venerdì 2 novembre 2018

Il valore di una medaglia

Proponiamo la lettura di un articolo pubblicato da Patria Indipendente, ringraziando Francesco Tessarolo per l'analisi che coinvolge Varzi e la Medaglia d'Oro al Valor Militare da poco riconosciutagli.


Roma e Varzi, la capitale italiana e una piccola città dell’Oltrepò pavese, decorate per la guerra di Liberazione con la massima onorificenza. Il conferimento nel luglio e nel settembre 2018. L’importanza e il significato attuale di un riconoscimento alla Resistenza militare e civile, meritato e a lungo atteso.

Abbiamo già dato notizia del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Roma e alla città di Varzi. Un’apposita commissione ministeriale ha valutato le domande di riconoscimento pervenute. Tale parere è stato poi inviato al ministro competente ed in ultima istanza al Presidente della Repubblica. Della commissione, oltre a Gianfranco Pagliarulo e Carlo Buscalferri, a nome dell’Anpi nazionale, faceva parte anche il professor Francesco Tessarolo, presidente nazionale della Federazione italiana Volontari della Libertà. A lui abbiamo chiesto questo articolo.


Nei giorni scorsi, il sito della Presidenza della Repubblica ha pubblicato le motivazioni delle due Medaglie d’Oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi (Pavia); la lettura delle rispettive motivazioni ci porta ai drammatici eventi che hanno contrassegnato la storia italiana nel corso degli ultimi venti mesi del secondo conflitto mondiale, ma anche a riflettere sul senso morale e civile dell’onorificenza attribuita (vedi In primo luogo, occorre riandare alla situazione che si era determinata in Italia all’indomani dell’8 settembre, giorno in cui venne comunicato l’armistizio: il sovrano e il governo Badoglio non avevano esitato a lasciare la Capitale ai tedeschi e il Paese nel caos; l’Esercito e l’Aeronautica erano allo sbando, disorientati da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci, talvolta contraddittori; la Marina fu costretta a raggiungere i porti dello stesso nemico contro cui aveva combattuto fino al giorno prima; la popolazione, in un primo momento ignara e festante, perché convinta dell’agognata fine della guerra, si ritrovò poi smarrita, disorientata, sconvolta. In questo vuoto di disposizioni, certezze, riferimenti, iniziò la Resistenza, nei grandi centri urbani come nei piccoli paesi, che a Roma si espresse subito nella difesa della città con la strenua battaglia di civili e militari a Porta San Paolo e poi nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana; subì i tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, il martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta; sopportò le più atroci torture nelle carceri di via Tasso e le più indiscriminate esecuzioni. La fiera popolazione della piccola Varzi sostenne le distruzioni subite, combatté le epiche battaglie del luglio e del settembre 1944 contro il nemico nazifascista.


Fu una Resistenza che sorse anche spontanea contro la dura occupazione straniera e il progetto nazista del “nuovo ordine europeo”, un progetto basato sull’oppressione e sulla schiavitù, sull’odio razziale e su un conformismo forzato e profondamente illiberale; un progetto esplicitamente condiviso dai fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”, che, dopo le prime settimane di smarrimento, si schierarono accanto ai tedeschi. Fu una Resistenza dalle molteplici forme, con la popolazione civile che aiutava i partigiani e nascondeva ricercati, ebrei e prigionieri alleati, con gli internati militari italiani che, a più riprese, rifiutarono il cibo e le condizioni migliori proposte dai tedeschi, con i tanti giovani che, con armamento insufficiente e in situazioni difficili, seppero infliggere gravi colpi alla stessa Wehrmacht.
È indubbio che la Resistenza armata abbia avuto un ruolo importante nella vittoria alleata, tuttavia, a distanza di oltre settant’anni dalle stragi, dai rastrellamenti, dalle rappresaglie che segnarono la guerra di Liberazione, oltre agli aspetti militari, credo sia giunto il momento di dare il giusto rilievo proprio alla dimensione morale e ideale della Resistenza italiana, una dimensione che accomunò tutte le diverse culture politiche delle formazioni partigiane: sia quelle comuniste che quelle socialiste e quelle ispirate al partito d’azione, sia quelle liberali che le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche. Pur tra mille difficoltà, tutte le formazioni partigiane avevano ben compreso come prima del dibattito democratico, segnato da inevitabili e necessarie divergenze, occorresse rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, quei vincoli che il comandante piemontese Enrico Martini Mauri così riassumeva: “Certo, durante i periodi di relativa quiete sui monti, erano sempre i progetti di un’Italia più bella, quelli che occupavano le menti dei partigiani”; quei vincoli che Nino Bressan, figura di spicco della Resistenza cattolica vicentina, ebbe a ricordare in questi termini: “Nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra e al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione”.

