lunedì 14 maggio 2018

Il fascismo culturale nei partiti

Pubblichiamo un articolo apparso sul settimanale Left. L'autore, Charlie Barnao, palermitano, è docente di Sociologia presso l'Università Magna Grecia di Catanzaro. Attualmente sta conducendo ricerche sui fascismi nel mondo presso l'università del Nevada, Las Vegas. Da sempre collabora alle attività della sezione Anpi di Catanzaro.

Il fascismo esiste ancora? Oppure è un fenomeno da ascrivere solo a un ben determinato periodo storico, che è ormai morto e sepolto? Anche se in Italia il dibattito si accende solo in periodo elettorale, le scienze sociali, soprattutto all'estero, ha sviluppato da diversi anni un'accesa discussione sul tema.
Diciamo subito che gli studi sul fascismo, oltre ad essere difficili da realizzare, a causa della rilevanza del tema e selle sue numerose ripercussioni dal punto di vista politico e sociale, sono impegnativi anche per alcune ragioni che potremmo dire “metodologiche”, in quanto legate alla definizione stessa del fenomeno.
Fino a quando infatti non si definisce un fenomeno, non si può individuarlo, analizzarlo, né – ovviamente – si può dire se esiste o meno. I problemi legati alla definizione di fascismo sono principalmente due: il primo è che non esiste una teoria del fascismo (come invece accade per altre dottrine politiche), il secondo è che il fascismo ha una sua caratteristica intrinseca, il sincretismo: mescola insieme culture tra di loro molto diverse, spesso in apparente contraddizione reciproca. Ad esempio, nazionalismo e socialismo, populismo ed elitismo, anti-capitalismo e anti-socialismo: sono tutti oggetti culturali molto diversi tra loro che, però, nel totalitarismo tedesco e in quello italiano trovano originali forme di sintesi. Il sincretismo rende il fascismo difficilmente decifrabile in modo preciso e univoco attraverso l'osservazione empirica. Ad ogni modo, in termini molto generali, possiamo distinguere oggi almeno due tipi di fascismo: uno storico, esplicito, spesso “orgoglioso” e (almeno per la legge formale italiana) criminale e un altro fascismo che potremmo definire quasi “antropologico/psicologico” legato ad un modo di pensare e vedere il mondo.
Il primo viene studiato considerandolo un fenomeno legato principalmente o esclusivamente ad un ben determinato periodo storico (il Ventennio, parlando dell'Italia). E, con riferimento ai giorni nostri, riguarda solo – o principalmente – le componenti politiche, culturali, economiche (per molti versi irripetibili) di quella società passata alle quali, in modo esplicito e diretto, alcuni gruppi e movimenti si ispirano. Parliamo, quindi, del fascismo di chi «inneggia ai tempi che furono», richiamando gesti, simboli, ecc. del passato.
Il secondo tipo di fascismo – quello “antropologico/psicologico” – è, come abbiamo detto, legato ad un modo di pensare, a valori di riferimento precisi, a cui corrispondono regole di comportamento ben determinate. A quest'ultimo tipo di fascismo, senza perderne di vista le radici storiche legate principalmente agli anni nefasti del Ventennio italiano e del totalitarismo nazista, si rivolgono gli studi di coloro – in tanti e afferenti alle più diverse discipline delle scienze umane – i quali cercano di individuare dei tratti comuni a tutti i fascismi di ogni tempo. Tra questi studi ricordiamo i tentativi – seppur molto diversi tra loro – del nostro Umberto Eco di individuare le caratteristiche dell'Ur-fascismo, il fascismo eterno, o quello della scuola di Francoforte di individuare le caratteristiche psicologiche della personalità fascista. Si tratta di un tipo di fascismo particolare: coloro che ne seguono i principi possono non dichiararsi fascisti e, talvolta, non essere nemmeno consapevoli di esserlo. Sono tante le caratteristiche che i vari studi di questo filone hanno individuato come tipiche dei fascismi. Tra le principali caratteristiche di una cultura fascista, un movimento fascista, possiamo ricordarne alcune: machismo, militarismo e paramilitarismo, populismo, nazionalismo e razzismo (spesso studiati con riferimento al modo in cui vengono utilizzate la tecnica psicologica del dislocamento e al creazione di capri espiatori contro cui sfogare paure, frustrazioni, aggressività: si pensi al caso degli ebrei), sincretismo. Ovviamente non basta che una sola di queste caratteristiche sia presente perché una cultura si possa dire fascista. Si tratta di caratteristiche che devono essere presenti strutturalmente all'interno di un sistema culturale. Stiamo parlando, quindi, di caratteristiche di un “tipo ideale”, per dirla weberianamente, che ci aiuti a comprendere meglio la realtà, ma che – essendo, appunto, “ideale” – non esiste nella realtà esattamente così come viene definito.
Ma veniamo alla situazione italiana di oggi. Per quanto riguarda la definizione di fascismo, radicata nelle sue origini storiche del Ventennio, il discorso abbastanza semplice. Esistono oggi in Italia delle componenti politiche e culturali che si rifanno direttamente al fascismo storico. Si pensi ai casi di CasaPound o Forza nuova, solo per fare alcuni esempi immediati. Si tratta di formazioni che si dichiarano esplicitamente fasciste e che fanno uso (saluto romano, ecc.) della simbologia specifica di quel determinato periodo storico. E per quanto riguarda il fascismo culturale? Quello, cioè, più difficile da individuare, perché spesso messo in atto da individui che non si definiscono fascisti. Robert Paxton, uno dei massimi esperti sul tema, afferma che, se vogliamo trovare una vera definizione di fascismo, non dobbiamo tanto seguire il modo attraverso il quale si autodefiniscono le persone, ma il modo in cui queste agiscono. In questi casi, quindi, il nostro lavoro non deve concentrarsi tanto su “come” i potenziali fascisti “si definiscono” (potrebbero – per assurdo- anche definirsi antifascisti), ma sul “modo” in cui, piuttosto, “agiscono”. Partendo da una prima sommaria analisi dell'azione politica dei principali partiti e movimenti presenti all'interno del panorama italiano, possiamo dire che tutte (o quasi) le formazioni politiche – da destra a sinistra – presentano al loro interno e nel loro modo di agire, chiari elementi attribuibili a una cultura fascista.
Si potrebbero fare tantissimi esempi. Si pensi al, sempre più marcato ed esplicito, militarismo espresso dal Pd attraverso la figura straripante del ministro degli Interni Marco Minniti, o alla xenofobia e al machismo che, a tratti, emergono dalle dichiarazioni e dalle azioni di rappresentanti del movimento cinque stelle, per non parlare del sincretismo espresso da Fratelli d'Italia o Forza Italia, nazionalisti – seppur con gradazioni diverse – per definizione, ma sempre più vicini a un partito “geneticamente” separatista come la Lega (fu Nord). In generale, comunque, sembrano il nazionalismo e il razzismo gli elementi trasversali, maggiormente presenti all0interno dei discorsi e degli orientamenti d'azione delle componenti politiche presenti su panorama italiano.
Ma fra tutte le più importanti formazioni e culture politiche contemporanee in Italia, quella che a mio avviso, più di ogni altra, racchiude in sé, in modo strutturale e sistematico, le principali caratteristiche del fascismo culturale, è la Lega. Vediamone alcune. Razzista fin dalle origini – prima prima contro i meridionali, poi contro le varie etnie che si presentavano di volta in volta nel susseguirsi dei diversi flussi migratori – ha espresso ed esprime in modo emblematico il meccanismo del capro espiatorio (a lungo studiato dagli psicologi sociali con riferimento alla relazione tra fascisti ed ebrei), individuando prima nei meridionali, poi negli albanesi, poi nei magrebini, poi nei musulmani, poi negli zingari e, oggi, in generale negli stranieri – specie se di pelle nera – l'oggetto su cui sfogare le frustrazioni, le ansie, le legittime paure del cittadino italiano globalizzato. Paramilitarismo. Anche questo è un carattere distintivo della Lega dalle sue origini, che però non ha perso d'importanza nel tempo: dalla semi-seria questione delle camicie verdi (i volontari della guardia nazionale padana), alle ronde della sicurezza.
Nazionalismo. Il nazionalismo, almeno quello nei confronti dell'Italia-nazione, è qualcosa di recente per la Lega. Si tratta, tuttavia, di un valore difeso per anni con riferimento alla Padania che, in quanto terra e patria del popolo padano, andava difesa dalle ruberie e dall'invasione di popolazioni straniere (italiani inclusi). Oggi viene propugnato a difesa dell'Italia contro Europa e contro gli stranieri.
Machismo. Il “celodurismo” della Lega è anch'esso un elemento delle sue origini, un valore fondante della cultura leghista, che non sembra avere perso il suo smalto originario nelle azioni e, soprattutto, nel discorso leghista.
Sincretismo. Separatismo e nazionalismo, statalismo e devolution, celtismo e religione cristiana sono solo alcune delle culture diverse – per non dire, spesso, reciprocamente antagoniste – che la Lega ha mescolato e mescola insieme in un sincretismo tipicamente fascista. Il recente ricorso all'uso di simboli cristiani (vangeli e rosario, in particolare) da parte del leader della Lega, dopo anni di fedele religiosità elementare e strumentale, il celtismo, è l'esempio più recente. La sintonia culturale, poi, della Lega – dalle origini separatiste – con gruppi, partiti e movimenti nazionalisti (si pensi all'accordo con CasaPound di qualche tempo fa, oppure all'alleanza politica con fratelli d'Italia alle ultime elezioni) rappresenta un altro esempio emblematico in questo senso. Chiudiamo da dove siamo partiti. Alle domande iniziali possiamo rispondere che il fascismo non solo non è morto, ma si è riprodotto in forme nuove e adatte ai tempi. Il fascismo, almeno da un punto di vista culturale, è più forte che mai. Ha infatti sviluppato anticorpi sempre più efficaci e radicati (negazionismo storico, tecniche psicologiche di dislocamento) contro l'antifascismo e contro tutto ciò che può attentare alla sua esistenza culturale. Le affermazioni di questi ultimi tempi di numerosi intellettuali e rappresentanti politici che si affannano a dichiarare l'inesistenza del fascismo e/o il suo superamento «Il Re è morto! Lunga vita al Re!». Quelle dichiarazioni, cioè, fatte da chi, per esorcizzare al fine di un periodo storico di cui fa parte e che non vuole e non deve abbandonare, urla la morte del Re per assicurare la continuazione del regno.

venerdì 11 maggio 2018

L'antifascismo non finisce mai


Proponiamo le parole pronunciate durante la festa della Liberazione, il 25 aprile a Dorno, dal nostro presidente, Santino Marchiselli.

