Visualizzazione post con etichetta Ur-fascismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ur-fascismo. Mostra tutti i post

giovedì 20 settembre 2018

Il nullafacente ministro ur-fascista e l’uomo che vende polli arrosto

"Sintesi fascista", Alessandro Bruschetti  1930
Con piacere, proponiamo  la letture di alcune osservazioni di Piero Cipriano, pubblicate sulla rivista digitale Carmillaonline.


Mi sono immaginato uno che oggi ha trent’anni, nato in Italia verso la fine degli anni Ottanta mettiamo, quando quelli di prima ancora comandavano, con autorevolezza e carisma, diciamolo pure (allora sembravano tiranni ma non erano tiranni, non lo era Ghino di Tacco anche se il vignettista del quotidiano della Repubblica lo tratteggiava a torto con stivalone ducesco, non lo era don Ciriaco De Mita da Avellino che con lui si spartì la nazione, non era tiranno nonostante la parlata sofistica irpina dove sovente diceva “è vero e non è vero al dembo sdesso”) e dopo nato è sopravvissuto alle malattie esantematiche infantili e (senza spavento) è sopravvissuto pure ai vaccini che negli anni Novanta esenti da idiozia sociale digitale si facevano senza colpo ferire, e dopo bambino sarà stato un adolescente quando l’Italia se la prendeva mesmerizzandola dalle sue televisioni il cleptocrate puttaniere che di Ghino di Tacco esule tunisino fan di Garibaldi era stato allievo, ma poi aveva saputo superare il suo maestro socialista mariuolo di un metro e novanta come solo i bravi allievi sanno fare nonostante il suo metro e sessantacinque, e così ridi e fotti il cleptocrate puttaniere impresse il suo stile e la sua cultura all’Italia tra alti e bassi per una ventina d’anni che alcuni storici del tempo presente con poca fantasia non esitarono a definire il nuovo ventennio, infatti si sbagliavano, la poca fantasia erra sempre, quando mai, comunque sia il ventennio si allunga fino agli anni Dieci del nuovo secolo il Ventuno, allorquando inizia inevitabilmente il declino del cleptocrate e inopinatamente, dopo qualche anno di transizione, a fine anni Dieci, dopo quattro cinque anni di governo di quelli della sinistra che si svegliano tardi, anno domini 2018, il potere se lo prende il suo figlioccio, il suo prodotto, un teratoma, una mutazione genetica, questo Matteo Salvini che si è fatto le ossa proprio nelle televisioni del suo ex socio di maggioranza a dodici anni con Doppio slalom complice Corrado Tedeschi a venti anni con La cena è servita qui è già più capellone e si presenta al presentatore con quella faccia un po’ così di Davide Mengacci come il nullafacente, nel frattempo frequenta i comunisti dei centri sociali in auge allora come il Leoncavallo, nonostante fondi i Comunisti Padani, nonostante i capelli lunghi non viene accettato da quelli di sinistra allora si sposta repentinamente a destra, a vent’anni il nullafacente è già eletto consigliere comunale, coerentemente con la dichiarazione che fece al Mengacci non lavorerà mai in vita sua, apposta appena diventa onorevole farà della lotta a quelli che da continenti depredati dissanguati stuprati vengono senza un lavoro con la fame addosso (per rubarci il lavoro a noialtri nullafacenti) la sua missione. Intanto si sposa con una e ci fa un figlio.
