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domenica 4 novembre 2018

L'Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista

Proponiamo la lettura di Piero Purich sulla grande guerra tratta da Internazionale.
La prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra.
Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. In Italia la letteratura ne ha affrontato i tabù, spesso con fastidiose conseguenze per gli autori: Emilio Lussu fu accusato di disfattismo e antipatriottismo per Un anno sull’Altipiano, mentre La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte incappò nella censura e fu sequestrato. Negli anni settanta sono stati pubblicati saggi critici e analisi storiche rigorose e obiettive, come quelli di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Enzo Forcella, Alberto Monticone e Piero Melograni.
Tuttavia, con la ricorrenza del centenario della fine della grande guerra e le celebrazioni previste per il 4 novembre, il velo di retorica che con tanta fatica era stato sollevato è tornato ad avvolgere quegli anni. Ci sono state iniziative storicamente accurate, ma la propaganda nazionalista e militare nel tempo si è riappropriata dell’evento. Mentre fiction tv semplicistiche come Il confine e Fango e gloria – andate in onda su Rai1 – hanno favorito il ritorno di una visione patriottica della storia.
Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine.
Socialisti, pacifisti, renitenti

Innanzitutto va detto che nel 1915 la maggior parte dell’opinione pubblica in Italia era contraria all’intervento. Furono le intimidazioni rivolte alle istituzioni – ai limiti del colpo di stato – del re Vittorio Emanuele III, del capo del governo Antonio Salandra e del ministro degli esteri Sidney Sonnino, la campagna di stampa del Corriere della Sera e le demagogiche manifestazioni di piazza organizzate da Gabriele D’Annunzio a piegare il parlamento a votare in favore dell’entrata in guerra.

I socialisti si divisero ferocemente in neutralisti e interventisti, mentre i giornali e la propaganda esaltarono le “radiose giornate di maggio”, sminuendo e censurando le manifestazioni contro la guerra. In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.
Pochissime voci si levarono contro la guerra: Giacomo Matteotti pagò il suo antimilitarismo socialista e internazionalista con tre anni di confino a Messina; la rivista La Pace fu chiusa e il suo direttore, Ezio Bartalini, fu prelevato dai carabinieri e arruolato a forza; alcuni pubblicisti cristiani polemizzarono aspramente sulla legittimità morale della guerra; le vignette di Scalarini sferzarono la retorica bellica; papa Benedetto XV per tutta la durata del conflitto 

Solo una piccola minoranza di persone rifiutò di arruolarsi: anarchici, socialisti internazionalisti, marxisti, tolstoiani e cristiani radicali. Non fu riconosciuto alcun diritto all’obiezione di coscienza e chi espresse il proprio rifiuto per ragioni religiose o politiche fu condannato al carcere duro, internato in fortezze militari o ricoverato in manicomio. Come ricorda Andrea Filippini in L’obiezione di coscienza nell’Italia liberale, lo zoccolaio lombardo Luigi Lué sostenne con tale ostinazione le proprie convinzioni tolstoiane che il pubblico ministero disse: “Signori del tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Essi vivono nella loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole la massima indulgenza”. Nonostante l’appello alla clemenza, Lué fu condannato a sette anni di carcere.
Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, altri reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori grazie al fatto che molti contrabbandieri, i cosiddetti “spalloni”, erano simpatizzanti libertari. A Zurigo si costituì una comunità numerosa di esuli anarchici.
Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. Tra loro, 370mila erano residenti all’estero, ma si guardarono bene dal rimpatriare. In Sicilia i renitenti furono il 61 per cento dei richiamati.
L’impreparazione dell’esercito

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Come racconta Mark Thompson nel libro La guerra bianca, un ufficiale che aveva raggiunto da poco il monte San Michele, sul Carso goriziano, chiese ai soldati lì da alcuni giorni dove fossero le trincee, e la risposta fu: “Trincee, trincee… Non ci sono mica trincee: ci sono dei buchi”.

Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.
Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.
La guerra fu “un inferno di sangue, fango e merda”, come mi ha detto Giovanni Marco Sau, che allora combatté nella brigata Sassari. La vita in trincea era fatta di noia, paura, maltempo, pidocchi, ratti e colpi sparati dai cecchini. In Storia politica della grande guerra, Piero Melograni scrive che “alla vigilia delle azioni più rischiose abbondanti quantitativi di liquori erano distribuiti ai reparti italiani (…). Lo stesso Cadorna dichiarò che il soldato italiano era migliore nell’offensiva che nella difensiva, perché nell’offensiva si ubriacava e si stordiva”. Alessandro De Pascale in Guerra e droga racconta invece che piloti, ufficiali e arditi facevano anche uso di cocaina.
Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.
Gli assalti frontali senza alcun bombardamento preventivo erano frequenti e generalmente si concludevano con lo sterminio di chi attaccava, massacrati dalle mitragliatrici dei nemici. Dietro ai fanti all’assalto c’erano carabinieri e ufficiali dell’esercito pronti a sparare a chi arretrava o esitava. “Ma quale Piave mormorava”, mi ha raccontato il reduce siciliano Andrea Cangelosi, “avevamo i carabinieri dietro che ci sparavano e davanti il nemico”.
La fraternizzazione tra nemici

La ferocia della guerra non riuscì tuttavia a cancellare del tutto l’umanità dei soldati: nel corso del conflitto sono documentati episodi nei quali gli austriaci cessarono di mitragliare gli italiani mandati all’attacco e li esortarono a mettersi in salvo o a tornare indietro.

Il 25 dicembre 1915 sul Carso – complice la nostalgia di casa e il ricordo del Natale precedente passato in famiglia – i soldati italiani e quelli austriaci raggiunsero un cessate il fuoco informale e si scambiarono gli auguri, approfittando della tregua per recuperare e seppellire i compagni che giacevano morti tra i due schieramenti.
Gli alti comandi allora emisero direttive severissime contro la fraternizzazione, perché ritenevano che umanizzasse troppo l’avversario e che i nemici potessero scoprire il sistema di difesa dell’esercito.
Negli anni successivi, proprio durante le feste religiose i bombardamenti dell’artiglieria furono intensificati e i cecchini erano pronti a colpire chiunque stesse cercando di fraternizzare.
Diserzioni

L’orrore quotidiano vissuto dai soldati spinse parecchi di loro a cercare soluzioni personali per evitarlo. Alcuni tentarono di disertare approfittando di licenze, cercando di nascondersi da parenti o amici. Nei primi anni di guerra, però, la diserzione era considerata un atto vile e ignominioso: ci furono casi di genitori che denunciarono e riconsegnarono i figli che erano fuggiti.

