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venerdì 4 gennaio 2019

I giovani e la razza


La mostra “L'offesa della razza - razzismo ed antisemitismo nell'Italia fascista” organizzata da ANPI PROV con il patrocinio di ANED, ISTORECO, COMUNE DI PAVIA e PROVINCIA DI PAVIA si è conclusa registrando quasi mille presenze di visitatori. E' stato soprattutto il pubblico di giovani studenti (dalle scuole medie alle scuole superiori) a dimostrarsi attento e sensibile, grazie al lavoro preliminarmente svolto in classe dai docenti, cogliendo la inquietante attualità di una Italia che a 80 anni dall'emanazione delle leggi razziali si risveglia percorsa da pulsioni razziste e xenofobe, alimentate dalla scellerata politica del ministro degli Interni. Di particolare interesse per i giovani visitatori le sezioni della mostra dedicate alla politica coloniale italiana (prefascista e fascista) la cui ingombrante eredità non viene ancora sufficientemente indagata, pur rappresentando la prima "prova sul campo" del razzismo dei conquistatori bianchi, italiani e fascisti, sulle popolazioni dell'Africa assoggettata.
Proponiamo in proposito i commenti a caldo di due alunni della IV D Istituto Cairoli di Pavia, che li hanno preparati in classe grazie alla sensibilità dell'insegnante Alessandra Milani, e di alcuni studenti della scuola media Leonardo da Vinci di Pavia, accompagnati dalla professoressa Paola Resegotti, che ringraziamo per il lavoro svolto con i ragazzi.

Dove sono finiti i bravi cittadini italiani di quando “ si stava bene quando si stava peggio”? Questa è la domanda che ci siamo posti dopo aver visitato la Mostra storico documentaria L’offesa della razza, aperta al pubblico dal 28 novembre all’8 dicembre 2018 nella sala dell’Annunciata di Pavia.

Siamo rimasti sconcertati, dopo aver letto i documenti sulle popolazioni sottomesse dai colonizzatori italiani in Africa.
I popoli africani venivano rappresentati nelle immagini dell’epoca come animali selvaggi da soggiogare solo perché diversi, e per questo motivo i colonizzatori italiani si sentivano in diritto di maltrattarli, fino ad abusare sessualmente delle donne africane, umiliate e considerate oggetti nelle vignette “umoristiche” del tempo.
Una delle vignette più agghiaccianti nella sua apparente leggerezza è quella in cui si vede un uomo che spedisce in dono ad un amico una donna seminuda e impacchettata mentre dei bambini (forse i figli?) guardano da lontano con occhi sgranati e “buffi”.
Il razzismo pervadeva anche riviste per bambini e sussidiari delle Elementari, e se gli africani sono rappresentati come sporchi e, quindi, da lavare, gli ebrei sono mostrati con nasi importanti e occhi avidi di dominare il mondo.
Si può credere che al generale Rodolfo Graziani sia stato dedicato un parco in Italia nel 2012 nonostante sia stato un criminale di guerra che fece uso di gas tossici e fece bombardare ospedali della Croce rossa?


In Italia non abbiamo avuto nessun processo di Norimberga e forse anche per questo non abbiamo elaborato alcune pagine della nostra storia fatte di leggi razziali (1938) violenze e deportazioni verso altre etnie. Sarà per questo che il razzismo è rimasto latente in Italia e talvolta riaffiora con episodi che sono riprovevoli?
                                                                                             Celeste Pezzetti


Tanta vergogna e risentimento si possono trovare nelle parole di molti tedeschi mentre si parla di Olocausto quante ne mancano in quelle di non pochi italiani. Sul Razzismo durante il Ventennio fascista è stata allestita una mostra nei giardini Malaspina di Pavia, per ricordare la vergogna di un’Italia fascista che non solo spalleggiava il Fuhrer ma prendeva iniziative e spesso eccedeva e sfociava in ciò che per la Germania nazista è stato definito crimine contro l’umanità mentre in Italia tutto è stato metabolizzato senza clamore.
Dobbiamo esserne consapevoli, la nostra Italia condivideva ideali di razzismo e di segregazione e ci sono le prove tramandate dai nostri avi o anche da opere di autori come Primo Levi che fu la voce dell’altra Italia, quella che non si voleva sottomettere all’ingiustizia solo perché perpetrata dai detentori del potere, quella dei partigiani e “ribelli” per amore che oggi ringraziamo per aver fatto sentire la propria voce di fronte a una massa per troppi anni cieca e consenziente.
Parlare di Razzismo oggi è parlare di qualcosa che non si può comprendere fino in fondo se non si è ebrei o di altre etnie.
Ma come doveva essere finire tra le fila dei balilla? Saremmo diventati anche noi giovani indottrinati a diventare figli del regime, educati fin da piccoli a provare sentimenti di odio, repulsione che infine sfociarono in una delle più grandi tragedie della storia? Eppure qualcuno ha capito dove stava la giustizia.
Oggi, a distanza di qualche decennio non facciamo altro che ricordare senza capire e finiamo per commettere ancora gli stessi errori, in un’ Italia dove gli immigrati vengono ripudiati e si continua ad essere razzisti nascondendolo sotto buoni propositi.
                                                                                              Andrea Cassola