Convive con un’altra e ci fa una figlia. Non è vero che è un nullafacente. Qualcosa fa. Da allora dirà a tutti sono un papà. Papà. Papà. Quanto gli piace a lui dire sono un papà. Come se fosse difficile mettere incinta a una. Si mette con una stangona del mondo televisivo ma questa, approfittando della sua distrazione e della sua nullafacenza, dicono i giornali gossippari che lo rende cornuto. Lui però la perdona, perché non è come quei meridionali che delle corna ne fanno una questione d’onore e di principio. Ora la stangona è la vice-first lady. Gli stira le camice. Indossa il burka. Il ministro ha fatto tutti gli anni Novanta gli anni Zero gli anni Dieci nella Lega, un partito che prima era Nord e adesso è Italia. Tutte le leggi disegnate sulla persona del cleptocrate suo protettore il ministro nullafacente le ha votate. Obbediente. In attesa del suo momento. Di passare all’incasso. Ah, intanto che il cleptocrate invecchiava il nullafacente prendeva la paga dall’Europa (che pure gli fa schifo) in quanto parlamentare europeo, ma in quel parlamento al nullafacente non l’hanno mai visto, neppure quando si discutevano le regole per accogliere i migranti che lui tanto aborre, perché? Per coerenza con la sua nullafacenza. Un tipo casual. Un tempo indossava felpe. In ogni posto dove andava, siccome la gente è semplice e lui sa leggere la semplicità della gente, indossava una felpa con su scritto Milano, Varese, Predappio. Un tempo cantava canzoni propiziatorie per convincere il dio Vesuvio a fare Pompei bis. Cenere dei meridionali. Poi ha intuito che i meridionali sono rimasti sempre quelli che “vinze Franza o vinze Spagna abbasta ca se magna”, e che per di più sono abilitati al voto, e quel voto lui lo desidera, perché lo desidera? Sospendiamo il giudizio sul suo desiderio, se ne occuperanno i filosofi o i neuroscienziati o gli storici tra mezzo secolo, quando lo compareranno col suo modello più famoso (Lui), siccome desidera il voto dei meridionali ha iniziato a indossare felpe con su scritto Napoli, Caserta, Ceppaloni, Lampedusa. Questo trentenne che ho in testa io, vede sul suo smartphone il nullafacente ministro della propaganda parlare ai suoi fedeli del nord. Da qualche mese, da quando è ministro, ha riposto le felpe sudate, non servono più, si somministra qualche doccia di più perché ora indossa sempre una camicia bianca stirata di fresco dalla compagna, la donna che stira, indossa il burka, che un tempo sempre secondo quegli infidi settimanali gossippari gli metteva le corna, ora non più, anche perché lui l’ha perdonata, e questi sono gesti che fanno piacere, che segnano un rapporto, lo cementano. Eppure, nonostante la sua fidanzata le stiri camice e gli metta la crema abbronzante, questo ministro il più cattivo, il più malvagio, il più hitleriano della storia repubblicana, il più banalmente maligno direbbe di lui Hannah Arendt, non si addolcisce. Perché non si addolcisce? Quale fuoco lo muove? Cosa vuole? Perché sequestra centinaia di persone, i poveri sfrattati dal continente africano saccheggiato che uno di loro, Franz Fanon, chiamava “i dannati della terra”?, perché questo ministro li tiene sequestrati per giorni su navi, navi che diventano carceri, di più, diventano lager, di più, diventano tombe, muoiono queste persone, muoiono a centinaia per volta, come mai non gli interessa, perché non si interessa delle prigioni libiche dove vengono macellati, tanto da percepire la fuga il mare il possibile naufragio comunque come una salvezza? perché la sua compagna non gli dice, tra una camicia bianca e l’altra: amore mio, non ti pare che stiamo esagerando?
Ha visto questo video sul suo smartphone, il trentenne incazzato che ho in mente io, il trentenne che giorni fa era a San Babila a Milano ma aveva in mente l’epilogo di Piazzale Loreto, un video dove il Ministro parla ai suoi zombie, mesmerizzati, dove viene interrotto da una ragazza diciassettenne (per fortuna non aveva conseguito la maggiore età, sennò i cani rabbiosi vestiti di verde la linciavano) che gli urla: fascista! Per un attimo il re, il re che istiga quelli vestiti di verde come macchiette, grazie a questa ragazzina è nudo. Salvini, sei un fascista, gli dice. Lui all’inizio ironizza, non perde la calma e l’aplomb, le suggerisce: hai dimenticato di aggiungere xenofobo e razzista, dice è questa la sequenza di insulti che quelli come te mi scagliano. Però, appena si accorge che i suoi fedeli sono un po’ troppo cani fedeli e la vorrebbero sbranare (la filmano, e le dicono vai via, e delle donne che potrebbero esserle madre ma che sono cagne rabbiose le digrignano i denti) è lui stesso, il ministro in persona che la salva dal linciaggio dei suoi cani idrofobi, perché lo fa? Forse perché di questi tempi si filma tutto e lui non vuol passare per fascista? Ma no. Ma no perché lui lo sa di essere fascista, lo sa e ne è fiero, fascista sì ma probabilmente ci tiene a non passare per nazista, ci tiene a questa fondamentale differenza, perché fascista sì nazista no? Anche questo ce lo diranno gli storici tra mezzo secolo, lui con piglio e orgoglio fascista riprende e zittisce i suoi adoranti fascisti che da bravi fascisti guaiscono un altro po’, come i cani rabbiosi che sono mostrano un altro po’ i denti, ma poi da bravi fascisti si calmano, perché lui dice loro: se non la lasciate stare me ne vado io. Aggiunge, indicandola col suo dito indice più lungo del medio, dito indice a forma di fucile: lasciatela stare, magari ci sente parlare, e si convince pure lei a pensarla come noi. Noi che siam fascisti.
