La scrittura, il marxismo, l'arte e la bellezza - rigorosamente in ordine sparso.
lunedì 5 febbraio 2018
Nell’ottantesimo anniversario, l'ANPI Provinciale promuove una mostra fotografica e documentaria sui bombardamenti fascisti sulla Catalogna durante la Guerra Civile Spagnola. L’avvenimento è poco conosciuto ma molto significativo, in quanto rappresenta uno dei primi episodi di bombardamenti su civili indifesi e su una grande città europea. La mostra è stata sinora presentata in 60 città per un totale di 87 esposizioni tra cui Roma (biblioteca della Camera dei Deputati), Milano (Casa della Memoria), Genova ( Palazzo Ducale) Venezia (Università Cà Foscari). La guerra Civile Spagnola (1936-1939) fu il primo conflitto armato in cui l’aviazione rivestì un ruolo decisivo. I ripetuti bombardamenti che colpirono la “zona repubblicana” inaugurarono un nuovo modello di scontro bellico, all’interno del quale la retroguardia si convertì in fronte di guerra e la popolazione civile in bersaglio per il nemico. Questa mostra ci introduce ai bombardamenti della Catalogna che produssero migliaia di morti, feriti e danni materiali. Inoltre si dà risalto alla resistenza delle cittadine e dei cittadini che costruirono centinaia di rifugi antiaerei per far fronte agli attacchi indiscriminati dell’aviazione fascista italiana e tedesca che appoggiava militarmente l’esercito franchista. L’importanza di questa guerra sta anche nel fatto che si tratta del primo episodio di antifascismo europeo, il primo momento in cui vennero coinvolti nella lotta armata migliaia di antifascisti provenienti da tutte le parti del mondo.
Ideazione: Memorial Democratic di Barcellona e Centro Filippo Buonarroti di Milano
Curatori: Centro Filippo Buonarroti di Milano e Associazione AltraItalia di Barcellona.
La mostra si apre a Pavia, venerdì 9 febbraio alle ore 18:00 presso lo spazio in Santa Maria Gualtieri, piazza della Vittoria, 4 - con la presenza di Cristina Muccioli (Accademia di Brera per una illustrazione del dipinto Guernica), e prosegue a Vigevano come da dettagli indicati in locandina.
Diamo spazio al bando di ammissione al Master in immigrazione, genere, modelli familiari e strategie di integrazione, indetto dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università degli Studi di Pavia, coordinato dalla professoressa Anna Rita Calabrò. Sono aperte le iscrizioni alla DECIMA edizione del Master in “Immigrazione, Genere, Modelli Familiari e Strategie di Integrazione” dell'Università degli Studi di Pavia. Il Master ha lo scopo di formare e potenziare le capacità progettuali e di gestione delle figure professionali che sono chiamate a disegnare, gestire e monitorare servizi e misure volti a facilitare l’integrazione degli immigrati e delle loro famiglie. L’impostazione dei contenuti formativi del Master è contrassegnata dalla prospettiva di genere e da un taglio fortemente interdisciplinare: discipline socioantropologiche, storico-politiche, psicologiche, giuridiche, linguistiche, della comunicazione e sanitarie. Il Master è di durata annuale: le lezioni inizieranno il 23 marzo 2018 e si concluderanno nel mese di dicembre 2018 (con una pausa estiva nei mesi di luglio e agosto). Le lezioni si svolgeranno nelle giornate di venerdì e sabato. Il Master dà 60 CFU (crediti formativi) Scadenza invio candidature: 20 febbraio 2018 Il bando di ammissione con le indicazioni sulle modalità di candidatura e le informazioni complete sull’organizzazione del Master è scaricabile alla pagina http://www.unipv.eu/site/home/didattica/post-laurea/master/master-ilivello/articolo13741.html L’INPS offre 5 borse di studio a figli e orfani di: - dipendenti e pensionati iscritti alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali; - pensionati utenti della Gestione Dipendenti Pubblici. Saranno inoltre disponibili alcune borse di studio libere, a copertura parziale della quota, offerte da enti sostenitori: le informazioni relative verranno pubblicate e regolarmente aggiornate sul sito del master. Per maggiori informazioni: Segreteria organizzativa Dott.ssa Barbara Berri Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali - Università degli Studi di Pavia e-mail: master.genereimmigrazione@unipv.it http://www.immigrazionegenere.com
Il progetto “Pietre d'inciampo” (in tedesco Stolpersteine) nasce dall’idea dello scultore Gunter Demnig, affinché la memoria incontri le generazioni future attraverso il tessuto urbano e sociale, divenendo parte integrante della vita quotidiana, consegnando una memoria diffusa tra quanti abitano le nostre città, tesa a ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista.
