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mercoledì 19 dicembre 2018

L'ANPI di Pavia centro e il suo nuovo presidente

Nel congratularci e augurare buon lavoro a Luca Casarotti, neo presidente della sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla di Pavia, pubblichiamo il suo intervento in occasione dell'insediamento.



Dichiarazione d’intenti sull’indirizzo politico del circolo ANPI Pavia Centro Onorina Pesce Brambilla


Il 26 ottobre scorso, la nostra assemblea degli iscritti ha eletto il nuovo comitato di sezione e ha approvato la dichiarazione d'intenti sull'indirizzo politico del circolo. Grazie a tutte e tutti. E grazie anche per la grande giornata di mobilitazione di lunedì 5 novembre: è stata rinfrancante, e ci ha spronato a fare del nostro meglio per continuare lungo questa strada.
Il nuovo comitato della sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla: Luca Casarotti (presidente), Ludovica Cassetta, Marta Ciotta, Beatrice Contardi, Sara Cortimiglia, Vanna Mantovani, Antonio Pignatelli, Matteo Rategni, Claudio Spairani.
Abbiamo ritenuto utile presentare per iscritto le nostre riflessioni su due questioni insieme teoriche e pratiche: quella sulla nozione di antifascismo e quella sull’autonomia dell’ANPI. Si tratta di questioni tra loro connesse, dalla risposta alle quali dipende l’agire concreto della nostra associazione.


1. Sulla nozione di “antifascismo”
La Resistenza fu un fenomeno conflittuale, non può esserne pacificata la memoria. Com’è noto, da oltre un ventennio la categoria della memoria condivisa occupa stabilmente lo spazio del discorso pubblico sulla fondazione dello Stato repubblicano. Secondo questa interpretazione, le ragioni della resistenza come guerra civile tra fascisti e antifascisti andrebbero superate una volta per tutte, in nome del comune riconoscersi della nazione nei valori costituzionali. Si tratta di una lettura che presenta almeno due aporie: da un canto, questo comune riconoscersi nella Costituzione è più un auspicio che un dato di fatto; la costituzione materiale del Paese è anzi sospinta con sempre maggior veemenza verso la negazione dell’uguaglianza sociale sostanziale di cui all’art. 3, comma II, della Carta fondamentale. In questo senso senz’altro operano l’attuale governo e la sua maggioranza parlamentare. D’altro canto, il concetto di “memoria condivisa”, postulando il superamento del conflitto fondativo tra fascisti e antifascisti, conduce a non riconoscere il ripresentarsi di quel conflitto nelle forme odierne: in altre parole, il fascismo viene inteso solo come una forma storica contingente e conclusa (il regime dittatoriale instauratosi in Italia tra il 1922 e il 1945), e non anche come un insieme di miti e pulsioni, retoriche e soluzioni politiche che si ripropongono in una situazione strutturale di crisi (fascismo eterno). Il diffuso motivo polemico dell’antifascismo in assenza di fascismo, che non a caso viene cavalcato dalle destre, ma a ripeterlo sono anche ambienti di orientamento democratico progressista, è un corollario di questa errata interpretazione storiografica, contro cui l’ANPI deve schierarsi. Deve farlo con intelligenza, cioè non opponendo retorica a retorica, non rifugiandosi in una rappresentazione mitica della Resistenza, ma rivendicando anzitutto la natura inevitabilmente parziale (dunque partigiana) e conflittuale della sua memoria, e promuovendo quella che in inglese viene chiamata public history (storia per il pubblico), con il fine di contrastare più efficacemente la vulgata antipartigiana, anti antifascista e filo nostalgica molto radicata nell’immaginario del nostro paese: si pensi per esempio alla pubblicistica di Indro Montanelli e di Giampaolo Pansa.
In materia, può essere utile a tutte e tutti noi iscritti la lettura dell’ebook del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki “Questo chi lo dice? E perché?”, una guida didattica alla consultazione delle fonti e al vaglio critico delle notizie a tema storico reperite dentro e fuori internet. Pensiamo che l’attenzione per una corretta divulgazione storiografica sia stata e debba continuare a essere centrale nella vita di questa sezione: il comitato continuerà a dedicarvi molta parte delle sue energie.

