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martedì 15 gennaio 2019

Il dovere della memoria


Pubblichiamo le riflessioni di Annalisa Alessio, vice presidente vicario ANPI Provinciale, in occasione della commemorazione dell'eccidio di Verretto, in cui vennero trucidati Ermanno Gabetta (32 anni, impiegato), Giovanni Mussini (42 anni, operaio), Ferruccio Luini (27 anni, operaio), Pietro Rota (23 anni, operaio).

Eccoli i nomi dei partigiani uccisi in queste campagne, pronunciati ora in questa sala: ne abbiamo conosciuto la storia, consegnata al futuro dalle pagine magistrali di Giulio Guderzo ne “L’altra guerra”.
Molti di noi avranno forse immaginato e quasi “sentito” dentro la testa il lacerante fragore delle 6 mitragliatrici Breda, dei 3 fucili mitragliatori e dei due mortai da 81 che posizionati ai posti di blocco sparano ogni due minuti come preliminarmente stabilito dal comando fascista.
Dopo 20 minuti di fuoco pesante si sarebbe aperto il rastrellamento, guidato da Arturo Bianchi e Fausto Pivari alla testa di oltre 200 camice nere, chiamate a raccolta da Voghera, Casteggio, Mede, Mortara, Vigevano, Stradella – sì dai paesi vicini perché questa è la guerra civile tra due Italie.
Molti di noi avranno forse immaginato la stilettata della morte inflitta nella fragile materia del corpo dei partigiani uccisi, e molti di noi avranno le loro facce raggelate per sempre in uno scatto fotografico.
Nelle immagini di chi è morto da partigiano, come canta la nostra antica Bella Ciao, oggi ritmata dalle combattenti kurde, è inscritta una domanda senza risposta, un interrogativo non risolto, ineludibile oggi sotto lo stesso immutabile cielo di allora.

martedì 20 novembre 2018

La prima repubblica partigiana


Kobariška republika, ovvero Repubblica di Caporetto, fu istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato.

In certe giornate autunnali le nebbie avvolgono il paesaggio e anche ciò che è conosciuto ci diventa impraticabile e non riusciamo a vedere a un palmo dal naso. Bisogna attendere che la nebbia si diradi, per effetto di condizioni più favorevoli, per poter avere la visione complessiva di ciò che ci circonda.
Lo stesso effetto chiarificatore assume la documentazione raccolta e pubblicata da Zdravko Likar sulla “Kobariška republika” (Repubblica di Caporetto). La Kobariška republika è un evento di grande rilievo per il Litorale sloveno e, oltre all’organizzazione militare, ne costituì elemento essenziale l’amministrazione civile, l’istituzione di scuole e ospedali. Fondamentale fu inoltre l’appoggio dato alla nascente Resistenza friulana.
Si tratta di un fatto sconosciuto al pubblico italiano, se non a livello locale e/o a singoli cultori, sul quale non si è mai voluto dare l’importanza che meriterebbe nel panorama resistenziale italiano. Le ragioni sono molteplici e da ricercare nei rapporti volutamente mantenuti tesi dal Governo centrale italiano, nel dopoguerra, sulla questione del “confine orientale”, argomento da spendere, e ancora ai giorni nostri accade, per motivi politico-ideologici; su un altro fronte a causa delle “gelosie” riguardanti la primogenitura del fenomeno resistenziale e ancora per motivazioni di carattere nazionalistico.
Fatti questi che, nell’ottica anche del sempre più stretto rapporto con i compagni sloveni dell’ZZB-NOB (l’Associazione dei Partigiani sloveni), le Anpi locali intendono divulgare al più ampio pubblico del resto d’Italia attivandosi per la traduzione dallo sloveno e per la pubblicazione di un libro di Zdavko Likar in Italia.
Vediamo, in poco spazio, gli elementi fondamentali che rendono questa storia interessante per il pubblico italiano e che determinano una sorta di rivoluzione, in senso storiografico, per quanto riguarda la storia del Movimento di Liberazione.


Innanzitutto dobbiamo fare una doverosa premessa riguardo al contesto spazio-temporale che dà rilievo alla vicenda della Kobariška republika.
All’indomani della vittoria della Triplice Intesa, il Regno d’Italia, dopo aver sacrificato sui fronti intere generazioni di italiani (in massima parte contadini) si apprestava a incassare il prezzo del proprio intervento in guerra, ribaltando le precedenti alleanze, spostando i propri confini nord orientali a nord annettendo il sud Tirolo (trattato di Saint-Germain en Laye, 10 settembre 1919) e a est (Trattato di Rapallo, 12 novembre 1920).
Queste due grandi aree geografiche erano – e sono – in gran parte popolate da popolazioni di lingua tedesca, slovena, croata.
L’opera “civilizzatrice” italiana non si fece attendere imponendo da subito l’abolizione delle scuole in lingua non italiana, la colonizzazione di ogni apparato, civile, militare e anche, con minori risultati, religioso (numerosi furono i prelati sloveni che orgogliosamente mantennero vivo, clandestinamente, l’insegnamento della lingua slovena) fino ad arrivare all’esproprio dei beni in favore di coloni italiani e al cambiamento coatto dei toponimi e dei nomi di persona arrivando anche a aberranti italianizzazioni.
Si può ben capire il motivo per il quale lo Stato italiano e il fascismo in particolare non fossero ben visti in queste zone. L’opposizione al regime trovò, fin da subito, alleati sul fronte cattolico, socialista e comunista. Non solo gli antifascisti italiani di queste zone (che conoscevano molto bene la realtà) ma anche altri antifascisti, complice anche l’istituto del Confino, entrarono in contatto con la realtà oppressiva del fascismo contro l’etnia “slava” (per i sud-tirolesi le cose “migliorarono” a seguito dell’alleanza tra Mussolini e Hitler).
L’istituzione di campi di internamento per civili sloveni e croati sparsi in più punti della penisola italiana, la creazione di reparti speciali del Regio esercito formati da “alloglotti” sloveni e croati, stanziati in zone depresse del Paese (Sardegna e isole minori, di fatto privi di armamento e dislocati lontano da casa con l’intento di togliere terreno alla forte resistenza partigiana) rendevano palese, anche alla popolazione, l’opera del regime.
L’aggressione, il 6 aprile 1941, da parte dell’Italia e delle altre potenze dell’Asse alla Jugoslavia, il suo smembramento e l’annessione al Regno d’Italia dell’intera provincia di Lubiana (tutti atti contrari al Diritto internazionale) inglobarono altri circa 350.000 sloveni nel territorio nazionale. La reazione jugoslava non si fece attendere e le prime formazioni partigiane armate fecero la loro comparsa. A queste, l’esercito italiano opponeva una strenua caccia e una politica di terra bruciata, con deportazione di civili, spoliazione di beni, incendi di villaggi. Si può quindi ben capire che alla capitolazione dell’Italia, l’8 settembre 1943, si determinò una reazione immediata e oltre all’entusiasmo della popolazione ci fu chi si organizzò per reagire, con le armi, alla imminente invasione nazista (caso emblematico è la Battaglia di Gorizia dove formazioni partigiane italiane e slovene, reparti dell’esercito italiano e popolazione civile si oppongono dall’11 al 26 settembre 1943 all’ingresso delle truppe tedesche).
La storiografia italiana indica come prima Repubblica partigiana in Italia quella di Maschito in provincia di Potenza istituita il 15 settembre 1943 e durata 20 giorni ma, stante la definizione dei confini nazionali in essere fino al 1947, la Kobariška republika, oltre ad essere molto più estesa e duratura in termini temporali, la precedette di qualche giorno e il suo territorio era interamente parte integrante dell’allora Regno d’Italia.
La Kobariška republika fu infatti istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato con dei confini definiti e presidiati dalle formazioni partigiane, con una capitale, Kobarid/Caporetto, con autorità politiche votate dai cittadini, con un suo sistema di giustizia, tre ospedali operativi sul territorio e con l’istituzione, per la prima volta dopo l’annessione italiana, di scuole slovene.
I confini della repubblica comprendevano le zone ad etnia slovena delle Valli di Resia, del Torre e del Natisone. L’obiettivo, per gli sloveni, era quello di ricomprendere questi territori nel Litorale sloveno (fu uno dei rari elementi d’attrito tra le formazioni partigiane italiane – che pur parteciparono alla Kobariška republika con una propria formazione – e slovene che più tardi, oltre a partecipare alla Liberazione della Zona Libera del Friuli orientale, dalla fine del 1944 fino alla Liberazione, si trovarono a combattere unite sotto il comando del IX Korpus jugoslavo).
Resta anche indicativo il fatto che le prime repubbliche partigiane d’Italia furono istituite da minoranze linguistiche all’interno dell’allora Regno d’Italia, quella slovena a Caporetto e quella arbëreshë a Maschito segno che verso questi cittadini “minoritari” la repressione fascista fu particolarmente dura.
Il fiorire, quasi un anno dopo, delle Repubbliche e delle Zone Libere nell’Italia del nord occupata dai nazi-fascisti, alimentato dalla prevista imminenza dell’“Offensiva d’inverno”, che avrebbe dovuto liberare definitivamente la penisola (smentita però poco dopo dal Proclama di Alexander), ha preso esempio e forza anche da queste prime luminose esperienze.

