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martedì 8 maggio 2018

Da sudditi a cittadini: il fascismo è un crimine


Proponiamo il testo dell'orazione tenuta da Teresa Berzoni a Vigevano. 

Rivolgo a tutti presenti un saluto e un ringraziamento per essere qui con noi a celebrare la festa dellaLiberazione dell'Italia dal nazifascismo. Quel giorno Sandro Pertini annunciò, da Radio Milano Libera, la fine della guerra, il recupero dell'unità nazionale e della indipendenza ritrovata, l'avvio di un nuovo cammino democratico. C'è un filo rosso che segna il legame tra la Resistenza, il nuovo carattere dell'Italia democratica e l'ordinamento repubblicano. È il 25 aprile, che si fonda innanzitutto, la nostra Repubblica. A questo proposito vorrei ricordare la nostra compagna Noemi Tognaga, simbolo dell’antifascismo vigevanese, maestra e partigiana, collaboratrice con il Comitato di Liberazione Nazionale.

Un impegno continuato sui banchi del consiglio comunale e, per più di trent’anni, alla guida dell’Associazione nazionale partigiani.



LA GUERRA
In una Italia devastata dalla guerra, nelle sue macerie materiali, e sfregiata da vent'anni di dittatura fascista, nelle sue macerie morali, si levarono le coscienze limpide dei nostri patrioti antifascisti che non avevano mai smesso di credere in un futuro migliore, si levarono le coscienze di quei militari abbandonati a se stessi dopo l'armistizio, che onorarono la patria con sacrificio ed eroismo, donne e uomini, nelle città e nelle campagne, che non avevano mai smesso di credere che ogni persona va rispettata e che la sua dignità non può mai essere violata né per ragioni di razza, in quanto le razze non esistono, né per ragioni di religione, né per ragioni di pensiero, né per ragioni di genere, maschile o femminile, né per ragioni di condizione sociale.
Scriveva Piero Calamandrei: se volete andare nei luoghi dove è nata la nostra Repubblica, venite dove caddero i nostri giovani. Ovunque è morto un italiano per riscattare dignità e libertà, andate lì perché lì è nata la nostra Repubblica.
E’ per questo che siamo qui oggi, ancora una volta, a ricordare la Liberazione, soprattutto nel suo più profondo significato politico, quello di aprire la strada ad un futuro di democrazia, in cui libertà ed eguaglianza marciassero di pari passo, in cui i diritti della persona fossero considerati alla stregua di beni intangibili ed inalienabili, il lavoro fosse il fondamento non solo economico, ma sociale e morale della Repubblica, la pace come il bene sommo da tutelare ad ogni costo.

Il 14 luglio 1938 vennero emanate da parte del consiglio dei ministri fascista e promulgate dal re Vittorio Emaneuele III le “leggi per la difesa della razza”, un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi antisemiti: una vergogna e una infamia imperdonabile. Quelle leggi, infatti, portarono alla morte migliaia di ebrei e provocarono sofferenze indicibili, paura, terrore, angoscia e miseria. Con il manifesto della razza e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito di prestare servizio militare, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici "ariani". Gli ebrei vennero licenziati dalle amministrazioni pubbliche militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall'insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non poterono più essere accolti nelle scuole statali. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole create dalle comunità ebraiche specifiche per ragazzi ebrei.
In base a quelle cosiddette teorie (penose, false perfino ridicole) migliaia di ebrei italiani furono perseguitati, umiliati, messi alla fame, arrestati e poi spediti nei campi di sterminio.

GLI STRANIERI IN ITALIA
Siamo qui, noi dell'Associazione Partigiani per ricordare che questa è e deve essere la festa di tutti gli antifascisti, e dunque anche di coloro che vivono in Italia da tempo e dovrebbero diventare cittadini, senza steccati culturali o religiosi. Siamo qui, in un giorno di festa, ma ricordando che il mar Mediterraneo è pieno di cadaveri, che in tutto il mondo infuriano guerre, anche a noi molto vicine come la Siria, dove le maggiori potenze si fronteggiano per portare, con le bombe, la democrazia.

