martedì 30 ottobre 2018

L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista

L'ANPI Provinciale di Pavia, col patrocinio di ANED, ISTORECO, Comune di Pavia, Provincia di Pavia, organizza la mostra L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista. L'inaugurazione avverrà il 24 novembre alle ore 17:00 con la presenza di Gianni Sacco e Francesca Fiorani.
La mostra gratuita e aperta a tutti, in particolare agli studenti, è stata realizzata da Regione Emilia Romagna - Istituto beni artistici culturali naturali, che ringraziamo per la collaborazione
 La mostra è articolata in tre sezioni: immaginario, ideologico, persecuzione. Resterà aperta fino all'8 dicembre compreso.
Anticipiamo che il 5 dicembre, nel ricordo della deportazione del ghetto di Venezia, ci sarà un evento speciale, con la partecipazione di Matteo Corradini, premio Andersen 2018.
Ringraziamo tutti coloro, e sono troppi per citarli tutti, che ci hanno aiutato nel percorso preparatorio della mostra. Il nostro ringraziamento speciale va al dott. Tovoli e ad Antonella Campagna che ci ha aiutato nella individuazione dei relatori, e alle ottime collaboratrici della Biblioteca Universitaria di Pavia, Valentina Serra e Eliana Iero, che hanno realizzato con grafica impeccabile la nostra locandina sul layout di Regione Emilia Romagna.

sabato 27 ottobre 2018

V Edizione concorso "Alla scoperta della Resistenza" - Coltivare la Memoria per coltivare il futuro.

Giunto ormai alla sua V edizione, anche quest'anno è bandito il concorso "Alla scoperta della Resistenza", promosso dalla sezione ANPI di Varzi col patrocinio del Comitato Provinciale di Pavia. 

Il concorso, avente per tema “COLTIVARE LA MEMORIA PER COLTIVARE IL FUTURO” è un invito a tener viva la Memoria collettiva del Territorio che custodisce luoghi, ricordi di persone, storie della Resistenza, che corrono il rischio di essere dimenticati.
Numerosi sono i segni del passato che, nel Territorio, parlano di una Memoria resistenziale coltivata dalla popolazione locale, ma che potrebbe essere perduta, senza il continuo esercizio e il coinvolgimento attivo, interessato dei giovani.
“COLTIVARE LA MEMORIA” è importante, perché scoprire e ricordare i luoghi, i segni, le persone, le azioni della Resistenza facilitano la comprensione e l’approfondimento di un movimento storico, che ha dato origine alla libertà, alla democrazia, alla Costituzione del nostro Paese, valori d’importanza vitale da non perdere, da difendere continuamente, per garantire un FUTURO senza più ingiustizie, soprusi, violenze.
Ieri come oggi e sempre c’è bisogno di Resistenza. Non dimentichiamo questa parola:
RESISTENZA

Avete tempo fino al 25 aprile 2019 per inviare i vostri elaborati nella forma preferita (saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, video, fumetti, espressioni pittoriche), sugli esercizi compiuti per praticare la Memoria della Resistenza, seguendo le modalità indicate nel bando disponibile a questo link:
https://drive.google.com/file/d/1tvDjAijd7-5bhqqsymkvWpYeLeDbUcud/view?usp=sharing







martedì 23 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Comunicato della sezione ANPI Pavia "Onorina Pesce Brambilla"


Il prossimo 4 novembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrerà la festa nazionale delle forze armate a Trieste. Nel centenario della battaglia di Vittorio Veneto, la scelta non è ovviamente casuale. E noi crediamo che sia una scelta sbagliata: le brame su Trieste italiana alimentavano la propaganda interventista alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915; l’irredentismo triestino si nutriva di veementi invettive razziste contro le comunità cittadine non italofone. Un razzismo che all’indomani dell’annessione di Trieste e della Venezia Giulia all’Italia si tradusse nell’italianizzazione forzata di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue. Questo processo iniziò con il regime liberale, e trovò il suo compimento sotto il fascismo. Cent’anni più tardi, l’Italia non ha ancora fatto realmente i conti con il passato: il razzismo, il colonialismo e i crimini di guerra dei carnefici italiani sono il grande rimosso della nostra coscienza. La carica simbolica di Trieste resta la stessa di cent’anni fa. Lo dimostra il fatto che Casapound abbia indetto un corteo nazionale proprio a Trieste, proprio il prossimo 3 novembre. Celebrare a Trieste il centenario dell’armistizio tra Italia e Austria non farà che riattivare quella carica simbolica, non solo nella propaganda neofascista, ma anche nel discorso istituzionale, la cui retorica, in questi tre anni di commemorazioni della grande guerra, non è mai cambiata. Il 24 maggio 2015, sempre a Trieste, il centenario dell’entrata in guerra fu ricordato con la manifestazione “l’esercito marciava”, durante la quale  l’allora ministra della difesa Roberta Pinotti portò la fiaccola nell’ultimo tratto della staffetta militare, per poi pronunciare un discorso che sembrava provenire da un comizio interventista di cent’anni prima. E ancora Casapound, il giorno precedente, celebrò l’entrata in guerra con un corteo nazionale nella Gorizia maledetta. Nel mentre l’ex Capo di Stato Giorgio Napolitano e lo storico Mario Isnenghi, quest’ultimo con una svolta di 180° rispetto ai suoi lavori precedenti, in una serie di conferenze spiegavano l’entrata in guerra italiana come una necessità storica, e non come una precisa scelta politica dettata da interessi economici e da mire espansionistiche, quale effettivamente fu. In questi tre anni di celebrazioni, le massime istituzioni repubblicane non hanno mai problematizzato l’assunto che la guerra fu un momento unificante nell’identità nazionale.

Già tre anni fa, la sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla aveva scelto di non partecipare alle celebrazioni cittadine del 4 novembre: per i motivi di cui sopra, la scelta resta la stessa anche quest’anno. Alle ragioni viste fin qui, se ne aggiunge poi una di ordine locale. La prefettura di Pavia ha promosso, di concerto con Assoarma, un ciclo di conferenze sulla prima guerra mondiale dal titolo “Verso la vittoria”, su cui si veda il nostro comunicato del 27 settembre scorso: l’iniziativa è curata dal presidente di Assoarma Angelo Rovati e dall’insegnante delle scuole medie superiori Paola Chiesa, che ricopre anche la carica di segretaria cittadina del partito postfascista Fratelli d’Italia. Le conferenze propongono agli studenti la sola ricostruzione degli eventi bellici fatta propria dagli uffici storici delle forze armate. Tra i relatori chiamati a parlare, non ce n’è uno che rappresenti la storiografia laica. Promuovendo quest’iniziativa, il prefetto Visconti ha compiuto una scelta ideologica precisa, che conferma come anche a Pavia, la narrazione istituzionale della grande guerra coinciderà con il punto di vista delle forze armate.
Bibliografia e videografia consigliate:
Alessandro BarberoCaporetto, Laterza, Roma-Bari 2017.
Alessandro BarberoLa prima guerra mondiale. Dal Piave a Vittorio Veneto, ciclo di tre interventi al Festival della mente, Sarzana 2018, disponibile su youtube
Wu Ming 1Cent’anni a nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, Rizzoli, Milano 2015.

