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mercoledì 14 novembre 2018

La deportazione degli ebrei ungheresi


La situazione nel 1944
All’inizio del 1944, vivevano in Ungheria circa 725.000 ebrei, la più grande comunità ancora esistente sul suolo europeo dopo l’annientamento di quelle dell’URSS e della Polonia. Il 19 marzo, temendo che gli ungheresi si sganciassero unilateralmente dal conflitto, Hitler ordinò l’occupazione del Paese; insieme all’esercito, giunsero però a Budapest anche i funzionari dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, incaricati di procedere alla deportazione degli ebrei dall’Ungheria. Trattandosi di una missione particolarmente complessa, la responsabilità venne affidata ad Adolf Eichmann in persona, che portò con sé i suoi più esperti collaboratori (Franz Novak, Dieter Wisliceny, Theodor Dannecker e altri). Eichmann era perfettamente al corrente della fuga degli ebrei danesi (ottobre 1943), e quindi si rese conto che la deportazione poteva realizzarsi solo grazie all’assoluta complicità delle forze locali. Inoltre, memore della rivolta del ghetto di Varsavia (aprile-maggio 1943), decise di lasciare per ultima la capitale, dove i problemi avrebbero potuto essere maggiori. Il 4 aprile 1944, nel corso di una riunione mista, cui parteciparono sia tedeschi che ungheresi, il Paese fu diviso in cinque zone (dalle quali fu però esclusa la capitale, che di fatto era una sesta area, a se stante). Ogni zona corrispondeva a uno o due distretti della gendarmeria magiara, che accettò di partecipare all’operazione mettendo a disposizione 20.000 uomini. Le operazioni di rastrellamento e deportazione avrebbero avuto inizio nelle province orientali: poiché erano le zone più vicine al fronte russo, le evacuazioni furono giustificate con ragioni militari. La cosiddetta Zona I (Rutenia carpatica e Ungheria nordorientale) fu rastrellata a partire dal 16 aprile: 194.000 ebrei furono catturati e rinchiusi in ghetti e campi di transito. Nei mesi seguenti, la stessa sorte toccò ad altre quattro zone, sicché all’inizio dell’estate solo i 160.000 ebrei della capitale non erano ancora stati internati.


La soluzione finale in Ungheria
Il primo treno per Auschwitz partì il 28 aprile 1944 dal campo di Kistarcsa, vicino a Budapest, con 1800 ebrei. Tra il 15 maggio e il 7 giugno, furono deportati più di 289.000 ebrei dalle Zone I e II. Tra l’11 e il 16 giugno fu la volta dei 50.000 ebrei della Zona III ; i 41.500 israeliti della Zona IV furono evacuati in soli tre giorni, a partire dal 25 giugno. Infine, tra il 4 e l’8 luglio, furono deportati i 55.000 ebrei dalla Zona V. In totale, vennero deportati circa 438.000 ebrei ungheresi, nell’arco di tre mesi. E’ difficile stabilire quanti di questi ebrei furono condotti a Birkenau, e quanti in altri campi del Reich: l’Organizzazione Todt e la Luftwaffe, infatti, chiedevano insistentemente manodopera per le nuove fabbriche sotterranee e dichiararono di aver bisogno di almeno 100.000 operai. Ad Auschwitz, comunque, arrivarono almeno 53 treni, ciascuno dei quali portava circa 3000 ebrei. Per far fronte ad un flusso così imponente di nuovi deportati, il campo fu dotato di una terza rampa ferroviaria: gli ebrei ungheresi (e, più in generale, coloro che arrivarono a partire dal maggio 1944) non sbarcarono più sulla Judenrampe, ma all’interno stesso del campo di Birkenau, mentre una nuova torre di controllo, anch’essa terminata nel maggio del 1944, permetteva sorvegliare dall’alto l’insieme delle operazioni.

