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venerdì 4 gennaio 2019

I giovani e la razza


La mostra “L'offesa della razza - razzismo ed antisemitismo nell'Italia fascista” organizzata da ANPI PROV con il patrocinio di ANED, ISTORECO, COMUNE DI PAVIA e PROVINCIA DI PAVIA si è conclusa registrando quasi mille presenze di visitatori. E' stato soprattutto il pubblico di giovani studenti (dalle scuole medie alle scuole superiori) a dimostrarsi attento e sensibile, grazie al lavoro preliminarmente svolto in classe dai docenti, cogliendo la inquietante attualità di una Italia che a 80 anni dall'emanazione delle leggi razziali si risveglia percorsa da pulsioni razziste e xenofobe, alimentate dalla scellerata politica del ministro degli Interni. Di particolare interesse per i giovani visitatori le sezioni della mostra dedicate alla politica coloniale italiana (prefascista e fascista) la cui ingombrante eredità non viene ancora sufficientemente indagata, pur rappresentando la prima "prova sul campo" del razzismo dei conquistatori bianchi, italiani e fascisti, sulle popolazioni dell'Africa assoggettata.
Proponiamo in proposito i commenti a caldo di due alunni della IV D Istituto Cairoli di Pavia, che li hanno preparati in classe grazie alla sensibilità dell'insegnante Alessandra Milani, e di alcuni studenti della scuola media Leonardo da Vinci di Pavia, accompagnati dalla professoressa Paola Resegotti, che ringraziamo per il lavoro svolto con i ragazzi.

Dove sono finiti i bravi cittadini italiani di quando “ si stava bene quando si stava peggio”? Questa è la domanda che ci siamo posti dopo aver visitato la Mostra storico documentaria L’offesa della razza, aperta al pubblico dal 28 novembre all’8 dicembre 2018 nella sala dell’Annunciata di Pavia.

Siamo rimasti sconcertati, dopo aver letto i documenti sulle popolazioni sottomesse dai colonizzatori italiani in Africa.
I popoli africani venivano rappresentati nelle immagini dell’epoca come animali selvaggi da soggiogare solo perché diversi, e per questo motivo i colonizzatori italiani si sentivano in diritto di maltrattarli, fino ad abusare sessualmente delle donne africane, umiliate e considerate oggetti nelle vignette “umoristiche” del tempo.
Una delle vignette più agghiaccianti nella sua apparente leggerezza è quella in cui si vede un uomo che spedisce in dono ad un amico una donna seminuda e impacchettata mentre dei bambini (forse i figli?) guardano da lontano con occhi sgranati e “buffi”.
Il razzismo pervadeva anche riviste per bambini e sussidiari delle Elementari, e se gli africani sono rappresentati come sporchi e, quindi, da lavare, gli ebrei sono mostrati con nasi importanti e occhi avidi di dominare il mondo.
Si può credere che al generale Rodolfo Graziani sia stato dedicato un parco in Italia nel 2012 nonostante sia stato un criminale di guerra che fece uso di gas tossici e fece bombardare ospedali della Croce rossa?


In Italia non abbiamo avuto nessun processo di Norimberga e forse anche per questo non abbiamo elaborato alcune pagine della nostra storia fatte di leggi razziali (1938) violenze e deportazioni verso altre etnie. Sarà per questo che il razzismo è rimasto latente in Italia e talvolta riaffiora con episodi che sono riprovevoli?
                                                                                             Celeste Pezzetti


Tanta vergogna e risentimento si possono trovare nelle parole di molti tedeschi mentre si parla di Olocausto quante ne mancano in quelle di non pochi italiani. Sul Razzismo durante il Ventennio fascista è stata allestita una mostra nei giardini Malaspina di Pavia, per ricordare la vergogna di un’Italia fascista che non solo spalleggiava il Fuhrer ma prendeva iniziative e spesso eccedeva e sfociava in ciò che per la Germania nazista è stato definito crimine contro l’umanità mentre in Italia tutto è stato metabolizzato senza clamore.
Dobbiamo esserne consapevoli, la nostra Italia condivideva ideali di razzismo e di segregazione e ci sono le prove tramandate dai nostri avi o anche da opere di autori come Primo Levi che fu la voce dell’altra Italia, quella che non si voleva sottomettere all’ingiustizia solo perché perpetrata dai detentori del potere, quella dei partigiani e “ribelli” per amore che oggi ringraziamo per aver fatto sentire la propria voce di fronte a una massa per troppi anni cieca e consenziente.
Parlare di Razzismo oggi è parlare di qualcosa che non si può comprendere fino in fondo se non si è ebrei o di altre etnie.
Ma come doveva essere finire tra le fila dei balilla? Saremmo diventati anche noi giovani indottrinati a diventare figli del regime, educati fin da piccoli a provare sentimenti di odio, repulsione che infine sfociarono in una delle più grandi tragedie della storia? Eppure qualcuno ha capito dove stava la giustizia.
Oggi, a distanza di qualche decennio non facciamo altro che ricordare senza capire e finiamo per commettere ancora gli stessi errori, in un’ Italia dove gli immigrati vengono ripudiati e si continua ad essere razzisti nascondendolo sotto buoni propositi.
                                                                                              Andrea Cassola


La mostra é stata molto interessante, soprattutto nel momento in cui, dopo la parte introduttiva, ci hanno lasciato guardare i pannelli in esposizione. In particolare mi hanno colpito i pannelli con raffigurate delle donne nude: di solito la raffigurazione della donna nuda é simbolo di bellezza e prosperità, mentre a mio parere in quelle foto era disprezzata e raffigurata quasi come una donna dai facili costumi.
Chiara Morello

La mostra mi ha fatto riflettere molto su come i razzisti trattavano gli ebrei, in particolar modo i bambini, che venivano espulsi dalle scuole e portati in campi di concentramento, una cosa terribile. Le battute che facevano a quei tempi erano veramente macabre e mi hanno fatto pensare al fatto che non ci fosse distinzione tra i sessi, perché uccidevano e torturavano anche le donne.
Arianna Andreoni

Venerdì scorso siamo andati a visitare alla sala dell’Annunciata, in piazza Petrarca, la mostra organizzata dall’Anpi sull’antisemitismo: “L’offesa della razza”. Dopo una breve ma interessante introduzione da parte della guida, ci siamo soffermati sui pannelli esposti che ripercorrevano la storia dell’antisemitismo in Italia, dal Medioevo all’epoca fascista. Nel corso della storia, anche in Italia, è sempre stato presente un sentimento di odio nei confronti degli ebrei più o meno evidente. Nel tempo questo atteggiamento si è via via affievolito, ma ha ritrovato vigore durante il periodo fascista. Dopo la promulgazione delle leggi razziali in Germania, anche in Italia vennero adottate simili leggi persecutorie nei confronti dei cittadini di origine e religione ebraica. Questa pagina vergognosa raggiunge il suo apice con la firma da parte di Vittorio Emanuele III delle cosiddette Leggi razziali nel 1938. Da quel momento gli ebrei furono rinchiusi di nuovo nei ghetti, non potevano partecipare alla vita politica, non potevano essere dipendenti pubblici, non potevano possedere nulla, avevano degli orari stabiliti nei quali non potevano uscire di casa, men che meno svolgere attività di svago, come andare a teatro o al cinema e praticare attività sportive e i bambini e i ragazzi furono espulsi dalle scuole. Oltretutto, sui giornali venivano pubblicate delle vignette che schernivano gli ebrei e i neri: gli ebrei venivano raffigurati come ladri e i neri come cannibali o “razze animali”, comunque esseri inferiori. E’ importante conoscere questi comportamenti, perché purtroppo stanno tornando, nella testa di alcuni, queste follie sulle “razze” e noi dobbiamo impedirlo prima che, dimenticando gli errori del passato, si compiano nuovamente tragedie di questo tipo.
Luca Antognazza