Il ministro, ha ragione la ragazzina coraggiosa, è fascista. Fascista, sì. Se non volete credere a me credete a Umberto Eco. Umberto Eco ha sempre ragione. Non solo quando dice che internet il web i social network hanno dato fiato a legioni di imbecilli che prima avevano sfogo giusto al bar oggi sproloquiano ovunque e su chiunque. E ha dato fiato alla propaganda basica del ministro. Ma ha ragione quando distingue il totalitarismo dal fascismo. Noi, o meglio, alcuni di noi pensano erroneamente che Salvini non possa essere fascista, che sia un’esagerazione dire che è fascista, un’iperbole cui non crede nessuno. Perché confondiamo il fascismo col totalitarismo. E’ qui che (secondo Eco) ci sbagliamo. Perché se per totalitarismo intendiamo un regime che subordina ogni atto individuale allo stato, ebbene, in quel caso solo il nazismo e lo stalinismo furono regimi totalitari. Non il fascismo. Ha ragione Eco. Ma allora, che cosa fu il fascismo mussoliniano a cui la gente italica è ancora così visceralmente legata, tanto da innamorarsi di un bruto che fa di tutto per assomigliare a lui? (Guardatelo quando denuda il suo petto pingue in spiaggia, non somiglia maledettamente al Dux che nei campi di grano mieteva esponendo il suo grasso torso nudo?) Fu una dittatura, certo, ma non totalitaria. Non completamente, almeno. Perché no? Non sono io capace di dire perché no. Ma Umberto Eco lo sa, e risponde al posto mio: per la debolezza filosofica della sua ideologia. Così scrive Umberto Eco dentro a questo striminzito libretto di sole 51 pagine ma densissime, chiuse dentro una copertina nera nerissima come il fascio come l’alito della tracotanza dei fascisti le scritte sono in font stile littorio, quello con cui le teste rapate di Casa Pound secernono pensieri che nelle loro scritte rettiliane riassumono, prima di andare a presidiare le spiagge liberandole dal nemico africano venditore di occhiali contraffatti.
Mus/solini (allo stesso modo del suo replicante Mus/salvini, che tra poco farà a meno di quegli utili idioti sceriffi dalle cinque stelle, inutili davvero, sentite a me, perché la gente italica è in buona parte purtroppo visceralmente fascista ma non è fessa, se trova il fascista originale, quello di razza, non gli serve più il fascista annacquato, o indeciso, o ambivalente, o un giorno sì e uno no, o al settanta per cento, se può affidarsi a uno tutto d’un pezzo come Salvini, non gli serve più una mezza calzetta come Di Maio) (ah, musperaltro è un genere di roditore della famiglia dei muridi) non aveva nessuna filosofia, aveva solo retorica. Solo propaganda. E pure la sua propaganda era arronzata, non aveva la meticolosità di un Göebbles, pure in questo Mus era un arruffone (uguale al suo epigono).
Pure Mus/solini cominciò ateo e finì col firmare il concordato con la Chiesa. Mus/salvini per non essere da meno comincia comunista padano nullafacente e ora bacia Vangelo e rosario e inneggia al crocifisso.
