“I nostri morti non si piangono, si vendicano. [...] Noi possediamo l'elenco di oltre 3000 nomi di sovversivi. Tra questi ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata fatta.”
Il lessico perentorio e immaginifico di Piero Brandimarte riecheggia tutta la ferocia con cui il comandante delle squadre d'azione torinesi, impose, prima, l'adunata al Fascio, poi, illustrò i criteri per selezionare quanti sarebbero stati fatti oggetto della rappresaglia squadrista, seguita agli scontri che trasformarono la città capitale del movimento operaio in un palcoscenico di strazio e violenza. Tra il 18 e il 20 dicembre 1922 le squadre di Brandimarte distrussero la Camera del Lavoro e fecero quattordici morti.
Questo episodio, sprofondato nella memoria collettiva, è la nostra risposta ad ogni revisionismo.
A contraltare di ogni fasulla narrazione di un “fascismo mite”, che fece anche “cose buone”, non possiamo non riandare alla memoria di sangue e di lutto degli anni ’20, fino a ri-scoprire il nome e la storia di Pietro Ferrero, il cui cadavere seviziato, agganciato ad un autocarro, venne esibito come trofeo.
Segretario cittadino della FIOM, l’anarchico Ferrero fu, con Maurizio Garino, organizzatore dei consigli di fabbrica libertari in Fiat e protagonista delle lotte degli operai torinesi, in risposta alla serrata padronale, negli anni '19-'22.
L'eccidio di Torino è parte del processo di fascistizzazione dello Stato: la funesta manovra di normalizzazione dello squadrismo venne infatti formalizzata da un regio decreto, che andò trasformando le squadre d'azione in reparti della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), allineandoli, in ambigua contiguità, con la forza pubblica.
Comandati spesso da nobili decaduti e rampolli di ricchi fittabili e possidenti terrieri, armati di bastoni, tirapugni, rivoltelle, pugnali e bombe a mano, sui cassoni dei camion Fiat 18BL, usciti direttamente dagli arsenali della grande guerra, i reduci arditi avevano nell’organizzazione operaia la propria prima trincea, e nelle sue avanguardie i propri primi nemici da annientare.
Da ricettacolo per reduci arditi, lo squadrismo – tempo due anni – si fece palese “metodo” di lotta politica antipopolare, guardato con un qualche favore dai settori più reazionari della borghesia urbana e aperta soddisfazione dai possidenti agrari, che, agli squadristi, prese ad elargire mezzi e finanziamenti, copertura e legittimità, fino a farne i propri scherani, schierati contro le organizzazioni dei lavoratori, fattesi sempre più consapevoli e numerose negli anni di crisi del primo dopoguerra.
Nella nostra Lomellina, a Mortara, fu direttamente l’Associazione degli agrari a finanziare Pietro Forni, insignendolo sul campo del grado di comandante in camicia nera di uno spietato esercito chiamato a ripristinare l’onnipotenza padronale contro ogni rivendicazione bracciantile. Il processo di “delega” allo squadrismo quale legittimo tutore dell’ordine non avrà più confini, e troverà presto nella città di Pavia la sua prima vittima: Ferruccio Ghinaglia, giovane studente cremonese, leader socialista e fondatore del Partito Comunista, che, con gli operai della Necchi, della Moncalvi, della Torti, e di cento piccoli stabilimenti, visse la stagione dell’occupazione delle fabbriche e l’immenso sogno della liberazione dell’uomo dallo sfruttamento.
Presto, i simboli operai sulle fabbriche sarebbero stati ammainati, e il libero stendardo della municipalità di Pavia stracciato dall’occupazione militare del Comune. Poi, sarebbe giunto il tempo dell’ordine fascista.
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