Mi ha colpito una vicenda, che parlava di una bambina ebrea della scuola media che aveva un fratello alle superiori. Dopo le leggi razziali dovettero lasciare la scuola, lo sport e i divertimenti. Questo mi ha fatto pensare a cosa significasse essere ebrei: nessun diritto, non avevano niente, venivano considerati animali, anzi peggio.
Alessia Schiavi

L’altro giorno con la mia classe siamo andati ad una mostra sul razzismo nell’Italia fascista di una volta. Erano esposti pannelli che raffiguravano immagini, fumetti, articoli di cronaca veramente impressionanti. In uno dei primi pannelli che abbiamo osservato era raffigurato un libretto di lavoro con il nome di una donna e a fianco, tra parentesi, la scritta “di razza ebraica”. Questa frase mi ha colpito molto perché penso sia esagerato scrivere “razza”. Nessuno ha una razza, non siamo animali, noi siamo umani, è questa la nostra razza, non è essere ebrei, musulmani, induisti o cristiani. Noi siamo tutti uguali, anche se con caratteristiche diverse, c’è chi ha la pelle scura, la pelle chiara, gli occhi a mandorla… Magari non siamo identici l’uno all’altro, ma d’altronde è questo che ci rende diversi, la diversità è la cosa più bella che ci sia mai capitata. Sarebbe, a mio parere, molto brutto un mondo dominato da umani tutti identici l’uno all’altro, sarebbe la fine! Purtroppo nell’Italia fascista non si sostenevano queste idee di libertà e democrazia, per loro il razzismo era quasi normale. Ho letto, ad esempio, un articolo di giornale in cui gli italiani di allora incitavano i cittadini a diventare razzisti.
Un’altra immagine che mi ha molto colpita è stata quella dove alcune persone guardavano bruciare una donna di pelle scura, insomma vere e proprie scene di cannibalismo. Infatti le donne di pelle scura venivano violentate e vendute come fossero oggetti. Ho visto delle immagini veramente terribili di donne che si nascondevano spaventate e nei loro volti si leggeva il dolore e la stanchezza di chi non riusciva a sopportare più questi maltrattamenti, ma, allo stesso tempo, di chi era impotente e non poteva fare altro che subire al posto di ribellarsi. In sintesi, credo che questa mostra mi abbia fatto riflettere e mi abbia lasciato qualcosa che prima conoscevo, ma non così da vicino.
Giulia Schepis

È una classica giornata di inizio dicembre, un venerdì freddo dove qualche nuvola impedisce al sole di illuminare del tutto la visuale. Con la tipica nebbia invernale, che non abbandona mai la nostra Pavia, con la mia classe e le professoresse Ficara e Resegotti ci incamminiamo verso il salone dell’Annunciata per ascoltare e vivere le emozioni di una mostra intitolata “L’offesa della razza”. Essa riguardava, come descrive il sottotitolo dell’evento, il razzismo e l’antisemitismo nell’Italia fascista. Sui muri di un lungo corridoio erano appesi cartelloni riguardanti, appunto, il tema del razzismo. Osservando quei pannelli sono rimasta come pietrificata: erano raffigurate alcune vignette nelle quali venivano derisi ebrei o persone di colore; oppure foto di donne africane che con i loro volti chiedevano aiuto e con gli occhi urlavano a squarciagola di essere stanche di vivere in condizioni così surreali. Anche se io non ho vissuto questi anni così drammatici, una cosa l’ho capita, ovvero che la razza umana è una sola, non si può sminuire un essere umano perché ha la pelle più scura o perché crede in una religione diversa dalla nostra. Nell’epoca fascista si era arrivati al punto di privare della dignità di vivere alcune persone, i regimi avevano addirittura costituito uno schema per rintracciare gli ebrei seguendo determinati tratti del viso e caratteristiche fisiche, per poi allontanarle. E come ciliegina sulla torta, non essendo mai abbastanza l’odio e la vergogna che avevano gettato malamente su queste povere anime innocenti, facevano già capire ai bambini, anche a scuola, che non dovevano avere contatti con queste persone, insegnandogli filastrocche o storielle al tempo considerate divertenti. Il degrado raggiunto da quelle persone è davvero sconcertante, ma sapere che al giorno d’oggi, dopo tutto quello che è accaduto, ci siano ancora degli individui che pensano cose simili è ancora più grave.
Francesca Impalà

La mostra che siamo andati a visitare, contro razzismo e antisemitismo, mi ha colpito sotto diversi aspetti. Sono rimasta stupita dagli episodi che ci sono stati raccontati, sapevo il significato della parola razzismo, ma non immaginavo come fosse dura e dolorosa la lotta di certe persone per ottenere i diritti che noi abbiamo fin dalla nascita, per esempio andare a scuola o avere una casa. Alla mostra c'erano anche dei cartelloni con raffigurate delle immagini che mi hanno fatto riflettere. C'erano persino fumetti per bambini ai quali venivano inculcate idee sbagliate e razziste. La mostra era molto completa e mi è piaciuto visitarla perché ho imparato delle vicende che prima non conoscevo e che sono molto importanti per noi giovani.
Lucia Rampini

L’argomento che mi ha colpita di più è stato il razzismo contro i cosiddetti meticci e le persone di colore. Su un cartellone vi era scritto che gli incroci tra neri e bianchi venivano presi come esempi di persone malate. Pensavano che se una persona fosse stata color caffè-latte avesse dei problemi mentali. Era riportata inoltre una immaginetta che apparentemente sembrava carina, c’erano due elefanti, uno bianco e uno nero, che davano origine ad un elefante zebrato. Sotto l’immagine c’era scritto che gli incroci non venivano bene. Quest’immagine mi ha fatto riflettere sull’ignoranza dell’Italia negli anni Trenta. Probabilmente molte persone leggendo quelle vignette si mettevano a ridere e forse le raccontavano ai loro amici o addirittura ai loro bambini… Ho riflettuto molto su questo argomento e penso che il nazismo abbia enfatizzato il razzismo. Tuttavia ciò che mi ha fatto arrabbiare di più è constatare come la gente non si rendesse conto delle persecuzioni che stavano subendo quelle persone.
Margherita Resta

Alcune volte mi sorprende quanto abbiano potuto essere crudeli gli esseri umani, nel passato, ma anche oggi. Venerdì 7 dicembre siamo andati, insieme alle nostre insegnanti, a visitare una mostra sull’antisemitismo, nella quale abbiamo visto diversi pannelli con informazioni sul razzismo nella storia. Ho letto e visto cose che forse non dovevo, perché non riesco a trattenermi dal pensiero che gli esseri umani sono davvero dei mostri senza anima. Come hanno potuto fare tutte quelle cose terribili? Si sono sentiti anche un po' in colpa uccidendo e torturando tutte quelle persone innocenti? Non lo sapremo mai... Quando abitavo in Romania, il mio professore mi diceva che la storia è importante per non ripetere gli errori del passato. A quel tempo non riuscivo a capire bene cosa intendeva dicendomi questo. Come possiamo ripetere atteggiamenti che sappiamo essere sbagliati? E’ incredibile pensare che ancora esistono persone che non accettano chi non è come loro. Il colore della pelle o il paese d'origine non dovrebbe cambiare il fatto che tutti siamo uomini, uguali, con gli stessi diritti e doveri. Ma alla fine, dobbiamo accettate gli errori passati per andare avanti e perdonare le persone che ci hanno ferito e vivere le nostre vite senza distruggere le vite degli altri.
Ingrid Iordan

