martedì 21 novembre 2017

Mafia beach

Intervista a Federica Angeli, giornalista residente a Ostia e sotto scorta dal 2013, rilasciata a Giampiero Cazzato per Patria Indipendente.

Non le chiedete se c’è la mafia a Ostia. Perché con la soffocante presenza della mafia sul litorale romano Federica Angeli, giornalista di Repubblica, ci fa i conti da anni. Vive sotto scorta dal luglio del 2013, in seguito alle minacce ricevute per aver testimoniato su uno scontro a fuoco sotto le finestre di casa sua che vedeva coinvolti personaggi di spicco della criminalità locale. È andata dai carabinieri e ha raccontato quello che aveva visto. Qui, in questa striscia di Roma adagiata sul mare, denunciare e testimoniare è atto di straordinario coraggio. E altamente pericoloso. Sufficiente per finire nel mirino dell’antistato. Ancora prima le inchieste della cronista sul racket degli stabilimenti balneari le erano costate pesanti intimidazioni. A lei e alla sua famiglia.
Non chiedetele se c’è la mafia ad Ostia, perché Federica Angeli vi risponderà che c’è, eccome. E pure se non parla siciliano, non usa lupare o coppole, questa mafia autoctona permea di sé il territorio e inquina le istituzioni. Il 5 novembre nel X Municipio capitolino – sciolto due anni fa per infiltrazioni mafiose – CasaPound ha superato il 9 per cento: il 19 novembre ci sarà il ballottaggio tra la candidata grillina e quella del centrodestra e quei voti fanno gola. Anche se nessuno a parole li vuole. Tanto più ora, dopo l’arresto di Roberto Spada, fratello del capoclan Carmine, che ha mollato una testata al giornalista Rai, Daniele Piervincenzi, colpevole di essersi presentato davanti alla palestra di Spada a Nuova Ostia per chiedergli dei suoi legami con i cosiddetti fascisti del terzo millennio. Il gip che ha convalidato l’arresto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

