniti a vietare di fatto il corteo maceratese, in quello che da più parti è stato interpretato come un poco edificante gioco di sponda tra l’ANPI e il Partito Democratico. Proprio quando le circostanze richiedevano la mobilitazione, si era invece avvertita la subalternità della nostra associazione alla strategia elettorale attendista del PD: lo stesso partito che poco più di un anno prima attaccava con veemenza l’ANPI nella campagna referendaria. Molte e molti iscritti hanno perciò manifestato il loro dissenso dalla decisione assunta dai vertici nazionali, organizzando presidi nelle loro città (è stato il caso di Pavia) oppure recandosi direttamente a Macerata, con tanto di fazzoletto e bandiera dell’ANPI bene in vista. Noi crediamo che nell’ambito cittadino una simile subalternità non si sia mai data in anni recenti. Al comitato della nostra sezione hanno partecipato - e continueranno a partecipare - compagne e compagni di diverse generazioni, con percorsi e storie di militanza differenti: prova insieme dell’autonomia e della capacità ricompositiva del lavoro svolto dal circolo, sia nell’analisi sia nella presenza di piazza. Fondamentale si è rivelato il coordinamento delle forze antifasciste cittadine nella Rete Antifascista, che la nostra sezione ha contribuito a fondare e alla quale partecipa. Questo coordinamento ha evitato di fatto che le occasioni di piazza venissero fagocitate dagli interessi di partito, salvaguardando la natura plurale del fronte antifascista. Talora ciò ha significato criticare pubblicamente l’operato di soggetti che pure si riconoscono nell’orizzonte antifascista. È stato il caso del presidio contro l’annunciata chiusura dei porti alla nave Aquarius da parte del ministro dell’interno leghista Matteo Salvini: in quell’occasione, pur presente in piazza una delegazione del Partito Democratico, più di un intervento ha stigmatizzato l’operato dell’On. Minniti, che ha preparato nella sostanza quello del suo successore al ministero dell’interno. Detto per inciso: interdire la piazza ai criticati è una soluzione semplicistica. Quello della critica pubblica in presenza degli interessati è un metodo faticoso, ma – crediamo – più produttivo. È nostra intenzione agire in continuità con questa linea, nella consapevolezza che l’antifascismo o è frontista o non è: ciò a patto che l’antifascismo si traduca in prassi, e non sia solamente dichiarato.



martedì 11 dicembre 2018

PIETRE D’INCIAMPO - appunti dalla Bibbia e dalla Storia

Nel ricordare il progetto europeo Pietre d'inciampo edizione 2019 curato dal Comitato composto da ANPI Provinciale, Aned Pavia e Istoreco, rendiamo note le date delle pose del prossimo gennaio.

19 gennaio h.10 Cilavegna posa pietra per Giovanni Maccaferri, deportato a seguito partecipazione sciopero e morto in lager;
19 gennaio h.11 Gravellona posa pietra per Clotilde Giannini, deportata a seguito partecipazione sciopero e morta in lager;
20 gennaio h.11 S. Cristina e Bissone posa pietra per Pietro Gatti, operaio antifascista della fabbrica Necchi, deportato morto in lager;
23 gennaio h. 9.00 Voghera posa pietra per Jacopo Dentici, antifascista deportato morto in lager;
23 gennaio h. 11 San Martino Siccomario- Travacò, posa pietra per Ferruccio Derenzini, antifascista sopravvissuto al lager;
23 gennaio h. 13 Pavia posa pietra per Carlo Pietra, partigiano deportato fuggito dal lager di Bolzano;
h. 14, sempre a Pavia, posa pietra per Luigi Bozzini, antifascista deportato sopravvissuto al lager;
h. 14.30 ancora a Pavia posa pietra per Giovanni Alt, cittadino di fede ebraica deportato da Pavia e morto in campo;
23 gennaio h. 17 Landriano posa pietra per i fratelli Bick, morti in lager;
24 gennaio h.11 Garlasco posa pietra di Pietro Gallione e Francesco Mazza, morti in lager.


Ci sembra più che mai opportuno, in questa occasione, proporre la lettura di alcune riflessioni, dedicate alle Pietre d'inciampo, di Maurizio Abbà, pastore valdese a Pavia - responsabile attività culturali Centro Evangelico di Cultura di Sondrio.

- IERI ancora non è passato:

QUANDO SONO VENUTI A PRELEVARE

Quando i nazisti sono venuti a prelevare i comunisti,
non ho detto niente,
non ero comunista.

Quando sono venuti a prelevare i socialdemocratici
non ho detto niente,
non ero socialdemocratico.

Quando sono venuti a prelevare i sindacalisti,
non ho detto niente,
non ero sindacalista.

Quando sono venuti a prelevare gli ebrei,
non ho detto niente,
non ero ebreo.

Poi sono venuti a prelevare me
Ma non rimaneva più nessuno
per dire qualche cosa.

Martin Niemöller
pastore luterano e teologo

Questa citazione - da un sermone di Martin Niemöller (riportata poi negli anni e in molti Paesi con diverse ulteriori ‘varianti’: zingari, testimoni di Geova, neri, malati gravi, cattolici, omosessuali), fa comprendere come i pregiudizi razziali, religiosi, sociali, insomma i pregiudizi più in generale facciano ‘inciampare’ facilmente, inclusi ovviamente anche chi pensa di non avere preclusioni.

