martedì 25 settembre 2018

Verso l'altra guerra - Schegge di Grande guerra

Trittico sulla guerra, Otto Dix
[…] “Quelli che interrogavano avevano tutta l'efficienza, la freddezza e il controllo di sé degli italiani che sparano senza che nessuno spari loro. […] «Perché non sei col tuo reggimento?» […] «Non lo sai che un ufficiale deve restare coi suoi uomini?» […] «Sei tu e la gente come te che hanno permesso ai barbari di calpestare il sacro suolo della patria.» […]«È a causa di tradimenti come il tuo che abbiamo perduto il frutto della vittoria.» […] «Abbandono di truppa, condannato alla fucilazione.»”- Addio alle armi, H. Hemingway
Ho citato Hemingway perché all'Italia manca un proprio romanzo della Grande Guerra. Gli altri Paesi che vi presero parte ne hanno almeno uno, divenuto poi un classicodella letteratura del Novecento, legato alla biografia dell'autore-soldato. Il romanzo della Grande Guerra combattuta sul fronte italiano, invece, l’ha scritto un americano. Ciò accadde perché la Prima guerra mondiale in Italia ha prodotto il fascismo, e il regime fascista ha avuto uno dei suoi pilastri retorici nel culto dei caduti e nel rancore per la “vittoria mutilata” di dannunziana memoria, da cui trasse linfa per le guerre successive. La censura di regime ha impedito alla generazione di italiani che aveva vissuto il primo conflitto mondiale un’elaborazione critica dell'esperienza bellica, nonché la collocazione in prospettiva degli eventi vissuti attraverso il racconto di un’esperienza individuale che si fa specchio dell’esperienza collettiva. La memoria è stata imposta come memoria unitaria, che fosse condivisa oppure no, pietrificata nei grandi sacrari monumentali, nella tomba del milite ignoto, nelle parate commemorative.
Aver mancato quello spaccato di autobiografia italiana significa non aver fatto i conti con un nodo storico fondamentale e non aver mai elaborato le pulsioni che portarono il Paese in guerra. Significa non disporre del racconto pubblico dei reduci, che possa essere letto, discusso, nonché speso contro la retorica guerrafondaia prima e di regime poi. Significa altresì tollerare equivoci e silenzi che si sono protratti nel tempo, fino a un'altra guerra mondiale e oltre, fino a noi. Nel corso di un secolo sulle vicende della mattanza che fu la Grande Guerra si sono accumulate narrazioni tossiche che in occasione delle celebrazioni di stato tracimano nel discorso pubblico e vengono strumentalmente utilizzate per riplasmare gli eventi in funzione del momento.

Si sono a lungo taciute le vere ragioni che portarono l'Italia, paese aggressore, ad entrare in guerra. Ragioni collimanti con un disegno espansionistico per il quale la maggioranza del paese non avrebbe voluto versare una goccia di sangue. Ragioni che ebbero come estrema conseguenza l’avvento della dittatura fascista. Se volessimo individuare il momento che segna la fine dell’Italia liberale uscita dal Risorgimento, non dovremmo pensare alla marcia su Roma del 1922 o alle elezioni del 1924 con gli squadristi ai seggi, bensì al colpo di stato bianco del re Vittorio Emanuele III e del primo ministro Salandra nel 1915, con cui il Parlamento a maggioranza neutralista venne messo davanti al fatto compiuto dell’entrata in guerra; effettuando una giravolta per la quale il Regno d'Italia fu disprezzato perfino dai suoi nuovi “amici” e dichiarò guerra all’Austria, fino a poco prima sua alleata.
Si è a lungo equivocato la presenza e la parte della massa di ignari mandati al macello, a combattere su pareti di roccia spesso innevate, trasformando l'arco alpino in un campo di battaglia fatto di trincee e baraccamenti in cui persero la vita migliaia di uomini. Tra costoro i soldati passati per le armi addirittura senza processo, come descritto da Hemingway, facendo spesso ricorso alla intollerabile pratica della decimazione, o per esecuzione diretta e immediata da parte dei superiori. Si trattava di sbandati, disertori, insubordinati, responsabili di rifiuto individuale o collettivo fucilati per mano amica in nome di un codice militare ottocentesco spietatamente applicato anche a questi reati grazie alla circolare Cadorna.
La Grande guerra fu anche dolore, disperazione e fame patiti lontano dalle trincee, nelle case dalle dispense svuotate da un'economia di guerra che ingrassava i capitali dei grandi gruppi industriali.
Ancora oggi qualcuno prova a raccontarci la Prima guerra mondiale come una grande e dolorosa esperienza unificatrice del Paese. È così che ci viene riproposta la memoria condivisa dell’evento, configurando un'Italia unita nella grave sorte e nella crisi, senza conflitti, se non quelli contro chi viene da oltre confine. In realtà essa rappresenta tuttora l’agente patogeno di processi di costruzioni d’identità artificiose quanto odiose per razzismo, identitarismo e revanscismo mai sopito. Quel conflitto più che altro portò sterminate masse di persone a contatto diretto con una morte che, nelle sue vere circostanze e modalità, non era divulgabile né raffigurabile. Troppo sconveniente e demoralizzante raccontare una guerra infradiciata nel sangue, nella melma fatta di liquami, di cibo marcio e vomito, vissuta in promiscuità forzata tra cadaveri in putrefazione e finita sussultando e contorcendosi nell'atto di stringersi il ventre squarciato o recuperare brandelli di arto mozzati, imprecando e urlando come un animale in trappola. Una guerra così non poteva essere raccontata. Meglio raccontarne un'altra.


giovedì 20 settembre 2018

Il nullafacente ministro ur-fascista e l’uomo che vende polli arrosto

"Sintesi fascista", Alessandro Bruschetti  1930
Con piacere, proponiamo  la letture di alcune osservazioni di Piero Cipriano, pubblicate sulla rivista digitale Carmillaonline.