«Ostia è diventata come Corleone e Scampia, territorio dei clan», dice Saviano. È così davvero?
Il clima e l’aria che si respira è esattamente quello. Su Facebook, dopo la mia denuncia, ho ricevuto insulti e minacce di ogni tipo. In un commento c’era scritto: “Hai voluto la notorietà, ma la notorietà ha un prezzo. Che lo spettacolo abbia inizio”, ed erano citati i nomi dei miei figli. E non era la prima volta che se la prendevano con loro. Un giorno Carmine Spada si è presentato sotto casa mia e ha fatto il segno della croce ai miei bambini. Qui la gente ha paura. Danno fuoco ai negozi, se non ti pieghi al loro volere te la fanno pagare. Non c’è nulla di diverso da Scampia, solo parlano romano. Per la magistratura giudicante di Roma il 416 bis – come ci racconta la sentenza di primo grado su Mafia capitale (ma ancora prima era accaduto con la Banda della Magliana, ndr) – viene riconosciuto solo se si parla un accento del sud. Ma non c’è bisogno di sentenze passate in giudicato per vedere il racket, l’usura, gli affari sporchi.
La testata di Roberto Spada a un giornalista, e davanti alle telecamere, rappresenta un salto di qualità della criminalità organizzata? Il segno, comunque, di una impunità, della riaffermazione che in quel territorio chi comanda sono loro?
Quello è il modo in cui questa gente va avanti su quel territorio, quando non è un colpo di pistola, o una tanica di benzina davanti la porta di casa per avvertirti. Non c’è stata un’escalation, quella è la normalità a Ostia. Io ho colto due significati nella testata al collega di “Nemo”: la prima è l’idea dell’impunità che hanno costoro. Aggredire una persona davanti ad una telecamera accesa dà proprio la misura di come non abbiano timore delle conseguenze. L’altra cosa che registro è tuttavia una debolezza di questi personaggi rispetto al fatto che sono ormai troppo esposti ai riflettori.
«Roberto Spada non è un esponente di CasaPound. Con lui non condividiamo nulla, se non una sua presenza ad una festa per bambini in piazza 18 mesi fa. Non rispondiamo certo delle sue azioni e la violenza è sempre deprecabile» ha detto Simone Di Stefano prendendo le distanze dall’aggressione agli inviati di “Nemo”. Le sue argomentazioni ti sembrano convincenti?
L’alibi di chi dice, come fa Di Stefano, “in fondo Spada è incensurato, in fondo ha partecipato ad una festa”, è una scusa infantile. Sui manifesti di CasaPound che hanno tappezzato Ostia c’erano l’uno accanto all’altro il logo della palestra della moglie di Spada e la tartaruga di CasaPound. Era un segnale, era un messaggio. Se organizzi una festa come CasaPound e metti il tuo simbolo vicino a quello di Spada, stai dicendo alla gente che quelli sono i tuoi referenti sul territorio. La seconda cosa importante da sottolineare è che non ci si può trincerare dietro il fatto che Roberto Spada fosse incensurato, perché dalle ordinanze risulta essere il reggente dell’omonimo clan. Se una cosa così la so io che sono giornalista e so riconoscere se una persona è estranea al clan o meno – perché, attenzione, non tutti quelli che portano il cognome Spada sono affiliati al clan – a maggior ragione aveva l’obbligo di saperla il candidato di CasaPound, Luca Marsella.
Marsella non è il primo e il solo esponente della destra neofascista ad avere rapporti con Spada. Queste relazioni pericolose vengono da lontano. E c’è da pensare che abbiano portato benefici agli uni come agli altri.
Nel 2012 l’allora leader di CasaPound Ferdinando Colloca (che quest’anno è stato condannato in primo grado per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso) aveva costituito una società con Armando Spada per togliere un lido balneare, l’Orsa Maggiore, al concessionario che l’aveva ottenuta regolarmente, il tutto con la complicità di un dirigente municipale. Quello che ha portato oggi questo sodalizio sono i voti. E tanti. Nel seggio di Ostia in cui votano gli Spada – ad Ostia Nuova – CasaPound ha preso il 18 per cento. Vuol dire che l’endorsement pubblico che ha fatto Roberto Spada per Marsella nei giorni precedenti le elezioni ha avuto il suo coronamento nelle urne.
L’affermazione di CasaPound è un dato preoccupante. Non credi sia troppo consolatorio però ascriverlo solo alle frequentazioni di Marsella e camerati e che la pericolosità dell’estrema destra sia anche nella sua capacità di costruire consenso sociale?
Assolutamente sì. Ci sono dei rapporti delle nostre intelligence che analizzano i fenomeni della destra e hanno notato da tempo come vi sia stata una virata dell’estrema destra verso il sociale. Le occupazioni delle case, la distribuzione dei viveri ai poveri ne sono gli esempi più eclatanti. Questo spostamento di linea è potuto avanzare perché negli atteggiamenti della sinistra c’è stato un po’ il mollare la presa. Io giro le periferie di Roma e posso dire che la sinistra nei quartieri degradati, nelle zone dove il disagio sociale è forte e drammatico, non è più percepita come il soggetto del cambiamento e del riscatto. CasaPound è andata ad occupare questo vuoto ed oggi la destra, l’estrema destra, è vista come la forza cui appoggiarsi nella disperazione e nel deserto dello stato sociale. E naturalmente lo fa soffiando sul fuoco dell’intolleranza e del razzismo.
Per risalire questa china?
C’è una sola cosa da fare: la sinistra deve scendere dal palcoscenico della politica politicante e tornare ad essere una cosa vera, a parlare con la gente, abbandonando una volta per tutte le discussioni sterili e i tatticismi che non portano da nessuna parte.
Subito dopo l’arresto di Spada i social sono stati inondati da messaggi di solidarietà non al picchiato, come ci si aspetterebbe, ma al picchiatore. La violenza è il convitato di pietra della Rete?
social sono una piazza importante per l’ostentazione del potere di questi clan, che utilizzano Facebook per sia per autopromuoversi che per mandare messaggi trasversali. Sicuramente fa meno male di una testata ma fa comunque impressione vedere 1000 like a un post di Spada.
Alla sede nazionale di CasaPound, a Roma, hanno bussato in queste settimane volti noti del giornalismo. Mentana e Formigli, per dire, non hanno certo lesinato i complimenti al partito di Iannone e Di Stefano. Lo sdoganamento dell’estrema destra – quella dei pugni e delle cinghiate – passa pure per i media?
Io sono d’accordo che si faccia informazione su questi movimenti. Bisogna far vedere la realtà, che comunque si muove a prescindere dal fatto che la raccontiamo o meno. La responsabilità è di chi politicamente non si oppone alle pratiche e all’agire dell’estrema destra, non certo giornalistica.
Tra pochi giorni Ostia va al ballottaggio. Non trovi singolare che il tema della mafia e della criminalità sia stato quasi espunto dalla competizione elettorale? Si è parlato più della viabilità e delle buche che del malaffare.
I Cinque stelle hanno scritto un dossier su di me, denunciandomi come collusa con i mafiosi di Ostia. È stato un assist incredibile al clan Spada. Per quel che riguarda la destra gli scandali sono avvenuti nella giunta di destra che ha preceduto quella del Pd. L’attuale candidata presidente faceva parte di quella giunta. Evidentemente non si era accorta del cancro che corrodeva l’amministrazione. La verità è che rompere gli schemi a Ostia è difficilissimo. Nessun potere ha interesse a che cambi veramente quel territorio. All’ombra del lungo muro che hanno eretto da 40 anni e che blocca il libero accesso al mare, i balneari del Lido di Roma possono gestire i loro affari. Sono diventati i padroni del mare. Non è criminalità organizzata, certo, ma è violare i diritti dei cittadini, è privatizzare, di fatto, la cosa pubblica.
Che vuol dire vivere sotto scorta?
Vuol dire rinunciare alla propria libertà di movimento. Vuol dire spiegare ai propri figli perché la mamma non può uscire senza prima aver avvisato la scorta. Vuol dire vincere ogni giorno la paura. Una cosa la voglio dire: hanno condizionato la mia libertà di muovermi, non certo la mia libertà di pensare, di sognare che tutto questo un giorno finirà.