Il pastore valdese Luca Baratto nella rubrica «Parliamone insieme» nell’ambito della trasmissione radiofonica «Culto Evangelico», andata in onda su radioraiuno Domenica 29 gennaio 2017: a cura della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) si sofferma sulle pietre d’inciampo, ecco il testo riportato su Riforma.it del 1 febbraio 2017:



"Le pietre d’inciampo sono una benedizione. Mi sento di dirlo, non solo per la loro funzione, ma anche perché l’artista tedesco Gunter Demnig, che vent’anni fa le ha pensate e create, ha usato un’immagine biblica. Nel Nuovo Testamento, infatti, Gesù stesso è la pietra d’inciampo. Gesù è la pietra d’inciampo per il religioso troppo sicuro e orgoglioso della sua santità e giustizia. Gesù è la pietra d’inciampo per il ricco che interpreta il suo benessere come una benedizione e disprezza il povero, dimenticato da Dio. E certamente Gesù, l’ebreo Gesù, è una pietra d’inciampo per le chiese cristiane nel loro insieme e per i singoli cristiani di ogni tradizione che hanno creato nei secoli un terreno fertile per l’odio verso gli ebrei attraverso discriminazioni, cacciate, creazioni di ghetti, e tolleranza per chi usava loro violenza. "


- Abbiamo ancora OGGI per Fare Memoria:

- Il Museo Ebraico di Berlino Jüdisches Museum Berlin
dove s’intrecciano architettura e scultura, realizzato su progetto dell’architetto Daniel Libeskind.
Libeskind ha ideato uno spazio vuoto in diverse parti dell’edificio museale, progetto denominato between the lines (fra le linee)
questi vuoti verticalmente attraversano tutto il museo
e simboleggiano anche e soprattutto l’assenza di ebrei dalla società tedesca. Il vuoto di memoria include l’opera dell’artista israeliano
Menashe Kadishman: “Shalekhet” - “Foglie cadute”, costituito da oltre diecimila dischi metallici che riportano un volto di una vittima. I visitatori del Museo inevitabilmente calpestano i dischi metallici, il cui risuonare fa memoria del male accaduto, allora si vuole uscire al più presto, ma inevitabilmente i piedi camminano su questa tragica e irrinunciabile memoria.
Memoria delle vittime della Shoah e di tutte le vittime della guerra e della violenza, è infatti questo l’intendimento dell’autore Kadishman.

ancora un libro per ricordare:


- Giuseppe Platone, Roghi della fede Verso una riconciliazione delle memorie, (collana Nostro Tempo, 95, Claudiana, Torino, 2008

“Nel 1397, nella cittadina di Steyr, in Alta Austria, l'Inquisizione condannò al rogo un centinaio di valdesi che rifiutarono di abiurare la loro fede. Seicento anni dopo, l'eccidio venne ricordato con uno splendido monumento dello scultore Gerald Brandstötter. Nel 2005, un'analoga opera di Brandstötter venne inaugurata a Pinerolo, all’'imbocco delle Valli valdesi del Piemonte, antico ghetto alpino degli "eretici", per iniziativa di un gruppo ecumenico che intendeva confrontarsi con il passato nella prospettiva della "riconciliazione delle memorie". Le pagine inedite di storia e le riflessioni teologiche e artistiche qui raccolte delineano un percorso che sfocia nel totale rifiuto della violenza, soprattutto se compiuta nel nome di Dio.” (tratto dal sito: www.claudiana.it)


- Quale DOMANI ci attende?

Per le chiese cristiane ricordare è condizione necessaria e previa per tornare alla vocazione di testimonianza evangelica originaria autentica e solidarizzare.

Rivisitare la Storia in profondità per capire, comprendere, e per chi vuole, continuare a credere più consapevolmente.
Ricordare non da soli, la memoria ha un suo spessore tanto più se non resta isolata, è evidente.
Si aprono possibilità di collegamenti, connessioni, stringere amicizie con sollievo e gradito stupore.
Il futuro che si lascia alle nuove generazioni ha le sue radici in questo presente.
Un mare Mediterraneo, come è stato definito, dal “filo spinato”, vuol dire che non ci si vuole preparare all’accoglienza.
Ma il percorso di aprirsi alle diversità e di accettarle davvero è un percorso lungo, in salita, con diffidenze, sospetti e ‘ricadute’ che sono più facili quando purtroppo le condizioni sociali sono più fragili e rischiano di frantumarsi nei tanti egoismi piccoli e grandi.
La corsa ad armarsi è la triste conferma che può divenire tragica e incontrollata realtà.
L’”arma” di cui abbiamo bisogno è la Cultura.
Tutto subito questo non farà crescere gl’indici del PIL (Prodotto Interno Lordo), ma è un sicuro investimento sul domani che diventa già possibilità di vita quotidiana adesso.

«L’altro non è altro che me stesso allo specchio»

Andrea Camilleri



La pietra nella Bibbia

« La pietra, che si trova facilmente nella regione siro-palestinese e in Anatolia, mentre è perlopiù assente in Mesopotamia e in Egitto è disponibile solo nell’alto Nilo, costituisce il materiale edilizio più stabile fornito dalla natura. In Palestina, dove si trova perlopiù sotto forma di calcare misto a calcedonia o arenaria, o di basalto prodotto vulcanicamente e molto duro, provvedeva ampiamente alle esigenze edilizie quotidiane. Altra questione erano le pietre preziose e semipreziose. Spesso erano importate da vari punti di rifornimento, come la penisola del Sinai per la turchese. Rocce metallifere contenenti rame e ferro vennero individuate nei tratti meridionali sia della Palestina sia della Transgiordania.
I riferimenti biblici forniscono esempi del vasto spettro di usi in cui era destinata la pietra. Poteva servire come monumento, come altare e come pegno (Gen 28,18-22). Poteva coprire i pozzi (Gen 29,2-10) e le entrate ai sepolcri (Mc 15,46; Mt 27,69; Lc 11,39). Poteva essere trasformata in tazze, mortai, pestelli, incassi per le porte e alri utensili (Es 7,19). Fungeva da arma se scagliata con la mano (Es 8,26), con una fionda (1 Sam 17,49) o con una catapulta. Il suo affondare rapidamente nell’acqua simboleggiava la distruzione immediata (Es 15,5), e la sua immobilità poteva simboleggiare la morte (Es 15,16). Poteva offrire riposo a chi era stanco (Es 17,12), servire come materiale edilizio per gli altari (Es 20,25), o essere un memoriale pubblico di leggi obbligatorie (Es 24,12), di imprese individuali (Es 28,10) o di eventi notevoli, come nel caso delle stele reali. Poteva servire come strumenti per una pubblica esecuzione (Lv 24,14) o per manifestare la rabbia privata (Es 21,18). Usata come oggetto di culto (Lv 26,1), poteva contribuire all’intemperanza sessuale (Ger 3,9, con un probabile riferimento alla prostituzione rituale che faceva parte della religione cananaica) o ad altre pratiche idolatriche (Ez 20,32; Dt 28,36.64; 29,17). Poteva servire come memoriale di eventi significativi (Gs 4,1-10), o del rinnovo dell’Alleanza (Gs 24,26-27), o come punto di confine designato (Gs 15,6; 18,17). Serviva come piattaforma per le esecuzioni (Gdc 9,5.18); come arma poteva essere affilata con sottile precisione (Gdc 20,16). Era presa come unità di misura della durezza (Gb 38,30) per il ghiaccio; 41,24, per il cuore umano). Poteva far inciampare accidentalmente (Sal 91,12) o servire come espediente magico (Pr 17,8). Una pietra di qualità particolare fungeva da pietra angolare per muri o costruzioni (Is 28,16), ma poteva simboleggiare la rovina definitiva (Os 12,11). Simboleggiava l’opposto del pane nutriente (Mt 7,9) ma, correttamente forgiata, poteva contenere acqua o vino (Gv 2,6-11).






martedì 20 novembre 2018

La prima repubblica partigiana


Kobariška republika, ovvero Repubblica di Caporetto, fu istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato.