LA POVERTA'
Ma siamo qui anche per richiamare tutti alla necessità di superare un mondo fatto di ingiustizie, in cui alcuni poteri forti cercano di dominare il mondo, unmondo dove l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%. L’attuale sistema economico favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri che sono in maggioranza donne. E l’Italia non fa eccezione. Questo sistema economicoriesce solo a provocare ulteriori disuguaglianze, privazione di diritti, violenza e barbarie, miseria e fame. Per questo auspichiamo il passaggio da un'economia lineare basata sulla produzione industriale e sulla produzione di scarto a un'economia circolare basata sul riuso, perché stiamo consumando e inquinando l'ambiente più di quanto la terra e l'uomo possano sopportare.
LA CRISI
La disoccupazione è ancora a livelli troppo alti, mentre 18 milioni di italiani sono caduti nella povertà. Nella nostra Regione c’è una crisi ancora più grave sul piano della legalità. Continuano ad imperversare le mafie. C’è una corruzione diffusa, a tutti i livelli. Ricordiamo quello che è successo nella sanità lombarda.
C’è una crisi evidente di valori, C’è la sfiducia nelle Istituzioni, c’è uno sforzo continuo per modificare la Costituzione anziché darle finalmente attuazione, c’è una crisi di rappresentanza e dunque di democrazia, c’è la crisi dei partiti. C’è, soprattutto, il problema dei giovani, verso i quali abbiamo un debito enorme, ai quali non diamo certezze né per il presente né per il futuro

E’ per questo che non dobbiamo essere indifferenti, dobbiamo impegnarci per il bene comune, mettendo al bando egoismi, odio e violenze per realizzare, alla fine, il sogno di quegli anni, della Resistenza, della Liberazione, mettendo al centro i suoi valori fondanti: lavoro, giustizia sociale, equità e solidarietà.

GUERRE NEL MONDO
È sempre tempo di resistenza. È tempo di resistenza perché ovunque sia terra di martirio, di tirannia, di tragedie umanitarie come in Siria, Libia, Nigeria, Congo, Somalia, Sudan e tanti altri, purtroppo, lì vanno affermati i valori della resistenza.
Per questo, vogliamo dare una risposta a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà che metta al centro il valore della persona, della solidarietà, dell'uguaglianza dei diritti, della libertà di pensiero, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale, un mondo più giusto, più libero, più uguale, un mondo sognato dai caduti per la nostra libertà. L'Anpi nazionale con le parole di Carla Nespolo e l'Anpi di Vigevano condannano l'attacco portato avanti dall'America, Francia e Inghilterra alla Siria, perché allontana la soluzione della guerra civile siriana, aumenta i pericoli per la pace nel mondo, destabilizza i rapporti internazionali, delegittima l'ONU, incoraggia il terrorismo e divide l'UE. È ora che in Italia e in Europa torni a farsi sentire un grande movimento popolare per la pace.

I NUOVI FASCISMI
Si stanno moltiplicando nel nostro Paese, sotto varie sigle, organizzazioni neofasciste e neonaziste, presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web sia in Italia che in Europa, in particolare nell’est, e si manifestano attraverso chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni. C’è un pullulare in Italia di movimenti neofascisti insopportabile: liste elettorali, vendita di oggetti, esposizione di simboli, manifestazioni, siti web. Non ultimo il presidio di Casapound in piazza Ducale la settimana scorsa e la svastica e un canto della Wehrmacht incise sulla porta di un bagno a Montecitorio.
Nonostante le leggi Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993 in tema di apologia del fascismo,che puniscono ogni forma di fascismo e razzismo, siamo testimoni di un nefasto incremento di manifestazioni nostalgiche con vecchi e nuovi “camerati” che inscenano nelle piazze, stadi, nei siti cimiteriali di alcune città e adesso anche nelle sedi delle associazioni umanitarie, sindacali, e sulle porte di sindaci e assessori di vari comuni italiani.
Sempre più frequentemente si vedono croci uncinate disegnate sui muri di edifici istituzionali o scolastici. A queste nuove formazioni esplicitamente razziste e neofasciste non si può arretrare dalla scelta di un contrasto forte, per rinsaldare i valori della Costituzione.
Per questo L'Anpi si è prodigata nella raccolta di firme “Mai più fascismi” esortando le autorità competenti a vietare, nelle competizioni elettorali, la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni la concessione di spazi pubblici per iniziative promosse da ben note Associazioni, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse Istituzioni locali.