Le due Medaglie d’Oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi ci portano quindi a riflettere sull’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, come singoli e come comunità; un’idea che deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche oggi: in momenti nei quali appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato e al tornaconto immediato assunti come unici criteri di riferimento, in una fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette e miopi, sorrette solo dalla ricerca esasperata di un facile ed immediato consenso. Riflettere sulle medaglie d’oro conferite alla Capitale e a una piccola cittadina dell’Oltrepò pavese, rievocare oggi le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica Italiana, significa uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte collettive e quelle individuali, significa ritrovare il coraggio di riaffermare e tutelare sempre quella dimensione etica e ideale, quel futuro comune e condiviso che portò alla nascita della Repubblica e fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita.
Francesco Tessarolo, presidente della Fivl


giovedì 1 novembre 2018

Comunicato sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla


Anche quest’anno, il 5 novembre l’ANPI sarà in piazza per un corteo antifascista in centro a Pavia. L’occasione è nota: i neofascisti dell’associazione “Recordari” hanno indetto una manifestazione per commemorare il camerata Emanuele Zilli. Come al solito, la commemorazione sarà il pretesto per fare apologia del fascismo, con sventolio di celtiche, chiamate del presente e saluti romani di rito. Tutte condotte che costituiscono reato, e violano il regolamento comunale antifascista ancora in attesa della prima applicazione: che sia questa la volta buona?
Per una casualità, la mattina dello stesso 5 novembre, in università parlerà il ministro Centinaio, che da vicesindaco di Pavia aveva più volte espresso, se non aperto appoggio, almeno vicinanza a esponenti politici neofascisti. Un motivo in più per il nostro corteo.
Dallo scorso anno, la manifestazione fascista non si tiene più in centro, ma è confinata nell’area Vul. Il 5 novembre 2016 noi c’eravamo, e sappiamo quanto ci è costato questo risultato: il bilancio conta le manganellate di quella sera e 30 denunce. Dalle manganellate ci siamo ripresi, e ventitré delle trenta denunce sono state archiviate. Sette persone andranno a processo: tra di loro c’è il presidente onorario della sezione ANPI Pavia Centro, Claudio Spairani. Ancora un motivo per il nostro corteo. Lunedì prossimo saremo in piazza, perché le strade della nostra città non vanno lasciate ai fascisti, per quanto questi siano lontano dagli occhi. E saremo in piazza anche per esprimere tutto il nostro sostegno ai sette imputati per i fatti del 2016. Inoltre, annunciamo fin da ora che riprenderemo la raccolta fondi per le spese legali, e che seguiremo il processo presenziando a ogni udienza, facendo costantemente informazione sul suo svolgimento. I nostri compagni non sono soli. Sappiamo che tutta questa vicenda si concluderà per noi nel migliore dei modi.
L’appuntamento è per il 5 novembre, alle ore 20:45: concentramento in Piazza del Municipio. Invitiamo le sezioni ANPI del territorio a unirsi a noi.
Fin dalla mattina, Pavia sarà antifascista, e lo mostreremo a chiare lettere.



