martedì 14 novembre 2017

Ciao Ras, grazie per il tuo contributo alla Liberazione

Salutiamo il partigiano "Ras", all'anagrafe Guido Varesi, classe 1912 di Broni, combattente nella 52° Brigata d’assalto Garibaldi A. Capettini, e nella 88° Brigata d’assalto Garibaldi Casotti, entrambe impegnate nella lotta di Liberazione nell'Oltrepò Pavese. Raggiunge Maino, suo comandante e con lui in questa foto, e tutti i Partigiani e le Partigiane che scrissero quella emblematica pagina della nostra Storia chiamata Resistenza.
Debitori per il sacrificio grazie al quale ci hanno regalato la libertà, continuiamo, ora e sempre, nella Resistenza.


lunedì 13 novembre 2017

Tartarughe frecciate e inquinamento nero

CasaPound e il caso Ostia. I rapporti con Roberto Spada. I sondaggi. La presenza sul territorio. Le ripetute aggressioni. La showgirl. Le aperture dei noti volti tv verso “i fascisti del terzo millennio". Pubblichiamo l'inchiesta apparsa su Patria Indipendente.

La “linea del bagnasciuga” corre dall’Idroscalo di Ostia, lì dove nel novembre 1975 veniva barbaramente assassinato Pasolini, e arriva fin sotto le morbide dune del Villaggio Tognazzi, ai confini col comune di Pomezia. Solo che stavolta – a differenza del Mussolini che nell’ultimo discorso fatto alla riunione del Direttorio del Pnf il 24 giugno 1943 evocherà appunto quella linea «della sabbia dove l’acqua finisce e comincia la terra», come lembo dove fermare gli alleati – i fascisti di CasaPound potrebbero trasformare la spiaggia romana nella loro personalissima testa di ponte per partire alla conquista della Capitale, e dopo chissà.
Il 5 novembre qui si torna al voto dopo più di due anni di commissariamento. Correva il 27 agosto 2015 quando l’allora responsabile degli Interni, Angelino Alfano scioglieva il municipio per mafia: dalle spiagge, alle case popolari, dal verde pubblico alle strade non c’era praticamente nulla che sfuggisse alle mani della criminalità organizzata.
Il giudizio dell’allora prefetto di Roma ed attuale Capo della Polizia, Franco Gabrielli, all’indomani del commissariamento del municipio romano fu severo e senza appello. A Ostia e nell’entroterra il quadro criminale era preoccupante. E citava, Gabrielli, le «famiglie Fasciani, Spada e Triassi che hanno il pieno controllo del territorio». Fermiamoci sul clan Spada, famiglia di sinti italiani. Sette persone, ritenute parte del sodalizio, ad ottobre sono state condannate a più di 50 anni di carcere dalla quarta sezione del tribunale di Roma. Le accuse vanno dalle minacce alle violenze, dagli sfratti forzosi da alloggi popolari alle gambizzazioni. Un’organizzazione criminale che con metodi mafiosi avrebbe affermato in questi anni la sua supremazia sul litorale.

