mercoledì 2 maggio 2018

Giovani e Resistenza nell'Oltrepò partigiano



Le riflessioni di Camillo Moroni, nell'orazione del 25 Aprile a Varzi.


Buongiorno a tutti,
è per me davvero un onore intervenire oggi a Varzi, e lo confesso sono anche un po’ emozionato perché è il paese di mia mamma, perché ho vissuto una grande storia d’amore con l’As calcio Varzi durata 12 anni e perché ho questo borgo, queste colline, questa terra nel cuore.
Siamo qui oggi per celebrare il 25 Aprile, la festa di Liberazione dal Nazifascismo e per raccontare una grande storia, la storia di un popolo, quello italiano, che dopo l’8 di settembre dovette fare una scelta, ovvero: “da che parte stare”.
Il re e Badoglio firmarono l’armistizio con gli anglo-americani, fuggirono a Brindisi e noi italiani passammo da un giorno con un altro ad essere alleati prima dei tedeschi e poi appunto con inglesi e americani. Nelle caserme scoppiò il caos, il famoso “tutti a casa” da cui il film di Luigi Comencini. I nostri ragazzi fecero quindi ritorno a casa, i più fortunati, alcuni furono subito catturati e deportati in Germania, e poi come dicevo prima si dovette compiere la famosa scelta anche in risposta del Bando Graziani.
E così abbiamo il biennio 43-45, in cui combattemmo la Guerra di Liberazione e fu una stagione sulla quale, ancora oggi, è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto.
Ma il rischio quale è? La mancanza di chiarezza, che ci costringe ancora a fare i conti con le etichette come quella che i “partigiani erano tutti comunisti” o che durante il fascismo “si dormiva con la porta aperta e i treni erano sempre in orario”, e così si perdono le storie autentiche.
Le etichette fin da piccolo non mi sono mai piaciute perché trovo che sia un modo sempliciotto di archiviare una questione o di definire una persona senza sforzarsi di approfondire. La realtà è molto più complessa. La lapide che avete di fronte è la prova: ecco questa è la realtà molto più complessa.


Qui troviamo una lunga lista di nomi e se andiamo a scavare un attimino scopriremo tante storie di gente comune. Troveremo: contadini, operai, sarti, preti, carabinieri, casalinghe, ragazzini, anziani, insomma tutte le categorie, caduti o come partigiani o come civili sempre per mano dei nazifascisti.
L’Oltrepò Pavese, la nostra terra, è piena di monumenti, lapidi, cippi che vanno a fissare nomi, luoghi e ricordi e ci rendono a pieno titolo una delle zone più importanti della Guerra di Liberazione. Lo dico con orgoglio perché se ci siamo liberati dal nazifascismo, mettendo le basi per una società più giusta, libera e democratica, lo dobbiamo anche al piccolo Oltrepò Pavese, all’insieme di tante piccole storie e sapere che queste persone possano essere i miei nonni o i nonni di un mio amico, o un vostro parente mi rende fiero di essere nato in questa terra.