La posa, nei pressi dell’ultimo domicilio conosciuto della persona deportata, o di un luogo significativo della sua esistenza, è un modo di restituirle il nome, sottraendola al barbaro anonimato cui venne ridotta in lager, e di riportare a casa almeno la memoria di coloro che dal campo di sterminio non fecero ritorno.
Ogni pietra costituisce pertanto una sorta di inciampo interiore, che invita a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, e partecipa in modo transnazionale, alla costruzione di un monumento partecipato, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee dello sterminio nazista e fascista, e ci impegna, oggi, contro ogni forma di razzismo.
L'iniziativa, partita a Colonia nel 1995, consiste nell'installazione, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, di blocchi in pietra ricoperti al di sopra con una piastra di ottone della dimensione di un sampietrino (10 x 10 cm.), recante il nome della persona, l'anno di nascita, la data, l'eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. La prima pietra fu posata abusivamente a Colonia; ora ve ne sono oltre 60 mila in diverse città europee, oltre 200 a Roma, e decine in altre città d'Italia, quali Torino, Genova, Bolzano, Ravenna, Venezia e molte altre.
Nel giugno scorso ANED Provinciale Pavia ed ANPI Provinciale Pavia hanno costituito il Comitato Promotore, di cui è stato eletto Presidente Marco Savini, storico e ricercatore di Aned, e vice presidente Monica Garbelli di Anpi Provinciale. Il Comitato, che ha ricevuto consenso e patrocinio della CGIL, della Provincia di Pavia, e dei Comuni coinvolti nella posa delle pietre da inciampo, ha seguito l’iter procedurale che ha portato lo scultore per la prima volta nella nostra provincia, e precisamente a Pavia, Broni, Vigevano e Varzi; dando vita a questa esperienza di grande suggestione e forza comunicativa.
Il progetto, basato sull'idea che fare memoria è il risultato virtuoso della sintesi tra emozione, rigorosa documentazione e l'evento della posa, è stato affiancato da un percorso didattico coinvolgente alcune classi dell'Istituto comprensivo “ P. Ferarri” di Varzi, incaricate nella ricerca storica volta alla redazione delle biografie dei deportati alla cui memoria sono dedicate le Pietre d'inciampo di Varzi, e qui di seguito illustrate. L'obiettivo del laboratorio di storia è stato così un percorso di lavoro sulla memoria presente e sulle forme di comunicazione e narrazione di questa memoria, facendone emergere i meccanismi e le dinamiche del ricordo.
UGO DOMENICO BOZZI
Nato a Menconico il 17 maggio 1926, morto a Gusen.
Di professione agricoltore, renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, al comando di ‘Primula Rossa’.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944 assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126085), vi muore il 19 marzo 1945.
RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Località San Martino piazza della chiesa
Monumento ai Caduti posto in località San Martino nel comune di Varzi nella piazza della chiesa
2. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
3. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola
Nato il 7 aprile 1928 a Sant’Albanodi Val di Nizza, morto a Mauthausen.
Di professione manovale, a soli sedici anni entra nelle formazioni partigiane, Brigata garibaldina ‘Capettini’, Divisione ‘Aliotta’.
Viene arrestato dai tedeschi assieme a numerosi compagni, alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944.
È rinchiuso dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e a San Vittore.
Il 30 dicembre 1944 risulta incarcerato nel braccio tedesco e il 16 gennaio 1945 inviato al campo di Bolzano. Da qui viene deportato a Mauthausen, dove arriva il 4 febbraio e gli viene assegnato il numero di matricola 126114.
Trasferito il 17 febbraio a Gusen, muore probabilmente il 25 marzo, nel giorno del suo trasferimento a Wels.
RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola
Nato a Varzi il 15 gennaio 1927, morto a Mauthausen.
Di professione contadino; entra a far parte da giovanissimo della Brigata garibaldina ‘Capettini’, divisione “Aliotta”.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126540), vi muore in data imprecisata.
RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola
Nato a Varzi il 2 gennaio 1924, morto a Mauthausen.
Di professione manovale; renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, prendendo parte a molti combattimenti.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126358), viene poi trasferito a Gusen il 16 febbraio, per tornare poi al campo principale il 1° marzo, dove muore il 13 marzo 1945, per setticemia.
RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola
Una pagina del passato torna a vivere nelle nostre città. Viene inscritta nel selciato stradale affinché tutti coloro che passano tornino a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, in un intreccio di generazioni e spazi differenti.