martedì 30 ottobre 2018

L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista

L'ANPI Provinciale di Pavia, col patrocinio di ANED, ISTORECO, Comune di Pavia, Provincia di Pavia, organizza la mostra L'offesa della razza - razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista. L'inaugurazione avverrà il 24 novembre alle ore 17:00 con la presenza di Gianni Sacco e Francesca Fiorani.
La mostra gratuita e aperta a tutti, in particolare agli studenti, è stata realizzata da Regione Emilia Romagna - Istituto beni artistici culturali naturali, che ringraziamo per la collaborazione
 La mostra è articolata in tre sezioni: immaginario, ideologico, persecuzione. Resterà aperta fino all'8 dicembre compreso.
Anticipiamo che il 5 dicembre, nel ricordo della deportazione del ghetto di Venezia, ci sarà un evento speciale, con la partecipazione di Matteo Corradini, premio Andersen 2018.
Ringraziamo tutti coloro, e sono troppi per citarli tutti, che ci hanno aiutato nel percorso preparatorio della mostra. Il nostro ringraziamento speciale va al dott. Tovoli e ad Antonella Campagna che ci ha aiutato nella individuazione dei relatori, e alle ottime collaboratrici della Biblioteca Universitaria di Pavia, Valentina Serra e Eliana Iero, che hanno realizzato con grafica impeccabile la nostra locandina sul layout di Regione Emilia Romagna.

sabato 27 ottobre 2018

V Edizione concorso "Alla scoperta della Resistenza" - Coltivare la Memoria per coltivare il futuro.

Giunto ormai alla sua V edizione, anche quest'anno è bandito il concorso "Alla scoperta della Resistenza", promosso dalla sezione ANPI di Varzi col patrocinio del Comitato Provinciale di Pavia. 

Il concorso, avente per tema “COLTIVARE LA MEMORIA PER COLTIVARE IL FUTURO” è un invito a tener viva la Memoria collettiva del Territorio che custodisce luoghi, ricordi di persone, storie della Resistenza, che corrono il rischio di essere dimenticati.
Numerosi sono i segni del passato che, nel Territorio, parlano di una Memoria resistenziale coltivata dalla popolazione locale, ma che potrebbe essere perduta, senza il continuo esercizio e il coinvolgimento attivo, interessato dei giovani.
“COLTIVARE LA MEMORIA” è importante, perché scoprire e ricordare i luoghi, i segni, le persone, le azioni della Resistenza facilitano la comprensione e l’approfondimento di un movimento storico, che ha dato origine alla libertà, alla democrazia, alla Costituzione del nostro Paese, valori d’importanza vitale da non perdere, da difendere continuamente, per garantire un FUTURO senza più ingiustizie, soprusi, violenze.
Ieri come oggi e sempre c’è bisogno di Resistenza. Non dimentichiamo questa parola:
RESISTENZA

Avete tempo fino al 25 aprile 2019 per inviare i vostri elaborati nella forma preferita (saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, video, fumetti, espressioni pittoriche), sugli esercizi compiuti per praticare la Memoria della Resistenza, seguendo le modalità indicate nel bando disponibile a questo link:
https://drive.google.com/file/d/1tvDjAijd7-5bhqqsymkvWpYeLeDbUcud/view?usp=sharing







martedì 23 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Comunicato della sezione ANPI Pavia "Onorina Pesce Brambilla"


