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giovedì 26 ottobre 2017

L'antifascismo in marcia

Nell’ambito del programma “ANPI IN MARCIA” promosso a livello nazionale dalla nostra Associazione, ed esprimendo un forte richiamo alle istituzioni perché limpidamente mostrino il proprio volto antifascista, oramai quasi quotidianamente oltraggiato da manifestazioni fasciste, razziste e xenofobe, che, in varie forme e sotto diverse sigle, si diffondono nelle nostre città, spesso assumendo a pretesto l’omaggio ai defunti, ANPI Provinciale Pavia propone sabato 28 ottobre h. 9.30 presso Sala Vanzati Camera del Lavoro via Damiano Chiesa 2 Pavia una iniziativa di approfondimento e dibattito.
Relatore della nostra iniziativa, Ernesto Bettinelli, docente e studioso di alto profilo presso l’Università degli Studi di Pavia che introdurrà al tema “ Come nasce la Costituente”. 
Caso unico tra i Paesi sconfitti, l’Italia, grazie ai venti mesi combattuti per la libertà da una minoranza che, sola, scrisse il riscatto di un intero popolo, potè esercitare il diritto di voto eleggendo i propri rappresentanti nell’Assemblea Costituente.

Nel settantesimo anniversario della Costituzione, mentre un nuovo fascismo manifesta la propria aggressività e risfodera, con nuove parole d’ordine, il proprio lugubre arsenale simbolico, noi riteniamo sia urgente e necessario rinsaldare la conoscenza del dettato costituzionale, chiedendone la rigorosa e integrale applicazione e restituendo all’antifascismo il valore di paradigma fondante dell’espressione politica e della vita civile.

venerdì 13 ottobre 2017

Dalla memoria partigiana al presente antifascista

La memoria partigiana non rappresenta per noi l’armamentario della nostalgia; né si incarna in rituali retorici, ammantati di generici osanna alla libertà conquistata. La memoria partigiana viva e autentica impegna piuttosto la nostra Associazione a declinare nell’antifascismo la norma prima, e fondante, della Costituzione che – anno 1948 – scrive il riscatto del nostro Paese da una dittatura cresciuta al nostro stesso interno. Lo vediamo dilagare, il fascismo del nostro tempo; trovare spazi nelle nostre città, in un troppo diffuso laissez faire delle istituzioni; trovare eco in una inquietante equidistanza tra fascismo ed antifascismo che, a nostro avviso, ben descrive il sonnambulismo della ragione; e prendere la parola in ragione del “diritto di parola”, esteso anche a coloro i quali la libertà di parola l’hanno negata e ammazzata.
Ne sappiamo l’origine lontana nella ricostituzione, dicembre 1946, in partito parlamentare, utile alla vocazione antipopolare dei governi degli anni ’50. Ne ricordiamo la matrice stragista degli anni 70 e l’intreccio con pezzi di Stato deviati.
Oggi, in questo tempo sbandato, ci chiediamo se questo fascismo ancora non sia, almeno in alcune sue componenti, la traduzione xenofoba, rozza e imbarbarita di una trascuratezza etica, di una indifferenza amorale che, come scriveva Piero Gobetti, sta annidata nel profondo del sentire di questo nostro Paese. Un Paese, il nostro, che, non solo mai conobbe l’equivalente del processo di Norimberga, ma, frenato il vento del nord, e assenti i provvedimenti di epurazione nei corpi dello Stato, alimentò, anzi, nei decenni una memoria filistea, ampiamente auto assolutoria capace di produrre grandi architetture revisioniste che oggi riacquistano particolare baldanza.