Mi sono immaginato uno che oggi ha trent’anni, nato in Italia verso la fine degli anni Ottanta mettiamo, quando quelli di prima ancora comandavano, con autorevolezza e carisma, diciamolo pure (allora sembravano tiranni ma non erano tiranni, non lo era Ghino di Tacco anche se il vignettista del quotidiano della Repubblica lo tratteggiava a torto con stivalone ducesco, non lo era don Ciriaco De Mita da Avellino che con lui si spartì la nazione, non era tiranno nonostante la parlata sofistica irpina dove sovente diceva “è vero e non è vero al dembo sdesso”) e dopo nato è sopravvissuto alle malattie esantematiche infantili e (senza spavento) è sopravvissuto pure ai vaccini che negli anni Novanta esenti da idiozia sociale digitale si facevano senza colpo ferire, e dopo bambino sarà stato un adolescente quando l’Italia se la prendeva mesmerizzandola dalle sue televisioni il cleptocrate puttaniere che di Ghino di Tacco esule tunisino fan di Garibaldi era stato allievo, ma poi aveva saputo superare il suo maestro socialista mariuolo di un metro e novanta come solo i bravi allievi sanno fare nonostante il suo metro e sessantacinque, e così ridi e fotti il cleptocrate puttaniere impresse il suo stile e la sua cultura all’Italia tra alti e bassi per una ventina d’anni che alcuni storici del tempo presente con poca fantasia non esitarono a definire il nuovo ventennio, infatti si sbagliavano, la poca fantasia erra sempre, quando mai, comunque sia il ventennio si allunga fino agli anni Dieci del nuovo secolo il Ventuno, allorquando inizia inevitabilmente il declino del cleptocrate e inopinatamente, dopo qualche anno di transizione, a fine anni Dieci, dopo quattro cinque anni di governo di quelli della sinistra che si svegliano tardi, anno domini 2018, il potere se lo prende il suo figlioccio, il suo prodotto, un teratoma, una mutazione genetica, questo Matteo Salvini che si è fatto le ossa proprio nelle televisioni del suo ex socio di maggioranza a dodici anni con Doppio slalom complice Corrado Tedeschi a venti anni con La cena è servita qui è già più capellone e si presenta al presentatore con quella faccia un po’ così di Davide Mengacci come il nullafacente, nel frattempo frequenta i comunisti dei centri sociali in auge allora come il Leoncavallo, nonostante fondi i Comunisti Padani, nonostante i capelli lunghi non viene accettato da quelli di sinistra allora si sposta repentinamente a destra, a vent’anni il nullafacente è già eletto consigliere comunale, coerentemente con la dichiarazione che fece al Mengacci non lavorerà mai in vita sua, apposta appena diventa onorevole farà della lotta a quelli che da continenti depredati dissanguati stuprati vengono senza un lavoro con la fame addosso (per rubarci il lavoro a noialtri nullafacenti) la sua missione. Intanto si sposa con una e ci fa un figlio.
Convive con un’altra e ci fa una figlia. Non è vero che è un nullafacente. Qualcosa fa. Da allora dirà a tutti sono un papà. Papà. Papà. Quanto gli piace a lui dire sono un papà. Come se fosse difficile mettere incinta a una. Si mette con una stangona del mondo televisivo ma questa, approfittando della sua distrazione e della sua nullafacenza, dicono i giornali gossippari che lo rende cornuto. Lui però la perdona, perché non è come quei meridionali che delle corna ne fanno una questione d’onore e di principio. Ora la stangona è la vice-first lady. Gli stira le camice. Indossa il burka. Il ministro ha fatto tutti gli anni Novanta gli anni Zero gli anni Dieci nella Lega, un partito che prima era Nord e adesso è Italia. Tutte le leggi disegnate sulla persona del cleptocrate suo protettore il ministro nullafacente le ha votate. Obbediente. In attesa del suo momento. Di passare all’incasso. Ah, intanto che il cleptocrate invecchiava il nullafacente prendeva la paga dall’Europa (che pure gli fa schifo) in quanto parlamentare europeo, ma in quel parlamento al nullafacente non l’hanno mai visto, neppure quando si discutevano le regole per accogliere i migranti che lui tanto aborre, perché? Per coerenza con la sua nullafacenza. Un tipo casual. Un tempo indossava felpe. In ogni posto dove andava, siccome la gente è semplice e lui sa leggere la semplicità della gente, indossava una felpa con su scritto Milano, Varese, Predappio. Un tempo cantava canzoni propiziatorie per convincere il dio Vesuvio a fare Pompei bis. Cenere dei meridionali. Poi ha intuito che i meridionali sono rimasti sempre quelli che “vinze Franza o vinze Spagna abbasta ca se magna”, e che per di più sono abilitati al voto, e quel voto lui lo desidera, perché lo desidera? Sospendiamo il giudizio sul suo desiderio, se ne occuperanno i filosofi o i neuroscienziati o gli storici tra mezzo secolo, quando lo compareranno col suo modello più famoso (Lui), siccome desidera il voto dei meridionali ha iniziato a indossare felpe con su scritto Napoli, Caserta, Ceppaloni, Lampedusa. Questo trentenne che ho in testa io, vede sul suo smartphone il nullafacente ministro della propaganda parlare ai suoi fedeli del nord. Da qualche mese, da quando è ministro, ha riposto le felpe sudate, non servono più, si somministra qualche doccia di