Il prossimo 4 novembre, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrerà la festa nazionale delle forze armate a Trieste. Nel centenario della battaglia di Vittorio Veneto, la scelta non è ovviamente casuale. E noi crediamo che sia una scelta sbagliata: le brame su Trieste italiana alimentavano la propaganda interventista alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915; l’irredentismo triestino si nutriva di veementi invettive razziste contro le comunità cittadine non italofone. Un razzismo che all’indomani dell’annessione di Trieste e della Venezia Giulia all’Italia si tradusse nell’italianizzazione forzata di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue. Questo processo iniziò con il regime liberale, e trovò il suo compimento sotto il fascismo. Cent’anni più tardi, l’Italia non ha ancora fatto realmente i conti con il passato: il razzismo, il colonialismo e i crimini di guerra dei carnefici italiani sono il grande rimosso della nostra coscienza. La carica simbolica di Trieste resta la stessa di cent’anni fa. Lo dimostra il fatto che Casapound abbia indetto un corteo nazionale proprio a Trieste, proprio il prossimo 3 novembre. Celebrare a Trieste il centenario dell’armistizio tra Italia e Austria non farà che riattivare quella carica simbolica, non solo nella propaganda neofascista, ma anche nel discorso istituzionale, la cui retorica, in questi tre anni di commemorazioni della grande guerra, non è mai cambiata. Il 24 maggio 2015, sempre a Trieste, il centenario dell’entrata in guerra fu ricordato con la manifestazione “l’esercito marciava”, durante la quale  l’allora ministra della difesa Roberta Pinotti portò la fiaccola nell’ultimo tratto della staffetta militare, per poi pronunciare un discorso che sembrava provenire da un comizio interventista di cent’anni prima. E ancora Casapound, il giorno precedente, celebrò l’entrata in guerra con un corteo nazionale nella Gorizia maledetta. Nel mentre l’ex Capo di Stato Giorgio Napolitano e lo storico Mario Isnenghi, quest’ultimo con una svolta di 180° rispetto ai suoi lavori precedenti, in una serie di conferenze spiegavano l’entrata in guerra italiana come una necessità storica, e non come una precisa scelta politica dettata da interessi economici e da mire espansionistiche, quale effettivamente fu. In questi tre anni di celebrazioni, le massime istituzioni repubblicane non hanno mai problematizzato l’assunto che la guerra fu un momento unificante nell’identità nazionale.

Già tre anni fa, la sezione ANPI Pavia Centro – Onorina Pesce Brambilla aveva scelto di non partecipare alle celebrazioni cittadine del 4 novembre: per i motivi di cui sopra, la scelta resta la stessa anche quest’anno. Alle ragioni viste fin qui, se ne aggiunge poi una di ordine locale. La prefettura di Pavia ha promosso, di concerto con Assoarma, un ciclo di conferenze sulla prima guerra mondiale dal titolo “Verso la vittoria”, su cui si veda il nostro comunicato del 27 settembre scorso: l’iniziativa è curata dal presidente di Assoarma Angelo Rovati e dall’insegnante delle scuole medie superiori Paola Chiesa, che ricopre anche la carica di segretaria cittadina del partito postfascista Fratelli d’Italia. Le conferenze propongono agli studenti la sola ricostruzione degli eventi bellici fatta propria dagli uffici storici delle forze armate. Tra i relatori chiamati a parlare, non ce n’è uno che rappresenti la storiografia laica. Promuovendo quest’iniziativa, il prefetto Visconti ha compiuto una scelta ideologica precisa, che conferma come anche a Pavia, la narrazione istituzionale della grande guerra coinciderà con il punto di vista delle forze armate.
Bibliografia e videografia consigliate:
Alessandro BarberoCaporetto, Laterza, Roma-Bari 2017.
Alessandro BarberoLa prima guerra mondiale. Dal Piave a Vittorio Veneto, ciclo di tre interventi al Festival della mente, Sarzana 2018, disponibile su youtube
Wu Ming 1Cent’anni a nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, Rizzoli, Milano 2015.

martedì 16 ottobre 2018

Il sabato nero del ghetto di Roma


Non la macilenta salmodia del cantore sperduto sul lontano altare; ma dall’alto della cantoria, nella romba osannante dell’organo, il coro dei fanciulli gloriava un cantico di sacra tenerezza […] Era il mistico invito ad accogliere il Sabbato che giunge, che giunge come una sposa. Giungeva invece nell’ex Ghetto di Roma, la sera di quel venerdì 15 ottobre, una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia. Non può esprimersi, l'agitazione le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. E' venuta da Trastevere di corsa. Poco fa, da una signora presso la quale va a mezzo servizio, ha veduto la moglie di un carabiniere, e questa le ha detto che il marito, il carabiniere, ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano una lista di 200 capi-famiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie.”
Una donna, oracolo della catastrofe, ignorata come una Cassandra di altre storie dopo la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illudendo gli ebrei che tutto quello che i tedeschi volevano fosse un riscatto in oro, è il personaggio che, sospeso tra finzione e realtà, apre "16 ottobre 1943", il romanzo di Giacomo Debenedetti, testimonianza della tragedia che trecento soldati tedeschi perpetrarono nei confronti della comunità ebraica di Roma, rastrellando e strappando alla vita 1024 tra uomini, donne, bambini, anziani, e persino ammalati e neonati.
Perché ai nazisti l'oro non basta, è soltanto una scusa.