Per questo, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere, sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII Disposizione della Costituzione.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA
Durante il fascismo la donna poteva essere licenziata dal posto di lavoro se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità né salariale né previdenziale, non aveva pari diritti all'interno della famiglia anche riguardo all'educazione dei figli. Seguendo questa politica lo stato fascista cercò di eliminare tutte quelle attività, tra cui la scuola e l'istruzione, che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto e dall'avere tanti bambini, insomma la donna “regina del focolare”. La signora Pesce, donna della resistenza antifascista, ci ricorda come le bambine per andare alle scuole medie dovessero pagare una tassa doppia di quella dei bambini.
Ventuno donne nel mondo più maschile che si possa immaginare, ventuno donne con idee diverse riuscirono, insieme, ad inserire la parità di genere nella nostra Costituzione. In particolare il lascito più importante del loro lavoro fu l'articolo 3, che fissa l'uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni sociali. Ventuno donne che lavorarono alla stesura della Costituzione nell'Assemblea Costituente fino ad aprile del 1948.
L'Anpi si batte per un futuro in cui la politica per l’Uguaglianza si nutra di universalità del welfare e di diritti della persona, di redistribuzione del lavoro e della ricchezza; si nutre di applicazione della Costituzione e di rappresentanza sociale da allargare.
Siamo qui per non dimenticare il passato, ma al tempo stesso per guardare verso il futuro, sapendo che esso dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di partecipazione, di democrazia, di antifascismo. 


lunedì 23 aprile 2018

Bar Cerere, luogo di ritrovo degli antifascisti della città.

Posata il 18 aprile scorso, in via Mentana 43, a Pavia, la targa dedicata agli antifascisti membri del CLN di Pavia che qui si ritrovarono durante i primi mesi della lotta di Liberazione.
Riportiamo le parole di Annalisa Alessio in occasione dell'inaugurazione.


Ringrazio tutti i presenti, il sindaco di Pavia, l’assessore Galazzo, il Presidente Camera Commercio e il funzionario del Comune che ha collaborato con noi per la posa di questa targa che dedichiamo oggi ai componenti del Comitato di Liberazione antifascista di Pavia.
Mentre raccoglievo le idee mi è venuto alla mente un passaggio delle Città invisibili, là dove Calvino scrive “La città non dice il suo passato… così accade che città diverse si succedano sopra lo stesso suolo, nascano e muoiano senza essersi conosciute, restando incomunicabili tra loro”.

Il senso del percorso avviato da ANPI Pavia sta tutto qui: il nostro è il tentativo di riannodare passato e presente; di sanare la frattura tra il nostro ieri e il nostro oggi svuotato di valori e povero di memoria. Siamo infatti convinti che la memoria, se vissuta come fatto collettivo e corale, possa sprigionare una piccola scintilla, che ci prende per mano e ci aiuta a capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere per il futuro, se gli indifferenti che assistono alla tragedia del mondo o gli uomini di buona volontà, capaci di intelligenza e ragione, di pronunciare una laica parola di pace e di solidarietà civile.

La memoria collettiva può sprigionare una piccola scintilla che magari può aiutarci a capire perché in questo Paese, proprio in questo Paese, il fascismo si sia fatto tana, forte di un consenso di massa; fino a capire come mai oggi un nuovo fascismo, non quello sgangherato dei banchetti e dei saluti romani, ma quello affondato nel revisionismo, nella indifferenza, nella equidistanza della memoria tra caduti dall’una e dall’altra parte nei venti mesi di guerra civile, nel razzismo e nella xenofobia, continui a trovare consenso, più o meno espresso, anche tra i banchi del parlamento della Repubblica.