Il poeta del fascismo? D’Annunzio, un dandy che, scrive Eco, Hitler o Stalin l’avrebbero fucilato. Il vate del fascismo mus/salviniano pensavo fosse un filosofo dandy che di nome fa Fusaro che si esprime in una tutta sua criptica dandyafasia che mi fa scompisciare ogni volta che lo sento. Invece no. Il vate del Mus/salvini è un poeta. Un vero poeta. Patentato. Pubblicato. Davvero. E non dico uno dei centomila poeti italici che si pagano il libro con le proprie tasche, che lo potrei pure capire. No. Pare incredibile che ci sia un poeta che possa trovare parole da scambiare con il ministro più vigliacco della storia repubblicana. Il poeta esiste e si chiama Davide Rondoni. Un poeta di brutte poesie che si definisce cristiano anarchico (perché?, ero rimasto a Tolstoj, l’unico cristiano anarchico che riuscivo a sopportare) e dieci anni prima ha fatto le prove generali dell’anilingus al re scrivendo l’introduzione a un libro di poesie di nientemeno che Sandro Bondi (che a sua volta fu il vate astenico, il pennaiolo succube del suo venerato cleptocrate).
Il fascismo mus/soliniano non fu tollerante. Gramsci muore in carcere, Matteotti e i fratelli Rosselli assassinati, Pertini e altri dissidenti confinati in isole sperse. Però fu politicamente e ideologicamente sgangherato.
La versione incipiente e ingravescente mus/salviniana cui stiamo assistendo ne è la perfetta erede, quanto a sgangheratezza politica e ideologica che però miete lo stesso vittime ma altre vittime: non oppositori politici, per adesso, ma africani. Centinaia. In pasto agli squali mediterranei. Ogni morto africano sono un milione di like e un punto percentuale in più nei sondaggi.
Ieri col libretto nero con titoli littori di Umberto Eco vagavo con la mia BMW di terza mano per le vie d’Irpinia. Mi sono fermato a un chiosco, a trecento metri da un piccolo lago sulfureo. Quasi una pozza che ribolle. Un chiosco fantasma. Una scritta di legno: Polli arrosto. Ordino anzi chiedo, per gentilezza, mezzo pollo. Chiedo pure una birra. Ha solo Peroni. Sa di zolfo. Finita la birra, chiedo un caffè, il caffè, dice il pollarrostaro, attendi un momentino che te lo prepara mia moglie, esce di scena lui e entra in scena sua moglie, il caffè è nero nerissimo come il fascismo, sa di zolfo con aggiunta di zucchero di canna, lo trangugio in un sol sorso, brucia l’esofago, ora si rompe, esplode, muoio. Dico all’uomo del chiosco che vende polli arrosto: sono settimane che se ne vedono di tutti i colori, anzi, si vede solo il nero, non senti i telegiornali? Non hai Facebook sul telefonino? Non senti i proclami in difesa della razza? Non senti la paura del capo anzi vicecapo del governo che teme la sostituzione etnica? In che senso, fa lui? Nel senso che i neri d’Africa, secondo questo ideologo del nero, si prenderanno l’Italia. Tra un anno, secondo lui, se lui non ci salva non ci sarai più tu qui a arrostire polli ma un nero d’Africa e invece di polli ci farà mangiare, metti, iguane. Tu, per esempio, per chi hai votato all’ultime elezioni? Io prima votavo DC. Don Ciriaco. Poi PSI. Craxi. Poi Forza Italia. Berlusconi. Poi, all’ultime elezioni visto che Berlusconi tra poco muore ho votato Lega, Lega degli italiani. Salvini. Ecco, lo vedi? Pure tu hai paura dei neri, e per colpa tua, della tua paura, che al posto dei polli arrosto tra un anno qua sul cratere irpino si venderanno iguane, o coccodrilli, per colpa vostra stiamo diventando tutti carogne.
Ma io non sono razzista. Io non odio i neri. Io non sono fascista.
Tu non lo sai, però, credimi, fidati, fascista sei fascista.
Non penso di essere fascista. E’ che voglio essere lasciato in pace a vendere i miei polli arrosto. E mia moglie, quando cuoce i polli arrosto, deve poter stare tranquilla.
