lunedì 21 maggio 2018

La morale nella politica. Considerazioni intorno al pensiero pratico di Giacomo Matteotti


Ricordando l'iniziativa "L'antibellicismo nel pensiero di Giacomo Matteotti", del giorno 30 maggio 2018 alle ore 11:00 nella Sala Affreschi del Collegio Borromeo, in collaborazione tra ANPI Provinciale e Almo Collegio Borromeo, pubblichiamo il contributo di Jaka Makuc alla riflessione sul pensiero di Giacomo Matteotti.


Giacomo Matteotti non fu mai un teorico della politica; non lo fu, e fu sempre orgoglioso di non esserlo mai stato. Nel ritratto che ne tracciò, Piero Gobetti seppe cogliere in profondità questo aspetto della cultura politica del deputato socialista:
Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura. Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il bergsonismo[1]. 
Questa osservazione di Gobetti è importante: essa ci rammenta, infatti, che l’agire politico di Matteotti, benché improntato a un praticismo d’efficienza, a una infaticabile ─ a tratti ossessiva ─ analisi del dato giuridico ed economico, presupponeva una formazione teorica rigorosa, alla cui robustezza e ricchezza Matteotti tenne sempre moltissimo.
Matteotti (1885-1924) si considerava un «turatiano, riformista e gradualista»[2]: dopo la formazione socialista avvenuta sotto l’influenza di Badaloni nelle campagne del Polesine, si avvicinò al riformismo di Turati, con cui si legò in una profonda amicizia che travalicava il sodalizio politico. Il suo socialismo fu tuttavia diverso da quello del maestro: «un riformismo anomalo anche rispetto a quello di Filippo Turati, più pedagogico che politico […]»[3]. Durante la sua attività amministrativa prima e parlamentare poi, Matteotti seppe distinguersi per l’eccezionale capacità organizzativa e l’impegno costante nella lotta politica:
Dunque non uomo di corrente o di fazione, ma portavoce di volontà e di energie esperimentate nella diuturna opera organizzativa e nei luoghi di lavoro, e mai come in quel momento pronte e disponibili per azioni di massa. Egli non sottovalutava l’importanza delle questioni dottrinarie, ma le vedeva indirizzate a un fine concreto, limitato nel tempo e il più possibile di pratica attuazione. La dottrina per la dottrina non lo interessava […][4].
Nelle pagine che seguono, si tenterà di mettere in evidenza alcuni tratti peculiari propri del pensiero politico del deputato socialista.
L’assiomatica concettuale che definisce l’idealità politica matteottiana è assai articolata e le seguenti (e sommarie) considerazioni non possono esaurirne la ricchezza; esse hanno invece l’obbiettivo di chiarire al lettore uno dei nodi tematici fondamentali del pensiero politico di Matteotti: l’imprescindibile convergenza di morale e politica.
Ora, il nesso tra questi due ambiti non è da accettarsi ingenuamente; senza tracciare una genealogia del problema[5], basti qui ricordare che la maturazione personale e socialista di Matteotti avvenne durante l’“età giolittiana”; e che Giolitti rappresentò ─ se non di fatto, certamente per una parte del socialismo di quegli anni ─ il simbolo di una politica spregiudicata e svincolata, appunto, da qualsiasi legame con la dimensione morale della vita sociale.

Matteotti e Giolitti

È qui impossibile ripercorrere l’intricato rapporto politico tra giolittismo e socialismo. Occorre tuttavia precisare che «la nuova veduta di governo» promossa da Giolitti troverà, quantomeno nei suoi esordi, proprio nel riformismo turatiano un alleato imprescindibile (in particolare, si pensi al governo Zanardelli, reso possibile grazie al sostegno offerto dai socialisti). Tale intesa politica non può, a nostro giudizio, essere semplicemente ridotta a logiche parlamentaristiche: essa rivela, al contrario, un’affinità d’intenti più profonda. Come ha osservato Emilio Gentile, «Turati considerava il liberalismo giolittiano l’unica via possibile per lo sviluppo industriale dell’Italia e ne riconosceva il carattere progressista. L’incontro fra riformismo e giolittismo avvenne su un campo neutro, per così dire, cioè distante egualmente dall’adesione allo Stato liberale e da una radicale opposizione ad esso. Riducendo le funzioni dello Stato all’amministrazione e il parlamento a un’assemblea di uomini pratici, Giolitti rendeva la sua prassi politica accettabile anche all’opposizione ─ se l’opposizione ammainava la bandiera dell’intransigenza antisistema»[6]. L’opposizione intransigente al giolittismo maturerà nel socialismo italiano parallelamente all’esacerbazione del contrasto tra riformisti e massimalisti su temi strutturali, come la “questione meridionale”[7].
