Visualizzazione post con etichetta trincea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta trincea. Mostra tutti i post

domenica 4 novembre 2018

L'Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista

Proponiamo la lettura di Piero Purich sulla grande guerra tratta da Internazionale.
La prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra.
Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. In Italia la letteratura ne ha affrontato i tabù, spesso con fastidiose conseguenze per gli autori: Emilio Lussu fu accusato di disfattismo e antipatriottismo per Un anno sull’Altipiano, mentre La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte incappò nella censura e fu sequestrato. Negli anni settanta sono stati pubblicati saggi critici e analisi storiche rigorose e obiettive, come quelli di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Enzo Forcella, Alberto Monticone e Piero Melograni.
Tuttavia, con la ricorrenza del centenario della fine della grande guerra e le celebrazioni previste per il 4 novembre, il velo di retorica che con tanta fatica era stato sollevato è tornato ad avvolgere quegli anni. Ci sono state iniziative storicamente accurate, ma la propaganda nazionalista e militare nel tempo si è riappropriata dell’evento. Mentre fiction tv semplicistiche come Il confine e Fango e gloria – andate in onda su Rai1 – hanno favorito il ritorno di una visione patriottica della storia.
Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine.
Socialisti, pacifisti, renitenti

Innanzitutto va detto che nel 1915 la maggior parte dell’opinione pubblica in Italia era contraria all’intervento. Furono le intimidazioni rivolte alle istituzioni – ai limiti del colpo di stato – del re Vittorio Emanuele III, del capo del governo Antonio Salandra e del ministro degli esteri Sidney Sonnino, la campagna di stampa del Corriere della Sera e le demagogiche manifestazioni di piazza organizzate da Gabriele D’Annunzio a piegare il parlamento a votare in favore dell’entrata in guerra.

I socialisti si divisero ferocemente in neutralisti e interventisti, mentre i giornali e la propaganda esaltarono le “radiose giornate di maggio”, sminuendo e censurando le manifestazioni contro la guerra. In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.
Pochissime voci si levarono contro la guerra: Giacomo Matteotti pagò il suo antimilitarismo socialista e internazionalista con tre anni di confino a Messina; la rivista La Pace fu chiusa e il suo direttore, Ezio Bartalini, fu prelevato dai carabinieri e arruolato a forza; alcuni pubblicisti cristiani polemizzarono aspramente sulla legittimità morale della guerra; le vignette di Scalarini sferzarono la retorica bellica; papa Benedetto XV per tutta la durata del conflitto 

Solo una piccola minoranza di persone rifiutò di arruolarsi: anarchici, socialisti internazionalisti, marxisti, tolstoiani e cristiani radicali. Non fu riconosciuto alcun diritto all’obiezione di coscienza e chi espresse il proprio rifiuto per ragioni religiose o politiche fu condannato al carcere duro, internato in fortezze militari o ricoverato in manicomio. Come ricorda Andrea Filippini in L’obiezione di coscienza nell’Italia liberale, lo zoccolaio lombardo Luigi Lué sostenne con tale ostinazione le proprie convinzioni tolstoiane che il pubblico ministero disse: “Signori del tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Essi vivono nella loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole la massima indulgenza”. Nonostante l’appello alla clemenza, Lué fu condannato a sette anni di carcere.
Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, altri reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori grazie al fatto che molti contrabbandieri, i cosiddetti “spalloni”, erano simpatizzanti libertari. A Zurigo si costituì una comunità numerosa di esuli anarchici.
Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. Tra loro, 370mila erano residenti all’estero, ma si guardarono bene dal rimpatriare. In Sicilia i renitenti furono il 61 per cento dei richiamati.
L’impreparazione dell’esercito

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Come racconta Mark Thompson nel libro La guerra bianca, un ufficiale che aveva raggiunto da poco il monte San Michele, sul Carso goriziano, chiese ai soldati lì da alcuni giorni dove fossero le trincee, e la risposta fu: “Trincee, trincee… Non ci sono mica trincee: ci sono dei buchi”.

Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.
Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.
La guerra fu “un inferno di sangue, fango e merda”, come mi ha detto Giovanni Marco Sau, che allora combatté nella brigata Sassari. La vita in trincea era fatta di noia, paura, maltempo, pidocchi, ratti e colpi sparati dai cecchini. In Storia politica della grande guerra, Piero Melograni scrive che “alla vigilia delle azioni più rischiose abbondanti quantitativi di liquori erano distribuiti ai reparti italiani (…). Lo stesso Cadorna dichiarò che il soldato italiano era migliore nell’offensiva che nella difensiva, perché nell’offensiva si ubriacava e si stordiva”. Alessandro De Pascale in Guerra e droga racconta invece che piloti, ufficiali e arditi facevano anche uso di cocaina.
Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.
Gli assalti frontali senza alcun bombardamento preventivo erano frequenti e generalmente si concludevano con lo sterminio di chi attaccava, massacrati dalle mitragliatrici dei nemici. Dietro ai fanti all’assalto c’erano carabinieri e ufficiali dell’esercito pronti a sparare a chi arretrava o esitava. “Ma quale Piave mormorava”, mi ha raccontato il reduce siciliano Andrea Cangelosi, “avevamo i carabinieri dietro che ci sparavano e davanti il nemico”.
La fraternizzazione tra nemici

La ferocia della guerra non riuscì tuttavia a cancellare del tutto l’umanità dei soldati: nel corso del conflitto sono documentati episodi nei quali gli austriaci cessarono di mitragliare gli italiani mandati all’attacco e li esortarono a mettersi in salvo o a tornare indietro.

Il 25 dicembre 1915 sul Carso – complice la nostalgia di casa e il ricordo del Natale precedente passato in famiglia – i soldati italiani e quelli austriaci raggiunsero un cessate il fuoco informale e si scambiarono gli auguri, approfittando della tregua per recuperare e seppellire i compagni che giacevano morti tra i due schieramenti.
Gli alti comandi allora emisero direttive severissime contro la fraternizzazione, perché ritenevano che umanizzasse troppo l’avversario e che i nemici potessero scoprire il sistema di difesa dell’esercito.
Negli anni successivi, proprio durante le feste religiose i bombardamenti dell’artiglieria furono intensificati e i cecchini erano pronti a colpire chiunque stesse cercando di fraternizzare.
Diserzioni

L’orrore quotidiano vissuto dai soldati spinse parecchi di loro a cercare soluzioni personali per evitarlo. Alcuni tentarono di disertare approfittando di licenze, cercando di nascondersi da parenti o amici. Nei primi anni di guerra, però, la diserzione era considerata un atto vile e ignominioso: ci furono casi di genitori che denunciarono e riconsegnarono i figli che erano fuggiti.