Facciamo così. Tu continui ad arrostire polli. Io ti dico perché tu e quello che hai votato, siete fascisti. Ti faccio la lista delle caratteristiche che sono gli archetipi del fascismo eterno (o ur-fascismo). Che scuole hai fatto?
Il magistrale. Poi ho fatto un anno il maestro d’asilo ma con i polli arrosto ero più portato.
Benissimo. Dunque hai tutti gli strumenti culturali per potermi capire. Ora conto fino a quattordici. Arrivato a quattordici puoi dirmi se sei fascista o non sei fascista. Per dirti fascista devi sapere cosa significa essere fascista. Se tu prima non lo sai, di che parliamo. A vanvera?
Ascolto.
Bravo.
Uno. La prima cosa è il culto della tradizione. Voialtri fascisti vi credete che tutto il sapere, tutta la verità, sia già stata annunciata.
Due. Rifiutate ciò che è moderno. No illuminismo sì irrazionalismo, sì al sangue sì alla terra. Ti trovi? (scusa, non devi rispondere adesso)
Tre. La cultura la trovate sospetta. Il ministro della propaganda nazista metteva mano alla pistola appena sentiva la parola cultura. Lo stesso fa il tuo viceministro. E tu pure, senza offesa, sei passato dalle lettere ai polli.
Quattro. Non amate la dialettica. Non apprezzate le critiche. Essere in disaccordo significa tradire. I cani rognosi che volevano azzannare la ragazzina diciassettenne che dice fascista a Mus/salvini sono coerenti, sono fascisti. Bravi. Così si fa. Anche i fascisti annacquati delle cinque stelle d’altra parte appena uno è in disaccordo lo cacciano. Via. Espulso. Pensiero unico.
Cinque. Avete paura di chi è diverso. Di chi è straniero. Dell’intruso. Se sei fascista non puoi non essere pure razzista.
Sei. Il tuo ministro fa appello alle classi medie frustrate. Che sono terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. E chi sono i nuovi lumpen? Sì, voglio dire, i nuovi proletari? Ma sono i migranti. I tuoi nemici. Il tuo incubo. Quelli che pensi vogliono prendere il tuo posto per darci in pasto iguane o coccodrilli.
Sette. Il privilegio (l’unico) che il fascismo sa dare a chi come te non ha identità sociale è: l’identità nazionale. Il nazionalismo vi cementa. Per cementarvi vi serve un nemico esterno. Allora il tuo ministro deve ossessionare il popolo con l’idea del complotto. Con l’idea xenofoba della sostituzione etnica. Questi mi levano il lavoro. Mi levano la moglie. Mi levano la terra. Mi levano i polli arrosto. E voi, e tu, abboccate.
Otto. Bisogna che il popolo, soggiogato dai fascisti, si senta umiliato dalla ricchezza dei nemici (un tempo valeva per gli ebrei, usurai, o per gli inglesi, che mangiavano cinque volte al giorno), o se non sono ricchi (e gli africani non lo sono) dalla loro forza (gli africani sono più forti, più belli, più virili; perché secondo te non nutri lo stesso timore per i cinesi i filippini i cingalesi? Eppure siamo invasi da cinesi filippini cingalesi e dal loro cibo e da colf e badanti, come mai non ti fanno paura, eh?).
Nove. La vita è guerra. Il pacifismo è arrendersi al nemico.
Dieci. Disprezzare i deboli. Darwinismo sociale e razziale. Convincervi che voi italiani siete il miglior popolo al mondo. Ora, però. Che poco fa erano i padani il miglior popolo al mondo.
Undici. Esaltare l’eroismo.
Dodici. Esaltare la potenza sessuale. Essere virili. L’ex capo della Lega Nord gridava che lui, loro, l’aveva, l’avevano sempre duro. E questo imperativo lo fotté. Che per averlo troppo a lungo duro si dice… va be’, lasciamo stare con le illazioni. Perché facile a dire: abbiamolo duro. Il gioco del sesso, il gioco di Priapo, mica è da tutti. Serve predisposizione e passione. Infatti Mus/salvini, che quel maligno settimanale gossipparo dichiarò cornuto, preferisce giocare con le armi, ora ha preso a farsi fotografare col fucile in mano come un Charlton Heston o un Clint Estwood insieme ai fabbricanti italiani di fucili (con cui giocare al gioco preferito dagli italiani in questi mesi: il tiro al bersaglio africano, uccellare l’africano dalle lunghe lance, come il fuciliere di Macerata, salvo poi farsi passare per deficiente, perizia psichiatrica, l’avvocato ti suggerisce di farti passare per scemo, incapace di intendere, un paio di anni di REMS e te la cavi). Ma qui, dammi retta, in questa esaltazione del fucile, sai che cosa direbbe uno psichiatra o meglio uno psicanalista? Che è tutta invidia del pene (africano, si capisce).