martedì 16 ottobre 2018

Il sabato nero del ghetto di Roma


Non la macilenta salmodia del cantore sperduto sul lontano altare; ma dall’alto della cantoria, nella romba osannante dell’organo, il coro dei fanciulli gloriava un cantico di sacra tenerezza […] Era il mistico invito ad accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa. Giungeva invece nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia. Non può esprimersi, l'agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. E' venuta da Trastevere di corsa. Poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere, ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano una lista di 200 capi-famiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie.”
Una donna, oracolo della catastrofe, ignorata come una Cassandra di altre storie dopo la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illudendo gli ebrei che tutto quello che i tedeschi volevano fosse un riscatto in oro, è il personaggio che, sospeso tra finzione e realtà, apre "16 ottobre 1943", il romanzo di Giacomo Debenedetti, testimonianza della tragedia che trecento soldati tedeschi perpetrarono nei confronti della comunità ebraica di Roma, rastrellando e strappando alla vita 1024 tra uomini, donne, bambini, anziani, e persino ammalati e neonati.
Perché ai nazisti l'oro non basta, è soltanto una scusa.

Così all'alba di quel sabato 16 ottobre 1943, le camionette della SS invadono i vicoli intorno al Portico d'Ottavia, iniziando una spietata caccia agli ebrei che una volta catturati vengono raccolti in uno spiazzo nei pressi della sinagoga e caricati a forza sui camion. Un'azione capillare compiuta abitazione dopo abitazione, tra le vie, nelle case, negli esercizi di una città in cui nessun ebreo doveva sfuggire al reparto venuto appositamente a Roma al comando del capitano Dannecker, il quale aveva beneficiato della collaborazione di venti agenti di polizia messi a disposizione dalla Questura di Roma. Un'azione che si è potuta giovare anchedegli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno.
Debenedetti descrive in presa diretta una tra le più sentite testimonianze di quella somma sciagura, ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali e che disgraziatamente proseguirà nelle ore, nei giorni e nei mesi successivi, nel sommesso silenzio delle più alte istituzioni civili e religiose.

A questo link potete ascoltare la lettura del testo a cura di Moni Ovadia.

martedì 9 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Lezione sulla grande guerra


Proponiamo le riflessioni di Annalisa Alessio presentate in occasione di una iniziativa di formazione della sezione ANPI di Pavia "Onorina Pesce Brambilla".

[il disvelamento] Il passaggio forse più semplice ed efficace per rappresentare la grande guerra è, a mio avviso, in un grande testo di Remarque “ la via del ritorno”, il libro che segue di poco la pubblicazione del più famoso “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Nel testo di Remarque, trova parole il “taciuto” della grande guerra :
ci hanno ingannati, ingannati come forse non sospettiamo nemmeno. Perché si è orribilmente abusato di noi. Ci dissero patria e intendevano i progetti di occupazione di una industria famelica, ci dissero onore e intendevano i litigi e i desideri di potenza di un pugno di diplomatici ambiziosi e di principi, ci dissero nazione ed intendevano il bisogno di attività di alcuni generali disoccupati. Nella parola patriottismo hanno pigiato tutte le loro frasi, la loro ambizione, la loro avidità di potenza, il loro romanticismo bugiardo, la loro stupidità, il loro affarismo e ce l’hanno presentato come un ideale radioso. E noi abbiamo creduto che fosse la fanfara trionfale di una esistenza nuova... Abbiamo fatto la guerra contro noi stessi, senza saperlo. E ogni proiettile che colpiva nel segno colpiva uno di noi. La gioventù del mondo si è messa in moto e in ogni paese ha creduto di combattere per la libertà. E in ogni paese l’hanno ingannata abusandone, in ogni paese ha combattuto per interessi anziché per ideali….una generazione di speranze, di fede, di volontà, di forza, di capacità fu ipnotizzata in modo che ha distrutto sé stessa a cannonate, pur avendo in tutto il mondo le stesse mete”.
Un romanzo può essere sovversivo assai più di una bomba: lo sanno bene i nazionalsocialisti che nel ’33 danno alle fiamme il libro, costringendo il suo autore alla fuga in Svizzera e poi negli USA.
[lettere dal fronte] la tesi della grande guerra come inesorabile declinazione sanguinaria del capitale e strategia delle nuove borghesie nazionaliste in caccia di affari e affermazione di sé come uniche garanti della tranquillità e del benessere della nazione torna in una lettera di VDS, 21 anni, viterbese, 9° artiglieria da fortezza, condannato ad un anno e dieci mesi di reclusione per insubordinazione. VDS scrive al padre pregandolo di dire a tutti “che la guerra è ingiusta perché voluta da una minoranza di uomini i quali profittando della ignoranza della grande massa del popolo si sono impadroniti di tutte le forze per poter comandare massacrare soggiogare, chi fa la guerra è il popolo i lavoratori loro che hanno le mani callose e che sono questi che muoiono sono essi i sacrificati mentre gli altri ricchi riescono a mettersi al sicuro,se il popolo arriva a capire il nocciolo della questione salteranno per aria loro e tutti i loro denari . ditegli che la guerra per il popolo significa aumento stragrande della miseria, significa fame, significa morte, e null’altro.” La motivazione della condanna, desunta dagli Archivi Militari riportati alla luce dopo 50 anni da Forcella/Monticone [“Plotone di esecuzione”], è riconducibile al fatto che V.D.S. “anziché lenire e rassicurare il padre triste per la sua lontananza, ne esasperava il dolore con principi sovversivi e di odio di classe.”