Che c’entra questa storia criminale con i fascisti del terzo millennio, come vengono definiti (ma loro preferiscono rappresentarsi come fascisti e basta) i vari Gianluca Iannone e Simone Di Stefano, rispettivamente presidente e vicepresidente del partito della destra radicale CasaPound Italia (Cpi)? C’entra eccome, perché tra i neofascisti e gli Spada, sinti italiani, c’è, e consolidata, una liaison. Almeno con un membro della famiglia, Roberto Spada, fratello di Carmine, il capo del clan. L’8 dicembre del 2015 – come si legge sul sito fanpage.it – gli esponenti del movimento e Roberto Spada organizzavano in piazza Gasparri, nel cuore degradato di Nuova Ostia, un’iniziativa dedicata ai bambini, dal titolo “Giovinezza in piazza”. «Con le associazioni locali rilanciamo un quartiere su cui la politica ha gettato fango per coprire malaffare» scriveva Luca Marsella, attuale candidato di CasaPound nel X municipio per le elezioni del 5 novembre. L’associazione di quartiere di cui parlava altro non era che la palestra “Femus Art School” di proprietà di Elisabetta Ascani, moglie di Roberto Spada.
Dopo l’iniziativa Marsella postava su Facebook una sua foto sottobraccio a Roberto Spada. E interpellato rivendicava quell’amicizia. Ora è vero che Roberto Spada non è il fratello. È vero che la responsabilità penale è personale, però un qualche imbarazzo certe frequentazioni dovrebbero procurarlo a chi invoca la legalità a ogni piè sospinto. Macché. E poi perché imbarazzarsi se Cpi va a gonfie vele? «A Ostia puntiamo al ballottaggio, perché finalmente siamo sostenuti da imprenditori, commercianti, professionisti e persone della società civile che vedono in noi concretezza e determinazione» ha detto Marsella in un’intervista. Nelle imminenti elezioni circoscrizionali il “nero che avanza” potrebbe se non conquistare Ostia sicuramente ipotecare i futuri equilibri politici del territorio e – di conseguenza – della città di Roma. Buona parte del voto di protesta che nelle passate consultazioni si riversò sui grillini (la Raggi incassò il 67 per cento) adesso si è indirizzato a destra. E non sono pochi i sondaggi (uno commissionato poco tempo fa dal Foglio) che danno CasaPound sopra il 10 per cento e con buone possibilità di superare perfino il Pd, che dalle vicende di Mafia Capitale, con l’ex presidente del Municipio Andrea Tassone coinvolto è uscito con le ossa rotte.
Nella crisi verticale dei partiti e dello stesso Movimento 5 Stelle che a Roma ha mandato deluse molte aspettative di cambiamento, la tartaruga frecciata potrebbe avere gioco facile. Su Affaritaliani.it leggiamo che Marsella «è diventato un’autentica corazzata su facebook, superando per capillarità dei contenuti anche la forza regina della rete, ovvero il M5s». Sul web il candidato dell’estrema destra spopola: la sua pagina social ha raggiunto 20mila like, più di qualunque altro candidato. E purtroppo il consenso non è solo virtuale, perché oltre al web c’è la presenza massiccia sul territorio, i mercati rionali, le case popolari, i pacchi alimentari per i disagiati (rigorosamente italiani). Insomma una manovra a tenaglia che usa contemporaneamente le forme vecchie e nuove della comunicazione politica.
Non c’è angolo di Ostia che non veda una telecamera immortalare le denunce di Marsella: dalle baracche abusive all’interno della pineta di Castelfusano ai blitz in spiaggia contro i venditori abusivi, alle tirate quotidiane per lo sgombero della Vittorio Emanuele, struttura che ospita gli immigrati. Il giovanotto (ha 32 anni) si ispira, parole sue, «a Mussolini, Mazzini, Garibaldi, tutti eroi italiani», se eletto assicura che ricostruirà lo stabilimento “Roma”, edificato per il duce nel 1922. Intanto contesta aspramente l’ex parroco di Ostia don Franco De Donno che si è presentato alle elezioni come candidato con la lista Laboratorio Civico X, vicina alla sinistra.
Ostia, negli anni passati assai generosa, elettoralmente parlando, con la Destra di Teodoro Buontempo (che, per inciso, in un’intervista di diversi anni fa parlando degli immigrati disse: «Da ragazzo avrei potuto fare una brutta fine, ma non è successo. Per questo gli immigrati, i disperati che vengono in Italia in cerca di una nuova vita, di una speranza, vanno rispettati cristianamente innanzitutto in quanto uomini. Io ero come sono loro: un immigrato-emigrato…dall’Abruzzo») è oggi un dominio di CasaPound. Dove gli altri camerati – compresi i cugini-rivali di Forza Nuova – quando arrivano devono levarsi il cappello. E prendersi pure lo sberleffo. Come è capitato al leghista Salvini che nei giorni scorsi ha fatto una comparsata al lido per sostenere la candidata del centrodestra, Monica Picca. Schermaglie interne alla destra. Che potrebbero benissimo ricucirsi in vista del ballottaggio. Sicuramente con il Carroccio. Di Stefano non a caso insiste con i suoi affinché il fronte “No Euro”, trasversale ai partiti del centrodestra, resti unito.