In Toscana, in Emilia-Romagna, in Puglia e nelle Marche si formarono vere e proprie bande di disertori che trovarono rifugio nei boschi o in grotte, braccati dai carabinieri. In Sicilia renitenti e disertori si nascosero nelle solfatare.
Tanti cercarono di disertare consegnandosi al nemico, approfittando della notte, di macchie di vegetazione e di rovine nella terra di nessuno. Era un’operazione rischiosissima: i fuggitivi potevano essere scambiati per ricognitori in avanscoperta o per soldati impegnati in attacchi a sorpresa, ed essere uccisi; potevano essere catturati da nemici senza scrupoli; oppure potevano essere scoperti da qualche pattuglia del proprio esercito e finire davanti alla corte marziale. Per una diserzione la pena era l’ergastolo o la condanna a morte per fucilazione. Durante gli attacchi gli ufficiali erano tenuti a sparare sul posto a coloro che pensavano stessero disertando o si stessero sbandando.
Durante la guerra il numero dei disertori diventò sempre più alto. Non potendoli passare tutti per le armi, i colpevoli furono mandati in speciali compagnie di disciplina con incarichi pericolosi, oppure furono portati in prima linea e legati in luoghi esposti al tiro del nemico.
Questa soluzione si rivelò del tutto inefficace: generalmente gli austriaci non colpivano i soldati disarmati e incatenati, sia per solidarietà sia perché graziarli significava dare un’immagine misericordiosa di sé e spingere altri italiani a consegnarsi.
Per i tribunali militari erano considerati alla stregua di disertori anche coloro che si sbandavano, che perdevano contatto con il proprio reparto o che tornavano dalla licenza con un giorno di ritardo. In Battibecco, la rubrica che teneva sul Tempo, Curzio Malaparte scrisse:
Nell’agosto del 1917 a Santa Giustina presso Belluno fui obbligato ad assistere alla fucilazione di alcuni soldati calabresi rientrati dalla licenza con ventiquattro ore di ritardo, non per colpa loro, ma per colpa della tradotta. Due soldati del plotone di esecuzione spararono in aria: vennero immediatamente afferrati e passati per le armi.
Altri soldati provavano a sfuggire al fronte con gesti di autolesionismo. La tecnica più comune era quella di spararsi a un piede o a una mano attraverso una tavoletta di legno che rendesse la ferita meno devastante e nascondesse le bruciature dovute al contatto con la canna. I casi di autolesionismo nell’esercito italiano furono circa diecimila. Con il passare del tempo, i medici militari diventarono più attenti alle automutilazioni e mandarono davanti alla corte marziale i simulatori. Lo zelo fu tale che furono accusati anche soldati effettivamente colpiti in combattimento.
Per arginare qualsiasi forma di defezione i tribunali militari lavorarono senza sosta, condannando le persone dopo indagini rapide e superficiali. Era l’imputato a doversi scagionare dalle accuse e non l’accusa a dover provare il reato. Non esistevano gradi di giudizio, non era previsto appello. Su 262.481 soldati processati, il 62 per cento fu condannato. Le pene capitali furono più di quattromila, di cui però quasi tremila in contumacia. Quelle eseguite furono 750. Le condanne fino a sette anni di carcere furono sospese e rinviate alla fine della guerra per evitare che diventassero un modo per evitare il fronte. Più di 15mila uomini furono invece condannati all’ergastolo.
I soldati uccisi senza processo furono trecento, ma storici come Marco Pluviano e Irene Guerrini, in 1914-1918. Scampare la guerra scrivono: “Il numero di esecuzioni sommarie di cui si ha notizia (anche dalle testimonianze orali) è così ampio che, considerati i casi inevitabilmente rimasti segreti, si raggiungerebbe un numero di fucilati uguale, se non superiore, a quello dei condannati a morte a seguito di un regolare processo”.
Insubordinazioni