Voglio quindi raccontare un paio di storie. La prima ci dà l’idea del ruolo e della preparazione che avevano le formazioni partigiane dell’Oltrepò Pavese. Siamo nelle giornate intorno al 25 Aprile, vengono liberate dai partigiani garibaldini e di giustizia e libertà città come Voghera, Casteggio, Pavia e si entra quindi a Milano. A Milano c’è il caos, si va avanti a sparare dagli edifici, i tedeschi non vogliono arrendersi, in più ci sono partigiani dell’ultima ora, quelli che vogliono salire sul carro dei vincenti, che creano solo confusione, fraintendimenti e non sono certo d’aiuto per mantenere l’ordine. Vengono quindi scelti i partigiani dell’Oltrepò Pavese come corpo di polizia partigiana per quelle giornate a Milano. Perché loro? Perché preparati, perché disciplinati e perché gente umile, di poche parole.
La sera del 27 Aprile del ’45, in un ex edificio littorio nel quartiere Brera di Milano, è in corso la riunione del comando del CVL (corpo volontari della Libertà). Al tavolo sono seduti il futuro presidente della repubblica Sandro Pertini, Enrico Mattei, il generale Cadorna e il generale Palumbo, Luigi Longo e il colonnello Valerio, altri esponenti del mondo liberale, socialista e comunista e dall’Oltrepò Pavese Italo Pietra (Edoardo) (Ponte Nizza) e il conte Luchino Dal Verme, il comandante della brigata garibaldina Aldo Casotti (Torre degli Alberi). Quella sera vengono decisi il destino del Duce e dei gerarchi fascisti, quella sera si decide di eseguire la missione finale di Dongo. Comandante della missione sarà scelto un alessandrino ovvero Walter Audisio, il colonnello Valerio. Con lui ci saranno Guido e poi Riccardo, un toscanaccio che combatté in Oltrepò e Piero Landini, emiliano, anche lui impegnato in Oltrepò. La squadra fu completata da dodici ragazzi, dodici giovani partigiani provenienti da brigate partigiane stanziate in Oltrepò. Molti furono pescati dalla brigata garibaldina della Crespi e all’alba del 28 aprile, dalle scuole di viale Romagna a Milano, partirono verso Dongo. Giustiziarono i gerarchi e il Duce e fecero ritorno il giorno dopo a Milano in Piazzale Loreto
Personalmente ho conosciuto e intervistato Arturo, Giacomo Bruni. Lui guidò il camion e per tutta la vita fece il contadino, ebbe 7 figli e visse sempre in una piccola frazione di Zavattarello: Perducco. Mi capita spesso di vedere i figli di Arturo, conosco i nipoti e tutto questo ci rende partecipi di una storia scritta da persone dei nostri paesi.
L’altra storia, prendo spunto da questa lapide: è la storia di due civili Pochintesta Alfredo e Centenaro Serafino. Facciamo un passo indietro e arriviamo a fine Luglio ’44. Appena fuori Varzi, in direzione Brallo di Pregola si combatte la battaglia dell’Aronchio, il primo grande scontro in campo aperto tra i partigiani locali e le truppe nazifasciste. I nazifascisti subiscono un’importante sconfitta, inaspettata e per i partigiani è un grande successo. Vengono aiutati anche dai contadini di Montemartino, che imbracciano i loro fucili da caccia, sancendo anche una collaborazione tra partigiani e popolazione civile, che nei mesi successivi diventerà sempre più forte. La risposta nazifascista non tarda ad arrivare. Come? Con i rastrellamenti. Vengono bruciati i paesi vicino a Varzi, vengono saccheggiate le abitazioni e portato via il bestiame. Uno dei paesi che subì il rastrellamento fu Nivione. Parroco di Nivione era Don Rino Cristiani, nato a Bagnaria e cappellano Militare della brigata garibaldina Capettini. La vile rappresaglia fu anche un modo per dare una lezione a Don Rino, ma non ci riuscirono. Don Rino continuò nella sua azione da ribelle, portando conforto ai giovani partigiani e facendo opera di mediazione. Conobbe le botte dei fascisti, fu imprigionato per dei mesi prima a Villa Triste a Pavia a poi nel carcere di san Vittore a Milano. Il suo numero di matricola era 2343. Assieme a lui tanti altri uomini di fede scelsero “da che parte stare” come padre Giovanni dei Cappuccini, amico di mio nonno, Don Tino (mi ha battezzato), curato di Varzi, Don Ginocchio anche lui di Bagnarla e parroco a Cigognola, Don Picchi a Romagnese e vorrei ricordare anche Don Ghigini di San Pietro Casasco, ucciso nell’estate del ’44 da un gruppo di fascisti mentre tornava dalla messa tenuta a San Martino. La sua colpa era di essere amico dei partigiani. Aveva 68 anni.