In Toscana, in Emilia-Romagna, in Puglia e nelle Marche si formarono vere e proprie bande di disertori che trovarono rifugio nei boschi o in grotte, braccati dai carabinieri. In Sicilia renitenti e disertori si nascosero nelle solfatare.
Tanti cercarono di disertare consegnandosi al nemico, approfittando della notte, di macchie di vegetazione e di rovine nella terra di nessuno. Era un’operazione rischiosissima: i fuggitivi potevano essere scambiati per ricognitori in avanscoperta o per soldati impegnati in attacchi a sorpresa, ed essere uccisi; potevano essere catturati da nemici senza scrupoli; oppure potevano essere scoperti da qualche pattuglia del proprio esercito e finire davanti alla corte marziale. Per una diserzione la pena era l’ergastolo o la condanna a morte per fucilazione. Durante gli attacchi gli ufficiali erano tenuti a sparare sul posto a coloro che pensavano stessero disertando o si stessero sbandando.
Durante la guerra il numero dei disertori diventò sempre più alto. Non potendoli passare tutti per le armi, i colpevoli furono mandati in speciali compagnie di disciplina con incarichi pericolosi, oppure furono portati in prima linea e legati in luoghi esposti al tiro del nemico.
Questa soluzione si rivelò del tutto inefficace: generalmente gli austriaci non colpivano i soldati disarmati e incatenati, sia per solidarietà sia perché graziarli significava dare un’immagine misericordiosa di sé e spingere altri italiani a consegnarsi.
Per i tribunali militari erano considerati alla stregua di disertori anche coloro che si sbandavano, che perdevano contatto con il proprio reparto o che tornavano dalla licenza con un giorno di ritardo. In Battibecco, la rubrica che teneva sul Tempo, Curzio Malaparte scrisse:
Nell’agosto del 1917 a Santa Giustina presso Belluno fui obbligato ad assistere alla fucilazione di alcuni soldati calabresi rientrati dalla licenza con ventiquattro ore di ritardo, non per colpa loro, ma per colpa della tradotta. Due soldati del plotone di esecuzione spararono in aria: vennero immediatamente afferrati e passati per le armi.
Altri soldati provavano a sfuggire al fronte con gesti di autolesionismo. La tecnica più comune era quella di spararsi a un piede o a una mano attraverso una tavoletta di legno che rendesse la ferita meno devastante e nascondesse le bruciature dovute al contatto con la canna. I casi di autolesionismo nell’esercito italiano furono circa diecimila. Con il passare del tempo, i medici militari diventarono più attenti alle automutilazioni e mandarono davanti alla corte marziale i simulatori. Lo zelo fu tale che furono accusati anche soldati effettivamente colpiti in combattimento.
Per arginare qualsiasi forma di defezione i tribunali militari lavorarono senza sosta, condannando le persone dopo indagini rapide e superficiali. Era l’imputato a doversi scagionare dalle accuse e non l’accusa a dover provare il reato. Non esistevano gradi di giudizio, non era previsto appello. Su 262.481 soldati processati, il 62 per cento fu condannato. Le pene capitali furono più di quattromila, di cui però quasi tremila in contumacia. Quelle eseguite furono 750. Le condanne fino a sette anni di carcere furono sospese e rinviate alla fine della guerra per evitare che diventassero un modo per evitare il fronte. Più di 15mila uomini furono invece condannati all’ergastolo.
I soldati uccisi senza processo furono trecento, ma storici come Marco Pluviano e Irene Guerrini, in 1914-1918. Scampare la guerra scrivono: “Il numero di esecuzioni sommarie di cui si ha notizia (anche dalle testimonianze orali) è così ampio che, considerati i casi inevitabilmente rimasti segreti, si raggiungerebbe un numero di fucilati uguale, se non superiore, a quello dei condannati a morte a seguito di un regolare processo”.
Insubordinazioni