Con il passare degli anni, alle diserzioni si sostituirono sempre più spesso atti di insubordinazione collettiva: i soldati rifiutavano di andare in prima linea o attaccare. Non erano rivolte organizzate e ammutinamenti, ma una sorta di sciopero di soldati sfiniti che rifiutavano di combattere per le condizioni proibitive della vita al fronte.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.
Anche la rotta di Caporetto, nel 1917, può essere considerata una rivolta collettiva e uno sciopero dei soldati. Quando fu chiaro che lo sfondamento austrotedesco stava avendo successo e che opporsi all’avanzata era un suicidio, migliaia di italiani si arresero, sperando che l’offensiva nemica significasse finalmente la fine della guerra e la possibilità di ritornare a casa. I soldati in rotta abbandonavano le armi e si consegnavano ai nemici gridando: “La guerra è finita, viva la pace”, “Morte al re!”, “A Torino o a Milano purché la guerra finisca!”.
Stavolta i militari in ritirata risposero al fuoco dei carabinieri nelle retrovie e li misero in fuga. Nel caos della ritirata si scatenò una vera e propria caccia al carabiniere. Nel libro La rivolta dei santi maledetti, Curzio Malaparte scrisse:
La legge era il carabiniere, i fanti massacravano i carabinieri. I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: ‘Aeroplano abbattuto’ e non ne capivano niente. Quali rimedi lambiccavano i Comandi? Le fucilazioni.
(Nel gergo dei fanti i carabinieri erano chiamati aeroplani sia per la forma del cappello sia perché, come gli aviatori nemici, sparavano sui soldati, ndr).
Le rivolte furono represse ferocemente: i soldati identificati a torto o a ragione come organizzatori degli ammutinamenti furono processati sommariamente e giustiziati. Quando i presunti responsabili non venivano trovati, volendo dare una punizione esemplare ai reparti insubordinati, si ricorreva alla decimazione: l’estrazione a sorte dei soldati da fucilare. Emanuele Filiberto di Savoia, che quando morì volle essere sepolto a Redipuglia “in mezzo agli Eroi della Terza Armata”, ordinò: “Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi”. Sicuramente tra i centomila morti di Redipuglia qualcuno giace a pochi metri dal proprio carnefice.
Per il presunto ammutinamento della brigata Ravenna furono fucilati due soldati trovati semplicemente a dormire nell’accampamento dove c’era stata la rivolta, più altri cinque estratti a sorte. In La vigilia di Caporetto. Diario di guerra (1916-1917) il giornalista e critico teatrale Silvio D’Amico ricostruisce un episodio significativo. Un reggimento di fanteria insorge. C’è un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti, così il colonnello ordina di estrarre a sorte i nomi di dieci soldati e fucilarli. Tra loro finiscono anche uomini arrivati al reggimento dopo l’insubordinazione.
All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: ‘Signor colonnello! signor colonnello!’. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: ‘Che c’è figliuolo?’. ‘Signor colonnello!’, grida l’uomo bendato, ‘io sono della classe del ‘75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!’. ‘Figliuolo’, risponde paterno il colonnello, ‘io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio’.
Le esecuzioni sommarie arrivarono a un parossismo tale che anche piccoli atti di insubordinazione furono puniti con la morte: durante la rotta di Caporetto il generale Andrea Graziani tentò di riportare l’ordine tra i soldati facendo fucilare 57 presunti disertori, alcuni per ragioni assurde come Alessandro Ruffini, che fu messo al muro per averlo salutato tenendo il sigaro acceso in bocca. Qualche anno dopo la fine della guerra il generale morì cadendo misteriosamente da un treno: si diffuse la voce che sul vagone avesse incontrato un vecchio compagno d’armi di qualche sua vittima.
Dal 1917 gli ammutinati mostrarono sempre di più una consapevolezza politica. Marco Rossi racconta l’episodio del livornese Alessandro Signorini, che davanti al plotone d’esecuzione urlò ai suoi compagni: “Maledetta patria, schifosa bandiera. Voltate le spalle a chi vi fucila!”. Nelle trincee ormai circolava materiale disfattista, volantini che invitavano a disertare, fogli di propaganda rivoluzionaria. La rivoluzione bolscevica, l’uscita della Russia dal conflitto e la crescente insofferenza al potere rendevano sempre più plausibile la rivolta non solo come atto di ribellione, ma anche come possibilità reale di mettere fine alla guerra.
Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra.
Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.
In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari, specialmente dopo che il collasso militare russo aveva portato alla nascita dell’Unione Sovietica, primo paese socialista al mondo.
Gli alti comandi degli eserciti dell’Intesa mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non lo furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte. Anche la “redenzione” di Trieste, narrata dalla propaganda nazionalista come la trionfale “liberazione” della città dal dominio austriaco, fu un episodio molto più complesso. La storica Marina Rossi scrive per esempio che nei primi giorni del novembre 1918 “una torpediniera austriaca” fu messa a disposizione “per raggiungere Venezia” e poi tornare a Trieste con “la flotta italiana, cui avrebbe fatto da battistrada nei tratti minati”. Mentre lo storico Drago Sedmak in Nabrežina skozi stoletja (Aurisina attraverso i secoli) racconta un episodio successo vicino a Trieste:
Alle truppe italiane che avanzavano quasi nessuno si oppose, dato che quasi non c’erano più soldati (austriaci, ndr) e i membri dei Comitati nazionali locali (sloveni, ndr) erano troppo deboli e non opposero resistenza. Comunque ad Aurisina si raccolse un gruppo di giovani e di reduci del luogo (austriaci, ndr) e innalzarono barricate improvvisate, bloccando le strade di accesso. L’azione riuscì, visto che per il 2 e 3 novembre fermarono l’avanzata degli italiani verso Trieste. Nella notte tra il 3 e il 4 si ritirarono silenziosamente; gli italiani ripresero la marcia attraversando Santa Croce e Prosecco con bandiere bianche. Il simbolo di pace, la bandiera bianca, che presto venne sostituita dal tricolore italiano, il 20 novembre si mostrò sotto una nuova luce agli abitanti di Aurisina. Quel giorno, infatti, le autorità militari italiane per garantire la propria sicurezza, pretesero dagli abitanti di Aurisina che venissero loro consegnati tre ostaggi (…) Se sia stata la paura o una vendetta per aver perso due giorni davanti alle barricate di Aurisina possiamo solamente fare delle ipotesi.
La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

venerdì 5 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Celebrare ancora il 4 novembre?


Di seguito il testo della conferenza tenuta dal professor Giulio Guderzo nel novembre 2014, a Pavia, nella sede del Consiglio provinciale, successivamente pubblicato in “Quaderni di scienza politica”, a. XXII, n.1, aprile 2015, pp. 121-132.