[entrata in guerra, la scelta] la partecipazione dell’Italia alla guerra fu oggetto di una scelta concentrata quasi esclusivamente nelle mani dell’esecutivo. (Ministro Esteri Sonnino; presidente del Consiglio Salandra). Espropriando il Parlamento delle proprie prerogative [“I poteri governativi avevano di fatto soppressa l’azione del Parlamento in un modo che non aveva riscontro negli altri Stati( cit. Giolitti Memorie) ], dopo aver condotto trattative segrete sia con gli imperi centrali sia con le Forze dell’Intesa, l’esecutivo andò alla sigla del trattato di Londra ( 26 aprile 1915) con una sorta di colpo di Stato parlamentare, appena rivestito di forme di legalità.
Non solo. Quasi ad anticipare il progressivo convincimento delle classi dominanti che una guerra breve e vittoriosa avrebbe facilitato, mediante l’instaurazione di una maggiore disciplina nel Paese, una involuzione in senso autoritario e novantottesco dello Stato, mentre si compie l’attentato di Sarajevo contro Francesco Ferdinando erede al trono di Austria e Ungheria, ( 28 giugno 1914) 100.000 uomini delle forze dell’ordine vengono inviati in Romagna a fronteggiare braccianti non numerosissimi e non armati, protagonisti della cosiddetta “settimana rossa”, episodio che sembra più la parodia di una rivoluzione che una rivoluzione vera e propria. La entrata in guerra dell’Italia ( 24 maggio 1915) andava quindi assumendo i contorni di una scelta di politica interna finalizzata a dare respiro alle forze della conservazione e dell’ordine costituito, allontanando minacce sovversive.
[il fascismo nell’aria] Non siamo al fascismo, certo, che frantumò anche la fragile ossatura dello Stato giolittiano. Tuttavia nello “stato profondo”, nell’autoritarismo dell’esecutivo, nella prevaricazione della legittimità democratica, nel livore antipopolare degli Stati Maggiori militari e dei corpi dello Stato, nella retorica nazionalista delle radiose giornate di maggio, nel graduale costituirsi di un blocco sociale eterogeneo tra la piccola borghesia cittadina impaurita dal pericoloso rosso, i suoi figli studenti innamorati di gagliardetti e bandiere, i grandi interessi dell’industria pesante ammantatasi delle parole patria e onore, trascinanti ed emozionanti, capaci di sprigionare un venefico contagio anche tra gli esclusi da ogni profitto, sono forse già leggibili in embrione i tratti del fascismo italiano.
[la vittoria, conseguenze ] Guerra di nazionalismi esasperati, dunque; in Italia la grama vittoria [ nell’aprile del 1919 il Presidente del Consiglio Ministri Orlando e il ministro degli esteri Sonnino abbandonarono la conferenza di Parigi per protesta contro la scarsa considerazione degli interessi italiani da parte degli alleati dell’intesa] lasciò irrisolti i pesanti squilibri strutturali e gli annosi problemi del giovane Stato, aggravando i tratti di un balbettante capitalismo straccione e imprimendo una fortissima accelerazione al processo di accumulazione e concentrazione dei capitali della industria siderurgica, [ il bilancio 1915 della Fiat di Torino si chiude con un utile netto di 8 milioni, i maggiori azionisti si dividono profitti enormi, con dividenti che ammontano a 3.910.000 lire; nel 1916 gli utili salgono ancora, il capitale è aumentato sino a 37 milioni. Nell’aprile 1918 il capitale in lire-oro è già a 50 milioni; nel giugno 1918 tocca i 100 milioni. Alla fine della guerra il capitale Fiat è giunto a 125 milioni e gli indici degli utili sfiorano l’ottanta per cento contro il 9/25 per cento di prima della guerra] alla formazione dei grandi gruppi familistico-territoriali ingrassati dalle commesse militari, un apparato produttivo concentrato e squilibrato, una macchina dello Stato improvvisata, a compartimenti stagni largamente infeudata dagli interessi dei più grandi gruppi economici, un personale dirigente tenuto insieme da una comune vocazione autoritaria, una opinione pubblica formatasi sotto il segno della guerra e della esasperazione.

[la vittoria mutilata] da subito la trasmutazione della “vittoria” in “vittoria mutilata” aprì le porte alla dannunziana impresa di Fiume (settembre 1919) e innescò un sotterraneo sentire che, annullando le categorie di classe, ad arte sostituite con quelle della freschezza e della giovinezza (vedasi canzone Giovinezza Giovinezza ) irridenti la vecchia moralità giolittiana, trova speranza nel fascismo, vedendo in esso la forza che avrebbe riscattato il Paese da queste mutilazioni.
[il lessico della dittatura] Facciamo un salto nello spazio e nel tempo. E’ il 25 dicembre 1914 sul settore settentrionale del fronte occidentale nelle trincee della Fiandra, a sud dell’abitato di Ypres, quando i soldati dei contrapposti fronti escono allo scoperto, si incontrano nella terra di nessuno. Non è un ammutinamento e non è una ribellione. L’episodio - noto come tregua di Natale - è leggibile come la riemersione, in un universo di inaudita ferocia, di una forma di umana solidarietà, forse accompagnata dagli scambi di poveri beni, cioccolata o fiammiferi, forse da una improvvisata partita di pallone, forse dal sordo scavare nella terra per il seppellimento dei morti. Tuttavia tanto bastò, perché un oscuro caporale austriaco scrivesse nel suo diario “ dove è andato a finire l’onore dei tedeschi?”. Questo diario sarebbe stato pubblicato anni dopo con il titolo Mein Kampf. Il nome del caporale austriaco era Adolf Hitler. Il lessico della grande guerra costruisce già il lessico della dittatura.
[1919 anno della rivoluzione]la caduta degli Hohenzollern in Germania, lo sgretolarsi dell’impero degli Asburgo, la fuga dell’ultimo imperatore, i moti spartakisti a Berlino, la rivoluzione bolscevica, i soviet in baviera... tutti gli straordinari e clamorosi avvenimenti della fine del ’18 e del principio del ’19 colpirono le fantasie e suscitarono la speranza che il vecchio mondo stesse per crollare e che l’umanità fosse sulla soglia di una nuova era e di un nuovo ordine sociale”- scrive Pietro Nenni.
Anche il Comitato centrale della Associazione nazionale combattenti (gennaio 1919) integra il concetto di patria con il concetto di umanità e ne sottolinea la differenza rispetto all’egoismo nazionale.
Il 1919 è l’anno della rivoluzione italiana. Le masse hanno cominciato la loro lotta per il pane, la terra, la libertà. I ponti con il passato sembrano rotti per sempre. E’ il presagio della Quarta Italia, l’Italia del Quarto Stato. In questo stesso anno, all’Italia proletaria vengono meno i capi e i programmi. E’ l’anno della fondazione dei fasci di combattimento.

Bibliografia
Piero Pieri, L’Italia nella prima guerra mondiale

Giuliano Procacci, Storia degli Italiani

Emilio Del Bono, Nell’esercito nostro

Olindo Malagodi, Conversazioni sulla guerra 15-18

Guerrini/Pluvian, La giustizia militare durante la grande guerra, annali della Fondazione Ugo La Malfa Storia e politica XXVIII 2013

Giorgio Rochat, Gli storici italiani e la grande guerra
La tregua di Natale, lettere dal fronte, progetto Plum Pudding curato da Alan Cleaver e Lesley Park
Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
Remarque, La via del ritorno
Melograni, Storia politica della grande guerra
Spriano, Torino operaia nella grande guerra


venerdì 5 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Celebrare ancora il 4 novembre?


Di seguito il testo della conferenza tenuta dal professor Giulio Guderzo nel novembre 2014, a Pavia, nella sede del Consiglio provinciale, successivamente pubblicato in “Quaderni di scienza politica”, a. XXII, n.1, aprile 2015, pp. 121-132.


