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mercoledì 19 dicembre 2018

L'ANPI di Pavia centro e il suo nuovo presidente

Nel congratularci e augurare buon lavoro a Luca Casarotti, neo presidente della sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla di Pavia, pubblichiamo il suo intervento in occasione dell'insediamento.



Dichiarazione d’intenti sull’indirizzo politico del circolo ANPI Pavia Centro Onorina Pesce Brambilla


Il 26 ottobre scorso, la nostra assemblea degli iscritti ha eletto il nuovo comitato di sezione e ha approvato la dichiarazione d'intenti sull'indirizzo politico del circolo. Grazie a tutte e tutti. E grazie anche per la grande giornata di mobilitazione di lunedì 5 novembre: è stata rinfrancante, e ci ha spronato a fare del nostro meglio per continuare lungo questa strada.
Il nuovo comitato della sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla: Luca Casarotti (presidente), Ludovica Cassetta, Marta Ciotta, Beatrice Contardi, Sara Cortimiglia, Vanna Mantovani, Antonio Pignatelli, Matteo Rategni, Claudio Spairani.
Abbiamo ritenuto utile presentare per iscritto le nostre riflessioni su due questioni insieme teoriche e pratiche: quella sulla nozione di antifascismo e quella sull’autonomia dell’ANPI. Si tratta di questioni tra loro connesse, dalla risposta alle quali dipende l’agire concreto della nostra associazione.


1. Sulla nozione di “antifascismo”
La Resistenza fu un fenomeno conflittuale, non può esserne pacificata la memoria. Com’è noto, da oltre un ventennio la categoria della memoria condivisa occupa stabilmente lo spazio del discorso pubblico sulla fondazione dello Stato repubblicano. Secondo questa interpretazione, le ragioni della resistenza come guerra civile tra fascisti e antifascisti andrebbero superate una volta per tutte, in nome del comune riconoscersi della nazione nei valori costituzionali. Si tratta di una lettura che presenta almeno due aporie: da un canto, questo comune riconoscersi nella Costituzione è più un auspicio che un dato di fatto; la costituzione materiale del Paese è anzi sospinta con sempre maggior veemenza verso la negazione dell’uguaglianza sociale sostanziale di cui all’art. 3, comma II, della Carta fondamentale. In questo senso senz’altro operano l’attuale governo e la sua maggioranza parlamentare. D’altro canto, il concetto di “memoria condivisa”, postulando il superamento del conflitto fondativo tra fascisti e antifascisti, conduce a non riconoscere il ripresentarsi di quel conflitto nelle forme odierne: in altre parole, il fascismo viene inteso solo come una forma storica contingente e conclusa (il regime dittatoriale instauratosi in Italia tra il 1922 e il 1945), e non anche come un insieme di miti e pulsioni, retoriche e soluzioni politiche che si ripropongono in una situazione strutturale di crisi (fascismo eterno). Il diffuso motivo polemico dell’antifascismo in assenza di fascismo, che non a caso viene cavalcato dalle destre, ma a ripeterlo sono anche ambienti di orientamento democratico progressista, è un corollario di questa errata interpretazione storiografica, contro cui l’ANPI deve schierarsi. Deve farlo con intelligenza, cioè non opponendo retorica a retorica, non rifugiandosi in una rappresentazione mitica della Resistenza, ma rivendicando anzitutto la natura inevitabilmente parziale (dunque partigiana) e conflittuale della sua memoria, e promuovendo quella che in inglese viene chiamata public history (storia per il pubblico), con il fine di contrastare più efficacemente la vulgata antipartigiana, anti antifascista e filo nostalgica molto radicata nell’immaginario del nostro paese: si pensi per esempio alla pubblicistica di Indro Montanelli e di Giampaolo Pansa.
In materia, può essere utile a tutte e tutti noi iscritti la lettura dell’ebook del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki “Questo chi lo dice? E perché?”, una guida didattica alla consultazione delle fonti e al vaglio critico delle notizie a tema storico reperite dentro e fuori internet. Pensiamo che l’attenzione per una corretta divulgazione storiografica sia stata e debba continuare a essere centrale nella vita di questa sezione: il comitato continuerà a dedicarvi molta parte delle sue energie.

