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giovedì 14 dicembre 2017

Perché crescono i neofascismi

Riportiamo l'intervista apparsa su Patria Indipendente, a Aldo Tortorella, partigiano, giornalista, filosofo, parlamentare, dirigente comunista, in cui si affronta il tema relativo al dilagare del fenomeno neofascista.

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?
Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano. Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando. Logicamente ci si è rivolti altrove, e soprattutto a chi sembrava esterno al sistema di potere e portatore di una soluzione altra da quella discreditata. Ha pesantemente influito, in Italia, l’antica campagna antipartitica purtroppo alimentata da forme di corruzione endemica. L’imprenditore “che dà lavoro” è divenuto una figura di riferimento, quasi eroica. Il politico che “sa solo chiacchierare” e che in taluni casi viene scoperto a rubare o ad approfittare del suo ruolo diventa il nemico. Lo stesso metodo democratico fatto di diversità e di contrasto di opinioni diventa poco comprensibile, poi fastidioso, poi non più tollerato.
          
Prendono piede le apparenti soluzioni semplici. “Mandiamoli tutti a casa” si trasforma facilmente in volontà di governo forte e di “uomo forte”. Inoltre prende facile avvio anche la rivalutazione del passato fascista: facevano le bonifiche delle paludi, facevano le case popolari, eccetera. E si ignora che il fascismo ha promosso la più grande strage del secolo passato con la guerra mondiale, la morte di milioni di italiani, la rovina totale del Paese. E ancora adesso siamo un Paese occupato da basi straniere con relative bombe atomiche. Una propaganda costante non contrastata ha diffuso una idea orribile della Resistenza esasperando alcuni episodi tacendo sulla barbarie nazista e fascista. Naturalmente, su questa realtà intervengono settori del capitale che investono in questi gruppi considerati strumenti di riserva da usare in caso di bisogno e comunque tali da spostare a destra l’asse politico.


Ezra Pound, il poeta filonazista e filofascista (da https://www.biography.com/.image/t_share/ MTE5NDg0MDU1MTAzNzY4MDc5/ ezra-pound-9445428-1-402.jpg)

Un’organizzazione giovanile neofascista, “Azione studentesca”, ha vinto le elezioni della Consulta provinciale degli studenti di Firenze (a Firenze!). Il nuovo presidente della Consulta è un rappresentante di questa organizzazione. Peraltro nel mondo dell’associazionismo in generale le formazioni neofasciste sono sempre più presenti. Costa sta succedendo fra le giovani generazioni?
Non posso rispondere sul caso di Firenze che non conosco altro che per le sommarie cronache dei giornali. Mi pare che si debba distinguere sempre tra votanti e votati e anche tra capi e seguaci. Leggo che l’associazione di destra ha portato avanti rivendicazioni capaci interessare molti. Leggo anche che farebbero propaganda parlando delle foibe triestine ad opera degli jugoslavi di Tito. Queste furono una infamia senza possibili giustificazioni. Ma temo che non ci sia nessuno che ha informato quei giovani delle infamie compiute dai fascisti contro gli sloveni.    

Comunque, parlando in generale, le giovani generazioni sono le più penalizzate dalla situazione che ho richiamato prima. Le cifre della disoccupazione giovanile sono note. Ed è noto che il lavoro precario, mal pagato, privo di tutele e garanzie prevale tra il giovani. Non c’è avvenire e non c’è speranza. Tra i giovani può avanzare l’ideologia che dice: il socialismo è fallito, la democrazia è fallita, facciamo piazza pulita, imbocchiamo una strada nuova tutta nostra. Solo i gruppi dirigenti ideologizzati sanno che la strada nuova è quella vecchia. Ciò che viene presentato ai giovani su cui si punta per farne dei quadri delle formazioni neofasciste è un misto di nazionalismo razzista (l’Italia umiliata dalla sinistra succube, le aziende italiane vendute agli stranieri, gli italiani sommersi dagli immigrati ecc) e di rivoluzionarismo di pseudo sinistra (contro l’americanismo, confusione tra governo Netanyahu ed ebrei, misure di socialità ecc). Ezra Pound fu tipico di questa ideologia: pensando di essere un rivoluzionario antiborghese coprì le più atroci infamie naziste e fasciste.
Un’inchiesta di Patria Indipendenteha rivelato che su Facebook vi sono circa 2700 “pagine” di ispirazione di estrema destra radicale, e molte centinaia di queste propongono messaggi di esplicita apologia del fascismo. La sola pagina di CasaPound Italia ha circa 225mila “Mi piace”. Come interpreti questo fenomeno?

Oltre a ciò che ho detto prima penso che ci sia stata distrazione tra tutte le forze democratiche pensando che si trattasse di episodi marginali ed evitando un contrasto ideale, morale e politico. Anche le forze democratiche più avanzate come furono i comunisti italiani commisero l’errore di considerare che la Resistenza fosse stato un lavacro della nazione. Non era così. Le basi del fascismo furono nella tendenza autoritaria che le classi possidenti mettono in campo quando vengono messe in discussione le basi del loro potere. Dopo la Prima guerra mondiale masse di soldati senza occupazione e masse di lavoratori premevano per migliori condizioni di vita e scuotevano le basi del potere. In più la rivoluzione russa avvalorò l’idea erronea che fossero mature le condizioni della rivoluzione ovunque. Nacquero lotte senza sbocco e anche aspre divisioni nel movimento operaio che furono poi corrette, ma quando era troppo tardi. Il capitale agrario e industriale volse a suo favore lo scontro, alleandosi con il ceto medio frustrato e con i reduci scontenti e trascurati a sinistra, promuovendo la soluzione dittatoriale. Ma questa fu contrastata solo da minoranze. E un consenso vi fu a lungo e fino alla tragedia della guerra. Occorreva non rimuovere questo dato. Chiarire a fondo il rapporto tra tirannide e arretratezza italiana. L’Italia era rimasta un paese agricolo industriale quando tutti i Paesi occidentali era già il contrario, con una prevalenza grande dello sviluppo industriale e con un terziario che avanzava.  Bisognava esaminare a fondo il rapporto tra una propaganda fatta di slogan demagogici e una cultura impoverita dall’assenza di discussione e di contrasto. Si pensò che il disastro era stato così enorme che la lezione valesse per sempre. Non era così. Da questo è nata la distrazione. Al fondo della cultura diffusa rimanevano elementi nostalgici e rimanevano circoli e gruppi organizzati nati dal vecchio ceppo nazista e fascista. E nella organizzazione dello Stato democratico si trasferì quasi integralmente il vecchio apparato compresi tutti i peggiori arnesi, compresi quelli di Salò. Ora non basta la richiesta di applicare severità legale. Bisogna combattere culturalmente se non si vuole che la piaga si diffonda. Ma per combattere culturalmente bisogna contemporaneamente essere dentro i problemi reali delle persone. Non è sufficiente sostenere i sacrosanti diritti civili, bisogna occuparsi dei diritti sociali, stare vicino a chi è a disagio e a chi soffre. Altrimenti nessuno ascolterà.
C’è quindi un volto “sociale” del neofascismo, ma permane il ricorso alla violenza. I casi di aggressione da parte di aderenti a tali movimenti non si contano. Perché la violenza fa parte del Dna del fascismo?
La violenza è arma essenziale del fascismo. Può estendersi se non vi è rigoroso contrasto dello Stato. I peggiori tra questi gruppi sono già squadracce ora contro gli immigrati domani contro la sinistra infine contro la democrazia.
Quali sono le ragioni di ordine generale che spiegano il ritorno del pericolo neofascista in Italia?
C’è una situazione internazionale pericolosa. Regimi autoritari sono già presenti in vasta parte del mondo. Gli Stati Uniti attraversano una profonda regressione. L’attuale presidente è imprevedibile. Ma con lui ha vinto la tendenza peggiore entro la borghesia americana. Nell’Europa dell’est seppure su basi elettorali ristrette (cioè con grande astensione dal voto) si affermano tendenze ultra reazionarie. Si rivaluta persino la partecipazione a fianco dei nazisti alla guerra anti sovietica e anti russa. L’occidente volle l’umiliazione di Gorbaciov e si ritrova con una Russia nazionalista. E il nazionalismo avanza nel nostro continente contro gli ideali europeisti. Le guerre dilagano. Da tutto questo viene il pericolo.
Quali risposte immediate e di prospettiva può avanzare la Repubblica democratica, lo Stato e la politica, per arginare questo fenomeno e possibilmente debellarlo?
Lo Stato deve intervenire con forza e con l’uso della forza contro i violenti. Le leggi ci sono e vanno applicate. La politica deve ritrovare la sua anima. Parlo anche dei settori del conservatorismo democratico. Quei conservatori che vollero il fascismo furono poi anche loro spazzati via. Churchill era un conservatore ma combatté duramente nel suo stesso partito per far capire che Hitler era la peste dell’Europa. E soprattutto deve ritrovare un’anima la sinistra. Essa è nata per difendere i deboli, per contrastare l’arbitrio dei forti cioè del capitale oggi divenuto innanzitutto capitale finanziario che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Nella fuga verso i paradisi fiscali per non pagare le tasse si trovano assieme, come si è visto, la regina, il capitalista, il contrabbandiere e il mafioso. Questo non vuol dire che non si debbano fare distinzioni. Ma vuol dire che non si può lasciare alla demagogia, compresa quella fascista, la questione morale e la lotta contro l’ingiustizia. I demagoghi e i fascisti usano la questione morale per abbattere le garanzie democratiche e favorire il dominio capitalistico. Le sinistre dovrebbero levare la questione morale e la lotta contro l’ingiustizia per favorire l’inveramento della democrazia costituzionale in larga misura inapplicata o tradita.
Fonte: http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/interviste/perche-crescono-neofascismi/