di Luciano Marcolini Provenza – Anpi Cividale del Friuli (Udine)

martedì 6 novembre 2018

Spezzeremo le reni alla Grecia


Abbiamo di cuore apprezzato le parole del Presidente della Repubblica che, presente in Grecia, il 28 ottobre ha ricordato la Resistenza della divisione Acqui che, di stanza a Corfù, nei giorni dell’otto settembre, non consegnò le armi, non si arrese ai tedeschi e, unanimemente d’intesa soldati e ufficiali, scelse di resistere fino al sacrificio della vita, rifiutando di combattere al fianco delle forze dell’Asse.
Sulla scia di questa memoria che segna uno degli episodi i più alti e significativi della Resistenza europea, non possiamo non tornare indietro di un passo, e ricordare al nostro Paese di tanto labile ed autoassolutoria memoria, che proprio il 28 ottobre (oggi festa nazionale greca) del 1940, sotto una pioggia diluviante, l'Italia fascista iniziava l'offensiva contro la Grecia, contando su una facile vittoria, e galvanizzata dal verbo del duce “spezzeremo le reni alla Grecia”.
Non solo non fu affatto così, ma la rimozione delle colpe belliche dell'Italia, potentemente costruita nel dopoguerra ed improntata a riversare ogni responsabilità sull'alleato dell’Asse, costruendo il mito del “buon italiano e del cattivo tedesco”, vincente e ben radicata nella narrazione pubblica egemonica, portò anche - anno 1953 - all'arresto e alla detenzione nella fortezza militare di Peschiera di Guido Aristarco, direttore della Rivista "Cinema Nuovo" e del redattore Renzo Renzi.
Entrambi saranno processati e condannati dal tribunale militare per vilipendio alle forze armate. Nella rubrica "Proposte per un film, L'armata S' Agapò" Renzo Renzi aveva infatti osato raccontare la verità del tutt'altro che onorevole comportamento degli italiani in Grecia, con episodi che andavano dalla fucilazione di ostaggi alla decisione di mandare la cavalleria al massacro, dal colossale giro di prostituzione, alla requisizione prepotente di beni alimentari.
L’indulgenza malsana della memoria collettiva e l’assenza di una “Norimberga italiana” certo non hanno aiutato né aiutano la costruzione di una democrazia salda e rigorosa, ma anzi riverberano oggi dei propri frutti malsani nel razzismo e nella xenofobia che abitano al nostro fianco.


Annalisa Alessio, ANPI Provinciale Pavia

venerdì 2 novembre 2018

Il valore di una medaglia

Proponiamo la lettura di un articolo pubblicato da Patria Indipendente, ringraziando Francesco Tessarolo per l'analisi che coinvolge Varzi e la Medaglia d'Oro al Valor Militare da poco riconosciutagli.


Roma e Varzi, la capitale italiana e una piccola città dell’Oltrepò pavese, decorate per la guerra di Liberazione con la massima onorificenza. Il conferimento nel luglio e nel settembre 2018. L’importanza e il significato attuale di un riconoscimento alla Resistenza militare e civile, meritato e a lungo atteso.

Abbiamo già dato notizia del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Roma e alla città di Varzi. Un’apposita commissione ministeriale ha valutato le domande di riconoscimento pervenute. Tale parere è stato poi inviato al ministro competente ed in ultima istanza al Presidente della Repubblica. Della commissione, oltre a Gianfranco Pagliarulo e Carlo Buscalferri, a nome dell’Anpi nazionale, faceva parte anche il professor Francesco Tessarolo, presidente nazionale della Federazione italiana Volontari della Libertà. A lui abbiamo chiesto questo articolo.