Con il passare degli anni, alle diserzioni si sostituirono sempre più spesso atti di insubordinazione collettiva: i soldati rifiutavano di andare in prima linea o attaccare. Non erano rivolte organizzate e ammutinamenti, ma una sorta di sciopero di soldati sfiniti che rifiutavano di combattere per le condizioni proibitive della vita al fronte.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.
Anche la rotta di Caporetto, nel 1917, può essere considerata una rivolta collettiva e uno sciopero dei soldati. Quando fu chiaro che lo sfondamento austrotedesco stava avendo successo e che opporsi all’avanzata era un suicidio, migliaia di italiani si arresero, sperando che l’offensiva nemica significasse finalmente la fine della guerra e la possibilità di ritornare a casa. I soldati in rotta abbandonavano le armi e si consegnavano ai nemici gridando: “La guerra è finita, viva la pace”, “Morte al re!”, “A Torino o a Milano purché la guerra finisca!”.
Stavolta i militari in ritirata risposero al fuoco dei carabinieri nelle retrovie e li misero in fuga. Nel caos della ritirata si scatenò una vera e propria caccia al carabiniere. Nel libro La rivolta dei santi maledetti, Curzio Malaparte scrisse:
La legge era il carabiniere, i fanti massacravano i carabinieri. I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: ‘Aeroplano abbattuto’ e non ne capivano niente. Quali rimedi lambiccavano i Comandi? Le fucilazioni.
(Nel gergo dei fanti i carabinieri erano chiamati aeroplani sia per la forma del cappello sia perché, come gli aviatori nemici, sparavano sui soldati, ndr).
Le rivolte furono represse ferocemente: i soldati identificati a torto o a ragione come organizzatori degli ammutinamenti furono processati sommariamente e giustiziati. Quando i presunti responsabili non venivano trovati, volendo dare una punizione esemplare ai reparti insubordinati, si ricorreva alla decimazione: l’estrazione a sorte dei soldati da fucilare. Emanuele Filiberto di Savoia, che quando morì volle essere sepolto a Redipuglia “in mezzo agli Eroi della Terza Armata”, ordinò: “Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi”. Sicuramente tra i centomila morti di Redipuglia qualcuno giace a pochi metri dal proprio carnefice.
Per il presunto ammutinamento della brigata Ravenna furono fucilati due soldati trovati semplicemente a dormire nell’accampamento dove c’era stata la rivolta, più altri cinque estratti a sorte. In La vigilia di Caporetto. Diario di guerra (1916-1917) il giornalista e critico teatrale Silvio D’Amico ricostruisce un episodio significativo. Un reggimento di fanteria insorge. C’è un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti, così il colonnello ordina di estrarre a sorte i nomi di dieci soldati e fucilarli. Tra loro finiscono anche uomini arrivati al reggimento dopo l’insubordinazione.
All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: ‘Signor colonnello! signor colonnello!’. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: ‘Che c’è figliuolo?’. ‘Signor colonnello!’, grida l’uomo bendato, ‘io sono della classe del ‘75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!’. ‘Figliuolo’, risponde paterno il colonnello, ‘io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio’.
Le esecuzioni sommarie arrivarono a un parossismo tale che anche piccoli atti di insubordinazione furono puniti con la morte: durante la rotta di Caporetto il generale Andrea Graziani tentò di riportare l’ordine tra i soldati facendo fucilare 57 presunti disertori, alcuni per ragioni assurde come Alessandro Ruffini, che fu messo al muro per averlo salutato tenendo il sigaro acceso in bocca. Qualche anno dopo la fine della guerra il generale morì cadendo misteriosamente da un treno: si diffuse la voce che sul vagone avesse incontrato un vecchio compagno d’armi di qualche sua vittima.
Dal 1917 gli ammutinati mostrarono sempre di più una consapevolezza politica. Marco Rossi racconta l’episodio del livornese Alessandro Signorini, che davanti al plotone d’esecuzione urlò ai suoi compagni: “Maledetta patria, schifosa bandiera. Voltate le spalle a chi vi fucila!”. Nelle trincee ormai circolava materiale disfattista, volantini che invitavano a disertare, fogli di propaganda rivoluzionaria. La rivoluzione bolscevica, l’uscita della Russia dal conflitto e la crescente insofferenza al potere rendevano sempre più plausibile la rivolta non solo come atto di ribellione, ma anche come possibilità reale di mettere fine alla guerra.
Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra.
Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.
In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari, specialmente dopo che il collasso militare russo aveva portato alla nascita dell’Unione Sovietica, primo paese socialista al mondo.
Gli alti comandi degli eserciti dell’Intesa mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non lo furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte. Anche la “redenzione” di Trieste, narrata dalla propaganda nazionalista come la trionfale “liberazione” della città dal dominio austriaco, fu un episodio molto più complesso. La storica Marina Rossi scrive per esempio che nei primi giorni del novembre 1918 “una torpediniera austriaca” fu messa a disposizione “per raggiungere Venezia” e poi tornare a Trieste con “la flotta italiana, cui avrebbe fatto da battistrada nei tratti minati”. Mentre lo storico Drago Sedmak in Nabrežina skozi stoletja (Aurisina attraverso i secoli) racconta un episodio successo vicino a Trieste:
Alle truppe italiane che avanzavano quasi nessuno si oppose, dato che quasi non c’erano più soldati (austriaci, ndr) e i membri dei Comitati nazionali locali (sloveni, ndr) erano troppo deboli e non opposero resistenza. Comunque ad Aurisina si raccolse un gruppo di giovani e di reduci del luogo (austriaci, ndr) e innalzarono barricate improvvisate, bloccando le strade di accesso. L’azione riuscì, visto che per il 2 e 3 novembre fermarono l’avanzata degli italiani verso Trieste. Nella notte tra il 3 e il 4 si ritirarono silenziosamente; gli italiani ripresero la marcia attraversando Santa Croce e Prosecco con bandiere bianche. Il simbolo di pace, la bandiera bianca, che presto venne sostituita dal tricolore italiano, il 20 novembre si mostrò sotto una nuova luce agli abitanti di Aurisina. Quel giorno, infatti, le autorità militari italiane per garantire la propria sicurezza, pretesero dagli abitanti di Aurisina che venissero loro consegnati tre ostaggi (…) Se sia stata la paura o una vendetta per aver perso due giorni davanti alle barricate di Aurisina possiamo solamente fare delle ipotesi.
La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

martedì 9 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Lezione sulla grande guerra


Proponiamo le riflessioni di Annalisa Alessio presentate in occasione di una iniziativa di formazione della sezione ANPI di Pavia "Onorina Pesce Brambilla".

