Pubblichiamo un articolo apparso sul settimanale Left. L'autore, Charlie Barnao, palermitano, è docente di Sociologia presso l'Università Magna Grecia di Catanzaro. Attualmente sta conducendo ricerche sui fascismi nel mondo presso l'università del Nevada, Las Vegas. Da sempre collabora alle attività della sezione Anpi di Catanzaro.
Il fascismo esiste ancora? Oppure è un fenomeno da ascrivere solo a un ben determinato periodo storico, che è ormai morto e sepolto? Anche se in Italia il dibattito si accende solo in periodo elettorale, le scienze sociali, soprattutto all'estero, ha sviluppato da diversi anni un'accesa discussione sul tema.
Diciamo subito che gli studi sul fascismo, oltre ad essere difficili da realizzare, a causa della rilevanza del tema e selle sue numerose ripercussioni dal punto di vista politico e sociale, sono impegnativi anche per alcune ragioni che potremmo dire “metodologiche”, in quanto legate alla definizione stessa del fenomeno.
Fino a quando infatti non si definisce un fenomeno, non si può individuarlo, analizzarlo, né – ovviamente – si può dire se esiste o meno. I problemi legati alla definizione di fascismo sono principalmente due: il primo è che non esiste una teoria del fascismo (come invece accade per altre dottrine politiche), il secondo è che il fascismo ha una sua caratteristica intrinseca, il sincretismo: mescola insieme culture tra di loro molto diverse, spesso in apparente contraddizione reciproca. Ad esempio, nazionalismo e socialismo, populismo ed elitismo, anti-capitalismo e anti-socialismo: sono tutti oggetti culturali molto diversi tra loro che, però, nel totalitarismo tedesco e in quello italiano trovano originali forme di sintesi. Il sincretismo rende il fascismo difficilmente decifrabile in modo preciso e univoco attraverso l'osservazione empirica. Ad ogni modo, in termini molto generali, possiamo distinguere oggi almeno due tipi di fascismo: uno storico, esplicito, spesso “orgoglioso” e (almeno per la legge formale italiana) criminale e un altro fascismo che potremmo definire quasi “antropologico/psicologico” legato ad un modo di pensare e vedere il mondo.
Il primo viene studiato considerandolo un fenomeno legato principalmente o esclusivamente ad un ben determinato periodo storico (il Ventennio, parlando dell'Italia). E, con riferimento ai giorni nostri, riguarda solo – o principalmente – le componenti politiche, culturali, economiche (per molti versi irripetibili) di quella società passata alle quali, in modo esplicito e diretto, alcuni gruppi e movimenti si ispirano. Parliamo, quindi, del fascismo di chi «inneggia ai tempi che furono», richiamando gesti, simboli, ecc. del passato.
Il secondo tipo di fascismo – quello “antropologico/psicologico” – è, come abbiamo detto, legato ad un modo di pensare, a valori di riferimento precisi, a cui corrispondono regole di comportamento ben determinate. A quest'ultimo tipo di fascismo, senza perderne di vista le radici storiche legate principalmente agli anni nefasti del Ventennio italiano e del totalitarismo nazista, si rivolgono gli studi di coloro – in tanti e afferenti alle più diverse discipline delle scienze umane – i quali cercano di individuare dei tratti comuni a tutti i fascismi di ogni tempo. Tra questi studi ricordiamo i tentativi – seppur molto diversi tra loro – del nostro Umberto Eco di individuare le caratteristiche dell'Ur-fascismo, il fascismo eterno, o quello della scuola di Francoforte di individuare le caratteristiche psicologiche della personalità fascista. Si tratta di un tipo di fascismo particolare: coloro che ne seguono i principi possono non dichiararsi fascisti e, talvolta, non essere nemmeno consapevoli di esserlo. Sono tante le caratteristiche che i vari studi di questo filone hanno individuato come tipiche dei fascismi. Tra le principali caratteristiche di una cultura fascista, un movimento fascista, possiamo ricordarne alcune: machismo, militarismo e paramilitarismo, populismo, nazionalismo e razzismo (spesso studiati con riferimento al modo in cui vengono utilizzate la tecnica psicologica del dislocamento e al creazione di capri espiatori contro cui sfogare paure, frustrazioni, aggressività: si pensi al caso degli ebrei), sincretismo. Ovviamente non basta che una sola di queste caratteristiche sia presente perché una cultura si possa dire fascista. Si tratta di caratteristiche che devono essere presenti strutturalmente all'interno di un sistema culturale. Stiamo parlando, quindi, di caratteristiche di un “tipo ideale”, per dirla weberianamente, che ci aiuti a comprendere meglio la realtà, ma che – essendo, appunto, “ideale” – non esiste nella realtà esattamente così come viene definito.