Gunter Demnig, ideatore delle Stolpersteine, le Pietre d'inciampo, ha posato la prima pietra a Pavia. Questa pietra restituisce il nome, strappato durante la prigionia, a Rosa Gaiaschi Pettenghi, antifascista, catturata dalle camice nere su delazione in piazza Petrarca al civico 32, nella casa in cui abitava con il marito e il figlio, fu internata e deportata in lager a Ravensbrück. Con essa, Pavia partecipa alla costruzione di un monumento diffuso, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee.
Con questo video, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti e coloro che hanno collaborato con il Comitato promotore del Progetto Pietre di inciampo della Provincia di Pavia.
"La montagna un giorno, è diventata una scelta. E ora è la nostra casa, il nostro letto, il nostro precario rifugio, qualche volta la nostra prigione, la nostra tomba" (cit. Del Boca, La scelta). Domenica 14 gennaio sono state posate a Varzi le Pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria di cinque partigiani catturati sulle montagne del Brallo, tradotti e ammazzati in lager. Ugo Domenico Bozzi 1926-marzo 1945 assassinato in lager. Mario Casullo 1928-marzo 1945 assassinato in lager. Giacomo Centenaro 1925-marzo 1945 assassinato in lager. Antonio Degli Alberti 1927-assassinato in mese imprecisato anno 1945 in lager. Antonio Poggi 1924- marzo1945 assassinato in lager.
Gunter Demnig - artigiano della memoria, ideatore delle Pietre d'inciampo, monumento diffuso efficace a inscrivere nel tessuto urbano e sociale delle città europee la memoria dei cittadini deportati - ha realizzato la prima posa dell'edizione Inciampare per ricordare, progetto curato dal Comitato Provinciale Pietre da Inciampo Provincia di Pavia, con ANPI e ANED. Un breve video che illustra le operazioni, realizzato dal nostro presidente provinciale Santino Marchiselli Noi, che non abbiamo dimenticato.
Molto spesso citata, ma poco conosciuta; a volte esaltata, ma non sempre compresa nella sua completezza; è il frutto di un lungo e aperto dibattito, prima nella Commissione dei Settantacinque e poi in Assemblea; ha settant'anni, ma non li dimostra: è la Costituzione della Repubblica Italiana. Straordinariamente ricca e attuale, continua a costituire l'oggetto di analisi e di studio per politologi, storici, costituzionalisti, e studiosi di diritto.
Apre con la disamina dell'articolo 1, la collana edita da Carocci, che, attraverso brevi saggi monografici, focalizzati sui primi dodici articoli della Carta, analizza in profondità i contenuti essenziali, in una prospettiva estranea alle celebrazioni retoriche, con l'obiettivo di sviscerare e ricomporre ciascun articolo all'interno di tre grandi cornici interpretative: la loro genesi storica, le tensioni scaturite nell'ambito del dibattito costituente e la loro effettiva applicazione e attualità.
Pubblichiamo un estratto del primo volume, curato da Nadia Urbinati.
«L’art. 1 è la carta d’identità del nostro Paese: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. In 24 parole sono contenute le premesse di tutti gli articoli che seguono: sui diritti fondamentali, su criteri e limiti delle relazioni civili, sociali ed economiche e sulla forma rappresentativa e parlamentare del governo. Si tratta di un incipitrivoluzionario, un rovesciamento di prospettiva rispetto al preambolo dello Statuto albertino che aveva retto l’Italia dal 1861: là era il monarca che, originariamente nella lingua dei suoi avi, il francese, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” e “prendendo unicamente consiglio dagli impulsi” del suo “cuore” concedeva i diritti ai “regnicoli”; qui è l’Italia che nella sua lingua dichiara sé stessa direttamente, senza appellarsi a nessuna entità al di sopra o al di fuori di essa, e dove i suoi sudditi sono il sovrano.»
Riportiamo l'intervista apparsa su Patria Indipendente, a Aldo Tortorella, partigiano, giornalista, filosofo, parlamentare, dirigente comunista, in cui si affronta il tema relativo al dilagare del fenomeno neofascista.
Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?
Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano. Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishmentmoderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando. Logicamente ci si è rivolti altrove, e soprattutto a chi sembrava esterno al sistema di potere e portatore di una soluzione altra da quella discreditata. Ha pesantemente influito, in Italia, l’antica campagna antipartitica purtroppo alimentata da forme di corruzione endemica. L’imprenditore “che dà lavoro” è divenuto una figura di riferimento, quasi eroica. Il politico che “sa solo chiacchierare” e che in taluni casi viene scoperto a rubare o ad approfittare del suo ruolo diventa il nemico. Lo stesso metodo democratico fatto di diversità e di contrasto di opinioni diventa poco comprensibile, poi fastidioso, poi non più tollerato.