La partenza degli ebrei di Sighet
Per certi versi, i racconti di partenza dei deportati sono un atto d’accusa ancora più potente dei resoconti dai campi. Nei paesi da cui i treni partono, infatti, i nazisti non sono mai soli: non possono agire da soli. Hanno bisogno di collaboratori locali (i fascisti italiani a Fossoli, i gendarmi ungheresi a Sighet, i poliziotti francesi di Vichy a Parigi, e così via). La Shoah non fu una faccenda privata tra ebrei e tedeschi: fu la grande resa dei conti tra l’Europa dei nazionalismi e gli ebrei. I racconti di partenza sono lì a ricordarcelo.
Alle nove, [...] gendarmi con i manganelli che urlavano: “Tutti gli ebrei fuori!”. Noi eravamo pronti. Io uscii per primo. Non volevo guardare in faccia i miei genitori. Non volevo scoppiare in lacrime. Restammo seduti in mezzo alla strada, come gli altri del giorno prima. Lo stesso sole infernale. La stessa sete. Ma non c’era più nessuno per portarci dell’acqua. Contemplavo la nostra casa, dove avevo passato degli anni a cercare il mio Dio, a digiunare per affrettare la venuta del Messia, a immaginare quella che sarebbe stata la mia vita. Ma non ero molto triste: non pensavo a nulla. - In piedi! Appello! In piedi. Ci contano. Seduti. Ancora in piedi. Di nuovo per terra. Senza fine. Attendevamo con impazienza che ci portassero via. Che si aspettava? L’ordine infine arrivò: “Avanti!”. Mio padre piangeva. Era la prima volta che lo vedevo piangere. Non mi ero mai immaginato che sarebbe potuto succedere. Mia madre, lei, marciava, il volto chiuso, senza esprimere una parola di preoccupazione. Io guardavo la mia sorellina, Zipporà, i suoi capelli biondi ben pettinati, un cappotto rosso sul braccio: una bambina di sette anni. Sulle spalle, un sacco troppo pesante per lei. Serrava i denti: sapeva già che lamentarsi non serviva a nulla. I gendarmi distribuivano qua e là colpi di manganello: “Più svelti!”. Io non avevo più forze. Il cammino era appena agli inizi e io mi sentivo già così debole… - Più svelti! Più svelti! Avanti, sfaticati! – urlavano i gendarmi ungheresi. E’ in quel momento che ho cominciato a odiarli, e il mio odio è l’unica cosa che ci lega ancora oggi. Erano i nostri primi oppressori, erano il primo volto dell’inferno e della morte. Ci ordinarono di correre. Prendemmo il passo di corsa. Chi avrebbe creduto che eravamo così forti? Da dietro le loro finestre, da dietro le loro imposte, i nostri compatrioti ci guardavano passare. […] Il nostro convoglio prese la direzione della grande sinagoga. La città sembrava deserta, ma, dietro le imposte, i nostri amici di ieri attendevano senza dubbio il momento di poter saccheggiare le nostre case. La sinagoga somigliava a una grande stazione: bagagli e lacrime. L’altare era spezzato, i tappeti strappati, i muri spogliati. Noi eravamo così numerosi che potevamo appena respirare: che spaventose ventiquattr’ore passammo. Gli uomini erano al pianterreno, le donne al primo piano, ed era sabato: si sarebbe detto che eravamo venuti ad assistere alle funzioni. Non potendo uscire, la gente faceva i propri bisogni in un angolo. L’indomani mattina marciammo verso la stazione, dove ci attendeva un convoglio di carri bestiame. I gendarmi ungheresi ci fecero montare in ragione di ottanta persone per carro. Ci lasciarono qualche pagnotta e qualche secchio d’acqua. Controllarono le sbarre delle finestre per vedere se tenevano bene. I carri vennero chiusi. Per ciascuno di essi era stato nominato un responsabile: se qualcuno scappava, è lui che avrebbero fucilato. Sul marciapiede camminavano due ufficiali della Gestapo, tutti sorridenti: in complesso era andato tutto bene. Un fischio prolungato perforò l’aria. Le ruote si misero a sferragliare. Eravamo in cammino.
E. Wiesel, La notte, Firenze, Giuntina, 1986, pp. 25-29. Traduzione di D. Vogelmann