Nel luglio scorso su facebook Marsella, annunciando la sua candidatura a Ostia, scriveva: «Non farò promesse in campagna elettorale se non quella di portare lì dentro la vostra rabbia sacrosanta, che è identica alla mia, e di far volare sedie e rovesciare banchi quando sarà necessario». Nell’attesa di rovesciare i banchi del municipio, i fascisti del terzo millennio fanno quello che sembra riuscirgli meglio: menare le mani. A febbraio, per dire, un giovane volontario dell’associazione cattolica “L’Alternativa Onlus”, è stato picchiato in pieno giorno da 5 militanti di CasaPound (ma Cpi nega ogni addebito) a pochi passi dalle forze dell’ordine e da un presidio sotto la sede del X municipio. Ma le azioni squadristiche in questo fazzoletto di terra tra Roma e il mare sono tante in questi ultimi due anni: nel maggio 2015 uno studente del liceo Labriola di Ostia si è beccato una testata sul volto da parte di un militante di Blocco studentesco, l’emanazione giovanile di CasaPound. E poi, ancora, aggressione agli attivisti del comitato per la riapertura del Teatro del Lido; aggressione a un ragazzo che indossava la maglietta della “Spartak Lidense”. I primi di ottobre ad assaggiare le maniere forti dei fascisti del terzo millennio pure un candidato di Forza Italia, Luigi Zaccaria, aggredito – stando alla sua denuncia – da un presunto militante di CasaPound. Che, ovviamente, respinge ogni accusa: «Dal centrodestra menzogne per recuperare voti».
Ostia è la punta di diamante di una strategia nazionale che vede il movimento neofascista avanzare ovunque. Ma attenzione a ridurre tutto alla violenza fascista, ché non basterebbe a giustificare il successo della macchina del consenso messa in moto in questi anni. Il fatto è che lo squadrismo è accompagnato e preceduto da un’opera di proselitismo senza precedenti (almeno in tempi recenti) nelle pieghe doloranti della società, nelle periferie abbandonate al degrado. Qui in queste terre di frontiera che avrebbero un bisogno assoluto di più Stato, e di più stato sociale, i neofascisti si sono inseriti con le loro campagne, le loro associazioni. Fanno proselitismo nei mercati, dove la crisi morde la vita delle persone, parlano di “Mutuo sociale” in una realtà che vede i prezzi delle abitazioni a livelli insopportabili, se la prendono con le banche e il sistema finanziario e, soprattutto, si scagliano contro l’immigrazione che penalizzerebbe gli italiani e precarizzerebbe ancor di più il mercato del lavoro. Sono argomenti destinati a fare breccia e a fomentare, di fatto, una guerra tra poveri, come le vicende di Tiburtino III e delle altre periferie romane hanno dimostrato in questi mesi.
Nel suo saggio Fascisti del terzo millennio. Per un’antropologia di CasaPound, l’antropologa Maddalena Gretel Cammelli, scrive che la «crisi delle tradizionali forme d’identificazione quali la classe sociale» lascia spazi vuoti da occupare per «forme di radicalizzazione ed etnicizzazione legate a specifiche identità culturali, in cui il focus è passato dalla classe all’etnicità, dalla classe alla cultura, dalla razionalità al bisogno di religione». Forse è da qui che bisogna ripartire per sbarrare il passo al vecchio-nuovo fascismo.
Chiudendo la 10ª festa nazionale di CasaPound che si è tenuta a Latina lo scorso settembre, Iannone ha parlato di «anno d’oro». E ha sciorinato soddisfatto i numeri: otto sedi aperte nel solo 2017, che fanno arrivare il totale a 99 (ma il conteggio è provvisorio: a fine mese, per dire, a Cagliari aprirà una sede di Cpi), un numero di iscritti triplicato e 11 consiglieri comunali eletti.
L’obiettivo è ambizioso: dopo aver piantato bandierine lungo lo stivale, da Bolzano a Lecce, passando per Napoli, Lucca e Roma, il nero che avanza mira niente di meno che a Montecitorio. Per Iannone entrare nell’Aula “sorda e grigia” è cosa a portata di mano «perché ogni militante di CasaPound è già in trincea nelle strade di tutta Italia al fianco di chi è in difficoltà, e questo rende l’obiettivo di superare la soglia di sbarramento alla nostra portata anche se i volti dei nostri candidati saranno oscurati dai tg e i loro nomi ignorati dai giornali».
A sentire le parole del leader del partito sembrerebbe ci sia un ostracismo nei confronti di CasaPound. Peccato che le cose siano ben diverse. Sponsorizzare i fascisti del terzo millennio di questi tempi “fa figo”. A chiudere la campagna elettorale di Cpi a Ostia ci sarà pure Nina Moric. La showgirl croata, naturalizzata italiana, dopo una serie di contatti con Iannone ha deciso di spendere il suo volto per i fascisti: «Io sono sempre stata di destra, è un piacere per me aderire alle loro idee. Loro hanno tanto da dimostrare, per far capire chi sono veramente». Quanto a lei, crede «in tutto ciò che fa CasaPound. Loro amano l’Italia, come Trump ama gli Stati Uniti. Il nostro Paese ha bisogno di gente carismatica».