Quando politici e generali non solo tedeschi e austriaci, ma altresì russi, francesi, inglesi misero in moto la macchina che avrebbe infine stritolato l’intera Europa (e non solo), sappiamo che sulla guerra, salvo poche, isolate eccezioni, avevano idee ancora ottocentesche. Culla della civiltà, come allora si ripeteva ad ogni pié sospinto, l’Europa dei regnanti, dei leader politici, dei generali e dei diplomatici riteneva di aver da tempo esorcizzato i fantasmi di un passato che aveva pure conosciuto ma riteneva, non senza qualche ragione, di avere anche definitivamente sepolto.
Non che tutti avessero letto e metabolizzato il Clausewitz della guerra intesa come prolungamento - o prosecuzione in altre forme - della politica, ma alla guerra pensavano come a una rapida operazione chirurgica, dai costi umani limitati, risolutiva di problemi diversamente destinati a incancrenirsi nelle relazioni internazionali. Un lavoro da affidare agli specialisti, generali coi loro uffici: in grado di elaborare e, se del caso, rapidamente variare, piani e operazioni.
Questa della guerra come specializzazione, con gli eserciti di mestiere, era stata, del resto, un’invenzione che in Europa, e del resto non solo in Europa, si era venuta via via affermando, così da circoscriverne i danni nei confronti delle popolazioni interessate. Sino a diventare, nella cosiddetta ‘età dei lumi’, inverando la formula di Clausewitz, qualcosa di molto simile a un grande gioco. In cui, beninteso, si continuava a morire, ma con avveduta parsimonia. E, del resto, con la diffusa consapevolezza dell’appartenenza a una comune matrice, attestata dall’uso di una lingua comune - oggi si direbbe di comunicazione -: il latino, e condividendo - oggi diremmo nell’essenziale, seppur con differenziazioni costate tanto sangue - una stessa fede religiosa, e costumi che potevano sembrar tra loro diversi, ma apparivano singolarmente simili quando li si confrontava con quelli esistenti sotto altri, lontani cieli.
Si davano, in effetti, sotto lo stesso cielo europeo, confini tra entità politiche diverse - regni, principati, stati regionali e città-stato - la cui gestione appariva peraltro sostanzialmente simile, fondata com’era su organi di rappresentanza dei diversi interessi, con la straordinaria varietà di assemblee e parlamenti che la caratterizzava: per cui, semplificando, ci si può raffigurare l’Europa cinque-sei-settecentesca come un continente confederalisticamente assemblato nelle sue singole parti. Nel quale, sotto il profilo economico, faceva sempre premio il settore primario, la proprietà terriera configurandosi anche come segno distintivo della collocazione di singoli e famiglie nella scala sociale, ma altresì con un commercio e una finanza capaci di operazioni a grande raggio, una volta inventati, sin dall’età di mezzo, e presto diffusi, strumenti di intermediazione quali cambiali e tratte e con un riferimento ai corsi dei metalli preziosi quale supporto agli scambi.
La molteplicità strutturale politico-amministrativa bene, d’altronde, rispondeva alla straordinaria varietà delle etnie che in Europa convivevano, caratterizzandosi per lingua, confessione religiosa, leggi e costumi propri, la cui ordinata conservazione, assicurata da patti e statuti, sarebbe dovuta bastare a farne parte ordinata di entità politiche maggiori. Com’era stato, sin dal Medioevo, nel caso più noto, per il Sacro Romano Impero nei confronti delle altre, minori entità politiche. Sicché la transizione di città e province dall’uno ad altro Stato, a seguito di guerre e trattati, avveniva generalmente nel pattuito rispetto degli ordinamenti loro propri. Quella varietà di etnie, lingue, confessioni e costumi, in breve culturale, era poi ben intesa dagli intellettuali più avveduti tutt’altro che come un limite. Perché in realtà si trattava di una straordinaria ricchezza.