Buongiorno, saluto i Sigg. Sindaci: Chiesa Maria Rosa di Dorno, Bonandin Umberto di Scaldasole, Sacchi Enrico di Zerbolò, le autorità civili, militari e religiose, i rappresentanti delle Associazioni, le cittadine e i cittadini qui intervenuti. Sono onorato di intervenire in occasione del 73° Anniversario della Liberazione in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa.
Il Presidente Emerito dell’ANPI nazionale, il partigiano Carlo Smuraglia, scrive: “Non dobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.

Il 25 aprile 1945 simboleggia il successo della Resistenza nella lotta contro il nazifascismo e l’inizio del cammino della nuova Italia democratica, e noi siamo qui per rendere omaggio e ricordare tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno partecipato alla lotta di Liberazione, hanno lottato per gli ideali di libertà e giustizia sociale, che sono un binomio inscindibile. Tutti quelli che sono caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile e assoluto disinteresse.
Siamo qui anche per fare memoria, per ricordare che settantatré anni fa finiva per gli italiani una sanguinosa guerra civile, che aveva provocato dolore, miseria e morte. La fine della Seconda guerra mondiale significò la sconfitta di un perverso progetto di dominazione mondiale, coltivato da Hitler e di cui il fascismo di Mussolini era stato partecipe e complice.


Ma che cosa è stata la Resistenza nel nostro Paese? La Resistenza più che un movimento militare è stato un movimento civile. Un movimento molto diversificato anche sul piano politico. Uomini e donne hanno scelto di aderire alla Resistenza riflettendo le loro rispettive convinzioni politiche, si ritrovarono a lottare a fianco a fianco nei CLN (Comitati di Liberazione Nazionale): cattolici, socialisti, comunisti, azionisti, repubblicani, monarchici e liberali.

È bene inoltre ricordare che:
  • Non c’è stata solo una Resistenza al Nord, ma un’importante Resistenza anche al Sud.
  • Non c’è stata solo una Resistenza armata, ma un’importante e vasta Resistenza civile.
  • C’è stata la Resistenza dei 600.000 mila IMI (Internati Militari Italiani) detenuti in Germania nei campi di lavoro, che si rifiutarono di aderire alla RSI.
  • C’è stata la Resistenza dei militari sbandati e dei renitenti alla leva che dopo l’otto settembre non si sono presentati per l’arruolamento nell’esercito della RSI.
  • C’è stata la Resistenza delle operaie degli operai nelle fabbriche e dei salariati e delle mondine nelle campagne con i loro scioperi.
  • C’è stata la Resistenza del ricostituito Esercito del Regno d’Italia confluito nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione) che ha contribuito a liberare la penisola a fianco degli Alleati anglo-americani.

La Resistenza non è stata solo una lotta contro, ma anche una lotta per. Scrisse il comandante partigiano “Bulow” Arrigo Boldrini: “Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era e chi non c’era e anche per chi era contro”.
È stata una lotta di popolo per il ripristino di una normale e civile dialettica democratica, per il recupero dei valori e dei princìpi su cui si fondano le grandi democrazie e per la ricostruzione di uno Stato fondato su quei valori e su quei princìpi. Questo è il lascito della Resistenza, che oggi troviamo tradotto nella nostra carta Costituzionale. Costituzione entrata in vigore 70anni fa, che, non dimentichiamolo mai, non è a-fascista. La Costituzione della Repubblica Italiana è antifascista. Basta rileggere il mirabile discorso di Aldo Moro alla Costituente quando in risposta, al liberale Lucifero, ribadì con fermezza questo concetto. Sempre più spesso, nel nostro Paese molte istituzioni repubblicane se ne dimenticano.
Purtroppo dobbiamo anche riconoscere, che il fascismo è stato sconfitto sì militarmente 73anni fa, ma non è mai morto, né in Italia né in Europa. Lo “tocchiamo” con mano tutti i giorni.

Scrive lo storico Claudio Vercelli – Prof. presso l’Università Cattolica del sacro Cuore di Milano:
“Il fascismo, non è mai “un di più” di politica essendone semmai la sua negazione. Se la politica - in democrazia - è pluralismo di opinioni, di idee ma anche di interessi, si definisce «fascista»chi ne vuole cancellare la sua concreta manifestazione. Lottare contro il fascismo è quindi adoperarsi contro l’omologazione e l’uniformazione (di pensieri, di condotte, di azioni, di atteggiamenti, di identità). Oggi il conformismo porta alla supina accettazione delle barbarie. Essere antifascisti è opporsi a questa deriva”.

Oggi per molti, troppi, la parola “fascismo”è associata a due logorati luoghi comuni, il primo che “il fascismo ha fatto anche cose buone”, il secondo è la favoletta del “cattivo tedesco e del bravo italiano”. Sono due maldestri tentativi di riabilitazione postuma, ma anche di auto-assolvimento determinati del fatto che noi italiani i conti con il fascismo non li abbiamo mai saputi e voluti fare.
Il fascismo, è bene non dimenticarlo, è stato illegalità, violenza, sopraffazione, razzismo, imperialismo feroce, insomma non un’idea politica come le altre, ma un vero e proprio crimine.
È la storia a ricordarci che ottant’anni fa, nel 1938, Mussolini e un Re scellerato, Vittorio Emanuele III, approvarono le famigerate Leggi razziali contro gli italiani di religione ebraica, un crimine per cui non abbiamo mai chiesto scusa.
È ancora la storia a ricordarci che il fascismo è stato razzista non solo nei confronti di una religione, ma lo è stato anche nel tentativo di cancellare con la violenza, la lingua, la cultura, le tradizioni delle minoranze ladine, slovene e croate.
È la storia a ricordarci che il fascismo è stato imperialista e criminale:
  • nei bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile in Spagna nel 1936, quando siamo intervenuti con la Germania nazista in soccorso del Generale golpista, Francisco Franco, contro il legittimo governo repubblicano eletto democraticamente dal popolo (a fianco dei repubblicani combatté il vostro concittadino Carlo Nani, classe 1906, contadino, comunista, espatriato in Francia nel 1923, poi nel 1942 al momento del rimpatrio fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale fascista a cinque anni di confino);
  • nelle deportazioni in massa delle tribù in Libia, nel loro internamento in campi di concentramento dove la mortalità per fame e malattia era altissima;
  • nell’uso di tonnellate di bombe al fosgene e all’iprite (due gas tossici vietati dalla Convenzione di Ginevra), sganciate sui villaggi in Etiopia;
  • con le stragi di civili e la messa a ferro e fuoco di interi villaggi distrutti per rappresaglia in Grecia e nell’ex Jugoslavia;
  • con le stragi commesse in concorso con i nazisti su tutto il territorio italiano contro l’inerme popolazione civile, nei terribili venti mesi della Repubblica di Salò.
Questo è stato il fascismo di ieri, non smettiamo mai di ricordarlo alle nuove generazioni.

E il fascismo oggi? È sempre lo storico Vercelli a ricordarcelo.
“Oggi si mimetizza, si comporta come un camaleonte: getta il sasso mentre nasconde la mano, cambia colore a seconda delle circostanze. Gli tengono bordone i benpensanti delle cosiddette “maggioranze silenziose”, sempre ansiose di strepitare, senza per questo assumersi alcuna responsabilità.
È un fascismo eterno, quindi di sempre, che riposa tranquillamente in quel razzismo quotidiano che, sotto la patina perbenista del “diritto alla differenza”, nasconde il rifiuto dell’eguaglianza. La paura costituisce il migliore alleato del fascismo: paura di vivere, di mettersi in relazione con gli altri, di condividere, di partecipare, di scegliere, ma anche di assumersi le responsabilità che da ciò derivano. La paura genera mostri: gli individui quando si sentono minacciati cercano protezione: Il fascismo simula di sapergliela offrire, chiedendo però ad essi di fare a meno della propria libertà e autonomia.
Al fascismo eterno ci si contrappone sempre e comunque con gli strumenti della conoscenza e della partecipazione democratica alla vita politica e sociale. Il miglior antidoto a qualsiasi deriva autoritaria è la partecipazione. Non esiste una via comoda alla democrazia sociale e costituzionale. I diritti non sono una concessione, semmai una conquista. Implicano quindi l’impegno di tutte le intelligenze, la lotta di ogni democratico, la partecipazione di ciascuno ad uno sforzo che si opponga costantemente all’indifferenza”.


Mai come oggi la pace, bene prezioso conquistato dalla Resistenza italiana ed europea, è in serio pericolo. La guerra è – di per sé – il contrario dei diritti umani, perché ogni guerra li calpesta e li annulla. Esprimo in nome dell’Anpi nazionale profonda preoccupazione per la situazione internazionale, che diviene sempre più complessa e pericolosa e sembra allontanare ogni giorno di più quello che è il nostro obiettivo primario: la pace.

Da troppo tempo si muore in Siria, in Iraq, in Palestina, in Libia, nello Yemen, nel Kurdistan. Assistiamo a interventi militari unilaterali al di fuori dell’egida delle Nazioni Unite che restano più o meno impassibili, riuscendo a fornire un’immagine di preoccupante impotenza.
Dobbiamo chiedere:
- al nostro Paese di essere protagonista di pace, di mettere in pratica l’art. 11 della nostra Costituzione, quel “ripudia la guerra…come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, non concedendo le nostre basi per operazioni militari;
- all’Unione Europea di intraprendere un’azione politica comune di pacificazione, coerente con i valori fissati nel Trattato, nella Carta Europea dei diritti, dei Diritti umani, negli accordi e nelle Convenzioni internazionali.
Serve un’Europa politica e sociale capace di superare le diseguaglianze e di rigettare ogni spinta populista, razzista e antiunitaria. Un’Europa che sappia accogliere uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla tortura, dalla fame. Un’Europa della fratellanza dei popoli, solidale e rispettosa delle differenze, della conoscenza, impegnata seriamente a realizzare la giustizia sociale, la libertà e la pace. Quell’Europa dei popoli, disegnata al confino fascista da Spinelli, Rossi, Colorni e altri nel “Manifesto di Ventotene”.
Serve inoltre una presa di coscienza collettiva e una forte mobilitazione di tutti i cittadini sinceramente democratici e lo slogan per tutti noi deve diventare: “Prima le persone”.