lunedì 13 novembre 2017

Tartarughe frecciate e inquinamento nero

CasaPound e il caso Ostia. I rapporti con Roberto Spada. I sondaggi. La presenza sul territorio. Le ripetute aggressioni. La showgirl. Le aperture dei noti volti tv verso “i fascisti del terzo millennio". Pubblichiamo l'inchiesta apparsa su Patria Indipendente.

La “linea del bagnasciuga” corre dall’Idroscalo di Ostia, lì dove nel novembre 1975 veniva barbaramente assassinato Pasolini, e arriva fin sotto le morbide dune del Villaggio Tognazzi, ai confini col comune di Pomezia. Solo che stavolta – a differenza del Mussolini che nell’ultimo discorso fatto alla riunione del Direttorio del Pnf il 24 giugno 1943 evocherà appunto quella linea «della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra», come lembo dove fermare gli alleati – i fascisti di CasaPound potrebbero trasformare la spiaggia romana nella loro personalissima testa di ponte per partire alla conquista della Capitale, e dopo chissà.
Il 5 novembre qui si torna al voto dopo più di due anni di commissariamento. Correva il 27 agosto 2015 quando l’allora responsabile degli Interni, Angelino Alfano scioglieva il municipio per mafia: dalle spiagge, alle case popolari, dal verde pubblico alle strade non c’era praticamente nulla che sfuggisse alle mani della criminalità organizzata.
Il giudizio dell’allora prefetto di Roma ed attuale Capo della Polizia, Franco Gabrielli, all’indomani del commissariamento del municipio romano fu severo e senza appello. A Ostia e nell’entroterra il quadro criminale era preoccupante. E citava, Gabrielli, le «famiglie Fasciani, Spada e Triassi che hanno il pieno controllo del territorio». Fermiamoci sul clan Spada, famiglia di sinti italiani. Sette persone, ritenute parte del sodalizio, ad ottobre sono state condannate a più di 50 anni di carcere dalla quarta sezione del tribunale di Roma. Le accuse vanno dalle minacce alle violenze, dagli sfratti forzosi da alloggi popolari alle gambizzazioni. Un’organizzazione criminale che con metodi mafiosi avrebbe affermato in questi anni la sua supremazia sul litorale.