Nei giorni scorsi, il sito della Presidenza della Repubblica ha pubblicato le motivazioni delle due Medaglie d’Oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi (Pavia); la lettura delle rispettive motivazioni ci porta ai drammatici eventi che hanno contrassegnato la storia italiana nel corso degli ultimi venti mesi del secondo conflitto mondiale, ma anche a riflettere sul senso morale e civile dell’onorificenza attribuita (vedi In primo luogo, occorre riandare alla situazione che si era determinata in Italia all’indomani dell’8 settembre, giorno in cui venne comunicato l’armistizio: il sovrano e il governo Badoglio non avevano esitato a lasciare la Capitale ai tedeschi e il Paese nel caos; l’Esercito e l’Aeronautica erano allo sbando, disorientati da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci, talvolta contraddittori; la Marina fu costretta a raggiungere i porti dello stesso nemico contro cui aveva combattuto fino al giorno prima; la popolazione, in un primo momento ignara e festante, perché convinta dell’agognata fine della guerra, si ritrovò poi smarrita, disorientata, sconvolta. In questo vuoto di disposizioni, certezze, riferimenti, iniziò la Resistenza, nei grandi centri urbani come nei piccoli paesi, che a Roma si espresse subito nella difesa della città con la strenua battaglia di civili e militari a Porta San Paolo e poi nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana; subì i tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, il martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta; sopportò le più atroci torture nelle carceri di via Tasso e le più indiscriminate esecuzioni. La fiera popolazione della piccola Varzi sostenne le distruzioni subite, combatté le epiche battaglie del luglio e del settembre 1944 contro il nemico nazifascista.


Fu una Resistenza che sorse anche spontanea contro la dura occupazione straniera e il progetto nazista del “nuovo ordine europeo”, un progetto basato sull’oppressione e sulla schiavitù, sull’odio razziale e su un conformismo forzato e profondamente illiberale; un progetto esplicitamente condiviso dai fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”, che, dopo le prime settimane di smarrimento, si schierarono accanto ai tedeschi. Fu una Resistenza dalle molteplici forme, con la popolazione civile che aiutava i partigiani e nascondeva ricercati, ebrei e prigionieri alleati, con gli internati militari italiani che, a più riprese, rifiutarono il cibo e le condizioni migliori proposte dai tedeschi, con i tanti giovani che, con armamento insufficiente e in situazioni difficili, seppero infliggere gravi colpi alla stessa Wehrmacht.
È indubbio che la Resistenza armata abbia avuto un ruolo importante nella vittoria alleata, tuttavia, a distanza di oltre settant’anni dalle stragi, dai rastrellamenti, dalle rappresaglie che segnarono la guerra di Liberazione, oltre agli aspetti militari, credo sia giunto il momento di dare il giusto rilievo proprio alla dimensione morale e ideale della Resistenza italiana, una dimensione che accomunò tutte le diverse culture politiche delle formazioni partigiane: sia quelle comuniste che quelle socialiste e quelle ispirate al partito d’azione, sia quelle liberali che le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche. Pur tra mille difficoltà, tutte le formazioni partigiane avevano ben compreso come prima del dibattito democratico, segnato da inevitabili e necessarie divergenze, occorresse rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, quei vincoli che il comandante piemontese Enrico Martini Mauri così riassumeva: “Certo, durante i periodi di relativa quiete sui monti, erano sempre i progetti di un’Italia più bella, quelli che occupavano le menti dei partigiani”; quei vincoli che Nino Bressan, figura di spicco della Resistenza cattolica vicentina, ebbe a ricordare in questi termini: “Nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra e al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione”.

Le due Medaglie d’Oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi ci portano quindi a riflettere sull’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, come singoli e come comunità; un’idea che deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche oggi: in momenti nei quali appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato e al tornaconto immediato assunti come unici criteri di riferimento, in una fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette e miopi, sorrette solo dalla ricerca esasperata di un facile ed immediato consenso. Riflettere sulle medaglie d’oro conferite alla Capitale e a una piccola cittadina dell’Oltrepò pavese, rievocare oggi le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica Italiana, significa uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte collettive e quelle individuali, significa ritrovare il coraggio di riaffermare e tutelare sempre quella dimensione etica e ideale, quel futuro comune e condiviso che portò alla nascita della Repubblica e fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita.
Francesco Tessarolo, presidente della Fivl


sabato 27 ottobre 2018

V Edizione concorso "Alla scoperta della Resistenza" - Coltivare la Memoria per coltivare il futuro.

Giunto ormai alla sua V edizione, anche quest'anno è bandito il concorso "Alla scoperta della Resistenza", promosso dalla sezione ANPI di Varzi col patrocinio del Comitato Provinciale di Pavia. 

Il concorso, avente per tema “COLTIVARE LA MEMORIA PER COLTIVARE IL FUTURO” è un invito a tener viva la Memoria collettiva del Territorio che custodisce luoghi, ricordi di persone, storie della Resistenza, che corrono il rischio di essere dimenticati.
Numerosi sono i segni del passato che, nel Territorio, parlano di una Memoria resistenziale coltivata dalla popolazione locale, ma che potrebbe essere perduta, senza il continuo esercizio e il coinvolgimento attivo, interessato dei giovani.
“COLTIVARE LA MEMORIA” è importante, perché scoprire e ricordare i luoghi, i segni, le persone, le azioni della Resistenza facilitano la comprensione e l’approfondimento di un movimento storico, che ha dato origine alla libertà, alla democrazia, alla Costituzione del nostro Paese, valori d’importanza vitale da non perdere, da difendere continuamente, per garantire un FUTURO senza più ingiustizie, soprusi, violenze.
Ieri come oggi e sempre c’è bisogno di Resistenza. Non dimentichiamo questa parola:
RESISTENZA

Avete tempo fino al 25 aprile 2019 per inviare i vostri elaborati nella forma preferita (saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, video, fumetti, espressioni pittoriche), sugli esercizi compiuti per praticare la Memoria della Resistenza, seguendo le modalità indicate nel bando disponibile a questo link:
https://drive.google.com/file/d/1tvDjAijd7-5bhqqsymkvWpYeLeDbUcud/view?usp=sharing







lunedì 23 aprile 2018

Bar Cerere, luogo di ritrovo degli antifascisti della città.

Posata il 18 aprile scorso, in via Mentana 43, a Pavia, la targa dedicata agli antifascisti membri del CLN di Pavia che qui si ritrovarono durante i primi mesi della lotta di Liberazione.
Riportiamo le parole di Annalisa Alessio in occasione dell'inaugurazione.


Ringrazio tutti i presenti, il sindaco di Pavia, l’assessore Galazzo, il Presidente Camera Commercio e il funzionario del Comune che ha collaborato con noi per la posa di questa targa che dedichiamo oggi ai componenti del Comitato di Liberazione antifascista di Pavia.
Mentre raccoglievo le idee mi è venuto alla mente un passaggio delle Città invisibili, là dove Calvino scrive “La città non dice il suo passatocosì accade che città diverse si succedano sopra lo stesso suolo, nascano e muoiano senza essersi conosciute, restando incomunicabili tra loro”.

Il senso del percorso avviato da ANPI Pavia sta tutto qui: il nostro è il tentativo di riannodare passato e presente; di sanare la frattura tra il nostro ieri e il nostro oggi svuotato di valori e povero di memoria. Siamo infatti convinti che la memoria, se vissuta come fatto collettivo e corale, possa sprigionare una piccola scintilla, che ci prende per mano e ci aiuta a capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere per il futuro, se gli indifferenti che assistono alla tragedia del mondo o gli uomini di buona volontà, capaci di intelligenza e ragione, di pronunciare una laica parola di pace e di solidarietà civile.