In conclusione, se volete comprendere a pieno il valore e il significato del sacrificio di tanti giovani partigiani uccisi dai nazifascisti, v’invito a leggere: “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana”. Questa ad esempio è l’ultima lettera scritta dal partigiano di GL Amerigo Duò, di anni 21, meccanico, ai compagni del Partito d’Azione, prima di essere fucilato dai fascisti all’alba del 23 gennaio 1945 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino.
“Amici cari, il mio ultimo desiderio che vi esprimo è di farvi coraggio e di non piangere; se voi mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio, dunque su coraggio, combattete per una idea sola, Italia libera. Ricordate che io non muoio da delinquente ma da Patriota e io muoio per la Patria e per il benessere di tutti, dunque chi si sente continui la mia lotta, la lotta per la comunità. Per gli amici che sono stati con me in montagna un caro augurio. Fatevi tutti coraggio. Io sono stato condannato alla fucilazione alla schiena per appartenenza a bande armate cittadine ma non hanno avuto alcuna prova contro di me. Mi raccomando a voi, fate molto coraggio ai miei genitori e statele vicino che ne avranno molto bisogno. Un caro abbraccio a tutti. Coraggio. Viva l’Italia libera!”
Umberto Eco conclude il suo libro “Il fascismo eterno” con queste parole: “Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai”. Che sia questo il nostro impegno quotidiano.

Viva la Resistenza. Viva la Costituzione. Viva la pace e la fratellanza fra i popoli di tutta la terra. Buon 25 aprile a tutti e Grazie.

martedì 8 maggio 2018

Una domanda alla sinistra


Pubblichiamo l'articolo di Guido Crainz apparso su la Repubblica del 23 aprile 2018.


Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”.
E ancora una volta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: “rivela” la cultura – o l’incultura – dei vincitori, ma anche la capacità di risposta – e la cultura – di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campo quando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale. Interroga dunque i nuovi “vincitori”, il 25 aprile di quest’anno, e da essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempo stesso la sinistra, la costrinse a riflettere su se stessa. O meglio: su quella “dissipazione di sé” che sembra prevalere. E l’urgenza di una riflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmanti segnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l’educazione quotidiana alla democrazia (la quotidiana “pedagogia della Costituzione”) e la mobilitazione politica e civile: così come è sempre stato nella nostra storia, lontana o recente.
Può essere utile ricordare il clima di vent’anni fa o poco più, quando venne proclamato l’avvento di una seducente “Seconda Repubblica”. In quel 1994 andava al governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per la prima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento non ancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega che alimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini «il più grande statista del secolo», trovando la “comprensione” di Berlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti: «Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini», disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa la capogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

A completare il quadro venne allora un programma televisivo sulla caduta del fascismo, Combat film, che proponeva un messaggio di sostanziale equiparazione fra le due parti in conflitto. Fascismo e Resistenza pari sono per la Rai, commentava Mario Pirani su questo giornale, mentre Barbara Spinelli osservava: in pochi giorni è avvenuto qualcosa di importante in Italia, «c'è clima di banalizzazione del Ventennio, di libertinismo verbale, licenza assoluta di dire. Morta la “Prima Repubblica” tutto diventa possibile, tutto diventa permesso». Un giudizio scritto allora, ma che rischia di ritornare drammaticamente attuale.
In quel 1994 la risposta fu chiara e netta: una sinistra disorientata e sconfitta seppe ritrovare se stessa e le proprie ragioni (anche se il primo stimolo non venne dai partiti o dai sindacati, ma da un piccolo quotidiano, il manifesto). La mobilitazione fu realmente ampia e confluì nella grande manifestazione nazionale del 25 aprile di quell’anno, a Milano: “un’altra Italia” non era scomparsa e a partire da essa era possibile ricostruire nella coscienza di tutti le ragioni della democrazia. E questo avvenne, in una “Seconda Repubblica” per altri versi infausta: si avviò da quel 1994 il percorso che portò una destra sin lì neofascista a rinnegare le proprie radici (un merito di Gianfranco Fini che non può essere dimenticato). E il 25 aprile si impose anche a chi, come Silvio Berlusconi, si era sempre sentito estraneo a esso: ci vollero 15 anni, ma il 25 aprile del 2009, nella Onna colpita dal terremoto, come capo del governo pronunciò un discorso esemplare. In contrasto esplicito con quel che aveva sostenuto sin lì (e non da solo).
Anche allora il 25 aprile era stato più forte, e naturalmente non vanno dimenticate neppure altre e più lontane fasi della nostra storia repubblicana, quando le discriminazioni nei confronti delle associazioni partigiane e delle sinistre erano quotidiane. Avveniva metodicamente negli anni Cinquanta, nel clima della “guerra fredda”, con punte talora estreme: nei confronti degli antifascisti, ad esempio, continuarono a funzionare a lungo quei controlli di polizia e quelle “schedature” del Casellario politico centrale che il fascismo aveva ampliato a dismisura. Tempi lontani, appunto, travolti allora da mobilitazioni popolari che videro attivamente presenti i giovani (le “magliette a strisce” del luglio 1960): travolti, più in generale, da una modernizzazione del Paese che si coniugava all’ampliamento della democrazia e alla progressiva attuazione dei valori e dei principi sanciti dalla Costituzione. Modernizzazione e ampliamento della democrazia, progredire del Paese e rinsaldarsi dei valori dell’antifascismo, in una mobilitazione culturale, politica e civile contro chi si opponeva a essi in modo esplicito o contro chi ne appannava la rilevanza decisiva (tratto comune a non pochi “vincitori” del 4 marzo): questo è stato il tratto fondativo della nostra storia repubblicana, e sempre il Paese ha saputo rispondere.
È ancora così? Questa è la vera domanda che il 25 aprile di quest’anno pone alla sinistra nel suo insieme, nel momento in cui il suo ruolo decisivo – se non la sua stessa esistenza – sembra messo in discussione. Ed è una domanda sul futuro del Paese: riguarda ciascuno di noi.



Da sudditi a cittadini: il fascismo è un crimine


Proponiamo il testo dell'orazione tenuta da Teresa Berzoni a Vigevano. 

Rivolgo a tutti presenti un saluto e un ringraziamento per essere qui con noi a celebrare la festa dellaLiberazione dell'Italia dal nazifascismo. Quel giorno Sandro Pertini annunciò, da Radio Milano Libera, la fine della guerra, il recupero dell'unità nazionale e della indipendenza ritrovata, l'avvio di un nuovo cammino democratico. C'è un filo rosso che segna il legame tra la Resistenza, il nuovo carattere dell'Italia democratica e l'ordinamento repubblicano. È il 25 aprile, che si fonda innanzitutto, la nostra Repubblica. A questo proposito vorrei ricordare la nostra compagna Noemi Tognaga, simbolo dell’antifascismo vigevanese, maestra e partigiana, collaboratrice con il Comitato di Liberazione Nazionale.

Un impegno continuato sui banchi del consiglio comunale e, per più di trent’anni, alla guida dell’Associazione nazionale partigiani.



LA GUERRA
In una Italia devastata dalla guerra, nelle sue macerie materiali, e sfregiata da vent'anni di dittatura fascista, nelle sue macerie morali, si levarono le coscienze limpide dei nostri patrioti antifascisti che non avevano mai smesso di credere in un futuro migliore, si levarono le coscienze di quei militari abbandonati a se stessi dopo l'armistizio, che onorarono la patria con sacrificio ed eroismo, donne e uomini, nelle città e nelle campagne, che non avevano mai smesso di credere che ogni persona va rispettata e che la sua dignità non può mai essere violata né per ragioni di razza, in quanto le razze non esistono, né per ragioni di religione, né per ragioni di pensiero, né per ragioni di genere, maschile o femminile, né per ragioni di condizione sociale.
Scriveva Piero Calamandrei: se volete andare nei luoghi dove è nata la nostra Repubblica, venite dove caddero i nostri giovani. Ovunque è morto un italiano per riscattare dignità e libertà, andate lì perché lì è nata la nostra Repubblica.
E’ per questo che siamo qui oggi, ancora una volta, a ricordare la Liberazione, soprattutto nel suo più profondo significato politico, quello di aprire la strada ad un futuro di democrazia, in cui libertà ed eguaglianza marciassero di pari passo, in cui i diritti della persona fossero considerati alla stregua di beni intangibili ed inalienabili, il lavoro fosse il fondamento non solo economico, ma sociale e morale della Repubblica, la pace come il bene sommo da tutelare ad ogni costo.

Il 14 luglio 1938 vennero emanate da parte del consiglio dei ministri fascista e promulgate dal re Vittorio Emaneuele III le “leggi per la difesa della razza”, un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi antisemiti: una vergogna e una infamia imperdonabile. Quelle leggi, infatti, portarono alla morte migliaia di ebrei e provocarono sofferenze indicibili, paura, terrore, angoscia e miseria. Con il manifesto della razza e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito di prestare servizio militare, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici "ariani". Gli ebrei vennero licenziati dalle amministrazioni pubbliche militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall'insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non poterono più essere accolti nelle scuole statali. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole create dalle comunità ebraiche specifiche per ragazzi ebrei.
In base a quelle cosiddette teorie (penose, false perfino ridicole) migliaia di ebrei italiani furono perseguitati, umiliati, messi alla fame, arrestati e poi spediti nei campi di sterminio.

GLI STRANIERI IN ITALIA
Siamo qui, noi dell'Associazione Partigiani per ricordare che questa è e deve essere la festa di tutti gli antifascisti, e dunque anche di coloro che vivono in Italia da tempo e dovrebbero diventare cittadini, senza steccati culturali o religiosi. Siamo qui, in un giorno di festa, ma ricordando che il mar Mediterraneo è pieno di cadaveri, che in tutto il mondo infuriano guerre, anche a noi molto vicine come la Siria, dove le maggiori potenze si fronteggiano per portare, con le bombe, la democrazia.