più perché ora indossa sempre una camicia bianca stirata di fresco dalla compagna, la donna che stira, indossa il burka, che un tempo sempre secondo quegli infidi settimanali gossippari gli metteva le corna, ora non più, anche perché lui l’ha perdonata, e questi sono gesti che fanno piacere, che segnano un rapporto, lo cementano. Eppure, nonostante la sua fidanzata le stiri camice e gli metta la crema abbronzante, questo ministro il più cattivo, il più malvagio, il più hitleriano della storia repubblicana, il più banalmente maligno direbbe di lui Hannah Arendt, non si addolcisce. Perché non si addolcisce? Quale fuoco lo muove? Cosa vuole? Perché sequestra centinaia di persone, i poveri sfrattati dal continente africano saccheggiato che uno di loro, Franz Fanon, chiamava “i dannati della terra”?, perché questo ministro li tiene sequestrati per giorni su navi, navi che diventano carceri, di più, diventano lager, di più, diventano tombe, muoiono queste persone, muoiono a centinaia per volta, come mai non gli interessa, perché non si interessa delle prigioni libiche dove vengono macellati, tanto da percepire la fuga il mare il possibile naufragio comunque come una salvezza? perché la sua compagna non gli dice, tra una camicia bianca e l’altra: amore mio, non ti pare che stiamo esagerando?
Ha visto questo video sul suo smartphone, il trentenne incazzato che ho in mente io, il trentenne che giorni fa era a San Babila a Milano ma aveva in mente l’epilogo di Piazzale Loreto, un video dove il Ministro parla ai suoi zombie, mesmerizzati, dove viene interrotto da una ragazza diciassettenne (per fortuna non aveva conseguito la maggiore età, sennò i cani rabbiosi vestiti di verde la linciavano) che gli urla: fascista! Per un attimo il re, il re che istiga quelli vestiti di verde come macchiette, grazie a questa ragazzina è nudo. Salvini, sei un fascista, gli dice. Lui all’inizio ironizza, non perde la calma e l’aplomb, le suggerisce: hai dimenticato di aggiungere xenofobo e razzista, dice è questa la sequenza di insulti che quelli come te mi scagliano. Però, appena si accorge che i suoi fedeli sono un po’ troppo cani fedeli e la vorrebbero sbranare (la filmano, e le dicono vai via, e delle donne che potrebbero esserle madre ma che sono cagne rabbiose le digrignano i denti) è lui stesso, il ministro in persona che la salva dal linciaggio dei suoi cani idrofobi, perché lo fa? Forse perché di questi tempi si filma tutto e lui non vuol passare per fascista? Ma no. Ma no perché lui lo sa di essere fascista, lo sa e ne è fiero, fascista sì ma probabilmente ci tiene a non passare per nazista, ci tiene a questa fondamentale differenza, perché fascista sì nazista no? Anche questo ce lo diranno gli storici tra mezzo secolo, lui con piglio e orgoglio fascista riprende e zittisce i suoi adoranti fascisti che da bravi fascisti guaiscono un altro po’, come i cani rabbiosi che sono mostrano un altro po’ i denti, ma poi da bravi fascisti si calmano, perché lui dice loro: se non la lasciate stare me ne vado io. Aggiunge, indicandola col suo dito indice più lungo del medio, dito indice a forma di fucile: lasciatela stare, magari ci sente parlare, e si convince pure lei a pensarla come noi. Noi che siam fascisti.
Il ministro, ha ragione la ragazzina coraggiosa, è fascista. Fascista, sì. Se non volete credere a me credete a Umberto Eco. Umberto Eco ha sempre ragione. Non solo quando dice che internet il web i social network hanno dato fiato a legioni di imbecilli che prima avevano sfogo giusto al bar oggi sproloquiano ovunque e su chiunque. E ha dato fiato alla propaganda basica del ministro. Ma ha ragione quando distingue il totalitarismo dal fascismo. Noi, o meglio, alcuni di noi pensano erroneamente che Salvini non possa essere fascista, che sia un’esagerazione dire che è fascista, un’iperbole cui non crede nessuno. Perché confondiamo il fascismo col totalitarismo. E’ qui che (secondo Eco) ci sbagliamo. Perché se per totalitarismo intendiamo un regime che subordina ogni atto individuale allo stato, ebbene, in quel caso solo il nazismo e lo stalinismo furono regimi totalitari. Non il fascismo. Ha ragione Eco. Ma allora, che cosa fu il fascismo mussoliniano a cui la gente italica è ancora così visceralmente legata, tanto da innamorarsi di un bruto che fa di tutto per assomigliare a lui? (Guardatelo quando denuda il suo petto pingue in spiaggia, non somiglia maledettamente al Dux che nei campi di grano mieteva esponendo il suo grasso torso nudo?) Fu una dittatura, certo, ma non totalitaria. Non completamente, almeno. Perché no? Non sono io capace di dire perché no. Ma Umberto Eco lo sa, e risponde al posto mio: per la debolezza filosofica della sua ideologia. Così scrive Umberto Eco dentro a questo striminzito libretto di sole 51 pagine ma densissime, chiuse dentro una copertina nera nerissima come il fascio come l’alito della tracotanza dei fascisti le scritte sono in font stile littorio, quello con cui le teste rapate di Casa Pound secernono pensieri che nelle loro scritte rettiliane riassumono, prima di andare a presidiare le spiagge liberandole dal nemico africano venditore di occhiali contraffatti.