[il disvelamento] Il passaggio forse più semplice ed efficace per rappresentare la grande guerra è, a mio avviso, in un grande testo di Remarque “ la via del ritorno”, il libro che segue di poco la pubblicazione del più famoso “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Nel testo di Remarque, trova parole il “taciuto” della grande guerra :
ci hanno ingannati, ingannati come forse non sospettiamo nemmeno. Perché si è orribilmente abusato di noi. Ci dissero patria e intendevano i progetti di occupazione di una industria famelica, ci dissero onore e intendevano i litigi e i desideri di potenza di un pugno di diplomatici ambiziosi e di principi, ci dissero nazione ed intendevano il bisogno di attività di alcuni generali disoccupati. Nella parola patriottismo hanno pigiato tutte le loro frasi, la loro ambizione, la loro avidità di potenza, il loro romanticismo bugiardo, la loro stupidità, il loro affarismo e ce l’hanno presentato come un ideale radioso. E noi abbiamo creduto che fosse la fanfara trionfale di una esistenza nuova... Abbiamo fatto la guerra contro noi stessi, senza saperlo. E ogni proiettile che colpiva nel segno colpiva uno di noi. La gioventù del mondo si è messa in moto e in ogni paese ha creduto di combattere per la libertà. E in ogni paese l’hanno ingannata abusandone, in ogni paese ha combattuto per interessi anziché per ideali….una generazione di speranze, di fede, di volontà, di forza, di capacità fu ipnotizzata in modo che ha distrutto sé stessa a cannonate, pur avendo in tutto il mondo le stesse mete”.
Un romanzo può essere sovversivo assai più di una bomba: lo sanno bene i nazionalsocialisti che nel ’33 danno alle fiamme il libro, costringendo il suo autore alla fuga in Svizzera e poi negli USA.
[lettere dal fronte] la tesi della grande guerra come inesorabile declinazione sanguinaria del capitale e strategia delle nuove borghesie nazionaliste in caccia di affari e affermazione di sé come uniche garanti della tranquillità e del benessere della nazione torna in una lettera di VDS, 21 anni, viterbese, 9° artiglieria da fortezza, condannato ad un anno e dieci mesi di reclusione per insubordinazione. VDS scrive al padre pregandolo di dire a tutti “che la guerra è ingiusta perché voluta da una minoranza di uomini i quali profittando della ignoranza della grande massa del popolo si sono impadroniti di tutte le forze per poter comandare massacrare soggiogare, chi fa la guerra è il popolo i lavoratori loro che hanno le mani callose e che sono questi che muoiono sono essi i sacrificati mentre gli altri ricchi riescono a mettersi al sicuro,se il popolo arriva a capire il nocciolo della questione salteranno per aria loro e tutti i loro denari . ditegli che la guerra per il popolo significa aumento stragrande della miseria, significa fame, significa morte, e null’altro.” La motivazione della condanna, desunta dagli Archivi Militari riportati alla luce dopo 50 anni da Forcella/Monticone [“Plotone di esecuzione”], è riconducibile al fatto che V.D.S. “anziché lenire e rassicurare il padre triste per la sua lontananza, ne esasperava il dolore con principi sovversivi e di odio di classe.”