Così all'alba di quel sabato 16 ottobre 1943, le camionette della SS invadono i vicoli intorno al Portico d'Ottavia, iniziando una spietata caccia agli ebrei che una volta catturati vengono raccolti in uno spiazzo nei pressi della sinagoga e caricati a forza sui camion. Un'azione capillare compiuta abitazione dopo abitazione, tra le vie, nelle case, negli esercizi di una città in cui nessun ebreo doveva sfuggire al reparto venuto appositamente a Roma al comando del capitano Dannecker, il quale aveva beneficiato della collaborazione di venti agenti di polizia messi a disposizione dalla Questura di Roma. Un'azione che si è potuta giovare anchedegli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno.
Debenedetti descrive in presa diretta una tra le più sentite testimonianze di quella somma sciagura, ultima tappa di un triste itinerario iniziato nel settembre del 1938 con la promulgazione delle leggi razziali e che disgraziatamente proseguirà nelle ore, nei giorni e nei mesi successivi, nel sommesso silenzio delle più alte istituzioni civili e religiose.

A questo link potete ascoltare la lettura del testo a cura di Moni Ovadia.

martedì 9 ottobre 2018

Verso l'altra guerra - Lezione sulla grande guerra


Proponiamo le riflessioni di Annalisa Alessio presentate in occasione di una iniziativa di formazione della sezione ANPI di Pavia "Onorina Pesce Brambilla".

[il disvelamento] Il passaggio forse più semplice ed efficace per rappresentare la grande guerra è, a mio avviso, in un grande testo di Remarque “ la via del ritorno”, il libro che segue di poco la pubblicazione del più famoso “niente di nuovo sul fronte occidentale”. Nel testo di Remarque, trova parole il “taciuto” della grande guerra :
ci hanno ingannati, ingannati come forse non sospettiamo nemmeno. Perché si è orribilmente abusato di noi. Ci dissero patria e intendevano i progetti di occupazione di una industria famelica, ci dissero onore e intendevano i litigi e i desideri di potenza di un pugno di diplomatici ambiziosi e di principi, ci dissero nazione ed intendevano il bisogno di attività di alcuni generali disoccupati. Nella parola patriottismo hanno pigiato tutte le loro frasi, la loro ambizione, la loro avidità di potenza, il loro romanticismo bugiardo, la loro stupidità, il loro affarismo e ce l’hanno presentato come un ideale radioso. E noi abbiamo creduto che fosse la fanfara trionfale di una esistenza nuova... Abbiamo fatto la guerra contro noi stessi, senza saperlo. E ogni proiettile che colpiva nel segno colpiva uno di noi. La gioventù del mondo si è messa in moto e in ogni paese ha creduto di combattere per la libertà. E in ogni paese l’hanno ingannata abusandone, in ogni paese ha combattuto per interessi anziché per ideali….una generazione di speranze, di fede, di volontà, di forza, di capacità fu ipnotizzata in modo che ha distrutto sé stessa a cannonate, pur avendo in tutto il mondo le stesse mete”.
Un romanzo può essere sovversivo assai più di una bomba: lo sanno bene i nazionalsocialisti che nel ’33 danno alle fiamme il libro, costringendo il suo autore alla fuga in Svizzera e poi negli USA.
[lettere dal fronte] la tesi della grande guerra come inesorabile declinazione sanguinaria del capitale e strategia delle nuove borghesie nazionaliste in caccia di affari e affermazione di sé come uniche garanti della tranquillità e del benessere della nazione torna in una lettera di VDS, 21 anni, viterbese, 9° artiglieria da fortezza, condannato ad un anno e dieci mesi di reclusione per insubordinazione. VDS scrive al padre pregandolo di dire a tutti “che la guerra è ingiusta perché voluta da una minoranza di uomini i quali profittando della ignoranza della grande massa del popolo si sono impadroniti di tutte le forze per poter comandare massacrare soggiogare, chi fa la guerra è il popolo i lavoratori loro che hanno le mani callose e che sono questi che muoiono sono essi i sacrificati mentre gli altri ricchi riescono a mettersi al sicuro,se il popolo arriva a capire il nocciolo della questione salteranno per aria loro e tutti i loro denari . ditegli che la guerra per il popolo significa aumento stragrande della miseria, significa fame, significa morte, e null’altro.” La motivazione della condanna, desunta dagli Archivi Militari riportati alla luce dopo 50 anni da Forcella/Monticone [“Plotone di esecuzione”], è riconducibile al fatto che V.D.S. “anziché lenire e rassicurare il padre triste per la sua lontananza, ne esasperava il dolore con principi sovversivi e di odio di classe.”