2. Sull’autonomia dell’ANPI
Il paradigma della memoria condivisa è stato propugnato anche, se non principalmente, da forze politiche appartenenti all’area della sinistra, o più correttamente del centrosinistra, e a livello individuale da personalità con una lunga storia all’interno del partito comunista: da Luciano Violante a Giorgio Napolitano, per non fare che due soli nomi. Questa considerazione conduce all’interrogativo sulla collocazione dell’ANPI rispetto alle forze partitiche. A nostro avviso, l’ANPI non ha un referente nella manifestazione attuale del partito storico e deve mantenere una posizione di autonomia non solo formale, ma anche sostanziale rispetto ai partiti, e al contempo rivendicare fermamente per sé la provenienza dalla storia del movimento operaio e la collocazione all’interno della sinistra. Occorre non cedere alla retorica della fine delle ideologie: la post ideologia è solo l’incapacità di pensare un’alternativa allo stato di cose presente.
Durante la campagna referendaria l’ANPI si è guadagnata un ruolo di spicco nell’opinione pubblica: ciò è stato possibile, crediamo, soprattutto in ragione della posizione pionieristica che la nostra associazione ha assunto in quel frangente, iniziando prima d’altre realtà a trattare il tema dell’opposizione alla novella costituzionale voluta dal governo Renzi e dal Partito Democratico, che per questo l’hanno attaccata a più riprese e in maniera scomposta. Questa centralità si è tangibilmente tradotta nell’aumento del numero degli iscritti. All’indomani della vittoria alla consultazione del 4 dicembre, è parso che il compito si fosse esaurito, e la centralità acquisita nei mesi precedenti è andata scemando. In questo clima di obiettiva incertezza, l’ANPI ha eletto nel 2017 la sua nuova presidente, Carla Nespolo: all’uscente Carlo Smuraglia è stata tributata la presidenza onoraria. Durante il primo anno e mezzo del suo mandato, la nuova presidenza ha espresso posizioni lodevoli e coraggiose: ricordiamo, su tutte, la serrata critica al progetto di un museo del fascismo a Predappio. Progetto che godeva del sostegno delle istituzioni locali e nazionali, e dell’appoggio di autorevoli studiosi. Questa critica ha mosso molti a riconsiderare le proprie posizioni, tanto all’interno delle istituzioni quanto nel mondo scientifico (fra gli altri Paolo Pezzino, attuale presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri). Ma nello stesso tempo, non possiamo nascondercelo, la nostra associazione ha compiuto anche scelte che hanno determinato una vera e propria frattura dal sentire di molte e molti antifascisti: emblematica in questo senso è stata la decisione della presidenza nazionale di non partecipare alla manifestazione antifascista indetta a Macerata il 10 febbraio scorso, dopo avervi in un primo tempo aderito. Retromarcia che ha preceduto di qualche ora l’invito dell’allora ministro dell’interno Marco Minniti a vietare di fatto il corteo maceratese, in quello che da più parti è stato interpretato come un poco edificante gioco di sponda tra l’ANPI e il Partito Democratico. Proprio quando le circostanze richiedevano la mobilitazione, si era invece avvertita la subalternità della nostra associazione alla strategia elettorale attendista del PD: lo stesso partito che poco più di un anno prima attaccava con veemenza l’ANPI nella campagna referendaria. Molte e molti iscritti hanno perciò manifestato il loro dissenso dalla decisione assunta dai vertici nazionali, organizzando presidi nelle loro città (è stato il caso di Pavia) oppure recandosi direttamente a Macerata, con tanto di fazzoletto e bandiera dell’ANPI bene in vista. Noi crediamo che nell’ambito cittadino una simile subalternità non si sia mai data in anni recenti. Al comitato della nostra sezione hanno partecipato - e continueranno a partecipare - compagne e compagni di diverse generazioni, con percorsi e storie di militanza differenti: prova insieme dell’autonomia e della capacità ricompositiva del lavoro svolto dal circolo, sia nell’analisi sia nella presenza di piazza. Fondamentale si è rivelato il coordinamento delle forze antifasciste cittadine nella Rete Antifascista, che la nostra sezione ha contribuito a fondare e alla quale partecipa. Questo coordinamento ha evitato di fatto che le occasioni di piazza venissero fagocitate dagli interessi di partito, salvaguardando la natura plurale del fronte antifascista. Talora ciò ha significato criticare pubblicamente l’operato di soggetti che pure si riconoscono nell’orizzonte antifascista. È stato il caso del presidio contro l’annunciata chiusura dei porti alla nave Aquarius da parte del ministro dell’interno leghista Matteo Salvini: in quell’occasione, pur presente in piazza una delegazione del Partito Democratico, più di un intervento ha stigmatizzato l’operato dell’On. Minniti, che ha preparato nella sostanza quello del suo successore al ministero dell’interno. Detto per inciso: interdire la piazza ai criticati è una soluzione semplicistica. Quello della critica pubblica in presenza degli interessati è un metodo faticoso, ma – crediamo – più produttivo. È nostra intenzione agire in continuità con questa linea, nella consapevolezza che l’antifascismo o è frontista o non è: ciò a patto che l’antifascismo si traduca in prassi, e non sia solamente dichiarato.