Identità, nazionalità, cristianità sono alcune delle parole d’ordine del fascismo del III millennio. Cosa c’è dietro queste parole. Quali sono i grandi interrogativi sociali cui il nuovo fascismo, nel balbettio di una democrazia contratta e minimalista, va fornendo le proprie risposte. Di quali fonti di finanziamento godono le mille sigle che lo identificano. Quali facce lo travestono e quali nomi lo incarnano.
Ne parleremo sabato 14 ottobre h. 21 ( Sala Vanzati Camera Lavoro Pavia) con Saverio Ferrari responsabile Osservatorio Democratico Nuove Destre, con Marinella Mandelli Comitato Lombardo Antifascista e Roberto Cenati Presidente Anpi Provinciale Milano. La iniziativa è patrocinata da CGIL.

mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

Da 57 anni Reggio Emilia, con l’Anpi, la Cgil e i familiari dei Caduti chiede giustizia. Continuerete a farlo?
Certamente, la città intera e le famiglie ne furono completamente sconvolte. Dopo la morte di Ovidio, anche mio padre scelse di non vivere più, provato dall’ingiustizia subita. Avevamo tanti progetti e sogni, tutto cancellato, annientato.
Ovidio Franchi
Con Ovidio eravate in piazza il 7 luglio, lui era il primogenito…
Aveva 19 anni, quattordici mesi più di me, era operaio come nostro padre, studiava da disegnatore meccanico e andava molto bene a scuola. Coltivava tanti interessi ed era anche molto impegnato nella politica. Una tradizione di famiglia. Era segretario del circolo Cirenaica della Fgci, a Campo Volo, un quartiere di operai. Pensavamo bisognasse opporsi al governo Tambroni con gli strumenti della democrazia, scendendo in piazza. Così è stato, pur con la scia di morti e feriti. Da parte dei giovani fu una modalità di partecipazione forte e spontanea. Molti dei loro genitori dovevano raggiungerli alla manifestazione. Nostro padre però vi arrivò quando Ovidio era già morto.
La mobilitazione era stata corale e popolare…
Reggio Emilia conta 650 Caduti per lotta di Liberazione. Nel 1960, a soli 15 anni dalla fine della guerra, il governo del democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dal determinante appoggio di tre deputati del Msi, rappresentava un’offesa alla Resistenza. Tant’è che immediatamente tre ministri Dc si dimisero: uno di loro, Giorgio Bo, era stato partigiano. Era intollerabile il ritorno al potere di una forza politica chiaramente fascista. A Genova la mobilitazione antifascista, popolare, aveva vinto nel rifiutare il congresso missino, ma che ci fosse una svolta autoritaria era evidente: il giorno prima, a Roma, la polizia a cavallo aveva caricato i manifestanti, parlamentari e partigiani compresi. Quel governo è stato il primo grande errore storico della Repubblica. La Cgil aveva indetto uno sciopero generale di 12 ore e una manifestazione. I giovani vi parteciparono portando le magliette a strisce, che allora andavano di moda e costavano poco, le vendevano gli ambulanti. Anche Ovidio ne indossava una.
Quale fu la dinamica dei fatti?
Alle 16,20 eravamo in attesa di entrare alla Sala Verdi, dove si sarebbe tenuta l’unica iniziativa autorizzata. 600 posti appena. Ci trovavamo a 300 metri quando un’auto del sindacato con l’altoparlante ci avvisò dell’altissima adesione allo sciopero e delle migliaia di manifestanti che stavano scendendo in piazza. Molti operai portavano fiori ai monumenti ai Caduti partigiani. Noi seguimmo la vettura della Camera del lavoro, promuovendo di fatto un breve corteo. È scoppiato il finimondo: polizia e carabinieri ci hanno caricato con idranti, lacrimogeni e sfollagente, i caroselli delle camionette di polizia e carabinieri tentavano di investirci. Per ripararci, ci siamo diretti con altre centinaia di compagni verso la chiesa di San Francesco, che frequentavo perché vi giocavo a calcio e sapevo aperta sempre fino a tarda sera. A casa Franchi eravamo comunisti, ma tutti molto religiosi. Invece, con grandissima incredulità trovammo il portone sbarrato. Lauro Farioli, operaio di 22 anni, e il partigiano Mario Serri morirono proprio sui gradini del sagrato. Le pietre d’inciampo poste in memoria dei Caduti del 7 luglio sono un atto d’accusa. Non sappiamo se ci fu un direttiva precisa nel chiudere l’accesso, di certo fu un comportamento poco cristiano. Il Vescovato non l’ha mai ammesso, né tantomeno ha mai chiesto scusa. Neppure in quest’ultima ricorrenza.