Giova ricordare che la politica giolittiana, memore degli eccessi del governo Crispi, mostrò attenzione alle esigenze della massa lavoratrice. La severità di giudizio espressa da Matteotti sull’operato di Giolitti è comprensibile solo se contestualizzata storicamente. Matteotti fu eletto alla Camera nel 1919 (XXV legislatura); è chiaro che, mentre Turati e Treves «non esitavano però ─ negli ultimi anni ─ a riconoscere Giovanni Giolitti meritevole della riconoscenza nazionale per il contributo sostanziale da lui dato, con la sua attività di governo, alla trasformazione in popolo della misera plebe italiana[8]», al contrario egli pensava al Giolitti del «lungo ministero» e della guerra di Libia, cioè a quella “dittatura” giolittiana che «suscitò le vivaci proteste dell’opinione pubblica e dei parlamentari che rifiutarono di essere «giolittizzati»: alla stabilità parlamentare del giolittismo corrispondeva, nel paese, una diffusa insofferenza per i suoi metodi di governo, per la prosaicità della sua politica, per l’influenza deleteria che il trasformismo giolittiano sembrava avere sulla vita e sull’azione dei partiti»[9]. Matteotti appartiene a quella generazione socialista che nasce dalla crisi del giolittismo; ma la crisi del sistema giolittiano implica, proprio per quanto detto in precedenza, anche il fallimento del riformismo turatiano, giacché «la crisi del riformismo non era soltanto un problema interno al partito socialista, ma un aspetto sintomatico della crisi del sistema giolittiano, che nella fiducia o nel «neutralismo» dei socialisti riformisti aveva uno dei suoi più validi sostegni»[10]. Il singolare profilo teorico di “riformismo rivoluzionario” in Matteotti si spiega solo alla luce di questa volontà di riscatto dal fallimento del riformismo di Turati, di una inestinguibile volontà di vittoria dell’ideale socialista.
Il Parlamento giolittiano pare dunque godere di un’autosufficienza istituzionale che acuisce la distanza tra la classe politica italiana e le grandi masse dei lavoratori. La politica si impone come professione e la sua progressiva tecnicizzazione la allontana da chi non è capace di comprenderne il linguaggio[11].
Compito del socialismo propugnato da Matteotti[12] fu proprio quello di lavorare per annullare lo iato tra politica e massa lavoratrice (al contrario di Gramsci, Matteotti opererà non nella fabbrica ma nel contesto agrario); solo attraverso la politicizzazione educativa del proletariato se ne renderà possibile l’elevazione spirituale e, in ultima istanza, la redenzione storica.
Condizione preliminare per ristabilire tale connessione sarà recuperare l’ambito morale a quello politico:
Oggi dobbiamo ricostituire quella unità morale e politica del proletariato, che minacciava di rompersi; a costo anche di qualche sacrificio delle nostre ideologie[13].
Ora, prima di procedere nella nostra analisi, occorre notare che, nel pensiero matteottiano, la morale rappresenta quel terreno umano a partire da cui si rende possibile ogni forma di convivenza civile e non barbara tra i popoli e, nello specifico, tra le persone. Il binomio ossimorico civile/barbaro è frequente negli scritti matteottiani e lo si può intendere in questi termini: per Matteotti, la storia pare godere di uno speciale statuto normativo tale da imporre, a chi vive in un determinato periodo storico, di esserne in qualche modo all’altezza. Occorre difatti ricordare che il pensiero di Matteotti rivela una forte caratura positivistica, che determina una credenza incrollabile nel «movimento ascensionale della civiltà»[14]. Naturalmente, il grado massimo di civiltà sarà raggiunto coll’attuazione del socialismo; questa però, al contrario di quanto pensavano Turati e i teorici classici, non si sarebbe realizzata inevitabilmente, ma solo attraverso un costante e inflessibile sforzo volitivo volto all’educazione del proletariato.