[entrata in guerra, la scelta] la partecipazione dell’Italia alla guerra fu oggetto di una scelta concentrata quasi esclusivamente nelle mani dell’esecutivo. (Ministro Esteri Sonnino; presidente del Consiglio Salandra). Espropriando il Parlamento delle proprie prerogative [“I poteri governativi avevano di fatto soppressa l’azione del Parlamento in un modo che non aveva riscontro negli altri Stati( cit. Giolitti Memorie) ], dopo aver condotto trattative segrete sia con gli imperi centrali sia con le Forze dell’Intesa, l’esecutivo andò alla sigla del trattato di Londra ( 26 aprile 1915) con una sorta di colpo di Stato parlamentare, appena rivestito di forme di legalità.
Non solo. Quasi ad anticipare il progressivo convincimento delle classi dominanti che una guerra breve e vittoriosa avrebbe facilitato, mediante l’instaurazione di una maggiore disciplina nel Paese, una involuzione in senso autoritario e novantottesco dello Stato, mentre si compie l’attentato di Sarajevo contro Francesco Ferdinando erede al trono di Austria e Ungheria, ( 28 giugno 1914) 100.000 uomini delle forze dell’ordine vengono inviati in Romagna a fronteggiare braccianti non numerosissimi e non armati, protagonisti della cosiddetta “settimana rossa”, episodio che sembra più la parodia di una rivoluzione che una rivoluzione vera e propria. La entrata in guerra dell’Italia ( 24 maggio 1915) andava quindi assumendo i contorni di una scelta di politica interna finalizzata a dare respiro alle forze della conservazione e dell’ordine costituito, allontanando minacce sovversive.
[il fascismo nell’aria] Non siamo al fascismo, certo, che frantumò anche la fragile ossatura dello Stato giolittiano. Tuttavia nello “stato profondo”, nell’autoritarismo dell’esecutivo, nella prevaricazione della legittimità democratica, nel livore antipopolare degli Stati Maggiori militari e dei corpi dello Stato, nella retorica nazionalista delle radiose giornate di maggio, nel graduale costituirsi di un blocco sociale eterogeneo tra la piccola borghesia cittadina impaurita dal pericoloso rosso, i suoi figli studenti innamorati di gagliardetti e bandiere, i grandi interessi dell’industria pesante ammantatasi delle parole patria e onore, trascinanti ed emozionanti, capaci di sprigionare un venefico contagio anche tra gli esclusi da ogni profitto, sono forse già leggibili in embrione i tratti del fascismo italiano.
[la vittoria, conseguenze ] Guerra di nazionalismi esasperati, dunque; in Italia la grama vittoria [ nell’aprile del 1919 il Presidente del Consiglio Ministri Orlando e il ministro degli esteri Sonnino abbandonarono la conferenza di Parigi per protesta contro la scarsa considerazione degli interessi italiani da parte degli alleati dell’intesa] lasciò irrisolti i pesanti squilibri strutturali e gli annosi problemi del giovane Stato, aggravando i tratti di un balbettante capitalismo straccione e imprimendo una fortissima accelerazione al processo di accumulazione e concentrazione dei capitali della industria siderurgica, [ il bilancio 1915 della Fiat di Torino si chiude con un utile netto di 8 milioni, i maggiori azionisti si dividono profitti enormi, con dividenti che ammontano a 3.910.000 lire; nel 1916 gli utili salgono ancora, il capitale è aumentato sino a 37 milioni. Nell’aprile 1918 il capitale in lire-oro è già a 50 milioni; nel giugno 1918 tocca i 100 milioni. Alla fine della guerra il capitale Fiat è giunto a 125 milioni e gli indici degli utili sfiorano l’ottanta per cento contro il 9/25 per cento di prima della guerra] alla formazione dei grandi gruppi familistico-territoriali ingrassati dalle commesse militari, un apparato produttivo concentrato e squilibrato, una macchina dello Stato improvvisata, a compartimenti stagni largamente infeudata dagli interessi dei più grandi gruppi economici, un personale dirigente tenuto insieme da una comune vocazione autoritaria, una opinione pubblica formatasi sotto il segno della guerra e della esasperazione.