2. Sull’autonomia dell’ANPI
Il paradigma della memoria condivisa è stato propugnato anche, se non principalmente, da forze politiche appartenenti all’area della sinistra, o più correttamente del centrosinistra, e a livello individuale da personalità con una lunga storia all’interno del partito comunista: da Luciano Violante a Giorgio Napolitano, per non fare che due soli nomi. Questa considerazione conduce all’interrogativo sulla collocazione dell’ANPI rispetto alle forze partitiche. A nostro avviso, l’ANPI non ha un referente nella manifestazione attuale del partito storico e deve mantenere una posizione di autonomia non solo formale, ma anche sostanziale rispetto ai partiti, e al contempo rivendicare fermamente per sé la provenienza dalla storia del movimento operaio e la collocazione all’interno della sinistra. Occorre non cedere alla retorica della fine delle ideologie: la post ideologia è solo l’incapacità di pensare un’alternativa allo stato di cose presente.
Durante la campagna referendaria l’ANPI si è guadagnata un ruolo di spicco nell’opinione pubblica: ciò è stato possibile, crediamo, soprattutto in ragione della posizione pionieristica che la nostra associazione ha assunto in quel frangente, iniziando prima d’altre realtà a trattare il tema dell’opposizione alla novella costituzionale voluta dal governo Renzi e dal Partito Democratico, che per questo l’hanno attaccata a più riprese e in maniera scomposta. Questa centralità si è tangibilmente tradotta nell’aumento del numero degli iscritti. All’indomani della vittoria alla consultazione del 4 dicembre, è parso che il compito si fosse esaurito, e la centralità acquisita nei mesi precedenti è andata scemando. In questo clima di obiettiva incertezza, l’ANPI ha eletto nel 2017 la sua nuova presidente, Carla Nespolo: all’uscente Carlo Smuraglia è stata tributata la presidenza onoraria. Durante il primo anno e mezzo del suo mandato, la nuova presidenza ha espresso posizioni lodevoli e coraggiose: ricordiamo, su tutte, la serrata critica al progetto di un museo del fascismo a Predappio. Progetto che godeva del sostegno delle istituzioni locali e nazionali, e dell’appoggio di autorevoli studiosi. Questa critica ha mosso molti a riconsiderare le proprie posizioni, tanto all’interno delle istituzioni quanto nel mondo scientifico (fra gli altri Paolo Pezzino, attuale presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri). Ma nello stesso tempo, non possiamo nascondercelo, la nostra associazione ha compiuto anche scelte che hanno determinato una vera e propria frattura dal sentire di molte e molti antifascisti: emblematica in questo senso è stata la decisione della presidenza nazionale di non partecipare alla manifestazione antifascista indetta a Macerata il 10 febbraio scorso, dopo avervi in un primo tempo aderito. Retromarcia che ha preceduto di qualche ora l’invito dell’allora ministro dell’interno Marco Minniti a vietare di fatto il corteo maceratese, in quello che da più parti è stato interpretato come un poco edificante gioco di sponda tra l’ANPI e il Partito Democratico. Proprio quando le circostanze richiedevano la mobilitazione, si era invece avvertita la subalternità della nostra associazione alla strategia elettorale attendista del PD: lo stesso partito che poco più di un anno prima attaccava con veemenza l’ANPI nella campagna referendaria. Molte e molti iscritti hanno perciò manifestato il loro dissenso dalla decisione assunta dai vertici nazionali, organizzando presidi nelle loro città (è stato il caso di Pavia) oppure recandosi direttamente a Macerata, con tanto di fazzoletto e bandiera dell’ANPI bene in vista. Noi crediamo che nell’ambito cittadino una simile subalternità non si sia mai data in anni recenti. Al comitato della nostra sezione hanno partecipato - e continueranno a partecipare - compagne e compagni di diverse generazioni, con percorsi e storie di militanza differenti: prova insieme dell’autonomia e della capacità ricompositiva del lavoro svolto dal circolo, sia nell’analisi sia nella presenza di piazza. Fondamentale si è rivelato il coordinamento delle forze antifasciste cittadine nella Rete Antifascista, che la nostra sezione ha contribuito a fondare e alla quale partecipa. Questo coordinamento ha evitato di fatto che le occasioni di piazza venissero fagocitate dagli interessi di partito, salvaguardando la natura plurale del fronte antifascista. Talora ciò ha significato criticare pubblicamente l’operato di soggetti che pure si riconoscono nell’orizzonte antifascista. È stato il caso del presidio contro l’annunciata chiusura dei porti alla nave Aquarius da parte del ministro dell’interno leghista Matteo Salvini: in quell’occasione, pur presente in piazza una delegazione del Partito Democratico, più di un intervento ha stigmatizzato l’operato dell’On. Minniti, che ha preparato nella sostanza quello del suo successore al ministero dell’interno. Detto per inciso: interdire la piazza ai criticati è una soluzione semplicistica. Quello della critica pubblica in presenza degli interessati è un metodo faticoso, ma – crediamo – più produttivo. È nostra intenzione agire in continuità con questa linea, nella consapevolezza che l’antifascismo o è frontista o non è: ciò a patto che l’antifascismo si traduca in prassi, e non sia solamente dichiarato.



giovedì 20 settembre 2018

Il nullafacente ministro ur-fascista e l’uomo che vende polli arrosto

"Sintesi fascista", Alessandro Bruschetti  1930
Con piacere, proponiamo  la letture di alcune osservazioni di Piero Cipriano, pubblicate sulla rivista digitale Carmillaonline.