Quando politici e generali non solo tedeschi e austriaci, ma altresì russi, francesi, inglesi misero in moto la macchina che avrebbe infine stritolato l’intera Europa (e non solo), sappiamo che sulla guerra, salvo poche, isolate eccezioni, avevano idee ancora ottocentesche. Culla della civiltà, come allora si ripeteva ad ogni pié sospinto, l’Europa dei regnanti, dei leader politici, dei generali e dei diplomatici riteneva di aver da tempo esorcizzato i fantasmi di un passato che aveva pure conosciuto ma riteneva, non senza qualche ragione, di avere anche definitivamente sepolto.
Non che tutti avessero letto e metabolizzato il Clausewitz della guerra intesa come prolungamento - o prosecuzione in altre forme - della politica, ma alla guerra pensavano come a una rapida operazione chirurgica, dai costi umani limitati, risolutiva di problemi diversamente destinati a incancrenirsi nelle relazioni internazionali. Un lavoro da affidare agli specialisti, generali coi loro uffici: in grado di elaborare e, se del caso, rapidamente variare, piani e operazioni.
Questa della guerra come specializzazione, con gli eserciti di mestiere, era stata, del resto, un’invenzione che in Europa, e del resto non solo in Europa, si era venuta via via affermando, così da circoscriverne i danni nei confronti delle popolazioni interessate. Sino a diventare, nella cosiddetta ‘età dei lumi’, inverando la formula di Clausewitz, qualcosa di molto simile a un grande gioco. In cui, beninteso, si continuava a morire, ma con avveduta parsimonia. E, del resto, con la diffusa consapevolezza dell’appartenenza a una comune matrice, attestata dall’uso di una lingua comune - oggi si direbbe di comunicazione -: il latino, e condividendo - oggi diremmo nell’essenziale, seppur con differenziazioni costate tanto sangue - una stessa fede religiosa, e costumi che potevano sembrar tra loro diversi, ma apparivano singolarmente simili quando li si confrontava con quelli esistenti sotto altri, lontani cieli.
Si davano, in effetti, sotto lo stesso cielo europeo, confini tra entità politiche diverse - regni, principati, stati regionali e città-stato - la cui gestione appariva peraltro sostanzialmente simile, fondata com’era su organi di rappresentanza dei diversi interessi, con la straordinaria varietà di assemblee e parlamenti che la caratterizzava: per cui, semplificando, ci si può raffigurare l’Europa cinque-sei-settecentesca come un continente confederalisticamente assemblato nelle sue singole parti. Nel quale, sotto il profilo economico, faceva sempre premio il settore primario, la proprietà terriera configurandosi anche come segno distintivo della collocazione di singoli e famiglie nella scala sociale, ma altresì con un commercio e una finanza capaci di operazioni a grande raggio, una volta inventati, sin dall’età di mezzo, e presto diffusi, strumenti di intermediazione quali cambiali e tratte e con un riferimento ai corsi dei metalli preziosi quale supporto agli scambi.
La molteplicità strutturale politico-amministrativa bene, d’altronde, rispondeva alla straordinaria varietà delle etnie che in Europa convivevano, caratterizzandosi per lingua, confessione religiosa, leggi e costumi propri, la cui ordinata conservazione, assicurata da patti e statuti, sarebbe dovuta bastare a farne parte ordinata di entità politiche maggiori. Com’era stato, sin dal Medioevo, nel caso più noto, per il Sacro Romano Impero nei confronti delle altre, minori entità politiche. Sicché la transizione di città e province dall’uno ad altro Stato, a seguito di guerre e trattati, avveniva generalmente nel pattuito rispetto degli ordinamenti loro propri. Quella varietà di etnie, lingue, confessioni e costumi, in breve culturale, era poi ben intesa dagli intellettuali più avveduti tutt’altro che come un limite. Perché in realtà si trattava di una straordinaria ricchezza.