Perché quindi è importante oggi parlare di Resistenza e antifascismo? E’ importante perché il fascismo è qualsiasi atto di forza che subiamo, qualsiasi azione volta a togliere e sgretolare i diritti e purtroppo il mondo ne è ancora pieno. Mi riferisco alle multinazionali, alle loro logiche imperialiste. Conquistano i mercati con prodotti concorrenziali, ma a quale prezzo? Facendo una gara al ribasso sui salari, sui diritti dei lavoratori, contravvenendo a leggi nazionali e minacciando, nel caso, una delocalizzazione. A volte esultiamo perché una nota marca di fast food porterà 12 nuovi posti di lavoro o perché con l’e-commerce tutto è più facile e conveniente. Ma ci dimentichiamo della bottega, della piccola ristorazione, del nostro artigianato locale, del famoso “made in Italy” che rischia di scomparire perché le regole non sono uguali per tutti. A volte il piccolo deve preoccuparsi di garantire una certa qualità sottostando a leggi e tassazioni veramente pesanti da sostenere, mentre è poi il grande a fornire prodotti di dubbia qualità su scala mondiale. Mi riferisco poi alle cooperative dove viene calpestato il proprio statuto, dove l’assemblea dei soci non rappresenta l’organo sovrano decisionale, a quei posti di lavoro dove il sindacato fa fatica ad entrare perché “non porta una buona immagine”. E quindi se difendere i diritti dei lavoratori, del popolo, stare dalla parte della gente è ancora una posizione scomoda vuol dire che gli interessi dei colletti bianchi sono ancora forti.

Parlo di lavoro, di colletti bianchi, di diritti perché il fascismo iniziò così: con la repressione, le botte, le azioni squadriste finanziate appunto dai colletti bianchi. Prima della marcia su Roma abbiamo il famoso sciopero della primavera del 1920. Si fermarono gli operai della Fiat ma non solo, anche nelle campagne, in Lomellina, i braccianti incrociarono le braccia contro gli agrari. E allora industriali, agrari, importanti commercianti e uomini di potere finanziarono gli squadristi fascisti come Cesare Forni per andare nelle Camere del Lavoro e picchiare i lavoratori che chiedevano più diritti, più tutele e meno sfruttamento.

E’ la paura di chi detiene il potere, di chi ha sempre mangiato la fetta più grossa della torta, che si trasferisce alla gente comune. Come? Parlando di sicurezza nella maniera sbagliata, come se installare delle telecamere fosse la soluzione e attribuendo ai fenomeni migratori altre etichette, per esempio: “ci porteranno via il lavoro”, scatenando una “guerra tra poveri” molto triste.

E allora mi piacerebbe sentire parlare di lavoro, di sanità, di istruzione perché è con questi temi che si crea sicurezza, è investendo in questi settori che le persone riacquistano dignità, convinzione e forza. Cito una famosa canzone che dice: “anche l’operaio vuole il figlio dottore” ed è quindi mantenendo pubblici, liberi e meritocratici questi settori che si dà modo alla scala sociale di poter funzionare e alla gente di poter inseguire i propri sogni, e forse oggi ci hanno portato via proprio quelli, i sogni.

Nel ’43 tutti scelsero nel bene e nel male, ci misero la faccia, ed è una stagione che mi piace moltissimo perché fu una stagione di speranza, di sogni. Per fortuna vinsero le persone che credevano in un mondo più libero e subito si raggiunsero traguardi importanti: il voto alle donne, la democrazia, la Costituzione. La nostra Costituzione è bellissima: parla di lavoro, di uguaglianza, tutela le minoranze, la libertà di culto e ripudia la guerra. E’ bellissima, ma è stata attaccata, la si voleva cambiare e perché? Perché fa paura, perché è figlia di quella stagione di speranza, perché l’Italia purtroppo sta andando in direzione opposta.

Chiudo con il sogno di rivedere nella gente dell’Oltrepò quella speranza, quella voglia di lottare, di realizzare un cambiamento. Potremmo partire in prima cosa nel valorizzare il nostro bellissimo territorio, perché abbiamo cultura enogastronomia, paesaggi bellissimi e oggi abbiamo visto che abbiamo anche grandi storie di uomini e donne da raccontare e da esportare. Serve dialogo, non serve la paura. Abbiamo la storia, e il fascismo si combatte con la cultura.



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