Mi sono immaginato uno che oggi ha trent’anni, nato in Italia verso la fine degli anni Ottanta mettiamo, quando quelli di prima ancora comandavano, con autorevolezza e carisma, diciamolo pure (allora sembravano tiranni ma non erano tiranni, non lo era Ghino di Tacco anche se il vignettista del quotidiano della Repubblica lo tratteggiava a torto con stivalone ducesco, non lo era don Ciriaco De Mita da Avellino che con lui si spartì la nazione, non era tiranno nonostante la parlata sofistica irpina dove sovente diceva “è vero e non è vero al dembo sdesso”) e dopo nato è sopravvissuto alle malattie esantematiche infantili e (senza spavento) è sopravvissuto pure ai vaccini che negli anni Novanta esenti da idiozia sociale digitale si facevano senza colpo ferire, e dopo bambino sarà stato un adolescente quando l’Italia se la prendeva mesmerizzandola dalle sue televisioni il cleptocrate puttaniere che di Ghino di Tacco esule tunisino fan di Garibaldi era stato allievo, ma poi aveva saputo superare il suo maestro socialista mariuolo di un metro e novanta come solo i bravi allievi sanno fare nonostante il suo metro e sessantacinque, e così ridi e fotti il cleptocrate puttaniere impresse il suo stile e la sua cultura all’Italia tra alti e bassi per una ventina d’anni che alcuni storici del tempo presente con poca fantasia non esitarono a definire il nuovo ventennio, infatti si sbagliavano, la poca fantasia erra sempre, quando mai, comunque sia il ventennio si allunga fino agli anni Dieci del nuovo secolo il Ventuno, allorquando inizia inevitabilmente il declino del cleptocrate e inopinatamente, dopo qualche anno di transizione, a fine anni Dieci, dopo quattro cinque anni di governo di quelli della sinistra che si svegliano tardi, anno domini 2018, il potere se lo prende il suo figlioccio, il suo prodotto, un teratoma, una mutazione genetica, questo Matteo Salvini che si è fatto le ossa proprio nelle televisioni del suo ex socio di maggioranza a dodici anni con Doppio slalom complice Corrado Tedeschi a venti anni con La cena è servita qui è già più capellone e si presenta al presentatore con quella faccia un po’ così di Davide Mengacci come il nullafacente, nel frattempo frequenta i comunisti dei centri sociali in auge allora come il Leoncavallo, nonostante fondi i Comunisti Padani, nonostante i capelli lunghi non viene accettato da quelli di sinistra allora si sposta repentinamente a destra, a vent’anni il nullafacente è già eletto consigliere comunale, coerentemente con la dichiarazione che fece al Mengacci non lavorerà mai in vita sua, apposta appena diventa onorevole farà della lotta a quelli che da continenti depredati dissanguati stuprati vengono senza un lavoro con la fame addosso (per rubarci il lavoro a noialtri nullafacenti) la sua missione. Intanto si sposa con una e ci fa un figlio.
Convive con un’altra e ci fa una figlia. Non è vero che è un nullafacente. Qualcosa fa. Da allora dirà a tutti sono un papà. Papà. Papà. Quanto gli piace a lui dire sono un papà. Come se fosse difficile mettere incinta a una. Si mette con una stangona del mondo televisivo ma questa, approfittando della sua distrazione e della sua nullafacenza, dicono i giornali gossippari che lo rende cornuto. Lui però la perdona, perché non è come quei meridionali che delle corna ne fanno una questione d’onore e di principio. Ora la stangona è la vice-first lady. Gli stira le camice. Indossa il burka. Il ministro ha fatto tutti gli anni Novanta gli anni Zero gli anni Dieci nella Lega, un partito che prima era Nord e adesso è Italia. Tutte le leggi disegnate sulla persona del cleptocrate suo protettore il ministro nullafacente le ha votate. Obbediente. In attesa del suo momento. Di passare all’incasso. Ah, intanto che il cleptocrate invecchiava il nullafacente prendeva la paga dall’Europa (che pure gli fa schifo) in quanto parlamentare europeo, ma in quel parlamento al nullafacente non l’hanno mai visto, neppure quando si discutevano le regole per accogliere i migranti che lui tanto aborre, perché? Per coerenza con la sua nullafacenza. Un tipo casual. Un tempo indossava felpe. In ogni posto dove andava, siccome la gente è semplice e lui sa leggere la semplicità della gente, indossava una felpa con su scritto Milano, Varese, Predappio. Un tempo cantava canzoni propiziatorie per convincere il dio Vesuvio a fare Pompei bis. Cenere dei meridionali. Poi ha intuito che i meridionali sono rimasti sempre quelli che “vinze Franza o vinze Spagna abbasta ca se magna”, e che per di più sono abilitati al voto, e quel voto lui lo desidera, perché lo desidera? Sospendiamo il giudizio sul suo desiderio, se ne occuperanno i filosofi o i neuroscienziati o gli storici tra mezzo secolo, quando lo compareranno col suo modello più famoso (Lui), siccome desidera il voto dei meridionali ha iniziato a indossare felpe con su scritto Napoli, Caserta, Ceppaloni, Lampedusa. Questo trentenne che ho in testa io, vede sul suo smartphone il nullafacente ministro della propaganda parlare ai suoi fedeli del nord. Da qualche mese, da quando è ministro, ha riposto le felpe sudate, non servono più, si somministra qualche doccia di