Tredici. Populismo. Non contano gli individui, i soggetti, i singoli. Non conti niente tu, o lavoratore che vivi arrostendo polli. Conta il popolo. Questa entità monolitica, dall’unico pensiero, che il leader e solo lui sa interpretare. Ne è esegeta. Populismo da tv (prima) populismo da smartphone (oggi). Lo smartphone è il medium con cui ricevere il verbo, i messaggi, gli slogan, le direttive, le nuove parole d’ordine. Molto più funzionale della tv. Sempre in mano, a portata di mano, un like e amen.
Quattordici. Il fascismo comunica con una neolingua. Lingua semplificata. Fatta di slogan. Governo del cambiamento. Prima gli italiani. Finita la pacchia. Avvocato del popolo. Gli italiani, accidiosi, abboccano.
Eja eja alalà.
L’ho concluso così, con questo demenziale grido fascista inventato dal vate D’Annunzio, il mio tentativo di convincere il venditore di polli arrosto che era fascista. Lui è stato tutto il tempo a rigirare i suoi dodici polli. Sentire ha sentito. Ma è rimasto zitto.
Gli ho allungato dieci euro, l’ho lasciato a riflettere, sono salito sulla mia vecchia BMW nera, ma di un nero non fascista e senza scritte littorie, ho messo in moto.



lunedì 14 maggio 2018

Il fascismo culturale nei partiti

Pubblichiamo un articolo apparso sul settimanale Left. L'autore, Charlie Barnao, palermitano, è docente di Sociologia presso l'Università Magna Grecia di Catanzaro. Attualmente sta conducendo ricerche sui fascismi nel mondo presso l'università del Nevada, Las Vegas. Da sempre collabora alle attività della sezione Anpi di Catanzaro.

Il fascismo esiste ancora? Oppure è un fenomeno da ascrivere solo a un ben determinato periodo storico, che è ormai morto e sepolto? Anche se in Italia il dibattito si accende solo in periodo elettorale, le scienze sociali, soprattutto all'estero, ha sviluppato da diversi anni un'accesa discussione sul tema.
Diciamo subito che gli studi sul fascismo, oltre ad essere difficili da realizzare, a causa della rilevanza del tema e selle sue numerose ripercussioni dal punto di vista politico e sociale, sono impegnativi anche per alcune ragioni che potremmo dire “metodologiche”, in quanto legate alla definizione stessa del fenomeno.
Fino a quando infatti non si definisce un fenomeno, non si può individuarlo, analizzarlo, né – ovviamente – si può dire se esiste o meno. I problemi legati alla definizione di fascismo sono principalmente due: il primo è che non esiste una teoria del fascismo (come invece accade per altre dottrine politiche), il secondo è che il fascismo ha una sua caratteristica intrinseca, il sincretismo: mescola insieme culture tra di loro molto diverse, spesso in apparente contraddizione reciproca. Ad esempio, nazionalismo e socialismo, populismo ed elitismo, anti-capitalismo e anti-socialismo: sono tutti oggetti culturali molto diversi tra loro che, però, nel totalitarismo tedesco e in quello italiano trovano originali forme di sintesi. Il sincretismo rende il fascismo difficilmente decifrabile in modo preciso e univoco attraverso l'osservazione empirica. Ad ogni modo, in termini molto generali, possiamo distinguere oggi almeno due tipi di fascismo: uno storico, esplicito, spesso “orgoglioso” e (almeno per la legge formale italiana) criminale e un altro fascismo che potremmo definire quasi “antropologico/psicologico” legato ad un modo di pensare e vedere il mondo.