Pertanto, la morale non può essere limitata a un singolo perimetro della vita umana, giacché essa permea l’intero insieme delle declinazioni della vita sociale (giurisprudenza, economia etc.)[15]; spetterà quindi alla politica, intrinsecamente moralizzata e moralizzante, raccogliere questo insieme di discipline e impiegarle come instrumenta per realizzare il proprio fine ultimo (che, per Matteotti, coincide naturalmente col socialismo).
Ecco allora che il discorso giuridico, ad esempio, non rimarrà più comprensibile ai soli specialisti della giurisprudenza, ma dovrà sempre essere strumento intrinsecamente morale e politico: se non si accetta questa collimazione concettuale, si svuota di senso e finalità qualsivoglia disciplina sociale[16].

Antibellicismo e antifascismo

Alla luce di quanto scritto, dovrebbe risultare chiaro l’intransigente rifiuto che Matteotti riservò alla concezione stessa della politica di Giolitti: il caso più emblematico è forse rappresentato dall’inflessibile opposizione alla guerra di Libia prima e al conflitto mondiale poi.
La guerra di Libia segna uno spartiacque in seno al socialismo italiano di quegli anni: «il «tradimento» consumato da Giolitti verso i riformisti, con la guerra di Libia, tolse qualsiasi giustificazione alla loro scelta filo-giolittiana, che, del resto, non corrispondeva più all’orientamento della base sociale del partito»[17]. La posizione di Matteotti è dunque leggibile in una duplice chiave interpretativa: non solo come appassionata reazione al bellicismo imperante, ma anche come occasione per il socialismo di distaccarsi dal giolittismo in modo inequivocabile. Non è un caso che la sua voce, ancora una volta, si distingua per intensità e contenuto dai colleghi riformisti, assumendo una posizione sul conflitto libico vicina a quella di Salvemini. La «passeggiata militare nella Libia»[18] non trovò, infatti, nel socialismo riformista un’opposizione rigida: «contro il ventilato nuovo disegno di espansione coloniale la reazione del partito socialista e delle varie formazioni di sinistra è assai fiacca. Un congresso anticoloniale a Roma si distingue per la povertà degli argomenti e la tiepidezza dello impegno […]. La scarsa reattività del partito socialista appare però evidente, povero di spunti originali è il dibattito, manca ogni tentativo di analizzare i movimenti di quello che appare un episodio velleitario, ma che in realtà è il sintomo di un fermento che continuerà ad agire nel corpo del paese con un lavorio occulto e la cui portata apparirà manifesta quando l’impresa libica diventerà realtà»[19].
Matteotti parlò contro la guerra (…) e portò le sue tesi in sede metafisica: inutilità della guerra, facendosi tollerare da una generazione nietzscheana per la severità della sua solitudine[20].
Questo tipo di assunzione teorica è semplicemente occlusa al politicismo giolittiano: non ci sono prese di posizione “metafisiche” (ovvero idealità immutabili[21] che determinano l’agire pratico dell’uomo politico), ma solo circostanze d’occasione da sfruttare per la realizzazione di un fine a sua volta contingente; l’eclettismo politico liberale conduce la direzione della politica a una logica trasformistica che la svuota, per l’appunto, di ogni idealità. L’abilità politica di Matteotti si riscontra nella sua capacità di usare le parole delle scienze economica e giuridica per parlare il linguaggio del socialismo: anche se questo era insopportabile per i suoi detrattori, l’universalità del fatto[22] scientifico costringeva l’interlocutore al confronto impietoso con la realtà: e il mezzo avvicinava così al fine ultimo. Perciò, il suo era un pensiero che andava praticato diem ex die e che esigeva di venire attuato; è la politica a essere in grado di fornire gli strumenti attraverso cui compiere il socialismo.