Testo di Mario Albrigoni, vice presidente ANPI provinciale Pavia


Inciampare per ricordare - Clotilde Giannini


Il 2 marzo 1944 i 473 operai del calzificio Giudice di Cilavegna (Ca.Gi.) aderiscono compatti allo sciopero generale proclamato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le leggi fasciste. La rappresaglia non si fa attendere e il giorno seguente i nazisti arrivano in paese e procedono all'arresto dei membri della ex commissione interna dell'azienda. Tra di loro vi è Clotilde Giannini, antifascista e femminista, nata a Tornaco, in provincia di Novara, il 24 dicembre 1903 e residente a Gravellona Lomellina, dove vive con il marito e il figlio.
Rinchiusa dapprima nel Castello di Vigevano, Clotilde Giannini è poi incarcerata a Milano, nel penitenziario di San Vittore, infine a Bergamo. Deportata ad Auschwitz il 18 marzo, in data imprecisata è trasferita nel lager di Bergen Belsen, in Bassa Sassonia. Qui rimane fino al 15 aprile 1945, giorno della liberazione del campo da parte delle truppe inglesi. Nove giorni dopo, tuttavia, Clotilde Giannini muore per le conseguenze di ciò che ha subito durante la prigionia.
A gennaio 2019 con la posa di una pietra d'inciampo a Gravellona Lomellina nella via a lei dedicata, davanti a quella che fu la sua ultima abitazione, le verrà restituito almeno il nome che con la vita le furono strappati in lager.
Queste le due lettere che Clotilde Giannini scrisse al marito Alfredo; la prima dalle carceri di Bergamo, il 4 aprile 1944, e la seconda da Verona, il 4 maggio 1944.

Caro Alfredo,
purtroppo il triste giorno e giunto, domani mattina 5 si parte per la Germania. Alla triste sorte devo purtroppo rasegnarmi, tu pure fa altrettanto Alfredo tieni d’acconto la casa e il nostro caro figlio. E tu cara mamma va a casa mia come se fosse tua, ti raccomando mio figlio e quando viene a casa parlagli di sua mamma e digli che mi ricorda addio Alfredo oppure arrivederci un giorno se avrò la fortuna di ritornare.
A tutti chi chiede di mè i miei saluti tutti i parenti papà e mamma sorella frattelo
tua Clotilde
ciau baci
bacioni a figlio
ciau


Caro Alfredo,
Ore 5. da Verona ti giungano i miei sinceri saluti e baci tua Clotilde sono inpartenza per la Germania Alfredo inquanto per il viaggio mi trovo bene speriamo che tutto finisce addio oppure arrivederci
Salutami la mamma e papà frattello e sorella i parenti e amici e tutti quelli che domandano di mè
Alfredo salutami il figlio e tienilo d’acconto
bacioni
Saluti la tapa e la Iside ciau
arrivederci ciau
ciau


(Lettere tratte da Dizionario biografico della deportazione pavese, M. Antonietta Arrigoni e Marco Savini)

martedì 10 aprile 2018

Testimone dell'orrore nazista


L’uomo che muore, laggiù al fondo della tromba delle scale della sua casa di Corso Re Umberto 75, a Torino, l’11 aprile 1987 ha nome Primo Levi e un numero, 174517, tatuato sull’avambraccio sinistro. E’ un chimico e uno scrittore. Quarantadue anni prima, dopo una odissea di alcuni mesi, larga parte dei quali penosamente percorsi a piedi sulle devastate strade d’Europa, era tornato vivo dal lager di Auschwitz. Vi era stato deportato nel febbraio ’44, in quanto “non uomo” infetto e inferiore, perché di “razza” ebraica, come andavano recitando le norme dello stato fascista.
Nei primi mesi dopo la Liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche, nella sua casa di Torino, di getto Levi aveva scritto il suo testo più noto, Se questo è un uomo– testimonianza radicalmente asciutta, delle modalità di vita, sonno, veglia, lavoro, relazioni, morte nel lager.
Tanto forte agì l’imbarazzato processo di collettiva rimozione dell’universo concentrazionario che il libro, rifiutato da alcuni grandi editori, fra cui Einaudi, venne stampato, in prima edizione (1947), da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli.