Mus/solini (allo stesso modo del suo replicante Mus/salvini, che tra poco farà a meno di quegli utili idioti sceriffi dalle cinque stelle, inutili davvero, sentite a me, perché la gente italica è in buona parte purtroppo visceralmente fascista ma non è fessa, se trova il fascista originale, quello di razza, non gli serve più il fascista annacquato, o indeciso, o ambivalente, o un giorno sì e uno no, o al settanta per cento, se può affidarsi a uno tutto d’un pezzo come Salvini, non gli serve più una mezza calzetta come Di Maio) (ah, musperaltro è un genere di roditore della famiglia dei muridi) non aveva nessuna filosofia, aveva solo retorica. Solo propaganda. E pure la sua propaganda era arronzata, non aveva la meticolosità di un Göebbles, pure in questo Mus era un arruffone (uguale al suo epigono).
Pure Mus/solini cominciò ateo e finì col firmare il concordato con la Chiesa. Mus/salvini per non essere da meno comincia comunista padano nullafacente e ora bacia Vangelo e rosario e inneggia al crocifisso.
Il poeta del fascismo? D’Annunzio, un dandy che, scrive Eco, Hitler o Stalin l’avrebbero fucilato. Il vate del fascismo mus/salviniano pensavo fosse un filosofo dandy che di nome fa Fusaro che si esprime in una tutta sua criptica dandyafasia che mi fa scompisciare ogni volta che lo sento. Invece no. Il vate del Mus/salvini è un poeta. Un vero poeta. Patentato. Pubblicato. Davvero. E non dico uno dei centomila poeti italici che si pagano il libro con le proprie tasche, che lo potrei pure capire. No. Pare incredibile che ci sia un poeta che possa trovare parole da scambiare con il ministro più vigliacco della storia repubblicana. Il poeta esiste e si chiama Davide Rondoni. Un poeta di brutte poesie che si definisce cristiano anarchico (perché?, ero rimasto a Tolstoj, l’unico cristiano anarchico che riuscivo a sopportare) e dieci anni prima ha fatto le prove generali dell’anilingus al re scrivendo l’introduzione a un libro di poesie di nientemeno che Sandro Bondi (che a sua volta fu il vate astenico, il pennaiolo succube del suo venerato cleptocrate).
Il fascismo mus/soliniano non fu tollerante. Gramsci muore in carcere, Matteotti e i fratelli Rosselli assassinati, Pertini e altri dissidenti confinati in isole sperse. Però fu politicamente e ideologicamente sgangherato.
La versione incipiente e ingravescente mus/salviniana cui stiamo assistendo ne è la perfetta erede, quanto a sgangheratezza politica e ideologica che però miete lo stesso vittime ma altre vittime: non oppositori politici, per adesso, ma africani. Centinaia. In pasto agli squali mediterranei. Ogni morto africano sono un milione di like e un punto percentuale in più nei sondaggi.
Ieri col libretto nero con titoli littori di Umberto Eco vagavo con la mia BMW di terza mano per le vie d’Irpinia. Mi sono fermato a un chiosco, a trecento metri da un piccolo lago sulfureo. Quasi una pozza che ribolle. Un chiosco fantasma. Una scritta di legno: Polli arrosto. Ordino anzi chiedo, per gentilezza, mezzo pollo. Chiedo pure una birra. Ha solo Peroni. Sa di zolfo. Finita la birra, chiedo un caffè, il caffè, dice il pollarrostaro, attendi un momentino che te lo prepara mia moglie, esce di scena lui e entra in scena sua moglie, il caffè è nero nerissimo come il fascismo, sa di zolfo con aggiunta di zucchero di canna, lo trangugio in un sol sorso, brucia l’esofago, ora si rompe, esplode, muoio. Dico all’uomo del chiosco che vende polli arrosto: sono settimane che se ne vedono di tutti i colori, anzi, si vede solo il nero, non senti i telegiornali? Non hai Facebook sul telefonino? Non senti i proclami in difesa della razza? Non senti la paura del capo anzi vicecapo del governo che teme la sostituzione etnica? In che senso, fa lui? Nel senso che i neri d’Africa, secondo questo ideologo del nero, si prenderanno l’Italia. Tra un anno, secondo lui, se lui non ci salva non ci sarai più tu qui a arrostire polli ma un nero d’Africa e invece di polli ci farà mangiare, metti, iguane. Tu, per esempio, per chi hai votato all’ultime elezioni? Io prima votavo DC. Don Ciriaco. Poi PSI. Craxi. Poi Forza Italia. Berlusconi. Poi, all’ultime elezioni visto che Berlusconi tra poco muore ho votato Lega, Lega degli italiani. Salvini. Ecco, lo vedi? Pure tu hai paura dei neri, e per colpa tua, della tua paura, che al posto dei polli arrosto tra un anno qua sul cratere irpino si venderanno iguane, o coccodrilli, per colpa vostra stiamo diventando tutti carogne.
Ma io non sono razzista. Io non odio i neri. Io non sono fascista.
Tu non lo sai, però, credimi, fidati, fascista sei fascista.
Non penso di essere fascista. E’ che voglio essere lasciato in pace a vendere i miei polli arrosto. E mia moglie, quando cuoce i polli arrosto, deve poter stare tranquilla.
Facciamo così. Tu continui ad arrostire polli. Io ti dico perché tu e quello che hai votato, siete fascisti. Ti faccio la lista delle caratteristiche che sono gli archetipi del fascismo eterno (o ur-fascismo). Che scuole hai fatto?
Il magistrale. Poi ho fatto un anno il maestro d’asilo ma con i polli arrosto ero più portato.