Fonte: http://www.patriaindipendente.it/idee/copertine/mafia-beach/




martedì 14 novembre 2017

Ciao Ras, grazie per il tuo contributo alla Liberazione

Salutiamo il partigiano "Ras", all'anagrafe Guido Varesi, classe 1912 di Broni, combattente nella 52° Brigata d’assalto Garibaldi A. Capettini, e nella 88° Brigata d’assalto Garibaldi Casotti, entrambe impegnate nella lotta di Liberazione nell'Oltrepò Pavese. Raggiunge Maino, suo comandante e con lui in questa foto, e tutti i Partigiani e le Partigiane che scrissero quella emblematica pagina della nostra Storia chiamata Resistenza.
Debitori per il sacrificio grazie al quale ci hanno regalato la libertà, continuiamo, ora e sempre, nella Resistenza.


lunedì 13 novembre 2017

Tartarughe frecciate e inquinamento nero

CasaPound e il caso Ostia. I rapporti con Roberto Spada. I sondaggi. La presenza sul territorio. Le ripetute aggressioni. La showgirl. Le aperture dei noti volti tv verso “i fascisti del terzo millennio". Pubblichiamo l'inchiesta apparsa su Patria Indipendente.

La “linea del bagnasciuga” corre dall’Idroscalo di Ostia, lì dove nel novembre 1975 veniva barbaramente assassinato Pasolini, e arriva fin sotto le morbide dune del Villaggio Tognazzi, ai confini col comune di Pomezia. Solo che stavolta – a differenza del Mussolini che nell’ultimo discorso fatto alla riunione del Direttorio del Pnf il 24 giugno 1943 evocherà appunto quella linea «della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra», come lembo dove fermare gli alleati – i fascisti di CasaPound potrebbero trasformare la spiaggia romana nella loro personalissima testa di ponte per partire alla conquista della Capitale, e dopo chissà.
Il 5 novembre qui si torna al voto dopo più di due anni di commissariamento. Correva il 27 agosto 2015 quando l’allora responsabile degli Interni, Angelino Alfano scioglieva il municipio per mafia: dalle spiagge, alle case popolari, dal verde pubblico alle strade non c’era praticamente nulla che sfuggisse alle mani della criminalità organizzata.
Il giudizio dell’allora prefetto di Roma ed attuale Capo della Polizia, Franco Gabrielli, all’indomani del commissariamento del municipio romano fu severo e senza appello. A Ostia e nell’entroterra il quadro criminale era preoccupante. E citava, Gabrielli, le «famiglie Fasciani, Spada e Triassi che hanno il pieno controllo del territorio». Fermiamoci sul clan Spada, famiglia di sinti italiani. Sette persone, ritenute parte del sodalizio, ad ottobre sono state condannate a più di 50 anni di carcere dalla quarta sezione del tribunale di Roma. Le accuse vanno dalle minacce alle violenze, dagli sfratti forzosi da alloggi popolari alle gambizzazioni. Un’organizzazione criminale che con metodi mafiosi avrebbe affermato in questi anni la sua supremazia sul litorale.