La mostra é stata molto interessante, soprattutto nel momento in cui, dopo la parte introduttiva, ci hanno lasciato guardare i pannelli in esposizione. In particolare mi hanno colpito i pannelli con raffigurate delle donne nude: di solito la raffigurazione della donna nuda é simbolo di bellezza e prosperità, mentre a mio parere in quelle foto era disprezzata e raffigurata quasi come una donna dai facili costumi.
Chiara Morello

La mostra mi ha fatto riflettere molto su come i razzisti trattavano gli ebrei, in particolar modo i bambini, che venivano espulsi dalle scuole e portati in campi di concentramento, una cosa terribile. Le battute che facevano a quei tempi erano veramente macabre e mi hanno fatto pensare al fatto che non ci fosse distinzione tra i sessi, perché uccidevano e torturavano anche le donne.
Arianna Andreoni

Venerdì scorso siamo andati a visitare alla sala dell’Annunciata, in piazza Petrarca, la mostra organizzata dall’Anpi sull’antisemitismo: “L’offesa della razza”. Dopo una breve ma interessante introduzione da parte della guida, ci siamo soffermati sui pannelli esposti che ripercorrevano la storia dell’antisemitismo in Italia, dal Medioevo all’epoca fascista. Nel corso della storia, anche in Italia, è sempre stato presente un sentimento di odio nei confronti degli ebrei più o meno evidente. Nel tempo questo atteggiamento si è via via affievolito, ma ha ritrovato vigore durante il periodo fascista. Dopo la promulgazione delle leggi razziali in Germania, anche in Italia vennero adottate simili leggi persecutorie nei confronti dei cittadini di origine e religione ebraica. Questa pagina vergognosa raggiunge il suo apice con la firma da parte di Vittorio Emanuele III delle cosiddette Leggi razziali nel 1938. Da quel momento gli ebrei furono rinchiusi di nuovo nei ghetti, non potevano partecipare alla vita politica, non potevano essere dipendenti pubblici, non potevano possedere nulla, avevano degli orari stabiliti nei quali non potevano uscire di casa, men che meno svolgere attività di svago, come andare a teatro o al cinema e praticare attività sportive e i bambini e i ragazzi furono espulsi dalle scuole. Oltretutto, sui giornali venivano pubblicate delle vignette che schernivano gli ebrei e i neri: gli ebrei venivano raffigurati come ladri e i neri come cannibali o “razze animali”, comunque esseri inferiori. E’ importante conoscere questi comportamenti, perché purtroppo stanno tornando, nella testa di alcuni, queste follie sulle “razze” e noi dobbiamo impedirlo prima che, dimenticando gli errori del passato, si compiano nuovamente tragedie di questo tipo.
Luca Antognazza

Mi ha colpito una vicenda, che parlava di una bambina ebrea della scuola media che aveva un fratello alle superiori. Dopo le leggi razziali dovettero lasciare la scuola, lo sport e i divertimenti. Questo mi ha fatto pensare a cosa significasse essere ebrei: nessun diritto, non avevano niente, venivano considerati animali, anzi peggio.
Alessia Schiavi

L’altro giorno con la mia classe siamo andati ad una mostra sul razzismo nell’Italia fascista di una volta. Erano esposti pannelli che raffiguravano immagini, fumetti, articoli di cronaca veramente impressionanti. In uno dei primi pannelli che abbiamo osservato era raffigurato un libretto di lavoro con il nome di una donna e a fianco, tra parentesi, la scritta “di razza ebraica”. Questa frase mi ha colpito molto perché penso sia esagerato scrivere “razza”. Nessuno ha una razza, non siamo animali, noi siamo umani, è questa la nostra razza, non è essere ebrei, musulmani, induisti o cristiani. Noi siamo tutti uguali, anche se con caratteristiche diverse, c’è chi ha la pelle scura, la pelle chiara, gli occhi a mandorla… Magari non siamo identici l’uno all’altro, ma d’altronde è questo che ci rende diversi, la diversità è la cosa più bella che ci sia mai capitata. Sarebbe, a mio parere, molto brutto un mondo dominato da umani tutti identici l’uno all’altro, sarebbe la fine! Purtroppo nell’Italia fascista non si sostenevano queste idee di libertà e democrazia, per loro il razzismo era quasi normale. Ho letto, ad esempio, un articolo di giornale in cui gli italiani di allora incitavano i cittadini a diventare razzisti.
Un’altra immagine che mi ha molto colpita è stata quella dove alcune persone guardavano bruciare una donna di pelle scura, insomma vere e proprie scene di cannibalismo. Infatti le donne di pelle scura venivano violentate e vendute come fossero oggetti. Ho visto delle immagini veramente terribili di donne che si nascondevano spaventate e nei loro volti si leggeva il dolore e la stanchezza di chi non riusciva a sopportare più questi maltrattamenti, ma, allo stesso tempo, di chi era impotente e non poteva fare altro che subire al posto di ribellarsi. In sintesi, credo che questa mostra mi abbia fatto riflettere e mi abbia lasciato qualcosa che prima conoscevo, ma non così da vicino.
Giulia Schepis