Mi chiedo, e credo che mi chiederò sempre, come certe persone pensavano e ancora pensano di sapere se un ebreo, un bianco, un nero o un omosessuale siano migliori o peggiori di loro. Non tutti devono essere perfettamente uguali, ma il mondo è bello perché è vario, anche se c’è chi ancora non lo capisce. Il razzismo è un’ “Idea“, surreale, basata su opinioni soggettive sbagliate. Nella storia abbiamo fatto tanti errori, tanti sbagli, ma non li abbiamo ancora capiti; ogni generazione sbaglia, a suo modo, ma sbaglia e nella nostra generazione ci sono molti che subiscono per colpa di pochi. C’è chi vive ancora con la paura di andare ad un concerto, di prendere la metropolitana o un aereo… Certo poi si prova a ritornare alla “normalità”, anche se non è mai facile, ma poi un altro attentato o un altro stupido ragazzo che per “gioco“ spezza molte vite. La storia ci dovrebbe insegnare a non fare più questi terribili errori, dove persone innocenti muoiono, perché sono “diverse“. Adesso, noi giovani, dobbiamo impegnarci a cambiare questo aspetto dell’umanità, perché gli sbagli ci sono e sono umani, ma perseverare negli errori non è accettabile.
Martina Battistotti

Questa mostra mi ha fatto riflettere molto, perché pensare che l'uomo ai tempi riuscisse a commettere azioni di una crudeltà tale è veramente incredibile. La professoressa Resegotti ci aveva parlato in classe della discriminazione verso gli ebrei e le persone di colore, ma con questa mostra mi sono veramente soffermato a pensare alla crudeltà delle azioni che i bianchi commettevano tutti i giorni. Uno dei pannelli che mi ha impressionato di più è stato quello raffigurante foto e immagini di donne mezze nude, schiavizzate, esposte in pubblico in cambio di denaro. Queste donne erano tristi, spaventate e mi hanno fatto molta pena…
Filippo Perotti

Questa mostra mi ha colpita molto per due motivi; il primo perché è veramente completa e ricca di materiale interessante. Il secondo, perché mi ha fatto capire che l'umanità è stata una massa di deficienza assoluta, e il peggio è che lo è ancora! Perché sì, ce ne vogliono di lavaggi del cervello per far scrivere ai cosiddetti "intellettuali" che una persona di "razza" bianca è più intelligente di una persona di "razza" nera: vista la bella figura che abbiamo fatto seguendo Hitler, questa teoria va a farsi benedire nel giro di due secondi. Mi ha irritata (per non dire altro) il fatto che un completo imbecille abbia avuto l'idea di sezionare una donna e metterla in un museo di SCIENZE NATURALI. Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo, sezionarlo, e far studiare il suo cervello a persone più intelligenti di lui. A quanto pare a quei tempi si insegnava il razzismo ai bambini attraverso i fumetti: se qualcuno al giorno d'oggi facesse così verrebbe denunciato (forse?), ma dato che lo hanno fatto in quegli anni nessuno ha detto nulla. Spero solo che un giorno, perché ancora succede, si smetta di discriminare le persone per il colore della pelle o per la religione. Nessuno è giusto e nessuno è sbagliato, al massimo diverso. Se ciò non dovesse accadere, sarebbe meglio ripensare l'intelligenza umana, perché non se ne può veramente più!
Anna Ferrari

Una mostra molto dettagliata e soprattutto molto sentita. Mi ha fatto riflettere un argomento in particolare: lo sfruttamento delle donne. Non mi sono soffermata a leggere tutte le informazioni, ma sono rimasta colpita da alcune immagini di donne "nere" nude, vendute, sfruttate e schiavizzate, insomma trattate come fossero oggetti!!!
Sara Ciccarese


martedì 30 ottobre 2018

L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista

L'ANPI Provinciale di Pavia, col patrocinio di ANED, ISTORECO, Comune di Pavia, Provincia di Pavia, organizza la mostra L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista. L'inaugurazione avverrà il 24 novembre alle ore 17:00 con la presenza di Gianni Sacco e Francesca Fiorani.
La mostra gratuita e aperta a tutti, in particolare agli studenti, è stata realizzata da Regione Emilia Romagna - Istituto beni artistici culturali naturali, che ringraziamo per la collaborazione
 La mostra è articolata in tre sezioni: immaginario, ideologico, persecuzione. Resterà aperta fino all'8 dicembre compreso.
Anticipiamo che il 5 dicembre, nel ricordo della deportazione del ghetto di Venezia, ci sarà un evento speciale, con la partecipazione di Matteo Corradini, premio Andersen 2018.
Ringraziamo tutti coloro, e sono troppi per citarli tutti, che ci hanno aiutato nel percorso preparatorio della mostra. Il nostro ringraziamento speciale va al dott. Tovoli e ad Antonella Campagna che ci ha aiutato nella individuazione dei relatori, e alle ottime collaboratrici della Biblioteca Universitaria di Pavia, Valentina Serra e Eliana Iero, che hanno realizzato con grafica impeccabile la nostra locandina sul layout di Regione Emilia Romagna.

sabato 28 aprile 2018

Il 25 aprile e i suoi nemici. Riflettendo sulla rappresentazione odierna della Resistenza e del fascismo vecchio e nuovo


Eccovi il testo dell'orazione tenuta da Luca Casarotti il 25 Aprile a Pavia.
Per chi volesse, è disponibile il video a questo link

1. Lo slogan che scandiamo più spesso, lungo il corteo che ogni anno ci conduce qui in Piazza Italia, consiste di due versi, com’è frequente per gli slogan. Il primo recita: «Il 25 aprile non è una ricorrenza». Il secondo lo completa, echeggiando Calamandrei: «ora e sempre Resistenza». Questo motto ormai classico, che caratterizza le piazze antifasciste con costanza almeno dagli anni ’60, coglie una verità fattasi nel tempo sempre più palese, ossia che la rappresentazione del 25 aprile, specie nel discorso istituzionale, tende a celebrare il momento della Liberazione isolandolo dal suo contesto. In questa rappresentazione il conflitto e il nemico vengono obliterati o relegati a uno sfondo indistinto. Sfuocate si percepiscono le ragioni della guerra partigiana, edulcorato e come sublimato il modo in cui fu combattuta. Persino il nome del nemico è pronunciato di rado, quasi che non dire il nome serva a scongiurare il ritorno della cosa. Le riflessioni che vorrei oggi fare con voi riguardano questa rappresentazione corrente del fascismo e della resistenza, poiché a tale rappresentazione solamente, e non agli eventi rappresentati, mi è dato assistere, e di essa solamente mi è dato perciò parlare in maniera, mi auguro, credibile.