Se il coming out della Moric è palese non mancano quelli che in nome di un malinteso pluralismo stanno sdoganando l’estremismo fascista. Nello stabile occupato di via Napoleone III a Roma, sede nazionale di CasaPound Italia dal 2003 (l’edificio del Demanio in epoca Alemanno stava addirittura per finire nel patrimonio comunale come sorta di dote – pagata dai cittadini – al movimento oggi diventato partito politico) si sono alternati in queste settimane volti noti della tv, da Enrico Mentana a Corrado Formigli per un confronto con il vicepresidente Simone Di Stefano (il quale, con un’alzata di genio, fa trapelare che vorrebbe nella sede del partito anche Emanuele Fiano e Vladimir Luxuria). Il direttore del tg de La7 ha sostenuto che «se un movimento partecipa con proprie liste alle elezioni è la democrazia che lo legittima». Ma chi ha rischiato l’infatuazione, almeno a sentirlo, è stato il conduttore di Piazzapulita che il 3 ottobre si è detto convinto che «quest’aurea di censura e di illegalità che vi circonda sia fuori luogo». Poi in un crescendo rossiniano di benevolenza ha affermato: «siete esattamente dentro il gioco istituzionale, dentro il gioco democratico, siete un movimento vitale e pulito». Sembrerebbe di capire che la partecipazione a una competizione elettorale svolga, sia per Mentana sia per Formigli, la funzione di una lavatrice che solo per ciò stesso legittima e ripulisce chiunque riesca a piazzare il suo simbolo (dove peraltro e furbescamente non c’è un esplicito riferimento al fascismo) su una scheda elettorale. Nulla di nuovo. Anche i Fasci italiani di combattimento nel 1921 si presentarono alle elezioni e una buona parte del capitalismo italiano e dell’intellettualità conservatrice ritennero che così si sarebbe normalizzato il fascismo. E invece lo squadrismo crebbe di intensità proprio in quel periodo, alternando tattiche parlamentari e olio di ricino. Ma senza andare troppo lontano basterebbe seguire la sfilza interminabile di aggressioni in cui sono chiamati in causa i militanti di CasaPound per capire che nell’approccio inclusivo a tutti i costi, in questo appeasement, ci sia un tarlo pericoloso per la democrazia.
Secondo i dati del ministero dell’Interno dal 2011 a oggi, sono stati denunciati 359 militanti neofascisti, uno ogni cinque giorni. Eppure lo stesso Viminale poi sembra più che comprensivo nei confronti della tartaruga nera. In una informativa del ministero al Tribunale di Roma dell’aprile 2015 si leggono giudizi a dir poco lusinghieri nei confronti del movimento, che tutelerebbe le «fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”». La nota del Viminale arriva a parlare di uno «stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne», di «una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». «Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Primo: me sfilo la cinta; due: inizia la danza/ tre: prendo bene la mira; quattro: cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Questo cuoio nell’aria sta ufficializzando la danza/ Solo la casta guerriera pratica cinghiamattanza/ Cinghiamattanza!/ Cinghiamattanza!/ Ecco le fruste sonore stanno incendiando la stanza/ Brucia la vita d’ardito, urlerai: Cinghiamattanza!». Il gruppo musicale si chiama ZetaZeroAlfa. Ne è leader Gianluca Iannone. E le cinghiate, come raccontano le cronache, non sono solo virtuali. Eccoli gli «aspetti innovativi» del ventennio.
I primi di ottobre a Grado Cpi ha replicato il blitz che qualche mese fa ha compiuto a Milano. Per protestare contro l’accoglienza in un agriturismo di 18 richiedenti asilo i militanti di Cpi hanno fatto irruzione nell’aula consiliare. Le parole del sindaco di Grado, Dario Raugna, suonano come un atto d’accusa e un campanello d’allarme. Il primo cittadino infatti dopo l’irruzione ha chiesto l’intervento dei Carabinieri: gli è stato risposto che lo sgombero non era possibile perché i militari presenti non sarebbero stati sufficienti a riportare l’ordine. Stesso copione è replicato il giorno dopo e anche stavolta a quanto pare le forze dell’ordine si sono guardate bene dall’intervenire.
Che di fronte all’avanzata fascista predomini un certo indifferentismo è purtroppo evidente. Come si sia arrivati a ciò è domanda da un milione di dollari. Certo è che nel 2003 quando veniva occupato lo stabile di via Napoleone III e iniziava il cammino di CasaPound, da centro sociale fascio a forza politica che ambisce al parlamento, gli anticorpi antifascisti nella società italiana si erano pericolosamente diradati già da un decennio.