Che c’entra questa storia criminale con i fascisti del terzo millennio, come vengono definiti (ma loro preferiscono rappresentarsi come fascisti e basta) i vari Gianluca Iannone e Simone Di Stefano, rispettivamente presidente e vicepresidente del partito della destra radicale CasaPound Italia (Cpi)? C’entra eccome, perché tra i neofascisti e gli Spada, sinti italiani, c’è, e consolidata, una liaison. Almeno con un membro della famiglia, Roberto Spada, fratello di Carmine, il capo del clan. L’8 dicembre del 2015 – come si legge sul sito fanpage.it – gli esponenti del movimento e Roberto Spada organizzavano in piazza Gasparri, nel cuore degradato di Nuova Ostia, un’iniziativa dedicata ai bambini, dal titolo “Giovinezza in piazza”. «Con le associazioni locali rilanciamo un quartiere su cui la politica ha gettato fango per coprire malaffare» scriveva Luca Marsella, attuale candidato di CasaPound nel X municipio per le elezioni del 5 novembre. L’associazione di quartiere di cui parlava altro non era che la palestra “Femus Art School” di proprietà di Elisabetta Ascani, moglie di Roberto Spada.
Dopo l’iniziativa Marsella postava su Facebook una sua foto sottobraccio a Roberto Spada. E interpellato rivendicava quell’amicizia. Ora è vero che Roberto Spada non è il fratello. È vero che la responsabilità penale è personale, però un qualche imbarazzo certe frequentazioni dovrebbero procurarlo a chi invoca la legalità a ogni piè sospinto. Macché. E poi perché imbarazzarsi se Cpi va a gonfie vele? «A Ostia puntiamo al ballottaggio, perché finalmente siamo sostenuti da imprenditori, commercianti, professionisti e persone della società civile che vedono in noi concretezza e determinazione» ha detto Marsella in un’intervista. Nelle imminenti elezioni circoscrizionali il “nero che avanza” potrebbe se non conquistare Ostia sicuramente ipotecare i futuri equilibri politici del territorio e – di conseguenza – della città di Roma. Buona parte del voto di protesta che nelle passate consultazioni si riversò sui grillini (la Raggi incassò il 67 per cento) adesso si è indirizzato a destra. E non sono pochi i sondaggi (uno commissionato poco tempo fa dal Foglio) che danno CasaPound sopra il 10 per cento e con buone possibilità di superare perfino il Pd, che dalle vicende di Mafia Capitale, con l’ex presidente del Municipio Andrea Tassone coinvolto è uscito con le ossa rotte.
Nella crisi verticale dei partiti e dello stesso Movimento 5 Stelle che a Roma ha mandato deluse molte aspettative di cambiamento, la tartaruga frecciata potrebbe avere gioco facile. Su Affaritaliani.it leggiamo che Marsella «è diventato un’autentica corazzata su facebook, superando per capillarità dei contenuti anche la forza regina della rete, ovvero il M5s». Sul web il candidato dell’estrema destra spopola: la sua pagina social ha raggiunto 20mila like, più di qualunque altro candidato. E purtroppo il consenso non è solo virtuale, perché oltre al web c’è la presenza massiccia sul territorio, i mercati rionali, le case popolari, i pacchi alimentari per i disagiati (rigorosamente italiani). Insomma una manovra a tenaglia che usa contemporaneamente le forme vecchie e nuove della comunicazione politica.
Non c’è angolo di Ostia che non veda una telecamera immortalare le denunce di Marsella: dalle baracche abusive all’interno della pineta di Castelfusano ai blitz in spiaggia contro i venditori abusivi, alle tirate quotidiane per lo sgombero della Vittorio Emanuele, struttura che ospita gli immigrati. Il giovanotto (ha 32 anni) si ispira, parole sue, «a Mussolini, Mazzini, Garibaldi, tutti eroi italiani», se eletto assicura che ricostruirà lo stabilimento “Roma”, edificato per il duce nel 1922. Intanto contesta aspramente l’ex parroco di Ostia don Franco De Donno che si è presentato alle elezioni come candidato con la lista Laboratorio Civico X, vicina alla sinistra.
Ostia, negli anni passati assai generosa, elettoralmente parlando, con la Destra di Teodoro Buontempo (che, per inciso, in un’intervista di diversi anni fa parlando degli immigrati disse: «Da ragazzo avrei potuto fare una brutta fine, ma non è successo. Per questo gli immigrati, i disperati che vengono in Italia in cerca di una nuova vita, di una speranza, vanno rispettati cristianamente innanzitutto in quanto uomini. Io ero come sono loro: un immigrato-emigrato…dall’Abruzzo») è oggi un dominio di CasaPound. Dove gli altri camerati – compresi i cugini-rivali di Forza Nuova – quando arrivano devono levarsi il cappello. E prendersi pure lo sberleffo. Come è capitato al leghista Salvini che nei giorni scorsi ha fatto una comparsata al lido per sostenere la candidata del centrodestra, Monica Picca. Schermaglie interne alla destra. Che potrebbero benissimo ricucirsi in vista del ballottaggio. Sicuramente con il Carroccio. Di Stefano non a caso insiste con i suoi affinché il fronte “No Euro”, trasversale ai partiti del centrodestra, resti unito.
Nel luglio scorso su facebook Marsella, annunciando la sua candidatura a Ostia, scriveva: «Non farò promesse in campagna elettorale se non quella di portare lì dentro la vostra rabbia sacrosanta, che è identica alla mia, e di far volare sedie e rovesciare banchi quando sarà necessario». Nell’attesa di rovesciare i banchi del municipio, i fascisti del terzo millennio fanno quello che sembra riuscirgli meglio: menare le mani. A febbraio, per dire, un giovane volontario dell’associazione cattolica “L’Alternativa Onlus”, è stato picchiato in pieno giorno da 5 militanti di CasaPound (ma Cpi nega ogni addebito) a pochi passi dalle forze dell’ordine e da un presidio sotto la sede del X municipio. Ma le azioni squadristiche in questo fazzoletto di terra tra Roma e il mare sono tante in questi ultimi due anni: nel maggio 2015 uno studente del liceo Labriola di Ostia si è beccato una testata sul volto da parte di un militante di Blocco studentesco, l’emanazione giovanile di CasaPound. E poi, ancora, aggressione agli attivisti del comitato per la riapertura del Teatro del Lido; aggressione a un ragazzo che indossava la maglietta della “Spartak Lidense”. I primi di ottobre ad assaggiare le maniere forti dei fascisti del terzo millennio pure un candidato di Forza Italia, Luigi Zaccaria, aggredito – stando alla sua denuncia – da un presunto militante di CasaPound. Che, ovviamente, respinge ogni accusa: «Dal centrodestra menzogne per recuperare voti».