Prendono piede le apparenti soluzioni semplici. “Mandiamoli tutti a casa” si trasforma facilmente in volontà di governo forte e di “uomo forte”. Inoltre prende facile avvio anche la rivalutazione del passato fascista: facevano le bonifiche delle paludi, facevano le case popolari, eccetera. E si ignora che il fascismo ha promosso la più grande strage del secolo passato con la guerra mondiale, la morte di milioni di italiani, la rovina totale del Paese. E ancora adesso siamo un Paese occupato da basi straniere con relative bombe atomiche. Una propaganda costante non contrastata ha diffuso una idea orribile della Resistenza esasperando alcuni episodi tacendo sulla barbarie nazista e fascista. Naturalmente, su questa realtà intervengono settori del capitale che investono in questi gruppi considerati strumenti di riserva da usare in caso di bisogno e comunque tali da spostare a destra l’asse politico.
Ezra Pound, il poeta filonazista e filofascista (da https://www.biography.com/.image/t_share/ MTE5NDg0MDU1MTAzNzY4MDc5/ ezra-pound-9445428-1-402.jpg)
Un’organizzazione giovanile neofascista, “Azione studentesca”, ha vinto le elezioni della Consulta provinciale degli studenti di Firenze (a Firenze!). Il nuovo presidente della Consulta è un rappresentante di questa organizzazione. Peraltro nel mondo dell’associazionismo in generale le formazioni neofasciste sono sempre più presenti. Costa sta succedendo fra le giovani generazioni?
Non posso rispondere sul caso di Firenze che non conosco altro che per le sommarie cronache dei giornali. Mi pare che si debba distinguere sempre tra votanti e votati e anche tra capi e seguaci. Leggo che l’associazione di destra ha portato avanti rivendicazioni capaci interessare molti. Leggo anche che farebbero propaganda parlando delle foibe triestine ad opera degli jugoslavi di Tito. Queste furono una infamia senza possibili giustificazioni. Ma temo che non ci sia nessuno che ha informato quei giovani delle infamie compiute dai fascisti contro gli sloveni.
Comunque, parlando in generale, le giovani generazioni sono le più penalizzate dalla situazione che ho richiamato prima. Le cifre della disoccupazione giovanile sono note. Ed è noto che il lavoro precario, mal pagato, privo di tutele e garanzie prevale tra il giovani. Non c’è avvenire e non c’è speranza. Tra i giovani può avanzare l’ideologia che dice: il socialismo è fallito, la democrazia è fallita, facciamo piazza pulita, imbocchiamo una strada nuova tutta nostra. Solo i gruppi dirigenti ideologizzati sanno che la strada nuova è quella vecchia. Ciò che viene presentato ai giovani su cui si punta per farne dei quadri delle formazioni neofasciste è un misto di nazionalismo razzista (l’Italia umiliata dalla sinistra succube, le aziende italiane vendute agli stranieri, gli italiani sommersi dagli immigrati ecc) e di rivoluzionarismo di pseudo sinistra (contro l’americanismo, confusione tra governo Netanyahu ed ebrei, misure di socialità ecc). Ezra Pound fu tipico di questa ideologia: pensando di essere un rivoluzionario antiborghese coprì le più atroci infamie naziste e fasciste.
Un’inchiesta di Patria Indipendenteha rivelato che su Facebook vi sono circa 2700 “pagine” di ispirazione di estrema destra radicale, e molte centinaia di queste propongono messaggi di esplicita apologia del fascismo. La sola pagina di CasaPound Italia ha circa 225mila “Mi piace”. Come interpreti questo fenomeno?