Benissimo. Dunque hai tutti gli strumenti culturali per potermi capire. Ora conto fino a quattordici. Arrivato a quattordici puoi dirmi se sei fascista o non sei fascista. Per dirti fascista devi sapere cosa significa essere fascista. Se tu prima non lo sai, di che parliamo. A vanvera?
Ascolto.
Bravo.
Uno. La prima cosa è il culto della tradizione. Voialtri fascisti vi credete che tutto il sapere, tutta la verità, sia già stata annunciata.
Due. Rifiutate ciò che è moderno. No illuminismo sì irrazionalismo, sì al sangue sì alla terra. Ti trovi? (scusa, non devi rispondere adesso)
Tre. La cultura la trovate sospetta. Il ministro della propaganda nazista metteva mano alla pistola appena sentiva la parola cultura. Lo stesso fa il tuo viceministro. E tu pure, senza offesa, sei passato dalle lettere ai polli.
Quattro. Non amate la dialettica. Non apprezzate le critiche. Essere in disaccordo significa tradire. I cani rognosi che volevano azzannare la ragazzina diciassettenne che dice fascista a Mus/salvini sono coerenti, sono fascisti. Bravi. Così si fa. Anche i fascisti annacquati delle cinque stelle d’altra parte appena uno è in disaccordo lo cacciano. Via. Espulso. Pensiero unico.
Cinque. Avete paura di chi è diverso. Di chi è straniero. Dell’intruso. Se sei fascista non puoi non essere pure razzista.
Sei. Il tuo ministro fa appello alle classi medie frustrate. Che sono terrorizzate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. E chi sono i nuovi lumpen? Sì, voglio dire, i nuovi proletari? Ma sono i migranti. I tuoi nemici. Il tuo incubo. Quelli che pensi vogliono prendere il tuo posto per darci in pasto iguane o coccodrilli.
Sette. Il privilegio (l’unico) che il fascismo sa dare a chi come te non ha identità sociale è: l’identità nazionale. Il nazionalismo vi cementa. Per cementarvi vi serve un nemico esterno. Allora il tuo ministro deve ossessionare il popolo con l’idea del complotto. Con l’idea xenofoba della sostituzione etnica. Questi mi levano il lavoro. Mi levano la moglie. Mi levano la terra. Mi levano i polli arrosto. E voi, e tu, abboccate.
Otto. Bisogna che il popolo, soggiogato dai fascisti, si senta umiliato dalla ricchezza dei nemici (un tempo valeva per gli ebrei, usurai, o per gli inglesi, che mangiavano cinque volte al giorno), o se non sono ricchi (e gli africani non lo sono) dalla loro forza (gli africani sono più forti, più belli, più virili; perché secondo te non nutri lo stesso timore per i cinesi i filippini i cingalesi? Eppure siamo invasi da cinesi filippini cingalesi e dal loro cibo e da colf e badanti, come mai non ti fanno paura, eh?).
Nove. La vita è guerra. Il pacifismo è arrendersi al nemico.
Dieci. Disprezzare i deboli. Darwinismo sociale e razziale. Convincervi che voi italiani siete il miglior popolo al mondo. Ora, però. Che poco fa erano i padani il miglior popolo al mondo.
Undici. Esaltare l’eroismo.
Dodici. Esaltare la potenza sessuale. Essere virili. L’ex capo della Lega Nord gridava che lui, loro, l’aveva, l’avevano sempre duro. E questo imperativo lo fotté. Che per averlo troppo a lungo duro si dice… va be’, lasciamo stare con le illazioni. Perché facile a dire: abbiamolo duro. Il gioco del sesso, il gioco di Priapo, mica è da tutti. Serve predisposizione e passione. Infatti Mus/salvini, che quel maligno settimanale gossipparo dichiarò cornuto, preferisce giocare con le armi, ora ha preso a farsi fotografare col fucile in mano come un Charlton Heston o un Clint Estwood insieme ai fabbricanti italiani di fucili (con cui giocare al gioco preferito dagli italiani in questi mesi: il tiro al bersaglio africano, uccellare l’africano dalle lunghe lance, come il fuciliere di Macerata, salvo poi farsi passare per deficiente, perizia psichiatrica, l’avvocato ti suggerisce di farti passare per scemo, incapace di intendere, un paio di anni di REMS e te la cavi). Ma qui, dammi retta, in questa esaltazione del fucile, sai che cosa direbbe uno psichiatra o meglio uno psicanalista? Che è tutta invidia del pene (africano, si capisce).
Tredici. Populismo. Non contano gli individui, i soggetti, i singoli. Non conti niente tu, o lavoratore che vivi arrostendo polli. Conta il popolo. Questa entità monolitica, dall’unico pensiero, che il leader e solo lui sa interpretare. Ne è esegeta. Populismo da tv (prima) populismo da smartphone (oggi). Lo smartphone è il medium con cui ricevere il verbo, i messaggi, gli slogan, le direttive, le nuove parole d’ordine. Molto più funzionale della tv. Sempre in mano, a portata di mano, un like e amen.
Quattordici. Il fascismo comunica con una neolingua. Lingua semplificata. Fatta di slogan. Governo del cambiamento. Prima gli italiani. Finita la pacchia. Avvocato del popolo. Gli italiani, accidiosi, abboccano.
Eja eja alalà.
L’ho concluso così, con questo demenziale grido fascista inventato dal vate D’Annunzio, il mio tentativo di convincere il venditore di polli arrosto che era fascista. Lui è stato tutto il tempo a rigirare i suoi dodici polli. Sentire ha sentito. Ma è rimasto zitto.
Gli ho allungato dieci euro, l’ho lasciato a riflettere, sono salito sulla mia vecchia BMW nera, ma di un nero non fascista e senza scritte littorie, ho messo in moto.