[la vittoria mutilata] da subito la trasmutazione della “vittoria” in “vittoria mutilata” aprì le porte alla dannunziana impresa di Fiume (settembre 1919) e innescò un sotterraneo sentire che, annullando le categorie di classe, ad arte sostituite con quelle della freschezza e della giovinezza (vedasi canzone Giovinezza Giovinezza ) irridenti la vecchia moralità giolittiana, trova speranza nel fascismo, vedendo in esso la forza che avrebbe riscattato il Paese da queste mutilazioni.
[il lessico della dittatura] Facciamo un salto nello spazio e nel tempo. E’ il 25 dicembre 1914 sul settore settentrionale del fronte occidentale nelle trincee della Fiandra, a sud dell’abitato di Ypres, quando i soldati dei contrapposti fronti escono allo scoperto, si incontrano nella terra di nessuno. Non è un ammutinamento e non è una ribellione. L’episodio - noto come tregua di Natale - è leggibile come la riemersione, in un universo di inaudita ferocia, di una forma di umana solidarietà, forse accompagnata dagli scambi di poveri beni, cioccolata o fiammiferi, forse da una improvvisata partita di pallone, forse dal sordo scavare nella terra per il seppellimento dei morti. Tuttavia tanto bastò, perché un oscuro caporale austriaco scrivesse nel suo diario “ dove è andato a finire l’onore dei tedeschi?”. Questo diario sarebbe stato pubblicato anni dopo con il titolo Mein Kampf. Il nome del caporale austriaco era Adolf Hitler. Il lessico della grande guerra costruisce già il lessico della dittatura.
[1919 anno della rivoluzione]la caduta degli Hohenzollern in Germania, lo sgretolarsi dell’impero degli Asburgo, la fuga dell’ultimo imperatore, i moti spartakisti a Berlino, la rivoluzione bolscevica, i soviet in baviera... tutti gli straordinari e clamorosi avvenimenti della fine del ’18 e del principio del ’19 colpirono le fantasie e suscitarono la speranza che il vecchio mondo stesse per crollare e che l’umanità fosse sulla soglia di una nuova era e di un nuovo ordine sociale”- scrive Pietro Nenni.
Anche il Comitato centrale della Associazione nazionale combattenti (gennaio 1919) integra il concetto di patria con il concetto di umanità e ne sottolinea la differenza rispetto all’egoismo nazionale.
Il 1919 è l’anno della rivoluzione italiana. Le masse hanno cominciato la loro lotta per il pane, la terra, la libertà. I ponti con il passato sembrano rotti per sempre. E’ il presagio della Quarta Italia, l’Italia del Quarto Stato. In questo stesso anno, all’Italia proletaria vengono meno i capi e i programmi. E’ l’anno della fondazione dei fasci di combattimento.

Bibliografia
Piero Pieri, L’Italia nella prima guerra mondiale

Giuliano Procacci, Storia degli Italiani

Emilio Del Bono, Nell’esercito nostro

Olindo Malagodi, Conversazioni sulla guerra 15-18

Guerrini/Pluvian, La giustizia militare durante la grande guerra, annali della Fondazione Ugo La Malfa Storia e politica XXVIII 2013

Giorgio Rochat, Gli storici italiani e la grande guerra
La tregua di Natale, lettere dal fronte, progetto Plum Pudding curato da Alan Cleaver e Lesley Park
Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
Remarque, La via del ritorno
Melograni, Storia politica della grande guerra
Spriano, Torino operaia nella grande guerra


venerdì 20 ottobre 2017

L'altra faccia della medaglia

Storia di un gruppo di giovani che, stregati dal mito dannunziano, partirono per la grande guerra a cercare la “bella morte”.
E la scoprirono insanguinata brutale e atroce, consumata non solo negli assalti o nelle fetide trincee, ma anche sotto il fuoco amico di italianissimi plotoni di esecuzione.
Nel libro di Gianni Biondillo “Come sugli alberi le foglie”, una scrittura che emoziona e affascina ci restituisce la memoria non liturgica e non vanamente patriottica della guerra ’15 ’18.
Al centro del libro, in presentazione venerdì 20 ottobre h. 20.30 presso il Broletto di Pavia con l’autore, la figura di Antonio Sant’Elia, che il fascismo forzò e divorò fino a trasformarlo in “proprio eroe”, sottraendolo alla sua dimensione umana e civile di giovane ed audace architetto, capace di grandi intuizioni e di un indomito desiderio di sperimentazione.

La iniziativa è promossa da ANPI Provinciale Pavia e rappresenta un tassello del percorso intrapreso dalla nostra Associazione inteso a restituire verità ed autenticità alla grande guerra, evento epocale nella storia del nostro giovane Paese che, da poco raggiunta l’unità, sciaguratamente conobbe in trincea la prima grande esperienza di massa.