Che c’entra questa storia criminale con i fascisti del terzo millennio, come vengono definiti (ma loro preferiscono rappresentarsi come fascisti e basta) i vari Gianluca Iannone e Simone Di Stefano, rispettivamente presidente e vicepresidente del partito della destra radicale CasaPound Italia (Cpi)? C’entra eccome, perché tra i neofascisti e gli Spada, sinti italiani, c’è, e consolidata, una liaison. Almeno con un membro della famiglia, Roberto Spada, fratello di Carmine, il capo del clan. L’8 dicembre del 2015 – come si legge sul sito fanpage.it – gli esponenti del movimento e Roberto Spada organizzavano in piazza Gasparri, nel cuore degradato di Nuova Ostia, un’iniziativa dedicata ai bambini, dal titolo “Giovinezza in piazza”. «Con le associazioni locali rilanciamo un quartiere su cui la politica ha gettato fango per coprire malaffare» scriveva Luca Marsella, attuale candidato di CasaPound nel X municipio per le elezioni del 5 novembre. L’associazione di quartiere di cui parlava altro non era che la palestra “Femus Art School” di proprietà di Elisabetta Ascani, moglie di Roberto Spada.
Dopo l’iniziativa Marsella postava su Facebook una sua foto sottobraccio a Roberto Spada. E interpellato rivendicava quell’amicizia. Ora è vero che Roberto Spada non è il fratello. È vero che la responsabilità penale è personale, però un qualche imbarazzo certe frequentazioni dovrebbero procurarlo a chi invoca la legalità a ogni piè sospinto. Macché. E poi perché imbarazzarsi se Cpi va a gonfie vele? «A Ostia puntiamo al ballottaggio, perché finalmente siamo sostenuti da imprenditori, commercianti, professionisti e persone della società civile che vedono in noi concretezza e determinazione» ha detto Marsella in un’intervista. Nelle imminenti elezioni circoscrizionali il “nero che avanza” potrebbe se non conquistare Ostia sicuramente ipotecare i futuri equilibri politici del territorio e – di conseguenza – della città di Roma. Buona parte del voto di protesta che nelle passate consultazioni si riversò sui grillini (la Raggi incassò il 67 per cento) adesso si è indirizzato a destra. E non sono pochi i sondaggi (uno commissionato poco tempo fa dal Foglio) che danno CasaPound sopra il 10 per cento e con buone possibilità di superare perfino il Pd, che dalle vicende di Mafia Capitale, con l’ex presidente del Municipio Andrea Tassone coinvolto è uscito con le ossa rotte.
Nella crisi verticale dei partiti e dello stesso Movimento 5 Stelle che a Roma ha mandato deluse molte aspettative di cambiamento, la tartaruga frecciata potrebbe avere gioco facile. Su Affaritaliani.it leggiamo che Marsella «è diventato un’autentica corazzata su facebook, superando per capillarità dei contenuti anche la forza regina della rete, ovvero il M5s». Sul web il candidato dell’estrema destra spopola: la sua pagina social ha raggiunto 20mila like, più di qualunque altro candidato. E purtroppo il consenso non è solo virtuale, perché oltre al web c’è la presenza massiccia sul territorio, i mercati rionali, le case popolari, i pacchi alimentari per i disagiati (rigorosamente italiani). Insomma una manovra a tenaglia che usa contemporaneamente le forme vecchie e nuove della comunicazione politica.
Non c’è angolo di Ostia che non veda una telecamera immortalare le denunce di Marsella: dalle baracche abusive all’interno della pineta di Castelfusano ai blitz in spiaggia contro i venditori abusivi, alle tirate quotidiane per lo sgombero della Vittorio Emanuele, struttura che ospita gli immigrati. Il giovanotto (ha 32 anni) si ispira, parole sue, «a Mussolini, Mazzini, Garibaldi, tutti eroi italiani», se eletto assicura che ricostruirà lo stabilimento “Roma”, edificato per il duce nel 1922. Intanto contesta aspramente l’ex parroco di Ostia don Franco De Donno che si è presentato alle elezioni come candidato con la lista Laboratorio Civico X, vicina alla sinistra.
Ostia, negli anni passati assai generosa, elettoralmente parlando, con la Destra di Teodoro Buontempo (che, per inciso, in un’intervista di diversi anni fa parlando degli immigrati disse: «Da ragazzo avrei potuto fare una brutta fine, ma non è successo. Per questo gli immigrati, i disperati che vengono in Italia in cerca di una nuova vita, di una speranza, vanno rispettati cristianamente innanzitutto in quanto uomini. Io ero come sono loro: un immigrato-emigrato…dall’Abruzzo») è oggi un dominio di CasaPound. Dove gli altri camerati – compresi i cugini-rivali di Forza Nuova – quando arrivano devono levarsi il cappello. E prendersi pure lo sberleffo. Come è capitato al leghista Salvini che nei giorni scorsi ha fatto una comparsata al lido per sostenere la candidata del centrodestra, Monica Picca. Schermaglie interne alla destra. Che potrebbero benissimo ricucirsi in vista del ballottaggio. Sicuramente con il Carroccio. Di Stefano non a caso insiste con i suoi affinché il fronte “No Euro”, trasversale ai partiti del centrodestra, resti unito.
Nel luglio scorso su facebook Marsella, annunciando la sua candidatura a Ostia, scriveva: «Non farò promesse in campagna elettorale se non quella di portare lì dentro la vostra rabbia sacrosanta, che è identica alla mia, e di far volare sedie e rovesciare banchi quando sarà necessario». Nell’attesa di rovesciare i banchi del municipio, i fascisti del terzo millennio fanno quello che sembra riuscirgli meglio: menare le mani. A febbraio, per dire, un giovane volontario dell’associazione cattolica “L’Alternativa Onlus”, è stato picchiato in pieno giorno da 5 militanti di CasaPound (ma Cpi nega ogni addebito) a pochi passi dalle forze dell’ordine e da un presidio sotto la sede del X municipio. Ma le azioni squadristiche in questo fazzoletto di terra tra Roma e il mare sono tante in questi ultimi due anni: nel maggio 2015 uno studente del liceo Labriola di Ostia si è beccato una testata sul volto da parte di un militante di Blocco studentesco, l’emanazione giovanile di CasaPound. E poi, ancora, aggressione agli attivisti del comitato per la riapertura del Teatro del Lido; aggressione a un ragazzo che indossava la maglietta della “Spartak Lidense”. I primi di ottobre ad assaggiare le maniere forti dei fascisti del terzo millennio pure un candidato di Forza Italia, Luigi Zaccaria, aggredito – stando alla sua denuncia – da un presunto militante di CasaPound. Che, ovviamente, respinge ogni accusa: «Dal centrodestra menzogne per recuperare voti».