È una classica giornata di inizio dicembre, un venerdì freddo dove qualche nuvola impedisce al sole di illuminare del tutto la visuale. Con la tipica nebbia invernale, che non abbandona mai la nostra Pavia, con la mia classe e le professoresse Ficara e Resegotti ci incamminiamo verso il salone dell’Annunciata per ascoltare e vivere le emozioni di una mostra intitolata “L’offesa della razza”. Essa riguardava, come descrive il sottotitolo dell’evento, il razzismo e l’antisemitismo nell’Italia fascista. Sui muri di un lungo corridoio erano appesi cartelloni riguardanti, appunto, il tema del razzismo. Osservando quei pannelli sono rimasta come pietrificata: erano raffigurate alcune vignette nelle quali venivano derisi ebrei o persone di colore; oppure foto di donne africane che con i loro volti chiedevano aiuto e con gli occhi urlavano a squarciagola di essere stanche di vivere in condizioni così surreali. Anche se io non ho vissuto questi anni così drammatici, una cosa l’ho capita, ovvero che la razza umana è una sola, non si può sminuire un essere umano perché ha la pelle più scura o perché crede in una religione diversa dalla nostra. Nell’epoca fascista si era arrivati al punto di privare della dignità di vivere alcune persone, i regimi avevano addirittura costituito uno schema per rintracciare gli ebrei seguendo determinati tratti del viso e caratteristiche fisiche, per poi allontanarle. E come ciliegina sulla torta, non essendo mai abbastanza l’odio e la vergogna che avevano gettato malamente su queste povere anime innocenti, facevano già capire ai bambini, anche a scuola, che non dovevano avere contatti con queste persone, insegnandogli filastrocche o storielle al tempo considerate divertenti. Il degrado raggiunto da quelle persone è davvero sconcertante, ma sapere che al giorno d’oggi, dopo tutto quello che è accaduto, ci siano ancora degli individui che pensano cose simili è ancora più grave.
Francesca Impalà

La mostra che siamo andati a visitare, contro razzismo e antisemitismo, mi ha colpito sotto diversi aspetti. Sono rimasta stupita dagli episodi che ci sono stati raccontati, sapevo il significato della parola razzismo, ma non immaginavo come fosse dura e dolorosa la lotta di certe persone per ottenere i diritti che noi abbiamo fin dalla nascita, per esempio andare a scuola o avere una casa. Alla mostra c'erano anche dei cartelloni con raffigurate delle immagini che mi hanno fatto riflettere. C'erano persino fumetti per bambini ai quali venivano inculcate idee sbagliate e razziste. La mostra era molto completa e mi è piaciuto visitarla perché ho imparato delle vicende che prima non conoscevo e che sono molto importanti per noi giovani.
Lucia Rampini

L’argomento che mi ha colpita di più è stato il razzismo contro i cosiddetti meticci e le persone di colore. Su un cartellone vi era scritto che gli incroci tra neri e bianchi venivano presi come esempi di persone malate. Pensavano che se una persona fosse stata color caffè-latte avesse dei problemi mentali. Era riportata inoltre una immaginetta che apparentemente sembrava carina, c’erano due elefanti, uno bianco e uno nero, che davano origine ad un elefante zebrato. Sotto l’immagine c’era scritto che gli incroci non venivano bene. Quest’immagine mi ha fatto riflettere sull’ignoranza dell’Italia negli anni Trenta. Probabilmente molte persone leggendo quelle vignette si mettevano a ridere e forse le raccontavano ai loro amici o addirittura ai loro bambini… Ho riflettuto molto su questo argomento e penso che il nazismo abbia enfatizzato il razzismo. Tuttavia ciò che mi ha fatto arrabbiare di più è constatare come la gente non si rendesse conto delle persecuzioni che stavano subendo quelle persone.
Margherita Resta

Alcune volte mi sorprende quanto abbiano potuto essere crudeli gli esseri umani, nel passato, ma anche oggi. Venerdì 7 dicembre siamo andati, insieme alle nostre insegnanti, a visitare una mostra sull’antisemitismo, nella quale abbiamo visto diversi pannelli con informazioni sul razzismo nella storia. Ho letto e visto cose che forse non dovevo, perché non riesco a trattenermi dal pensiero che gli esseri umani sono davvero dei mostri senza anima. Come hanno potuto fare tutte quelle cose terribili? Si sono sentiti anche un po' in colpa uccidendo e torturando tutte quelle persone innocenti? Non lo sapremo mai... Quando abitavo in Romania, il mio professore mi diceva che la storia è importante per non ripetere gli errori del passato. A quel tempo non riuscivo a capire bene cosa intendeva dicendomi questo. Come possiamo ripetere atteggiamenti che sappiamo essere sbagliati? E’ incredibile pensare che ancora esistono persone che non accettano chi non è come loro. Il colore della pelle o il paese d'origine non dovrebbe cambiare il fatto che tutti siamo uomini, uguali, con gli stessi diritti e doveri. Ma alla fine, dobbiamo accettate gli errori passati per andare avanti e perdonare le persone che ci hanno ferito e vivere le nostre vite senza distruggere le vite degli altri.
Ingrid Iordan