Su quel mondo, che con formula breve si sarebbe poi definito d’ancien régime, incombevano peraltro pesanti nubi: la molteplicità, la varietà, mal si sposavano sia a un’economia mercantile che, con buona ragione, faticava a sopportare la frammentazione dei mercati che ne era una non necessaria ma comunque reale conseguenza, sia a una gestione politica variamente frenata dagli organi di controllo interposti tra l’amministratore - diciamo il sovrano - e gli amministrati - diciamo i sudditi.
Donde un attacco al vecchio mondo definito tout court feudale, sia dal centro che dalla periferia. Concluso con la vittoria, per un verso, del potere assoluto dei sovrani, liberati dai vecchi patti e statuti, in grado di gestire direttamente la cosa pubblica, e d’altra parte con la vittoria dell’economia nuova, che con l’aiuto del sovrano si liberava dei vecchi ordinamenti corporativi e dei vari balzelli che province, città, territori variamente organizzati le avevano precedentemente imposto. In Lombardia, tanto per non andar lontano, questo, nella seconda metà del Settecento, sarebbe stato il tempo dei cosiddetti sovrani illuminati, e i nomi più noti son quelli di Maria Teresa e Giuseppe II.
Un tempo breve, perché ben presto quegli stessi signori che erano stati spossessati degli organi di gestione del potere avrebbero cominciato a congiurare - come in Lombardia - per riprenderne il controllo. Intanto, però, già si potevano vedere le conseguenze di quella semplificazione del vecchio mondo o modernizzazione che l’intellettualità più à la page aveva celebrato. Giusto Giuseppe II a suon di leggi imponeva alle pubbliche amministrazioni, nel variegato mondo imperiale governato da Vienna, l’uso preminente di una lingua - il tedesco - con l’obbligo del suo insegnamento in vari ordini di scuole. Lo scopo era, al solito, una salutare semplificazione, come con la sostituzione della burocrazia di nomina imperiale alla precedente amministrazione, retta dai maggiorenti locali. La conseguenza, non prevista e a più o meno lungo termine devastante: l’affermazione di un nazionalismo germanofono per un verso, e di un contrapposto nazionalismo di ogni etnia in altra lingua parlante e pensante nell’ambito del vecchio Impero.
Non molto diversamente, la modernizzazione, in Francia, si era realizzata, sin dai tempi di Richelieu e poi del Re sole, attraverso l’attacco all’aristocrazia spogliata della gestione del potere periferico e il progressivo accentramento del potere esecutivo nelle mani del sovrano. La semplificazione del vecchio mondo, una volta eliminata la molteplicità delle gestioni con la progressiva unificazione del Paese, si sarebbe più tardi cercata anche sotto il profilo linguistico, essendone la scuola primaria elemento essenziale, mentre analogamente si procedeva all’essenziale unificazione del mercato. Corollario significativo: l’introduzione, già a fine Settecento, della leva militare.
Ancor meglio incubato dalla rivoluzione francese, veicolato poi, in più d’un caso per contrapposizione, dalle ristrutturazioni napoleoniche del vecchio assetto continentale, nasceva in tal modo il cosiddetto Stato nazionale - uno di lingua, d’armi e se del caso d’altare - che una filosofia politica folgorata dalla novità avrebbe proclamato lo stadio evolutivo finale di una storia a quel traguardo - si asseriva - vocazionalmente indotta.
Nel nuovo Stato, fermo restando il potere assoluto dell’autorità chiamata a reggerne le sorti, si sarebbe avviata e gradualmente compiuta la lunga marcia della democrazia, attraverso un progressivo allargamento del diritto di voto, inteso come strumento di partecipazione tendenzialmente universale alla gestione del potere. Un diritto che un’avveduta politica avrebbe poi potuto adeguatamente sostanziare con miglioramenti socioeconomici specialmente rivolti alle classi cosiddette subalterne: come appunto sarebbe avvenuto specialmente in Germania, tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento.
L’idea politica generale di supporto del nuovo Stato e delle operazioni che progressivamente lo consolidano tra Otto e Novecento è il nazionalismo. Combattuto dagli internazionalismi che pur si danno a scala continentale - e ce ne sono una versione liberale e liberista e una radicaldemocratica, come pure una socialista ed una fondata su presupposti religiosi - si è già però dimostrato e più si sta dimostrando ora, nel 1914, vincente. Beninteso, col suo frutto avvelenato: l’esaltazione della propria contro le altrui patrie, l’ostilità, talora, nei confronti addirittura dell’etnicamente proprio simile, motivata dalla presenza - a dividerlo - di una barriera di confine.
Quando, il 28 giugno del 1914, attenta con successo alla vita dell’erede al trono imperiale, quel che l’attentatore intende colpire è il simbolo di un potere che in nome di un vecchio ordine pretende di limitare la sognata costituzione di un grande stato nazionale serbo. E quando da Vienna si risponde con un ultimatum allo Stato serbo dalle clausole tanto pesanti da apparire - com’è in realtà - una provocazione, c’è, in Italia come in tutta Europa, chi ritiene che il male da cui è affetto il continente sia non, come in effetti è, la sua divisione, progressivamente approfondita dai contrapposti nazionalismi, ma, al contrario, l’esistenza stessa di uno Stato plurinazionale come l’Impero austroungarico. Sicché non son pochi a sostenere che la sua dissoluzione, con la conseguente formazione di tanti Stati quante sono le nazionalità che lo compongono, sia uno scopo tanto importante per il miglior futuro dell’Europa da meritare addirittura una guerra per raggiungerlo.
Queste possono anche sembrare ubbìe da intellettuali. Più pratici, finanzieri e industriali di settori interessati a commesse militari presumibilmente importanti non mancano di soffiare sul fuoco, seppur contrastati da altri businessmen i cui affari viceversa prospererebbero solo in tutt’altra, pacifica cornice. Analogamente, se la maggior parte dei politici che guidano associazioni, sindacati, partiti popolari è schierata su posizioni pacifistiche, non mancano tra loro leader e piccoli gruppi attestati su posizioni bellicistiche, ritenendo la guerra uno straordinario potenziale detonatore per il rovesciamento del vecchio ordine e il successo di una rivoluzione capace di dar loro un potere altrimenti assai più difficilmente raggiungibile. Sarà l’idea non per caso accarezzata da Mussolini.
La guerra, comunque, si potrebbe anche fermare. Una chiamata alla disobbedienza civile, se lanciata dai partiti socialisti che a scala continentale raccolgono il maggior consenso popolare, potrebbe aver successo. Un’altra grande forza potenziale analogamente orientata, i cristiani di varie confessioni e tra loro nella fattispecie i cattolici, pur tradizionalmente abituati a sottostare in via ufficiale agli ordini del Cesare di turno, potrebbe in varie situazioni allinearvisi. Al governo che chiedeva ai prefetti italiani informazioni sugli orientamenti al riguardo nel Paese, le risposte avrebbero evidenziato una netta maggioranza popolare antiinterventista. Lo Stato in cui più forte è il Socialismo organizzato - la Germania - è però anche quello in cui quel partito respinge l’appello. Gli operai tedeschi si sentono parte integrante e apprezzata dello Stato di cui fan parte. Evidenziando l’inevitabilità della vittoria a scala europea del nazionalismo sull’internazionalismo, e non solo a breve ma pure a lungo periodo.