Ostia è la punta di diamante di una strategia nazionale che vede il movimento neofascista avanzare ovunque. Ma attenzione a ridurre tutto alla violenza fascista, ché non basterebbe a giustificare il successo della macchina del consenso messa in moto in questi anni. Il fatto è che lo squadrismo è accompagnato e preceduto da un’opera di proselitismo senza precedenti (almeno in tempi recenti) nelle pieghe doloranti della società, nelle periferie abbandonate al degrado. Qui in queste terre di frontiera che avrebbero un bisogno assoluto di più Stato, e di più stato sociale, i neofascisti si sono inseriti con le loro campagne, le loro associazioni. Fanno proselitismo nei mercati, dove la crisi morde la vita delle persone, parlano di “Mutuo sociale” in una realtà che vede i prezzi delle abitazioni a livelli insopportabili, se la prendono con le banche e il sistema finanziario e, soprattutto, si scagliano contro l’immigrazione che penalizzerebbe gli italiani e precarizzerebbe ancor di più il mercato del lavoro. Sono argomenti destinati a fare breccia e a fomentare, di fatto, una guerra tra poveri, come le vicende di Tiburtino III e delle altre periferie romane hanno dimostrato in questi mesi.
Nel suo saggio Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli, scrive che la «crisi delle tradizionali forme d’identificazione quali la classe sociale» lascia spazi vuoti da occupare per «forme di radicalizzazione ed etnicizzazione legate a specifiche identità culturali, in cui il focus è passato dalla classe all’etnicità, dalla classe alla cultura, dalla razionalità al bisogno di religione». Forse è da qui che bisogna ripartire per sbarrare il passo al vecchio-nuovo fascismo.
Chiudendo la 10ª festa nazionale di CasaPound che si è tenuta a Latina lo scorso settembre, Iannone ha parlato di «anno d’oro». E ha sciorinato soddisfatto i numeri: otto sedi aperte nel solo 2017, che fanno arrivare il totale a 99 (ma il conteggio è provvisorio: a fine mese, per dire, a Cagliari aprirà una sede di Cpi), un numero di iscritti triplicato e 11 consiglieri comunali eletti.
L’obiettivo è ambizioso: dopo aver piantato bandierine lungo lo stivale, da Bolzano a Lecce, passando per Napoli, Lucca e Roma, il nero che avanza mira niente di meno che a Montecitorio. Per Iannone entrare nell’Aula “sorda e grigia” è cosa a portata di mano «perché ogni militante di CasaPound è già in trincea nelle strade di tutta Italia al fianco di chi è in difficoltà, e questo rende l’obiettivo di superare la soglia di sbarramento alla nostra portata anche se i volti dei nostri candidati saranno oscurati dai tg e i loro nomi ignorati dai giornali».
A sentire le parole del leader del partito sembrerebbe ci sia un ostracismo nei confronti di CasaPound. Peccato che le cose siano ben diverse. Sponsorizzare i fascisti del terzo millennio di questi tempi “fa figo”. A chiudere la campagna elettorale di Cpi a Ostia ci sarà pure Nina Moric. La showgirl croata, naturalizzata italiana, dopo una serie di contatti con Iannone ha deciso di spendere il suo volto per i fascisti: «Io sono sempre stata di destra, è un piacere per me aderire alle loro idee. Loro hanno tanto da dimostrare, per far capire chi sono veramente». Quanto a lei, crede «in tutto ciò che fa CasaPound. Loro amano l’Italia, come Trump ama gli Stati Uniti. Il nostro Paese ha bisogno di gente carismatica».
Se il coming out della Moric è palese non mancano quelli che in nome di un malinteso pluralismo stanno sdoganando l’estremismo fascista. Nello stabile occupato di via Napoleone III a Roma, sede nazionale di CasaPound Italia dal 2003 (l’edificio del Demanio in epoca Alemanno stava addirittura per finire nel patrimonio comunale come sorta di dote – pagata dai cittadini – al movimento oggi diventato partito politico) si sono alternati in queste settimane volti noti della tv, da Enrico Mentana a Corrado Formigli per un confronto con il vicepresidente Simone Di Stefano (il quale, con un’alzata di genio, fa trapelare che vorrebbe nella sede del partito anche Emanuele Fiano e Vladimir Luxuria). Il direttore del tg de La7 ha sostenuto che «se un movimento partecipa con proprie liste alle elezioni è la democrazia che lo legittima». Ma chi ha rischiato l’infatuazione, almeno a sentirlo, è stato il conduttore di Piazzapulita che il 3 ottobre si è detto convinto che «quest’aurea di censura e di illegalità che vi circonda sia fuori luogo». Poi in un crescendo rossiniano di benevolenza ha affermato: «siete esattamente dentro il gioco istituzionale, dentro il gioco democratico, siete un movimento vitale e pulito». Sembrerebbe di capire che la partecipazione a una competizione elettorale svolga, sia per Mentana sia per Formigli, la funzione di una lavatrice che solo per ciò stesso legittima e ripulisce chiunque riesca a piazzare il suo simbolo (dove peraltro e furbescamente non c’è un esplicito riferimento al fascismo) su una scheda elettorale. Nulla di nuovo. Anche i Fasci italiani di combattimento nel 1921 si presentarono alle elezioni e una buona parte del capitalismo italiano e dell’intellettualità conservatrice ritennero che così si sarebbe normalizzato il fascismo. E invece lo squadrismo crebbe di intensità proprio in quel periodo, alternando tattiche parlamentari e olio di ricino. Ma senza andare troppo lontano basterebbe seguire la sfilza interminabile di aggressioni in cui sono chiamati in causa i militanti di CasaPound per capire che nell’approccio inclusivo a tutti i costi, in questo appeasement, ci sia un tarlo pericoloso per la democrazia.
Secondo i dati del ministero dell’Interno dal 2011 a oggi, sono stati denunciati 359 militanti neofascisti, uno ogni cinque giorni. Eppure lo stesso Viminale poi sembra più che comprensivo nei confronti della tartaruga nera. In una informativa del ministero al Tribunale di Roma dell’aprile 2015 si leggono giudizi a dir poco lusinghieri nei confronti del movimento, che tutelerebbe le «fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”». La nota del Viminale arriva a parlare di uno «stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne», di «una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». «Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza/ Brucia la vita d’ardito, urlerai: Cinghiamattanza!». Il gruppo musicale si chiama ZetaZeroAlfa. Ne è leader Gianluca Iannone. E le cinghiate, come raccontano le cronache, non sono solo virtuali. Eccoli gli «aspetti innovativi» del ventennio.
I primi di ottobre a Grado Cpi ha replicato il blitz che qualche mese fa ha compiuto a Milano. Per protestare contro l’accoglienza in un agriturismo di 18 richiedenti asilo i militanti di Cpi hanno fatto irruzione nell’aula consiliare. Le parole del sindaco di Grado, Dario Raugna, suonano come un atto d’accusa e un campanello d’allarme. Il primo cittadino infatti dopo l’irruzione ha chiesto l’intervento dei Carabinieri: gli è stato risposto che lo sgombero non era possibile perché i militari presenti non sarebbero stati sufficienti a riportare l’ordine. Stesso copione è replicato il giorno dopo e anche stavolta a quanto pare le forze dell’ordine si sono guardate bene dall’intervenire.
Che di fronte all’avanzata fascista predomini un certo indifferentismo è purtroppo evidente. Come si sia arrivati a ciò è domanda da un milione di dollari. Certo è che nel 2003 quando veniva occupato lo stabile di via Napoleone III e iniziava il cammino di CasaPound, da centro sociale fascio a forza politica che ambisce al parlamento, gli anticorpi antifascisti nella società italiana si erano pericolosamente diradati già da un decennio.