Su quel mondo, che con formula breve si sarebbe poi definito d’ancien régime, incombevano peraltro pesanti nubi: la molteplicità, la varietà, mal si sposavano sia a un’economia mercantile che, con buona ragione, faticava a sopportare la frammentazione dei mercati che ne era una non necessaria ma comunque reale conseguenza, sia a una gestione politica variamente frenata dagli organi di controllo interposti tra l’amministratore - diciamo il sovrano - e gli amministrati - diciamo i sudditi.
Donde un attacco al vecchio mondo definito tout court feudale, sia dal centro che dalla periferia. Concluso con la vittoria, per un verso, del potere assoluto dei sovrani, liberati dai vecchi patti e statuti, in grado di gestire direttamente la cosa pubblica, e d’altra parte con la vittoria dell’economia nuova, che con l’aiuto del sovrano si liberava dei vecchi ordinamenti corporativi e dei vari balzelli che province, città, territori variamente organizzati le avevano precedentemente imposto. In Lombardia, tanto per non andar lontano, questo, nella seconda metà del Settecento, sarebbe stato il tempo dei cosiddetti sovrani illuminati, e i nomi più noti son quelli di Maria Teresa e Giuseppe II.
Un tempo breve, perché ben presto quegli stessi signori che erano stati spossessati degli organi di gestione del potere avrebbero cominciato a congiurare - come in Lombardia - per riprenderne il controllo. Intanto, però, già si potevano vedere le conseguenze di quella semplificazione del vecchio mondo o modernizzazione che l’intellettualità più à la page aveva celebrato. Giusto Giuseppe II a suon di leggi imponeva alle pubbliche amministrazioni, nel variegato mondo imperiale governato da Vienna, l’uso preminente di una lingua - il tedesco - con l’obbligo del suo insegnamento in vari ordini di scuole. Lo scopo era, al solito, una salutare semplificazione, come con la sostituzione della burocrazia di nomina imperiale alla precedente amministrazione, retta dai maggiorenti locali. La conseguenza, non prevista e a più o meno lungo termine devastante: l’affermazione di un nazionalismo germanofono per un verso, e di un contrapposto nazionalismo di ogni etnia in altra lingua parlante e pensante nell’ambito del vecchio Impero.
Non molto diversamente, la modernizzazione, in Francia, si era realizzata, sin dai tempi di Richelieu e poi del Re sole, attraverso l’attacco all’aristocrazia spogliata della gestione del potere periferico e il progressivo accentramento del potere esecutivo nelle mani del sovrano. La semplificazione del vecchio mondo, una volta eliminata la molteplicità delle gestioni con la progressiva unificazione del Paese, si sarebbe più tardi cercata anche sotto il profilo linguistico, essendone la scuola primaria elemento essenziale, mentre analogamente si procedeva all’essenziale unificazione del mercato. Corollario significativo: l’introduzione, già a fine Settecento, della leva militare.
Ancor meglio incubato dalla rivoluzione francese, veicolato poi, in più d’un caso per contrapposizione, dalle ristrutturazioni napoleoniche del vecchio assetto continentale, nasceva in tal modo il cosiddetto Stato nazionale - uno di lingua, d’armi e se del caso d’altare - che una filosofia politica folgorata dalla novità avrebbe proclamato lo stadio evolutivo finale di una storia a quel traguardo - si asseriva - vocazionalmente indotta.
Nel nuovo Stato, fermo restando il potere assoluto dell’autorità chiamata a reggerne le sorti, si sarebbe avviata e gradualmente compiuta la lunga marcia della democrazia, attraverso un progressivo allargamento del diritto di voto, inteso come strumento di partecipazione tendenzialmente universale alla gestione del potere. Un diritto che un’avveduta politica avrebbe poi potuto adeguatamente sostanziare con miglioramenti socioeconomici specialmente rivolti alle classi cosiddette subalterne: come appunto sarebbe avvenuto specialmente in Germania, tra la fine dell’Otto e l’inizio del Novecento.
L’idea politica generale di supporto del nuovo Stato e delle operazioni che progressivamente lo consolidano tra Otto e Novecento è il nazionalismo. Combattuto dagli internazionalismi che pur si danno a scala continentale - e ce ne sono una versione liberale e liberista e una radicaldemocratica, come pure una socialista ed una fondata su presupposti religiosi - si è già però dimostrato e più si sta dimostrando ora, nel 1914, vincente. Beninteso, col suo frutto avvelenato: l’esaltazione della propria contro le altrui patrie, l’ostilità, talora, nei confronti addirittura dell’etnicamente proprio simile, motivata dalla presenza - a dividerlo - di una barriera di confine.
Quando, il 28 giugno del 1914, attenta con successo alla vita dell’erede al trono imperiale, quel che l’attentatore intende colpire è il simbolo di un potere che in nome di un vecchio ordine pretende di limitare la sognata costituzione di un grande stato nazionale serbo. E quando da Vienna si risponde con un ultimatum allo Stato serbo dalle clausole tanto pesanti da apparire - com’è in realtà - una provocazione, c’è, in Italia come in tutta Europa, chi ritiene che il male da cui è affetto il continente sia non, come in effetti è, la sua divisione, progressivamente approfondita dai contrapposti nazionalismi, ma, al contrario, l’esistenza stessa di uno Stato plurinazionale come l’Impero austroungarico. Sicché non son pochi a sostenere che la sua dissoluzione, con la conseguente formazione di tanti Stati quante sono le nazionalità che lo compongono, sia uno scopo tanto importante per il miglior futuro dell’Europa da meritare addirittura una guerra per raggiungerlo.
Queste possono anche sembrare ubbìe da intellettuali. Più pratici, finanzieri e industriali di settori interessati a commesse militari presumibilmente importanti non mancano di soffiare sul fuoco, seppur contrastati da altri businessmen i cui affari viceversa prospererebbero solo in tutt’altra, pacifica cornice. Analogamente, se la maggior parte dei politici che guidano associazioni, sindacati, partiti popolari è schierata su posizioni pacifistiche, non mancano tra loro leader e piccoli gruppi attestati su posizioni bellicistiche, ritenendo la guerra uno straordinario potenziale detonatore per il rovesciamento del vecchio ordine e il successo di una rivoluzione capace di dar loro un potere altrimenti assai più difficilmente raggiungibile. Sarà l’idea non per caso accarezzata da Mussolini.
La guerra, comunque, si potrebbe anche fermare. Una chiamata alla disobbedienza civile, se lanciata dai partiti socialisti che a scala continentale raccolgono il maggior consenso popolare, potrebbe aver successo. Un’altra grande forza potenziale analogamente orientata, i cristiani di varie confessioni e tra loro nella fattispecie i cattolici, pur tradizionalmente abituati a sottostare in via ufficiale agli ordini del Cesare di turno, potrebbe in varie situazioni allinearvisi. Al governo che chiedeva ai prefetti italiani informazioni sugli orientamenti al riguardo nel Paese, le risposte avrebbero evidenziato una netta maggioranza popolare antiinterventista. Lo Stato in cui più forte è il Socialismo organizzato - la Germania - è però anche quello in cui quel partito respinge l’appello. Gli operai tedeschi si sentono parte integrante e apprezzata dello Stato di cui fan parte. Evidenziando l’inevitabilità della vittoria a scala europea del nazionalismo sull’internazionalismo, e non solo a breve ma pure a lungo periodo.
Luigi Einaudi, nel 1918, scrivendone sul “Corriere della sera”, giudicherà catastrofico quell’esito. Quella che si è combattuta - annoterà - è stata una ‘guerra civile’ tra europei, nella vana ricerca di ciò di cui il continente ha in realtà più bisogno: l’unione. L’ “inutile strage” denunciata l’anno prima dal papa è il quasi riuscito folle suicidio del continente. Che ha, d’altronde, iniziato la guerra da padrone del mondo e la terminerà avendo ceduto lo scettro a una potenza extra-europea: gli Stati Uniti d’America. Perché è stato senz’ombra di dubbio l’intervento americano, nel ’17, a decidere le sorti dello scontro, ma è stata già prima l’America il supporter economico delle potenze infine vittoriose, emergendone arricchita e potenziata a fronte degli impoveriti europei: uno scenario che si ripeterà con la II guerra mondiale.
Non è, s’intende, l’esito previsto da chi nel ’14 ha voluto lo scontro armato, avendo, come spesso nella storia, politici, diplomatici, generali, l’occhio rivolto alle vicende di un passato più o meno lontano, i tedeschi, nella fattispecie, alla guerra che li ha visti rapidamente trionfare sulla Francia di Napoleone III. Pure, le condizioni non sono le stesse. Se la Germania è tanto più forte economicamente e militarmente di quarant’anni prima - ma i potenziali avversari sono pure cresciuti, anche se in minore e meno rapida misura - si dà tuttavia una situazione internazionale affatto diversa. Per Bismarck, autore politico di quella vittoria, una guerra alla Francia, voluta innanzi tutto per rafforzare l’unità tedesca, come era stato pochi anni prima con la guerra all’Austria, non si sarebbe neppur messa in cantiere senza assicurarsi il consenso russo e inglese. Licenziato Bismarck, la politica estera tedesca è stata tanto poco avveduta da suscitare l’ostilità dell’una come dell’altra potenza. L’unica alleanza forte è con l’Austria-Ungheria, con l’appendice italiana. Ed è, apparentemente almeno, per appoggiare Vienna nei confronti del nazionalismo serbo sostenuto dai russi che Berlino si muove in modo tale da provocare l’inizio della catastrofe.