più perché ora indossa sempre una camicia bianca stirata di fresco dalla compagna, la donna che stira, indossa il burka, che un tempo sempre secondo quegli infidi settimanali gossippari gli metteva le corna, ora non più, anche perché lui l’ha perdonata, e questi sono gesti che fanno piacere, che segnano un rapporto, lo cementano. Eppure, nonostante la sua fidanzata le stiri camice e gli metta la crema abbronzante, questo ministro il più cattivo, il più malvagio, il più hitleriano della storia repubblicana, il più banalmente maligno direbbe di lui Hannah Arendt, non si addolcisce. Perché non si addolcisce? Quale fuoco lo muove? Cosa vuole? Perché sequestra centinaia di persone, i poveri sfrattati dal continente africano saccheggiato che uno di loro, Franz Fanon, chiamava “i dannati della terra”?, perché questo ministro li tiene sequestrati per giorni su navi, navi che diventano carceri, di più, diventano lager, di più, diventano tombe, muoiono queste persone, muoiono a centinaia per volta, come mai non gli interessa, perché non si interessa delle prigioni libiche dove vengono macellati, tanto da percepire la fuga il mare il possibile naufragio comunque come una salvezza? perché la sua compagna non gli dice, tra una camicia bianca e l’altra: amore mio, non ti pare che stiamo esagerando?
Ha visto questo video sul suo smartphone, il trentenne incazzato che ho in mente io, il trentenne che giorni fa era a San Babila a Milano ma aveva in mente l’epilogo di Piazzale Loreto, un video dove il Ministro parla ai suoi zombie, mesmerizzati, dove viene interrotto da una ragazza diciassettenne (per fortuna non aveva conseguito la maggiore età, sennò i cani rabbiosi vestiti di verde la linciavano) che gli urla: fascista! Per un attimo il re, il re che istiga quelli vestiti di verde come macchiette, grazie a questa ragazzina è nudo. Salvini, sei un fascista, gli dice. Lui all’inizio ironizza, non perde la calma e l’aplomb, le suggerisce: hai dimenticato di aggiungere xenofobo e razzista, dice è questa la sequenza di insulti che quelli come te mi scagliano. Però, appena si accorge che i suoi fedeli sono un po’ troppo cani fedeli e la vorrebbero sbranare (la filmano, e le dicono vai via, e delle donne che potrebbero esserle madre ma che sono cagne rabbiose le digrignano i denti) è lui stesso, il ministro in persona che la salva dal linciaggio dei suoi cani idrofobi, perché lo fa? Forse perché di questi tempi si filma tutto e lui non vuol passare per fascista? Ma no. Ma no perché lui lo sa di essere fascista, lo sa e ne è fiero, fascista sì ma probabilmente ci tiene a non passare per nazista, ci tiene a questa fondamentale differenza, perché fascista sì nazista no? Anche questo ce lo diranno gli storici tra mezzo secolo, lui con piglio e orgoglio fascista riprende e zittisce i suoi adoranti fascisti che da bravi fascisti guaiscono un altro po’, come i cani rabbiosi che sono mostrano un altro po’ i denti, ma poi da bravi fascisti si calmano, perché lui dice loro: se non la lasciate stare me ne vado io. Aggiunge, indicandola col suo dito indice più lungo del medio, dito indice a forma di fucile: lasciatela stare, magari ci sente parlare, e si convince pure lei a pensarla come noi. Noi che siam fascisti.
Il ministro, ha ragione la ragazzina coraggiosa, è fascista. Fascista, sì. Se non volete credere a me credete a Umberto Eco. Umberto Eco ha sempre ragione. Non solo quando dice che internet il web i social network hanno dato fiato a legioni di imbecilli che prima avevano sfogo giusto al bar oggi sproloquiano ovunque e su chiunque. E ha dato fiato alla propaganda basica del ministro. Ma ha ragione quando distingue il totalitarismo dal fascismo. Noi, o meglio, alcuni di noi pensano erroneamente che Salvini non possa essere fascista, che sia un’esagerazione dire che è fascista, un’iperbole cui non crede nessuno. Perché confondiamo il fascismo col totalitarismo. E’ qui che (secondo Eco) ci sbagliamo. Perché se per totalitarismo intendiamo un regime che subordina ogni atto individuale allo stato, ebbene, in quel caso solo il nazismo e lo stalinismo furono regimi totalitari. Non il fascismo. Ha ragione Eco. Ma allora, che cosa fu il fascismo mussoliniano a cui la gente italica è ancora così visceralmente legata, tanto da innamorarsi di un bruto che fa di tutto per assomigliare a lui? (Guardatelo quando denuda il suo petto pingue in spiaggia, non somiglia maledettamente al Dux che nei campi di grano mieteva esponendo il suo grasso torso nudo?) Fu una dittatura, certo, ma non totalitaria. Non completamente, almeno. Perché no? Non sono io capace di dire perché no. Ma Umberto Eco lo sa, e risponde al posto mio: per la debolezza filosofica della sua ideologia. Così scrive Umberto Eco dentro a questo striminzito libretto di sole 51 pagine ma densissime, chiuse dentro una copertina nera nerissima come il fascio come l’alito della tracotanza dei fascisti le scritte sono in font stile littorio, quello con cui le teste rapate di Casa Pound secernono pensieri che nelle loro scritte rettiliane riassumono, prima di andare a presidiare le spiagge liberandole dal nemico africano venditore di occhiali contraffatti.