LA POVERTA'
Ma siamo qui anche per richiamare tutti alla necessità di superare un mondo fatto di ingiustizie, in cui alcuni poteri forti cercano di dominare il mondo, unmondo dove l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%. L’attuale sistema economico favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri che sono in maggioranza donne. E l’Italia non fa eccezione. Questo sistema economicoriesce solo a provocare ulteriori disuguaglianze, privazione di diritti, violenza e barbarie, miseria e fame. Per questo auspichiamo il passaggio da un'economia lineare basata sulla produzione industriale e sulla produzione di scarto a un'economia circolare basata sul riuso, perché stiamo consumando e inquinando l'ambiente più di quanto la terra e l'uomo possano sopportare.
LA CRISI
La disoccupazione è ancora a livelli troppo alti, mentre 18 milioni di italiani sono caduti nella povertà. Nella nostra Regione c’è una crisi ancora più grave sul piano della legalità. Continuano ad imperversare le mafie. C’è una corruzione diffusa, a tutti i livelli. Ricordiamo quello che è successo nella sanità lombarda.
C’è una crisi evidente di valori, C’è la sfiducia nelle Istituzioni, c’è uno sforzo continuo per modificare la Costituzione anziché darle finalmente attuazione, c’è una crisi di rappresentanza e dunque di democrazia, c’è la crisi dei partiti. C’è, soprattutto, il problema dei giovani, verso i quali abbiamo un debito enorme, ai quali non diamo certezze né per il presente né per il futuro

E’ per questo che non dobbiamo essere indifferenti, dobbiamo impegnarci per il bene comune, mettendo al bando egoismi, odio e violenze per realizzare, alla fine, il sogno di quegli anni, della Resistenza, della Liberazione, mettendo al centro i suoi valori fondanti: lavoro, giustizia sociale, equità e solidarietà.

GUERRE NEL MONDO
È sempre tempo di resistenza. È tempo di resistenza perché ovunque sia terra di martirio, di tirannia, di tragedie umanitarie come in Siria, Libia, Nigeria, Congo, Somalia, Sudan e tanti altri, purtroppo, lì vanno affermati i valori della resistenza.
Per questo, vogliamo dare una risposta a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà che metta al centro il valore della persona, della solidarietà, dell'uguaglianza dei diritti, della libertà di pensiero, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale, un mondo più giusto, più libero, più uguale, un mondo sognato dai caduti per la nostra libertà. L'Anpi nazionale con le parole di Carla Nespolo e l'Anpi di Vigevano condannano l'attacco portato avanti dall'America, Francia e Inghilterra alla Siria, perché allontana la soluzione della guerra civile siriana, aumenta i pericoli per la pace nel mondo, destabilizza i rapporti internazionali, delegittima l'ONU, incoraggia il terrorismo e divide l'UE. È ora che in Italia e in Europa torni a farsi sentire un grande movimento popolare per la pace.

I NUOVI FASCISMI
Si stanno moltiplicando nel nostro Paese, sotto varie sigle, organizzazioni neofasciste e neonaziste, presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web sia in Italia che in Europa, in particolare nell’est, e si manifestano attraverso chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni. C’è un pullulare in Italia di movimenti neofascisti insopportabile: liste elettorali, vendita di oggetti, esposizione di simboli, manifestazioni, siti web. Non ultimo il presidio di Casapound in piazza Ducale la settimana scorsa e la svastica e un canto della Wehrmacht incise sulla porta di un bagno a Montecitorio.
Nonostante le leggi Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993 in tema di apologia del fascismo,che puniscono ogni forma di fascismo e razzismo, siamo testimoni di un nefasto incremento di manifestazioni nostalgiche con vecchi e nuovi “camerati” che inscenano nelle piazze, stadi, nei siti cimiteriali di alcune città e adesso anche nelle sedi delle associazioni umanitarie, sindacali, e sulle porte di sindaci e assessori di vari comuni italiani.
Sempre più frequentemente si vedono croci uncinate disegnate sui muri di edifici istituzionali o scolastici. A queste nuove formazioni esplicitamente razziste e neofasciste non si può arretrare dalla scelta di un contrasto forte, per rinsaldare i valori della Costituzione.
Per questo L'Anpi si è prodigata nella raccolta di firme “Mai più fascismi” esortando le autorità competenti a vietare, nelle competizioni elettorali, la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni la concessione di spazi pubblici per iniziative promosse da ben note Associazioni, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse Istituzioni locali.

Per questo, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere, sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII Disposizione della Costituzione.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA
Durante il fascismo la donna poteva essere licenziata dal posto di lavoro se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità né salariale né previdenziale, non aveva pari diritti all'interno della famiglia anche riguardo all'educazione dei figli. Seguendo questa politica lo stato fascista cercò di eliminare tutte quelle attività, tra cui la scuola e l'istruzione, che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto e dall'avere tanti bambini, insomma la donna “regina del focolare”. La signora Pesce, donna della resistenza antifascista, ci ricorda come le bambine per andare alle scuole medie dovessero pagare una tassa doppia di quella dei bambini.
Ventuno donne nel mondo più maschile che si possa immaginare, ventuno donne con idee diverse riuscirono, insieme, ad inserire la parità di genere nella nostra Costituzione. In particolare il lascito più importante del loro lavoro fu l'articolo 3, che fissa l'uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni sociali. Ventuno donne che lavorarono alla stesura della Costituzione nell'Assemblea Costituente fino ad aprile del 1948.
L'Anpi si batte per un futuro in cui la politica per l’Uguaglianza si nutra di universalità del welfare e di diritti della persona, di redistribuzione del lavoro e della ricchezza; si nutre di applicazione della Costituzione e di rappresentanza sociale da allargare.
Siamo qui per non dimenticare il passato, ma al tempo stesso per guardare verso il futuro, sapendo che esso dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di partecipazione, di democrazia, di antifascismo. 


mercoledì 2 maggio 2018

Giovani e Resistenza nell'Oltrepò partigiano



Le riflessioni di Camillo Moroni, nell'orazione del 25 Aprile a Varzi.


Buongiorno a tutti,
è per me davvero un onore intervenire oggi a Varzi, e lo confesso sono anche un po’ emozionato perché è il paese di mia mamma, perché ho vissuto una grande storia d’amore con l’As calcio Varzi durata 12 anni e perché ho questo borgo, queste colline, questa terra nel cuore.
Siamo qui oggi per celebrare il 25 Aprile, la festa di Liberazione dal Nazifascismo e per raccontare una grande storia, la storia di un popolo, quello italiano, che dopo l’8 di settembre dovette fare una scelta, ovvero: “da che parte stare”.
Il re e Badoglio firmarono l’armistizio con gli anglo-americani, fuggirono a Brindisi e noi italiani passammo da un giorno con un altro ad essere alleati prima dei tedeschi e poi appunto con inglesi e americani. Nelle caserme scoppiò il caos, il famoso “tutti a casa” da cui il film di Luigi Comencini. I nostri ragazzi fecero quindi ritorno a casa, i più fortunati, alcuni furono subito catturati e deportati in Germania, e poi come dicevo prima si dovette compiere la famosa scelta anche in risposta del Bando Graziani.
E così abbiamo il biennio 43-45, in cui combattemmo la Guerra di Liberazione e fu una stagione sulla quale, ancora oggi, è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto.
Ma il rischio quale è? La mancanza di chiarezza, che ci costringe ancora a fare i conti con le etichette come quella che i “partigiani erano tutti comunisti” o che durante il fascismo “si dormiva con la porta aperta e i treni erano sempre in orario”, e così si perdono le storie autentiche.
Le etichette fin da piccolo non mi sono mai piaciute perché trovo che sia un modo sempliciotto di archiviare una questione o di definire una persona senza sforzarsi di approfondire. La realtà è molto più complessa. La lapide che avete di fronte è la prova: ecco questa è la realtà molto più complessa.


Qui troviamo una lunga lista di nomi e se andiamo a scavare un attimino scopriremo tante storie di gente comune. Troveremo: contadini, operai, sarti, preti, carabinieri, casalinghe, ragazzini, anziani, insomma tutte le categorie, caduti o come partigiani o come civili sempre per mano dei nazifascisti.
L’Oltrepò Pavese, la nostra terra, è piena di monumenti, lapidi, cippi che vanno a fissare nomi, luoghi e ricordi e ci rendono a pieno titolo una delle zone più importanti della Guerra di Liberazione. Lo dico con orgoglio perché se ci siamo liberati dal nazifascismo, mettendo le basi per una società più giusta, libera e democratica, lo dobbiamo anche al piccolo Oltrepò Pavese, all’insieme di tante piccole storie e sapere che queste persone possano essere i miei nonni o i nonni di un mio amico, o un vostro parente mi rende fiero di essere nato in questa terra.

Voglio quindi raccontare un paio di storie. La prima ci dà l’idea del ruolo e della preparazione che avevano le formazioni partigiane dell’Oltrepò Pavese. Siamo nelle giornate intorno al 25 Aprile, vengono liberate dai partigiani garibaldini e di giustizia e libertà città come Voghera, Casteggio, Pavia e si entra quindi a Milano. A Milano c’è il caos, si va avanti a sparare dagli edifici, i tedeschi non vogliono arrendersi, in più ci sono partigiani dell’ultima ora, quelli che vogliono salire sul carro dei vincenti, che creano solo confusione, fraintendimenti e non sono certo d’aiuto per mantenere l’ordine. Vengono quindi scelti i partigiani dell’Oltrepò Pavese come corpo di polizia partigiana per quelle giornate a Milano. Perché loro? Perché preparati, perché disciplinati e perché gente umile, di poche parole.
La sera del 27 Aprile del ’45, in un ex edificio littorio nel quartiere Brera di Milano, è in corso la riunione del comando del CVL (corpo volontari della Libertà). Al tavolo sono seduti il futuro presidente della repubblica Sandro Pertini, Enrico Mattei, il generale Cadorna e il generale Palumbo, Luigi Longo e il colonnello Valerio, altri esponenti del mondo liberale, socialista e comunista e dall’Oltrepò Pavese Italo Pietra (Edoardo) (Ponte Nizza) e il conte Luchino Dal Verme, il comandante della brigata garibaldina Aldo Casotti (Torre degli Alberi). Quella sera vengono decisi il destino del Duce e dei gerarchi fascisti, quella sera si decide di eseguire la missione finale di Dongo. Comandante della missione sarà scelto un alessandrino ovvero Walter Audisio, il colonnello Valerio. Con lui ci saranno Guido e poi Riccardo, un toscanaccio che combatté in Oltrepò e Piero Landini, emiliano, anche lui impegnato in Oltrepò. La squadra fu completata da dodici ragazzi, dodici giovani partigiani provenienti da brigate partigiane stanziate in Oltrepò. Molti furono pescati dalla brigata garibaldina della Crespi e all’alba del 28 aprile, dalle scuole di viale Romagna a Milano, partirono verso Dongo. Giustiziarono i gerarchi e il Duce e fecero ritorno il giorno dopo a Milano in Piazzale Loreto
Personalmente ho conosciuto e intervistato Arturo, Giacomo Bruni. Lui guidò il camion e per tutta la vita fece il contadino, ebbe 7 figli e visse sempre in una piccola frazione di Zavattarello: Perducco. Mi capita spesso di vedere i figli di Arturo, conosco i nipoti e tutto questo ci rende partecipi di una storia scritta da persone dei nostri paesi.
L’altra storia, prendo spunto da questa lapide: è la storia di due civili Pochintesta Alfredo e Centenaro Serafino. Facciamo un passo indietro e arriviamo a fine Luglio ’44. Appena fuori Varzi, in direzione Brallo di Pregola si combatte la battaglia dell’Aronchio, il primo grande scontro in campo aperto tra i partigiani locali e le truppe nazifasciste. I nazifascisti subiscono un’importante sconfitta, inaspettata e per i partigiani è un grande successo. Vengono aiutati anche dai contadini di Montemartino, che imbracciano i loro fucili da caccia, sancendo anche una collaborazione tra partigiani e popolazione civile, che nei mesi successivi diventerà sempre più forte. La risposta nazifascista non tarda ad arrivare. Come? Con i rastrellamenti. Vengono bruciati i paesi vicino a Varzi, vengono saccheggiate le abitazioni e portato via il bestiame. Uno dei paesi che subì il rastrellamento fu Nivione. Parroco di Nivione era Don Rino Cristiani, nato a Bagnaria e cappellano Militare della brigata garibaldina Capettini. La vile rappresaglia fu anche un modo per dare una lezione a Don Rino, ma non ci riuscirono. Don Rino continuò nella sua azione da ribelle, portando conforto ai giovani partigiani e facendo opera di mediazione. Conobbe le botte dei fascisti, fu imprigionato per dei mesi prima a Villa Triste a Pavia a poi nel carcere di san Vittore a Milano. Il suo numero di matricola era 2343. Assieme a lui tanti altri uomini di fede scelsero “da che parte stare” come padre Giovanni dei Cappuccini, amico di mio nonno, Don Tino (mi ha battezzato), curato di Varzi, Don Ginocchio anche lui di Bagnarla e parroco a Cigognola, Don Picchi a Romagnese e vorrei ricordare anche Don Ghigini di San Pietro Casasco, ucciso nell’estate del ’44 da un gruppo di fascisti mentre tornava dalla messa tenuta a San Martino. La sua colpa era di essere amico dei partigiani. Aveva 68 anni.