In certe giornate autunnali le nebbie avvolgono il paesaggio e anche ciò che è conosciuto ci diventa impraticabile e non riusciamo a vedere a un palmo dal naso. Bisogna attendere che la nebbia si diradi, per effetto di condizioni più favorevoli, per poter avere la visione complessiva di ciò che ci circonda.
Lo stesso effetto chiarificatore assume la documentazione raccolta e pubblicata da Zdravko Likar sulla “Kobariška republika” (Repubblica di Caporetto). La Kobariška republika è un evento di grande rilievo per il Litorale sloveno e, oltre all’organizzazione militare, ne costituì elemento essenziale l’amministrazione civile, l’istituzione di scuole e ospedali. Fondamentale fu inoltre l’appoggio dato alla nascente Resistenza friulana.
Si tratta di un fatto sconosciuto al pubblico italiano, se non a livello locale e/o a singoli cultori, sul quale non si è mai voluto dare l’importanza che meriterebbe nel panorama resistenziale italiano. Le ragioni sono molteplici e da ricercare nei rapporti volutamente mantenuti tesi dal Governo centrale italiano, nel dopoguerra, sulla questione del “confine orientale”, argomento da spendere, e ancora ai giorni nostri accade, per motivi politico-ideologici; su un altro fronte a causa delle “gelosie” riguardanti la primogenitura del fenomeno resistenziale e ancora per motivazioni di carattere nazionalistico.
Fatti questi che, nell’ottica anche del sempre più stretto rapporto con i compagni sloveni dell’ZZB-NOB (l’Associazione dei Partigiani sloveni), le Anpi locali intendono divulgare al più ampio pubblico del resto d’Italia attivandosi per la traduzione dallo sloveno e per la pubblicazione di un libro di Zdavko Likar in Italia.
Vediamo, in poco spazio, gli elementi fondamentali che rendono questa storia interessante per il pubblico italiano e che determinano una sorta di rivoluzione, in senso storiografico, per quanto riguarda la storia del Movimento di Liberazione.


Innanzitutto dobbiamo fare una doverosa premessa riguardo al contesto spazio-temporale che dà rilievo alla vicenda della Kobariška republika.
All’indomani della vittoria della Triplice Intesa, il Regno d’Italia, dopo aver sacrificato sui fronti intere generazioni di italiani (in massima parte contadini) si apprestava a incassare il prezzo del proprio intervento in guerra, ribaltando le precedenti alleanze, spostando i propri confini nord orientali a nord annettendo il sud Tirolo (trattato di Saint-Germain en Laye, 10 settembre 1919) e a est (Trattato di Rapallo, 12 novembre 1920).
Queste due grandi aree geografiche erano – e sono – in gran parte popolate da popolazioni di lingua tedesca, slovena, croata.
L’opera “civilizzatrice” italiana non si fece attendere imponendo da subito l’abolizione delle scuole in lingua non italiana, la colonizzazione di ogni apparato, civile, militare e anche, con minori risultati, religioso (numerosi furono i prelati sloveni che orgogliosamente mantennero vivo, clandestinamente, l’insegnamento della lingua slovena) fino ad arrivare all’esproprio dei beni in favore di coloni italiani e al cambiamento coatto dei toponimi e dei nomi di persona arrivando anche a aberranti italianizzazioni.
Si può ben capire il motivo per il quale lo Stato italiano e il fascismo in particolare non fossero ben visti in queste zone. L’opposizione al regime trovò, fin da subito, alleati sul fronte cattolico, socialista e comunista. Non solo gli antifascisti italiani di queste zone (che conoscevano molto bene la realtà) ma anche altri antifascisti, complice anche l’istituto del Confino, entrarono in contatto con la realtà oppressiva del fascismo contro l’etnia “slava” (per i sud-tirolesi le cose “migliorarono” a seguito dell’alleanza tra Mussolini e Hitler).
L’istituzione di campi di internamento per civili sloveni e croati sparsi in più punti della penisola italiana, la creazione di reparti speciali del Regio esercito formati da “alloglotti” sloveni e croati, stanziati in zone depresse del Paese (Sardegna e isole minori, di fatto privi di armamento e dislocati lontano da casa con l’intento di togliere terreno alla forte resistenza partigiana) rendevano palese, anche alla popolazione, l’opera del regime.
L’aggressione, il 6 aprile 1941, da parte dell’Italia e delle altre potenze dell’Asse alla Jugoslavia, il suo smembramento e l’annessione al Regno d’Italia dell’intera provincia di Lubiana (tutti atti contrari al Diritto internazionale) inglobarono altri circa 350.000 sloveni nel territorio nazionale. La reazione jugoslava non si fece attendere e le prime formazioni partigiane armate fecero la loro comparsa. A queste, l’esercito italiano opponeva una strenua caccia e una politica di terra bruciata, con deportazione di civili, spoliazione di beni, incendi di villaggi. Si può quindi ben capire che alla capitolazione dell’Italia, l’8 settembre 1943, si determinò una reazione immediata e oltre all’entusiasmo della popolazione ci fu chi si organizzò per reagire, con le armi, alla imminente invasione nazista (caso emblematico è la Battaglia di Gorizia dove formazioni partigiane italiane e slovene, reparti dell’esercito italiano e popolazione civile si oppongono dall’11 al 26 settembre 1943 all’ingresso delle truppe tedesche).
La storiografia italiana indica come prima Repubblica partigiana in Italia quella di Maschito in provincia di Potenza istituita il 15 settembre 1943 e durata 20 giorni ma, stante la definizione dei confini nazionali in essere fino al 1947, la Kobariška republika, oltre ad essere molto più estesa e duratura in termini temporali, la precedette di qualche giorno e il suo territorio era interamente parte integrante dell’allora Regno d’Italia.
La Kobariška republika fu infatti istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato con dei confini definiti e presidiati dalle formazioni partigiane, con una capitale, Kobarid/Caporetto, con autorità politiche votate dai cittadini, con un suo sistema di giustizia, tre ospedali operativi sul territorio e con l’istituzione, per la prima volta dopo l’annessione italiana, di scuole slovene.
I confini della repubblica comprendevano le zone ad etnia slovena delle Valli di Resia, del Torre e del Natisone. L’obiettivo, per gli sloveni, era quello di ricomprendere questi territori nel Litorale sloveno (fu uno dei rari elementi d’attrito tra le formazioni partigiane italiane – che pur parteciparono alla Kobariška republika con una propria formazione – e slovene che più tardi, oltre a partecipare alla Liberazione della Zona Libera del Friuli orientale, dalla fine del 1944 fino alla Liberazione, si trovarono a combattere unite sotto il comando del IX Korpus jugoslavo).
Resta anche indicativo il fatto che le prime repubbliche partigiane d’Italia furono istituite da minoranze linguistiche all’interno dell’allora Regno d’Italia, quella slovena a Caporetto e quella arbëreshë a Maschito segno che verso questi cittadini “minoritari” la repressione fascista fu particolarmente dura.
Il fiorire, quasi un anno dopo, delle Repubbliche e delle Zone Libere nell’Italia del nord occupata dai nazi-fascisti, alimentato dalla prevista imminenza dell’“Offensiva d’inverno”, che avrebbe dovuto liberare definitivamente la penisola (smentita però poco dopo dal Proclama di Alexander), ha preso esempio e forza anche da queste prime luminose esperienze.