Ma Levi non è stato soltanto il “testimone” dell’inferno.
Nella potente macchina ideologica dello Stato, in ciascuna delle sue articolazioni e nel sonno della coscienza dei più, intesa a costruire nell’ebreo il nemico razziale, che in quanto sub umano merita spersonalizzazione, deportazione, annientamento, Levi ha individuato una sorta di paradigma universale del baratro sul quale con insensata leggerezza spesso camminiamo. E se il primo libro di Levi, Se questo è un uomo, rende testimonianza di un male particolare, l’ultimo, I sommersi e i salvati (1986), prende dolorosamente atto che il male è diffuso, si è radicato pericolosamente ovunque: “pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”. (cit. Primo Levi, I sommersi e i salvati).
La testimonianza di Primo Levi, dunque, non semplicemente ci vincola al dovere civile della memoria. Ma soprattutto ci chiama a fare nostra la consapevolezza che quando “in tutte le parti del mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell’uomo, e l’uguaglianza tra gli uomini, si va verso il sistema concentrazionario – ed è questa una strada su cui è difficile fermarsi”. (cit. Primo Levi appendice a Se questo è un uomo– 1976). Scriviamo questo, oggi, mentre un marcato immaginario collettivo, impregnato di liquida paura, definisce “invasori” donne e uomini penosamente arrancanti sul valico italo-francese.
Occorre ricordare, certo. Ma occorre anche sapere che “se l’orrore nazista viene considerato un destino tedesco, non un destino collettivo” (cit. Marguerite Duras, Il dolore) i morti in lager saranno ridotti a vittime di un conflitto locale, e di uno sciagurato accidente della storia.
Una sola risposta per tale crimine: trasformarlo nel crimine di tutti. Condividerlo. Come si condivide l’idea di uguaglianza e di fraternità” (Marguerite Duras, Il dolore).E condividere significa sapere che nessuno di noi è esente dal germe venefico della barbarie verso altri uomini abitanti del pianeta Terra.



venerdì 16 febbraio 2018

Pietre d'inciampo 2019

Il Comitato Pietre d’Inciampo Provincia di Pavia, nato nel giugno scorso dalla collaborazione Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Comitato Pavia e l’Associazione Nazionale Ex Deportati, alla luce della positiva esperienza anno 2018, che ha visto, per la prima volta nel nostro territorio, la posa di 9 pietre d’inciampo per 9 deportati nei lager con lo scultore Gunter Demnig, ideatore del progetto, ripropone ai cittadini e alle associazioni l’edizione 2019.


Le pietre d’inciampo necessitano di una prenotazione anticipata di parecchi mesi presso lo studio dello scultore e il rispetto di alcune clausole, quali il consenso dei familiari della persona deportata, l’indicazione precisa del luogo della deportazione, la traccia documentata della biografia del deportato/a, di cui il Comitato si riserva di valutare l’attendibilità, il consenso della proprietà (pubblica o privata) sul cui suolo verrà posta la pietra d’inciampo che inscrive nel tessuto materiale delle nostre città la memoria viva e vibrante di quanti ebbero il nome, e spesso la vita, strappata nel gorgo della deportazione nazifascista.

Questo è il regolamento completo, che potete consultare per conoscere ogni dettaglio della procedura, e questo è il modulo che potete scaricare e che dovete inviare compilato all'indirizzo email sotto indicato.