[entrata in guerra, la scelta] la partecipazione dell’Italia alla guerra fu oggetto di una scelta concentrata quasi esclusivamente nelle mani dell’esecutivo. (Ministro Esteri Sonnino; presidente del Consiglio Salandra). Espropriando il Parlamento delle proprie prerogative [“I poteri governativi avevano di fatto soppressa l’azione del Parlamento in un modo che non aveva riscontro negli altri Stati( cit. Giolitti Memorie) ], dopo aver condotto trattative segrete sia con gli imperi centrali sia con le Forze dell’Intesa, l’esecutivo andò alla sigla del trattato di Londra ( 26 aprile 1915) con una sorta di colpo di Stato parlamentare, appena rivestito di forme di legalità.
Non solo. Quasi ad anticipare il progressivo convincimento delle classi dominanti che una guerra breve e vittoriosa avrebbe facilitato, mediante l’instaurazione di una maggiore disciplina nel Paese, una involuzione in senso autoritario e novantottesco dello Stato, mentre si compie l’attentato di Sarajevo contro Francesco Ferdinando erede al trono di Austria e Ungheria, ( 28 giugno 1914) 100.000 uomini delle forze dell’ordine vengono inviati in Romagna a fronteggiare braccianti non numerosissimi e non armati, protagonisti della cosiddetta “settimana rossa”, episodio che sembra più la parodia di una rivoluzione che una rivoluzione vera e propria. La entrata in guerra dell’Italia ( 24 maggio 1915) andava quindi assumendo i contorni di una scelta di politica interna finalizzata a dare respiro alle forze della conservazione e dell’ordine costituito, allontanando minacce sovversive.
[il fascismo nell’aria] Non siamo al fascismo, certo, che frantumò anche la fragile ossatura dello Stato giolittiano. Tuttavia nello “stato profondo”, nell’autoritarismo dell’esecutivo, nella prevaricazione della legittimità democratica, nel livore antipopolare degli Stati Maggiori militari e dei corpi dello Stato, nella retorica nazionalista delle radiose giornate di maggio, nel graduale costituirsi di un blocco sociale eterogeneo tra la piccola borghesia cittadina impaurita dal pericoloso rosso, i suoi figli studenti innamorati di gagliardetti e bandiere, i grandi interessi dell’industria pesante ammantatasi delle parole patria e onore, trascinanti ed emozionanti, capaci di sprigionare un venefico contagio anche tra gli esclusi da ogni profitto, sono forse già leggibili in embrione i tratti del fascismo italiano.
[la vittoria, conseguenze ] Guerra di nazionalismi esasperati, dunque; in Italia la grama vittoria [ nell’aprile del 1919 il Presidente del Consiglio Ministri Orlando e il ministro degli esteri Sonnino abbandonarono la conferenza di Parigi per protesta contro la scarsa considerazione degli interessi italiani da parte degli alleati dell’intesa] lasciò irrisolti i pesanti squilibri strutturali e gli annosi problemi del giovane Stato, aggravando i tratti di un balbettante capitalismo straccione e imprimendo una fortissima accelerazione al processo di accumulazione e concentrazione dei capitali della industria siderurgica, [ il bilancio 1915 della Fiat di Torino si chiude con un utile netto di 8 milioni, i maggiori azionisti si dividono profitti enormi, con dividenti che ammontano a 3.910.000 lire; nel 1916 gli utili salgono ancora, il capitale è aumentato sino a 37 milioni. Nell’aprile 1918 il capitale in lire-oro è già a 50 milioni; nel giugno 1918 tocca i 100 milioni. Alla fine della guerra il capitale Fiat è giunto a 125 milioni e gli indici degli utili sfiorano l’ottanta per cento contro il 9/25 per cento di prima della guerra] alla formazione dei grandi gruppi familistico-territoriali ingrassati dalle commesse militari, un apparato produttivo concentrato e squilibrato, una macchina dello Stato improvvisata, a compartimenti stagni largamente infeudata dagli interessi dei più grandi gruppi economici, un personale dirigente tenuto insieme da una comune vocazione autoritaria, una opinione pubblica formatasi sotto il segno della guerra e della esasperazione.