venerdì 24 agosto 2018

Comunicato ANPI nazionale

"Basta col massacro dei diritti umani, si ricostituisca nel Paese la normalità civile e democratica"


A Catania si sta consumando l'ennesimo attacco alla Costituzione. È ora che si ponga un freno definitivo a questa suddivisione delle persone in scompartimenti razziali e al quotidiano gioco al massacro dei diritti umani posti in essere dal Ministro dell'Interno. Per di più la sua replica al Presidente della Camera oltre a essere fuori dal doveroso e fondamentale rispetto istituzionale, conferma la fragilità del rapporto tra gli alleati di Governo. Faccio appello alle massime autorità dello Stato affinché cessi questa condotta irresponsabile e venga ricostruito nella vita del Paese un clima di normalità civile e democratica.
Carla Nespolo - Presidente nazionale ANPI
23 agosto 2018


giovedì 9 agosto 2018

Alla deriva

Invitiamo i nostri lettori a sostenere la campagna di crowdfunding destinata al progetto di informazione indipendente ideato da Duccio Facchini e finalizzato alla realizzazione del libro "Alla deriva"  - I MIGRANTI, LE ROTTE DEL MAR MEDITERRANEO, LE ONG: IL NAUFRAGIO DELLA POLITICA, CHE NEGA I DIRITTI PER FABBRICARE CONSENSO

In questo momento di grande smarrimento politico ed etico , Altreconomia ha in cantiere un libro prezioso, che va oltre la cronaca dei naufragi nel Mediterraneo, ma affronta con una visione ampia i temi di più stretta attualità - migrazioni, Ong, normative, accoglienza -  e fornisce al lettore gli elementi per capire che cosa sta succedendo in Italia e in Europa. Il tema dei migranti è infatti sempre più decisivo nell’orientare il voto dei cittadini: "Alla deriva" è uno strumento chiaro e sintetico per comprendere ciò che accade nel Mare Nostrum , ma anche nelle nostre coscienze e nella nostra cultura.
I CONTENUTI 
“Alla deriva” è un libro che mette a tacere gli slogan dei politici e le fake news per far parlare invece i fatti, i numeri silenziosi, le testimonianze dirette: offre al lettore prima di tutto un’ overview sintetica del fenomeno migratorio a livello globale e una mappa delle principali rotte verso l'Europa; racconta, attraverso testimonianze dirette, che cosa sono i viaggi in gommone o in barcone nel Mediterraneo; smentisce le bufale sull’“invasione” e la “sostituzione etnica”; affronta il tema dei salvataggi in mare , il ruolo delle Ong e le ambigue inchieste a loro carico; traccia un quadro del sistema dell’ Unione Europea , delle sue normative e del futuro che si prefigura; fotografa la situazione della Libia , Paese in cui l’Italia - che vi ripone notevoli interessi economici - blocca o rimanda i migranti nonostante la terribile situazione dei diritti umani; descrive infine la cosiddetta “pacchia”, analizzando la condizione giuridica e sociale dei richiedenti asilo e degli stranieri in Italia.
I CONTRIBUTI 
Accanto al lavoro del giornalista Duccio Facchini (vedi oltre) numerosi, importanti contributi e testimoniane dirette di studiosi, avvocati, giuristi, medici, attivisti (vedi oltre). Gianfranco Schiavone(presidente di ICS); Luigi Montagnini (Medici Senza Frontiere); Giovanna Scaccabarozzi (medico sulle navi delle ONG); Riccardo Gatti (ProActiva Open Arms); Chiara Favilli (Professore di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università degli Studi di Firenze); Anna Brambilla (avvocato di ASGI) e altri. Introduzione del direttore di Altreconomia, Pietro Raitano.
IL SENSO DEL LIBRO 
Ma soprattutto il libro spiega perché espressioni come la “crociera”, i “vice- scafisti”, i “taxi del mare”, le “Eurofollie” non siano solo parole in libertà ma carburante per la macchina del consenso elettorale . Oggi infatti, come spesso capita dopo anni di crisi, disoccupazione e precarietà , unapolitica incapace di comprendere e governare le complessità fa leva sul malessere e sulla disinformazione delle persone per fomentare l’odio sociale e raccattare voti sulla pelle dei migranti , capro espiatorio indicato come causa di ogni male. Una strategia politica e mediaticache sta cambiando non solo la composizione dei Parlamenti, ma anche la cultura europea, passando dall’accoglienza al rifiuto dall’integrazione alla discriminazione .
LA CITAZIONE: 
“Per i clandestini la pacchia è strafinita”. (Matteo Salvini - ministro dell’Interno del Governo italiano).
L'OBIETTIVO: 
L'obiettivo di questa campagna è sostenere la realizzazione del libro. Una volta raggiunto l'obiettivo la campagna proseguirà per aumentare la tiratura e la diffusione del libro.
Questo il link al quale potete trovare tutte le informazioni per la raccolta fondi: https://www.produzionidalbasso.com/project/alla-deriva/