La diagnosi di Einaudi invita peraltro a una considerazione un po’ meno superficiale di quelle decisioni fatali. Guglielmo II ha certo il torto di esprimersi con una controproducente teatralità, ma quel che proclama, sul primato tedesco, è tutt’altro che infondato. La sua Germania, rispetto a quella di Bismarck, non è più il partner economico privilegiato oltre Manica, la sua industria ha compiuto passi da gigante, non solo sopravanzando la britannica in settori di base quali la siderurgia, ma innovando e conquistando posizioni di assoluta primazia in altri campi, allora d’avanguardia, quali la chimica o il settore energetico, sostenuta da un sistema bancario che si è aperto a modalità nuove d’intervento a sostegno nella fattispecie dell’industria. Che poi per affermare la propria supremazia in Europa ci sia bisogno di una guerra come quella immaginata dai suoi politici e generali è tutt’altro discorso. Ancora Einaudi, dopo la II guerra mondiale, nuovamente iniziata e una volta ancora perduta dalla Germania, avrebbe comunque visto in Hitler e nella sua Germania, lanciata alla conquista dell’intero continente, l’espressione, sia pur demoniaca (nella definizione di Einaudi “la spada di Satana”) del disperato bisogno europeo di unione. Non pare improprio riferire quel giudizio anche ai pur meno esagitati ‘poteri forti’ - come oggi li si battezzerebbe - in azione nella Germania del 1914.
Si è, in effetti, convinti, a Berlino, che una guerra con la Serbia per aiutar Vienna porterà quasi inevitabilmente allo scontro con la Russia e fatalmente poi con il tradizionale nemico d’oltre Reno, dunque non a uno scontro limitato come quelli accuratamente preparati e altrettanto ben realizzati da Bismarck, ma generale, tanto da investire l’intero continente. E però altrettanto convinti che il pur forte e ben organizzato esercito tedesco non sia in grado di sostenere contemporaneamente, con serie speranze di successo, l’impegno su due fronti, a est e ad ovest. Di qui la scelta di tenere inizialmente il fronte orientale con un minimo di forze, contando sulla lentezza dell’organizzazione russa, e concentrarsi viceversa sul fronte occidentale, nella speranza (ma tra i generali tedeschi si tratta poco meno di una certezza) con gli inglesi ancora pressoché fuori gioco, di riuscire a battere in poche settimane i francesi, ripetendo il successo del ’70, dopodiché ci si potrà dedicare a sbaragliare l’orso russo. Tanto quei generali ci contano, da chiedere e ottenere dal governo il via libera a un attacco che possono sperare inatteso, attraversando il Belgio: pronti a pagarne le conseguenze, perché il Belgio è stato dichiarato neutrale e tra i garanti di quella condizione figura la Gran Bretagna.
La mossa riuscirà brillantemente nel ’40, con l’inedito attraversamento delle Ardenne da parte delle divisioni corazzate di Hitler, e porterà allora a una nuova capitolazione della Francia. Non riesce però nel ’14 e la guerra arrivata quasi alle porte di Parigi si impantanerà per altri quattro lunghi anni in una sfiancante alternanza di offensive e controffensive, sempre in territorio francese, con l’impiego di armi sempre più micidiali, compresi i gas. Meno micidiali, del resto, della mitragliatrice e del cannone: la prima dominatrice degli scontri frontali, la seconda devastante soprattutto quando, concentrandone masse imponenti e dirigendone il fuoco su segnalati forti contingenti nemici pronti all’attacco, si rivelerà risolutiva: con gli intuibili esiti catastrofici in quantità di vite distrutte.
A render più difficile una vittoria tedesca sul fronte occidentale contribuisce naturalmente la necessità di impegnar via via sempre più forze anche sul fronte orientale. Mentre anche l’Italia, chiamata nel ’15 a dar una mano per impegnar forze austriache distogliendole da altri fronti, fa la sua parte, con un imponente numero di morti, feriti e mutilati: frutto di una guerra che tutto è meno che difensiva ed eticamente accettabile. Fa pure la sua parte, sul fronte opposto, la Turchia, alleata, come la Bulgaria, delle potenze centroeuropee. La situazione di stallo sotto il profilo strategico, accompagnata dal sacrificio visibilmente vano di tante più e meno giovani vite, induce infine su tutti i fronti una crescente insofferenza. È comunque sul fronte orientale che l’orrenda carneficina finisce per produrre un dilagante rifiuto popolare. Cui da Berlino si coopera, facilitando il rientro in patria dall’esilio elvetico di un rivoluzionario di gran classe come Lenin, deciso a portar la Russia fuori dal conflitto. Ciò che avverrà, consentendo ai generali tedeschi di concentare ogni sforzo sul fronte opposto e potrebbe, a questo punto, significare, nel ’17, la sconfitta degli alleati occidentali o per lo meno la possibilità di una pace non punitiva nella fattispecie per la Germania. Ma sulla bilancia a questo punto pesa la presenza sempre più massiccia degli americani e alle potenze centrali coi loro alleati non resta che accettare la disfatta.
Chi ha vinto e chi ha perso: sembrerebbe chiaro, ma non lo è affatto. Ha, sicuramente, perso l’Austria-Ungheria, con la gloriosa capitale - Vienna - ridotta ad essere una gran testa a dirigere un corpo striminzito - l’Austria - sicché si posson ben capire le simpatie che purtroppo per l’Europa da Vienna si dirigeranno in seguito verso un possibile - e vent’anni dopo realizzato - Anschlhuss con la Germania.
Ha perso, s’intende, la Germania, che si vede imposti obblighi soprattutto economico-finanziari insostenibili. Senz’altro più gravi delle amputazioni territoriali, alcune definitive altre temporanee, e tali da costituire un formidabile assist, complice la grande crisi del ’29, alla conquista del potere da parte di Hitler. Di più, chi, a Versailles, da parte britannica, ha sostenuto gli scatenati francesi nell’imposizione di quei gravissimi oneri, tanto se ne pentirà da farsi poi ascoltato paladino oltre Manica di quell’appeasement che malauguratamente consentirà a Hitler di compiere negli anni Trenta le prime, decisive mosse verso la nuova ecatombe.
Ha perso la Turchia, alleata delle potenze centrali. Smembrato il gran corpo del vecchio Impero ottomano, gli Stati, disegnati a tavolino, che sotto tutela francese e inglese hanno preso vita, assemblano popolazioni diverse per lingua, storia, confessione religiosa: politicamente gestibili purché non se ne pretendano omologazioni di stampo nazionalista. Come viceversa, in linea di principio, si è fatto accogliendo la richiesta di netta impronta nazionalistica avanzata da una di quelle componenti, l’ebraica.
La sconfitta tedesca ha regalato a Parigi e Londra colonie africane e non solo, di pregio. Ma dalla guerra le due potenze escono, nella fattispecie in modo più evidente Londra, fortemente sminuite, non solo sotto il profilo economico-finanziario ma nella stessa forza di attrazione nei confronti delle realtà extraeuropee, come, nella fattispecie, il gioiello della corona: l’India. E non è tutto, perché la guerra si è portata via la speranza, coltivata nel tardo Ottocento da illuminati intellettuali inglesi, di trasformare l’Impero in una solida federazione con la madrepatria. Sicché i cosiddetti Dominions si avvieranno a forme sempre più chiare di indipendenza.
Tra i vincitori, anche se prima della guerra facevano parte di un Impero - quello austroungarico - ora sconfitto, dovremmo annoverare sia la Cecoslovacchia, sia le regioni radunate a formare la nuova Jugoslavia: che sembrerebbe aver coronato il sogno lungamente coltivato dai Serbi. Ma sono, ahinoi, due pessimi esempi di quello Stato di nuovo genere, nazionale, proclamato fondamentale per la pace del vecchio continente. Nella Cecoslovacchia convivono più etnie: Boemi - o Cechi - Moravi, Slovacchi, Tedeschi. E giusto la presenza di questi ultimi fornirà un eccellente pretesto a Hitler per incorporare per via diplomatica, prima, poi manu militari, fra il ’38 e il ’39, gran parte del Paese.
S’intende che, dovendo far i conti con la realtà, la teoria nazionalista è stata piegata alla costituzione di nuovi stati plurinazionali in vista della loro stessa possibilità di sopravvivenza politico-economica. La Jugoslavia ha riunito, coi serbi, i croati, gli sloveni, i montenegrini, i bosniaci, gli italiani discendenti dei veneti di Dalmazia: lingue, culture, confessioni religiose diverse - cristiani ortodossi, cattolici, musulmani - significativo campionario di quel che nella sua essenza profonda è l’Europa. Non si è trattato solo di premiare i serbi, ma di dare, o almeno tentar di dare, al nuovo Stato una possibile autosufficienza. Il gran baccano, poi, sollevato dal nazionalismo italiano sull’attribuzione alla Jugoslavia di Fiume, etnicamente diciamo italiana ma cresciuta nel vecchio Impero, non diversamente da Trieste, come porto di un retroterra che con l’Italia non aveva nulla o ben poco a che fare, avrebbe in casa nostra oscurato la natura di quell’attribuzione, ritenuta all’epoca vitale per il nuovo Stato.
