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giovedì 27 dicembre 2018

Inciampare per ricordare - Pietro Gatti

Di anni 45. Nato il 20 dicembre 1899 a Santa Cristina e Bissione, in provincia di Pavia. Sposato. Di professione operaio specializzato. Pietro Gatti dopo l’8 settembre inizia a svolgere attività di propaganda antifascista allo stabilimento pavese della Vittorio Necchi, presso il quale lavora. Circa un anno dopo, il 5 settembre 1944, è arrestato da alcuni militi della Guardia nazionale repubblicana (GNR).Trasferito alle carceri di San Vittore, a Milano, il 20 di settembre, è immediatamente destinato al lager di Bolzano. Inviato quindi a Dachau il 5 ottobre, vi giungerà il 9 dello stesso mese. Si spegnerà nel campo di concentramento il 16 marzo 1945.



Il 20 gennaio 2019 a santa Cristina e Bissone verrà posata una pietra d'inciampo in sua memoria, in via Vittorio Veneto al civico 5, luogo in cui il militante antifascista visse i primi anni della sua vita.



Sua è la lettera indirizzata alla moglie Lina, scritta il 4 ottobre 1944 mentre si trovava nel lager di Bolzano

Mia adorata Lina, sei ancora in collera con me? Credo di no perché sei molto buona, e poi le sofferenze più morali che materiali che mi affligo= no, mi faranno certo perdonare tutti i dispiaceri che ti ho dato e che mio malgrado ti do. Desidererei Lina cara che ti trasfe= riresti a Trovo e anzi credo che ci sia già, qui ho saputo che Pavia è stato di nuovo bombardata, e m'immagino la nostra casa distrutta, così come è distrutta la nostra felicità.
Lina sei andata in fabbrica a prendere il salario? Non avere vergogna, cerca del Direttore Sig. Gastaldi e vedrai che farà qualcosa per te e per me. Sai Lina e già un mese che non ci vediamo e mi sembra ieri, e purtroppo è cosi tanto tempo. Lina ti penso in buona salute e fidente nell'avvenire. Io me la campo così è così, credo di trovarmi nelle stesse condizioni di Peppino. Lo stomaco fa giudizio. Forse cambiamo posto, a giorni, però scrivimi sempre se puoi. Ti bacio caramente Linetta mia e perdonami tuo Pietro
4 - 10 - 44

lunedì 10 luglio 2017

Le donne del Reich

Dresda, 1945
La trasmissione di Paolo Mieli, passata in Rai qualche settimana addietro,  offre lo spunto per alcune considerazioni sulle donne del Reich e il silenzio assolutorio che le avvolse. Proponiamo la nostra riflessione, già in PatriaIndipendente.
Nella fame e nel lutto, nel dolore e nel pianto, ora, esse si asciugano gli occhi, si levano in piedi e prendono a spalare le macerie per ricostruire il focolare, la casa, la patria. Sono le donne del Reich. Anno “zero”, 1945.
Le immagini femminili scorrono sullo schermo, nella trasmissione di Paolo Mieli, proposta in Rai qualche settimana fa. Solo un cuore di ghiaccio potrebbe rimanere indifferente davanti alle facce smunte e ai fragili polsi di donna tremanti nella fatica. D’improvviso, mentre il servizio televisivo continua, noi ricordiamo quello che esso non mostra: dolci facce di donna osannanti tra le svastiche in immensa sfilata, nivei corpi armoniosi che orgogliosamente mostrano sé stessi quale paradigma di purezza ariana, tonde pance gravide amorosamente vegliate nelle cliniche del progetto Lebesborn, dita sottili e inanellate di donne e ragazze che, in volontaria ottemperanza alla Circolare “fidanzamento e matrimonio” di Himmler (31-12-1931), seguirono le estenuanti trafile della burocrazia razziale, per farsi fidanzate, spose, o compagne di letto in regime di legittimata bigamia, per uomini delle SS; consapevolmente costruttrici di una nuova comunità di stirpe, auto insignitasi come superiore, e perciò votata alla purificazione del mondo dagli scarafaggi di sangue debole e infetto.

Stangl, ricevimento a Sobibor
Quasi ponendo una salvifica aureola sui capelli degli “angeli delle macerie”, lo schermo rigetta da sé le immagini di guance levigate delle donne che, abitando a pochi chilometri dai lager o al loro interno, nelle ville naziste poste a corona di un teatro di orrore, come accadde a Dachau, qui ogni sera accolsero i propri uomini, sostenendoli con amore e pazienza nel loro ingrato compito di sterminatori, qui allevarono i propri figli, in qualche caso nutrendosi dei frutti succosi concimati di ceneri umani, come freddamente racconta Savyon Liebrecht nel suo “La bambina delle fragole”, o come testimonia la signora Stangl che, serenamente accanto al marito, comandante a Sobibor e poi a Treblinka, imperturbabilmente rimase al suo fianco anche nella fuga del “pacificato dopoguerra” prima in Siria e poi in Brasile. (cit. Gudrun Schwarz, Una donna al suo fianco). Il Reich, così come ogni luogo del pianeta, era abitato da entrambi i sessi: ma non c’è traccia o memoria di ripulsa da parte di comuni cittadine del Reich che, pure in grande quantità, ricevettero dai propri padri, fratelli o mariti in missione sul fronte orientale, le fotografie che li ritraevano eroicamente posizionati sul limitare delle fosse comuni, come ampiamente documenta Daniel Goldhagen nel suo “I volenterosi carnefici di Hitler”. 
Mentre il servizio televisivo si avvia alla sua conclusione, ci domandiamo se la mistica post bellica degli “angeli delle macerie”, pur toccando le sensibili corde della umana pietà, non rappresenti una subdola operazione ideologica che, mandando assolte le donne solo in virtù della differenza di genere, sapientemente andò riducendo il nazismo alla responsabilità di un piccolo gruppo di demoni scesi in terra, permettendo anche a ciascuno di noi, qui ed ora, di assumere come proprio costume quello della de-responsabilizzazione di sé da ogni evento che si produca oltre la porta di casa.