Ostia è la punta di diamante di una strategia nazionale che vede il movimento neofascista avanzare ovunque. Ma attenzione a ridurre tutto alla violenza fascista, ché non basterebbe a giustificare il successo della macchina del consenso messa in moto in questi anni. Il fatto è che lo squadrismo è accompagnato e preceduto da un’opera di proselitismo senza precedenti (almeno in tempi recenti) nelle pieghe doloranti della società, nelle periferie abbandonate al degrado. Qui in queste terre di frontiera che avrebbero un bisogno assoluto di più Stato, e di più stato sociale, i neofascisti si sono inseriti con le loro campagne, le loro associazioni. Fanno proselitismo nei mercati, dove la crisi morde la vita delle persone, parlano di “Mutuo sociale” in una realtà che vede i prezzi delle abitazioni a livelli insopportabili, se la prendono con le banche e il sistema finanziario e, soprattutto, si scagliano contro l’immigrazione che penalizzerebbe gli italiani e precarizzerebbe ancor di più il mercato del lavoro. Sono argomenti destinati a fare breccia e a fomentare, di fatto, una guerra tra poveri, come le vicende di Tiburtino III e delle altre periferie romane hanno dimostrato in questi mesi.
Nel suo saggio Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli, scrive che la «crisi delle tradizionali forme d’identificazione quali la classe sociale» lascia spazi vuoti da occupare per «forme di radicalizzazione ed etnicizzazione legate a specifiche identità culturali, in cui il focus è passato dalla classe all’etnicità, dalla classe alla cultura, dalla razionalità al bisogno di religione». Forse è da qui che bisogna ripartire per sbarrare il passo al vecchio-nuovo fascismo.
Chiudendo la 10ª festa nazionale di CasaPound che si è tenuta a Latina lo scorso settembre, Iannone ha parlato di «anno d’oro». E ha sciorinato soddisfatto i numeri: otto sedi aperte nel solo 2017, che fanno arrivare il totale a 99 (ma il conteggio è provvisorio: a fine mese, per dire, a Cagliari aprirà una sede di Cpi), un numero di iscritti triplicato e 11 consiglieri comunali eletti.
L’obiettivo è ambizioso: dopo aver piantato bandierine lungo lo stivale, da Bolzano a Lecce, passando per Napoli, Lucca e Roma, il nero che avanza mira niente di meno che a Montecitorio. Per Iannone entrare nell’Aula “sorda e grigia” è cosa a portata di mano «perché ogni militante di CasaPound è già in trincea nelle strade di tutta Italia al fianco di chi è in difficoltà, e questo rende l’obiettivo di superare la soglia di sbarramento alla nostra portata anche se i volti dei nostri candidati saranno oscurati dai tg e i loro nomi ignorati dai giornali».
A sentire le parole del leader del partito sembrerebbe ci sia un ostracismo nei confronti di CasaPound. Peccato che le cose siano ben diverse. Sponsorizzare i fascisti del terzo millennio di questi tempi “fa figo”. A chiudere la campagna elettorale di Cpi a Ostia ci sarà pure Nina Moric. La showgirl croata, naturalizzata italiana, dopo una serie di contatti con Iannone ha deciso di spendere il suo volto per i fascisti: «Io sono sempre stata di destra, è un piacere per me aderire alle loro idee. Loro hanno tanto da dimostrare, per far capire chi sono veramente». Quanto a lei, crede «in tutto ciò che fa CasaPound. Loro amano l’Italia, come Trump ama gli Stati Uniti. Il nostro Paese ha bisogno di gente carismatica».
Se il coming out della Moric è palese non mancano quelli che in nome di un malinteso pluralismo stanno sdoganando l’estremismo fascista. Nello stabile occupato di via Napoleone III a Roma, sede nazionale di CasaPound Italia dal 2003 (l’edificio del Demanio in epoca Alemanno stava addirittura per finire nel patrimonio comunale come sorta di dote – pagata dai cittadini – al movimento oggi diventato partito politico) si sono alternati in queste settimane volti noti della tv, da Enrico Mentana a Corrado Formigli per un confronto con il vicepresidente Simone Di Stefano (il quale, con un’alzata di genio, fa trapelare che vorrebbe nella sede del partito anche Emanuele Fiano e Vladimir Luxuria). Il direttore del tg de La7 ha sostenuto che «se un movimento partecipa con proprie liste alle elezioni è la democrazia che lo legittima». Ma chi ha rischiato l’infatuazione, almeno a sentirlo, è stato il conduttore di Piazzapulita che il 3 ottobre si è detto convinto che «quest’aurea di censura e di illegalità che vi circonda sia fuori luogo». Poi in un crescendo rossiniano di benevolenza ha affermato: «siete esattamente dentro il gioco istituzionale, dentro il gioco democratico, siete un movimento vitale e pulito». Sembrerebbe di capire che la partecipazione a una competizione elettorale svolga, sia per Mentana sia per Formigli, la funzione di una lavatrice che solo per ciò stesso legittima e ripulisce chiunque riesca a piazzare il suo simbolo (dove peraltro e furbescamente non c’è un esplicito riferimento al fascismo) su una scheda elettorale. Nulla di nuovo. Anche i Fasci italiani di combattimento nel 1921 si presentarono alle elezioni e una buona parte del capitalismo italiano e dell’intellettualità conservatrice ritennero che così si sarebbe normalizzato il fascismo. E invece lo squadrismo crebbe di intensità proprio in quel periodo, alternando tattiche parlamentari e olio di ricino. Ma senza andare troppo lontano basterebbe seguire la sfilza interminabile di aggressioni in cui sono chiamati in causa i militanti di CasaPound per capire che nell’approccio inclusivo a tutti i costi, in questo appeasement, ci sia un tarlo pericoloso per la democrazia.
Secondo i dati del ministero dell’Interno dal 2011 a oggi, sono stati denunciati 359 militanti neofascisti, uno ogni cinque giorni. Eppure lo stesso Viminale poi sembra più che comprensivo nei confronti della tartaruga nera. In una informativa del ministero al Tribunale di Roma dell’aprile 2015 si leggono giudizi a dir poco lusinghieri nei confronti del movimento, che tutelerebbe le «fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”». La nota del Viminale arriva a parlare di uno «stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne», di «una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». «Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza/ Brucia la vita d’ardito, urlerai: Cinghiamattanza!». Il gruppo musicale si chiama ZetaZeroAlfa. Ne è leader Gianluca Iannone. E le cinghiate, come raccontano le cronache, non sono solo virtuali. Eccoli gli «aspetti innovativi» del ventennio.
I primi di ottobre a Grado Cpi ha replicato il blitz che qualche mese fa ha compiuto a Milano. Per protestare contro l’accoglienza in un agriturismo di 18 richiedenti asilo i militanti di Cpi hanno fatto irruzione nell’aula consiliare. Le parole del sindaco di Grado, Dario Raugna, suonano come un atto d’accusa e un campanello d’allarme. Il primo cittadino infatti dopo l’irruzione ha chiesto l’intervento dei Carabinieri: gli è stato risposto che lo sgombero non era possibile perché i militari presenti non sarebbero stati sufficienti a riportare l’ordine. Stesso copione è replicato il giorno dopo e anche stavolta a quanto pare le forze dell’ordine si sono guardate bene dall’intervenire.
Che di fronte all’avanzata fascista predomini un certo indifferentismo è purtroppo evidente. Come si sia arrivati a ciò è domanda da un milione di dollari. Certo è che nel 2003 quando veniva occupato lo stabile di via Napoleone III e iniziava il cammino di CasaPound, da centro sociale fascio a forza politica che ambisce al parlamento, gli anticorpi antifascisti nella società italiana si erano pericolosamente diradati già da un decennio.