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/inchieste/tartarughe-frecciate-inquinamento-nero/

sabato 11 novembre 2017

Giurisprudenza: una questione culturale e sociale.

Sull'applicazione contraddittoria del reato di apologia di fascismo nella giurisprudenza recente, pubblichiamo con piacere l'analisi condotta dal giurista Luca Casarotti, membro del direttivo della sezione “Onorina Pesce Brambilla” di Pavia.

Nel marzo 2014, la prima sezione penale della Cassazione confermava la condanna inflitta sia in primo che in secondo grado a due militanti di Casapound, tra cui il futuro consigliere comunale di Bolzano Andrea Bonazza, per il reato di «manifestazioni fasciste» di cui all’art. 5 della Legge Scelba. Come si legge nella sentenza della Cassazione, il 10 febbraio 2009 i due avevano chiamato il «presente!» e fatto il saluto romano durante un presidio per il giorno del ricordo, a cui avevano presenziato una sessantina di neofascisti. La Corte d’appello di Trento, facendo eco alla Sentenza costituzionale n. 74 del 1958, aveva scritto:

«non tutte le espressioni di adesione al disciolto partito fascista possono integrare la condotta punibile ma solo quelle rese in pubblico e reputate idonee a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste; […] il cosiddetto saluto romano rappresenta una manifestazione esteriore propria e usuale di organizzazioni o gruppi tesi a diffondere idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.»