Mi chiedo, e credo che mi chiederò sempre, come certe persone pensavano e ancora pensano di sapere se un ebreo, un bianco, un nero o un omosessuale siano migliori o peggiori di loro. Non tutti devono essere perfettamente uguali, ma il mondo è bello perché è vario, anche se c’è chi ancora non lo capisce. Il razzismo è un’ “Idea“, surreale, basata su opinioni soggettive sbagliate. Nella storia abbiamo fatto tanti errori, tanti sbagli, ma non li abbiamo ancora capiti; ogni generazione sbaglia, a suo modo, ma sbaglia e nella nostra generazione ci sono molti che subiscono per colpa di pochi. C’è chi vive ancora con la paura di andare ad un concerto, di prendere la metropolitana o un aereo… Certo poi si prova a ritornare alla “normalità”, anche se non è mai facile, ma poi un altro attentato o un altro stupido ragazzo che per “gioco“ spezza molte vite. La storia ci dovrebbe insegnare a non fare più questi terribili errori, dove persone innocenti muoiono, perché sono “diverse“. Adesso, noi giovani, dobbiamo impegnarci a cambiare questo aspetto dell’umanità, perché gli sbagli ci sono e sono umani, ma perseverare negli errori non è accettabile.
Martina Battistotti

Questa mostra mi ha fatto riflettere molto, perché pensare che l'uomo ai tempi riuscisse a commettere azioni di una crudeltà tale è veramente incredibile. La professoressa Resegotti ci aveva parlato in classe della discriminazione verso gli ebrei e le persone di colore, ma con questa mostra mi sono veramente soffermato a pensare alla crudeltà delle azioni che i bianchi commettevano tutti i giorni. Uno dei pannelli che mi ha impressionato di più è stato quello raffigurante foto e immagini di donne mezze nude, schiavizzate, esposte in pubblico in cambio di denaro. Queste donne erano tristi, spaventate e mi hanno fatto molta pena…
Filippo Perotti

Questa mostra mi ha colpita molto per due motivi; il primo perché è veramente completa e ricca di materiale interessante. Il secondo, perché mi ha fatto capire che l'umanità è stata una massa di deficienza assoluta, e il peggio è che lo è ancora! Perché sì, ce ne vogliono di lavaggi del cervello per far scrivere ai cosiddetti "intellettuali" che una persona di "razza" bianca è più intelligente di una persona di "razza" nera: vista la bella figura che abbiamo fatto seguendo Hitler, questa teoria va a farsi benedire nel giro di due secondi. Mi ha irritata (per non dire altro) il fatto che un completo imbecille abbia avuto l'idea di sezionare una donna e metterla in un museo di SCIENZE NATURALI. Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo, sezionarlo, e far studiare il suo cervello a persone più intelligenti di lui. A quanto pare a quei tempi si insegnava il razzismo ai bambini attraverso i fumetti: se qualcuno al giorno d'oggi facesse così verrebbe denunciato (forse?), ma dato che lo hanno fatto in quegli anni nessuno ha detto nulla. Spero solo che un giorno, perché ancora succede, si smetta di discriminare le persone per il colore della pelle o per la religione. Nessuno è giusto e nessuno è sbagliato, al massimo diverso. Se ciò non dovesse accadere, sarebbe meglio ripensare l'intelligenza umana, perché non se ne può veramente più!
Anna Ferrari

Una mostra molto dettagliata e soprattutto molto sentita. Mi ha fatto riflettere un argomento in particolare: lo sfruttamento delle donne. Non mi sono soffermata a leggere tutte le informazioni, ma sono rimasta colpita da alcune immagini di donne "nere" nude, vendute, sfruttate e schiavizzate, insomma trattate come fossero oggetti!!!
Sara Ciccarese


martedì 11 dicembre 2018

PIETRE D’INCIAMPO - appunti dalla Bibbia e dalla Storia

Nel ricordare il progetto europeo Pietre d'inciampo edizione 2019 curato dal Comitato composto da ANPI Provinciale, Aned Pavia e Istoreco, rendiamo note le date delle pose del prossimo gennaio.

19 gennaio h.10 Cilavegna posa pietra per Giovanni Maccaferri, deportato a seguito partecipazione sciopero e morto in lager;
19 gennaio h.11 Gravellona posa pietra per Clotilde Giannini, deportata a seguito partecipazione sciopero e morta in lager;
20 gennaio h.11 S. Cristina e Bissone posa pietra per Pietro Gatti, operaio antifascista della fabbrica Necchi, deportato morto in lager;
23 gennaio h. 9.00 Voghera posa pietra per Jacopo Dentici, antifascista deportato morto in lager;
23 gennaio h. 11 San Martino Siccomario- Travacò, posa pietra per Ferruccio Derenzini, antifascista sopravvissuto al lager;
23 gennaio h. 13 Pavia posa pietra per Carlo Pietra, partigiano deportato fuggito dal lager di Bolzano;
h. 14, sempre a Pavia, posa pietra per Luigi Bozzini, antifascista deportato sopravvissuto al lager;
h. 14.30 ancora a Pavia posa pietra per Giovanni Alt, cittadino di fede ebraica deportato da Pavia e morto in campo;
23 gennaio h. 17 Landriano posa pietra per i fratelli Bick, morti in lager;
24 gennaio h.11 Garlasco posa pietra di Pietro Gallione e Francesco Mazza, morti in lager.