Quando fu colpito Ovidio?
Provammo a cercare rifugio verso l’Isolato di San Rocco. Nella confusione persi di vista mio fratello. Poi il ferimento a morte. Perse la vita anche il partigiano Emilio Reverberi. Un altro partigiano, Afro Tondelli, cadde ai giardini pubblici vicino al Teatro municipale. Fu una strage di Stato.
Si aprì un’inchiesta e poi un processo sulle responsabilità di quei morti?
È la domanda che mi rivolgono sempre gli studenti, anche stranieri. L’Istituto storico della Resistenza di Reggio Emilia, l’Istoreco, promuove ogni due mesi degli incontri. Dall’Università di Berlino vi partecipano numerosissimi, mostro loro i luoghi dell’eccidio. Un processo si tenne, spostato a Milano per legittima suspicione. Per sette mesi i familiari fecero i pendolari per presiedere alle udienze; dal dicembre 1963 al 4 luglio ‘64 partivamo ogni mattina alle 5 e arrivavamo in tribunale alle 9; il Consiglio federativo della Resistenza e la Cgil con la solidarietà economica dei lavoratori avevano affittato un pullman dell’azienda trasporti cittadina. I due unici imputati vennero assolti: il vice questore, Giulio Cafari Panico, per “non aver commesso il fatto”, e l’agente di polizia Orlando Celani per “insufficienza di prove”. Eppure c’è una fotografia che lo ritrae in ginocchio mentre spara a Tondelli. Lo scatto non è nitido, allora forse non c’erano i mezzi tecnici di oggi. Ma di recente, per ben due volte, le richieste dell’Anpi con l’avvocato Ernesto D’Andrea, di riaprire il processo e ottenerne la revisione sono state archiviate dalla magistratura di Brescia.
Andrete avanti però…
Si sparò ad altezza d’uomo, in totale 500 colpi, è il numero accertato. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di quanto accadde. I nostri genitori e il mondo democratico di allora pensavano semplicemente di avere almeno un diritto sancito dalla Costituzione: manifestare in piazza democraticamente, scioperare e dimostrare pacificamente. Invece venne punita la città di Reggio Emilia, per la sua storia antifascista, i fratelli Cervi, la Resistenza. Purtroppo manca ancora la volontà politica in Italia di stabilire una verità giudiziaria. Per quest’ultimo anniversario, l’Anpi e la Camera del lavoro di Reggio Emilia, insieme al Comitato delle celebrazioni del 7 luglio, di cui fanno parte anche i familiari delle vittime, volevano incaricare di una nuova richiesta di revisione Giuliano Pisapia, che è avvocato del foro di Milano. Non si è riusciti, purtroppo.
Quindi ritenete ci siano elementi per nuovi procedimenti penali?
Noi continuiamo a raccogliere prove e testimonianze, non ci arrendiamo. È una ferita aperta. Negli archivi del ministero dell’Interno, desecretati, ci sono solo documenti su aspetti penalmente non perseguibili, gli altri sono spariti. All’epoca, alcuni agenti di polizia testimoniarono della paura di molti loro colleghi e affermarono pubblicamente e spontaneamente di aver rifiutato di eseguire gli ordini dei comandi. Erano universitari arruolatisi per pagarsi gli studi. In aula, vennero zittiti. Il film “Il sole contro” del regista Giuliano Bugani ha raccolto elementi inediti e importanti. Faccio parte dell’Anpi di Reggio Emilia, che col suo Presidente, Ermete Fiaccadori, sta proseguendo a cercare e mettere insieme nuovi materiali. La circolare con l’ordine di colpire i manifestanti deve saltar fuori.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it



sabato 17 dicembre 2016

18 – 20 dicembre 1922: una strage fascista

“I nostri morti non si piangono, si vendicano. [...] Noi possediamo l'elenco di oltre 3000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta.”