Data l’età, ho avuto, ragazzino, la fortuna di un papà che, reduce dalla prima guerra mondiale - un anno sul fronte trentino, uno sul Carso, l’ultimo sul Grappa - di quella guerra mi ha lasciato impressioni forti. Già laureato e insegnante, oggi diremmo precario, di filosofia nei licei, era stato Sottotenente di complemento (ossia non di carriera) in fanteria. Tanto fortunato da uscirne solo con una ferita da granata non invalidante, era convinto che quella guerra andasse fatta, per completare l’unificazione nazionale, giustappunto, avviata col Risorgimento. In ogni caso, una volta che i pubblici poteri l’avevano deciso, in guerra si sarebbe comunque dovuti andare. Come tutti i suoi compaesani avevano fatto: anche chi, da tempo emigrato oltralpe o addirittura oltreoceano, avrebbe potuto evitarlo.
Non aveva mai odiato il cosiddetto nemico. La volta che, sollevata improvvisamente la nebbia, si era trovato a poca distanza dalla trincea una disgraziata pattuglia austriaca, e aveva dovuto scegliere tra far finta di niente (tradendo il dovere militare) e premere il grilletto della mitragliatrice già puntata (negandosi alla pietà) non aveva trovato di meglio che chiuder gli occhi e sparare. Gli occhi li aveva comunque chiusi. Diversamente da lui, avrei, più tardi, ritenuto che quella fraternità, nella fattispecie tra Austriaci e Italiani, non solo di condizione umana ma di comune civiltà, fosse stata uccisa non tanto dalla guerra quanto dalla stessa idea, nazionalista, che l’aveva provocata, e ne sarei diventato, per quel che potevo e sapevo, un deciso nemico, abbracciando l’opposta idea di un’Europa pacificamente federata. Come - si parvi licet componere magnis - Einaudi e Spinelli, o, nella nostra Pavia, Albertini. Sulla via tanto persuasivamente indicata, giusto nella solita ‘età dei lumi’, dai costituenti di Filadelfia.
Far la guerra per Trento e Trieste, entrando in una partita di cui già si potevano constatare oltralpe i terribili costi, era stata una decisione sensata? Il più sperimentato politico italiano del tempo, Giolitti, l’aveva decisamente combattuta. E la maggioranza dei nostri parlamentari condivideva questa opinione. In un Paese maggioritariamente, all’epoca, antiinterventista, l’interventismo era riuscito comunque ad essere visibilmente più presente dei suoi oppositori. Avendo, per di più, dalla sua la nefasta opinione, diffusa ai massimi, seppur ristretti, livelli - i soliti ‘poteri forti’ - che quella guerra fosse la fortunata occasione, assolutamente da cogliere, per riscattare l’onore più volte militarmente perduto: come a Custoza e a Lissa nel ’66, e poi ad Adua trent’anni dopo. Per non dire della Libia, solo poco più che nominalmente conquistata tra il ‘911 e il ‘912.
A latere, si erano date, per l’intervento, più fantasiose pseudoragioni: come quelle di chi esaltava la guerra rimedio all’infingardaggine di vite incapaci d’alte, nobili finalità, la ‘bella’ morte del giovane eroe intesa a negare la piatta quotidianità di chi si contentava di sopravvivere. Né, ancor più radicalmente, mancava chi nella guerra vedeva la felice occasione per una salutare potatura di un’umanità - nella fattispecie quella italiana - inutilmente folta di quel genere d’uomini. In ogni caso poco importando con chi schierarsi. A ben vedere, quasi altrettanto fantasiose, seppur propugnate da prestigiosi intellettuali, le cosiddette ragioni di chi voleva voltar le spalle a Vienna e Berlino, con cui si era da tempo alleati, passando al campo opposto in nome di una sua più decisa laicità, ma pure di chi vedeva nella guerra l’occasione per una più profonda unione delle diverse componenti ‘nazionali’ del Paese. La trincea, si sarebbe a lungo sproloquiato, doveva fare finalmente gli italiani.
Voltate le spalle alla trattativa con l’Austria promossa da Giolitti, da cui ben poco si ricavava in termini territoriali, e accolto l’invito degli occidentali, tanto più larghi nelle concessioni, il patto concluso a Londra nell’aprile del ‘915 aveva catapultato in guerra anche l’Italia. Con drammatiche conseguenze. All’altissimo tributo di giovani e meno giovani vite pagato nel corso dello scontro e poi nella catastrofica epidemia - la cosiddetta ‘spagnola’ - che lo seguì, si sarebbe aggiunta quella politica instabilità che avrebbe favorito, tra il ’19 e il ’25, la conquista fascista del potere.
La scelta interventista del rivoluzionario Mussolini si dimostrava così indovinata. E il Paese era destinato a pagarne l’altissimo prezzo, nelle avventure etiopica e spagnola degli anni Trenta, prima, e poi nella disastrosa, definitiva alleanza con la Germania nazista che avrebbe portato infine il Paese alla catastrofe della II guerra mondiale. Che razza di vittoria era dunque stata anche la ‘nostra’?
Al tavolo della pace, nel primo dopoguerra, quando Mussolini ancora faticava a ritagliarsi un ruolo sulla scena politica italiana, già, del resto, il nazionalismo aveva mostrato il proprio volto ignobile. Pretendendo, nella fattispecie, col richiamo al patto di Londra del ‘15, l’annessione di territorî che con l’Italia avevano ben poco a che fare sotto ogni aspetto, salvo la possibilità offerta dalla natura di catene montuose, corsi d’acqua e simili che ingolosivano gli esperti militari, inclini a vedere negli spartiacque montani i cosiddetti ‘confini naturali’ più agevolmente difendibili. Nei quali, sia detto a margine, stava viceversa profondamente incisa una storia tutta diversa, fitta di rapporti e scambi: non dividendo, dunque, ma, al contrario, unendo le popolazioni che ne occupavano gli opposti versanti.
Era solo l’inizio di una vicenda che avrebbe raggiunto incredibili vertici di follia: come nel caso, ben documentato, della forzata italianizzazione dei cognomi alloglotti, nelle regioni annesse col trattato di pace. E non solo nei confronti dei vivi, ma pure dei morti: arrivando a scalpellare nei cimiteri di paese, particolarmente nel retroterra istriano, le lapidi che provavano la presenza locale di genti non ‘italiane’. Inutile dire che il conto pagato nel secondo dopoguerra da tanti innocenti anche per queste incredibili pratiche sarebbe stato altissimo. Nel Sudtirolo, ribattezzato Alto Adige, si sarebbe d’altronde tentata e in parte attuata, col volonteroso aiuto germanico, una più radicale pratica di snazionalizzzione, avviando oltralpe chi ‘optava’ per una sistemazione generosamente offerta dal governo nazista.
Che cosa si sarebbe dunque festeggiato, anno dopo anno, il 4 novembre, giorno della vittoria italiana sull’Austria sconfitta? Nei ricordi dei più, certo, l’avercela fatta, esser riusciti a sopravvivere, insieme agli altri reduci più o meno ammaccati, e non solo nel corpo, perché si sarebbero portati tutti, dentro, atroci ricordi. Ma che dire delle abitudini più che disinvolte acquisite da tanti tra loro, i cui frutti si sarebbero visti nei torbidi del dopoguerra? Perché - è facile notare - dove avrebbero trovato, altrimenti, Mussolini e i suoi ras di provincia, come il nostro Forni, la preparata manodopera capace di piegare la resistenza di masse contadine e operaie convinte, per parte loro, di poter finalmente realizzare la sognata e sempre rinviata rivoluzione? L’uso disinvolto delle armi, condannato dagli anziani, custodi e cultori di un’idea di socialismo tutto pace e fratellanza, avrebbe contagiato anche gli oppositori rossi, contribuendo a render accettabile anche a liberali di stretta osservanza l’idea di un fascismo inevitabile medicina per i mali italiani. Paesi di più antica, radicata democrazia potevano uscire quasi indenni dalle inevitabili convulsioni del dopoguerra. Ma i Paesi di più recente e fragile impianto socioeconomico e politico - e l’Italia lo era - pagavano alla ripresa prezzi altissimi.
Chi, alla stazione centrale di Milano, binario 23, alzi gli occhi a guardare le immagini che una saggia scelta storica ha preservato dall’iconoclastia inevitabile ad ogni violento cambio di regime, può vedere Mussolini ritratto mentre idealmente presenta al re, Vittorio Emanuele III, l’Italia di Vittorio Veneto, l’Italia del ’18. Non si potrebbe dir meglio ciò che una revisione democraticamente edulcorata di quella vicenda continua a raccontare in tutt’altro modo, cercando di ripulirla dal contagio fascista. Non che ogni nazionalismo dovesse precipitare in forme politiche di tal genere, ma chi guardi all’Europa del ventennio tra la prima e la seconda guerra mondiale non può non notare l’eccezionale diffusione del contagio. Da che cos’altro incubato se non dalla prima delle due guerre? La deriva autoritaria in Europa tra gli anni Venti e Trenta non sarebbe stata davvero una nostra esclusiva! In definitiva, la grande, vera perdente nel primo come nel secondo conflitto era stata l’Europa, pagando carissima la tabe nazionalista inoculata dalle monarchie assolute due secoli prima.
Intesa come conclusione della prima guerra mondiale, per quello che era stata e più sarebbe in seguito costata all’Europa e al nostro Paese, mi permetterò di concludere che a mio parere non ci sarebbe, il 4 novembre, proprio niente da celebrare. Reso tuttavia memoria riverente nei confronti di chi, più o meno convintamente, combatté ritenendo fosse un suo preciso dovere, e monito a un tempo alle nuove generazioni sulle conseguenze nefaste di nefaste idealità, come ho pure tentato di precisare, il 4 novembre può, tuttavia, essere ancora occasione utile di riflessione e di civile impegno. Ma non è che la mia sommessa opinione.