Nel caso di specie, concludevano i giudici, i due imputati avevano fatto il saluto romano durante una manifestazione pubblica, alla presenza di più persone: quindi la loro condotta, idonea a provocare adesioni e consensi, costituiva reato. La Cassazione aveva condiviso questo sillogismo e confermato la condanna. Era stato liquidato in poche righe il ricorso dell’Avv. Domenico Di Tullio, legale di svariati camerati e a sua volta presenza fissa alle iniziative di casapound, che aveva riproposto nel giudizio di Cassazione un grande classico dei processi ai neofascisti: il «contrasto con più articoli della costituzione (artt. 21, 3 e 117)»; la «natura di “reato di opinione” della previsione incriminatrice»; la «necessità di adeguamento della previsione di legge al mutato clima politico e istituzionale»; «l’obbligo di adeguamento alla normativa sovranazionale in tema di libera manifestazione delle opinioni». In parole povere, la consueta autorappresentazione dei fascisti come vittime del sistema che li censura e reprime[1].
Ma con due sentenze del 2016, la stessa prima sezione penale della Cassazione ha ribaltato il suo orientamento, nonostante a parole dica il contrario. Il processo riguardava questa volta il corteo neofascista del 2014 in memoria del repubblichino Carlo Borsani e dei missini Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, che si tiene ogni anno a Milano il 29 aprile. Anche qui – ça va sans dire – era stato più volte chiamato il «presente!» e le braccia si erano romanamente alzate in ricordo dei camerati caduti, nello sventolio di bandiere con le celtiche. Le stesse condotte del presidio di Bolzano, quindi, ma alla presenza di molte più persone: circa un migliaio, secondo gli atti del processo. Il video del corteo era anche stato diffuso su internet. Identica l’imputazione: art. 5 della legge Scelba, «manifestazioni fasciste». Opposta la valutazione del giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Milano che, scrive la Cassazione avallandone la sentenza,

«evidenziava la natura della manifestazione e del corteo, organizzati al solo fine commemorativo di tre defunti, tutti storicamente vittime di una violenta lotta politica che aveva attraversato diverse fasi storiche, sottolineando che le manifestazioni di carattere fascista e con indubbia simbologia fascista erano finalizzate a detta commemorazione, in segno di omaggio e di umana pietà, senza alcuna finalità di restaurazione fascista;

  • rappresentava, inoltre, le modalità ordinate e rispettose del corteo, svoltosi in assoluto silenzio, portando i manifestanti le fiammelle in mano accompagnati dal solo suono dei tamburi senza inni, canti, frasi o slogan evocativi dell’ideologia fascista, senza comportamenti aggressivi, minacciosi o violenti nei confronti dei presenti, armi o altri strumenti; […]
  • escludeva, alla luce della complessiva valutazione delle circostanze e modalità del corteo, e pur in presenza di ostentazione di simboli e saluti fascisti, che la manifestazione avesse assunto connotati tali da suggestionare in concreto la folla inducendo nei presenti sentimenti nostalgici in cui ravvisare un serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista.»


La contraddizione è evidente: la manifestazione è stata indetta per commemorare un repubblichino e due neofascisti, ma non ha indotto nei presenti sentimenti nostalgici. Inutilmente il Procuratore della Repubblica di Milano aveva provato a far notare nel suo ricorso in Cassazione che il giudice di primo grado «ha valorizzato aspetti e circostanze oggettivi del tutto irrilevanti, come l’assenza di violenza o di minaccia»: l’art. 5 della legge Scelba, infatti, non richiede in alcun modo che le manifestazioni vietate debbano essere violente o minacciose; basta che siano «usuali del disciolto partito fascista». Nonostante ciò, per la Cassazione la ricostruzione del GUP di Milano è ineccepibile [2].
Il nuovo art. 293-bis del codice penale, che sarà introdotto se la legge Fiano verrà promulgata, dovrà tra le altre cose essere applicato dalla stessa magistratura che sul reato di manifestazioni fasciste è giunta ad autocontraddirsi in sentenze emesse a pochi anni di distanza l’una dall’altra, interpretando le norme della legge Scelba in senso molto più restrittivo rispetto addirittura a quanto non avesse fatto la Corte costituzionale nel 1958, nel clima che caratterizzava la cultura giuridica nel 1958, con i giudici che componevano la Corte costituzionale nel 1958 [3].
Prima e al di là delle convinzioni personali dei singoli magistrati, l’impressione è che l’intera categoria non sia preparata a giudicare questo tipo di reati a connotazione politica, anche perché non riceve alcuna formazione in materia. Succede così che nel 2015 quattro neofascisti, che dalla curva dell’Ellas Verona avevano fatto il saluto romano durante una partita tra Verona e Livorno, siano stati assolti in primo grado, perché il gesto era una «provocazione rivolta verso gli avversari» durante una manifestazione sportiva, che «non è normalmente il luogo deputato a fare opera di proselitismo», e quindi non sussiste il pericolo di ricostituzione del partito fascista [4]: un’argomentazione del genere ignora del tutto, per fare un solo esempio, le strategie di reclutamento di militanti negli stadi attuate dal national front inglese negli anni ’80 [5].