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/inchieste/tartarughe-frecciate-inquinamento-nero/

mercoledì 26 luglio 2017

Per i morti di Reggio Emilia

Il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia, le forze dell'ordine uccidono cinque operai antifascisti durante una protesta contro il governo Tambroni. Per ricordare il sacrificio dei "morti di Reggio Emilia", invitiamo alla lettura dell'intervista che Silvano, fratello di Ovidio Franchi, ha rilasciato a Natalia Marino per Patria Indipendente. 


Il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione contro il governo Tambroni a Reggio Emilia cinque reggiani – Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli – furono uccisi dalle forze dell’ordine. Il sacrificio dei “morti di Reggio Emilia” diventa un simbolo della lotta per la democrazia e la loro memoria rimane impressa nelle generazioni successive. Abbiamo ripercorso i fatti di quella tragica giornata con Silvano Franchi, fratello di Ovidio.

Da 57 anni Reggio Emilia, con l’Anpi, la Cgil e i familiari dei Caduti chiede giustizia. Continuerete a farlo?
Certamente, la città intera e le famiglie ne furono completamente sconvolte. Dopo la morte di Ovidio, anche mio padre scelse di non vivere più, provato dall’ingiustizia subita. Avevamo tanti progetti e sogni, tutto cancellato, annientato.
Ovidio Franchi
Con Ovidio eravate in piazza il 7 luglio, lui era il primogenito…
Aveva 19 anni, quattordici mesi più di me, era operaio come nostro padre, studiava da disegnatore meccanico e andava molto bene a scuola. Coltivava tanti interessi ed era anche molto impegnato nella politica. Una tradizione di famiglia. Era segretario del circolo Cirenaica della Fgci, a Campo Volo, un quartiere di operai. Pensavamo bisognasse opporsi al governo Tambroni con gli strumenti della democrazia, scendendo in piazza. Così è stato, pur con la scia di morti e feriti. Da parte dei giovani fu una modalità di partecipazione forte e spontanea. Molti dei loro genitori dovevano raggiungerli alla manifestazione. Nostro padre però vi arrivò quando Ovidio era già morto.
La mobilitazione era stata corale e popolare…
Reggio Emilia conta 650 Caduti per lotta di Liberazione. Nel 1960, a soli 15 anni dalla fine della guerra, il governo del democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dal determinante appoggio di tre deputati del Msi, rappresentava un’offesa alla Resistenza. Tant’è che immediatamente tre ministri Dc si dimisero: uno di loro, Giorgio Bo, era stato partigiano. Era intollerabile il ritorno al potere di una forza politica chiaramente fascista. A Genova la mobilitazione antifascista, popolare, aveva vinto nel rifiutare il congresso missino, ma che ci fosse una svolta autoritaria era evidente: il giorno prima, a Roma, la polizia a cavallo aveva caricato i manifestanti, parlamentari e partigiani compresi. Quel governo è stato il primo grande errore storico della Repubblica. La Cgil aveva indetto uno sciopero generale di 12 ore e una manifestazione. I giovani vi parteciparono portando le magliette a strisce, che allora andavano di moda e costavano poco, le vendevano gli ambulanti. Anche Ovidio ne indossava una.
Quale fu la dinamica dei fatti?
Alle 16,20 eravamo in attesa di entrare alla Sala Verdi, dove si sarebbe tenuta l’unica iniziativa autorizzata. 600 posti appena. Ci trovavamo a 300 metri quando un’auto del sindacato con l’altoparlante ci avvisò dell’altissima adesione allo sciopero e delle migliaia di manifestanti che stavano scendendo in piazza. Molti operai portavano fiori ai monumenti ai Caduti partigiani. Noi seguimmo la vettura della Camera del lavoro, promuovendo di fatto un breve corteo. È scoppiato il finimondo: polizia e carabinieri ci hanno caricato con idranti, lacrimogeni e sfollagente, i caroselli delle camionette di polizia e carabinieri tentavano di investirci. Per ripararci, ci siamo diretti con altre centinaia di compagni verso la chiesa di San Francesco, che frequentavo perché vi giocavo a calcio e sapevo aperta sempre fino a tarda sera. A casa Franchi eravamo comunisti, ma tutti molto religiosi. Invece, con grandissima incredulità trovammo il portone sbarrato. Lauro Farioli, operaio di 22 anni, e il partigiano Mario Serri morirono proprio sui gradini del sagrato. Le pietre d’inciampo poste in memoria dei Caduti del 7 luglio sono un atto d’accusa. Non sappiamo se ci fu un direttiva precisa nel chiudere l’accesso, di certo fu un comportamento poco cristiano. Il Vescovato non l’ha mai ammesso, né tantomeno ha mai chiesto scusa. Neppure in quest’ultima ricorrenza.
Quando fu colpito Ovidio?
Provammo a cercare rifugio verso l’Isolato di San Rocco. Nella confusione persi di vista mio fratello. Poi il ferimento a morte. Perse la vita anche il partigiano Emilio Reverberi. Un altro partigiano, Afro Tondelli, cadde ai giardini pubblici vicino al Teatro municipale. Fu una strage di Stato.
Si aprì un’inchiesta e poi un processo sulle responsabilità di quei morti?
È la domanda che mi rivolgono sempre gli studenti, anche stranieri. L’Istituto storico della Resistenza di Reggio Emilia, l’Istoreco, promuove ogni due mesi degli incontri. Dall’Università di Berlino vi partecipano numerosissimi, mostro loro i luoghi dell’eccidio. Un processo si tenne, spostato a Milano per legittima suspicione. Per sette mesi i familiari fecero i pendolari per presiedere alle udienze; dal dicembre 1963 al 4 luglio ‘64 partivamo ogni mattina alle 5 e arrivavamo in tribunale alle 9; il Consiglio federativo della Resistenza e la Cgil con la solidarietà economica dei lavoratori avevano affittato un pullman dell’azienda trasporti cittadina. I due unici imputati vennero assolti: il vice questore, Giulio Cafari Panico, per “non aver commesso il fatto”, e l’agente di polizia Orlando Celani per “insufficienza di prove”. Eppure c’è una fotografia che lo ritrae in ginocchio mentre spara a Tondelli. Lo scatto non è nitido, allora forse non c’erano i mezzi tecnici di oggi. Ma di recente, per ben due volte, le richieste dell’Anpi con l’avvocato Ernesto D’Andrea, di riaprire il processo e ottenerne la revisione sono state archiviate dalla magistratura di Brescia.
Andrete avanti però…
Si sparò ad altezza d’uomo, in totale 500 colpi, è il numero accertato. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di quanto accadde. I nostri genitori e il mondo democratico di allora pensavano semplicemente di avere almeno un diritto sancito dalla Costituzione: manifestare in piazza democraticamente, scioperare e dimostrare pacificamente. Invece venne punita la città di Reggio Emilia, per la sua storia antifascista, i fratelli Cervi, la Resistenza. Purtroppo manca ancora la volontà politica in Italia di stabilire una verità giudiziaria. Per quest’ultimo anniversario, l’Anpi e la Camera del lavoro di Reggio Emilia, insieme al Comitato delle celebrazioni del 7 luglio, di cui fanno parte anche i familiari delle vittime, volevano incaricare di una nuova richiesta di revisione Giuliano Pisapia, che è avvocato del foro di Milano. Non si è riusciti, purtroppo.
Quindi ritenete ci siano elementi per nuovi procedimenti penali?
Noi continuiamo a raccogliere prove e testimonianze, non ci arrendiamo. È una ferita aperta. Negli archivi del ministero dell’Interno, desecretati, ci sono solo documenti su aspetti penalmente non perseguibili, gli altri sono spariti. All’epoca, alcuni agenti di polizia testimoniarono della paura di molti loro colleghi e affermarono pubblicamente e spontaneamente di aver rifiutato di eseguire gli ordini dei comandi. Erano universitari arruolatisi per pagarsi gli studi. In aula, vennero zittiti. Il film “Il sole contro” del regista Giuliano Bugani ha raccolto elementi inediti e importanti. Faccio parte dell’Anpi di Reggio Emilia, che col suo Presidente, Ermete Fiaccadori, sta proseguendo a cercare e mettere insieme nuovi materiali. La circolare con l’ordine di colpire i manifestanti deve saltar fuori.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it



giovedì 29 giugno 2017

Buon compleanno, partigiano Pallini!

Pubblichiamo con immenso piacere il messaggio di Patrizia Palavezzati, presidente, e della sezione ANPI di Zavattarello, al partigiano Alfredo Pallini, nel giorno del suo compleanno. Un augurio da tutti gli antifascisti!

Ciao Alfredo, un grande abbraccio da tutti noi per il tuo compleanno. Gli anni sono tanti, è vero, i tuoi e i nostri, ma per noi tu sei sempre il ragazzo che, con l’infallibile istinto delle persone libere e giuste, ha scelto subito da che parte stare, e ti sei fatto partigiano.
Perché da una parte stava la barbarie dall’altra parte il riscatto dell’umanità dalla oppressione.

Caro Alfredo, da te abbiamo capito che la lotta, nella quale ogni giorno la morte nazifascista stava in agguato, ogni giorno portandosi via, in ogni parte d’Italia e d’Europa, un fratello e un compagno, non aveva soltanto un obiettivo militare – liberare il Paese – ma un obiettivo umano e sociale ben più alto: la liberazione dell’umanità dalla sottomissione e dal bisogno.

Caro Alfredo, ti stringiamo forte; e ti chiediamo anche scusa.
Perché il nostro Paese non è quello che sognavi, mentre stringevi i denti sotto le botte dei fascisti.
Sulla schiena quelle botte ti hanno lasciato, come dici tu, “un nero che non va mai via”.


Caro Alfredo, compagno e fratello, “il nero non va mai via”; e i fascisti di oggi, diversi, certo, dai fascisti di ieri, rispolverano le odiose parole d’ordine della dittatura e si fanno vanto dei suoi neri simboli.
Caro Alfredo, compagno e fratello, “il nero non va mai via”; e ahimè si riaffaccia con prepotenza quando la pratica della politica viene banalizzata e distorta, quando il vento della libertà si disperde nelle sacche del trasformismo e dell’opportunismo.
Caro Alfredo “il nero non va mai via”; e la tanto esibita modernità sembra invece voler cancellare il bisogno di giustizia e uguaglianza inscritto nella lotta partigiana.
Caro Alfredo, noi, però, siamo qui e continuiamo il cammino.
Non ci lasciamo confondere.
Non ci lasciamo comprare.
Teniamo la schiena dritta, così da dire che la Resistenza è sempre e l’antifascismo è ancora e sempre la nostra bandiera.