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/inchieste/tartarughe-frecciate-inquinamento-nero/

sabato 11 novembre 2017

Giurisprudenza: una questione culturale e sociale.

Sull'applicazione contraddittoria del reato di apologia di fascismo nella giurisprudenza recente, pubblichiamo con piacere l'analisi condotta dal giurista Luca Casarotti, membro del direttivo della sezione “Onorina Pesce Brambilla” di Pavia.

Nel marzo 2014, la prima sezione penale della Cassazione confermava la condanna inflitta sia in primo che in secondo grado a due militanti di Casapound, tra cui il futuro consigliere comunale di Bolzano Andrea Bonazza, per il reato di «manifestazioni fasciste» di cui all’art. 5 della Legge Scelba. Come si legge nella sentenza della Cassazione, il 10 febbraio 2009 i due avevano chiamato il «presente!» e fatto il saluto romano durante un presidio per il giorno del ricordo, a cui avevano presenziato una sessantina di neofascisti. La Corte d’appello di Trento, facendo eco alla Sentenza costituzionale n. 74 del 1958, aveva scritto:

«non tutte le espressioni di adesione al disciolto partito fascista possono integrare la condotta punibile ma solo quelle rese in pubblico e reputate idonee a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste; […] il cosiddetto saluto romano rappresenta una manifestazione esteriore propria e usuale di organizzazioni o gruppi tesi a diffondere idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.»


Nel caso di specie, concludevano i giudici, i due imputati avevano fatto il saluto romano durante una manifestazione pubblica, alla presenza di più persone: quindi la loro condotta, idonea a provocare adesioni e consensi, costituiva reato. La Cassazione aveva condiviso questo sillogismo e confermato la condanna. Era stato liquidato in poche righe il ricorso dell’Avv. Domenico Di Tullio, legale di svariati camerati e a sua volta presenza fissa alle iniziative di casapound, che aveva riproposto nel giudizio di Cassazione un grande classico dei processi ai neofascisti: il «contrasto con più articoli della costituzione (artt. 21, 3 e 117)»; la «natura di “reato di opinione” della previsione incriminatrice»; la «necessità di adeguamento della previsione di legge al mutato clima politico e istituzionale»; «l’obbligo di adeguamento alla normativa sovranazionale in tema di libera manifestazione delle opinioni». In parole povere, la consueta autorappresentazione dei fascisti come vittime del sistema che li censura e reprime[1].
Ma con due sentenze del 2016, la stessa prima sezione penale della Cassazione ha ribaltato il suo orientamento, nonostante a parole dica il contrario. Il processo riguardava questa volta il corteo neofascista del 2014 in memoria del repubblichino Carlo Borsani e dei missini Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, che si tiene ogni anno a Milano il 29 aprile. Anche qui – ça va sans dire – era stato più volte chiamato il «presente!» e le braccia si erano romanamente alzate in ricordo dei camerati caduti, nello sventolio di bandiere con le celtiche. Le stesse condotte del presidio di Bolzano, quindi, ma alla presenza di molte più persone: circa un migliaio, secondo gli atti del processo. Il video del corteo era anche stato diffuso su internet. Identica l’imputazione: art. 5 della legge Scelba, «manifestazioni fasciste». Opposta la valutazione del giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano che, scrive la Cassazione avallandone la sentenza,

«evidenziava la natura della manifestazione e del corteo, organizzati al solo fine commemorativo di tre defunti, tutti storicamente vittime di una violenta lotta politica che aveva attraversato diverse fasi storiche, sottolineando che le manifestazioni di carattere fascista e con indubbia simbologia fascista erano finalizzate a detta commemorazione, in segno di omaggio e di umana pietà, senza alcuna finalità di restaurazione fascista;

  • rappresentava, inoltre, le modalità ordinate e rispettose del corteo, svoltosi in assoluto silenzio, portando i manifestanti le fiammelle in mano accompagnati dal solo suono dei tamburi senza inni, canti, frasi o slogan evocativi dell’ideologia fascista, senza comportamenti aggressivi, minacciosi o violenti nei confronti dei presenti, armi o altri strumenti; […]
  • escludeva, alla luce della complessiva valutazione delle circostanze e modalità del corteo, e pur in presenza di ostentazione di simboli e saluti fascisti, che la manifestazione avesse assunto connotati tali da suggestionare in concreto la folla inducendo nei presenti sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista.»