Perché quindi è importante oggi parlare di Resistenza e antifascismo? E’ importante perché il fascismo è qualsiasi atto di forza che subiamo, qualsiasi azione volta a togliere e sgretolare i diritti e purtroppo il mondo ne è ancora pieno. Mi riferisco alle multinazionali, alle loro logiche imperialiste. Conquistano i mercati con prodotti concorrenziali, ma a quale prezzo? Facendo una gara al ribasso sui salari, sui diritti dei lavoratori, contravvenendo a leggi nazionali e minacciando, nel caso, una delocalizzazione. A volte esultiamo perché una nota marca di fast food porterà 12 nuovi posti di lavoro o perché con l’e-commerce tutto è più facile e conveniente. Ma ci dimentichiamo della bottega, della piccola ristorazione, del nostro artigianato locale, del famoso “made in Italy” che rischia di scomparire perché le regole non sono uguali per tutti. A volte il piccolo deve preoccuparsi di garantire una certa qualità sottostando a leggi e tassazioni veramente pesanti da sostenere, mentre è poi il grande a fornire prodotti di dubbia qualità su scala mondiale. Mi riferisco poi alle cooperative dove viene calpestato il proprio statuto, dove l’assemblea dei soci non rappresenta l’organo sovrano decisionale, a quei posti di lavoro dove il sindacato fa fatica ad entrare perché “non porta una buona immagine”. E quindi se difendere i diritti dei lavoratori, del popolo, stare dalla parte della gente è ancora una posizione scomoda vuol dire che gli interessi dei colletti bianchi sono ancora forti.

Parlo di lavoro, di colletti bianchi, di diritti perché il fascismo iniziò così: con la repressione, le botte, le azioni squadriste finanziate appunto dai colletti bianchi. Prima della marcia su Roma abbiamo il famoso sciopero della primavera del 1920. Si fermarono gli operai della Fiat ma non solo, anche nelle campagne, in Lomellina, i braccianti incrociarono le braccia contro gli agrari. E allora industriali, agrari, importanti commercianti e uomini di potere finanziarono gli squadristi fascisti come Cesare Forni per andare nelle Camere del Lavoro e picchiare i lavoratori che chiedevano più diritti, più tutele e meno sfruttamento.

E’ la paura di chi detiene il potere, di chi ha sempre mangiato la fetta più grossa della torta, che si trasferisce alla gente comune. Come? Parlando di sicurezza nella maniera sbagliata, come se installare delle telecamere fosse la soluzione e attribuendo ai fenomeni migratori altre etichette, per esempio: “ci porteranno via il lavoro”, scatenando una “guerra tra poveri” molto triste.

E allora mi piacerebbe sentire parlare di lavoro, di sanità, di istruzione perché è con questi temi che si crea sicurezza, è investendo in questi settori che le persone riacquistano dignità, convinzione e forza. Cito una famosa canzone che dice: “anche l’operaio vuole il figlio dottore” ed è quindi mantenendo pubblici, liberi e meritocratici questi settori che si dà modo alla scala sociale di poter funzionare e alla gente di poter inseguire i propri sogni, e forse oggi ci hanno portato via proprio quelli, i sogni.

Nel ’43 tutti scelsero nel bene e nel male, ci misero la faccia, ed è una stagione che mi piace moltissimo perché fu una stagione di speranza, di sogni. Per fortuna vinsero le persone che credevano in un mondo più libero e subito si raggiunsero traguardi importanti: il voto alle donne, la democrazia, la Costituzione. La nostra Costituzione è bellissima: parla di lavoro, di uguaglianza, tutela le minoranze, la libertà di culto e ripudia la guerra. E’ bellissima, ma è stata attaccata, la si voleva cambiare e perché? Perché fa paura, perché è figlia di quella stagione di speranza, perché l’Italia purtroppo sta andando in direzione opposta.

Chiudo con il sogno di rivedere nella gente dell’Oltrepò quella speranza, quella voglia di lottare, di realizzare un cambiamento. Potremmo partire in prima cosa nel valorizzare il nostro bellissimo territorio, perché abbiamo cultura enogastronomia, paesaggi bellissimi e oggi abbiamo visto che abbiamo anche grandi storie di uomini e donne da raccontare e da esportare. Serve dialogo, non serve la paura. Abbiamo la storia, e il fascismo si combatte con la cultura.



sabato 28 aprile 2018

Il 25 aprile e i suoi nemici. Riflettendo sulla rappresentazione odierna della Resistenza e del fascismo vecchio e nuovo


Eccovi il testo dell'orazione tenuta da Luca Casarotti il 25 Aprile a Pavia.
Per chi volesse, è disponibile il video a questo link

1. Lo slogan che scandiamo più spesso, lungo il corteo che ogni anno ci conduce qui in Piazza Italia, consiste di due versi, com’è frequente per gli slogan. Il primo recita: «Il 25 aprile non è una ricorrenza». Il secondo lo completa, echeggiando Calamandrei: «ora e sempre Resistenza». Questo motto ormai classico, che caratterizza le piazze antifasciste con costanza almeno dagli anni ’60, coglie una verità fattasi nel tempo sempre più palese, ossia che la rappresentazione del 25 aprile, specie nel discorso istituzionale, tende a celebrare il momento della Liberazione isolandolo dal suo contesto. In questa rappresentazione il conflitto e il nemico vengono obliterati o relegati a uno sfondo indistinto. Sfuocate si percepiscono le ragioni della guerra partigiana, edulcorato e come sublimato il modo in cui fu combattuta. Persino il nome del nemico è pronunciato di rado, quasi che non dire il nome serva a scongiurare il ritorno della cosa. Le riflessioni che vorrei oggi fare con voi riguardano questa rappresentazione corrente del fascismo e della resistenza, poiché a tale rappresentazione solamente, e non agli eventi rappresentati, mi è dato assistere, e di essa solamente mi è dato perciò parlare in maniera, mi auguro, credibile.