di Luciano Marcolini Provenza – Anpi Cividale del Friuli (Udine)

giovedì 1 novembre 2018

Comunicato sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla


Anche quest’anno, il 5 novembre l’ANPI sarà in piazza per un corteo antifascista in centro a Pavia. L’occasione è nota: i neofascisti dell’associazione “Recordari” hanno indetto una manifestazione per commemorare il camerata Emanuele Zilli. Come al solito, la commemorazione sarà il pretesto per fare apologia del fascismo, con sventolio di celtiche, chiamate del presente e saluti romani di rito. Tutte condotte che costituiscono reato, e violano il regolamento comunale antifascista ancora in attesa della prima applicazione: che sia questa la volta buona?
Per una casualità, la mattina dello stesso 5 novembre, in università parlerà il ministro Centinaio, che da vicesindaco di Pavia aveva più volte espresso, se non aperto appoggio, almeno vicinanza a esponenti politici neofascisti. Un motivo in più per il nostro corteo.
Dallo scorso anno, la manifestazione fascista non si tiene più in centro, ma è confinata nell’area Vul. Il 5 novembre 2016 noi c’eravamo, e sappiamo quanto ci è costato questo risultato: il bilancio conta le manganellate di quella sera e 30 denunce. Dalle manganellate ci siamo ripresi, e ventitré delle trenta denunce sono state archiviate. Sette persone andranno a processo: tra di loro c’è il presidente onorario della sezione ANPI Pavia Centro, Claudio Spairani. Ancora un motivo per il nostro corteo. Lunedì prossimo saremo in piazza, perché le strade della nostra città non vanno lasciate ai fascisti, per quanto questi siano lontano dagli occhi. E saremo in piazza anche per esprimere tutto il nostro sostegno ai sette imputati per i fatti del 2016. Inoltre, annunciamo fin da ora che riprenderemo la raccolta fondi per le spese legali, e che seguiremo il processo presenziando a ogni udienza, facendo costantemente informazione sul suo svolgimento. I nostri compagni non sono soli. Sappiamo che tutta questa vicenda si concluderà per noi nel migliore dei modi.
L’appuntamento è per il 5 novembre, alle ore 20:45: concentramento in Piazza del Municipio. Invitiamo le sezioni ANPI del territorio a unirsi a noi.
Fin dalla mattina, Pavia sarà antifascista, e lo mostreremo a chiare lettere.



martedì 30 ottobre 2018

L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista

L'ANPI Provinciale di Pavia, col patrocinio di ANED, ISTORECO, Comune di Pavia, Provincia di Pavia, organizza la mostra L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista. L'inaugurazione avverrà il 24 novembre alle ore 17:00 con la presenza di Gianni Sacco e Francesca Fiorani.
La mostra gratuita e aperta a tutti, in particolare agli studenti, è stata realizzata da Regione Emilia Romagna - Istituto beni artistici culturali naturali, che ringraziamo per la collaborazione
 La mostra è articolata in tre sezioni: immaginario, ideologico, persecuzione. Resterà aperta fino all'8 dicembre compreso.
Anticipiamo che il 5 dicembre, nel ricordo della deportazione del ghetto di Venezia, ci sarà un evento speciale, con la partecipazione di Matteo Corradini, premio Andersen 2018.
Ringraziamo tutti coloro, e sono troppi per citarli tutti, che ci hanno aiutato nel percorso preparatorio della mostra. Il nostro ringraziamento speciale va al dott. Tovoli e ad Antonella Campagna che ci ha aiutato nella individuazione dei relatori, e alle ottime collaboratrici della Biblioteca Universitaria di Pavia, Valentina Serra e Eliana Iero, che hanno realizzato con grafica impeccabile la nostra locandina sul layout di Regione Emilia Romagna.

giovedì 27 settembre 2018

Verso l'altra guerra - Non è dolce morire per la patria

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato prodotto dalla sezione ANPI Pavia centro - Onorina Pesce Brambilla.