La guerra, dunque, è barbarie non per le ripercussioni che essa comporta sull’economia dello stato belligerante o per i vizi procedurali che ne rendono illegale la proclamazione (benché questi difetti materiali possano essere impiegati come mezzi efficaci per contrastarla sul piano pratico): la guerra è di per sé barbarie perché arresta -invertendolo- il «movimento ascensionale della civiltà» e abolisce le conquiste ottenute durante la lotta di classe, motore perenne della storia.
Saragat seppe cogliere questo passaggio fondamentale quando disse che: 
La guerra non è storia, è preistoria, e la sua causa profonda la troviamo -come dice Treves- nell’eredità selvaggia dei tempi, nell’inumano che è sempre in agguato dalle caverne della preistoria per irrompere nella città civile[23].
E ancora Gaetano Arfè:
Ora, per tutto un settore assai largo del movimento socialista- e in esso è compreso Matteotti- il motivo pregiudiziale della opposizione alla guerra è di natura extra-politica, si motiva con una precisa contrapposizione di ideali a ideali, di valori a valori[24].
L’anti bellicismo assume, pertanto, lo statuto di principio etico-politico della dottrina socialista matteottiana; esso non è confutabile sul piano della logica parlamentare o genuinamente politica, ma esige di essere collocato in una gerarchia valoriale che costituisce l’impalcatura teorica e dottrinaria di una fede: la fede nel socialismo[25].
Domandiamo che al socialismo siano conservati i fini etici di alta umanità e diciamo che tutti gli strumenti, strumento rivoluzionario compreso, siano tutti subordinati a questa altezza di fine etico cui si ispira il socialismo (…) Ora se questo voi dite e confessate, riconoscete il fine etico e morale del socialismo[26].
Ora, avviandoci verso la conclusione di queste considerazioni, pare ragionevole offrire un’epitome di quanto detto sin qui al lettore: si è sostenuto che, se è vero che l’opera politica di Matteotti si declinò sempre in un agire pratico teso alla concretezza dei risultati ed estraneo a formulazioni teoriche esplicite (si pensi qui a Turati), per comprendere appieno la figura storica di Giacomo Matteotti occorre cogliere l’importanza della struttura concettuale a partire dalla quale si dispiega l’azione del deputato socialista. Si è dimostrato che il nucleo centrale di tale retroterra ideale è l’inseparabile legame che lega la morale alla politica.
Come è noto, a recidere per primo tale legame fu Machiavelli[27]: lo si ricorda solo per marcare l’importanza dell’osservazione di Gobetti:
[…] non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazionalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c’era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di analisi istintiva[28].
L’opposizione al fascismo è «questione di incompatibilità etica»: essa precede la dimensione politica e radicalizza il conflitto sul piano dell’idealità, determinando così una contrapposizione antropologica che il semplice dibattito parlamentare non è in grado di ospitare né di esaurire. Lo scontro travalica così il Parlamento e si consuma nel paese stesso, nella società civile: il socialismo ─ e lo stesso Matteotti ─ non riusciranno a ideare mezzi di contrasto efficaci contro il nuovo nemico.
La lotta violenta contro il socialismo, a questo punto, non è lotta contro i suoi errori eventuali, non è ritorsione contro i suoi sporadici eccessi ma è lotta contro la civiltà, colpita nelle sue fondamentali conquiste[29].
È noto che sarà il fascismo a vincere questa «lotta violenta»; in un mondo dove i fatti e i dati non hanno più validità e tutto viene distorto dalle logiche della propaganda, Matteotti si trovò disarmato: il suo pensiero ideale, così rigoroso nella sua chiarezza teorica, non poté essere messo in pratica perché gli strumenti da sempre impiegati avevano perduto la propria efficacia.