La contraddizione è evidente: la manifestazione è stata indetta per commemorare un repubblichino e due neofascisti, ma non ha indotto nei presenti sentimenti nostalgici. Inutilmente il Procuratore della Repubblica di Milano aveva provato a far notare nel suo ricorso in Cassazione che il giudice di primo grado «ha valorizzato aspetti e circostanze oggettivi del tutto irrilevanti, come l’assenza di violenza o di minaccia»: l’art. 5 della legge Scelba, infatti, non richiede in alcun modo che le manifestazioni vietate debbano essere violente o minacciose; basta che siano «usuali del disciolto partito fascista». Nonostante ciò, per la Cassazione la ricostruzione del GUP di Milano è ineccepibile [2].
Il nuovo art. 293-bis del codice penale, che sarà introdotto se la legge Fiano verrà promulgata, dovrà tra le altre cose essere applicato dalla stessa magistratura che sul reato di manifestazioni fasciste è giunta ad autocontraddirsi in sentenze emesse a pochi anni di distanza l’una dall’altra, interpretando le norme della legge Scelba in senso molto più restrittivo rispetto addirittura a quanto non avesse fatto la Corte costituzionale nel 1958, nel clima che caratterizzava la cultura giuridica nel 1958, con i giudici che componevano la Corte costituzionale nel 1958 [3].
Prima e al di là delle convinzioni personali dei singoli magistrati, l’impressione è che l’intera categoria non sia preparata a giudicare questo tipo di reati a connotazione politica, anche perché non riceve alcuna formazione in materia. Succede così che nel 2015 quattro neofascisti, che dalla curva dell’Ellas Verona avevano fatto il saluto romano durante una partita tra Verona e Livorno, siano stati assolti in primo grado, perché il gesto era una «provocazione rivolta verso gli avversari» durante una manifestazione sportiva, che «non è normalmente il luogo deputato a fare opera di proselitismo», e quindi non sussiste il pericolo di ricostituzione del partito fascista [4]: un’argomentazione del genere ignora del tutto, per fare un solo esempio, le strategie di reclutamento di militanti negli stadi attuate dal national front inglese negli anni ’80 [5].

Note
1. Tutte le citazioni sono tratte da Cass., sez. I penale, n. 37577/2014.
2. Tutte le citazioni da Cass., sez. I penale, n. 28298/2017. La sentenza è stata accolta con entusiasmo dal Primato nazionale, il giornale online di Casapound, che l’ha pubblicata integralmente sul suo sito.
3. Su potenzialità e limiti intrinseci alla formulazione del nuovo reato, che paradossalmente oscilla dal troppo restrittivo al troppo vago, si veda anche quanto scrive l’Avv. Marco Sommariva in C. Torrisi, Un avvocato spiega cosa cambierebbe con la legge contro la propaganda fascista, vice.com, 14 settembre 2017.
4. Il virgolettato è in L. Pisapia, Saluto fascista allo stadio non è reato perché non è luogo dove si fa politica, ilfattoquotidiano.it, 18 aprile 2015.
5. Per approfondire il tema, un punto di riferimento imprescindibile nella saggistica italiana sono gli scritti di Valerio Marchi. Si vedano su tutti V. Marchi, Inghilterra 1890-1990. Un secolo di sottocultura “hooligan”, in Id. (a cura di), Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’europa, [ed. or. Roma-Koinè 1994] ora Roma-Red Star 2014; Id., Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio, [ed. or. Roma-DeriveApprodi 2005) nuova ed. Roma-Alegre 2014.


Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/

mercoledì 8 novembre 2017

L'importanza delle parole

Con piacere pubblichiamo il saggio di Ernesto Bettinelli, insigne giurista già docente di diritto presso l'Università di Pavia, inserito nel volume collettaneo No razza, SI cittadinanza, curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi.
Una precisa analisi giuridica circa l'opportunità di eliminare la parola "razza" dalla nostra Costituzione, nell'ambito del più ampio progetto che vede coinvolti genetisti, antropologi, storici, filosofi e studiosi di altre discipline, e che propone di emendare la Carta al fine di evitare l'utilizzo di un lemma odioso e privo di qualsiasi valenza scientifica, che costituisce unicamente il prodotto culturale di un dibattito sociale purtroppo mai sopito.