Lo diciamo senza giri di parole: “verso la vittoria”, il ciclo di conferenze per le scuole sulla prima guerra mondiale che comincia il 28 settembre alla prefettura di Pavia, è un’iniziativa di propaganda militarista.
Contro i principi base della didattica, il dibattito storiografico sugli eventi bellici sarà del tutto ignorato, e agli studenti verrà presentata una sola interpretazione dei fatti, quella delle forze armate, l’attendibilità scientifica dei cui uffici storici è stata più volte messa in discussione da studiosi autorevoli, con argomenti molto solidi. Per un esempio si può vedere l’articolo di Nicola Perugini “I carabinieri rileggono il colonialismo fascista”, apparso su www.internazionale.it, da cui emerge che l’ufficio storico dei carabinieri si sforza tuttora di minimizzare le responsabilità dell’arma per i crimini di guerra commessi dall’Italia, a volte riproponendo acriticamente i toni e le giustificazioni della propaganda dell’epoca. Non ci aspettiamo che le azioni dei carabinieri in trincea verranno raccontate con obiettività maggiore.
Andrebbe invece raccontato che durante la folle stretta repressiva ordinata da Cadorna, i carabinieri sparavano alle spalle delle prime file di soldati – loro connazionali – che si rifiutavano di rischiare la vita uscendo all’assalto. Andrebbe raccontata la totale imperizia dello stato maggiore dell’esercito, che mandò al massacro la massa enorme dei proletari e dei contadini al fronte: su tutto questo si veda da ultimo il libro di Alessandro Barbero, Caporetto.
Promuovendo quest’iniziativa di concerto con Assoarma, il prefetto Visconti ha fatto una scelta ideologica precisa: ha ribadito che la narrazione istituzionale della grande guerra coinciderà ancora una volta con il punto di vista delle forze armate. Il ciclo di conferenze è curato dal presidente di Assoarma Angelo Rovati e da Paola Chiesa, insegnante all’ipsia di Pavia ma anche segretaria cittadina di Fratelli d’Italia! Tra i relatori chiamati a parlare, non ce n’è uno che rappresenti la storiografia laica.
Noi quindi invitiamo studenti e insegnanti delle scuole di Pavia alla diserzione: queste conferenze in prefettura vanno disertate e criticate pubblicamente. Marc Bloch, grande storico e partigiano fucilato dai nazisti nel 1944 mentre partecipava con un ruolo di prim’ordine alla resistenza francese, ci ha insegnato che conoscere la storia significa saper interpretare il succedersi dei fatti con metodo critico, e non accettare il racconto imposto dai governanti. È questo metodo critico che bisogna apprendere. E se si vuole parlare della prima guerra mondiale nella letteratura europea, meglio allora leggere i war poets inglesi, o i surrealisti francesi, che dopo aver vissuto la trincea, hanno dedicato la loro opera al rifiuto della guerra.


giovedì 20 settembre 2018

Il nullafacente ministro ur-fascista e l’uomo che vende polli arrosto

"Sintesi fascista", Alessandro Bruschetti  1930
Con piacere, proponiamo  la letture di alcune osservazioni di Piero Cipriano, pubblicate sulla rivista digitale Carmillaonline.