2. Due anniversari sollecitano la riflessione attorno a questo 25 aprile: cadono infatti nel 2018 l’ottantesimo anno dalla promulgazione delle leggi razziali, iniziata nel settembre del 1938, e il settantesimo dall’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948, della Costituzione repubblicana. Basterebbero queste due date a mostrare che non è possibile comprendere la Resistenza e le sue conquiste senza considerarne il vincolo antitetico con la storia che l’una e le altre ha generato. Non posso che limitarmi a qualche considerazione minima, a fronte d’un tema così vasto. Lo farò dunque adottando la prospettiva che meglio consente d’inquadrare i due anniversari nella loro specularità, cioè quella che ci offre l’art. 3 della Costituzione, nel cui primo comma, come sappiamo, la razza è assunta come una categoria in base alla quale l’ordinamento giuridico non può fondare alcuna discriminazione, ferme restando le azioni positive che devono essere invece intraprese per eliminare le discriminazioni esistenti, giusta la direttiva dell’eguaglianza sociale sostanziale impartita dal comma II dello stesso art. 3.
Il razzismo era stato un carattere costitutivo del fascismo: aveva fatto parte del suo piano originario, a dispetto della vulgata apologetica che afferma il contrario, sostenendo che si sia trattato di un accidente catastrofico, di un cedimento dovuto a ragioni di sudditanza verso il più forte alleato tedesco. Per capire la falsità della tesi assolutoria bisogna esercitare la visione periferica; bisogna cioè volgere lo sguardo al confine orientale d’Italia e alle colonie.
Com’è stato detto autorevolmente, nelle colonie il regime di brutale separazione gerarchica tra i colonizzatori italiani bianchi e i colonizzati neri ha anticipato l’apartheid. Quanto al confine orientale, non vanno anzitutto taciute le responsabilità dello stato liberale nei mutamenti di popolazione all’indomani del 4 novembre 1918: del clima di nazionalismo esasperato fecero le spese soprattutto tedescofoni, sloveni e croati, espulsi a centinaia perché sospettati di fare propaganda anti-italiana. In questo clima, uno dei primi atti squadristi nella Venezia Giulia annessa all’Italia con la fine della prima guerra mondiale fu l’incendio a Trieste del Narodni dom, simbolo cittadino delle comunità slovena, croata e ceca. Una volta al potere, il fascismo attuò una politica che assunse la denominazione ufficiale di «bonifica etnica», finalizzata all’italianizzazione di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue, cui doveva corrispondere la snazionalizzazione (meglio: la cancellazione) delle comunità allogene, complessivamente e dispregiativamente identificate come “slave” (la connotazione spregiativa dell’attributo sta nella sua etimologia, che è la stessa di “schiavo”). E laddove non riusciva la pressione burocratica del regime, subentrava la violenza fisica spinta fino all’omicidio, come fu per Lojze Bratuž, un organista sloveno che dirigeva un coro e lo faceva cantare in sloveno. Per questo solo motivo Bratuž trovò la morte, dopo che gli fu fatto bere olio per motori. Prodotto grottesco e insultante della bonifica etnica fu l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi. Tutto ciò ben prima del 1933 e dell’avvento del nazismo.
A questo stato di cose reagisce l’Assemblea costituente scegliendo di fare menzione della razza all’art. 3. Settant’anni più tardi ci chiediamo se abbia ancora senso mantenere nel testo della Costituzione quella «parola maledetta»: la formula è di Meuccio Ruini, che in seno alla Costituente presiedette la commissione cosiddetta “dei settantacinque”, incaricata di redigere il progetto di Costituzione da sottoporre all’assemblea plenaria. A rilanciare il dibattito ha contribuito di recente un volume collettaneo, significativamente intitolato No razza, sì cittadinanza, alla cui stesura hanno partecipato molti studiosi dell’università di Pavia. Non voglio qui prendere posizione su questo interrogativo, che si pone all’incrocio tra diritto, linguistica, antropologia e scienze biologiche. Oggi il mio compito è semmai ricordare che lo stesso interrogativo si era posto il Costituente, e che la decisione di adoperare la parola “razza” nel testo della Carta fondamentale fu il frutto non d’una scarsa avvedutezza scientifica, ma d’una scelta politica e lessicale estremamente consapevole. Di tutto ciò offrono testimonianza i lavori dell’assemblea.
Nella seduta del 24 marzo 1947, Mario Cingolani propose infatti di sostituire, nel testo dell’art. 3, alla parola “razza” la parola “stirpe”. L’emendamento venne respinto. Nella discussione furono decisivi gli argomenti di due colleghi di Cingolani, Renzo Laconi e lo stesso Meuccio Ruini che ho menzionato poc’anzi. In nome della razza, essi sostennero, il fascismo aveva espulso con ferocia sempre crescente i supposti inferiori dalla comunità delle persone cui era accordato anche il solo formale godimento dei pieni diritti, laddove gli inferiori erano tutti coloro che non appartenevano alla razza ariana, o alla «pura razza italica», come si leggeva nel Secondo libro del fascista, un testo destinato all’educazione elementare. Il concetto di razza, una volta legittimato giuridicamente, aveva aperto la strada alla discriminazione tra esseri umani, alla deportazione, allo sterminio. Non si poteva fingere che ciò non fosse mai accaduto; occorreva invece impedire che la razza continuasse a essere una categoria in ragione della quale lo Stato potesse fondare nuove o vecchie discriminazioni. Per questa causa il termine “razza” compare nella Costituzione. Si è trattato dunque di una ragione storica obiettiva e contingente, come disse Ruini.
In questa luce appare tutta la pochezza di quello che non è nulla più d’uno stratagemma retorico: invocare cioè la Costituzione per giustificare un assunto razzista. È mio dovere non essere vago: come sappiamo, durante l’ultima campagna elettorale, il futuro presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha prima invocato la “razza bianca” come un dispositivo di esclusione, poi si è giustificato affermando che anche la Costituzione parla di razza. È un espediente misero. Chi se ne serve dimostra (o finge) di non aver capito il senso dell’art. 3. A settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione c’è da chiedersi se la contingenza di cui parlava Ruini sia nel frattempo venuta meno. Noi ora sappiamo meglio di allora che le razze umane non esistono. Ma sappiamo anche – o dovremmo sapere – che esiste il razzismo, e che continua a uccidere.