Luigi Einaudi, nel 1918, scrivendone sul “Corriere della sera”, giudicherà catastrofico quell’esito. Quella che si è combattuta - annoterà - è stata una ‘guerra civile’ tra europei, nella vana ricerca di ciò di cui il continente ha in realtà più bisogno: l’unione. L’ “inutile strage” denunciata l’anno prima dal papa è il quasi riuscito folle suicidio del continente. Che ha, d’altronde, iniziato la guerra da padrone del mondo e la terminerà avendo ceduto lo scettro a una potenza extra-europea: gli Stati Uniti d’America. Perché è stato senz’ombra di dubbio l’intervento americano, nel ’17, a decidere le sorti dello scontro, ma è stata già prima l’America il supporter economico delle potenze infine vittoriose, emergendone arricchita e potenziata a fronte degli impoveriti europei: uno scenario che si ripeterà con la II guerra mondiale.
Non è, s’intende, l’esito previsto da chi nel ’14 ha voluto lo scontro armato, avendo, come spesso nella storia, politici, diplomatici, generali, l’occhio rivolto alle vicende di un passato più o meno lontano, i tedeschi, nella fattispecie, alla guerra che li ha visti rapidamente trionfare sulla Francia di Napoleone III. Pure, le condizioni non sono le stesse. Se la Germania è tanto più forte economicamente e militarmente di quarant’anni prima - ma i potenziali avversari sono pure cresciuti, anche se in minore e meno rapida misura - si dà tuttavia una situazione internazionale affatto diversa. Per Bismarck, autore politico di quella vittoria, una guerra alla Francia, voluta innanzi tutto per rafforzare l’unità tedesca, come era stato pochi anni prima con la guerra all’Austria, non si sarebbe neppur messa in cantiere senza assicurarsi il consenso russo e inglese. Licenziato Bismarck, la politica estera tedesca è stata tanto poco avveduta da suscitare l’ostilità dell’una come dell’altra potenza. L’unica alleanza forte è con l’Austria-Ungheria, con l’appendice italiana. Ed è, apparentemente almeno, per appoggiare Vienna nei confronti del nazionalismo serbo sostenuto dai russi che Berlino si muove in modo tale da provocare l’inizio della catastrofe.
La diagnosi di Einaudi invita peraltro a una considerazione un po’ meno superficiale di quelle decisioni fatali. Guglielmo II ha certo il torto di esprimersi con una controproducente teatralità, ma quel che proclama, sul primato tedesco, è tutt’altro che infondato. La sua Germania, rispetto a quella di Bismarck, non è più il partner economico privilegiato oltre Manica, la sua industria ha compiuto passi da gigante, non solo sopravanzando la britannica in settori di base quali la siderurgia, ma innovando e conquistando posizioni di assoluta primazia in altri campi, allora d’avanguardia, quali la chimica o il settore energetico, sostenuta da un sistema bancario che si è aperto a modalità nuove d’intervento a sostegno nella fattispecie dell’industria. Che poi per affermare la propria supremazia in Europa ci sia bisogno di una guerra come quella immaginata dai suoi politici e generali è tutt’altro discorso. Ancora Einaudi, dopo la II guerra mondiale, nuovamente iniziata e una volta ancora perduta dalla Germania, avrebbe comunque visto in Hitler e nella sua Germania, lanciata alla conquista dell’intero continente, l’espressione, sia pur demoniaca (nella definizione di Einaudi “la spada di Satana”) del disperato bisogno europeo di unione. Non pare improprio riferire quel giudizio anche ai pur meno esagitati ‘poteri forti’ - come oggi li si battezzerebbe - in azione nella Germania del 1914.
Si è, in effetti, convinti, a Berlino, che una guerra con la Serbia per aiutar Vienna porterà quasi inevitabilmente allo scontro con la Russia e fatalmente poi con il tradizionale nemico d’oltre Reno, dunque non a uno scontro limitato come quelli accuratamente preparati e altrettanto ben realizzati da Bismarck, ma generale, tanto da investire l’intero continente. E però altrettanto convinti che il pur forte e ben organizzato esercito tedesco non sia in grado di sostenere contemporaneamente, con serie speranze di successo, l’impegno su due fronti, a est e ad ovest. Di qui la scelta di tenere inizialmente il fronte orientale con un minimo di forze, contando sulla lentezza dell’organizzazione russa, e concentrarsi viceversa sul fronte occidentale, nella speranza (ma tra i generali tedeschi si tratta poco meno di una certezza) con gli inglesi ancora pressoché fuori gioco, di riuscire a battere in poche settimane i francesi, ripetendo il successo del ’70, dopodiché ci si potrà dedicare a sbaragliare l’orso russo. Tanto quei generali ci contano, da chiedere e ottenere dal governo il via libera a un attacco che possono sperare inatteso, attraversando il Belgio: pronti a pagarne le conseguenze, perché il Belgio è stato dichiarato neutrale e tra i garanti di quella condizione figura la Gran Bretagna.
La mossa riuscirà brillantemente nel ’40, con l’inedito attraversamento delle Ardenne da parte delle divisioni corazzate di Hitler, e porterà allora a una nuova capitolazione della Francia. Non riesce però nel ’14 e la guerra arrivata quasi alle porte di Parigi si impantanerà per altri quattro lunghi anni in una sfiancante alternanza di offensive e controffensive, sempre in territorio francese, con l’impiego di armi sempre più micidiali, compresi i gas. Meno micidiali, del resto, della mitragliatrice e del cannone: la prima dominatrice degli scontri frontali, la seconda devastante soprattutto quando, concentrandone masse imponenti e dirigendone il fuoco su segnalati forti contingenti nemici pronti all’attacco, si rivelerà risolutiva: con gli intuibili esiti catastrofici in quantità di vite distrutte.
A render più difficile una vittoria tedesca sul fronte occidentale contribuisce naturalmente la necessità di impegnar via via sempre più forze anche sul fronte orientale. Mentre anche l’Italia, chiamata nel ’15 a dar una mano per impegnar forze austriache distogliendole da altri fronti, fa la sua parte, con un imponente numero di morti, feriti e mutilati: frutto di una guerra che tutto è meno che difensiva ed eticamente accettabile. Fa pure la sua parte, sul fronte opposto, la Turchia, alleata, come la Bulgaria, delle potenze centroeuropee. La situazione di stallo sotto il profilo strategico, accompagnata dal sacrificio visibilmente vano di tante più e meno giovani vite, induce infine su tutti i fronti una crescente insofferenza. È comunque sul fronte orientale che l’orrenda carneficina finisce per produrre un dilagante rifiuto popolare. Cui da Berlino si coopera, facilitando il rientro in patria dall’esilio elvetico di un rivoluzionario di gran classe come Lenin, deciso a portar la Russia fuori dal conflitto. Ciò che avverrà, consentendo ai generali tedeschi di concentare ogni sforzo sul fronte opposto e potrebbe, a questo punto, significare, nel ’17, la sconfitta degli alleati occidentali o per lo meno la possibilità di una pace non punitiva nella fattispecie per la Germania. Ma sulla bilancia a questo punto pesa la presenza sempre più massiccia degli americani e alle potenze centrali coi loro alleati non resta che accettare la disfatta.