Mi sono immaginato uno che oggi ha trent’anni, nato in Italia verso la fine degli anni Ottanta mettiamo, quando quelli di prima ancora comandavano, con autorevolezza e carisma, diciamolo pure (allora sembravano tiranni ma non erano tiranni, non lo era Ghino di Tacco anche se il vignettista del quotidiano della Repubblica lo tratteggiava a torto con stivalone ducesco, non lo era don Ciriaco De Mita da Avellino che con lui si spartì la nazione, non era tiranno nonostante la parlata sofistica irpina dove sovente diceva “è vero e non è vero al dembo sdesso”) e dopo nato è sopravvissuto alle malattie esantematiche infantili e (senza spavento) è sopravvissuto pure ai vaccini che negli anni Novanta esenti da idiozia sociale digitale si facevano senza colpo ferire, e dopo bambino sarà stato un adolescente quando l’Italia se la prendeva mesmerizzandola dalle sue televisioni il cleptocrate puttaniere che di Ghino di Tacco esule tunisino fan di Garibaldi era stato allievo, ma poi aveva saputo superare il suo maestro socialista mariuolo di un metro e novanta come solo i bravi allievi sanno fare nonostante il suo metro e sessantacinque, e così ridi e fotti il cleptocrate puttaniere impresse il suo stile e la sua cultura all’Italia tra alti e bassi per una ventina d’anni che alcuni storici del tempo presente con poca fantasia non esitarono a definire il nuovo ventennio, infatti si sbagliavano, la poca fantasia erra sempre, quando mai, comunque sia il ventennio si allunga fino agli anni Dieci del nuovo secolo il Ventuno, allorquando inizia inevitabilmente il declino del cleptocrate e inopinatamente, dopo qualche anno di transizione, a fine anni Dieci, dopo quattro cinque anni di governo di quelli della sinistra che si svegliano tardi, anno domini 2018, il potere se lo prende il suo figlioccio, il suo prodotto, un teratoma, una mutazione genetica, questo Matteo Salvini che si è fatto le ossa proprio nelle televisioni del suo ex socio di maggioranza a dodici anni con Doppio slalom complice Corrado Tedeschi a venti anni con La cena è servita qui è già più capellone e si presenta al presentatore con quella faccia un po’ così di Davide Mengacci come il nullafacente, nel frattempo frequenta i comunisti dei centri sociali in auge allora come il Leoncavallo, nonostante fondi i Comunisti Padani, nonostante i capelli lunghi non viene accettato da quelli di sinistra allora si sposta repentinamente a destra, a vent’anni il nullafacente è già eletto consigliere comunale, coerentemente con la dichiarazione che fece al Mengacci non lavorerà mai in vita sua, apposta appena diventa onorevole farà della lotta a quelli che da continenti depredati dissanguati stuprati vengono senza un lavoro con la fame addosso (per rubarci il lavoro a noialtri nullafacenti) la sua missione. Intanto si sposa con una e ci fa un figlio.
Convive con un’altra e ci fa una figlia. Non è vero che è un nullafacente. Qualcosa fa. Da allora dirà a tutti sono un papà. Papà. Papà. Quanto gli piace a lui dire sono un papà. Come se fosse difficile mettere incinta a una. Si mette con una stangona del mondo televisivo ma questa, approfittando della sua distrazione e della sua nullafacenza, dicono i giornali gossippari che lo rende cornuto. Lui però la perdona, perché non è come quei meridionali che delle corna ne fanno una questione d’onore e di principio. Ora la stangona è la vice-first lady. Gli stira le camice. Indossa il burka. Il ministro ha fatto tutti gli anni Novanta gli anni Zero gli anni Dieci nella Lega, un partito che prima era Nord e adesso è Italia. Tutte le leggi disegnate sulla persona del cleptocrate suo protettore il ministro nullafacente le ha votate. Obbediente. In attesa del suo momento. Di passare all’incasso. Ah, intanto che il cleptocrate invecchiava il nullafacente prendeva la paga dall’Europa (che pure gli fa schifo) in quanto parlamentare europeo, ma in quel parlamento al nullafacente non l’hanno mai visto, neppure quando si discutevano le regole per accogliere i migranti che lui tanto aborre, perché? Per coerenza con la sua nullafacenza. Un tipo casual. Un tempo indossava felpe. In ogni posto dove andava, siccome la gente è semplice e lui sa leggere la semplicità della gente, indossava una felpa con su scritto Milano, Varese, Predappio. Un tempo cantava canzoni propiziatorie per convincere il dio Vesuvio a fare Pompei bis. Cenere dei meridionali. Poi ha intuito che i meridionali sono rimasti sempre quelli che “vinze Franza o vinze Spagna abbasta ca se magna”, e che per di più sono abilitati al voto, e quel voto lui lo desidera, perché lo desidera? Sospendiamo il giudizio sul suo desiderio, se ne occuperanno i filosofi o i neuroscienziati o gli storici tra mezzo secolo, quando lo compareranno col suo modello più famoso (Lui), siccome desidera il voto dei meridionali ha iniziato a indossare felpe con su scritto Napoli, Caserta, Ceppaloni, Lampedusa. Questo trentenne che ho in testa io, vede sul suo smartphone il nullafacente ministro della propaganda parlare ai suoi fedeli del nord. Da qualche mese, da quando è ministro, ha riposto le felpe sudate, non servono più, si somministra qualche doccia di più perché ora indossa sempre una camicia bianca stirata di fresco dalla compagna, la donna che stira, indossa il burka, che un tempo sempre secondo quegli infidi settimanali gossippari gli metteva le corna, ora non più, anche perché lui l’ha perdonata, e questi sono gesti che fanno piacere, che segnano un rapporto, lo cementano. Eppure, nonostante la sua fidanzata le stiri camice e gli metta la crema abbronzante, questo ministro il più cattivo, il più malvagio, il più hitleriano della storia repubblicana, il più banalmente maligno direbbe di lui Hannah Arendt, non si addolcisce. Perché non si addolcisce? Quale fuoco lo muove? Cosa vuole? Perché sequestra centinaia di persone, i poveri sfrattati dal continente africano saccheggiato che uno di loro, Franz Fanon, chiamava “i dannati della terra”?, perché questo ministro li tiene sequestrati per giorni su navi, navi che diventano carceri, di più, diventano lager, di più, diventano tombe, muoiono queste persone, muoiono a centinaia per volta, come mai non gli interessa, perché non si interessa delle prigioni libiche dove vengono macellati, tanto da percepire la fuga il mare il possibile naufragio comunque come una salvezza? perché la sua compagna non gli dice, tra una camicia bianca e l’altra: amore mio, non ti pare che stiamo esagerando?