Ci sembra più che mai opportuno, in questa occasione, proporre la lettura di alcune riflessioni, dedicate alle Pietre d'inciampo, di Maurizio Abbà, pastore valdese a Pavia - responsabile attività culturali Centro Evangelico di Cultura di Sondrio.

- IERI ancora non è passato:

QUANDO SONO VENUTI A PRELEVARE

Quando i nazisti sono venuti a prelevare i comunisti,
non ho detto niente,
non ero comunista.

Quando sono venuti a prelevare i socialdemocratici
non ho detto niente,
non ero socialdemocratico.

Quando sono venuti a prelevare i sindacalisti,
non ho detto niente,
non ero sindacalista.

Quando sono venuti a prelevare gli ebrei,
non ho detto niente,
non ero ebreo.

Poi sono venuti a prelevare me
Ma non rimaneva più nessuno
per dire qualche cosa.

Martin Niemöller
pastore luterano e teologo

Questa citazione - da un sermone di Martin Niemöller (riportata poi negli anni e in molti Paesi con diverse ulteriori ‘varianti’: zingari, testimoni di Geova, neri, malati gravi, cattolici, omosessuali), fa comprendere come i pregiudizi razziali, religiosi, sociali, insomma i pregiudizi più in generale facciano ‘inciampare’ facilmente, inclusi ovviamente anche chi pensa di non avere preclusioni.

Il pastore valdese Luca Baratto nella rubrica «Parliamone insieme» nell’ambito della trasmissione radiofonica «Culto Evangelico», andata in onda su radioraiuno Domenica 29 gennaio 2017: a cura della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) si sofferma sulle pietre d’inciampo, ecco il testo riportato su Riforma.it del 1 febbraio 2017:



"Le pietre d’inciampo sono una benedizione. Mi sento di dirlo, non solo per la loro funzione, ma anche perché l’artista tedesco Gunter Demnig, che vent’anni fa le ha pensate e create, ha usato un’immagine biblica. Nel Nuovo Testamento, infatti, Gesù stesso è la pietra d’inciampo. Gesù è la pietra d’inciampo per il religioso troppo sicuro e orgoglioso della sua santità e giustizia. Gesù è la pietra d’inciampo per il ricco che interpreta il suo benessere come una benedizione e disprezza il povero, dimenticato da Dio. E certamente Gesù, l’ebreo Gesù, è una pietra d’inciampo per le chiese cristiane nel loro insieme e per i singoli cristiani di ogni tradizione che hanno creato nei secoli un terreno fertile per l’odio verso gli ebrei attraverso discriminazioni, cacciate, creazioni di ghetti, e tolleranza per chi usava loro violenza. "


- Abbiamo ancora OGGI per Fare Memoria:

- Il Museo Ebraico di Berlino Jüdisches Museum Berlin
dove s’intrecciano architettura e scultura, realizzato su progetto dell’architetto Daniel Libeskind.
Libeskind ha ideato uno spazio vuoto in diverse parti dell’edificio museale, progetto denominato between the lines (fra le linee)
questi vuoti verticalmente attraversano tutto il museo
e simboleggiano anche e soprattutto l’assenza di ebrei dalla società tedesca. Il vuoto di memoria include l’opera dell’artista israeliano
Menashe Kadishman: “Shalekhet” - “Foglie cadute”, costituito da oltre diecimila dischi metallici che riportano un volto di una vittima. I visitatori del Museo inevitabilmente calpestano i dischi metallici, il cui risuonare fa memoria del male accaduto, allora si vuole uscire al più presto, ma inevitabilmente i piedi camminano su questa tragica e irrinunciabile memoria.
Memoria delle vittime della Shoah e di tutte le vittime della guerra e della violenza, è infatti questo l’intendimento dell’autore Kadishman.

ancora un libro per ricordare:


- Giuseppe Platone, Roghi della fede Verso una riconciliazione delle memorie, (collana Nostro Tempo, 95, Claudiana, Torino, 2008

“Nel 1397, nella cittadina di Steyr, in Alta Austria, l'Inquisizione condannò al rogo un centinaio di valdesi che rifiutarono di abiurare la loro fede. Seicento anni dopo, l'eccidio venne ricordato con uno splendido monumento dello scultore Gerald Brandstötter. Nel 2005, un'analoga opera di Brandstötter venne inaugurata a Pinerolo, all’'imbocco delle Valli valdesi del Piemonte, antico ghetto alpino degli "eretici", per iniziativa di un gruppo ecumenico che intendeva confrontarsi con il passato nella prospettiva della "riconciliazione delle memorie". Le pagine inedite di storia e le riflessioni teologiche e artistiche qui raccolte delineano un percorso che sfocia nel totale rifiuto della violenza, soprattutto se compiuta nel nome di Dio.” (tratto dal sito: www.claudiana.it)


- Quale DOMANI ci attende?

Per le chiese cristiane ricordare è condizione necessaria e previa per tornare alla vocazione di testimonianza evangelica originaria autentica e solidarizzare.