Il primo viene studiato considerandolo un fenomeno legato principalmente o esclusivamente ad un ben determinato periodo storico (il Ventennio, parlando dell'Italia). E, con riferimento ai giorni nostri, riguarda solo – o principalmente – le componenti politiche, culturali, economiche (per molti versi irripetibili) di quella società passata alle quali, in modo esplicito e diretto, alcuni gruppi e movimenti si ispirano. Parliamo, quindi, del fascismo di chi «inneggia ai tempi che furono», richiamando gesti, simboli, ecc. del passato.
Il secondo tipo di fascismo – quello “antropologico/psicologico” – è, come abbiamo detto, legato ad un modo di pensare, a valori di riferimento precisi, a cui corrispondono regole di comportamento ben determinate. A quest'ultimo tipo di fascismo, senza perderne di vista le radici storiche legate principalmente agli anni nefasti del Ventennio italiano e del totalitarismo nazista, si rivolgono gli studi di coloro – in tanti e afferenti alle più diverse discipline delle scienze umane – i quali cercano di individuare dei tratti comuni a tutti i fascismi di ogni tempo. Tra questi studi ricordiamo i tentativi – seppur molto diversi tra loro – del nostro Umberto Eco di individuare le caratteristiche dell'Ur-fascismo, il fascismo eterno, o quello della scuola di Francoforte di individuare le caratteristiche psicologiche della personalità fascista. Si tratta di un tipo di fascismo particolare: coloro che ne seguono i principi possono non dichiararsi fascisti e, talvolta, non essere nemmeno consapevoli di esserlo. Sono tante le caratteristiche che i vari studi di questo filone hanno individuato come tipiche dei fascismi. Tra le principali caratteristiche di una cultura fascista, un movimento fascista, possiamo ricordarne alcune: machismo, militarismo e paramilitarismo, populismo, nazionalismo e razzismo (spesso studiati con riferimento al modo in cui vengono utilizzate la tecnica psicologica del dislocamento e al creazione di capri espiatori contro cui sfogare paure, frustrazioni, aggressività: si pensi al caso degli ebrei), sincretismo. Ovviamente non basta che una sola di queste caratteristiche sia presente perché una cultura si possa dire fascista. Si tratta di caratteristiche che devono essere presenti strutturalmente all'interno di un sistema culturale. Stiamo parlando, quindi, di caratteristiche di un “tipo ideale”, per dirla weberianamente, che ci aiuti a comprendere meglio la realtà, ma che – essendo, appunto, “ideale” – non esiste nella realtà esattamente così come viene definito.
Ma veniamo alla situazione italiana di oggi. Per quanto riguarda la definizione di fascismo, radicata nelle sue origini storiche del Ventennio, il discorso abbastanza semplice. Esistono oggi in Italia delle componenti politiche e culturali che si rifanno direttamente al fascismo storico. Si pensi ai casi di CasaPound o Forza nuova, solo per fare alcuni esempi immediati. Si tratta di formazioni che si dichiarano esplicitamente fasciste e che fanno uso (saluto romano, ecc.) della simbologia specifica di quel determinato periodo storico. E per quanto riguarda il fascismo culturale? Quello, cioè, più difficile da individuare, perché spesso messo in atto da individui che non si definiscono fascisti. Robert Paxton, uno dei massimi esperti sul tema, afferma che, se vogliamo trovare una vera definizione di fascismo, non dobbiamo tanto seguire il modo attraverso il quale si autodefiniscono le persone, ma il modo in cui queste agiscono. In questi casi, quindi, il nostro lavoro non deve concentrarsi tanto su “come” i potenziali fascisti “si definiscono” (potrebbero – per assurdo- anche definirsi antifascisti), ma sul “modo” in cui, piuttosto, “agiscono”. Partendo da una prima sommaria analisi dell'azione politica dei principali partiti e movimenti presenti all'interno del panorama italiano, possiamo dire che tutte (o quasi) le formazioni politiche – da destra a sinistra – presentano al loro interno e nel loro modo di agire, chiari elementi attribuibili a una cultura fascista.