Ha visto questo video sul suo smartphone, il trentenne incazzato che ho in mente io, il trentenne che giorni fa era a San Babila a Milano ma aveva in mente l’epilogo di Piazzale Loreto, un video dove il Ministro parla ai suoi zombie, mesmerizzati, dove viene interrotto da una ragazza diciassettenne (per fortuna non aveva conseguito la maggiore età, sennò i cani rabbiosi vestiti di verde la linciavano) che gli urla: fascista! Per un attimo il re, il re che istiga quelli vestiti di verde come macchiette, grazie a questa ragazzina è nudo. Salvini, sei un fascista, gli dice. Lui all’inizio ironizza, non perde la calma e l’aplomb, le suggerisce: hai dimenticato di aggiungere xenofobo e razzista, dice è questa la sequenza di insulti che quelli come te mi scagliano. Però, appena si accorge che i suoi fedeli sono un po’ troppo cani fedeli e la vorrebbero sbranare (la filmano, e le dicono vai via, e delle donne che potrebbero esserle madre ma che sono cagne rabbiose le digrignano i denti) è lui stesso, il ministro in persona che la salva dal linciaggio dei suoi cani idrofobi, perché lo fa? Forse perché di questi tempi si filma tutto e lui non vuol passare per fascista? Ma no. Ma no perché lui lo sa di essere fascista, lo sa e ne è fiero, fascista sì ma probabilmente ci tiene a non passare per nazista, ci tiene a questa fondamentale differenza, perché fascista sì nazista no? Anche questo ce lo diranno gli storici tra mezzo secolo, lui con piglio e orgoglio fascista riprende e zittisce i suoi adoranti fascisti che da bravi fascisti guaiscono un altro po’, come i cani rabbiosi che sono mostrano un altro po’ i denti, ma poi da bravi fascisti si calmano, perché lui dice loro: se non la lasciate stare me ne vado io. Aggiunge, indicandola col suo dito indice più lungo del medio, dito indice a forma di fucile: lasciatela stare, magari ci sente parlare, e si convince pure lei a pensarla come noi. Noi che siam fascisti.
Il ministro, ha ragione la ragazzina coraggiosa, è fascista. Fascista, sì. Se non volete credere a me credete a Umberto Eco. Umberto Eco ha sempre ragione. Non solo quando dice che internet il web i social network hanno dato fiato a legioni di imbecilli che prima avevano sfogo giusto al bar oggi sproloquiano ovunque e su chiunque. E ha dato fiato alla propaganda basica del ministro. Ma ha ragione quando distingue il totalitarismo dal fascismo. Noi, o meglio, alcuni di noi pensano erroneamente che Salvini non possa essere fascista, che sia un’esagerazione dire che è fascista, un’iperbole cui non crede nessuno. Perché confondiamo il fascismo col totalitarismo. E’ qui che (secondo Eco) ci sbagliamo. Perché se per totalitarismo intendiamo un regime che subordina ogni atto individuale allo stato, ebbene, in quel caso solo il nazismo e lo stalinismo furono regimi totalitari. Non il fascismo. Ha ragione Eco. Ma allora, che cosa fu il fascismo mussoliniano a cui la gente italica è ancora così visceralmente legata, tanto da innamorarsi di un bruto che fa di tutto per assomigliare a lui? (Guardatelo quando denuda il suo petto pingue in spiaggia, non somiglia maledettamente al Dux che nei campi di grano mieteva esponendo il suo grasso torso nudo?) Fu una dittatura, certo, ma non totalitaria. Non completamente, almeno. Perché no? Non sono io capace di dire perché no. Ma Umberto Eco lo sa, e risponde al posto mio: per la debolezza filosofica della sua ideologia. Così scrive Umberto Eco dentro a questo striminzito libretto di sole 51 pagine ma densissime, chiuse dentro una copertina nera nerissima come il fascio come l’alito della tracotanza dei fascisti le scritte sono in font stile littorio, quello con cui le teste rapate di Casa Pound secernono pensieri che nelle loro scritte rettiliane riassumono, prima di andare a presidiare le spiagge liberandole dal nemico africano venditore di occhiali contraffatti.
Mus/solini (allo stesso modo del suo replicante Mus/salvini, che tra poco farà a meno di quegli utili idioti sceriffi dalle cinque stelle, inutili davvero, sentite a me, perché la gente italica è in buona parte purtroppo visceralmente fascista ma non è fessa, se trova il fascista originale, quello di razza, non gli serve più il fascista annacquato, o indeciso, o ambivalente, o un giorno sì e uno no, o al settanta per cento, se può affidarsi a uno tutto d’un pezzo come Salvini, non gli serve più una mezza calzetta come Di Maio) (ah, musperaltro è un genere di roditore della famiglia dei muridi) non aveva nessuna filosofia, aveva solo retorica. Solo propaganda. E pure la sua propaganda era arronzata, non aveva la meticolosità di un Göebbles, pure in questo Mus era un arruffone (uguale al suo epigono).
Pure Mus/solini cominciò ateo e finì col firmare il concordato con la Chiesa. Mus/salvini per non essere da meno comincia comunista padano nullafacente e ora bacia Vangelo e rosario e inneggia al crocifisso.
Il poeta del fascismo? D’Annunzio, un dandy che, scrive Eco, Hitler o Stalin l’avrebbero fucilato. Il vate del fascismo mus/salviniano pensavo fosse un filosofo dandy che di nome fa Fusaro che si esprime in una tutta sua criptica dandyafasia che mi fa scompisciare ogni volta che lo sento. Invece no. Il vate del Mus/salvini è un poeta. Un vero poeta. Patentato. Pubblicato. Davvero. E non dico uno dei centomila poeti italici che si pagano il libro con le proprie tasche, che lo potrei pure capire. No. Pare incredibile che ci sia un poeta che possa trovare parole da scambiare con il ministro più vigliacco della storia repubblicana. Il poeta esiste e si chiama Davide Rondoni. Un poeta di brutte poesie che si definisce cristiano anarchico (perché?, ero rimasto a Tolstoj, l’unico cristiano anarchico che riuscivo a sopportare) e dieci anni prima ha fatto le prove generali dell’anilingus al re scrivendo l’introduzione a un libro di poesie di nientemeno che Sandro Bondi (che a sua volta fu il vate astenico, il pennaiolo succube del suo venerato cleptocrate).
Il fascismo mus/soliniano non fu tollerante. Gramsci muore in carcere, Matteotti e i fratelli Rosselli assassinati, Pertini e altri dissidenti confinati in isole sperse. Però fu politicamente e ideologicamente sgangherato.
La versione incipiente e ingravescente mus/salviniana cui stiamo assistendo ne è la perfetta erede, quanto a sgangheratezza politica e ideologica che però miete lo stesso vittime ma altre vittime: non oppositori politici, per adesso, ma africani. Centinaia. In pasto agli squali mediterranei. Ogni morto africano sono un milione di like e un punto percentuale in più nei sondaggi.