Rivisitare la Storia in profondità per capire, comprendere, e per chi vuole, continuare a credere più consapevolmente.
Ricordare non da soli, la memoria ha un suo spessore tanto più se non resta isolata, è evidente.
Si aprono possibilità di collegamenti, connessioni, stringere amicizie con sollievo e gradito stupore.
Il futuro che si lascia alle nuove generazioni ha le sue radici in questo presente.
Un mare Mediterraneo, come è stato definito, dal “filo spinato”, vuol dire che non ci si vuole preparare all’accoglienza.
Ma il percorso di aprirsi alle diversità e di accettarle davvero è un percorso lungo, in salita, con diffidenze, sospetti e ‘ricadute’ che sono più facili quando purtroppo le condizioni sociali sono più fragili e rischiano di frantumarsi nei tanti egoismi piccoli e grandi.
La corsa ad armarsi è la triste conferma che può divenire tragica e incontrollata realtà.
L’”arma” di cui abbiamo bisogno è la Cultura.
Tutto subito questo non farà crescere gl’indici del PIL (Prodotto Interno Lordo), ma è un sicuro investimento sul domani che diventa già possibilità di vita quotidiana adesso.

«L’altro non è altro che me stesso allo specchio»

Andrea Camilleri



La pietra nella Bibbia

« La pietra, che si trova facilmente nella regione siro-palestinese e in Anatolia, mentre è perlopiù assente in Mesopotamia e in Egitto è disponibile solo nell’alto Nilo, costituisce il materiale edilizio più stabile fornito dalla natura. In Palestina, dove si trova perlopiù sotto forma di calcare misto a calcedonia o arenaria, o di basalto prodotto vulcanicamente e molto duro, provvedeva ampiamente alle esigenze edilizie quotidiane. Altra questione erano le pietre preziose e semipreziose. Spesso erano importate da vari punti di rifornimento, come la penisola del Sinai per la turchese. Rocce metallifere contenenti rame e ferro vennero individuate nei tratti meridionali sia della Palestina sia della Transgiordania.
I riferimenti biblici forniscono esempi del vasto spettro di usi in cui era destinata la pietra. Poteva servire come monumento, come altare e come pegno (Gen 28,18-22). Poteva coprire i pozzi (Gen 29,2-10) e le entrate ai sepolcri (Mc 15,46; Mt 27,69; Lc 11,39). Poteva essere trasformata in tazze, mortai, pestelli, incassi per le porte e alri utensili (Es 7,19). Fungeva da arma se scagliata con la mano (Es 8,26), con una fionda (1 Sam 17,49) o con una catapulta. Il suo affondare rapidamente nell’acqua simboleggiava la distruzione immediata (Es 15,5), e la sua immobilità poteva simboleggiare la morte (Es 15,16). Poteva offrire riposo a chi era stanco (Es 17,12), servire come materiale edilizio per gli altari (Es 20,25), o essere un memoriale pubblico di leggi obbligatorie (Es 24,12), di imprese individuali (Es 28,10) o di eventi notevoli, come nel caso delle stele reali. Poteva servire come strumenti per una pubblica esecuzione (Lv 24,14) o per manifestare la rabbia privata (Es 21,18). Usata come oggetto di culto (Lv 26,1), poteva contribuire all’intemperanza sessuale (Ger 3,9, con un probabile riferimento alla prostituzione rituale che faceva parte della religione cananaica) o ad altre pratiche idolatriche (Ez 20,32; Dt 28,36.64; 29,17). Poteva servire come memoriale di eventi significativi (Gs 4,1-10), o del rinnovo dell’Alleanza (Gs 24,26-27), o come punto di confine designato (Gs 15,6; 18,17). Serviva come piattaforma per le esecuzioni (Gdc 9,5.18); come arma poteva essere affilata con sottile precisione (Gdc 20,16). Era presa come unità di misura della durezza (Gb 38,30) per il ghiaccio; 41,24, per il cuore umano). Poteva far inciampare accidentalmente (Sal 91,12) o servire come espediente magico (Pr 17,8). Una pietra di qualità particolare fungeva da pietra angolare per muri o costruzioni (Is 28,16), ma poteva simboleggiare la rovina definitiva (Os 12,11). Simboleggiava l’opposto del pane nutriente (Mt 7,9) ma, correttamente forgiata, poteva contenere acqua o vino (Gv 2,6-11).






martedì 30 ottobre 2018

L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista

L'ANPI Provinciale di Pavia, col patrocinio di ANED, ISTORECO, Comune di Pavia, Provincia di Pavia, organizza la mostra L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista. L'inaugurazione avverrà il 24 novembre alle ore 17:00 con la presenza di Gianni Sacco e Francesca Fiorani.
La mostra gratuita e aperta a tutti, in particolare agli studenti, è stata realizzata da Regione Emilia Romagna - Istituto beni artistici culturali naturali, che ringraziamo per la collaborazione
 La mostra è articolata in tre sezioni: immaginario, ideologico, persecuzione. Resterà aperta fino all'8 dicembre compreso.
Anticipiamo che il 5 dicembre, nel ricordo della deportazione del ghetto di Venezia, ci sarà un evento speciale, con la partecipazione di Matteo Corradini, premio Andersen 2018.
Ringraziamo tutti coloro, e sono troppi per citarli tutti, che ci hanno aiutato nel percorso preparatorio della mostra. Il nostro ringraziamento speciale va al dott. Tovoli e ad Antonella Campagna che ci ha aiutato nella individuazione dei relatori, e alle ottime collaboratrici della Biblioteca Universitaria di Pavia, Valentina Serra e Eliana Iero, che hanno realizzato con grafica impeccabile la nostra locandina sul layout di Regione Emilia Romagna.