Il Comitato Pietre d’inciampo, nel farsi promotore dell’edizione 2019, che vede anche la collaborazione e il supporto scientifico del prof. Pierangelo Lombardi dell’Università degli Studi di Pavia, raccoglierà unicamente le domande che perverranno via email all’indirizzo pietreinciampo.pavia@gmail.com entro e non oltre venerdì 29 marzo 2018.
Le domande inviate oltre tale scadenza verranno eventualmente rinviate alla edizione 2020.

Info: Marco Savini ( ANED) 328 922 74 94
Monica Garbelli ( ANPI ) 349 290 49 35
Annalisa Alessio 340 570 22 67


domenica 21 gennaio 2018

Pietre d'inciampo - Varzi

Il progetto “Pietre d'inciampo” (in tedesco Stolpersteine) nasce dall’idea dello scultore Gunter Demnig, affinché la memoria incontri le generazioni future attraverso il tessuto urbano e sociale, divenendo parte integrante della vita quotidiana, consegnando una memoria diffusa tra quanti abitano le nostre città, tesa a ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista.
La posa, nei pressi dell’ultimo domicilio conosciuto della persona deportata, o di un luogo significativo della sua esistenza, è un modo di restituirle il nome, sottraendola al barbaro anonimato cui venne ridotta in lager, e di riportare a casa almeno la memoria di coloro che dal campo di sterminio non fecero ritorno.
Ogni pietra costituisce pertanto una sorta di inciampo interiore, che invita a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, e partecipa in modo transnazionale, alla costruzione di un monumento partecipato, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee dello sterminio nazista e fascista, e ci impegna, oggi, contro ogni forma di razzismo.
L'iniziativa, partita a Colonia nel 1995, consiste nell'installazione, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, di blocchi in pietra ricoperti al di sopra con una piastra di ottone della dimensione di un sampietrino (10 x 10 cm.), recante il nome della persona, l'anno di nascita, la data, l'eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. La prima pietra fu posata abusivamente a Colonia; ora ve ne sono oltre 60 mila in diverse città europee, oltre 200 a Roma, e decine in altre città d'Italia, quali Torino, Genova, Bolzano, Ravenna, Venezia e molte altre.
Nel giugno scorso ANED Provinciale Pavia ed ANPI Provinciale Pavia hanno costituito il Comitato Promotore, di cui è stato eletto Presidente Marco Savini, storico e ricercatore di Aned, e vice presidente Monica Garbelli di Anpi Provinciale. Il Comitato, che ha ricevuto consenso e patrocinio della CGIL, della Provincia di Pavia, e dei Comuni coinvolti nella posa delle pietre da inciampo, ha seguito l’iter procedurale che ha portato lo scultore per la prima volta nella nostra provincia, e precisamente a Pavia, Broni, Vigevano e Varzi; dando vita a questa esperienza di grande suggestione e forza comunicativa.
Il progetto, basato sull'idea che fare memoria è il risultato virtuoso della sintesi tra emozione, rigorosa documentazione e l'evento della posa, è stato affiancato da un percorso didattico coinvolgente alcune classi dell'Istituto comprensivo “ P. Ferarri” di Varzi, incaricate nella ricerca storica volta alla redazione delle biografie dei deportati alla cui memoria sono dedicate le Pietre d'inciampo di Varzi, e qui di seguito illustrate. L'obiettivo del laboratorio di storia è stato così un percorso di lavoro sulla memoria presente e sulle forme di comunicazione e narrazione di questa memoria, facendone emergere i meccanismi e le dinamiche del ricordo.


UGO DOMENICO BOZZI

Nato a Menconico il 17 maggio 1926, morto a Gusen.

Di professione agricoltore, renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, al comando di ‘Primula Rossa’.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944 assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126085), vi muore il 19 marzo 1945.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Località San Martino piazza della chiesa
Monumento ai Caduti posto in località San Martino nel comune di Varzi nella piazza della chiesa
2. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
3. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola




MARIO CASULLO

Nato il 7 aprile 1928 a Sant’Albanodi Val di Nizza, morto a Mauthausen.