Si potrebbero fare tantissimi esempi. Si pensi al, sempre più marcato ed esplicito, militarismo espresso dal Pd attraverso la figura straripante del ministro degli Interni Marco Minniti, o alla xenofobia e al machismo che, a tratti, emergono dalle dichiarazioni e dalle azioni di rappresentanti del movimento cinque stelle, per non parlare del sincretismo espresso da Fratelli d'Italia o Forza Italia, nazionalisti – seppur con gradazioni diverse – per definizione, ma sempre più vicini a un partito “geneticamente” separatista come la Lega (fu Nord). In generale, comunque, sembrano il nazionalismo e il razzismo gli elementi trasversali, maggiormente presenti all0interno dei discorsi e degli orientamenti d'azione delle componenti politiche presenti su panorama italiano.
Ma fra tutte le più importanti formazioni e culture politiche contemporanee in Italia, quella che a mio avviso, più di ogni altra, racchiude in sé, in modo strutturale e sistematico, le principali caratteristiche del fascismo culturale, è la Lega. Vediamone alcune. Razzista fin dalle origini – prima prima contro i meridionali, poi contro le varie etnie che si presentavano di volta in volta nel susseguirsi dei diversi flussi migratori – ha espresso ed esprime in modo emblematico il meccanismo del capro espiatorio (a lungo studiato dagli psicologi sociali con riferimento alla relazione tra fascisti ed ebrei), individuando prima nei meridionali, poi negli albanesi, poi nei magrebini, poi nei musulmani, poi negli zingari e, oggi, in generale negli stranieri – specie se di pelle nera – l'oggetto su cui sfogare le frustrazioni, le ansie, le legittime paure del cittadino italiano globalizzato. Paramilitarismo. Anche questo è un carattere distintivo della Lega dalle sue origini, che però non ha perso d'importanza nel tempo: dalla semi-seria questione delle camicie verdi (i volontari della guardia nazionale padana), alle ronde della sicurezza.
Nazionalismo. Il nazionalismo, almeno quello nei confronti dell'Italia-nazione, è qualcosa di recente per la Lega. Si tratta, tuttavia, di un valore difeso per anni con riferimento alla Padania che, in quanto terra e patria del popolo padano, andava difesa dalle ruberie e dall'invasione di popolazioni straniere (italiani inclusi). Oggi viene propugnato a difesa dell'Italia contro Europa e contro gli stranieri.
Machismo. Il “celodurismo” della Lega è anch'esso un elemento delle sue origini, un valore fondante della cultura leghista, che non sembra avere perso il suo smalto originario nelle azioni e, soprattutto, nel discorso leghista.
Sincretismo. Separatismo e nazionalismo, statalismo e devolution, celtismo e religione cristiana sono solo alcune delle culture diverse – per non dire, spesso, reciprocamente antagoniste – che la Lega ha mescolato e mescola insieme in un sincretismo tipicamente fascista. Il recente ricorso all'uso di simboli cristiani (vangeli e rosario, in particolare) da parte del leader della Lega, dopo anni di fedele religiosità elementare e strumentale, il celtismo, è l'esempio più recente. La sintonia culturale, poi, della Lega – dalle origini separatiste – con gruppi, partiti e movimenti nazionalisti (si pensi all'accordo con CasaPound di qualche tempo fa, oppure all'alleanza politica con fratelli d'Italia alle ultime elezioni) rappresenta un altro esempio emblematico in questo senso. Chiudiamo da dove siamo partiti. Alle domande iniziali possiamo rispondere che il fascismo non solo non è morto, ma si è riprodotto in forme nuove e adatte ai tempi. Il fascismo, almeno da un punto di vista culturale, è più forte che mai. Ha infatti sviluppato anticorpi sempre più efficaci e radicati (negazionismo storico, tecniche psicologiche di dislocamento) contro l'antifascismo e contro tutto ciò che può attentare alla sua esistenza culturale. Le affermazioni di questi ultimi tempi di numerosi intellettuali e rappresentanti politici che si affannano a dichiarare l'inesistenza del fascismo e/o il suo superamento «Il Re è morto! Lunga vita al Re!». Quelle dichiarazioni, cioè, fatte da chi, per esorcizzare al fine di un periodo storico di cui fa parte e che non vuole e non deve abbandonare, urla la morte del Re per assicurare la continuazione del regno.