2. Due anniversari sollecitano la riflessione attorno a questo 25 aprile: cadono infatti nel 2018 l’ottantesimo anno dalla promulgazione delle leggi razziali, iniziata nel settembre del 1938, e il settantesimo dall’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948, della Costituzione repubblicana. Basterebbero queste due date a mostrare che non è possibile comprendere la Resistenza e le sue conquiste senza considerarne il vincolo antitetico con la storia che l’una e le altre ha generato. Non posso che limitarmi a qualche considerazione minima, a fronte d’un tema così vasto. Lo farò dunque adottando la prospettiva che meglio consente d’inquadrare i due anniversari nella loro specularità, cioè quella che ci offre l’art. 3 della Costituzione, nel cui primo comma, come sappiamo, la razza è assunta come una categoria in base alla quale l’ordinamento giuridico non può fondare alcuna discriminazione, ferme restando le azioni positive che devono essere invece intraprese per eliminare le discriminazioni esistenti, giusta la direttiva dell’eguaglianza sociale sostanziale impartita dal comma II dello stesso art. 3.
Il razzismo era stato un carattere costitutivo del fascismo: aveva fatto parte del suo piano originario, a dispetto della vulgata apologetica che afferma il contrario, sostenendo che si sia trattato di un accidente catastrofico, di un cedimento dovuto a ragioni di sudditanza verso il più forte alleato tedesco. Per capire la falsità della tesi assolutoria bisogna esercitare la visione periferica; bisogna cioè volgere lo sguardo al confine orientale d’Italia e alle colonie.
Com’è stato detto autorevolmente, nelle colonie il regime di brutale separazione gerarchica tra i colonizzatori italiani bianchi e i colonizzati neri ha anticipato l’apartheid. Quanto al confine orientale, non vanno anzitutto taciute le responsabilità dello stato liberale nei mutamenti di popolazione all’indomani del 4 novembre 1918: del clima di nazionalismo esasperato fecero le spese soprattutto tedescofoni, sloveni e croati, espulsi a centinaia perché sospettati di fare propaganda anti-italiana. In questo clima, uno dei primi atti squadristi nella Venezia Giulia annessa all’Italia con la fine della prima guerra mondiale fu l’incendio a Trieste del Narodni dom, simbolo cittadino delle comunità slovena, croata e ceca. Una volta al potere, il fascismo attuò una politica che assunse la denominazione ufficiale di «bonifica etnica», finalizzata all’italianizzazione di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue, cui doveva corrispondere la snazionalizzazione (meglio: la cancellazione) delle comunità allogene, complessivamente e dispregiativamente identificate come “slave” (la connotazione spregiativa dell’attributo sta nella sua etimologia, che è la stessa di “schiavo”). E laddove non riusciva la pressione burocratica del regime, subentrava la violenza fisica spinta fino all’omicidio, come fu per Lojze Bratuž, un organista sloveno che dirigeva un coro e lo faceva cantare in sloveno. Per questo solo motivo Bratuž trovò la morte, dopo che gli fu fatto bere olio per motori. Prodotto grottesco e insultante della bonifica etnica fu l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi. Tutto ciò ben prima del 1933 e dell’avvento del nazismo.
A questo stato di cose reagisce l’Assemblea costituente scegliendo di fare menzione della razza all’art. 3. Settant’anni più tardi ci chiediamo se abbia ancora senso mantenere nel testo della Costituzione quella «parola maledetta»: la formula è di Meuccio Ruini, che in seno alla Costituente presiedette la commissione cosiddetta “dei settantacinque”, incaricata di redigere il progetto di Costituzione da sottoporre all’assemblea plenaria. A rilanciare il dibattito ha contribuito di recente un volume collettaneo, significativamente intitolato No razza, sì cittadinanza, alla cui stesura hanno partecipato molti studiosi dell’università di Pavia. Non voglio qui prendere posizione su questo interrogativo, che si pone all’incrocio tra diritto, linguistica, antropologia e scienze biologiche. Oggi il mio compito è semmai ricordare che lo stesso interrogativo si era posto il Costituente, e che la decisione di adoperare la parola “razza” nel testo della Carta fondamentale fu il frutto non d’una scarsa avvedutezza scientifica, ma d’una scelta politica e lessicale estremamente consapevole. Di tutto ciò offrono testimonianza i lavori dell’assemblea.
Nella seduta del 24 marzo 1947, Mario Cingolani propose infatti di sostituire, nel testo dell’art. 3, alla parola “razza” la parola “stirpe”. L’emendamento venne respinto. Nella discussione furono decisivi gli argomenti di due colleghi di Cingolani, Renzo Laconi e lo stesso Meuccio Ruini che ho menzionato poc’anzi. In nome della razza, essi sostennero, il fascismo aveva espulso con ferocia sempre crescente i supposti inferiori dalla comunità delle persone cui era accordato anche il solo formale godimento dei pieni diritti, laddove gli inferiori erano tutti coloro che non appartenevano alla razza ariana, o alla «pura razza italica», come si leggeva nel Secondo libro del fascista, un testo destinato all’educazione elementare. Il concetto di razza, una volta legittimato giuridicamente, aveva aperto la strada alla discriminazione tra esseri umani, alla deportazione, allo sterminio. Non si poteva fingere che ciò non fosse mai accaduto; occorreva invece impedire che la razza continuasse a essere una categoria in ragione della quale lo Stato potesse fondare nuove o vecchie discriminazioni. Per questa causa il termine “razza” compare nella Costituzione. Si è trattato dunque di una ragione storica obiettiva e contingente, come disse Ruini.
In questa luce appare tutta la pochezza di quello che non è nulla più d’uno stratagemma retorico: invocare cioè la Costituzione per giustificare un assunto razzista. È mio dovere non essere vago: come sappiamo, durante l’ultima campagna elettorale, il futuro presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha prima invocato la “razza bianca” come un dispositivo di esclusione, poi si è giustificato affermando che anche la Costituzione parla di razza. È un espediente misero. Chi se ne serve dimostra (o finge) di non aver capito il senso dell’art. 3. A settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione c’è da chiedersi se la contingenza di cui parlava Ruini sia nel frattempo venuta meno. Noi ora sappiamo meglio di allora che le razze umane non esistono. Ma sappiamo anche – o dovremmo sapere – che esiste il razzismo, e che continua a uccidere.

3. Torniamo adesso alla vulgata apologetica che vorrebbe rimuovere il razzismo dal piano originario del fascismo, imputandolo alla condiscendenza obbligata del regime a Hitler. Quest’idea, che abbiamo visto essere falsa, ha le sue radici in uno dei più pervicaci stereotipi sull’indole del bravo italiano, in contrapposizione qui al cattivo tedesco. Uno stereotipo di cui durante la seconda guerra mondiale si servì la propaganda alleata prima, e anche quella badogliana in seguito, con il fine d’instillare nella popolazione un sentimento d’avversione verso il regime, e poi verso lo stato fantoccio di Salò. Dopo la guerra, lo stesso stereotipo divenne un adagio giustificazionista, sfruttato per non fare i conti con l’eredità del fascismo, che si voleva percepire ormai come un fenomeno altro dallo Stato nuovo. E mentre questo racconto autoassolutorio prendeva corpo anche nell’opinione pubblica, in molti settori dello stato repubblicano (prefetture, questure, scuole) continuavano a operare, spesso in posizioni di vertice, gli stessi funzionari che si erano formati sotto il fascismo e avevano servito il regime. Nessuna Norimberga, nessuna palingenesi. A ciò è da aggiungere la larga applicazione che la magistratura fece del provvedimento di amnistia del 22 giugno 1946 voluto da Togliatti.
Oltreché sull’indulgenza per le politiche razziste, la vulgata riabilitatrice del fascismo si è da sempre retta su un’altra pseudotesi, attualmente molto in voga, e compendiata nello slogan secondo cui il fascismo avrebbe fatto anche cose buone. Si tratta di propaganda grossolana, che non regge alla verifica dei fatti, impietosamente demolita già da tempo eppure ancora circolante. Mistificazioni come quella per cui Mussolini avrebbe inventato la previdenza sociale e dato la tredicesima mensilità a tutti i lavoratori. In realtà il sistema previdenziale esisteva dalla fine dell’Ottocento, e il regime introdusse la gratifica natalizia ai dirigenti e agli impiegati del settore industriale, mentre agli operai aumentò le ore di lavoro, non il salario. Al riparo della sua retorica socialisteggiante, il fascismo ha sempre fatto l’interesse del grande capitale, non della classe operaia. E badate che questo giudizio non è condiviso solamente dai marxisti: uno di coloro che l’hanno formulato con più chiarezza è Ernesto Rossi, il quale fu uomo d’idee liberali, coautore del Manifesto di Ventotene. A diffondere questa propaganda apologetica è oggi soprattutto l’ambiente – un manipolo di pagine sui social network – che per i contenuti veicolati si è guadagnato il nomignolo di “fascio-facebook”. Si potrebbe quindi pensare a un fenomeno di internet: il che sarebbe comunque rilevante, data la platea dei potenziali fruitori. Ma non si tratta solo di questo: delle stesse mistificazioni è fatto un uso politico che rasenta l’apologia del fascismo. «Per i pensionati ha fatto sicuramente di più Mussolini della Fornero»: la dichiarazione, del febbraio 2016, è del leader della Lega Matteo Salvini.
C’è, poi, una vulgata riabilitatrice dell’uomo Mussolini, protesa nello sforzo di raccontarne le gentilezze, le paure e le piccole meschinità private; cioè di plasmare nella coscienza collettiva il ricordo del comune individuo, e non del dittatore a capo di un regime criminale. In questo biografismo ombelicale scompaiono la politica e la storia, e rimane solamente un pugno di aneddoti pruriginosi. Artefici di questo cattivo racconto sono stati intellettuali generalmente riveriti nel nostro Paese: su tutti Indro Montanelli, che specie negli ultimi anni della sua vita ha goduto di una fama trasversale agli schieramenti politici. Nell’immediato dopoguerra Montanelli fu tra i primi, insieme al collega giornalista Paolo Monelli, a comprendere le potenzialità dell’operazione riabilitatrice. Potenzialità anzitutto politiche, perché riabilitare Mussolini permetteva di perpetuare nell’opinione pubblica l’idea che a risolvere i problemi dell’Italia dovesse essere l’uomo forte al comando. Com’è evidente a chiunque, l’idea è ben lungi dal tramontare, non solo nella cultura di destra. Di tono simile a quello montanelliano erano gli articoli dedicati al duce dai periodici a diffusione di massa «Oggi» e «Gente», e spesso firmati da giornalisti che restarono per tutta la vita fedeli alle loro convinzioni fasciste: per «Oggi» scriveva Ivanoe Fossani, già promotore dello squadrismo nel mantovano e confidente dell’Ovra, per «Gente» Giorgio Pisanò, già volontario della Rsi.

4. All’intento di riabilitare il fascismo s’accompagna l’insistenza nell’imputare la caduta del regime a un affare tutto interno al partito nazionale fascista e nello svalutare di conseguenza il ruolo dell’antifascismo, fino praticamente ad annullarlo. La vulgata antipartigiana è infatti l’altra faccia dell’apologia del fascismo. È bene chiarirlo: non si tratta di una narrazione confinata alla propaganda risentita della destra nostalgica, ma di un discorso alimentato da una divulgazione diretta al grande pubblico, che attinge talvolta acriticamente dalla pubblicistica neofascista. È quanto la storiografia ha messo in luce riguardo ai libri del ciclo dei vinti di Giampaolo Pansa, cui pure ha arriso il successo editoriale. La vulgata antipartigiana si esercita soprattutto sugli episodi di maggiore conflittualità nella guerra di Liberazione, su cui la memoria è, e non può non essere, divisa. Il caso probabilmente paradigmatico è l’attacco di via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944: per decenni, il discorso pubblico attorno all’azione dei GAP contro il Polizeiregiment Bozen è stato inficiato da falsi storici e pregiudizi messi in circolo dapprima in ambienti repubblichini, poi ripetuti a lungo anche dalla grande stampa. Tuttora la discussione attorno a via Rasella non è immune dai cascami di quella retorica. Non è vero, ad esempio, che l’attacco determinò l’intensificarsi dei bombardamenti sulla capitale: al contrario, essi diminuirono. Ma l’affermazione più odiosa, che rimonta a un articolo dell’«Osservatore romano», è quella secondo cui, non presentandosi al comando tedesco, i gappisti provocarono l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Non fu mai affisso nessun manifesto in cui si ordinava ai partigiani di presentarsi. A Roma, prima delle Fosse Ardeatine, non aveva formalmente avuto luogo alcuna rappresaglia per le azioni partigiane. Dell’eccidio, il comando tedesco diede notizia a massacro avvenuto, con la famigerata formula «l’ordine è già stato eseguito». Paradossalmente, l’azione dei GAP, lodata dagli alleati, è stata ed è ancora denigrata nel nostro Paese: invece che sull’oppressore nazista, in molti preferiscono scaricare sui partigiani la responsabilità di un eccidio disumano, considerato una rappresaglia illegale – ma ciò è forse il meno – dai tribunali che l’hanno giudicato. Altro è mettere in guardia dal feticizzare la Resistenza, facendone un mito sottratto alla verifica storiografica, altro denigrarla, allestendone un racconto diffamatorio del tutto sganciato dalle fonti.