Note
1. Tutte le citazioni sono tratte da Cass., sez. I penale, n. 37577/2014.
2. Tutte le citazioni da Cass., sez. I penale, n. 28298/2017. La sentenza è stata accolta con entusiasmo dal Primato nazionale, il giornale online di Casapound, che l’ha pubblicata integralmente sul suo sito.
3. Su potenzialità e limiti intrinseci alla formulazione del nuovo reato, che paradossalmente oscilla dal troppo restrittivo al troppo vago, si veda anche quanto scrive l’Avv. Marco Sommariva in C. Torrisi, Un avvocato spiega cosa cambierebbe con la legge contro la propaganda fascista, vice.com, 14 settembre 2017.
4. Il virgolettato è in L. Pisapia, Saluto fascista allo stadio non è reato perché non è luogo dove si fa politica, ilfattoquotidiano.it, 18 aprile 2015.
5. Per approfondire il tema, un punto di riferimento imprescindibile nella saggistica italiana sono gli scritti di Valerio Marchi. Si vedano su tutti V. Marchi, Inghilterra 1890-1990. Un secolo di sottocultura “hooligan”, in Id. (a cura di), Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’europa, [ed. or. Roma-Koinè 1994] ora Roma-Red Star 2014; Id., Il derby del bambino morto. Violenza e ordine pubblico nel calcio, [ed. or. Roma-DeriveApprodi 2005) nuova ed. Roma-Alegre 2014.


Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/

mercoledì 8 novembre 2017

L'importanza delle parole

Con piacere pubblichiamo il saggio di Ernesto Bettinelli, insigne giurista già docente di diritto presso l'Università di Pavia, inserito nel volume collettaneo No razza, SI cittadinanza, curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi.
Una precisa analisi giuridica circa l'opportunità di eliminare la parola "razza" dalla nostra Costituzione, nell'ambito del più ampio progetto che vede coinvolti genetisti, antropologi, storici, filosofi e studiosi di altre discipline, e che propone di emendare la Carta al fine di evitare l'utilizzo di un lemma odioso e privo di qualsiasi valenza scientifica, che costituisce unicamente il prodotto culturale di un dibattito sociale purtroppo mai sopito.



1. Nell’età dell’incertezza o della crisi delle certezze anche le categorie giuridiche utilizzate per classificare le costituzioni a vocazione democratica meritano di essere rivisitate1e, per molti versi, semplificate.
Un macro-criterio attuale di distinzione potrebbe essere la loro attitudine evolutiva a includerepiuttosto che a escluderela realtà in continua trasformazione che si manifesta oltre le frontiere dei rispettivi ordinamenti e a far prevalere le ragioni della verità e dell’umanità su quelle della stretta” sovranità e della difesa dei “propri” popoli2.
La tensione tra questi due poli è tipica delle costituzioni storiche, esito di processi rivoluzionari e/o di liberazione da situazioni di oppressione di varia origine ed epoca. L’adesione ai valori di una convivenza universale si confronta e non di rado si scontra con i persistenti richiami ai tradizionali concetti della territorialità e della sua salvaguardia. Cosicché in queste costituzioni un linguaggio rivolto al presente-futurocoesiste con un linguaggio rivolto al presente-passato.