Ma la tragica morte del deputato ne sugella, in qualche modo, la dottrina. La fede nel socialismo ha infatti modo di compiersi in un martirio che segna la nascita di un mito; il significato più profondo della morte di Matteotti non può essere compreso senza che prima ne siano state intimamente pensate l’idealità e la vita. Il sacrificio del “Martire” segna l’inizio di quella cultura antifascista che ispira la politica proprio perché intrinsecamente morale e ideale: la morte di Matteotti compie, dunque, quel ricongiungimento di morale e politica per la cui realizzazione egli spese una vita: 
A chiamarlo al sacrificio ─ la storia conosce queste cose e sa quanto incidano nel corso della realtà ─ è una fede per la quale nessuna rinuncia gli par troppo amara. Perciò si può dire, senza retorica, che con la morte di Matteotti nasce l’etica dell’antifascismo, motivo ispiratore dei venti anni successivi della storia d’Italia, e forse ancora qualcosa in più: la “religione della libertà” quale storicamente si esprime in un largo scorcio del nostro tormentato secolo[30].

[1] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo marxismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.
[2] G. CASANOVA, Matteotti. Una vita per il socialismo, Bompiani, Milano, 1974, p. 19.
[3] G. ROMANATO, Un italiano diverso. Giacomo Matteotti, Longanesi, Milano, 2011, p. 186.
[4] G. CASANOVA, op. cit., p. 99.
[5] Benedetto Croce, che al rapporto tra morale e politica dedicò pagine celebri, sostenne una posizione antitetica a quella espressa da Matteotti. In Etica e politica si legge «che la politica segua la legge sua propria, diversa dalla legge morale, è verità ricevuta sovente con ritrosia e come di malavoglia […]» (B. CROCE, Etica e politica, Laterza, Bari, 19564, p. 97). Come ha sottolineato Andrea Orsucci, «in realtà, proprio in Croce, negli scritti degli anni di guerra, lo svolgimento delle ragioni di una coerente antiretorica trova il proprio punto focale nel principio dell’autonomia della politica, della sua piena estraneità a considerazioni di ordine etico» (A. ORSUCCI, Politica e ‘alta politica’: Croce e la Germania, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Istituto della Enciclopedia Italiana, Torino, 2016, p. 339). Similmente a De Santis, è in Machiavelli (e, per ragioni differenti, in Vico) che Croce rileva una teorizzazione rigorosa dell’autonomia della politica dalla morale: «ed è risaputo che il Machiavelli scopre la necessità e l’autonomia della politica, della politica che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta» (B. CROCE, op. cit., p. 256). Sull’interpretazione di Machiavelli nei primi decenni del Novecento italiano: cfr. nota 24.
[6] E. GENTILE, L’Italia giolittiana. 1899-1914, Il Mulino, Bologna, 1990, pp. 85-86.
[7] Ivi, pp. 87-97. Per uno studio rigoroso sul socialismo italiano nell’ “età giolittiana” cfr. G. ARFÉ, Storia del socialismo italiano. 1982-1926, Einaudi, Torino, 1965, pp. 111-135.
[8] C. SILVESTRI, Turati l’ha detto. Socialisti e democrazia cristiana, Rizzoli, Milano, 1946, p. 62.
[9] E. GENTILE, op. cit., p. 135.
[10] Ivi, p. 212.
[11] Matteotti fu consapevole di tutto questo. Sin dai suoi primi scritti e discorsi, egli si sforza di adottare un linguaggio elementare, che talvolta indulge al didascalico.
[12] Sul socialismo di Matteotti, mi pare efficace riportare qui le parole di Gianpaolo Romanato: «Il suo riformismo, singolare impasto di legalitarismo e di spirito rivoluzionario, come si vedrà, non sempre coincidente con quello di Turati, che era legato molto più di lui al meccanicismo marxista ottocentesco, cioè all’idea che lo Stato borghese si sarebbe prima o poi autodistrutto, si fondava su questa intransigente e fermissima base giuridica. È qui che si deve vedere la modernità di Matteotti nella galassia dei socialisti italiani, modernità che giustificherà tanto la sua proposta di insurrezione per fermare l’entrata in guerra (lo Stato aveva violato le regole e quindi andava fermato con la forza) quanto, in seguito, la sua lotta solitaria contro il fascismo, fondata sulla difesa della legalità e della rappresentanza parlamentare» (G. ROMANATO, op. cit., pp. 82-83).