Mus/solini (allo stesso modo del suo replicante Mus/salvini, che tra poco farà a meno di quegli utili idioti sceriffi dalle cinque stelle, inutili davvero, sentite a me, perché la gente italica è in buona parte purtroppo visceralmente fascista ma non è fessa, se trova il fascista originale, quello di razza, non gli serve più il fascista annacquato, o indeciso, o ambivalente, o un giorno sì e uno no, o al settanta per cento, se può affidarsi a uno tutto d’un pezzo come Salvini, non gli serve più una mezza calzetta come Di Maio) (ah, musperaltro è un genere di roditore della famiglia dei muridi) non aveva nessuna filosofia, aveva solo retorica. Solo propaganda. E pure la sua propaganda era arronzata, non aveva la meticolosità di un Göebbles, pure in questo Mus era un arruffone (uguale al suo epigono).
Pure Mus/solini cominciò ateo e finì col firmare il concordato con la Chiesa. Mus/salvini per non essere da meno comincia comunista padano nullafacente e ora bacia Vangelo e rosario e inneggia al crocifisso.
Il poeta del fascismo? D’Annunzio, un dandy che, scrive Eco, Hitler o Stalin l’avrebbero fucilato. Il vate del fascismo mus/salviniano pensavo fosse un filosofo dandy che di nome fa Fusaro che si esprime in una tutta sua criptica dandyafasia che mi fa scompisciare ogni volta che lo sento. Invece no. Il vate del Mus/salvini è un poeta. Un vero poeta. Patentato. Pubblicato. Davvero. E non dico uno dei centomila poeti italici che si pagano il libro con le proprie tasche, che lo potrei pure capire. No. Pare incredibile che ci sia un poeta che possa trovare parole da scambiare con il ministro più vigliacco della storia repubblicana. Il poeta esiste e si chiama Davide Rondoni. Un poeta di brutte poesie che si definisce cristiano anarchico (perché?, ero rimasto a Tolstoj, l’unico cristiano anarchico che riuscivo a sopportare) e dieci anni prima ha fatto le prove generali dell’anilingus al re scrivendo l’introduzione a un libro di poesie di nientemeno che Sandro Bondi (che a sua volta fu il vate astenico, il pennaiolo succube del suo venerato cleptocrate).
Il fascismo mus/soliniano non fu tollerante. Gramsci muore in carcere, Matteotti e i fratelli Rosselli assassinati, Pertini e altri dissidenti confinati in isole sperse. Però fu politicamente e ideologicamente sgangherato.
La versione incipiente e ingravescente mus/salviniana cui stiamo assistendo ne è la perfetta erede, quanto a sgangheratezza politica e ideologica che però miete lo stesso vittime ma altre vittime: non oppositori politici, per adesso, ma africani. Centinaia. In pasto agli squali mediterranei. Ogni morto africano sono un milione di like e un punto percentuale in più nei sondaggi.
Ieri col libretto nero con titoli littori di Umberto Eco vagavo con la mia BMW di terza mano per le vie d’Irpinia. Mi sono fermato a un chiosco, a trecento metri da un piccolo lago sulfureo. Quasi una pozza che ribolle. Un chiosco fantasma. Una scritta di legno: Polli arrosto. Ordino anzi chiedo, per gentilezza, mezzo pollo. Chiedo pure una birra. Ha solo Peroni. Sa di zolfo. Finita la birra, chiedo un caffè, il caffè, dice il pollarrostaro, attendi un momentino che te lo prepara mia moglie, esce di scena lui e entra in scena sua moglie, il caffè è nero nerissimo come il fascismo, sa di zolfo con aggiunta di zucchero di canna, lo trangugio in un sol sorso, brucia l’esofago, ora si rompe, esplode, muoio. Dico all’uomo del chiosco che vende polli arrosto: sono settimane che se ne vedono di tutti i colori, anzi, si vede solo il nero, non senti i telegiornali? Non hai Facebook sul telefonino? Non senti i proclami in difesa della razza? Non senti la paura del capo anzi vicecapo del governo che teme la sostituzione etnica? In che senso, fa lui? Nel senso che i neri d’Africa, secondo questo ideologo del nero, si prenderanno l’Italia. Tra un anno, secondo lui, se lui non ci salva non ci sarai più tu qui a arrostire polli ma un nero d’Africa e invece di polli ci farà mangiare, metti, iguane. Tu, per esempio, per chi hai votato all’ultime elezioni? Io prima votavo DC. Don Ciriaco. Poi PSI. Craxi. Poi Forza Italia. Berlusconi. Poi, all’ultime elezioni visto che Berlusconi tra poco muore ho votato Lega, Lega degli italiani. Salvini. Ecco, lo vedi? Pure tu hai paura dei neri, e per colpa tua, della tua paura, che al posto dei polli arrosto tra un anno qua sul cratere irpino si venderanno iguane, o coccodrilli, per colpa vostra stiamo diventando tutti carogne.
Ma io non sono razzista. Io non odio i neri. Io non sono fascista.
Tu non lo sai, però, credimi, fidati, fascista sei fascista.
Non penso di essere fascista. E’ che voglio essere lasciato in pace a vendere i miei polli arrosto. E mia moglie, quando cuoce i polli arrosto, deve poter stare tranquilla.
Facciamo così. Tu continui ad arrostire polli. Io ti dico perché tu e quello che hai votato, siete fascisti. Ti faccio la lista delle caratteristiche che sono gli archetipi del fascismo eterno (o ur-fascismo). Che scuole hai fatto?
Il magistrale. Poi ho fatto un anno il maestro d’asilo ma con i polli arrosto ero più portato.