Di professione manovale, a soli sedici anni entra nelle formazioni partigiane, Brigata garibaldina ‘Capettini’, Divisione ‘Aliotta’.
Viene arrestato dai tedeschi assieme a numerosi compagni, alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944.
È rinchiuso dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e a San Vittore.
Il 30 dicembre 1944 risulta incarcerato nel braccio tedesco e il 16 gennaio 1945 inviato al campo di Bolzano. Da qui viene deportato a Mauthausen, dove arriva il 4 febbraio e gli viene assegnato il numero di matricola 126114.
Trasferito il 17 febbraio a Gusen, muore probabilmente il 25 marzo, nel giorno del suo trasferimento a Wels.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola



GIACOMO CENTENARO

Nato a Varzi il 22 luglio 1925 e residente a Varzi.

Contadino, renitente alla leva, si arruola nella Brigata "Capettini" (Divisione "Aliotta") e partecipa a molte azioni partigiane.
È sorpreso dai tedeschi insieme ad altri compagni il 19 dicembre 1944 nella scuola di Brallo.
Il 30 dicembre risulta incarcerato nel braccio tedesco di San Vittore, a Milano, e il 16 gennaio 1945 è trasferito al campo di Bolzano.
Il 1° febbraio viene deportato a Mauthausen (matricola n. 126118), dove muore il 3 marzo 1945.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola


ANTONIO DEGLI ALBERTI

Nato a Varzi il 15 gennaio 1927, morto a Mauthausen.

Di professione contadino; entra a far parte da giovanissimo della Brigata garibaldina ‘Capettini’, divisione “Aliotta”.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126540), vi muore in data imprecisata.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola




ANTONIO POGGI

Nato a Varzi il 2 gennaio 1924, morto a Mauthausen.

Di professione manovale; renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, prendendo parte a molti combattimenti.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126358), viene poi trasferito a Gusen il 16 febbraio, per tornare poi al campo principale il 1° marzo, dove muore il 13 marzo 1945, per setticemia.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola






sabato 20 gennaio 2018

Una pietra per Rosa


Una pagina del passato torna a vivere nelle nostre città. Viene inscritta nel selciato stradale affinché tutti coloro che passano tornino a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, in un intreccio di generazioni e spazi differenti.

Gunter Demnig, ideatore delle Stolpersteine, le Pietre d'inciampo, ha posato la prima pietra a Pavia. Questa pietra restituisce il nome, strappato durante la prigionia, a Rosa Gaiaschi Pettenghi, antifascista, catturata dalle camice nere su delazione in piazza Petrarca al civico 32, nella casa in cui abitava con il marito e il figlio, fu internata e deportata in lager a Ravensbrück. Con essa, Pavia partecipa alla costruzione di un monumento diffuso, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee.

Con questo video, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti e coloro che hanno collaborato con il Comitato promotore del Progetto Pietre di inciampo della Provincia di Pavia.


lunedì 15 gennaio 2018

Inciampare per non dimenticare

"La montagna un giorno, è diventata una scelta. E ora è la nostra casa, il nostro letto, il nostro precario rifugio, qualche volta la nostra prigione, la nostra tomba" (cit. Del Boca, La scelta).

Domenica 14 gennaio sono state posate a Varzi le Pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria di cinque partigiani catturati sulle montagne del Brallo, tradotti e ammazzati in lager.

Ugo Domenico Bozzi 1926-marzo 1945 assassinato in lager.
Mario Casullo 1928-marzo 1945 assassinato in lager.
Giacomo Centenaro 1925-marzo 1945 assassinato in lager.
Antonio Degli Alberti 1927-assassinato in mese imprecisato anno 1945 in lager.

Antonio Poggi 1924- marzo1945 assassinato in lager.

Gunter Demnig - artigiano della memoria, ideatore delle Pietre d'inciampo, monumento diffuso efficace a inscrivere nel tessuto urbano e sociale delle città europee la memoria dei cittadini deportati - ha realizzato la prima posa dell'edizione Inciampare per ricordare, progetto curato dal Comitato Provinciale Pietre da Inciampo Provincia di Pavia, con ANPI e ANED.