Chi ha vinto e chi ha perso: sembrerebbe chiaro, ma non lo è affatto. Ha, sicuramente, perso l’Austria-Ungheria, con la gloriosa capitale - Vienna - ridotta ad essere una gran testa a dirigere un corpo striminzito - l’Austria - sicché si posson ben capire le simpatie che purtroppo per l’Europa da Vienna si dirigeranno in seguito verso un possibile - e vent’anni dopo realizzato - Anschlhuss con la Germania.
Ha perso, s’intende, la Germania, che si vede imposti obblighi soprattutto economico-finanziari insostenibili. Senz’altro più gravi delle amputazioni territoriali, alcune definitive altre temporanee, e tali da costituire un formidabile assist, complice la grande crisi del ’29, alla conquista del potere da parte di Hitler. Di più, chi, a Versailles, da parte britannica, ha sostenuto gli scatenati francesi nell’imposizione di quei gravissimi oneri, tanto se ne pentirà da farsi poi ascoltato paladino oltre Manica di quell’appeasement che malauguratamente consentirà a Hitler di compiere negli anni Trenta le prime, decisive mosse verso la nuova ecatombe.
Ha perso la Turchia, alleata delle potenze centrali. Smembrato il gran corpo del vecchio Impero ottomano, gli Stati, disegnati a tavolino, che sotto tutela francese e inglese hanno preso vita, assemblano popolazioni diverse per lingua, storia, confessione religiosa: politicamente gestibili purché non se ne pretendano omologazioni di stampo nazionalista. Come viceversa, in linea di principio, si è fatto accogliendo la richiesta di netta impronta nazionalistica avanzata da una di quelle componenti, l’ebraica.
La sconfitta tedesca ha regalato a Parigi e Londra colonie africane e non solo, di pregio. Ma dalla guerra le due potenze escono, nella fattispecie in modo più evidente Londra, fortemente sminuite, non solo sotto il profilo economico-finanziario ma nella stessa forza di attrazione nei confronti delle realtà extraeuropee, come, nella fattispecie, il gioiello della corona: l’India. E non è tutto, perché la guerra si è portata via la speranza, coltivata nel tardo Ottocento da illuminati intellettuali inglesi, di trasformare l’Impero in una solida federazione con la madrepatria. Sicché i cosiddetti Dominions si avvieranno a forme sempre più chiare di indipendenza.
Tra i vincitori, anche se prima della guerra facevano parte di un Impero - quello austroungarico - ora sconfitto, dovremmo annoverare sia la Cecoslovacchia, sia le regioni radunate a formare la nuova Jugoslavia: che sembrerebbe aver coronato il sogno lungamente coltivato dai Serbi. Ma sono, ahinoi, due pessimi esempi di quello Stato di nuovo genere, nazionale, proclamato fondamentale per la pace del vecchio continente. Nella Cecoslovacchia convivono più etnie: Boemi - o Cechi - Moravi, Slovacchi, Tedeschi. E giusto la presenza di questi ultimi fornirà un eccellente pretesto a Hitler per incorporare per via diplomatica, prima, poi manu militari, fra il ’38 e il ’39, gran parte del Paese.
S’intende che, dovendo far i conti con la realtà, la teoria nazionalista è stata piegata alla costituzione di nuovi stati plurinazionali in vista della loro stessa possibilità di sopravvivenza politico-economica. La Jugoslavia ha riunito, coi serbi, i croati, gli sloveni, i montenegrini, i bosniaci, gli italiani discendenti dei veneti di Dalmazia: lingue, culture, confessioni religiose diverse - cristiani ortodossi, cattolici, musulmani - significativo campionario di quel che nella sua essenza profonda è l’Europa. Non si è trattato solo di premiare i serbi, ma di dare, o almeno tentar di dare, al nuovo Stato una possibile autosufficienza. Il gran baccano, poi, sollevato dal nazionalismo italiano sull’attribuzione alla Jugoslavia di Fiume, etnicamente diciamo italiana ma cresciuta nel vecchio Impero, non diversamente da Trieste, come porto di un retroterra che con l’Italia non aveva nulla o ben poco a che fare, avrebbe in casa nostra oscurato la natura di quell’attribuzione, ritenuta all’epoca vitale per il nuovo Stato.
Data l’età, ho avuto, ragazzino, la fortuna di un papà che, reduce dalla prima guerra mondiale - un anno sul fronte trentino, uno sul Carso, l’ultimo sul Grappa - di quella guerra mi ha lasciato impressioni forti. Già laureato e insegnante, oggi diremmo precario, di filosofia nei licei, era stato Sottotenente di complemento (ossia non di carriera) in fanteria. Tanto fortunato da uscirne solo con una ferita da granata non invalidante, era convinto che quella guerra andasse fatta, per completare l’unificazione nazionale, giustappunto, avviata col Risorgimento. In ogni caso, una volta che i pubblici poteri l’avevano deciso, in guerra si sarebbe comunque dovuti andare. Come tutti i suoi compaesani avevano fatto: anche chi, da tempo emigrato oltralpe o addirittura oltreoceano, avrebbe potuto evitarlo.
Non aveva mai odiato il cosiddetto nemico. La volta che, sollevata improvvisamente la nebbia, si era trovato a poca distanza dalla trincea una disgraziata pattuglia austriaca, e aveva dovuto scegliere tra far finta di niente (tradendo il dovere militare) e premere il grilletto della mitragliatrice già puntata (negandosi alla pietà) non aveva trovato di meglio che chiuder gli occhi e sparare. Gli occhi li aveva comunque chiusi. Diversamente da lui, avrei, più tardi, ritenuto che quella fraternità, nella fattispecie tra Austriaci e Italiani, non solo di condizione umana ma di comune civiltà, fosse stata uccisa non tanto dalla guerra quanto dalla stessa idea, nazionalista, che l’aveva provocata, e ne sarei diventato, per quel che potevo e sapevo, un deciso nemico, abbracciando l’opposta idea di un’Europa pacificamente federata. Come - si parvi licet componere magnis - Einaudi e Spinelli, o, nella nostra Pavia, Albertini. Sulla via tanto persuasivamente indicata, giusto nella solita ‘età dei lumi’, dai costituenti di Filadelfia.
Far la guerra per Trento e Trieste, entrando in una partita di cui già si potevano constatare oltralpe i terribili costi, era stata una decisione sensata? Il più sperimentato politico italiano del tempo, Giolitti, l’aveva decisamente combattuta. E la maggioranza dei nostri parlamentari condivideva questa opinione. In un Paese maggioritariamente, all’epoca, antiinterventista, l’interventismo era riuscito comunque ad essere visibilmente più presente dei suoi oppositori. Avendo, per di più, dalla sua la nefasta opinione, diffusa ai massimi, seppur ristretti, livelli - i soliti ‘poteri forti’ - che quella guerra fosse la fortunata occasione, assolutamente da cogliere, per riscattare l’onore più volte militarmente perduto: come a Custoza e a Lissa nel ’66, e poi ad Adua trent’anni dopo. Per non dire della Libia, solo poco più che nominalmente conquistata tra il ‘911 e il ‘912.