venerdì 16 febbraio 2018

Pietre d'inciampo 2019

Il Comitato Pietre d’Inciampo Provincia di Pavia, nato nel giugno scorso dalla collaborazione Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Comitato Pavia e l’Associazione Nazionale Ex Deportati, alla luce della positiva esperienza anno 2018, che ha visto, per la prima volta nel nostro territorio, la posa di 9 pietre d’inciampo per 9 deportati nei lager con lo scultore Gunter Demnig, ideatore del progetto, ripropone ai cittadini e alle associazioni l’edizione 2019.


Le pietre d’inciampo necessitano di una prenotazione anticipata di parecchi mesi presso lo studio dello scultore e il rispetto di alcune clausole, quali il consenso dei familiari della persona deportata, l’indicazione precisa del luogo della deportazione, la traccia documentata della biografia del deportato/a, di cui il Comitato si riserva di valutare l’attendibilità, il consenso della proprietà (pubblica o privata) sul cui suolo verrà posta la pietra d’inciampo che inscrive nel tessuto materiale delle nostre città la memoria viva e vibrante di quanti ebbero il nome, e spesso la vita, strappata nel gorgo della deportazione nazifascista.

Questo è il regolamento completo, che potete consultare per conoscere ogni dettaglio della procedura, e questo è il modulo che potete scaricare e che dovete inviare compilato all'indirizzo email sotto indicato.

Il Comitato Pietre d’inciampo, nel farsi promotore dell’edizione 2019, che vede anche la collaborazione e il supporto scientifico del prof. Pierangelo Lombardi dell’Università degli Studi di Pavia, raccoglierà unicamente le domande che perverranno via email all’indirizzo pietreinciampo.pavia@gmail.com entro e non oltre venerdì 29 marzo 2018.
Le domande inviate oltre tale scadenza verranno eventualmente rinviate alla edizione 2020.

Info: Marco Savini ( ANED) 328 922 74 94
Monica Garbelli ( ANPI ) 349 290 49 35
Annalisa Alessio 340 570 22 67


domenica 21 gennaio 2018

Pietre d'inciampo - Varzi

Il progetto “Pietre d'inciampo” (in tedesco Stolpersteine) nasce dall’idea dello scultore Gunter Demnig, affinché la memoria incontri le generazioni future attraverso il tessuto urbano e sociale, divenendo parte integrante della vita quotidiana, consegnando una memoria diffusa tra quanti abitano le nostre città, tesa a ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista.
La posa, nei pressi dell’ultimo domicilio conosciuto della persona deportata, o di un luogo significativo della sua esistenza, è un modo di restituirle il nome, sottraendola al barbaro anonimato cui venne ridotta in lager, e di riportare a casa almeno la memoria di coloro che dal campo di sterminio non fecero ritorno.
Ogni pietra costituisce pertanto una sorta di inciampo interiore, che invita a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, e partecipa in modo transnazionale, alla costruzione di un monumento partecipato, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee dello sterminio nazista e fascista, e ci impegna, oggi, contro ogni forma di razzismo.
L'iniziativa, partita a Colonia nel 1995, consiste nell'installazione, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, di blocchi in pietra ricoperti al di sopra con una piastra di ottone della dimensione di un sampietrino (10 x 10 cm.), recante il nome della persona, l'anno di nascita, la data, l'eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. La prima pietra fu posata abusivamente a Colonia; ora ve ne sono oltre 60 mila in diverse città europee, oltre 200 a Roma, e decine in altre città d'Italia, quali Torino, Genova, Bolzano, Ravenna, Venezia e molte altre.
Nel giugno scorso ANED Provinciale Pavia ed ANPI Provinciale Pavia hanno costituito il Comitato Promotore, di cui è stato eletto Presidente Marco Savini, storico e ricercatore di Aned, e vice presidente Monica Garbelli di Anpi Provinciale. Il Comitato, che ha ricevuto consenso e patrocinio della CGIL, della Provincia di Pavia, e dei Comuni coinvolti nella posa delle pietre da inciampo, ha seguito l’iter procedurale che ha portato lo scultore per la prima volta nella nostra provincia, e precisamente a Pavia, Broni, Vigevano e Varzi; dando vita a questa esperienza di grande suggestione e forza comunicativa.
Il progetto, basato sull'idea che fare memoria è il risultato virtuoso della sintesi tra emozione, rigorosa documentazione e l'evento della posa, è stato affiancato da un percorso didattico coinvolgente alcune classi dell'Istituto comprensivo “ P. Ferarri” di Varzi, incaricate nella ricerca storica volta alla redazione delle biografie dei deportati alla cui memoria sono dedicate le Pietre d'inciampo di Varzi, e qui di seguito illustrate. L'obiettivo del laboratorio di storia è stato così un percorso di lavoro sulla memoria presente e sulle forme di comunicazione e narrazione di questa memoria, facendone emergere i meccanismi e le dinamiche del ricordo.