La memoria collettiva può sprigionare una piccola scintilla che magari può aiutarci a capire perché in questo Paese, proprio in questo Paese, il fascismo si sia fatto tana, forte di un consenso di massa; fino a capire come mai oggi un nuovo fascismo, non quello sgangherato dei banchetti e dei saluti romani, ma quello affondato nel revisionismo, nella indifferenza, nella equidistanza della memoria tra caduti dall’una e dall’altra parte nei venti mesi di guerra civile, nel razzismo e nella xenofobia, continui a trovare consenso, più o meno espresso, anche tra i banchi del parlamento della Repubblica.

Abbiamo iniziato questo percorso di ritessitura dei fili strappati dell’antifascismo, interpretandolo prima di tutto come scelta etica, e riscossa morale dall’acquiescenza servile al più forte, già dal 2015: la sezione Onorina Pesce, che è qui con noi oggi, ha pubblicato grazie anche al sostegno del Comune di Pavia le cartine della libertà, una rilettura della nostra toponomastica, così da individuare, sotto la mappa di Pavia, il reticolo nascosto che ci racconta “cosa” è stata e “perché” è stata la Resistenza, e ci dice della scelta estrema di chi pronunciò il no inflessibile dell’uomo libero e giusto contro la dittatura.

Il nostro percorso si è sviluppato poi con la posa della prima pietra da inciampo pavese, che, secondo le linee del progetto europeo dello scultore che le ha inventate, restituisce il nome a chi ebbe il nome e, spesso, la vita strappata nel gorgo dello sterminio.
Riproporremo il progetto delle pietre da inciampo anche per il 2019, e per il 2019, proporremo la valorizzazione di altri luoghi della memoria da piazza Botta, dove aveva sede una tipografia clandestina resistente, alla Clinica Mondino, luogo di incontro delle prime cellule antifasciste.

In questo contesto, inauguriamo oggi questa piccola targa. Qui dove noi siamo oggi, su questo stesso selciato sul quale noi camminiamo, nei primissimi mesi della lotta di liberazione, gli uomini, giovani, quasi ragazzi, dell’antifascismo pavese si davano ritrovo clandestino per combattere il fascismo, sfidando la polizia fascista di Salò, e la fitta rete delatoria costruita attorno ad essa.

Alberti Lorenzo, esercente, Belli Ferruccio, impiegato, Magenes Enrico, studente, Luigi Brusaioli, impiegato, Balconi Angelo impiegato: i loro nomi figurano in questo ordine nel verbale di denuncia dell’Ufficio della Polizia Investigativa della Guardia Nazionale repubblicana di Salò che – cito sempre il verbale – “avuto sentore che presso il Bar Cerere si radunavano elementi anti nazionali” il 9 dicembre ’44 diede inizio alla retata. Gli arresti spezzano le ossa del CLN di Pavia, e luglio ‘44 allineano verso la deportazione i resistenti pavesi, non prima di aver torturato duramente uno di loro, Ferruccio Belli, che venne esposto nudo e bagnato al gelo del gennaio ’44, perché facesse i nomi dei suoi compagni di lotta.

Mentre rendiamo il nostro abbraccio ai resistenti pavesi, una sola cosa voglio aggiungere, un solo interrogativo: il Paese e il mondo che abitiamo è quello immaginato al di là dell’orizzonte del filo spinato da chi è stato carcerato e deportato?

Questa è la domanda che deve forzare il muro di indifferenza del presente e che, guardandoci dentro, dobbiamo porre a noi stessi, chiedendoci se il nostro silenzio o la nostra indifferenza non sia oggi complice di una nuova barbarie che vede riverso su una spiaggia un bambino di tre anni a nome Alain Kurdi, mentre i bombardamenti dell’Occidente, che hanno come unica posta un barile di petrolio, mandano a morte mille altri bambini come lui.


martedì 13 marzo 2018

Il 25 aprile di Ada Gobetti


24 aprile 1945 []giunta a casa diedi la notizia a Ettore e Paolo e anche alla fedele Espedita, che si mise subito a tinger di rosso panni e tendine, per farne delle bandiere. E quando vidi appesa ad asciugare in cucina, uscita appena dalle mani di Ettore, la rossa bandiera di Giustizia e Libertà, piansi di commozione”
E’ Ada Prospero - di cui ricorre quest’anno, il 14 marzo, il cinquantesimo anniversario della morte - a scrivere queste parole nel suo “Diario Partigiano”: le sue lacrime suggellano l’incip della nuova stagione: una infinita scommessa sul nuovo mondo che poteva essere all’indomani della Liberazione.
Sulle spalle di Ada grava il lutto che, diciannove anni prima, l’ha colpita, portandole via l’amore della giovinezza, il marito Piero Gobetti. A segnare la continuità degli ideali e del radicale antifascismo etico che la univa a Gobetti, Ada, da donna libera,  sceglierà di conservarne per sempre il cognome, affiancandolo poi a quello del secondo marito, l’ingegnere Marchesini.
Laureata da poco in Filosofia teoretica a Torino, Ada partorisce un bambino che conoscerà il padre solo dai racconti. Perché Paolo ha due mesi quando Piero Gobetti, rifugiato in Francia già sofferente, e provato dalle brutali aggressione squadriste, muore.
E’ il febbraio 1926, e il fascismo sembra voler durare all’infinito.
Ada confiderà solo all’amica, e compagna di lotta antifascista, Bianca Guidetti Serra la ferocia del proprio dolore. Accadrà nell’inverno 1943-1944, quando nascoste e angosciate dalla paura di essere ammazzate dai tedeschi, nell’ombra che impedisce alle due donne di guardarsi in viso, Ada sussurrò che la morte di Piero l’aveva precipitata per lungo tempo “nel buio”.
Ada stringerà i denti, affronterà la vita, crescerà Paolo, farà la sua scelta da donna libera: sarà tra i fondatori del Partito di Azione, commissario politico della IV Divisione GL «Stellina» in Val di Susa, trasformerà la sua casa di Torino e di quella di Meana in punto di incontro e luogo di rifugio di partigiani e antifascisti, con la portinaia Espedita Martinoli a vegliare nel caso di controlli della polizia. Organizzatrice dei gruppi di donne resistenti, che avranno parte attiva nella liberazione di Torino, Ada terrà silente nel cuore il terrore per la sorte di Paolo che, diciotto anni non ancora compiuti, è partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà  le Valli piemontesi.
Traduttrice, insegnante, scrittrice, giornalista, membro del Consiglio nazionale dell’Anpi nel ’46, impegnata attivamente in politica – è vice-sindaco di Torino subito dopo la Liberazione e iscritta al PCI nel ’56 - Ada ci ha lasciato il suo Diario partigiano, una delle testimonianze più alte della quotidianità di una donna resistente.
Ada, che non trattiene il pianto liberatorio nel giorno della Liberazione della sua città, quasi da subito, anno 1949, sente tutto il rischio del ritorno alla quieta indifferenza e alla normalizzazione dell’antifascismo, imbalsamato in liturgia nazionale piuttosto che declinato in democrazia militante.
Forse avrebbe potuto scriverle Piero Gobetti, queste parole; ma è Ada, donna libera e coraggiosa, a farlo – anno 1949: “… si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi…per non abbandonarci alla comoda esaltazione d’ideali per tanto tempo vagheggiati… di non lasciare che si spegnesse nell’aria morta di una normalità solo apparentemente riconquistata quella piccola fiamma di umanità solidale e fraterna che avevamo visto nascere il 10 settembre e per venti mesi ci aveva sostenuti e guidati”.
Questa esigenza di ricominciare da sé stessi, interrogandoci sul significato del nostro essere antifascisti, è la stessa che sentiamo anche noi oggi, nell’imminenza di un 25 aprile che non vogliamo lasciare alla retorica resistenziale.