Abbiamo iniziato questo percorso di ritessitura dei fili strappati dell’antifascismo, interpretandolo prima di tutto come scelta etica, e riscossa morale dall’acquiescenza servile al più forte, già dal 2015: la sezione Onorina Pesce, che è qui con noi oggi, ha pubblicato grazie anche al sostegno del Comune di Pavia le cartine della libertà, una rilettura della nostra toponomastica, così da individuare, sotto la mappa di Pavia, il reticolo nascosto che ci racconta “cosa” è stata e “perché” è stata la Resistenza, e ci dice della scelta estrema di chi pronunciò il no inflessibile dell’uomo libero e giusto contro la dittatura.

Il nostro percorso si è sviluppato poi con la posa della prima pietra da inciampo pavese, che, secondo le linee del progetto europeo dello scultore che le ha inventate, restituisce il nome a chi ebbe il nome e, spesso, la vita strappata nel gorgo dello sterminio.
Riproporremo il progetto delle pietre da inciampo anche per il 2019, e per il 2019, proporremo la valorizzazione di altri luoghi della memoria da piazza Botta, dove aveva sede una tipografia clandestina resistente, alla Clinica Mondino, luogo di incontro delle prime cellule antifasciste.

In questo contesto, inauguriamo oggi questa piccola targa. Qui dove noi siamo oggi, su questo stesso selciato sul quale noi camminiamo, nei primissimi mesi della lotta di liberazione, gli uomini, giovani, quasi ragazzi, dell’antifascismo pavese si davano ritrovo clandestino per combattere il fascismo, sfidando la polizia fascista di Salò, e la fitta rete delatoria costruita attorno ad essa.

Alberti Lorenzo, esercente, Belli Ferruccio, impiegato, Magenes Enrico, studente, Luigi Brusaioli, impiegato, Balconi Angelo impiegato: i loro nomi figurano in questo ordine nel verbale di denuncia dell’Ufficio della Polizia Investigativa della Guardia Nazionale repubblicana di Salò che – cito sempre il verbale – “avuto sentore che presso il Bar Cerere si radunavano elementi anti nazionali” il 9 dicembre ’44 diede inizio alla retata. Gli arresti spezzano le ossa del CLN di Pavia, e luglio ‘44 allineano verso la deportazione i resistenti pavesi, non prima di aver torturato duramente uno di loro, Ferruccio Belli, che venne esposto nudo e bagnato al gelo del gennaio ’44, perché facesse i nomi dei suoi compagni di lotta.

Mentre rendiamo il nostro abbraccio ai resistenti pavesi, una sola cosa voglio aggiungere, un solo interrogativo: il Paese e il mondo che abitiamo è quello immaginato al di là dell’orizzonte del filo spinato da chi è stato carcerato e deportato?

Questa è la domanda che deve forzare il muro di indifferenza del presente e che, guardandoci dentro, dobbiamo porre a noi stessi, chiedendoci se il nostro silenzio o la nostra indifferenza non sia oggi complice di una nuova barbarie che vede riverso su una spiaggia un bambino di tre anni a nome Alain Kurdi, mentre i bombardamenti dell’Occidente, che hanno come unica posta un barile di petrolio, mandano a morte mille altri bambini come lui.


domenica 26 marzo 2017

Un giovane partigiano

Storia, ribellione e commozione. Questo e molto altro, nelle emozionanti parole del testo elaborato da Annalisa Alessio, vice presidente del Comitato Direttivo ANPI della provincia di Pavia, che pubblichiamo con piacere.