3. Torniamo adesso alla vulgata apologetica che vorrebbe rimuovere il razzismo dal piano originario del fascismo, imputandolo alla condiscendenza obbligata del regime a Hitler. Quest’idea, che abbiamo visto essere falsa, ha le sue radici in uno dei più pervicaci stereotipi sull’indole del bravo italiano, in contrapposizione qui al cattivo tedesco. Uno stereotipo di cui durante la seconda guerra mondiale si servì la propaganda alleata prima, e anche quella badogliana in seguito, con il fine d’instillare nella popolazione un sentimento d’avversione verso il regime, e poi verso lo stato fantoccio di Salò. Dopo la guerra, lo stesso stereotipo divenne un adagio giustificazionista, sfruttato per non fare i conti con l’eredità del fascismo, che si voleva percepire ormai come un fenomeno altro dallo Stato nuovo. E mentre questo racconto autoassolutorio prendeva corpo anche nell’opinione pubblica, in molti settori dello stato repubblicano (prefetture, questure, scuole) continuavano a operare, spesso in posizioni di vertice, gli stessi funzionari che si erano formati sotto il fascismo e avevano servito il regime. Nessuna Norimberga, nessuna palingenesi. A ciò è da aggiungere la larga applicazione che la magistratura fece del provvedimento di amnistia del 22 giugno 1946 voluto da Togliatti.
Oltreché sull’indulgenza per le politiche razziste, la vulgata riabilitatrice del fascismo si è da sempre retta su un’altra pseudotesi, attualmente molto in voga, e compendiata nello slogan secondo cui il fascismo avrebbe fatto anche cose buone. Si tratta di propaganda grossolana, che non regge alla verifica dei fatti, impietosamente demolita già da tempo eppure ancora circolante. Mistificazioni come quella per cui Mussolini avrebbe inventato la previdenza sociale e dato la tredicesima mensilità a tutti i lavoratori. In realtà il sistema previdenziale esisteva dalla fine dell’Ottocento, e il regime introdusse la gratifica natalizia ai dirigenti e agli impiegati del settore industriale, mentre agli operai aumentò le ore di lavoro, non il salario. Al riparo della sua retorica socialisteggiante, il fascismo ha sempre fatto l’interesse del grande capitale, non della classe operaia. E badate che questo giudizio non è condiviso solamente dai marxisti: uno di coloro che l’hanno formulato con più chiarezza è Ernesto Rossi, il quale fu uomo d’idee liberali, coautore del Manifesto di Ventotene. A diffondere questa propaganda apologetica è oggi soprattutto l’ambiente – un manipolo di pagine sui social network – che per i contenuti veicolati si è guadagnato il nomignolo di “fascio-facebook”. Si potrebbe quindi pensare a un fenomeno di internet: il che sarebbe comunque rilevante, data la platea dei potenziali fruitori. Ma non si tratta solo di questo: delle stesse mistificazioni è fatto un uso politico che rasenta l’apologia del fascismo. «Per i pensionati ha fatto sicuramente di più Mussolini della Fornero»: la dichiarazione, del febbraio 2016, è del leader della Lega Matteo Salvini.
C’è, poi, una vulgata riabilitatrice dell’uomo Mussolini, protesa nello sforzo di raccontarne le gentilezze, le paure e le piccole meschinità private; cioè di plasmare nella coscienza collettiva il ricordo del comune individuo, e non del dittatore a capo di un regime criminale. In questo biografismo ombelicale scompaiono la politica e la storia, e rimane solamente un pugno di aneddoti pruriginosi. Artefici di questo cattivo racconto sono stati intellettuali generalmente riveriti nel nostro Paese: su tutti Indro Montanelli, che specie negli ultimi anni della sua vita ha goduto di una fama trasversale agli schieramenti politici. Nell’immediato dopoguerra Montanelli fu tra i primi, insieme al collega giornalista Paolo Monelli, a comprendere le potenzialità dell’operazione riabilitatrice. Potenzialità anzitutto politiche, perché riabilitare Mussolini permetteva di perpetuare nell’opinione pubblica l’idea che a risolvere i problemi dell’Italia dovesse essere l’uomo forte al comando. Com’è evidente a chiunque, l’idea è ben lungi dal tramontare, non solo nella cultura di destra. Di tono simile a quello montanelliano erano gli articoli dedicati al duce dai periodici a diffusione di massa «Oggi» e «Gente», e spesso firmati da giornalisti che restarono per tutta la vita fedeli alle loro convinzioni fasciste: per «Oggi» scriveva Ivanoe Fossani, già promotore dello squadrismo nel mantovano e confidente dell’Ovra, per «Gente» Giorgio Pisanò, già volontario della Rsi.

4. All’intento di riabilitare il fascismo s’accompagna l’insistenza nell’imputare la caduta del regime a un affare tutto interno al partito nazionale fascista e nello svalutare di conseguenza il ruolo dell’antifascismo, fino praticamente ad annullarlo. La vulgata antipartigiana è infatti l’altra faccia dell’apologia del fascismo. È bene chiarirlo: non si tratta di una narrazione confinata alla propaganda risentita della destra nostalgica, ma di un discorso alimentato da una divulgazione diretta al grande pubblico, che attinge talvolta acriticamente dalla pubblicistica neofascista. È quanto la storiografia ha messo in luce riguardo ai libri del ciclo dei vinti di Giampaolo Pansa, cui pure ha arriso il successo editoriale. La vulgata antipartigiana si esercita soprattutto sugli episodi di maggiore conflittualità nella guerra di Liberazione, su cui la memoria è, e non può non essere, divisa. Il caso probabilmente paradigmatico è l’attacco di via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944: per decenni, il discorso pubblico attorno all’azione dei GAP contro il Polizeiregiment Bozen è stato inficiato da falsi storici e pregiudizi messi in circolo dapprima in ambienti repubblichini, poi ripetuti a lungo anche dalla grande stampa. Tuttora la discussione attorno a via Rasella non è immune dai cascami di quella retorica. Non è vero, ad esempio, che l’attacco determinò l’intensificarsi dei bombardamenti sulla capitale: al contrario, essi diminuirono. Ma l’affermazione più odiosa, che rimonta a un articolo dell’«Osservatore romano», è quella secondo cui, non presentandosi al comando tedesco, i gappisti provocarono l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Non fu mai affisso nessun manifesto in cui si ordinava ai partigiani di presentarsi. A Roma, prima delle Fosse Ardeatine, non aveva formalmente avuto luogo alcuna rappresaglia per le azioni partigiane. Dell’eccidio, il comando tedesco diede notizia a massacro avvenuto, con la famigerata formula «l’ordine è già stato eseguito». Paradossalmente, l’azione dei GAP, lodata dagli alleati, è stata ed è ancora denigrata nel nostro Paese: invece che sull’oppressore nazista, in molti preferiscono scaricare sui partigiani la responsabilità di un eccidio disumano, considerato una rappresaglia illegale – ma ciò è forse il meno – dai tribunali che l’hanno giudicato. Altro è mettere in guardia dal feticizzare la Resistenza, facendone un mito sottratto alla verifica storiografica, altro denigrarla, allestendone un racconto diffamatorio del tutto sganciato dalle fonti.

5. Una simile rappresentazione del fascismo da un lato e della Resistenza dall’altro ha progressivamente influito sull’immaginario pubblico, e ha accompagnato il sempre più accentuato disfacimento dell’argine antifascista, fino all’avvento al governo, a metà degli anni ’90, delle forze postfasciste, che mai fino ad allora avevano preso le distanze dalla tradizione – soprattutto repubblichina – di cui il msi s’era proclamato l’erede. Un salto di qualità al quale ha corrisposto un cambio di paradigma anche nella retorica istituzionale sulla fondazione dello Stato repubblicano, al cui centro s’è installato il motivo della memoria condivisa. Ciò che è accaduto a partire almeno dal discorso d’insediamento dell’on. Luciano Violante alla presidenza della Camera dei Deputati, il 10 maggio 1996, con il quale l’ex esponente comunista invitava, nell’ottica della pacificazione nazionale, a comprendere le ragioni dei ragazzi «e soprattutto delle ragazze» che scelsero Salò.
Sono tuttavia troppi gli interdetti che ancora impediscono una piena assunzione di responsabilità da parte italiana sul suo passato fascista: dall’uso delle armi chimiche in Africa orientale all’omessa o inadeguata punizione dei criminali di guerra. E non può aiutare a gettare luce su questo nostro passato prossimo, al netto delle buone intenzioni, un museo del fascismo a Predappio: non perché non occorra un progetto museale sul fascismo, ma perché è controproducente – cioè rischia di alimentare ulteriormente il culto per il suo oggetto – inserirlo in un contesto tutt’ora inquinato dai pellegrinaggi nostalgici al paese natale del duce. In uno stato di cose siffatto, costruire una memoria condivisa è possibile solo a patto di rimuovere il conflitto dalla storia: a patto dunque di fare della storia un uso strumentale, asservito alle esigenze politiche contingenti. E quando si costruisce la memoria su basi tanto incerte, capita di confondere l’oppressore con l’oppresso. Per non fare che un esempio, è potuto così accadere che in occasione del Giorno del Ricordo le massime istituzioni della Repubblica, complice una disposizione di legge formulata in modo talmente vago da consentirlo, negli anni abbiano decorato letteralmente centinaia di militari inquadrati nelle formazioni collaborazioniste della Rsi, come ha documentato anche il «Corriere della Sera» nel 2015.