5. Una simile rappresentazione del fascismo da un lato e della Resistenza dall’altro ha progressivamente influito sull’immaginario pubblico, e ha accompagnato il sempre più accentuato disfacimento dell’argine antifascista, fino all’avvento al governo, a metà degli anni ’90, delle forze postfasciste, che mai fino ad allora avevano preso le distanze dalla tradizione – soprattutto repubblichina – di cui il msi s’era proclamato l’erede. Un salto di qualità al quale ha corrisposto un cambio di paradigma anche nella retorica istituzionale sulla fondazione dello Stato repubblicano, al cui centro s’è installato il motivo della memoria condivisa. Ciò che è accaduto a partire almeno dal discorso d’insediamento dell’on. Luciano Violante alla presidenza della Camera dei Deputati, il 10 maggio 1996, con il quale l’ex esponente comunista invitava, nell’ottica della pacificazione nazionale, a comprendere le ragioni dei ragazzi «e soprattutto delle ragazze» che scelsero Salò.
Sono tuttavia troppi gli interdetti che ancora impediscono una piena assunzione di responsabilità da parte italiana sul suo passato fascista: dall’uso delle armi chimiche in Africa orientale all’omessa o inadeguata punizione dei criminali di guerra. E non può aiutare a gettare luce su questo nostro passato prossimo, al netto delle buone intenzioni, un museo del fascismo a Predappio: non perché non occorra un progetto museale sul fascismo, ma perché è controproducente – cioè rischia di alimentare ulteriormente il culto per il suo oggetto – inserirlo in un contesto tutt’ora inquinato dai pellegrinaggi nostalgici al paese natale del duce. In uno stato di cose siffatto, costruire una memoria condivisa è possibile solo a patto di rimuovere il conflitto dalla storia: a patto dunque di fare della storia un uso strumentale, asservito alle esigenze politiche contingenti. E quando si costruisce la memoria su basi tanto incerte, capita di confondere l’oppressore con l’oppresso. Per non fare che un esempio, è potuto così accadere che in occasione del Giorno del Ricordo le massime istituzioni della Repubblica, complice una disposizione di legge formulata in modo talmente vago da consentirlo, negli anni abbiano decorato letteralmente centinaia di militari inquadrati nelle formazioni collaborazioniste della Rsi, come ha documentato anche il «Corriere della Sera» nel 2015.

6. Mi rendo conto di aver dipinto un quadro a tinte fosche. Non dobbiamo nasconderci del resto che rinsaldare l’argine antifascista è un lavoro di lungo periodo. È un errore credere che l’emergenza si sia risolta con la debacle elettorale dei partiti neofascisti lo scorso 4 marzo. Certo, pochi voti sono meglio di tanti, ma il nucleo del problema non è nelle urne. C’è intanto il fatto che alcuni punti del programma neofascista, o fascista tout court, hanno travalicato i confini dell’estrema destra e sono stati legittimati nell’agone democratico. Per molto tempo, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori il neofascismo non è stato avvertito come una questione politica rilevante. Nel mentre si andava perdendo la capacità di riconoscere la matrice originaria di quelle istanze, appena non fossero state ammantate della simbologia del ventennio, come se servissero il fez e la camicia nera a fare d’una qualunque posizione una posizione fascista. Questo meccanismo presiede alle logiche securitarie in nome delle quali sono continuamente invocate restrizioni all’accoglienza, una repressione penale sempre più severa e sempre meno extrema ratio, un diritto indiscriminato all’autodifesa: temi su cui pare essersi innescata tra le forze parlamentari una rincorsa a interpretare con la maggiore radicalità un bisogno di sicurezza in larga parte indotto e non reale. L’odio per lo straniero (beninteso: l’odio per lo straniero povero) ha contagiato l’immaginario pubblico, e quest’immaginario, non un’astratta follia, ha armato la mano di omicidi, stragisti e tentati stragisti, com’è successo a Firenze nel dicembre 2011, a Macerata lo scorso 3 febbraio, e di nuovo a Firenze il 5 marzo.
E ancora c’è la violenza dei militanti, nella maggior parte dei casi organici agli stessi partiti neofascisti che si presentano alle elezioni. Solo dal 2014 ad oggi, il sito “Info Antifa” ha raccolto le notizie di 159 aggressioni compiute da neofascisti. E si può credere ragionevolmente che esista anche una cifra nera, cioè un numero di aggressioni delle quali non si ha notizia.
Con quest’insieme di problemi dobbiamo misurarci, quando vogliamo affrontare le manifestazioni odierne del fascismo. È indubbiamente un compito gravoso e sgradevole; sarebbe senz’altro meglio se non dovessimo occuparcene. Ma è impossibile ignorare la questione e lasciare che il discorso fascista, e la violenza che ne è l’emanazione diretta, guadagnino ulteriore legittimazione nello spazio pubblico.
Noi giungiamo a questo 25 aprile dopo che nei primi mesi dell’anno una mobilitazione antifascista diffusa, direi “di massa”, ha attraversato l’Italia: pensiamo alle centinaia di presidi e cortei, a cominciare da quello maceratese, che il 10 febbraio hanno risposto nel migliore dei modi al gesto infame di Luca Traini e all’ideologia di cui quel gesto è espressione. Pensiamo alle innumerevoli manifestazioni di protesta che hanno contestato i comizi elettorali tenuti dai capi delle formazioni neofasciste. Di questo rinvigorito protagonismo antifascista Pavia è stata in un’occasione il centro propulsore. Quando il 3 marzo scorso ha cominciato a circolare la notizia che nella notte qualcuno aveva incollato un adesivo con la scritta «qui ci abita un antifascista» sotto le case di decine di noi, un’ondata di solidarietà e soprattutto di orgoglio antifascista ha superato ben presto i confini cittadini, scatenandosi in tutta Italia. Quell’adesivo, reinterpretato in mille modi, ha cominciato a comparire ovunque: esibirlo ha significato una rivendicazione collettiva di appartenenza. Ha insomma trasformato in un boomerang l’impresa dell’ignoto autore, a cui vogliamo sia data anche ufficialmente un’identità. Che si tratti d’un fascista, possiamo dire senza tema di smentita. Rinnovo da questo palco, a nome di tutte e tutti, la solidarietà a chi di noi ha subito un’intrusione sgradita e pericolosa nella sua vita privata. L’orgoglio dimostrato qui e altrove ha significato anche il rifiuto del ruolo di vittime passive di quella che è a tutti gli effetti un’intimidazione.
Nei mesi scorsi s’è poi conclusa per molti la vicenda giudiziaria che aveva fatto seguito al presidio antifascista del 5 novembre 2016, che le forze dell’ordine vollero provare a disperdere con l’uso della forza. Come sapete, il presidio era stato indetto per protestare contro la marcia dei militanti neofascisti organizzata nello stesso giorno dall’associazione “Recordari”. L’archiviazione sancisce che non ci fu in quell’occasione nessuna delittuosa resistenza a un pubblico ufficiale. Sono inoltre convinto che i sette compagni per i quali l’iter non s’è ancora concluso (tra di loro c’è il presidente del circolo ANPI cittadino), e ai quali va la mia vicinanza complice, dimostreranno la fondatezza giuridica delle loro ragioni. Sulla moralità del nostro gesto, che allora chiamammo «disobbedienza civile», non abbiamo mai avuto il minimo dubbio. E permettetemi, paragonando il grande al piccolo, di usare il sostantivo “moralità”, con il quale coscientemente richiamo il sottotitolo dell’opera maggiore di Claudio Pavone.

7. In conclusione del mio intervento ringrazio l’ANPI, organizzazione di cui sono esponente, e la Rete Antifascista di Pavia, alla quale l’ANPI partecipa insieme a molte associazioni cittadine e a molte singole persone: il lavoro pluriennale di queste realtà ha radicato a Pavia una forte consapevolezza antifascista e ha contrastato ogni tendenza a passare sotto silenzio o minimizzare l’importanza del tema.
Si sa che, quando diviene luogo comune, un concetto perde gran parte della sua capacità di produrre significato e di tradursi in pratica. È quello che accade con le espressioni «Costituzione nata dalla Resistenza», o «repubblica nata dalla Resistenza», se – come spesso capita – le ripetiamo in maniera meccanica, formulaica, vorrei dire “disimpegnata”. Per dare senso a queste espressioni, cioè per impedire che divengano parole senza idee, bisogna raccontare la Resistenza senza infingimenti, per ciò che essa fu, nelle sue componenti di guerra civile, patriottica e di classe. Bisogna raccontare il fascismo storico e saper riconoscere il fascismo odierno, che non può presentarsi come quello d’allora, ma che non di meno ripete i caratteri del fascismo eterno, l’ur-fascismo di cui parlava Umberto Eco: il virilismo, il culto della bella morte, l’elitarismo posticcio e il conseguente disprezzo del più povero, la narrazione di una comunità necessariamente coesa, mai attraversata al suo interno da conflitti, e la conseguente individuazione d’un nemico sempre straniero… Le istituzioni non vivono disincarnate dalla storia, ma assumono le forme che dà loro chi di volta in volta le impersona. Non basta dunque che un’istituzione, un partito, un’associazione culturale, una comunità siano dichiarate antifasciste una volta, perché lo siano in eterno. Serve che la prassi realizzi quell’iniziale statuizione di principio.
Che la festa della Liberazione possa darci la forza morale necessaria a essere e dirci quotidianamente antifascisti. È ciò che auguro anzitutto a me stesso. A questa scelta di campo spero d’aver tenuto fede, pronunciando oggi le mie parole. Ringrazio voi tutte e tutti per avermi voluto ascoltare.



Elenco ragionato delle fonti

Qui di seguito cito i testi che ho consultato per la stesura di questo intervento. Menziono soltanto quelli che attengono direttamente ai temi trattati: altre letture e altre esperienze, come ovvio, hanno influito sulle posizioni che ho espresso.