Riflessioni di Annalisa Alessio e Mario Albrigoni, Anpi Provinciale Pavia




sabato 20 gennaio 2018

Una pietra per Rosa


Una pagina del passato torna a vivere nelle nostre città. Viene inscritta nel selciato stradale affinché tutti coloro che passano tornino a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, in un intreccio di generazioni e spazi differenti.

Gunter Demnig, ideatore delle Stolpersteine, le Pietre d'inciampo, ha posato la prima pietra a Pavia. Questa pietra restituisce il nome, strappato durante la prigionia, a Rosa Gaiaschi Pettenghi, antifascista, catturata dalle camice nere su delazione in piazza Petrarca al civico 32, nella casa in cui abitava con il marito e il figlio, fu internata e deportata in lager a Ravensbrück. Con essa, Pavia partecipa alla costruzione di un monumento diffuso, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee.

Con questo video, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti e coloro che hanno collaborato con il Comitato promotore del Progetto Pietre di inciampo della Provincia di Pavia.


lunedì 6 novembre 2017

Concorso "Alla scoperta della Resistenza"

La sezione ANPI di Varzi indice per l'anno 2018 il concorso “Alla scoperta della Resistenza”, avente per tema «Esercizi di Memoria». L'iniziativa, giunta ormai alla sua quarta edizione, vede ogni anno un significativo incremento di adesioni, con la partecipazione di autori, sia studenti sia adulti, provenienti da tutto il territorio nazionale.
Attraverso i concorsi precedenti si è anche avuto modo di portare alla cronaca luoghi e fatti locali dimenticati, come la “Casa del Partigiano”, sul monte Crocetta, sovrastante Nivione di Varzi, e per anni ignorata; luogo da cui mosse la spedizione partigiana del 18 settembre 1944, al comando di Primula Rossa, che portò alla liberazione di Varzi dall'occupazione nazi-fascista.
Nella nuova edizione, i partecipanti saranno impegnati, attraverso i loro elaborati prodotti in forma di saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, in formato DVD, fumetti, espressioni pittoriche, ecc. a mantenere viva la Memoria collettiva, per mezzo di rappresentazioni di luoghi, azioni e storie della Resistenza che rischiano di andare perduti.
Le indicazioni circa le modalità di partecipazione sono consultabili sul sito concorsiletterari.it alla pagina dedicata al nostro concorso.



venerdì 13 ottobre 2017

Dalla memoria partigiana al presente antifascista

La memoria partigiana non rappresenta per noi l’armamentario della nostalgia; né si incarna in rituali retorici, ammantati di generici osanna alla libertà conquistata. La memoria partigiana viva e autentica impegna piuttosto la nostra Associazione a declinare nell’antifascismo la norma prima, e fondante, della Costituzione che – anno 1948 – scrive il riscatto del nostro Paese da una dittatura cresciuta al nostro stesso interno. Lo vediamo dilagare, il fascismo del nostro tempo; trovare spazi nelle nostre città, in un troppo diffuso laissez faire delle istituzioni; trovare eco in una inquietante equidistanza tra fascismo ed antifascismo che, a nostro avviso, ben descrive il sonnambulismo della ragione; e prendere la parola in ragione del “diritto di parola”, esteso anche a coloro i quali la libertà di parola l’hanno negata e ammazzata.
Ne sappiamo l’origine lontana nella ricostituzione, dicembre 1946, in partito parlamentare, utile alla vocazione antipopolare dei governi degli anni ’50. Ne ricordiamo la matrice stragista degli anni 70 e l’intreccio con pezzi di Stato deviati.
Oggi, in questo tempo sbandato, ci chiediamo se questo fascismo ancora non sia, almeno in alcune sue componenti, la traduzione xenofoba, rozza e imbarbarita di una trascuratezza etica, di una indifferenza amorale che, come scriveva Piero Gobetti, sta annidata nel profondo del sentire di questo nostro Paese. Un Paese, il nostro, che, non solo mai conobbe l’equivalente del processo di Norimberga, ma, frenato il vento del nord, e assenti i provvedimenti di epurazione nei corpi dello Stato, alimentò, anzi, nei decenni una memoria filistea, ampiamente auto assolutoria capace di produrre grandi architetture revisioniste che oggi riacquistano particolare baldanza.

Identità, nazionalità, cristianità sono alcune delle parole d’ordine del fascismo del III millennio. Cosa c’è dietro queste parole. Quali sono i grandi interrogativi sociali cui il nuovo fascismo, nel balbettio di una democrazia contratta e minimalista, va fornendo le proprie risposte. Di quali fonti di finanziamento godono le mille sigle che lo identificano. Quali facce lo travestono e quali nomi lo incarnano.
Ne parleremo sabato 14 ottobre h. 21 ( Sala Vanzati Camera Lavoro Pavia) con Saverio Ferrari responsabile Osservatorio Democratico Nuove Destre, con Marinella Mandelli Comitato Lombardo Antifascista e Roberto Cenati Presidente Anpi Provinciale Milano. La iniziativa è patrocinata da CGIL.

martedì 3 ottobre 2017

Inciampare per non dimenticare

Se la memoria dei singoli è fragile come sabbia, la memoria collettiva di una città è pesante, inscritta in materia destinata a rimanere, attraverso il tempo allacciando dall’una all’altra diverse e distanti generazioni.
Per questo, scriveremo una pagina del passato delle nostre città, e di alcuni che le hanno abitate, nelle “Stolpersteine”.
Nelle città d’Europa, da Colonia a Berlino, da Torino a Venezia, le pietre da inciampo affiorano dal selciato, quasi a trattenere il passo di chi è distratto; e il leggero chiarore della lastra di ottone, che le ricopre e reca inciso il nome di quanti ebbero la propria identità cancellata nel gorgo dello sterminio, è una dichiarata stilettata alla supina indifferenza di chi ha dimenticato o rimosso quello che è stato.