lunedì 30 luglio 2018

E dopo la festa irrompe la storia

E dopo la festa per la caduta del fascismo, che sull’aia di Casa Cervi vede i brindisi, i sorrisi, gli abbracci felici, mentre nella campagna, animata di improvvisati comizi, i contadini e i braccianti corrono “alla cerca di tutti i ritratti di Mussolini, dei fasci, delle scritte” (cit. Alcide Cervi, I miei sette figli) per eliminarli a picconate, arriva la disillusione e irrompe la storia: la guerra continua.
E continua anche la repressione contro gli antifascisti, disegnata nelle sue modalità operative dalla circolare firmata dal generale Roatta che, 27 luglio ’43, detta la linea per affrontare (e stroncare) le giubilanti manifestazioni delle piazze antifasciste: “siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimidazioni e la persuasione... i reparti devono assumere e mantenere grinta dura... si apra il fuoco a distanza anche con mortai e artiglieria, senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche, non è ammesso il tiro in aria, si tiri sempre a colpire come in combattimento” (cit. Giorgio Rochat, Le guerre italiane).
L’ordine del generale Roatta, già criminalmente distintosi nei Balcani occupati per la ferocia della guerra antipartigiana e della rappresaglia sui civili, è un rullio di tamburo su una unica nota: “immediatamente passare per le armi”.
Deve morire “chiunque anche isolatamente compia atti di violenza e ribellione”. Deve morireil militare che compia il minimo gesto in solidarietà con i perturbatori dell’ordine pubblico”.
Insieme ad essi, devono essere fucilati anche “i caporioni e gli istigatori dei disordini” (cit. Giorgio Rochat, Le guerre italiane).
Moriranno così nove operai delle Fonderie reggiane che volevano la pace: avevano riempito il piazzale grande della fabbrica, fattosi azzurro delle loro tute e tra bandiere tricolori e rosse, avevano gridato “fratelli soldati, abbasso la guerra fascista, viva l’Italia democratica, viva la pace. Fratelli soldati unitevi al popolo”.
Quando cessano gli spari, tra i nove morti, “una donna addossata ad un albero vestita di nero perde sangue dalla pancia e piange come una bambina” (cit. Alcide Cervi ). E’ il 28 luglio 1943.

Noi - anno 2018 -, dopo la festa presso l’ex cooperativa di Borgo Ticino, dopo le canzoni, dopo l’allegria, dobbiamo andare incontro alla storia del nostro tempo, e non accettarla, e volendola cambiare di indirizzo. Sapendo la pena dei morti annegati, la vergogna dei lager libici, la farsa orrenda dei muscolari respingimenti, per praticare qui ed ora il no dell’antifascismo a una Europa pensata come fortezza assediata e a forze politiche che, sedute sui banchi del governo e del Parlamento, innestate sul nudo egoismo sociale, a piene mani diffondono paure e costruiscono nemici, dietro ai quali parare il proprio nulla rispetto al pensare e all’agire politico.

Annalisa Alessio, Mario Albrigoni

domenica 1 luglio 2018

Laboratorio "Homo Migrans"



Comitato Provinciale di Pavia








LABORATORIO
“HOMO MIGRANS”
realizzato da Progetto Con-Tatto
membro di RTI Muro Maestro Ente Gestore SPRAR Pavia
in collaborazione con ANPI Comitato Provinciale di Pavia e Progetto SPRAR PAVIA


Questo laboratorio mira a scomporre ed esplorare le migrazioni e i concetti di viaggio, identità e appartenenza; attraverso l'analisi delle rotte migratorie, gli alunni saranno condotti a scoprire quali sono le ragioni che spingono uomini e donne a lasciare la propria casa, i propri affetti e tutto quello che è parte della propria storia personale per approdare in una terra sconosciuta e lontana, scegliendo anche di percorrere tragitti di terra o di mare impervi e pericolosi.
Gli alunni avranno dunque la possibilità di analizzare le esperienze migratorie che stanno caratterizzando i nostri tempi modificando gli assetti politici europei, e comprendere le tappe del percorso di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale.