Ma veniamo alla situazione italiana di oggi. Per quanto riguarda la definizione di fascismo, radicata nelle sue origini storiche del Ventennio, il discorso abbastanza semplice. Esistono oggi in Italia delle componenti politiche e culturali che si rifanno direttamente al fascismo storico. Si pensi ai casi di CasaPound o Forza nuova, solo per fare alcuni esempi immediati. Si tratta di formazioni che si dichiarano esplicitamente fasciste e che fanno uso (saluto romano, ecc.) della simbologia specifica di quel determinato periodo storico. E per quanto riguarda il fascismo culturale? Quello, cioè, più difficile da individuare, perché spesso messo in atto da individui che non si definiscono fascisti. Robert Paxton, uno dei massimi esperti sul tema, afferma che, se vogliamo trovare una vera definizione di fascismo, non dobbiamo tanto seguire il modo attraverso il quale si autodefiniscono le persone, ma il modo in cui queste agiscono. In questi casi, quindi, il nostro lavoro non deve concentrarsi tanto su “come” i potenziali fascisti “si definiscono” (potrebbero – per assurdo- anche definirsi antifascisti), ma sul “modo” in cui, piuttosto, “agiscono”. Partendo da una prima sommaria analisi dell'azione politica dei principali partiti e movimenti presenti all'interno del panorama italiano, possiamo dire che tutte (o quasi) le formazioni politiche – da destra a sinistra – presentano al loro interno e nel loro modo di agire, chiari elementi attribuibili a una cultura fascista.
Si potrebbero fare tantissimi esempi. Si pensi al, sempre più marcato ed esplicito, militarismo espresso dal Pd attraverso la figura straripante del ministro degli Interni Marco Minniti, o alla xenofobia e al machismo che, a tratti, emergono dalle dichiarazioni e dalle azioni di rappresentanti del movimento cinque stelle, per non parlare del sincretismo espresso da Fratelli d'Italia o Forza Italia, nazionalisti – seppur con gradazioni diverse – per definizione, ma sempre più vicini a un partito “geneticamente” separatista come la Lega (fu Nord). In generale, comunque, sembrano il nazionalismo e il razzismo gli elementi trasversali, maggiormente presenti all0interno dei discorsi e degli orientamenti d'azione delle componenti politiche presenti su panorama italiano.
Ma fra tutte le più importanti formazioni e culture politiche contemporanee in Italia, quella che a mio avviso, più di ogni altra, racchiude in sé, in modo strutturale e sistematico, le principali caratteristiche del fascismo culturale, è la Lega. Vediamone alcune. Razzista fin dalle origini – prima prima contro i meridionali, poi contro le varie etnie che si presentavano di volta in volta nel susseguirsi dei diversi flussi migratori – ha espresso ed esprime in modo emblematico il meccanismo del capro espiatorio (a lungo studiato dagli psicologi sociali con riferimento alla relazione tra fascisti ed ebrei), individuando prima nei meridionali, poi negli albanesi, poi nei magrebini, poi nei musulmani, poi negli zingari e, oggi, in generale negli stranieri – specie se di pelle nera – l'oggetto su cui sfogare le frustrazioni, le ansie, le legittime paure del cittadino italiano globalizzato. Paramilitarismo. Anche questo è un carattere distintivo della Lega dalle sue origini, che però non ha perso d'importanza nel tempo: dalla semi-seria questione delle camicie verdi (i volontari della guardia nazionale padana), alle ronde della sicurezza.
Nazionalismo. Il nazionalismo, almeno quello nei confronti dell'Italia-nazione, è qualcosa di recente per la Lega. Si tratta, tuttavia, di un valore difeso per anni con riferimento alla Padania che, in quanto terra e patria del popolo padano, andava difesa dalle ruberie e dall'invasione di popolazioni straniere (italiani inclusi). Oggi viene propugnato a difesa dell'Italia contro Europa e contro gli stranieri.
Machismo. Il “celodurismo” della Lega è anch'esso un elemento delle sue origini, un valore fondante della cultura leghista, che non sembra avere perso il suo smalto originario nelle azioni e, soprattutto, nel discorso leghista.
Sincretismo. Separatismo e nazionalismo, statalismo e devolution, celtismo e religione cristiana sono solo alcune delle culture diverse – per non dire, spesso, reciprocamente antagoniste – che la Lega ha mescolato e mescola insieme in un sincretismo tipicamente fascista. Il recente ricorso all'uso di simboli cristiani (vangeli e rosario, in particolare) da parte del leader della Lega, dopo anni di fedele religiosità elementare e strumentale, il celtismo, è l'esempio più recente. La sintonia culturale, poi, della Lega – dalle origini separatiste – con gruppi, partiti e movimenti nazionalisti (si pensi all'accordo con CasaPound di qualche tempo fa, oppure all'alleanza politica con fratelli d'Italia alle ultime elezioni) rappresenta un altro esempio emblematico in questo senso. Chiudiamo da dove siamo partiti. Alle domande iniziali possiamo rispondere che il fascismo non solo non è morto, ma si è riprodotto in forme nuove e adatte ai tempi. Il fascismo, almeno da un punto di vista culturale, è più forte che mai. Ha infatti sviluppato anticorpi sempre più efficaci e radicati (negazionismo storico, tecniche psicologiche di dislocamento) contro l'antifascismo e contro tutto ciò che può attentare alla sua esistenza culturale. Le affermazioni di questi ultimi tempi di numerosi intellettuali e rappresentanti politici che si affannano a dichiarare l'inesistenza del fascismo e/o il suo superamento «Il Re è morto! Lunga vita al Re!». Quelle dichiarazioni, cioè, fatte da chi, per esorcizzare al fine di un periodo storico di cui fa parte e che non vuole e non deve abbandonare, urla la morte del Re per assicurare la continuazione del regno.

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