A latere, si erano date, per l’intervento, più fantasiose pseudoragioni: come quelle di chi esaltava la guerra rimedio all’infingardaggine di vite incapaci d’alte, nobili finalità, la ‘bella’ morte del giovane eroe intesa a negare la piatta quotidianità di chi si contentava di sopravvivere. Né, ancor più radicalmente, mancava chi nella guerra vedeva la felice occasione per una salutare potatura di un’umanità - nella fattispecie quella italiana - inutilmente folta di quel genere d’uomini. In ogni caso poco importando con chi schierarsi. A ben vedere, quasi altrettanto fantasiose, seppur propugnate da prestigiosi intellettuali, le cosiddette ragioni di chi voleva voltar le spalle a Vienna e Berlino, con cui si era da tempo alleati, passando al campo opposto in nome di una sua più decisa laicità, ma pure di chi vedeva nella guerra l’occasione per una più profonda unione delle diverse componenti ‘nazionali’ del Paese. La trincea, si sarebbe a lungo sproloquiato, doveva fare finalmente gli italiani.
Voltate le spalle alla trattativa con l’Austria promossa da Giolitti, da cui ben poco si ricavava in termini territoriali, e accolto l’invito degli occidentali, tanto più larghi nelle concessioni, il patto concluso a Londra nell’aprile del ‘915 aveva catapultato in guerra anche l’Italia. Con drammatiche conseguenze. All’altissimo tributo di giovani e meno giovani vite pagato nel corso dello scontro e poi nella catastrofica epidemia - la cosiddetta ‘spagnola’ - che lo seguì, si sarebbe aggiunta quella politica instabilità che avrebbe favorito, tra il ’19 e il ’25, la conquista fascista del potere.
La scelta interventista del rivoluzionario Mussolini si dimostrava così indovinata. E il Paese era destinato a pagarne l’altissimo prezzo, nelle avventure etiopica e spagnola degli anni Trenta, prima, e poi nella disastrosa, definitiva alleanza con la Germania nazista che avrebbe portato infine il Paese alla catastrofe della II guerra mondiale. Che razza di vittoria era dunque stata anche la ‘nostra’?
Al tavolo della pace, nel primo dopoguerra, quando Mussolini ancora faticava a ritagliarsi un ruolo sulla scena politica italiana, già, del resto, il nazionalismo aveva mostrato il proprio volto ignobile. Pretendendo, nella fattispecie, col richiamo al patto di Londra del ‘15, l’annessione di territorî che con l’Italia avevano ben poco a che fare sotto ogni aspetto, salvo la possibilità offerta dalla natura di catene montuose, corsi d’acqua e simili che ingolosivano gli esperti militari, inclini a vedere negli spartiacque montani i cosiddetti ‘confini naturali’ più agevolmente difendibili. Nei quali, sia detto a margine, stava viceversa profondamente incisa una storia tutta diversa, fitta di rapporti e scambi: non dividendo, dunque, ma, al contrario, unendo le popolazioni che ne occupavano gli opposti versanti.
Era solo l’inizio di una vicenda che avrebbe raggiunto incredibili vertici di follia: come nel caso, ben documentato, della forzata italianizzazione dei cognomi alloglotti, nelle regioni annesse col trattato di pace. E non solo nei confronti dei vivi, ma pure dei morti: arrivando a scalpellare nei cimiteri di paese, particolarmente nel retroterra istriano, le lapidi che provavano la presenza locale di genti non ‘italiane’. Inutile dire che il conto pagato nel secondo dopoguerra da tanti innocenti anche per queste incredibili pratiche sarebbe stato altissimo. Nel Sudtirolo, ribattezzato Alto Adige, si sarebbe d’altronde tentata e in parte attuata, col volonteroso aiuto germanico, una più radicale pratica di snazionalizzzione, avviando oltralpe chi ‘optava’ per una sistemazione generosamente offerta dal governo nazista.
Che cosa si sarebbe dunque festeggiato, anno dopo anno, il 4 novembre, giorno della vittoria italiana sull’Austria sconfitta? Nei ricordi dei più, certo, l’avercela fatta, esser riusciti a sopravvivere, insieme agli altri reduci più o meno ammaccati, e non solo nel corpo, perché si sarebbero portati tutti, dentro, atroci ricordi. Ma che dire delle abitudini più che disinvolte acquisite da tanti tra loro, i cui frutti si sarebbero visti nei torbidi del dopoguerra? Perché - è facile notare - dove avrebbero trovato, altrimenti, Mussolini e i suoi ras di provincia, come il nostro Forni, la preparata manodopera capace di piegare la resistenza di masse contadine e operaie convinte, per parte loro, di poter finalmente realizzare la sognata e sempre rinviata rivoluzione? L’uso disinvolto delle armi, condannato dagli anziani, custodi e cultori di un’idea di socialismo tutto pace e fratellanza, avrebbe contagiato anche gli oppositori rossi, contribuendo a render accettabile anche a liberali di stretta osservanza l’idea di un fascismo inevitabile medicina per i mali italiani. Paesi di più antica, radicata democrazia potevano uscire quasi indenni dalle inevitabili convulsioni del dopoguerra. Ma i Paesi di più recente e fragile impianto socioeconomico e politico - e l’Italia lo era - pagavano alla ripresa prezzi altissimi.
Chi, alla stazione centrale di Milano, binario 23, alzi gli occhi a guardare le immagini che una saggia scelta storica ha preservato dall’iconoclastia inevitabile ad ogni violento cambio di regime, può vedere Mussolini ritratto mentre idealmente presenta al re, Vittorio Emanuele III, l’Italia di Vittorio Veneto, l’Italia del ’18. Non si potrebbe dir meglio ciò che una revisione democraticamente edulcorata di quella vicenda continua a raccontare in tutt’altro modo, cercando di ripulirla dal contagio fascista. Non che ogni nazionalismo dovesse precipitare in forme politiche di tal genere, ma chi guardi all’Europa del ventennio tra la prima e la seconda guerra mondiale non può non notare l’eccezionale diffusione del contagio. Da che cos’altro incubato se non dalla prima delle due guerre? La deriva autoritaria in Europa tra gli anni Venti e Trenta non sarebbe stata davvero una nostra esclusiva! In definitiva, la grande, vera perdente nel primo come nel secondo conflitto era stata l’Europa, pagando carissima la tabe nazionalista inoculata dalle monarchie assolute due secoli prima.
Intesa come conclusione della prima guerra mondiale, per quello che era stata e più sarebbe in seguito costata all’Europa e al nostro Paese, mi permetterò di concludere che a mio parere non ci sarebbe, il 4 novembre, proprio niente da celebrare. Reso tuttavia memoria riverente nei confronti di chi, più o meno convintamente, combatté ritenendo fosse un suo preciso dovere, e monito a un tempo alle nuove generazioni sulle conseguenze nefaste di nefaste idealità, come ho pure tentato di precisare, il 4 novembre può, tuttavia, essere ancora occasione utile di riflessione e di civile impegno. Ma non è che la mia sommessa opinione.

Giulio Guderzo