Ha gli occhi lucidi e attenti, sopravvissuti al nostro tempo sbandato, di povera cultura e di dilagante egoismo sociale. Si chiama Clemente Ferrario.
Da sempre molti lo conoscono nella nostra città. Io l’ho conosciuto solo un paio di anni fa, quando, come militante dell’Associazione Nazionale Partigiani, andai a trovarlo. Dovevo informarlo che sarebbe stato insignito della “medaglia della liberazione”, il riconoscimento della Repubblica, forse tardivamente assegnato a lui e ad altri resistenti nel settantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dalla occupazione dell’ex alleato tedesco.
Da allora, ogni tanto ritorno; ogni volta Ferrario racconta della sua vita, consegnandomene la memoria, quasi affidandomi il compito – e il dovere – di non rinnegarla, ma di testimoniarla e testimoniarla ancora perché non tutto vada sprecato di quel tempo impetuoso in cui il ragazzo che era, studente della seconda liceo al Foscolo, grazie alla complicità di un bidello, diffuse tra i banchi il volantino del Comitato Liberazione Nazionale che chiamava i giovani a farsi ribelli. Un gesto che – anno 1943 – impegnava la vita e a volte ne richiedeva il sacrificio.

Eccola, Pavia resistente: oltre al più noto Bar Cerere, gli antifascisti e i comunisti hanno tre punti di ritrovo: un bar di corso Cairoli, un’osteria vicino al gasometro di porta Garibaldi, e il caffè San Carlo in piazza Grande.
“E’ stato qui che il 9 novembre 1943 mi fu comunicato che potevo considerarmi membro del Partito Comunista” – racconta Ferrario, riprendendo le parole della sua autobiografia di scelta partigiana e militanza comunista, titolata “Il buon partito”.
“Nell’estate ’44, sarei salito in Alta Valle Staffora, fino a Varzi centro della zona libera partigiana, nel cuore della “repubblica garibaldina” che opera sotto la guida della vecchia guardia antifascista con Beniamino Zucchella “Carlo”, già combattente della guerra di Spagna, “Remo”, Carlo Lombardi, reduce dalle galere del regime, tornato alla lotta con l’incarico di Commissario Politico e un giovane studente in filosofia dagli occhi tristi, Domenico Mezzadra, detto l’Americano, figlio di migranti che negli Stati Uniti vanamente avevano cercato una miglior fortuna”.
Questi nomi, per me appresi dai libri, ora si inscrivono nella materia corporea del reale, perché lo sguardo del vecchio partigiano brilla più forte nel pronunciarli; e tanto più forte quando pronuncia il nome di Carlo Barbieri detto Ciro.
“Perché Ciro era più di un amico, era mio fratello”.
La parola “fratello”, ammazzata dalla trascuratezza del nostro tempo, è ancora sospesa nell’aria quando io capisco che, nel suo profondo, essa significa la capacità di morire l’uno per l’altro; lasciandomi nel cuore un senso profondo di inadeguatezza rispetto all’eredità che questi uomini ci hanno lasciato.
La storia continua, da un mese e l’altro, da una mia visita all’altra alla casa dove vive Ferrario circondato dalle sue librerie come barricata contro chi ha dimenticato e chi ha rinnegato.
E la storia percorre la faticosa stagione in cui il ragazzo partigiano diventa funzionario del PCI, quando una sola macchina della federazione comunista pavese, guidata dall’operaio della Necchi, Angelo Marinoni, andava portando gli oratori dei comizi di paese in paese fino alle case più sperdute della Bassa Lomellina.
“Mi sono laureato un giorno dell’autunno 1949”: il tempo della guerra fredda e delle grandi scissioni iniziava; per me è ora di andare.
E’ tardi e devo prendere l’autobus.
Ho in borsa alcuni suoi libri, “Un comunista degli anni ’50” e “Operai e contadini" – storia del movimento operaio e sindacale. Ho già messo nel portafoglio la fotografia che Ferrario mi ha regalato: quella di Ciro Barbieri.
Mentre aspetto l’ascensore, capisco che c’è un solo modo per salutarlo degnamente: levare il pugno chiuso, in un gesto di fratellanza tra le generazioni.
Ferrario ha ricambiato il mio saluto, sollevando il braccio e stringendo il pugno.