Il lessico perentorio e immaginifico di Piero Brandimarte riecheggia tutta la ferocia con cui il comandante delle squadre d'azione torinesi, impose, prima, l'adunata al Fascio, poi, illustrò i criteri per selezionare quanti sarebbero stati fatti oggetto della rappresaglia squadrista, seguita agli scontri che trasformarono la città capitale del movimento operaio in un palcoscenico di strazio e violenza. Tra il 18 e il 20 dicembre 1922 le squadre di Brandimarte distrussero la Camera del Lavoro e fecero quattordici morti.
Questo episodio, sprofondato nella memoria collettiva, è la nostra risposta ad ogni revisionismo.
A contraltare di ogni fasulla narrazione di un “fascismo mite”, che fece anche “cose buone”, non possiamo non riandare alla memoria di sangue e di lutto degli anni ’20, fino a ri-scoprire il nome e la storia di Pietro Ferrero, il cui cadavere seviziato, agganciato ad un autocarro, venne esibito come trofeo.
Segretario cittadino della FIOM, l’anarchico Ferrero fu, con Maurizio Garino, organizzatore dei consigli di fabbrica libertari in Fiat e protagonista delle lotte degli operai torinesi, in risposta alla serrata padronale, negli anni '19-'22.
L'eccidio di Torino è parte del processo di fascistizzazione dello Stato: la funesta manovra di normalizzazione dello squadrismo venne infatti formalizzata da un regio decreto, che andò trasformando le squadre d'azione in reparti della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), allineandoli, in ambigua contiguità, con la forza pubblica.
Comandati spesso da nobili decaduti e rampolli di ricchi fittabili e possidenti terrieri, armati di bastoni, tirapugni, rivoltelle, pugnali e bombe a mano, sui cassoni dei camion Fiat 18BL, usciti direttamente dagli arsenali della grande guerra, i reduci arditi avevano nell’organizzazione operaia la propria prima trincea, e nelle sue avanguardie i propri primi nemici da annientare.
Da ricettacolo per reduci arditi, lo squadrismo – tempo due anni – si fece palese “metodo” di lotta politica antipopolare, guardato con un qualche favore dai settori più reazionari della borghesia urbana e aperta soddisfazione dai possidenti agrari, che, agli squadristi, prese ad elargire mezzi e finanziamenti, copertura e legittimità, fino a farne i propri scherani, schierati contro le organizzazioni dei lavoratori, fattesi sempre più consapevoli e numerose negli anni di crisi del primo dopoguerra.
Nella nostra Lomellina, a Mortara, fu direttamente l’Associazione degli agrari a finanziare Pietro Forni, insignendolo sul campo del grado di comandante in camicia nera di uno spietato esercito chiamato a ripristinare l’onnipotenza padronale contro ogni rivendicazione bracciantile. Il processo di “delega” allo squadrismo quale legittimo tutore dell’ordine non avrà più confini, e troverà presto nella città di Pavia la sua prima vittima: Ferruccio Ghinaglia, giovane studente cremonese, leader socialista e fondatore del Partito Comunista, che, con gli operai della Necchi, della Moncalvi, della Torti, e di cento piccoli stabilimenti, visse la stagione dell’occupazione delle fabbriche e l’immenso sogno della liberazione dell’uomo dallo sfruttamento.

Presto, i simboli operai sulle fabbriche sarebbero stati ammainati, e il libero stendardo della municipalità di Pavia stracciato dall’occupazione militare del Comune. Poi, sarebbe giunto il tempo dell’ordine fascista.