Ciao Alfredo, buon compleanno. Continua a raccontarci. Noi abbiamo bisogno delle tue parole: esse ci accompagnano nel cammino, così come un tempo: ”scarpe rotte eppur bisogna andare”.

Partigiani sempre.

domenica 18 giugno 2017

Sguardi obliqui, antieroi e storie meticce

Vi invitiamo alla lettura di una interessante analisi sulla narrativa resistente italiana, tratta da patriandipendente.it.


Una copertina insolita e accattivante con in primo piano una sagoma femminile che impugna una pistola, dietro le spalle due figure maschili di cui una imbraccia un mitra, sullo sfondo in alto un aereo…
Con l’uscita di In territorio nemico (Minimum fax, 2014) progetto di “scrittura industriale collettiva” coordinato dai fiorentini Vanni Santoni e Gregorio Magini, che raggiunge rapidamente le tre edizioni in pochi mesi e si è imposto all’attenzione della critica con recensioni nei principali quotidiani, partecipate trasmissioni radiofoniche, interviste e ovviamente un ampio risalto sul web, ho avuto la sensazione, confermata successivamente, che la narrativa contemporanea avesse qualcosa da dire su Resistenza e dintorni.
Queste note intendono proprio dare conto, attraverso una scelta parziale e del tutto soggettiva di alcuni romanzi e racconti di narrativa italiana, tra loro anche molto diversi, del modo e delle motivazioni con cui una nuova generazione di scrittori e scrittrici si è avvicinata e ha rielaborato il tema della Resistenza. In questo senso e con questo fine ho cercato di considerare uno spettro abbastanza ampio di testi senza ovviamente alcuna pretesa di esaustività ma individuando quelli che in modo più originale, se non a volte anche provocatorio, ne tentavano una rilettura più vicina alla sensibilità contemporanea. A questa più generale intenzione si è affiancata una duplice esigenza: verificare se e in che misura e modalità il tema della Resistenza (inteso in senso largo) continua ad ispirare narratori e scrittori contemporanei e quale eventuale uso didattico e divulgativo se ne può ricavare. Su quest’ultimo aspetto legato al lavoro che come docente formatore svolgo presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’età contemporanea rimando ad un mio articolo apparso sulla rivista on line Novecento.org (http://www.novecento.org/didattica-in-classe/narrativa-e-resistenza-due-esperienze-didattiche-1694).
Non ho alcuna pretesa o intenzione di critica strettamente letteraria al più ho trovato molto interessante, come docente di materie letterarie il rapporto con un certo canone letterario, quello scolastico (Beppe Fenoglio e Italo Calvino), da parte di autori e autrici della cosiddetta generazione “T/Q” (trenta/quaranta) quindi cresciuti culturalmente dopo la caduta del muro di Berlino, la conclamata fine del “paradigma resistenziale” tradizionale e la fine dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Sarebbe utile anche vedere come in questi testi operi in modo peculiare l’incrocio tra invenzione narrativa e storia e in alcuni casi anche con la storiografia, il nesso con la documentazione utilizzata e il rapporto con la memoria individuale e collettiva. Rimandando in questo senso ad ulteriori approfondimenti qui mi limito ad una breve carrellata di testi che ho trovato particolarmente significativi.
Parlando di nuovi scrittori mi sembra giusto partire da un “giovane” novantenne,Giulio Questi, scomparso nel dicembre 2014, l’unico, degli autori di cui parlerò, ad appartenere anagraficamente alla generazione degli autori-testimoni. Giulio Questi, che ha svolto la sua esperienza partigiana nel bergamasco, per molti aspetti è stato un “nuovo” scrittore resistenziale perché i racconti pubblicati da Einaudi poco prima della sua scomparsa con il titolo complessivo diUomini e comandanti sono un contributo tutto sommato quasi inedito sul piano della narrativa resistenziale. Infatti la sua vicenda biografica di uomo di cinema, sceneggiatore e regista soprattutto di spaghetti-western di grande originalità (uno tra tutti Se sei vivo spara del 1967), a cui Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi liberamente ispirato rendendo pubblico omaggio, lo ha reso molto più vicino alla sensibilità pulp contemporanea che alla narrativa e memorialistica della Resistenza del dopoguerra. Totalmente estraneo al mondo della letteratura ufficiale, come a quello politico-memoriale, Questi racconta una Resistenza lontana da ogni retorica: nelle sue storie a volte feroci ma sempre pervase da ironia e intelligenza; il terrore, l’improvvisazione e la sconsideratezza si alternano e si mescolano al coraggio, alla dignità in mezzo a fame, freddo e impellenza dei desideri (non solo quelli onirico-sessuali ma anche quelli alimentari se non intestinali). Se la dimensione propriamente politica resta sullo sfondo, quella avventurosa-picaresca, generosa e un po’ strampalata dei giovani partigiani non manca di attrarre e incuriosire.
Sostenitori di uno “sguardo obliquo”, spiazzante e in controtendenza, è sicuramente quello teorizzato e praticato da un gruppo di scrittori bolognesi che si fa conoscere alla fine degli anni 90 con il nome collettivo prima di Luther Blisset poi di Wu Ming. Chiaro il loro carattere militante antifascista, ma molto lontano da quello tradizionale. Si può dire che partono dalle macerie del vecchio antifascismo a cui non sono mai appartenuti, attraversano interamente e fino in fondo il postmoderno e ne assumono molti stilemi, con la differenza fondamentale che all’ironia (già insita nei nomi: quello di un calciatore inglese noto “bidone” giunto al Milan o quello cinese collettivo che significa “nessuno”) si aggiunge l’impegno etico e politico rivendicato apertamente in nome di una sinistra dei movimenti. L’uso ampio e per certi versi centrale del web per creare “comunità”, la radicale critica all’autorialità individuale in nome di un sapere condiviso, la multimedialità, l’open source, sono altrettanti cardini di una proposta culturale e politica. L’idea di fondo che ha suscitato a sua volta perplessità e critiche è quella di una “mitopoiesi” (costruzione di miti) basata anche su materiali della “cultura pop” (Cary Grant, David Bowie ma anche Fred Astaire sulla copertina di Point Lenana). Il collettivo si fa conoscere con il romanzo storico Q (Einaudi, 1999) in cui si parla di un giovane seguace della Riforma che, deluso dai compromessi di Lutero, condivide il messaggio di radicale rinnovamento sociale oltre che religioso di Thomas Muntzer e degli anabattisti fino alla sconfitta definitiva ad opera di cattolici e luterani, non senza essere passato attraverso l’esperimento comunistico evangelico sfociato in una sanguinaria dittatura. Fatti e riferimenti alle vicende dei movimenti politici anni 70 e del comunismo internazionale novecentesco sono evidenti e voluti.
Ma il tema resistenziale, seppure come sfondo e ambiente in cui si forma il protagonista, è presente soprattutto in Asce di guerra (Tropea, 2000) versione romanzesca della vicenda biografica di Vitaliano Ravagli, il “vietcong romagnolo”, come recita un breve richiamo in copertina. Troppo giovane per fare il partigiano, Vitaliano, incapace di adattarsi al dopoguerra pacificato, parte volontario grazie alla rete internazionale del Pci e combatte in Laos a fianco dei guerriglieri laotiani alla fine degli anni Cinquanta. Tipico dello stile e di non pochi dei personaggi di Wu Ming quanto si legge in una pagina preliminare del paratesto: «Certi uomini sono quello che i tempi richiedono. Si battono, a volte muoiono, per cose che prima di tutto riguardano se stessi. Compiono scelte che il senno degli altri e il senno di poi stringono nella morsa tra diffamazione ed epica di stato. Scelte estreme, fatte a volte senza un chiaro perché, per il senso dell’ingiustizia provata sulla pelle, per elementare e sacrosanta volontà si riscatto. […] Le storie non sono che asce di guerra da disseppellire».
Vitaliano è quanto di più lontano dall’eroe positivo si possa immaginare, è un proletario senza il moralismo e le letture del partigiano Johnny e tantomeno il tragico eroismo del Milton fenogliano o di tanta memorialistica. La sua vicenda è per certi versi quella di un border line, di un disadattato nel senso letterale del termine, che non si adatta o che non riesce ad adattarsi a una vita normale, distante anni luce per la sua elementare quanto radicata e irriducibile sete di giustizia dal politically correct attuale e per questo, pur nella straordinarietà della storia, il personaggio non manca di credibilità e di autenticità.
Il gruppo ha poi firmato collettivamente o individualmente e in collaborazione con altri autori diversi altri testi e “oggetti narrativi non identificati” mantenendo una serie di caratteristiche: commistione verità/invenzione, fruizione a più livelli del testo, stile rapido e incalzante “all’americana”, molta azione e relativo (ma non assente) approfondimento psicologico, continuo variare di tempi narrativi e di punti di vista, uso della rete (newsletter Giaphttp://www.wumingfoundation.com/giap/) e continuo dibattito con la propria comunità. In questo senso New Italian Epic (Einaudi, 2009) è il testo in cui si teorizza la nascita di una “costellazione” di testi e autori che condividono il progetto. Tra gli altri testi in cui sono presenti fascismo, politica coloniale, guerra mondiale e Resistenza segnalo in particolare Timira. Romanzo meticcio, di Wu Ming2 e Antar Mohamed, storia di Isabella Marincola, la mondina di colore che compare in Riso amaro insieme a Silvana Mangano. Nata a Mogadiscio nel 1925, “italiana dalla pelle scura”, mescola memoria, documenti d’archivio e invenzione narrativa. La struttura ricalca quella di Asce di guerra – “questa è una storia vera…comprese le parti che non lo sono” -; da notare infine la presenza di “titoli di coda”, ampia bibliografia ragionata utilizzata per la redazione del testo, segno distintivo degli “oggetti narrativi non identificati”. Le vicende narrate alludono anche a Giorgio Marincola, quasi coprotagonista, presenza/assenza pregnante, fratello di Timira, partigiano protagonista invece del saggio Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945) di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio (Iacobelli, 2016 nuova ed.http://www.razzapartigiana.it/).
Altra “storia meticcia”, in fondo per certi aspetti simile a quella di Alessandro Sinigaglia narrata da Mauro Valeri, Negro, ebreo comunista(Odradek, 2010), di un partigiano dalla pelle scura, giovane studente di medicina internato a Bolzano, ucciso dalle truppe tedesche in ripiegamento. I temi delle identità e degli “attraversamenti” delle identità “etniche” sono aspetti centrali nelle culture antifasciste contemporanee italiane e internazionali ed è normale che questo tipo di sensibilità sia ben presente nella nuova saggistica e nella narrativa.