Traditi da chi credevano amico, come Rosa Gaiaschi di Pavia;
inseguiti e rastrellati nel fitto delle colline del Brallo, come cinque partigiani, imprigionati a Varzi, fino all’ultimo respiro sadicamente picchiati da un kapo di lager, come il ribelle Teresio Olivelli, prigionieri ammanettati di filo spinato in una guerra in cui ciascuno ebbe in sorte il dover scegliere da che parte stare, come Anna Botto, antifascista, maestra a Vigevano, o Egisto Cagnoni, nato a Broni, socialista, cervello e cuore dalla prima disperata trincea allo squadrismo fascista degli anni 20, donne e uomini, giovani e vecchi, vennero deportati e trasmutati in numero.
Oppositori al nazifascismo o esclusi dal cerchio magico della “perfezione ariana”, portatori di “sangue debole o infetto”, così da dover essere estirpati dal mondo ad opera di volonterosi e convinti carnefici, nei lager ebbero strappata l’identità e la vita.


Le pietre da inciampo, echeggianti nella loro definizione il passaggio biblico che le nomina [1], saranno poste nei nostri selciati da Gunter Demnig, lo scultore che le ha ideate, nel gennaio 2018, là dove hanno vissuto le persone deportate.
Il loro nome e la loro storia, inquietamente, ci vincola al dovere di riconoscerci come uguali, noi che viviamo sullo stesso pianeta, l’uno imparando la lingua e la storia dell’altro.
La realizzazione del progetto è stata curata dal Comitato Pietre da Inciampo, presieduto da Marco Savini, con ANPI Provinciale, Associazione ex Deportati italiani, Anpi Vigevano, Anpi Broni, Anpi Varzi, con il patrocinio della Provincia di Pavia, dei Comuni coinvolti e di Camera del Lavoro.

Gunter Demnig sarà a Pavia, piazza Petrarca civico 32, il 18 gennaio, ore 17:00 per la pietra dedicata a Rosa Gaiaschi deportata su delazione con il figlio e il marito Mario Pettenghi, morto in lager; a Broni il 19 gennaio via Olivelli civico 48, alle ore 11:00 per quella dedicata a Egisto Cagnoni assassinato nella camera a gas di Harteim (Austria); a Varzi il 14 gennaio in piazza Umberto Primo civico 1, ore 9:00 per la posa di cinque pietre per i cinque partigiani catturati al Brallo; a Vigevano il 19 gennaio alle ore 9:00 in via del popolo civico 11 ultimo domicilio conosciuto di Anna Botto, le cui tracce si perdono alle soglie della baracca di Ravensbrück, data alle fiamme dalle SS nel novembre ‘44, e nell’atrio del liceo di via Cairoli civico 27 che vide studente Teresio Olivelli.

Noi, che a questo progetto abbiamo creduto e ci permettiamo di impiegare queste righe anche per ringraziare tutti i componenti del Comitato, prima di tutti Cristina Gaiaschi e Alessandra Magenes, vorremmo che le pietre da inciampo fossero l'esatto punto materiale in cui città diverse “che si succedono sopra lo stesso suolo, incomunicabili tra loro” (cit. Calvino, Le città invisibili) si incrociano, si conoscono, si riconoscono e, forse, cercano un nuovo linguaggio di umanità e pace.
Per dire, oggi, il nostro no ad ogni forma di razzismo xenofobo.


[ 1 ] Romani 9,32-33

32 Perché? Perché l'ha ricercata non per fede ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d'inciampo, 33 come è scritto:
«Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo
e una pietra di scandalo;
ma chi crede in lui non sarà deluso
».




mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

Da 57 anni Reggio Emilia, con l’Anpi, la Cgil e i familiari dei Caduti chiede giustizia. Continuerete a farlo?
Certamente, la città intera e le famiglie ne furono completamente sconvolte. Dopo la morte di Ovidio, anche mio padre scelse di non vivere più, provato dall’ingiustizia subita. Avevamo tanti progetti e sogni, tutto cancellato, annientato.
Ovidio Franchi
Con Ovidio eravate in piazza il 7 luglio, lui era il primogenito…
Aveva 19 anni, quattordici mesi più di me, era operaio come nostro padre, studiava da disegnatore meccanico e andava molto bene a scuola. Coltivava tanti interessi ed era anche molto impegnato nella politica. Una tradizione di famiglia. Era segretario del circolo Cirenaica della Fgci, a Campo Volo, un quartiere di operai. Pensavamo bisognasse opporsi al governo Tambroni con gli strumenti della democrazia, scendendo in piazza. Così è stato, pur con la scia di morti e feriti. Da parte dei giovani fu una modalità di partecipazione forte e spontanea. Molti dei loro genitori dovevano raggiungerli alla manifestazione. Nostro padre però vi arrivò quando Ovidio era già morto.
La mobilitazione era stata corale e popolare…
Reggio Emilia conta 650 Caduti per lotta di Liberazione. Nel 1960, a soli 15 anni dalla fine della guerra, il governo del democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dal determinante appoggio di tre deputati del Msi, rappresentava un’offesa alla Resistenza. Tant’è che immediatamente tre ministri Dc si dimisero: uno di loro, Giorgio Bo, era stato partigiano. Era intollerabile il ritorno al potere di una forza politica chiaramente fascista. A Genova la mobilitazione antifascista, popolare, aveva vinto nel rifiutare il congresso missino, ma che ci fosse una svolta autoritaria era evidente: il giorno prima, a Roma, la polizia a cavallo aveva caricato i manifestanti, parlamentari e partigiani compresi. Quel governo è stato il primo grande errore storico della Repubblica. La Cgil aveva indetto uno sciopero generale di 12 ore e una manifestazione. I giovani vi parteciparono portando le magliette a strisce, che allora andavano di moda e costavano poco, le vendevano gli ambulanti. Anche Ovidio ne indossava una.
Quale fu la dinamica dei fatti?
Alle 16,20 eravamo in attesa di entrare alla Sala Verdi, dove si sarebbe tenuta l’unica iniziativa autorizzata. 600 posti appena. Ci trovavamo a 300 metri quando un’auto del sindacato con l’altoparlante ci avvisò dell’altissima adesione allo sciopero e delle migliaia di manifestanti che stavano scendendo in piazza. Molti operai portavano fiori ai monumenti ai Caduti partigiani. Noi seguimmo la vettura della Camera del lavoro, promuovendo di fatto un breve corteo. È scoppiato il finimondo: polizia e carabinieri ci hanno caricato con idranti, lacrimogeni e sfollagente, i caroselli delle camionette di polizia e carabinieri tentavano di investirci. Per ripararci, ci siamo diretti con altre centinaia di compagni verso la chiesa di San Francesco, che frequentavo perché vi giocavo a calcio e sapevo aperta sempre fino a tarda sera. A casa Franchi eravamo comunisti, ma tutti molto religiosi. Invece, con grandissima incredulità trovammo il portone sbarrato. Lauro Farioli, operaio di 22 anni, e il partigiano Mario Serri morirono proprio sui gradini del sagrato. Le pietre d’inciampo poste in memoria dei Caduti del 7 luglio sono un atto d’accusa. Non sappiamo se ci fu un direttiva precisa nel chiudere l’accesso, di certo fu un comportamento poco cristiano. Il Vescovato non l’ha mai ammesso, né tantomeno ha mai chiesto scusa. Neppure in quest’ultima ricorrenza.
Quando fu colpito Ovidio?
Provammo a cercare rifugio verso l’Isolato di San Rocco. Nella confusione persi di vista mio fratello. Poi il ferimento a morte. Perse la vita anche il partigiano Emilio Reverberi. Un altro partigiano, Afro Tondelli, cadde ai giardini pubblici vicino al Teatro municipale. Fu una strage di Stato.
Si aprì un’inchiesta e poi un processo sulle responsabilità di quei morti?
È la domanda che mi rivolgono sempre gli studenti, anche stranieri. L’Istituto storico della Resistenza di Reggio Emilia, l’Istoreco, promuove ogni due mesi degli incontri. Dall’Università di Berlino vi partecipano numerosissimi, mostro loro i luoghi dell’eccidio. Un processo si tenne, spostato a Milano per legittima suspicione. Per sette mesi i familiari fecero i pendolari per presiedere alle udienze; dal dicembre 1963 al 4 luglio ‘64 partivamo ogni mattina alle 5 e arrivavamo in tribunale alle 9; il Consiglio federativo della Resistenza e la Cgil con la solidarietà economica dei lavoratori avevano affittato un pullman dell’azienda trasporti cittadina. I due unici imputati vennero assolti: il vice questore, Giulio Cafari Panico, per “non aver commesso il fatto”, e l’agente di polizia Orlando Celani per “insufficienza di prove”. Eppure c’è una fotografia che lo ritrae in ginocchio mentre spara a Tondelli. Lo scatto non è nitido, allora forse non c’erano i mezzi tecnici di oggi. Ma di recente, per ben due volte, le richieste dell’Anpi con l’avvocato Ernesto D’Andrea, di riaprire il processo e ottenerne la revisione sono state archiviate dalla magistratura di Brescia.
Andrete avanti però…
Si sparò ad altezza d’uomo, in totale 500 colpi, è il numero accertato. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di quanto accadde. I nostri genitori e il mondo democratico di allora pensavano semplicemente di avere almeno un diritto sancito dalla Costituzione: manifestare in piazza democraticamente, scioperare e dimostrare pacificamente. Invece venne punita la città di Reggio Emilia, per la sua storia antifascista, i fratelli Cervi, la Resistenza. Purtroppo manca ancora la volontà politica in Italia di stabilire una verità giudiziaria. Per quest’ultimo anniversario, l’Anpi e la Camera del lavoro di Reggio Emilia, insieme al Comitato delle celebrazioni del 7 luglio, di cui fanno parte anche i familiari delle vittime, volevano incaricare di una nuova richiesta di revisione Giuliano Pisapia, che è avvocato del foro di Milano. Non si è riusciti, purtroppo.
Quindi ritenete ci siano elementi per nuovi procedimenti penali?
Noi continuiamo a raccogliere prove e testimonianze, non ci arrendiamo. È una ferita aperta. Negli archivi del ministero dell’Interno, desecretati, ci sono solo documenti su aspetti penalmente non perseguibili, gli altri sono spariti. All’epoca, alcuni agenti di polizia testimoniarono della paura di molti loro colleghi e affermarono pubblicamente e spontaneamente di aver rifiutato di eseguire gli ordini dei comandi. Erano universitari arruolatisi per pagarsi gli studi. In aula, vennero zittiti. Il film “Il sole contro” del regista Giuliano Bugani ha raccolto elementi inediti e importanti. Faccio parte dell’Anpi di Reggio Emilia, che col suo Presidente, Ermete Fiaccadori, sta proseguendo a cercare e mettere insieme nuovi materiali. La circolare con l’ordine di colpire i manifestanti deve saltar fuori.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it



venerdì 23 giugno 2017

Oltre il muro

Può essere una qualunque città, in qualsiasi posto, nell'universalità del dove, il luogo in cui la complessità e il caos della realtà si fanno barbarie. Spesso la si accetta, la barbarie, e se ne diventa parte fino a non riconoscerla più.

Nella città dove siamo arrivati, nel punto in cui rotatorie, semafori e condomini, cedono il passo alla sopravvissuta campagna, ci siamo imbattuti in un possente muro di cinta ad una villa che immaginiamo essere signorile.
Avvicinandoci con qualche curiosità alla potente altezza del muro abbiamo visto, su di esso affissa, macilenta, una lapide recante un nome e la scritta “caduto per la libertà, estate 1944”.
Non conoscendo la città né le abitudini dei suoi abitanti, ci siamo stupiti che nemmeno un fiore fosse posto in memoria dell’ucciso, così che almeno un colore spezzasse la fissità glaciale del muro, ricordando il sacrificio di una vita per un bene che, venendo noi da altrove, crediamo essere collettivo: la libertà.

Un uomo già anziano, con un cane dorato scorrazzante accanto al suo passo, a noi che domandavamo ragioni di questa indifferente barbarie, ci ha detto: “ il fucilato era un padre. Facendosi avanti tra neri soldati che battevano la campagna cercando i ribelli nella lotta anche qui combattuta per la dignità e il riscatto dell’uomo, contro la dittatura, il padre è stato ammanettato, gettato a terra ed ammazzato. Suo figlio, il ribelle, riuscì a fuggire. Forse ha trovato la morte ad attenderlo lontano da qui; forse è in un luogo remoto, ancora in attesa di una alba libera e giusta”.
E allora, chiedemmo noi smarriti, perché nemmeno un fiore – una margherita, un papavero, un qualunque fiore di campo?
Il vecchio era già lontano, con gli occhi attenti a seguire la corsa di un cane felice.
Da noi abbiamo cercato risposta.
Ci siamo detti che forse, in questa città, la proprietà di un muro e di ciò che il muro circonda vince sulla vita e sulla memoria del suo sacrificio.




mercoledì 21 giugno 2017

La Resistenza nel museo di Carpasio

Pubblichiamo con piacere il resoconto del viaggio a Carpasio organizzato dalla sezione ANPI di Voghera, e della serata che la sezione iriense ha dedicato alla proiezione del documentario sulla vita di Anton Ukmar "Miro". Ringraziando i compagni vogheresi per la condivisione, auguriamo una piacevole lettura.