UGO DOMENICO BOZZI

Nato a Menconico il 17 maggio 1926, morto a Gusen.

Di professione agricoltore, renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, al comando di ‘Primula Rossa’.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944 assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126085), vi muore il 19 marzo 1945.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Località San Martino piazza della chiesa
Monumento ai Caduti posto in località San Martino nel comune di Varzi nella piazza della chiesa
2. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
3. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola




MARIO CASULLO

Nato il 7 aprile 1928 a Sant’Albanodi Val di Nizza, morto a Mauthausen.

Di professione manovale, a soli sedici anni entra nelle formazioni partigiane, Brigata garibaldina ‘Capettini’, Divisione ‘Aliotta’.
Viene arrestato dai tedeschi assieme a numerosi compagni, alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944.
È rinchiuso dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e a San Vittore.
Il 30 dicembre 1944 risulta incarcerato nel braccio tedesco e il 16 gennaio 1945 inviato al campo di Bolzano. Da qui viene deportato a Mauthausen, dove arriva il 4 febbraio e gli viene assegnato il numero di matricola 126114.
Trasferito il 17 febbraio a Gusen, muore probabilmente il 25 marzo, nel giorno del suo trasferimento a Wels.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola



GIACOMO CENTENARO

Nato a Varzi il 22 luglio 1925 e residente a Varzi.

Contadino, renitente alla leva, si arruola nella Brigata "Capettini" (Divisione "Aliotta") e partecipa a molte azioni partigiane.
È sorpreso dai tedeschi insieme ad altri compagni il 19 dicembre 1944 nella scuola di Brallo.
Il 30 dicembre risulta incarcerato nel braccio tedesco di San Vittore, a Milano, e il 16 gennaio 1945 è trasferito al campo di Bolzano.
Il 1° febbraio viene deportato a Mauthausen (matricola n. 126118), dove muore il 3 marzo 1945.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola


ANTONIO DEGLI ALBERTI

Nato a Varzi il 15 gennaio 1927, morto a Mauthausen.

Di professione contadino; entra a far parte da giovanissimo della Brigata garibaldina ‘Capettini’, divisione “Aliotta”.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126540), vi muore in data imprecisata.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola




ANTONIO POGGI

Nato a Varzi il 2 gennaio 1924, morto a Mauthausen.

Di professione manovale; renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, prendendo parte a molti combattimenti.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126358), viene poi trasferito a Gusen il 16 febbraio, per tornare poi al campo principale il 1° marzo, dove muore il 13 marzo 1945, per setticemia.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola






mercoledì 7 giugno 2017

Inciampare per non dimenticare

Progetto Pietre d'inciampo

Costituito il 5 giugno a Pavia il Comitato Provinciale Pietre d'inciampo, una iniziativa che, nata dall’idea dello scultore Gunter Demnig prevede la posa, personalmente e direttamente da parte dello scultore stesso, nel selciato stradale, di una piccola pietra ricoperta da una lastra di ottone recante l’incisione del nome e delle date di nascita e morte di quanti vennero deportati nel lager dello sterminio.
La posa delle pietre (in tedesco Stolpersteine) nei pressi dell’ultimo domicilio conosciuto della persona deportata è un modo di restituirle il nome, sottraendola al barbaro anonimato cui venne ridotta in lager, e di consegnarne la memoria viva e vibrante a quanti abitano le nostre città.
Le pietre da inciampo creano quindi una sorta di inciampo interiore dentro il nostro sentire che ci riconduce alla memoria inquieta dello sterminio nazista e fascista, e ci impegna, oggi, contro ogni forma di razzismo.
Già ampiamente sperimentate in Germania (la prima volta a Colonia nel 1995), Austria, Ungheria, Polonia, Belgio e in moltissime città italiane, da Milano a Torino a Firenze, le pietre da inciampo rappresentano una modalità efficace per inscrivere, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati.
I rappresentanti di ANED Provinciale, ANPI Provinciale e CGIL hanno costituito ieri il Comitato Promotore, di cui è stato eletto Presidente Marco Savini, storico e ricercatore di Aned e vice presidente Monica Garbelli di Anpi Provinciale. Aderisce al Comitato anche il Comune di Pavia, presente ieri nella persona dell’Assessore Giacomo Galazzo, e i rappresentanti della famiglia Pettenghi Gaiaschi, che ebbero i propri parenti fatti prigionieri, perché antifascisti, e, rastrellati dalla propria casa di piazza Petrarca, deportati in lager.

Il Comitato Promotore seguirà l’iter dell’individuazione dei nomi di cittadini deportati nella nostra provincia, contando già sulla collaborazione di ANPI e Comune di Varzi, ANPI Vigevano e ANPI Broni. Prossimi passaggi, la richiesta del patrocinio alla Provincia di Pavia, l’individuazione esatta delle persone cui dedicare una pietra da inciampo e i rapporti con Gunter Demning, grazie soprattutto all’ausilio di Alessandra Magenes di Aned Provinciale.