Benissimo. Dunque hai tutti gli strumenti culturali per potermi capire. Ora conto fino a quattordici. Arrivato a quattordici puoi dirmi se sei fascista o non sei fascista. Per dirti fascista devi sapere cosa significa essere fascista. Se tu prima non lo sai, di che parliamo. A vanvera?
Ascolto.
Bravo.
Uno. La prima cosa è il culto della tradizione. Voialtri fascisti vi credete che tutto il sapere, tutta la verità, sia già stata annunciata.
Due. Rifiutate ciò che è moderno. No illuminismo sì irrazionalismo, sì al sangue sì alla terra. Ti trovi? (scusa, non devi rispondere adesso)
Tre. La cultura la trovate sospetta. Il ministro della propaganda nazista metteva mano alla pistola appena sentiva la parola cultura. Lo stesso fa il tuo viceministro. E tu pure, senza offesa, sei passato dalle lettere ai polli.
Quattro. Non amate la dialettica. Non apprezzate le critiche. Essere in disaccordo significa tradire. I cani rognosi che volevano azzannare la ragazzina diciassettenne che dice fascista a Mus/salvini sono coerenti, sono fascisti. Bravi. Così si fa. Anche i fascisti annacquati delle cinque stelle d’altra parte appena uno è in disaccordo lo cacciano. Via. Espulso. Pensiero unico.
Cinque. Avete paura di chi è diverso. Di chi è straniero. Dell’intruso. Se sei fascista non puoi non essere pure razzista.
Sei. Il tuo ministro fa appello alle classi medie frustrate. Che sono terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. E chi sono i nuovi lumpen? Sì, voglio dire, i nuovi proletari? Ma sono i migranti. I tuoi nemici. Il tuo incubo. Quelli che pensi vogliono prendere il tuo posto per darci in pasto iguane o coccodrilli.
Sette. Il privilegio (l’unico) che il fascismo sa dare a chi come te non ha identità sociale è: l’identità nazionale. Il nazionalismo vi cementa. Per cementarvi vi serve un nemico esterno. Allora il tuo ministro deve ossessionare il popolo con l’idea del complotto. Con l’idea xenofoba della sostituzione etnica. Questi mi levano il lavoro. Mi levano la moglie. Mi levano la terra. Mi levano i polli arrosto. E voi, e tu, abboccate.
Otto. Bisogna che il popolo, soggiogato dai fascisti, si senta umiliato dalla ricchezza dei nemici (un tempo valeva per gli ebrei, usurai, o per gli inglesi, che mangiavano cinque volte al giorno), o se non sono ricchi (e gli africani non lo sono) dalla loro forza (gli africani sono più forti, più belli, più virili; perché secondo te non nutri lo stesso timore per i cinesi i filippini i cingalesi? Eppure siamo invasi da cinesi filippini cingalesi e dal loro cibo e da colf e badanti, come mai non ti fanno paura, eh?).
Nove. La vita è guerra. Il pacifismo è arrendersi al nemico.
Dieci. Disprezzare i deboli. Darwinismo sociale e razziale. Convincervi che voi italiani siete il miglior popolo al mondo. Ora, però. Che poco fa erano i padani il miglior popolo al mondo.
Undici. Esaltare l’eroismo.
Dodici. Esaltare la potenza sessuale. Essere virili. L’ex capo della Lega Nord gridava che lui, loro, l’aveva, l’avevano sempre duro. E questo imperativo lo fotté. Che per averlo troppo a lungo duro si dice… va be’, lasciamo stare con le illazioni. Perché facile a dire: abbiamolo duro. Il gioco del sesso, il gioco di Priapo, mica è da tutti. Serve predisposizione e passione. Infatti Mus/salvini, che quel maligno settimanale gossipparo dichiarò cornuto, preferisce giocare con le armi, ora ha preso a farsi fotografare col fucile in mano come un Charlton Heston o un Clint Estwood insieme ai fabbricanti italiani di fucili (con cui giocare al gioco preferito dagli italiani in questi mesi: il tiro al bersaglio africano, uccellare l’africano dalle lunghe lance, come il fuciliere di Macerata, salvo poi farsi passare per deficiente, perizia psichiatrica, l’avvocato ti suggerisce di farti passare per scemo, incapace di intendere, un paio di anni di REMS e te la cavi). Ma qui, dammi retta, in questa esaltazione del fucile, sai che cosa direbbe uno psichiatra o meglio uno psicanalista? Che è tutta invidia del pene (africano, si capisce).
Tredici. Populismo. Non contano gli individui, i soggetti, i singoli. Non conti niente tu, o lavoratore che vivi arrostendo polli. Conta il popolo. Questa entità monolitica, dall’unico pensiero, che il leader e solo lui sa interpretare. Ne è esegeta. Populismo da tv (prima) populismo da smartphone (oggi). Lo smartphone è il medium con cui ricevere il verbo, i messaggi, gli slogan, le direttive, le nuove parole d’ordine. Molto più funzionale della tv. Sempre in mano, a portata di mano, un like e amen.
Quattordici. Il fascismo comunica con una neolingua. Lingua semplificata. Fatta di slogan. Governo del cambiamento. Prima gli italiani. Finita la pacchia. Avvocato del popolo. Gli italiani, accidiosi, abboccano.
Eja eja alalà.
L’ho concluso così, con questo demenziale grido fascista inventato dal vate D’Annunzio, il mio tentativo di convincere il venditore di polli arrosto che era fascista. Lui è stato tutto il tempo a rigirare i suoi dodici polli. Sentire ha sentito. Ma è rimasto zitto.
Gli ho allungato dieci euro, l’ho lasciato a riflettere, sono salito sulla mia vecchia BMW nera, ma di un nero non fascista e senza scritte littorie, ho messo in moto.