Oltre a ciò che ho detto prima penso che ci sia stata distrazione tra tutte le forze democratiche pensando che si trattasse di episodi marginali ed evitando un contrasto ideale, morale e politico. Anche le forze democratiche più avanzate come furono i comunisti italiani commisero l’errore di considerare che la Resistenza fosse stato un lavacro della nazione. Non era così. Le basi del fascismo furono nella tendenza autoritaria che le classi possidenti mettono in campo quando vengono messe in discussione le basi del loro potere. Dopo la Prima guerra mondiale masse di soldati senza occupazione e masse di lavoratori premevano per migliori condizioni di vita e scuotevano le basi del potere. In più la rivoluzione russa avvalorò l’idea erronea che fossero mature le condizioni della rivoluzione ovunque. Nacquero lotte senza sbocco e anche aspre divisioni nel movimento operaio che furono poi corrette, ma quando era troppo tardi. Il capitale agrario e industriale volse a suo favore lo scontro, alleandosi con il ceto medio frustrato e con i reduci scontenti e trascurati a sinistra, promuovendo la soluzione dittatoriale. Ma questa fu contrastata solo da minoranze. E un consenso vi fu a lungo e fino alla tragedia della guerra. Occorreva non rimuovere questo dato. Chiarire a fondo il rapporto tra tirannide e arretratezza italiana. L’Italia era rimasta un paese agricolo industriale quando tutti i Paesi occidentali era già il contrario, con una prevalenza grande dello sviluppo industriale e con un terziario che avanzava. Bisognava esaminare a fondo il rapporto tra una propaganda fatta di slogan demagogici e una cultura impoverita dall’assenza di discussione e di contrasto. Si pensò che il disastro era stato così enorme che la lezione valesse per sempre. Non era così. Da questo è nata la distrazione. Al fondo della cultura diffusa rimanevano elementi nostalgici e rimanevano circoli e gruppi organizzati nati dal vecchio ceppo nazista e fascista. E nella organizzazione dello Stato democratico si trasferì quasi integralmente il vecchio apparato compresi tutti i peggiori arnesi, compresi quelli di Salò. Ora non basta la richiesta di applicare severità legale. Bisogna combattere culturalmente se non si vuole che la piaga si diffonda. Ma per combattere culturalmente bisogna contemporaneamente essere dentro i problemi reali delle persone. Non è sufficiente sostenere i sacrosanti diritti civili, bisogna occuparsi dei diritti sociali, stare vicino a chi è a disagio e a chi soffre. Altrimenti nessuno ascolterà.
C’è quindi un volto “sociale” del neofascismo, ma permane il ricorso alla violenza. I casi di aggressione da parte di aderenti a tali movimenti non si contano. Perché la violenza fa parte del Dna del fascismo?
La violenza è arma essenziale del fascismo. Può estendersi se non vi è rigoroso contrasto dello Stato. I peggiori tra questi gruppi sono già squadracce ora contro gli immigrati domani contro la sinistra infine contro la democrazia.
Quali sono le ragioni di ordine generale che spiegano il ritorno del pericolo neofascista in Italia?
C’è una situazione internazionale pericolosa. Regimi autoritari sono già presenti in vasta parte del mondo. Gli Stati Uniti attraversano una profonda regressione. L’attuale presidente è imprevedibile. Ma con lui ha vinto la tendenza peggiore entro la borghesia americana. Nell’Europa dell’est seppure su basi elettorali ristrette (cioè con grande astensione dal voto) si affermano tendenze ultra reazionarie. Si rivaluta persino la partecipazione a fianco dei nazisti alla guerra anti sovietica e anti russa. L’occidente volle l’umiliazione di Gorbaciov e si ritrova con una Russia nazionalista. E il nazionalismo avanza nel nostro continente contro gli ideali europeisti. Le guerre dilagano. Da tutto questo viene il pericolo.
Quali risposte immediate e di prospettiva può avanzare la Repubblica democratica, lo Stato e la politica, per arginare questo fenomeno e possibilmente debellarlo?
Lo Stato deve intervenire con forza e con l’uso della forza contro i violenti. Le leggi ci sono e vanno applicate. La politica deve ritrovare la sua anima. Parlo anche dei settori del conservatorismo democratico. Quei conservatori che vollero il fascismo furono poi anche loro spazzati via. Churchill era un conservatore ma combatté duramente nel suo stesso partito per far capire che Hitler era la peste dell’Europa. E soprattutto deve ritrovare un’anima la sinistra. Essa è nata per difendere i deboli, per contrastare l’arbitrio dei forti cioè del capitale oggi divenuto innanzitutto capitale finanziario che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Nella fuga verso i paradisi fiscali per non pagare le tasse si trovano assieme, come si è visto, la regina, il capitalista, il contrabbandiere e il mafioso. Questo non vuol dire che non si debbano fare distinzioni. Ma vuol dire che non si può lasciare alla demagogia, compresa quella fascista, la questione morale e la lotta contro l’ingiustizia. I demagoghi e i fascisti usano la questione morale per abbattere le garanzie democratiche e favorire il dominio capitalistico. Le sinistre dovrebbero levare la questione morale e la lotta contro l’ingiustizia per favorire l’inveramento della democrazia costituzionale in larga misura inapplicata o tradita.