6. Mi rendo conto di aver dipinto un quadro a tinte fosche. Non dobbiamo nasconderci del resto che rinsaldare l’argine antifascista è un lavoro di lungo periodo. È un errore credere che l’emergenza si sia risolta con la debacle elettorale dei partiti neofascisti lo scorso 4 marzo. Certo, pochi voti sono meglio di tanti, ma il nucleo del problema non è nelle urne. C’è intanto il fatto che alcuni punti del programma neofascista, o fascista tout court, hanno travalicato i confini dell’estrema destra e sono stati legittimati nell’agone democratico. Per molto tempo, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori il neofascismo non è stato avvertito come una questione politica rilevante. Nel mentre si andava perdendo la capacità di riconoscere la matrice originaria di quelle istanze, appena non fossero state ammantate della simbologia del ventennio, come se servissero il fez e la camicia nera a fare d’una qualunque posizione una posizione fascista. Questo meccanismo presiede alle logiche securitarie in nome delle quali sono continuamente invocate restrizioni all’accoglienza, una repressione penale sempre più severa e sempre meno extrema ratio, un diritto indiscriminato all’autodifesa: temi su cui pare essersi innescata tra le forze parlamentari una rincorsa a interpretare con la maggiore radicalità un bisogno di sicurezza in larga parte indotto e non reale. L’odio per lo straniero (beninteso: l’odio per lo straniero povero) ha contagiato l’immaginario pubblico, e quest’immaginario, non un’astratta follia, ha armato la mano di omicidi, stragisti e tentati stragisti, com’è successo a Firenze nel dicembre 2011, a Macerata lo scorso 3 febbraio, e di nuovo a Firenze il 5 marzo.
E ancora c’è la violenza dei militanti, nella maggior parte dei casi organici agli stessi partiti neofascisti che si presentano alle elezioni. Solo dal 2014 ad oggi, il sito “Info Antifa” ha raccolto le notizie di 159 aggressioni compiute da neofascisti. E si può credere ragionevolmente che esista anche una cifra nera, cioè un numero di aggressioni delle quali non si ha notizia.
Con quest’insieme di problemi dobbiamo misurarci, quando vogliamo affrontare le manifestazioni odierne del fascismo. È indubbiamente un compito gravoso e sgradevole; sarebbe senz’altro meglio se non dovessimo occuparcene. Ma è impossibile ignorare la questione e lasciare che il discorso fascista, e la violenza che ne è l’emanazione diretta, guadagnino ulteriore legittimazione nello spazio pubblico.
Noi giungiamo a questo 25 aprile dopo che nei primi mesi dell’anno una mobilitazione antifascista diffusa, direi “di massa”, ha attraversato l’Italia: pensiamo alle centinaia di presidi e cortei, a cominciare da quello maceratese, che il 10 febbraio hanno risposto nel migliore dei modi al gesto infame di Luca Traini e all’ideologia di cui quel gesto è espressione. Pensiamo alle innumerevoli manifestazioni di protesta che hanno contestato i comizi elettorali tenuti dai capi delle formazioni neofasciste. Di questo rinvigorito protagonismo antifascista Pavia è stata in un’occasione il centro propulsore. Quando il 3 marzo scorso ha cominciato a circolare la notizia che nella notte qualcuno aveva incollato un adesivo con la scritta «qui ci abita un antifascista» sotto le case di decine di noi, un’ondata di solidarietà e soprattutto di orgoglio antifascista ha superato ben presto i confini cittadini, scatenandosi in tutta Italia. Quell’adesivo, reinterpretato in mille modi, ha cominciato a comparire ovunque: esibirlo ha significato una rivendicazione collettiva di appartenenza. Ha insomma trasformato in un boomerang l’impresa dell’ignoto autore, a cui vogliamo sia data anche ufficialmente un’identità. Che si tratti d’un fascista, possiamo dire senza tema di smentita. Rinnovo da questo palco, a nome di tutte e tutti, la solidarietà a chi di noi ha subito un’intrusione sgradita e pericolosa nella sua vita privata. L’orgoglio dimostrato qui e altrove ha significato anche il rifiuto del ruolo di vittime passive di quella che è a tutti gli effetti un’intimidazione.
Nei mesi scorsi s’è poi conclusa per molti la vicenda giudiziaria che aveva fatto seguito al presidio antifascista del 5 novembre 2016, che le forze dell’ordine vollero provare a disperdere con l’uso della forza. Come sapete, il presidio era stato indetto per protestare contro la marcia dei militanti neofascisti organizzata nello stesso giorno dall’associazione “Recordari”. L’archiviazione sancisce che non ci fu in quell’occasione nessuna delittuosa resistenza a un pubblico ufficiale. Sono inoltre convinto che i sette compagni per i quali l’iter non s’è ancora concluso (tra di loro c’è il presidente del circolo ANPI cittadino), e ai quali va la mia vicinanza complice, dimostreranno la fondatezza giuridica delle loro ragioni. Sulla moralità del nostro gesto, che allora chiamammo «disobbedienza civile», non abbiamo mai avuto il minimo dubbio. E permettetemi, paragonando il grande al piccolo, di usare il sostantivo “moralità”, con il quale coscientemente richiamo il sottotitolo dell’opera maggiore di Claudio Pavone.

7. In conclusione del mio intervento ringrazio l’ANPI, organizzazione di cui sono esponente, e la Rete Antifascista di Pavia, alla quale l’ANPI partecipa insieme a molte associazioni cittadine e a molte singole persone: il lavoro pluriennale di queste realtà ha radicato a Pavia una forte consapevolezza antifascista e ha contrastato ogni tendenza a passare sotto silenzio o minimizzare l’importanza del tema.
Si sa che, quando diviene luogo comune, un concetto perde gran parte della sua capacità di produrre significato e di tradursi in pratica. È quello che accade con le espressioni «Costituzione nata dalla Resistenza», o «repubblica nata dalla Resistenza», se – come spesso capita – le ripetiamo in maniera meccanica, formulaica, vorrei dire “disimpegnata”. Per dare senso a queste espressioni, cioè per impedire che divengano parole senza idee, bisogna raccontare la Resistenza senza infingimenti, per ciò che essa fu, nelle sue componenti di guerra civile, patriottica e di classe. Bisogna raccontare il fascismo storico e saper riconoscere il fascismo odierno, che non può presentarsi come quello d’allora, ma che non di meno ripete i caratteri del fascismo eterno, l’ur-fascismo di cui parlava Umberto Eco: il virilismo, il culto della bella morte, l’elitarismo posticcio e il conseguente disprezzo del più povero, la narrazione di una comunità necessariamente coesa, mai attraversata al suo interno da conflitti, e la conseguente individuazione d’un nemico sempre straniero… Le istituzioni non vivono disincarnate dalla storia, ma assumono le forme che dà loro chi di volta in volta le impersona. Non basta dunque che un’istituzione, un partito, un’associazione culturale, una comunità siano dichiarate antifasciste una volta, perché lo siano in eterno. Serve che la prassi realizzi quell’iniziale statuizione di principio.
Che la festa della Liberazione possa darci la forza morale necessaria a essere e dirci quotidianamente antifascisti. È ciò che auguro anzitutto a me stesso. A questa scelta di campo spero d’aver tenuto fede, pronunciando oggi le mie parole. Ringrazio voi tutte e tutti per avermi voluto ascoltare.



Elenco ragionato delle fonti

Qui di seguito cito i testi che ho consultato per la stesura di questo intervento. Menziono soltanto quelli che attengono direttamente ai temi trattati: altre letture e altre esperienze, come ovvio, hanno influito sulle posizioni che ho espresso.

1. Sul discorso istituzionale attorno al 25 aprile seguo l’impostazione proposta da Vanessa Roghi, Non c’è liberazione senza antifascismo, internazionale.it, 22 aprile 2015, https://www.internazionale.it/opinione/vanessa-roghi/2015/04/22/25-aprile-resistenza-liberazione, (consultato il 27 aprile 2018).