QUI il testo integrale.


lunedì 6 novembre 2017

Concorso "Alla scoperta della Resistenza"

La sezione ANPI di Varzi indice per l'anno 2018 il concorso “Alla scoperta della Resistenza”, avente per tema «Esercizi di Memoria». L'iniziativa, giunta ormai alla sua quarta edizione, vede ogni anno un significativo incremento di adesioni, con la partecipazione di autori, sia studenti sia adulti, provenienti da tutto il territorio nazionale.
Attraverso i concorsi precedenti si è anche avuto modo di portare alla cronaca luoghi e fatti locali dimenticati, come la “Casa del Partigiano”, sul monte Crocetta, sovrastante Nivione di Varzi, e per anni ignorata; luogo da cui mosse la spedizione partigiana del 18 settembre 1944, al comando di Primula Rossa, che portò alla liberazione di Varzi dall'occupazione nazi-fascista.
Nella nuova edizione, i partecipanti saranno impegnati, attraverso i loro elaborati prodotti in forma di saggio, racconto, intervista, poesia, album di fotografie con didascalie, in formato DVD, fumetti, espressioni pittoriche, ecc. a mantenere viva la Memoria collettiva, per mezzo di rappresentazioni di luoghi, azioni e storie della Resistenza che rischiano di andare perduti.
Le indicazioni circa le modalità di partecipazione sono consultabili sul sito concorsiletterari.it alla pagina dedicata al nostro concorso.



giovedì 2 novembre 2017

Non facciamo sconti a Cesare Forni

Cesare Forni con Benito Mussolini nel 1921 a Mortara
Crediamo che commemorare un personaggio come Cesare Forni in un luogo finalizzato alla diffusione della cultura, quale la Biblioteca civica di Sartirana Lomellina, sia quanto meno fuori luogo.
A giustificazione gli organizzatori addurranno certamente il fatto, inserita nell’ambito della rassegna “Dell’elmo di Scipio” (che si tiene in Biblioteca da qualche anno a questa parte), la iniziativa sarà “solo e soltanto” circoscritta alla esperienza militare di Cesare Forni.
Tuttavia noi crediamo che non sia una operazione corretta svincolare la storia di Forni dal suo proseguo che lo vide, con ruolo dirigente, tra gli squadristi che, nel novarese prima, e nella nostra Lomellina dopo, andarono stroncando a mano armata, e al soldo degli agrari, la riscossa popolare degli anni ’20.
Furono le botte, l’olio di ricino, le revolverate contro contadini e braccianti ad opera dei “fasci di educazione e difesa sociale”, poi denominati “fasci lomellini di combattimento” a ripristinare, contro le lotte e le conquiste bracciantili, l’ “onnipotenza padronale” nelle campagne (cit. Angelo Tasca in Nascita e avvento del fascismo).
Cesare Forni fu uomo di questa stagione, nuovamente sulla prima linea fascista nell’assalto alla libera municipalità della città di Milano, che – anno 1922 – precede di poco la marcia su Roma di cui ancora Forni fu attivo protagonista alla guida di “reparti” lombardi fascisti, per poi dissentire dal fascismo, forse perché il fascismo, incarnatosi nello Stato, limitò il proprio agire repressivo, di cui Forni restò duro sostenitore.
Ci scuserete se la iniziativa su Cesare Forni ci lascia attoniti e sdegnati.
Tra i promotori della serata c’è anche l’Associazione Brunoldi Ceci, che nella sua girandola di iniziative, sempre e comunque appoggiate da Comune e Biblioteca “Civica”, forse ha scordato di essere aderente alla Federazione Italiana Associazioni Partigiane, titolo di cui il nostro Comune si è pure “fregiato” lo scorso 25 Aprile.

Ci auguriamo che la serata non degeneri in una parata nostalgica di cui riterremo altrimenti responsabili le istituzioni che, giurando fedeltà alla Costituzione, dovrebbero ben conoscerne la radici e l’origine antifascista, inscritta nella pietra dei cippi dei caduti partigiani.

mercoledì 1 novembre 2017

Pavia nei valori dell'antifascismo

Il 5 novembre in piazza Vittoria. Con le associazioni, il Comune, i cittadini democratici e la musica della Corte dei miracoli.
Le parole di Carlo Rosselli, combattente contro i golpisti nella guerra di Spagna, ammazzato, nel giugno '37, dai sicari del duce in terra di Francia, definiscono quello che siamo, quello che vogliamo; quello che non siamo; quello contro cui ci misuriamo. Ora e sempre.