Ieri col libretto nero con titoli littori di Umberto Eco vagavo con la mia BMW di terza mano per le vie d’Irpinia. Mi sono fermato a un chiosco, a trecento metri da un piccolo lago sulfureo. Quasi una pozza che ribolle. Un chiosco fantasma. Una scritta di legno: Polli arrosto. Ordino anzi chiedo, per gentilezza, mezzo pollo. Chiedo pure una birra. Ha solo Peroni. Sa di zolfo. Finita la birra, chiedo un caffè, il caffè, dice il pollarrostaro, attendi un momentino che te lo prepara mia moglie, esce di scena lui e entra in scena sua moglie, il caffè è nero nerissimo come il fascismo, sa di zolfo con aggiunta di zucchero di canna, lo trangugio in un sol sorso, brucia l’esofago, ora si rompe, esplode, muoio. Dico all’uomo del chiosco che vende polli arrosto: sono settimane che se ne vedono di tutti i colori, anzi, si vede solo il nero, non senti i telegiornali? Non hai Facebook sul telefonino? Non senti i proclami in difesa della razza? Non senti la paura del capo anzi vicecapo del governo che teme la sostituzione etnica? In che senso, fa lui? Nel senso che i neri d’Africa, secondo questo ideologo del nero, si prenderanno l’Italia. Tra un anno, secondo lui, se lui non ci salva non ci sarai più tu qui a arrostire polli ma un nero d’Africa e invece di polli ci farà mangiare, metti, iguane. Tu, per esempio, per chi hai votato all’ultime elezioni? Io prima votavo DC. Don Ciriaco. Poi PSI. Craxi. Poi Forza Italia. Berlusconi. Poi, all’ultime elezioni visto che Berlusconi tra poco muore ho votato Lega, Lega degli italiani. Salvini. Ecco, lo vedi? Pure tu hai paura dei neri, e per colpa tua, della tua paura, che al posto dei polli arrosto tra un anno qua sul cratere irpino si venderanno iguane, o coccodrilli, per colpa vostra stiamo diventando tutti carogne.
Ma io non sono razzista. Io non odio i neri. Io non sono fascista.
Tu non lo sai, però, credimi, fidati, fascista sei fascista.
Non penso di essere fascista. E’ che voglio essere lasciato in pace a vendere i miei polli arrosto. E mia moglie, quando cuoce i polli arrosto, deve poter stare tranquilla.
Facciamo così. Tu continui ad arrostire polli. Io ti dico perché tu e quello che hai votato, siete fascisti. Ti faccio la lista delle caratteristiche che sono gli archetipi del fascismo eterno (o ur-fascismo). Che scuole hai fatto?
Il magistrale. Poi ho fatto un anno il maestro d’asilo ma con i polli arrosto ero più portato.
Benissimo. Dunque hai tutti gli strumenti culturali per potermi capire. Ora conto fino a quattordici. Arrivato a quattordici puoi dirmi se sei fascista o non sei fascista. Per dirti fascista devi sapere cosa significa essere fascista. Se tu prima non lo sai, di che parliamo. A vanvera?
Ascolto.
Bravo.
Uno. La prima cosa è il culto della tradizione. Voialtri fascisti vi credete che tutto il sapere, tutta la verità, sia già stata annunciata.
Due. Rifiutate ciò che è moderno. No illuminismo sì irrazionalismo, sì al sangue sì alla terra. Ti trovi? (scusa, non devi rispondere adesso)
Tre. La cultura la trovate sospetta. Il ministro della propaganda nazista metteva mano alla pistola appena sentiva la parola cultura. Lo stesso fa il tuo viceministro. E tu pure, senza offesa, sei passato dalle lettere ai polli.
Quattro. Non amate la dialettica. Non apprezzate le critiche. Essere in disaccordo significa tradire. I cani rognosi che volevano azzannare la ragazzina diciassettenne che dice fascista a Mus/salvini sono coerenti, sono fascisti. Bravi. Così si fa. Anche i fascisti annacquati delle cinque stelle d’altra parte appena uno è in disaccordo lo cacciano. Via. Espulso. Pensiero unico.
Cinque. Avete paura di chi è diverso. Di chi è straniero. Dell’intruso. Se sei fascista non puoi non essere pure razzista.
Sei. Il tuo ministro fa appello alle classi medie frustrate. Che sono terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. E chi sono i nuovi lumpen? Sì, voglio dire, i nuovi proletari? Ma sono i migranti. I tuoi nemici. Il tuo incubo. Quelli che pensi vogliono prendere il tuo posto per darci in pasto iguane o coccodrilli.
Sette. Il privilegio (l’unico) che il fascismo sa dare a chi come te non ha identità sociale è: l’identità nazionale. Il nazionalismo vi cementa. Per cementarvi vi serve un nemico esterno. Allora il tuo ministro deve ossessionare il popolo con l’idea del complotto. Con l’idea xenofoba della sostituzione etnica. Questi mi levano il lavoro. Mi levano la moglie. Mi levano la terra. Mi levano i polli arrosto. E voi, e tu, abboccate.
Otto. Bisogna che il popolo, soggiogato dai fascisti, si senta umiliato dalla ricchezza dei nemici (un tempo valeva per gli ebrei, usurai, o per gli inglesi, che mangiavano cinque volte al giorno), o se non sono ricchi (e gli africani non lo sono) dalla loro forza (gli africani sono più forti, più belli, più virili; perché secondo te non nutri lo stesso timore per i cinesi i filippini i cingalesi? Eppure siamo invasi da cinesi filippini cingalesi e dal loro cibo e da colf e badanti, come mai non ti fanno paura, eh?).
Nove. La vita è guerra. Il pacifismo è arrendersi al nemico.
Dieci. Disprezzare i deboli. Darwinismo sociale e razziale. Convincervi che voi italiani siete il miglior popolo al mondo. Ora, però. Che poco fa erano i padani il miglior popolo al mondo.
Undici. Esaltare l’eroismo.
Dodici. Esaltare la potenza sessuale. Essere virili. L’ex capo della Lega Nord gridava che lui, loro, l’aveva, l’avevano sempre duro. E questo imperativo lo fotté. Che per averlo troppo a lungo duro si dice… va be’, lasciamo stare con le illazioni. Perché facile a dire: abbiamolo duro. Il gioco del sesso, il gioco di Priapo, mica è da tutti. Serve predisposizione e passione. Infatti Mus/salvini, che quel maligno settimanale gossipparo dichiarò cornuto, preferisce giocare con le armi, ora ha preso a farsi fotografare col fucile in mano come un Charlton Heston o un Clint Estwood insieme ai fabbricanti italiani di fucili (con cui giocare al gioco preferito dagli italiani in questi mesi: il tiro al bersaglio africano, uccellare l’africano dalle lunghe lance, come il fuciliere di Macerata, salvo poi farsi passare per deficiente, perizia psichiatrica, l’avvocato ti suggerisce di farti passare per scemo, incapace di intendere, un paio di anni di REMS e te la cavi). Ma qui, dammi retta, in questa esaltazione del fucile, sai che cosa direbbe uno psichiatra o meglio uno psicanalista? Che è tutta invidia del pene (africano, si capisce).
Tredici. Populismo. Non contano gli individui, i soggetti, i singoli. Non conti niente tu, o lavoratore che vivi arrostendo polli. Conta il popolo. Questa entità monolitica, dall’unico pensiero, che il leader e solo lui sa interpretare. Ne è esegeta. Populismo da tv (prima) populismo da smartphone (oggi). Lo smartphone è il medium con cui ricevere il verbo, i messaggi, gli slogan, le direttive, le nuove parole d’ordine. Molto più funzionale della tv. Sempre in mano, a portata di mano, un like e amen.
Quattordici. Il fascismo comunica con una neolingua. Lingua semplificata. Fatta di slogan. Governo del cambiamento. Prima gli italiani. Finita la pacchia. Avvocato del popolo. Gli italiani, accidiosi, abboccano.
Eja eja alalà.
L’ho concluso così, con questo demenziale grido fascista inventato dal vate D’Annunzio, il mio tentativo di convincere il venditore di polli arrosto che era fascista. Lui è stato tutto il tempo a rigirare i suoi dodici polli. Sentire ha sentito. Ma è rimasto zitto.
Gli ho allungato dieci euro, l’ho lasciato a riflettere, sono salito sulla mia vecchia BMW nera, ma di un nero non fascista e senza scritte littorie, ho messo in moto.