venerdì 24 agosto 2018

Comunicato ANPI nazionale

"Basta col massacro dei diritti umani, si ricostituisca nel Paese la normalità civile e democratica"


A Catania si sta consumando l'ennesimo attacco alla Costituzione. È ora che si ponga un freno definitivo a questa suddivisione delle persone in scompartimenti razziali e al quotidiano gioco al massacro dei diritti umani posti in essere dal Ministro dell'Interno. Per di più la sua replica al Presidente della Camera oltre a essere fuori dal doveroso e fondamentale rispetto istituzionale, conferma la fragilità del rapporto tra gli alleati di Governo. Faccio appello alle massime autorità dello Stato affinché cessi questa condotta irresponsabile e venga ricostruito nella vita del Paese un clima di normalità civile e democratica.
Carla Nespolo - Presidente nazionale ANPI
23 agosto 2018


giovedì 21 giugno 2018

Il censimento dei rom è legale?


Ricordando che "la costruzione ad arte del nemico" è una scelta politica ed ideologica, uno strumento potente delle politiche nazionaliste e sovraniste, parenti strette del nuovo fascismo, proponiamo l'articolo pubblicato da la rivista Internazionale in data 18 giugno 2018.


Il 18 giugno il ministro dell’interno Matteo Salvini ha annunciato un censimento su base etnica dei rom in Italia, suscitando molte critiche, ma raccogliendo anche molto consenso nell’opinione pubblica in un paese in cui l’antiziganismo, cioè il discorso di odio verso i rom, è molto diffuso. Il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha subito preso le distanze dal suo alleato di governo e ha detto: “Se è incostituzionale, non si può fare”.