Sabato 10 giugno, una delegazione della sezione Anpi di Voghera, ha visitato il Museo della Resistenza di Carpasio, provincia di Imperia, un luogo carico di testimonianze e suggestioni, con una sosta presso la sede dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea.
Il viaggio ha consentito di riannodare il filo della memoria sul nostro concittadino Carlo Montagna “Milan”, sepolto nel Sacrario partigiano del cimitero di Voghera, prestigioso comandante della IV brigata “Elsio Guarrini”, nella II Divisone garibaldina “Felice Cascione”, protagonista di numerose azioni, fra tutte l’assalto al carcere di Oneglia, caduto il 17 gennaio 1945 nei pressi di Villatalla nel Comune di Prelà.
La lotta partigiana della I Zona ligure ha visto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al VM alla provincia di Imperia, ed è conosciuta anche per la figura leggendaria di Felice Cascione (l’autore della famosa “Fischia il vento”, M.O. al Valor Militare) e per altri protagonisti come Ivar Oddone “Kimi” – che fu Commissario prima della IV Brigata “Elsio Guarrini” di “Milan” e poi della II Divis. Garibaldi “Felice Cascione”- il comandante Giuseppe Vittorio Guglielmo “Vittò” e Sergio Grignolio. Tutti tratteggiati - Kim, Ferriera e Lupo Rosso - dal partigiano Italo Calvino in quello che resta uno dei racconti più belli e intensi sulla Resistenza, “Il sentiero dei nidi di ragno”.

La figura di “Milan” è ricordata ancora con affetto. Ne hanno dato testimonianza due partigiani ultranovantenni – Carlo Trucco “Girasole”, che fu il primo a incontrare Montagna dopo la sua fuga dal campo di prigionia di Vallecrosia e Vincenzo Ansaldo “Saetta”, uno dei costruttori del Museo di Carpasio – con i quali la delegazione ha condiviso il pranzo presso la struttura, per poi recarsi al monumento nella frazione di Villatalla, dove tra le lapidi che ricordano i numerosi partigiani caduti trova posto il nome di Carlo Montagna.

Gli incontri svolti hanno rappresentato l’avvio di un rapporto di collaborazione con la sezione di Imperia – Porto Maurizio, attraverso il Presidente Rinaldo Paglieri e la vice Carmela Lanzo, oltre alla disponibilità di acquisire materiali presso l’Istituto, espressa dal presidente Giuseppe Rainisio, al fine di ricostruire le vicende drammatiche che hanno portato “Milan” da Voghera alla scelta partigiana nella I Zona ligure: scelta condotta fino in fondo, con il sacrificio della vita.

Like bullet around Europe

La proiezione del documentario “Like a bullet around Europe”, dedicato alla figura di Anton Ukmar “Miro”, nonostante la serata caldissima, ha visto una buona partecipazione e grande interesse dei presenti, premiando la scelta dell’Anpi vogherese che ha promosso l’iniziativa con il Rap – FIVL locale.
Scelta non facile, perché il lavoro di Mauro Tonini – regista e documentarista, che con quest’opera ha vinto il Val Susa FilmFest 2015 – ricostruisce insieme alla storia personale del “rivoluzionario di professione” (come venivano definiti i militanti dei partiti comunisti che si muovevano nell’ambito della III Internazionale) “Miro”, anche quella di una parte consistente del ‘900.
Un secolo attraversato davvero come un proiettile da “Miro”: dall’opposizione al fascismo nella nativa Prosecco, pagata con l’arresto e la perdita del lavoro, alla clandestinità nel PCd’I (è uno dei delegati al IV° Congresso clandestino a Colonia nel 1931, dove espone la necessità di una lotta armata e organizzata contro il terrore fascista); poi l’invio a Mosca, dove avviene la sua formazione terzinternazionalista, le difficoltà e le ombre della fase staliniana, la sua richiesta di invio sul fronte spagnolo, nella lotta contro l’eversione franchista, dove conquista sul campo i gradi di capitano; poi l’invio in Etiopia, con altri comunisti italiani tra i quali Ilio Barontini, per aiutare l’organizzazione degli “abergnocc”, i partigiani etiopi. E poi ancora con il maquis in Francia e poi di nuovo in Italia, con l’invio a Genova e poi, nel 1944, il comando della VI Zona operativa ligure con sede a Carrega Ligure nell’alessandrino, all’interno della quale sono inquadrate le formazioni dell’Oltrepo pavese.
Miro” è insignito della Medaglia d'oro del governo italiano, Bronze Star americana, numerose onorificenze partigiane jugoslave, mentre il Comune di Genova gli assegna la cittadinanza onoraria nel dopoguerra. Dopo la Liberazione il passaggio a Trieste ed il rientro in Jugoslavia (dopo sedici anni rivede la famiglia) dove nel ’48 si schiera con Tito contro la “scomunica” del Cominform nei confronti dell’esperimento socialista in atto. Fino alla conclusione della sua attività politica nell’ambito della Federazione jugoslava, senza incarichi onorifici.
Una vita drammatica, complessa, con luci ed ombre, come ha ricordato Manlio Calegari, ricercatore e storico che ha approfondito con decine di interviste la vicenda partigiana a Genova, nella regione e nella VI Zona. Fondamentali riferimenti sono i suoi libri “La sega di Hitler” (che raccoglie le storie di molti protagonisti della agguerrita e famosa brigata “Balilla”, operante nel circondario di Genova) e “Comunisti e partigiani. Genova 1942 – 1945” (sui rapporti tra PCI e movimento partigiano).
Calegari – presente con alcuni passaggi all’interno del documentario - con una narrazione asciutta, documentata e priva di retorica che è alla base del suo lavoro di ricerca svolto in questi anni, ha evidenziato i punti più controversi della vicenda di “Miro” (la fase di Mosca, il ruolo in Spagna, in una fase dove tremende erano le lacerazioni all’interno del fronte antifascista, il dopoguerra con la condanna di Tito) collocandola all’interno della storia del movimento comunista internazionale.
Per quanto riguarda la fase resistenziale, “Miro” dimostrava di avere lo “sguardo più lungo”, ragionava in termini di prospettiva grazie ad una visione complessiva che gli derivava dalla sua lunga esperienza di lotta.
Una serata non celebrativa che, pur valorizzando il ruolo di “Miro” e di altre figure che come lui hanno condotto una battaglia aspra per sconfiggere il fascismo, ha inteso dare stimoli e riflessioni, che il pubblico presente ha dimostrato di apprezzare.