Un breve video che illustra le operazioni, realizzato dal nostro presidente provinciale Santino Marchiselli

Noi, che non abbiamo dimenticato.



martedì 3 ottobre 2017

Inciampare per non dimenticare

Se la memoria dei singoli è fragile come sabbia, la memoria collettiva di una città è pesante, inscritta in materia destinata a rimanere, attraverso il tempo allacciando dall’una all’altra diverse e distanti generazioni.
Per questo, scriveremo una pagina del passato delle nostre città, e di alcuni che le hanno abitate, nelle “Stolpersteine”.
Nelle città d’Europa, da Colonia a Berlino, da Torino a Venezia, le pietre da inciampo affiorano dal selciato, quasi a trattenere il passo di chi è distratto; e il leggero chiarore della lastra di ottone, che le ricopre e reca inciso il nome di quanti ebbero la propria identità cancellata nel gorgo dello sterminio, è una dichiarata stilettata alla supina indifferenza di chi ha dimenticato o rimosso quello che è stato.

Traditi da chi credevano amico, come Rosa Gaiaschi di Pavia;
inseguiti e rastrellati nel fitto delle colline del Brallo, come cinque partigiani, imprigionati a Varzi, fino all’ultimo respiro sadicamente picchiati da un kapo di lager, come il ribelle Teresio Olivelli, prigionieri ammanettati di filo spinato in una guerra in cui ciascuno ebbe in sorte il dover scegliere da che parte stare, come Anna Botto, antifascista, maestra a Vigevano, o Egisto Cagnoni, nato a Broni, socialista, cervello e cuore dalla prima disperata trincea allo squadrismo fascista degli anni 20, donne e uomini, giovani e vecchi, vennero deportati e trasmutati in numero.
Oppositori al nazifascismo o esclusi dal cerchio magico della “perfezione ariana”, portatori di “sangue debole o infetto”, così da dover essere estirpati dal mondo ad opera di volonterosi e convinti carnefici, nei lager ebbero strappata l’identità e la vita.


Le pietre da inciampo, echeggianti nella loro definizione il passaggio biblico che le nomina [1], saranno poste nei nostri selciati da Gunter Demnig, lo scultore che le ha ideate, nel gennaio 2018, là dove hanno vissuto le persone deportate.
Il loro nome e la loro storia, inquietamente, ci vincola al dovere di riconoscerci come uguali, noi che viviamo sullo stesso pianeta, l’uno imparando la lingua e la storia dell’altro.
La realizzazione del progetto è stata curata dal Comitato Pietre da Inciampo, presieduto da Marco Savini, con ANPI Provinciale, Associazione ex Deportati italiani, Anpi Vigevano, Anpi Broni, Anpi Varzi, con il patrocinio della Provincia di Pavia, dei Comuni coinvolti e di Camera del Lavoro.

Gunter Demnig sarà a Pavia, piazza Petrarca civico 32, il 18 gennaio, ore 17:00 per la pietra dedicata a Rosa Gaiaschi deportata su delazione con il figlio e il marito Mario Pettenghi, morto in lager; a Broni il 19 gennaio via Olivelli civico 48, alle ore 11:00 per quella dedicata a Egisto Cagnoni assassinato nella camera a gas di Harteim (Austria); a Varzi il 14 gennaio in piazza Umberto Primo civico 1, ore 9:00 per la posa di cinque pietre per i cinque partigiani catturati al Brallo; a Vigevano il 19 gennaio alle ore 9:00 in via del popolo civico 11 ultimo domicilio conosciuto di Anna Botto, le cui tracce si perdono alle soglie della baracca di Ravensbrück, data alle fiamme dalle SS nel novembre ‘44, e nell’atrio del liceo di via Cairoli civico 27 che vide studente Teresio Olivelli.