Mentre Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, ha chiarito che “una schedatura su base etnica è vietata in Italia”, Salvini su Twitter ha ribadito la sua volontà di andare avanti con il progetto, su cui i funzionari del ministero starebbero già lavorando.

Molti politici e analisti hanno sottolineato che il censimento di un gruppo di persone, in base alla loro etnia, evoca pagine nere del passato, come la circolare dell’8 agosto 1926 quando il ministro dell’interno del governo guidato da Benito Mussolini ordinò “l’epurazione dal territorio nazionale delle carovane di zingari”, oppure la schedatura degli ebrei che ottant’anni fa coincise con
l’approvazione delle leggi razziali. In una sola frase, insomma, il ministro dell’interno ha espresso tre concetti controversi: la possibilità di fare un censimento su base etnica, l’espulsione dei rom irregolari e il discorso discriminatorio verso i rom italiani.

Le norme violate
Il censimento su base etnica dei rom è contrario innanzitutto all’articolo 3 della costituzione italiana che stabilisce: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Inoltre viola una serie di norme internazionali tra cui: gli articoli 6-7-8 della direttiva europea sui dati personali, in particolare l’articolo 7 che stabilisce che è vietato “il trattamento di dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica”. La schedatura è contraria inoltre agli articoli 8 e 15 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu).


L’avvocato Salvatore Fachile dell’Associazione italiana studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ricorda che “La corte di Strasburgo nel caso Sand and Marper vs Regno Unito ha stabilito che ‘l’identità etnica dell’individuo’ rientra nella definizione di vita privata e familiare e che le impronte equivalgono a dati personali”. È utile ricordare che tra il 2009 e il 2011 anche il ministro dell’interno leghista Roberto Maroni organizzò una schedatura su base etnica dei rom. Per questa ragione, l’Italia fu condannata dalle autorità europee.

“Si trattò di una vera e propria schedatura – ricorda Carlo Stasolla di Associazione 21 luglio – con tanto di foto, impronte digitali, rilievo dell’altezza e dei tatuaggi”. Il comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) con decisione del 2009 ha dichiarato all’unanimità la violazione da parte dell’Italia del principio generale di non discriminazione di cui all’articolo E della Carta sociale europea e di altri diritti tra cui il diritto all’abitazione.

Il 18 maggio 2010 la corte di Strasburgo esprimendosi nel caso Udorovic vs Italia ha criticato l’incapacità dei tribunali italiani di pronunciarsi nel merito degli aspetti discriminatori del piano emergenza nomadi di Maroni. Questa incapacità, spiega Fachile, “è stata considerata come una violazione dell’articolo 6 della Cedu”, secondo cui “ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale”. Per il censimento del 2009 il Consiglio di stato ha condannato il governo italiano a risarcire gli schedati con 18mila euro ciascuno, conclude Stasolla. Poi nel 2013 è arrivata la condanna del tribunale di Roma che ha riconosciuto un risarcimento di ottomila euro a un cittadino che era stato schedato nel 2010 nel piano emergenza nomadi del governo di centrodestra.

Azioni impraticabili e discriminatorie
Il censimento annunciato dal ministro dell’interno dovrebbe servire, secondo Matteo Salvini, a rimpatriare i rom di origine straniera che sono presenti in maniera irregolare sul territorio italiano. Tuttavia i rom stranieri con il permesso di soggiorno scaduto sono pochissimi, fa notare Stasolla. L’Italia è uno dei paesi dell’Unione europea in cui abitano meno rom (tra le 120mila e le 180mila persone, lo 0,2 per cento della popolazione).

La maggior parte dei rom che vivono in Italia sono di nazionalità italiana, un altro gruppo importante è costituito dai rom romeni – che sono cittadini dell’Unione europea e quindi possono muoversi liberamente – e infine c’è un piccolo gruppo di rom che provengono dall’ex Jugoslavia: circa tremila di loro sono apolidi, cioè non hanno cittadinanza e passaporto, condizione conseguente alla dissoluzione della Jugoslavia. E infine molti di loro hanno un permesso di soggiorno regolare.

Gli espellibili sarebbero pochissimi. Il ministro dell’interno, infine, ha espresso un principio discriminatorio molto forte dicendo che “putroppo ci dobbiamo tenere i rom italiani”. Sempre Carlo Stasolla dell’Associazione 21 luglio fa notare che “si tratta di cittadini italiani da più di mezzo millennio, ‘italianissimi’ fino al midollo. Quasi tutti abitano in case ordinarie, lavorano pagano le tasse. Qualcuno ha anche acquisito notorietà per aver combattuto nella Resistenza come partigiano”.