Ultima fatica di rilievo è Point Lenana, uscito nel 2013, sempre Einaudi, questa volta ad opera di Wu Ming1 e Roberto Santachiara. Anche qui una vicenda particolare, una storia anomala e accattivante, quella di Felice Benuzzi, evaso insieme a due compagni dal campo di prigionia inglese del monte Kenya e che scala insieme a loro i quasi 5000 metri di Point Lenana, per poi consegnarsi di nuovo al campo. La ricca biografia di Felice, alpinista di origine triestina, diventa il pretesto per una strabordante (e anche un po’ stordente) carrellata di eventi e personaggi – dalla Trieste di inizio 900 alla Cirenaica, al Kenya dei mau mau – sempre seguendo le vicende del protagonista, che nel dopoguerra intraprende una carriera diplomatica di alto livello (è a Berlino durante la costruzione del muro). Il testo definito un “oggetto narrativo non identificato” presenta un ricco apparato di tipo storiografico assai consistente e criticamente avvertito. Lo “sguardo obliquo” è qui dedicato a personaggi di primo piano del regime fascista visti nei loro aspetti più meschini e grotteschi. Brillanti e spassose le pagine dedicate al generale Rodolfo Graziani che, dopo l’attentato subìto in seguito alla sua criminale politica coloniale e ossessionato dalle voci circolanti sulla perdita della propria virilità (si diceva che avesse perso un testicolo), prepara un involontariamente ridicolo dossier fotografico inviato a Mussolini e a tutti i principali gerarchi del regime per rassicurarli sull’integrità e piena funzionalità del proprio apparato genitale. Badoglio viene invece ritratto per la sua memorabile e già all’epoca proverbiale avidità.
Decisamente volto al genere noir Valerio Varesi, giornalista di Repubblica e autore della fortunata serie Tv del Commissario Soneri, definito l’anti-Pansa da Il fatto, con La sentenza (Frassinelli, 2011). Qui i protagonisti sono letteralmente due “facce da galera”, Jim e Bengasi. Delinquente comune il primo, che si offre di infiltrarsi in una banda partigiana e ex Legione straniera il secondo, con vari precedenti. Proprio la comune esperienza nella banda li cambierà profondamente, come del resto in molte testimonianze la maturazione ideale se non politica è quasi sempre durante, se non successivamente, l’esperienza partigiana. Figura “positiva” ma anche lui in prospettiva un “perdente” sarà invece l’idealista Ilio, che all’inizio sembra l’eroe predestinato. Qui, per riprendere le celebri parole di De Andrè, è “dal letame che nascono i fiori”, partendo dal presupposto che all’interno delle bande non c’erano sempre stinchi di santo ma, come nella banda del Dritto calviniana, proprio ad esistenze perse e senza scopo viene offerta un’opportunità. Significativamente il libro è dedicato a Umberto Bertoli autore di La Quarantasettesima, la banda protagonista del romanzo. Anche qui può essere interessante riflettere sulle parole dell’autore:
“Ho cercato di respingere il revisionismo ideologico e cretino, che ci vede solo una guerriglia sanguinaria e vendicativa. Ma proprio per questo non ho fatto neanche la sua apologia, di problemi, contraddizioni, incongruenze, nel fronte della Resistenza ce n’erano eccome. E li ho affrontati attraverso le storie di Bengasi e Jim: un irriducibile anarcoide futurista il primo, mentre il secondo si redime nell’incontro da spia con quel mondo partigiano che è pronto a lottare e morire per un ideale, per qualcosa che verrà. Cose incomprensibili anche per il maggiore Holland, l’ufficiale inglese che opera con la 47esima: il suo dialogo con la passione di Ilio prefigura la real politik di quarant’anni dopo e sottolinea l’isolamento di mezzi e simpatie dei “garibaldini”, a pro dei badogliani. D’altronde Yalta era ad un passo, e quando Holland dice “vi impediremo di fare la rivoluzione anche a costo di usare maniere forti”, annuncia quel che sarebbe di lì a poco iniziato ad accadere in chiave anticomunista in Italia, il salvataggio di Borghese, capo della tremenda X Mas, ad opera degli inglesi, la capillare penetrazione di dirigenti del regime nella neonata Repubblica, Stay Behind, Gladio, il tentativo di golpe di De Lorenzo, le stragi di stato, i servizi deviati…” (www.valeriovaresi.net).
Storia sentimentale della Resistenza è quella proposta da Antonella Sarti Dalle cime al mare (Effegi, 2012), ambientata nelle Alpi Apuane, linguaggio semplice e storia ben scritta, liberamente ispirata a vicende quali la strage di Forno, la rivolta di piazza delle Erbe ecc. Due storie d’amore si intrecciano nel contesto bellico con una grande attenzione a rendere credibili contesti e personaggi, ricchi di sfumature psicologiche i ritratti dei giovani protagonisti. Alle azioni di guerra si affiancano i civili, la guerra ai civili, la pluralità dei soggetti, la crudezza degli eccidi. Per la delicatezza di alcuni passaggi e la febbrile attesa del futuro Dalle cime al mare ricorda Un’educazione europea di Romain Gary ambientato nella Resistenza polacca. Antonella Sarti, docente nelle scuole superiori, si è ampiamente servita per la documentazione della copiosa produzione memorialistica spesso legata fortemente all’ANPI, oltre che ai propri ricordi familiari. Proprio una calda e affettuosa dimensione familiare pervade il breve romanzo ben disegnato, leggibile, apparentemente semplice e lineare, in realtà molto ben pensato con riferimenti storici precisi e personaggi sempre credibili.