Giulio Guderzo


martedì 2 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Ricordare è un dovere. Commemorare: una vergogna

Il nostro comunicato sul ciclo di incontri sulla grande guerra promossi da un esponente di Fratelli d'Italia con Assoarma presso la Prefettura di Pavia.

Il 28 settembre 1915, la circolare 3525 a firma di Luigi Cadorna, stilava parole simili a proiettili : “ il superiore ha il sacro dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Chiunque tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere sarà raggiunto dalla giustizia sommaria del piombo dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe”.
E autentici erano i proiettili del fuoco amico che fecero fuori, citiamo come esempio, i soldati della Brigata Catanzaro a Santa Maria La Longo tra il 15 e il 16 luglio 1917, lasciando tra i terrorizzati sopravvissuti una sorda scia di rancore e di ostile sottomissione, come ebbe a scrivere un insospettabile Duca di Aosta, Comandante della III Armata.
Per quegli strani scherzi della storia, il 28 settembre è anche la data prescelta per la prima delle iniziative denominate “verso la vittoria” rivolta alle scuole, prodotto dalla sinergia tra l’insegnante Paola Chiesa, Assoarma e il Prefetto di Pavia. Il 28 settembre “si parlerà di nuove armi” informa Paola Chiesa, aggiungendo anche che negli spazi prefettizi verrà esposta la riproduzione in miniatura di un carro armato FIAT 2000, 1917. Questa esposizione, chissà perché, ci richiama alla mente Andrea Graziani, detto “il generale fucilatore”, dal 1923 Luogotente Generale della milizia volontaria per la sicurezza nazionale fascista, le cui gesta di massacratore di soldati sono ampiamente narrate nel libro Plotone di esecuzione di Monticone Forcella.
ANPI Provinciale sostiene la proposta della sezione Onorina Pesce Brambilla di Pavia e invita le scuole, i ragazzi, gli insegnanti, i cittadini ad una esplicita diserzione.
Gli “interessanti aneddoti” con cui saranno intrattenuti gli studenti, e i roboanti i titoli delle conferenze ammantano una sequela di banalità insulse e superficiali, che accrescono - non il sapere, ma - la rapidità dello sprofondamento verso una inquietante deriva patriottarda nazionalista, dove l’unico punto di vista legittimo diventa quello della retorica militarista.
Disertate. La grande guerra va indagata e studiata sui testi di storici autentici, come Mario Isnenghi o Giorgio Rochat, o rivisitata in romanzi come “Un anno sull’altipiano” di Lussu. Così e come andrebbe ristudiata la Carta Costituzionale e con più attenzione riletto il suo articolo 11.
La grande guerra va ricordata nella complessità del suo divenire e nel suo esito finale che vide la fondazione dei fasci di combattimento e l’avvento del fascismo. Ricordare è un dovere, commemorare, una vergogna.

La segreteria ANPI Provinciale Pavia