venerdì 19 maggio 2017

Fenoglio paga sabato

Il vento resistenziale del nord è già sotto attacco e il governo partigiano di Ferruccio Parri è già oggetto del tiro incrociato della democrazia cristiana e del partito liberale che ne decreteranno la fine nel dicembre 1945, quando Beppe Fenoglio scrive “La paga del sabato”. Il libro verrà pubblicato anni dopo.
La morte, pur incidentale, del protagonista del romanzo, Ettore – che testualmente così rappresenta sé stesso “ io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato… da partigiano comandavo venti uomini…” – pone una lastra di piombo sui giorni del coraggio e di quella felicità civile che, pur tra spari e lutti, aveva accompagnato la lotta di liberazione, come testimonia Teresa Cirio, partigiana: “si rischiava la morte però talmente c’era gioia di vivere; anzi eravamo proprio felici perché sapevamo che facevamo una cosa importante”.
Emblematica narrazione della frustrazione di alcuni partigiani che, consegnate le armi, non trovano radice nella vita civile, in parecchi casi emarginati e disoccupati, quando non addirittura rinchiusi in manicomio (cit. Franzinelli, Una odissea partigiana) o mandati a processo - l’Italia fu l’unico Paese, in tutta l’Europa libera, a perseguire i propri partigiani, non spregiando l’utilizzo dei verbali della GNR-, la storia di Ettore riverbera sulle testimonianze di tanti ex combattenti.

In qualche misura è l’eco straziata del sentire di quanti individuarono nello Stato post resistenziale il tarlo dell’indifferenza civile e della succube acquiescenza alla normalità filo atlantica, e il permanere di un vivo scheletro “fascista” incarnato negli apparati profondi dello stato largamente immuni da ogni epurazione.
Cambiatasi la giacca, molti sarebbero andati vantando il proprio passato fascista, rivendicando le “buone prassi” del regime, e fornendo avvallo a gigantesche operazioni di revisionismo storico; se per caso, qualcuno di essi andò rivisitando la Resistenza fu solo con l’obiettivo di attribuirle una plastificazione pseudo patriottica.
Nessuno stupore se i fili neri si dipanano ancora, e se, nel laissez faire di troppi corpi dello Stato, trovano accentuata visibilità nelle marce e nella manifestazioni che, insieme a Pavia, oltraggiano troppe nostre città.
“…due mesi, e diventiamo prigionieri della burocrazia, del reducismo, dei programmi astratti. Non riusciamo nemmeno ad offrire un lavoro, un pezzo di pane ai nostri partigiani meridionali… scopriamo che il fascismo è nello Stato dal 26 aprile ‘45” scrive Nuto Revelli, partigiano GL nel cuneese, in sintonia con il proprio Comandante Livio Bianco che ribadisce “ la nostra democrazia è non solo sulla difensiva ma in via di ripiegamento a ritmo vertiginoso” (cit. Dante Livio Bianco, Guerra partigiana)
Oggi, mentre ANPI Nazionale propone per il 27 maggio la giornata nazionale dell’antifascismo, e qualche voce liquida la nostra iniziativa come cosa vecchia, rivendicando la modernità, spesso sgangherata e brutale, come categoria vincente di approccio al reale, noi invitiamo a rileggere La Paga del sabato; con la convinzione che il quieto peso di questo libro nella mano “sia già antifascismo”. E con la consapevolezza che il mandato partigiano, mille volte calpestato e tradito, sia il solo fondamento legittimo della Repubblica e che da uomini come Nuto Revelli e Livio Bianco approdino a tutti noi le parole per chiedere oggi la radicale applicazione della Costituzione antifascista.