1. Sul discorso istituzionale attorno al 25 aprile seguo l’impostazione proposta da Vanessa Roghi, Non c’è liberazione senza antifascismo, internazionale.it, 22 aprile 2015, https://www.internazionale.it/opinione/vanessa-roghi/2015/04/22/25-aprile-resistenza-liberazione, (consultato il 27 aprile 2018).

2. Sul razzismo come carattere originario del fascismo, e sul colonialismo fascista come anticipazione dell’aparteid si può vedere Enzo Collotti, La politica razzista del regime fascista, http://www.italia-liberazione.it/novecento/interCollotti.html (consultato il 27 aprile 2018). Sulla bonifica etnica del confine orientale, un’esposizione efficacie e sintetica si trova nell’articolo di Piero Purini, Il prequel del Giorno del Ricordo. La venezia Giulia dalla prima alla seconda guerra mondiale, in Nicoletta Bourbaki (a cura di), La storia intorno alle foibe, internazionale.it, 10 febbraio 2017, https://www.internazionale.it/notizie/nicoletta-bourbaki/2017/02/10/foibe (consultato il 27 aprile 2018); per una trattazione approfondita si veda, dello stesso autore, la monografia Metamorfosi etniche: i cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria (1914-1975) [2° edizione] Kappavu, Udine 2014. Piero Purini, la cui famiglia ha subito le conseguenze dell’italianizzazione forzata, ha di recente riacquisito l’originario cognome Purich.
A proposito del dibattito sulla parola “razza” in costituzione, il volume collettaneo che cito nel testo è quello curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi, No razza, sì cittadinanza, Ibis, Pavia 2017. Traggo le informazioni sulla seduta dell’Assemblea costituente del 24 marzo 1947 da Girolamo De Michele, La parola “razza” e la Costituzione, 22 gennaio 2018, http://www.lacostituzione.info/index.php/2018/01/29/la-parola-razza-e-la-costituzione/ (consultato il 27 aprile 2018). Per le dichiarazioni di Attilio Fontana sulla razza bianca a rischio, rilasciate a Radio Padania il 14 gennaio 2018, e per il successivo appello strumentale alla Costituzione, si veda ad esempio Attilio Fontana colpisce ancora. «La costituzione parla di razze, allora dovrebbero cambiarla», L’Huffington Post, 16 gennaio 2018, https://www.huffingtonpost.it/2018/01/16/attilio-fontana-colpisce-ancora-la-costituzione-parla-di-razze-allora-dovrebbero-cambiarla_a_23334583/ (consultato il 27 aprile 2018).

3. Dallo stereotipo del cattivo tedesco e del bravo italiano prende il titolo lo studio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013. Sulla mancata epurazione degli apparati statali dopo il fascismo è fondamentale il libro di Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Einaudi, Torino 2017. Dell’amnistia Togliatti si è occupato Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano 2006. Sulle mistificazioni a proposito delle “cose buone” che anche il fascismo avrebbe fatto è istruttivo l’articolo di Leonardo Bianchi, Quando c’era lui. Le bufale sul fascismo a cui la gente continua a credere, vice.com, 24 luglio 2017 https://www.vice.com/it/article/d3894m/bufale-storiche-sul-fascismo-mussolini-pensioni-tredicesima-terremoto (consultato il 27 aprile 2018) (ove è riportata la dichiarazione di Matteo Salvini citata nel testo). Per le tesi di Ernesto Rossi sul fascismo a servizio del grande capitale si veda la sua raccolta d’interventi I padroni del vapore, Laterza, Roma-Bari 1955; ora Caos, Roma 2016. La vulgata riabilitatrice di Mussolini è analizzata nel saggio di Mimmo Franzinelli Mussolini revisionato e pronto per l’uso, in Angelo Delboca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza 2009, pp. 203-236.

4. Per la critica al ciclo dei vinti di Giampaolo Pansa si vedano Ilenia Rossini, L’uso pubblico della Resistenza. Il caso Pansa tra vecchie e nuove polemiche, scaricabile da academia.edu (http://www.academia.edu/1720067/L_uso_pubblico_della_Resistenza_il_caso_Pansa_tra_vecchie_e_nuove_polemiche; consultato il 27 aprile 2018); Gino Candreva, La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa, in Zapruder 39 (2014), pp. 126-135 (http://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2017/06/Zap-39_14-StoriaAlLavoro2.pdf; consultato il 27 aprile 2018). Sulla propaganda fascista attorno all’eccidio delle Fosse ardeatine è imprescindibile il volume di Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse ardeatine, la memoria, Feltrinelli, Milano 2012: sull’attacco di via Rasella si veda inoltre l’esemplare lezione di Alessandro Barbero, Le reti clandestine. Una rete di partigiani: i GAP di Roma e l’attentato di via Rasella, tenuta al festival della mente 2017 di Sarzana (https://www.festivaldellamente.it/it/9502, consultato il 27 aprile 2018; disponibile anche su YouTube).
Nella Roma occupata dai nazisti, le Fosse Ardeatine furono la prima rappresaglia dichiarata come tale. Precedentemente c’erano state numerose fucilazioni per ritorsione ad azioni partigiane, ma queste esecuzioni erano di solito precedute da processi-farsa in cui i fucilandi venivano condannati per atti compiuti da loro stessi (e non quindi come ostaggi uccisi per punire atti commessi da terzi). Cfr. Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, cit., p. 208. Va comunque respinto l’argomento ricattatorio secondo cui i partigiani, sapendo che ci sarebbero state delle rappresaglie, avrebbero fatto meglio a starsene a casa. Dai documenti coevi emerge che i comunisti si erano posti il problema e l’avevano risolto decidendo di combattere fino in fondo, senza farsi condizionare dal rischio di rappresaglie. Certamente una reazione bestiale come l’eccidio delle Fosse Ardeatine non era prevedibile, tuttavia occorre riaffermare che un atto di guerra antinazista come quello di via Rasella sarebbe stato militarmente e moralmente giustificato anche qualora i gappisti avessero conosciuto in anticipo l’entità della ritorsione. Cfr. Agire subito, in «L’Unità» clandestina (edizione romana), 26 ottobre 1943, p. 2. Nello stesso numero, a p. 4, cfr. Pogrom a Roma, di ferma condanna contro il rastrellamento del ghetto perpetrato dai nazifascisti dieci giorni prima: «Lo spirito di solidarietà del popolo italiano verso questi infelici, manifestatosi già in varie forme, al tempo della campagna razzista fascista, domanda giustizia e vendetta di fronte a questo spaventoso delitto commesso contro uomini inermi e innocenti, che si vogliono isolare dal resto della popolazione, col barbaro pretesto di una inferiorità razziale, esistente solo nelle perverse ossessioni di Hitler. […] – A tale inaudita violenza occorre resistere con tutte le forze» (corsivi nostri).
Per alcune questioni di metodo sull’uso delle fonti applicate al caso concreto consiglio anche la lettura del post di Salvatore Talia (in collaborazione con Nicoletta Bourbaki), Un paese di mandolinisti. Wikipedia, i falsi storici su Via Rasella e il giustificazionismo sulle Fosse ardeatine, Giap, 5 maggio 2015, https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/05/un-paese-di-mandolinisti-wikipedia-i-falsi-storici-su-via-rasella-e-il-giustificazionismo-sulle-fosse-ardeatine/ (consultato il 27 aprile 2018).

5. Il discorso pronunciato da Luciano Violante in occasione dell’insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati si può leggere sul sito istituzionale della Camera (http://storia.camera.it/presidenti/violante-luciano/xiii-legislatura-della-repubblica-italiana/discorso:0#nav; consultato il 27 aprile 2018). La letteratura sulla memoria condivisa è sterminata. Qui ho tenuto presente in particolare Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004. Per approfondire il tema dell’uso delle armi chimiche in Africa orientale il punto di partenza è Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori riuniti, Roma 1996. Sull’omessa o insufficiente punizione dei criminali di guerra fascisti si possono vedere i volumi di Davide Conti e Mimmo Franzinelli citati al nr. 3. Del progetto di un museo del fascismo a Predappio si occupa il reportage di Wu Ming 1, pubblicato in tre puntate, Predappio Toxic Waste Blues, Giap, 27 ottobre 2017, 7 novembre 2017, 15 novembre 2017 (https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/; https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/predappio-toxic-waste-blues-2-di-3/; https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/predappio-toxic-waste-blues-3-di-3/; consultati il 27 aprile 2018): in appendice alla prima puntata si può leggere una mia nota sul reato di apologia del fascismo. Sulle medaglie assegnate ai militari collaborazionisti in occasione del Giorno del Ricordo si vedano Alessandro Fulloni, Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo, corriere.it, 23 marzo 2015; Nicoletta Bourbaki, Il Giorno del Ricordo: dieci anni di medaglificio fascista. Un bilancio agghiacciante, Giap, 15 aprile 2015, https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/04/il-giornodelricordo-dieci-anni-di-medaglificio-fascista-un-bilancio-agghiacciante/ (consultato il 27 aprile 2018).

6. Sulle logiche securitarie può essere utile consultare il libro di Serge Quadruppani, La politica della paura, trad. it., Lantana, Roma 2013. Sulla marchiatura delle case degli antifascisti a Pavia, e sull’ondata di orgoglio antifascista che ha scatenato, si veda tra i tanti l’articolo di Paolo Gallori, Pavia, antifascisti ‘marchiati’ con adesivi sulla porta di casa: la reazione dei sindaci che si ‘automarchiano’, repubblica.it, 3 marzo 2018, http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/03/03/news/pavia_antifascista_segnalati_con_adesivo_sulla_porta_di_casa-190277837/ (consultato il 27 aprile 2018). Sulle archiviazioni nel procedimento che ha fatto seguito al presidio del 5 novembre 2016 si veda invece Fabrizio Merli, Presidio antifascista del 5 novembre: prosciolti in 23, laprovinciapavese.gelocal.it, 20 febbraio 2018, http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/02/20/news/presidio-antifascista-prosciolti-in-23-1.16504409 (consultato il 27 aprile 2018).

7. È superfluo precisarlo, ma la definizione tripartita della Resistenza come guerra civile, patriottica e di classe è stata formulata da Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991: su questa definizione sono importanti le riflessioni di David Bidussa, In memoria di Claudio Pavone. La Resistenza, le scelte, gli uomini, le donne, glistatigenerali.com, 30 novembre 2016, http://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/claudio-pavone-la-resistenza-le-scelte-gli-uomini-le-donne/ (consultato il 27 aprile 2018). Il saggio di Umberto Eco a cui alludo nel testo è Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2018, originariamente in Id., Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997.