2. Sul razzismo come carattere originario del fascismo, e sul colonialismo fascista come anticipazione dell’aparteid si può vedere Enzo Collotti, La politica razzista del regime fascista, http://www.italia-liberazione.it/novecento/interCollotti.html (consultato il 27 aprile 2018). Sulla bonifica etnica del confine orientale, un’esposizione efficacie e sintetica si trova nell’articolo di Piero Purini, Il prequel del Giorno del Ricordo. La venezia Giulia dalla prima alla seconda guerra mondiale, in Nicoletta Bourbaki (a cura di), La storia intorno alle foibe, internazionale.it, 10 febbraio 2017, https://www.internazionale.it/notizie/nicoletta-bourbaki/2017/02/10/foibe (consultato il 27 aprile 2018); per una trattazione approfondita si veda, dello stesso autore, la monografia Metamorfosi etniche: i cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria (1914-1975) [2° edizione] Kappavu, Udine 2014. Piero Purini, la cui famiglia ha subito le conseguenze dell’italianizzazione forzata, ha di recente riacquisito l’originario cognome Purich.
A proposito del dibattito sulla parola “razza” in costituzione, il volume collettaneo che cito nel testo è quello curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi, No razza, sì cittadinanza, Ibis, Pavia 2017. Traggo le informazioni sulla seduta dell’Assemblea costituente del 24 marzo 1947 da Girolamo De Michele, La parola “razza” e la Costituzione, 22 gennaio 2018, http://www.lacostituzione.info/index.php/2018/01/29/la-parola-razza-e-la-costituzione/ (consultato il 27 aprile 2018). Per le dichiarazioni di Attilio Fontana sulla razza bianca a rischio, rilasciate a Radio Padania il 14 gennaio 2018, e per il successivo appello strumentale alla Costituzione, si veda ad esempio Attilio Fontana colpisce ancora. «La costituzione parla di razze, allora dovrebbero cambiarla», L’Huffington Post, 16 gennaio 2018, https://www.huffingtonpost.it/2018/01/16/attilio-fontana-colpisce-ancora-la-costituzione-parla-di-razze-allora-dovrebbero-cambiarla_a_23334583/ (consultato il 27 aprile 2018).

3. Dallo stereotipo del cattivo tedesco e del bravo italiano prende il titolo lo studio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013. Sulla mancata epurazione degli apparati statali dopo il fascismo è fondamentale il libro di Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Einaudi, Torino 2017. Dell’amnistia Togliatti si è occupato Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano 2006. Sulle mistificazioni a proposito delle “cose buone” che anche il fascismo avrebbe fatto è istruttivo l’articolo di Leonardo Bianchi, Quando c’era lui. Le bufale sul fascismo a cui la gente continua a credere, vice.com, 24 luglio 2017 https://www.vice.com/it/article/d3894m/bufale-storiche-sul-fascismo-mussolini-pensioni-tredicesima-terremoto (consultato il 27 aprile 2018) (ove è riportata la dichiarazione di Matteo Salvini citata nel testo). Per le tesi di Ernesto Rossi sul fascismo a servizio del grande capitale si veda la sua raccolta d’interventi I padroni del vapore, Laterza, Roma-Bari 1955; ora Caos, Roma 2016. La vulgata riabilitatrice di Mussolini è analizzata nel saggio di Mimmo Franzinelli Mussolini revisionato e pronto per l’uso, in Angelo Delboca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza 2009, pp. 203-236.

4. Per la critica al ciclo dei vinti di Giampaolo Pansa si vedano Ilenia Rossini, L’uso pubblico della Resistenza. Il caso Pansa tra vecchie e nuove polemiche, scaricabile da academia.edu (http://www.academia.edu/1720067/L_uso_pubblico_della_Resistenza_il_caso_Pansa_tra_vecchie_e_nuove_polemiche; consultato il 27 aprile 2018); Gino Candreva, La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa, in Zapruder 39 (2014), pp. 126-135 (http://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2017/06/Zap-39_14-StoriaAlLavoro2.pdf; consultato il 27 aprile 2018). Sulla propaganda fascista attorno all’eccidio delle Fosse ardeatine è imprescindibile il volume di Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse ardeatine, la memoria, Feltrinelli, Milano 2012: sull’attacco di via Rasella si veda inoltre l’esemplare lezione di Alessandro Barbero, Le reti clandestine. Una rete di partigiani: i GAP di Roma e l’attentato di via Rasella, tenuta al festival della mente 2017 di Sarzana (https://www.festivaldellamente.it/it/9502, consultato il 27 aprile 2018; disponibile anche su YouTube).
Nella Roma occupata dai nazisti, le Fosse Ardeatine furono la prima rappresaglia dichiarata come tale. Precedentemente c’erano state numerose fucilazioni per ritorsione ad azioni partigiane, ma queste esecuzioni erano di solito precedute da processi-farsa in cui i fucilandi venivano condannati per atti compiuti da loro stessi (e non quindi come ostaggi uccisi per punire atti commessi da terzi). Cfr. Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, cit., p. 208. Va comunque respinto l’argomento ricattatorio secondo cui i partigiani, sapendo che ci sarebbero state delle rappresaglie, avrebbero fatto meglio a starsene a casa. Dai documenti coevi emerge che i comunisti si erano posti il problema e l’avevano risolto decidendo di combattere fino in fondo, senza farsi condizionare dal rischio di rappresaglie. Certamente una reazione bestiale come l’eccidio delle Fosse Ardeatine non era prevedibile, tuttavia occorre riaffermare che un atto di guerra antinazista come quello di via Rasella sarebbe stato militarmente e moralmente giustificato anche qualora i gappisti avessero conosciuto in anticipo l’entità della ritorsione. Cfr. Agire subito, in «L’Unità» clandestina (edizione romana), 26 ottobre 1943, p. 2. Nello stesso numero, a p. 4, cfr. Pogrom a Roma, di ferma condanna contro il rastrellamento del ghetto perpetrato dai nazifascisti dieci giorni prima: «Lo spirito di solidarietà del popolo italiano verso questi infelici, manifestatosi già in varie forme, al tempo della campagna razzista fascista, domanda giustizia e vendetta di fronte a questo spaventoso delitto commesso contro uomini inermi e innocenti, che si vogliono isolare dal resto della popolazione, col barbaro pretesto di una inferiorità razziale, esistente solo nelle perverse ossessioni di Hitler. […] – A tale inaudita violenza occorre resistere con tutte le forze» (corsivi nostri).
Per alcune questioni di metodo sull’uso delle fonti applicate al caso concreto consiglio anche la lettura del post di Salvatore Talia (in collaborazione con Nicoletta Bourbaki), Un paese di mandolinisti. Wikipedia, i falsi storici su Via Rasella e il giustificazionismo sulle Fosse ardeatine, Giap, 5 maggio 2015, https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/05/un-paese-di-mandolinisti-wikipedia-i-falsi-storici-su-via-rasella-e-il-giustificazionismo-sulle-fosse-ardeatine/ (consultato il 27 aprile 2018).