1. Nell’età dell’incertezza o della crisi delle certezze anche le categorie giuridiche utilizzate per classificare le costituzioni a vocazione democratica meritano di essere rivisitate1e, per molti versi, semplificate.
Un macro-criterio attuale di distinzione potrebbe essere la loro attitudine evolutiva a includerepiuttosto che a escluderela realtà in continua trasformazione che si manifesta oltre le frontiere dei rispettivi ordinamenti e a far prevalere le ragioni della verità e dell’umanità su quelle della stretta” sovranità e della difesa dei “propri” popoli2.
La tensione tra questi due poli è tipica delle costituzioni storiche, esito di processi rivoluzionari e/o di liberazione da situazioni di oppressione di varia origine ed epoca. L’adesione ai valori di una convivenza universale si confronta e non di rado si scontra con i persistenti richiami ai tradizionali concetti della territorialità e della sua salvaguardia. Cosicché in queste costituzioni un linguaggio rivolto al presente-futurocoesiste con un linguaggio rivolto al presente-passato.

QUI il testo integrale.


lunedì 6 novembre 2017

Concorso "Alla scoperta della Resistenza"

La sezione ANPI di Varzi indice per l'anno 2018 il concorso “Alla scoperta della Resistenza”, avente per tema «Esercizi di Memoria». L'iniziativa, giunta ormai alla sua quarta edizione, vede ogni anno un significativo incremento di adesioni, con la partecipazione di autori, sia studenti sia adulti, provenienti da tutto il territorio nazionale.
Attraverso i concorsi precedenti si è anche avuto modo di portare alla cronaca luoghi e fatti locali dimenticati, come la “Casa del Partigiano”, sul monte Crocetta, sovrastante Nivione di Varzi, e per anni ignorata; luogo da cui mosse la spedizione partigiana del 18 settembre 1944, al comando di Primula Rossa, che portò alla liberazione di Varzi dall'occupazione nazi-fascista.
Nella nuova edizione, i partecipanti saranno impegnati, attraverso i loro elaborati prodotti in forma di saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, in formato DVD, fumetti, espressioni pittoriche, ecc. a mantenere viva la Memoria collettiva, per mezzo di rappresentazioni di luoghi, azioni e storie della Resistenza che rischiano di andare perduti.
Le indicazioni circa le modalità di partecipazione sono consultabili sul sito concorsiletterari.it alla pagina dedicata al nostro concorso.



giovedì 2 novembre 2017

Non facciamo sconti a Cesare Forni

Cesare Forni con Benito Mussolini nel 1921 a Mortara
Crediamo che commemorare un personaggio come Cesare Forni in un luogo finalizzato alla diffusione della cultura, quale la Biblioteca civica di Sartirana Lomellina, sia quanto meno fuori luogo.
A giustificazione gli organizzatori addurranno certamente il fatto, inserita nell’ambito della rassegna “Dell’elmo di Scipio” (che si tiene in Biblioteca da qualche anno a questa parte), la iniziativa sarà “solo e soltanto” circoscritta alla esperienza militare di Cesare Forni.
Tuttavia noi crediamo che non sia una operazione corretta svincolare la storia di Forni dal suo proseguo che lo vide, con ruolo dirigente, tra gli squadristi che, nel novarese prima, e nella nostra Lomellina dopo, andarono stroncando a mano armata, e al soldo degli agrari, la riscossa popolare degli anni ’20.
Furono le botte, l’olio di ricino, le revolverate contro contadini e braccianti ad opera dei “fasci di educazione e difesa sociale”, poi denominati “fasci lomellini di combattimento” a ripristinare, contro le lotte e le conquiste bracciantili, l’ “onnipotenza padronale” nelle campagne (cit. Angelo Tasca in Nascita e avvento del fascismo).
Cesare Forni fu uomo di questa stagione, nuovamente sulla prima linea fascista nell’assalto alla libera municipalità della città di Milano, che – anno 1922 – precede di poco la marcia su Roma di cui ancora Forni fu attivo protagonista alla guida di “reparti” lombardi fascisti, per poi dissentire dal fascismo, forse perché il fascismo, incarnatosi nello Stato, limitò il proprio agire repressivo, di cui Forni restò duro sostenitore.
Ci scuserete se la iniziativa su Cesare Forni ci lascia attoniti e sdegnati.
Tra i promotori della serata c’è anche l’Associazione Brunoldi Ceci, che nella sua girandola di iniziative, sempre e comunque appoggiate da Comune e Biblioteca “Civica”, forse ha scordato di essere aderente alla Federazione Italiana Associazioni Partigiane, titolo di cui il nostro Comune si è pure “fregiato” lo scorso 25 Aprile.

Ci auguriamo che la serata non degeneri in una parata nostalgica di cui riterremo altrimenti responsabili le istituzioni che, giurando fedeltà alla Costituzione, dovrebbero ben conoscerne la radici e l’origine antifascista, inscritta nella pietra dei cippi dei caduti partigiani.

mercoledì 1 novembre 2017

Pavia nei valori dell'antifascismo

Il 5 novembre in piazza Vittoria. Con le associazioni, il Comune, i cittadini democratici e la musica della Corte dei miracoli.
Le parole di Carlo Rosselli, combattente contro i golpisti nella guerra di Spagna, ammazzato, nel giugno '37, dai sicari del duce in terra di Francia, definiscono quello che siamo, quello che vogliamo; quello che non siamo; quello contro cui ci misuriamo. Ora e sempre.