Obiettivi specifici di apprendimento e formativi:
  • Facilitare la comprensione dei fenomeni migratori e degli aspetti legati all’interculturalità;
  • consolidare i percorsi di educazione interculturale e di educazione alla cittadinanza mondiale;
  • favorire la conoscenza di paesi, culture e lingue differenti;
  • conoscere il sistema di accoglienza e protezione dei richiedenti asilo e rifugiati presente sul territorio provinciale (Progetto S.P.R.A.R.).

Durata del laboratorio
Per ogni classe coinvolta il laboratorio si articola in 3 incontri di 2 h ciascuno, totale 6 ore. Il laboratorio è adatto per gli alunni delle classi quarte e quinte della scuola primaria e per tutte le classi della scuola secondaria di primo grado.
Per le prime classi della scuola primaria verranno adattati i contenuti in base all'età, come indicato successivamente.
Il percorso viene proposto per un massimo di 10 classi sull'anno scolastico 2018-2019.

Percorso per scuola secondaria di I grado e classi quarta e quinta della scuola primaria
Contenuti degli incontri
1° incontro (2 h)
Verte sui tipi di viaggio e sulle motivazioni per cui questi vengono intrapresi. Gli studenti verranno stimolati a riflettere sui viaggi o migrazioni compiute dalla propria famiglia, verranno analizzate le motivazioni che hanno portato a spostarsi cambiando città o nazione.
Il tutto verrà rappresentato su una mappa del mondo che alla fine dell'incontro racconterà le varie storie di migrazione e rappresenterà le interconnessioni presenti a livello globale.
A partire dal brainstorming con i ragazzi si rifletterà insieme sulla distinzione tra migrazioni forzate e migrazioni per scelta.
ANPI Provinciale proporrà la narrazione e la riflessione su alcune grandi figure di antifascisti, per i quali la migrazione per necessità e ricerca di lavoro della propria famiglia di origine ha rappresentato uno snodo importante, incidendo in modo determinante sulla presa di coscienza nella visione del mondo, e nella scelta partigiana.  
La nostra narrazione si concentrerà sulla figura del gappista Giovanni Pesce, che, nel 1924, emigrò con la famiglia da Alessandria alla regione mineraria delle Cevennes. [Testo di riferimento Giovanni Pesce, Il giorno della bomba] – su quella del gappista Lorenzo Fava, la cui famiglia in cerca di lavoro emigrò da Nocera Inferiore (Salerno)  in Polesine [Testi di riferimento tratti dal materiale di Istoreco Verona] e del gappista Dante di Nanni, figlio di migranti dalla Puglia a Torino [Testi di riferimento: testimonianze scritte di Giovanni Pesce su Dante di Nanni]. Testo ulteriore di riferimento: Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno - nel passaggio che recita “Perché combatte? ...E quei quattro cognati terroni combattono per non essere più dei “terroni”, poveri emigranti, guardati come estranei.”
ANPI Provinciale proporrà anche la narrazione e la riflessione sulle biografie emblematiche di Piero Gobetti e dei fratelli Rosselli, migranti in fuga dall’Italia fascista, che trovano tutti la morte in terra di Francia là dove si era rifugiati per sfuggire alle persecuzioni della dittatura fascista.

2° incontro  (2 h)
Ci si avvicina al tema dell’immigrato e del rifugiato in particolare con la testimonianza di alcuni ospiti del progetto S.P.R.A.R. Pavia (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) coinvolti da Progetto Con-Tatto.
Durante il laboratorio si viaggerà soprattutto in Africa, nei paesi di provenienza dei testimoni, per conoscere il patrimonio culturale che questi migranti portano con sé e per cercare di capire le motivazioni che li hanno spinti ad abbandonare i propri paesi e i propri affetti. Attraverso l'ausilio di una mappa dell'Africa e materiale fotografico verrà percorso il tragitto dal paese di provenienza alla Libia, luogo di partenza di un altro viaggio, quello via mare.

3° incontro  (2 h)
Avviene finalmente l’approdo in Italia dopo il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo. In quest'ultimo incontro verranno raccontate da chi le ha vissute, le difficoltà e speranze della vita in Italia e in Europa. Si analizzerà brevemente la rappresentazione che i media danno del fenomeno migratorio.

Modalità conduzione incontri
I tre incontri sono strutturati in modo interattivo e vogliono offrire ai ragazzi la possibilità di dialogare e fare domande contribuendo ad approfondire il fenomeno migratorio, in particolare nella sua componente di migrazione forzata.
La presentazione sarà accompagnata dalla visione di immagini e filmati, ove possibile sarà utilizzata una lim.
Il laboratorio verrà adattato e differenziato in base alle classi d'età.

Percorso per classi prima, seconda e terza della scuola primaria.
Il laboratorio Homo Migrans può essere proposto alle tre classi della scuola primaria adattando i contenuti. Verrà privilegiato l'utilizzo di materiali quali stoffe colorate,  oggetti tipici e musiche tradizionali di altri paesi che permettano di narrare storie e culture dal mondo con una particolare attenzione ai paesi del continente africano dai quali partono la maggior parte dei richiedenti asilo.  
Un'illustratrice interculturale rappresenterà graficamente la narrazione del viaggio fatta dall'operatore facilitando il coinvolgimento degli studenti.