5. Il discorso pronunciato da Luciano Violante in occasione dell’insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati si può leggere sul sito istituzionale della Camera (http://storia.camera.it/presidenti/violante-luciano/xiii-legislatura-della-repubblica-italiana/discorso:0#nav; consultato il 27 aprile 2018). La letteratura sulla memoria condivisa è sterminata. Qui ho tenuto presente in particolare Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004. Per approfondire il tema dell’uso delle armi chimiche in Africa orientale il punto di partenza è Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori riuniti, Roma 1996. Sull’omessa o insufficiente punizione dei criminali di guerra fascisti si possono vedere i volumi di Davide Conti e Mimmo Franzinelli citati al nr. 3. Del progetto di un museo del fascismo a Predappio si occupa il reportage di Wu Ming 1, pubblicato in tre puntate, Predappio Toxic Waste Blues, Giap, 27 ottobre 2017, 7 novembre 2017, 15 novembre 2017 (https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/; https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/predappio-toxic-waste-blues-2-di-3/; https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/predappio-toxic-waste-blues-3-di-3/; consultati il 27 aprile 2018): in appendice alla prima puntata si può leggere una mia nota sul reato di apologia del fascismo. Sulle medaglie assegnate ai militari collaborazionisti in occasione del Giorno del Ricordo si vedano Alessandro Fulloni, Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo, corriere.it, 23 marzo 2015; Nicoletta Bourbaki, Il Giorno del Ricordo: dieci anni di medaglificio fascista. Un bilancio agghiacciante, Giap, 15 aprile 2015, https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/04/il-giornodelricordo-dieci-anni-di-medaglificio-fascista-un-bilancio-agghiacciante/ (consultato il 27 aprile 2018).

6. Sulle logiche securitarie può essere utile consultare il libro di Serge Quadruppani, La politica della paura, trad. it., Lantana, Roma 2013. Sulla marchiatura delle case degli antifascisti a Pavia, e sull’ondata di orgoglio antifascista che ha scatenato, si veda tra i tanti l’articolo di Paolo Gallori, Pavia, antifascisti ‘marchiati’ con adesivi sulla porta di casa: la reazione dei sindaci che si ‘automarchiano’, repubblica.it, 3 marzo 2018, http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/03/03/news/pavia_antifascista_segnalati_con_adesivo_sulla_porta_di_casa-190277837/ (consultato il 27 aprile 2018). Sulle archiviazioni nel procedimento che ha fatto seguito al presidio del 5 novembre 2016 si veda invece Fabrizio Merli, Presidio antifascista del 5 novembre: prosciolti in 23, laprovinciapavese.gelocal.it, 20 febbraio 2018, http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/02/20/news/presidio-antifascista-prosciolti-in-23-1.16504409 (consultato il 27 aprile 2018).

7. È superfluo precisarlo, ma la definizione tripartita della Resistenza come guerra civile, patriottica e di classe è stata formulata da Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991: su questa definizione sono importanti le riflessioni di David Bidussa, In memoria di Claudio Pavone. La Resistenza, le scelte, gli uomini, le donne, glistatigenerali.com, 30 novembre 2016, http://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/claudio-pavone-la-resistenza-le-scelte-gli-uomini-le-donne/ (consultato il 27 aprile 2018). Il saggio di Umberto Eco a cui alludo nel testo è Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2018, originariamente in Id., Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997.

mercoledì 8 novembre 2017

L'importanza delle parole

Con piacere pubblichiamo il saggio di Ernesto Bettinelli, insigne giurista già docente di diritto presso l'Università di Pavia, inserito nel volume collettaneo No razza, SI cittadinanza, curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi.
Una precisa analisi giuridica circa l'opportunità di eliminare la parola "razza" dalla nostra Costituzione, nell'ambito del più ampio progetto che vede coinvolti genetisti, antropologi, storici, filosofi e studiosi di altre discipline, e che propone di emendare la Carta al fine di evitare l'utilizzo di un lemma odioso e privo di qualsiasi valenza scientifica, che costituisce unicamente il prodotto culturale di un dibattito sociale purtroppo mai sopito.



1. Nell’età dell’incertezza o della crisi delle certezze anche le categorie giuridiche utilizzate per classificare le costituzioni a vocazione democratica meritano di essere rivisitate1e, per molti versi, semplificate.
Un macro-criterio attuale di distinzione potrebbe essere la loro attitudine evolutiva a includerepiuttosto che a escluderela realtà in continua trasformazione che si manifesta oltre le frontiere dei rispettivi ordinamenti e a far prevalere le ragioni della verità e dell’umanità su quelle della stretta” sovranità e della difesa dei “propri” popoli2.
La tensione tra questi due poli è tipica delle costituzioni storiche, esito di processi rivoluzionari e/o di liberazione da situazioni di oppressione di varia origine ed epoca. L’adesione ai valori di una convivenza universale si confronta e non di rado si scontra con i persistenti richiami ai tradizionali concetti della territorialità e della sua salvaguardia. Cosicché in queste costituzioni un linguaggio rivolto al presente-futurocoesiste con un linguaggio rivolto al presente-passato.

QUI il testo integrale.


venerdì 6 ottobre 2017

No razza, sì cittadinanza

“Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi.
E il lessico che usiamo definisce chi siamo e quale mondo vogliamo.
Quando – anno 2017 leggiamo la parola “razza” – articolo tre della Costituzione - , noi, cittadini e abitanti del pianeta, non possiamo ritrovarci in essa, né da essa sentirci rappresentati.
Percepiamo anzi questa parola come incongruente intrusione nella splendida architettura lessicale e valoriale della Costituzione repubblicana.
Per questo, guardiamo con grande interesse alla prossima pubblicazione del volume collettivo “No razza, Sì cittadinanza” , curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi, in presentazione il 12 ottobre h. 18:00 presso il Collegio Ghislieri, ringraziando il prof. Redi che ci ha fatto l’onore di invitarci.


La tesi del volume intesa a dimostrare l’inesistenza della “razza”, smontandone i pretesi fondamenti scientifici e antropologici, si costituisce quale passaggio propedeutico alla futura presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare inteso alla cancellazione della parola “razza” dalla Costituzione: su questo terreno la nostra organizzazione è un interlocutore particolarmente sensibile.
La cancellazione di questa parola rappresenta, infatti, a nostro avviso, uno dei modi, certo non l’unico, per contrastare il razzismo del nostro tempo.
A dispetto dell’inesistenza della “razza”, il “razzismo”, questo sì, continua ad esistere, a manifestarsi e a propagare il proprio venefico livore tra i cittadini, costruendo tra uomini di provenienze diverse steccati interiori e distanze mentali più potenti del filo spinato e più ardui da abbattere del cemento del muri che, guardati a vista da uomini armati, sorgono in alcuni Paesi indegni di dirsi europei.
Il razzismo non è un arcaico relitto affiorante dal passato, ma uno degli ingredienti della modernità, là dove essa va declinando la vertiginosa crescita delle diseguaglianze e l’arretramento di ampia parte dell’agire politico dagli obiettivi alti della parità dei diritti e dell’uguaglianza tra cittadini.
In questo iato, trovano spazio “gli imprenditori politici del razzismo”, (cit. Alberto Burgio, Il razzismo)  partiti o movimenti xenofobi che “promuovono una lettura dei conflitti in chiave identitaria ed esistenziale”,  costruendo nel migrante e richiedente asilo “il nemico” colpevole della insicurezza metropolitana, della disoccupazione e del disagio sociale.
L’abolizione dall’articolo tre della parola “razza” certamente non cancellerà il razzismo.
Ma togliendo al razzismo la spietata presunzione di rappresentare una “verità di natura” lo andrà delegittimando come espressione che si arroga il diritto di pensarsi come “ politica”.
La sostituzione della parola “razza” con altra espressione, civilmente più degna, può contribuire a schiudere la porta stretta di un nuovo umanesimo solidale, il cui raggiungimento, quale inapplicato lascito della lotta di liberazione, resta tra gli obiettivi della nostra organizzazione.