Noi, che a questo progetto abbiamo creduto e ci permettiamo di impiegare queste righe anche per ringraziare tutti i componenti del Comitato, prima di tutti Cristina Gaiaschi e Alessandra Magenes, vorremmo che le pietre da inciampo fossero l'esatto punto materiale in cui città diverse “che si succedono sopra lo stesso suolo, incomunicabili tra loro” (cit. Calvino, Le città invisibili) si incrociano, si conoscono, si riconoscono e, forse, cercano un nuovo linguaggio di umanità e pace.
Per dire, oggi, il nostro no ad ogni forma di razzismo xenofobo.


[ 1 ] Romani 9,32-33

32 Perché? Perché l'ha ricercata non per fede ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d'inciampo, 33 come è scritto:
«Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo
e una pietra di scandalo;
ma chi crede in lui non sarà deluso
».




domenica 22 gennaio 2017

"Arbeit macht frei"

Quando non si sente più nell'aria l'odore della polvere da sparo e della decomposizione dei corpi, quando anche gli ultimi testimoni giacciono nei cimiteri, le amnesie in qualche misura prendono il sopravvento, rovesciando in torpore il pezzo di memoria del nostro Paese fattivamente complice dell'orrore nazista.

“È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo” scrive Primo Levi: noi non possiamo lasciare che la memoria sia pietrificata in commemorazioni, troppo spesso viziate dalla retorica celebrativa e perfino assolutoria; sollecitiamo quindi la riflessione sugli accadimenti, oggi più che mai necessaria, quando il fascismo e il nazismo trovano nuovi spazi; e non solo nel moltiplicarsi di marce e sfilate e nelle sedi, ma nella indifferenza della coscienza e in una sorta di contagioso addormentamento della ragione sovrastata dal predominio della legge del mercato e della finanza.
Il programma di annientamento della popolazione ebraica, affiancato all’eliminazione di tutti gli esclusi dal cerchio magico della “razza” ariana, non fu il frutto malsano di un manipolo di folli criminali. I processi economici e sociali che svilupparono la spietata ed estrema miscela nazista sono piuttosto rintracciabili nell'ascesa dell'industria e della finanza tedesca, che, organicamente intrecciate al sistema di potere nazista, lanciarono, anche attraverso l’olocausto, la sfida estrema intesa al controllo totale del mercato mondiale.

La teorizzazione della superiorità della razza ariana è leggibile anche come l’aberrante sovrastruttura ideologica del più sofisticato e complesso programma di unificazione del mercato europeo sotto il tallone dell'imperialismo teutonico. Questo obiettivo necessitava di uno sforzo bellico e produttivo raggiungibile solo attraverso lo sfruttamento totale della forza lavoro e l'annichilimento della coscienza di classe e di qualsiasi organizzazione dei lavoratori.

Se le conquiste militari garantirono al Reich le materie prime, il fondamento ideologico della pax sociale nazista fu la “costruzione” di un nemico comune alla borghesia e ai lavoratori, uniti dall’aberrante principio della purezza del sangue ariano; condizione, questa, decifrabile come strumento idoneo a garantire al capitalismo sfrenato il pieno controllo dell'economia del Reich.

Per auto alimentarsi, il Reich nazista aveva necessità di materie prime a basso costo, capitali a costo zero e sfruttamento totale della manodopera. La macchina produttiva attinse quindi la forza lavoro nei ghetti e nei lager, completando in essi il processo di bestializzazione dei sub-umani, in una estremizzazione del modello schiavista. Nei campi, il numero degli internati crebbe proporzionalmente all'aumento dello sforzo bellico e dell'industria militare, assumendo crescente carattere di supporto produttivo alla economia bellica. Forse, nei campi, si realizzò anche il perverso sogno di una mano d’opera a costo zero, permanentemente disponibile sul luogo del lavoro e della morte; e questo sogno perverso trovò il suo coronamento nella scritta posta all’ingresso di Auschwitz “il lavoro rende liberi”.