[la vittoria mutilata] da subito la trasmutazione della “vittoria” in “vittoria mutilata” aprì le porte alla dannunziana impresa di Fiume (settembre 1919) e innescò un sotterraneo sentire che, annullando le categorie di classe, ad arte sostituite con quelle della freschezza e della giovinezza (vedasi canzone Giovinezza Giovinezza ) irridenti la vecchia moralità giolittiana, trova speranza nel fascismo, vedendo in esso la forza che avrebbe riscattato il Paese da queste mutilazioni.
[il lessico della dittatura] Facciamo un salto nello spazio e nel tempo. E’ il 25 dicembre 1914 sul settore settentrionale del fronte occidentale nelle trincee della Fiandra, a sud dell’abitato di Ypres, quando i soldati dei contrapposti fronti escono allo scoperto, si incontrano nella terra di nessuno. Non è un ammutinamento e non è una ribellione. L’episodio - noto come tregua di Natale - è leggibile come la riemersione, in un universo di inaudita ferocia, di una forma di umana solidarietà, forse accompagnata dagli scambi di poveri beni, cioccolata o fiammiferi, forse da una improvvisata partita di pallone, forse dal sordo scavare nella terra per il seppellimento dei morti. Tuttavia tanto bastò, perché un oscuro caporale austriaco scrivesse nel suo diario “ dove è andato a finire l’onore dei tedeschi?”. Questo diario sarebbe stato pubblicato anni dopo con il titolo Mein Kampf. Il nome del caporale austriaco era Adolf Hitler. Il lessico della grande guerra costruisce già il lessico della dittatura.
[1919 anno della rivoluzione]la caduta degli Hohenzollern in Germania, lo sgretolarsi dell’impero degli Asburgo, la fuga dell’ultimo imperatore, i moti spartakisti a Berlino, la rivoluzione bolscevica, i soviet in baviera... tutti gli straordinari e clamorosi avvenimenti della fine del ’18 e del principio del ’19 colpirono le fantasie e suscitarono la speranza che il vecchio mondo stesse per crollare e che l’umanità fosse sulla soglia di una nuova era e di un nuovo ordine sociale”- scrive Pietro Nenni.
Anche il Comitato centrale della Associazione nazionale combattenti (gennaio 1919) integra il concetto di patria con il concetto di umanità e ne sottolinea la differenza rispetto all’egoismo nazionale.
Il 1919 è l’anno della rivoluzione italiana. Le masse hanno cominciato la loro lotta per il pane, la terra, la libertà. I ponti con il passato sembrano rotti per sempre. E’ il presagio della Quarta Italia, l’Italia del Quarto Stato. In questo stesso anno, all’Italia proletaria vengono meno i capi e i programmi. E’ l’anno della fondazione dei fasci di combattimento.

Bibliografia
Piero Pieri, L’Italia nella prima guerra mondiale

Giuliano Procacci, Storia degli Italiani

Emilio Del Bono, Nell’esercito nostro

Olindo Malagodi, Conversazioni sulla guerra 15-18

Guerrini/Pluvian, La giustizia militare durante la grande guerra, annali della Fondazione Ugo La Malfa Storia e politica XXVIII 2013

Giorgio Rochat, Gli storici italiani e la grande guerra
La tregua di Natale, lettere dal fronte, progetto Plum Pudding curato da Alan Cleaver e Lesley Park
Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale
Remarque, La via del ritorno
Melograni, Storia politica della grande guerra
Spriano, Torino operaia nella grande guerra