Anche nel romanzo di Paola Soriga Dove finisce Roma (Einaudi, 2012) la storia della Resistenza romana è vista con lo sguardo di chi, ancora forse non a caso una scrittrice, sa intrecciare la dimensione sentimentale con i drammatici eventi collettivi come quelli legati alla guerra a partire dall’irruzione dei nazisti nel ghetto della Capitale. È con gli occhi di Ida, poco più di una bambina da pochi anni sbarcata a Roma dalla Sardegna, ospite della sorella Agnese e del cognato Francesco, che vediamo la dimensione della quotidianità di una ragazzina nella Resistenza romana, con la attività di staffetta ma anche i suoi amori non corrisposti. E attraverso le figure di Ida e Agnese la scrittrice può offrirci dei ritratti vivi e credibili del protagonismo femminile aprendo uno squarcio sul suo contributo tanto oscuro quanto fondamentale.
Altra strada ancora quella battuta da Giacomo Verri in Partigiano Inverno (Nutrimenti, 2012), – finalista del premio Calvino – che parte da un titolo di un libro in realtà mai scritto che avrebbe dovuto trovare posto nella celebre collana di Vittorini dei Gettoni Einaudi. Verri, anche lui insegnante, sceglie di accettare serenamente “la perdita di contatto con il mondo di ieri”, oltre all’«inesperienza», nel senso del carattere davvero postumo della letteratura. I personaggi protagonisti (Umberto bambino, Jacopo giovane che si unisce ai partigiani di Moscatelli e Italo professore in pensione dilaniato dal proprio senso di inadeguatezza) non compiono azioni importanti come quelle di Cino Moscatelli o Giuseppe Osella, ma vivono perennemente nell’attesa di qualcosa. Molto sperimentale la scelta del linguaggio “espressionistico”, come l’ha definito l’autore, estremamente sovraccarico di riferimenti colti, dialettali e gergali che rende non facile ma assai stimolante la lettura. L’opposto dell’apparente semplicità comunicativa della Sarti che colma con l’identificazione emotiva e sentimentale una distanza rispetto agli eventi narrati che invece a Verri pare incolmabile. Interessanti le notazioni dell’autore su come si è posto di fronte alla scrittura di un romanzo resistenziale oggi:
“Avanti avevo la necessità di raccontare al lettore d’oggi e a me stesso (che nulla so di un’arma, né cosa significhi dormire al gelo per mesi, né che effetti abbia sul fisico cibarsi poco e male) cosa facesse della gente comune coi fucili in mano, un letto gelido e pane duro come il ferro. Ero affascinato dall’idea di narrare di un tempo in cui eroi e poeti stringevano sodalizi (nella milanese casa dell’architetto Filippo Maria Beltrami, futuro “capitano” di una delle prime formazioni partigiane dell’Ossola, Montale andava a bere il caffè, e chiosava di suo pugno le poesie di Giuliana Gadola, moglie del Capitano), di un tempo in cui i soldi si vincevano proditoriamente – per chi faceva la spia – con le taglie sulla testa invece che coi quiz. Volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imbarazzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno” (p. 233). Sono parole di uno scrittore di rara sensibilità e consapevolezza doti che ha poi ampiamente confermato nei suoi Racconti partigiani (Biblioteca dell’Immagine, 2015).
In genere in tutto questo tipo di letteratura da Giulio Questi a Wu Ming, Valerio Varesi ecc. rimane centrale la figura del partigiano armato vista in tutta la ricchezza delle sue contraddizioni. Lontana qualunque idealizzazione, non di rado il partigiano è una figura quasi border line e proprio per questo attraente. Anni di revisionismo più o meno becero non hanno impedito di assumere questi stessi aspetti rovesciando in certo senso la vulgata sguaiata che lo vuole a marionetta di una storia criminale. Si evidenzia così spesso proprio la capacità di battersi in prima persona, quel tanto di avventuroso e di picaresco che non manca in ogni vicenda resistenziale. La decisione appunto di combattere come scelta e decisione volontaria, libera, anche se all’inizio non direttamente motivata politicamente, ma non per questo meno decisa e coerente. Insomma proprio le motivazioni spesso criticate, l’improvvisazione, la superficialità se non la contraddittorietà delle motivazioni, l’uso a volte ingenuo se non privo di criterio della violenza, sono ben presenti e descritte con toni realistici e crudi. Solitamente quindi i personaggi che affollano queste pagine non sono “vittime” ma, riprendendo una celebre frase del Johnny fenogliano, sono giovani disposti a mettersi in gioco, a scelte radicali: “Molto probabilmente finirà in un pasticcio – disse Johnny – ma ha da essere fatto”.
Sotto la coltre del disincanto e della rassegnazione presenti, questo “pasticcio”, questo rischiare in prima persona, in modo a volte ingenuo e strampalato ma autentico, per un mondo più giusto e umano per tutti, riemerge forse come un fiume carsico attraverso racconti e romanzi ormai lontani dall’epoca storica descritta e tuttavia tesi a restituirne almeno in parte la problematicità e la ricchezza.
Testi narrativi citati:
Wu Ming Asce di guerra, Tropea, 2000
Valerio Varesi La sentenza, Frassinelli, 2011
Wu Ming2 e Tamar Mohamed Timira, Einaudi, 2012
Antonella Sarti Dalle cime al mare, Effegi, 2012
Giacomo Verri Partigiano Inverno, Nutrimenti, 2012
Paola Soriga Dove finisce Roma, Einaudi, 2012
Scrittura industriale collettiva In territorio nemico, Minimum fax, 2013
Wu Ming1 e Roberto Santachiara Point Lenana, Einaudi, 2013
Giulio Questi Uomini e comandanti, Einaudi, 2014
Sitografia essenziale:
Paolo Mencarelli, dell’Istituto storico della Resistenza in Toscanak