[13] G. MATTEOTTI, Ragionamento sui destri che se ne vanno, in La Lotta Proletaria, Rovigo, 3 agosto 1912, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 87.
[14] G. MATTEOTTI, Parole socialiste. Ai lavoratori!, in La Lotta, Rovigo, 20 ottobre 1906, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 65.
[15] Matteotti si formò alla giurisprudenza presso la scuola bolognese di Stoppato. Scrive il già citato G. Romanato «che la sua tenace difesa del primato del diritto, tanto sul fattore antropologico quanto su quello sociale, era inserita in una visione evolutiva e non statica del vivere civile, finalizzata alla trasformazione e non alla conservazione dell’ordine esistente. Nel riformismo socialista matteottiano il diritto, inteso non come astratto feticcio giuridico bensì come struttura portante del vivere civile, era un elemento fondamentale dell’evoluzione economica, del progresso, dell’incivilimento delle classi subalterne, che dovevano passare da soggetti passivi ad attori attivi e consapevoli della vita collettiva» (G. ROMANATO, op. cit., p. 82).
[16] Per offrire un esempio altrettanto pregnante, si pensi al dibattito intorno allo statuto teorico della “rivoluzione”. Si auspica che risulti chiaro al lettore il perché del rifiuto da parte di Matteotti della rivoluzione intesa come fine in sé (di ciò egli accusava i massimalisti): dato che l’unico fine in sé è il compimento della civiltà, ovvero il socialismo, la rivoluzione sarà da intendersi come instrumentum possibile, non necessario. Se si autonomizza il concetto di rivoluzione e lo si sradica dal proprio retroterra etico-politico (cioè lo si rende un fine in sé), questo perde il proprio senso e la propria utilità, divenendo nei fatti dannoso all’ideale ultimo che lo determina: il socialismo stesso. Ebbe a scrivere Matteotti: «La rivoluzione è un mezzo, uno strumento, non un fine. Quello che a noi preme è il fine, il socialismo; non il mezzo che potrà essere indifferentemente quello o uno diverso» (G. MATTEOTTI, Verso il congresso socialista, in La Lotta, Rovigo, 23 agosto 1919, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 157).
[17] E. Gentile, op. cit., p. 213.
[18] G. MATTEOTTI, L’impresa libica, in “La Lotta proletaria, 12 ottobre 1912, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Socialismo e guerra, Pisa University Press, Pisa, 2013, p. 73.
[19] G. ARFÉ, I socialisti e le guerre d’Africa, in Socialismo e socialisti. Dal Risorgimento al Fascismo, De Donato, Bari, 1974, p. 301.
[20] P. GOBETTI, Matteotti. L’intransigente del “sovversivismo”, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.
[21] «Ma Matteotti per certe cose era “astratto”, nel senso che più delle cose reali, delle situazioni concrete, per lui contava la coscienza del dovere da compiere. Soprattutto sul tema della guerra che chiamava in causa il diritto alla vita, l’uguaglianza e l’amore tra gli esseri umani» (G. TAMBURRANO, Giacomo Matteotti. Storia di un doppio assassinio, UTET, Torino, 2004, p. 56). E Gobetti: «bisogna saper vedere in Matteotti, giurista, economista, amministratore, uomo pratico, queste pregiudiziali di disperata utopia, di assoluto idealismo, di reazione assurda contro la grettezza filistea dei falsi realisti» (P. GOBETTI, Matteotti. L’intransigente del “sovversivismo”, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924).
[22] Il termine fatto, inteso come accadimento storico incontrovertibilmente vero, è usatissimo da Matteotti. Nel celebre ultimo discorso contro la validità delle elezioni truffa, si parla continuamente di fatti.
[23] La citazione è tratta dal discorso che Saragat tenne in occasione del XXX anniversario del rapimento il 10 giugno 1954. Il testo è riportato integralmente in A. SCHIAVI, La vita e l’opera di Giacomo Matteotti, Opere Nuove, Roma, 1957, p. 337.
[24] G. ARFÈ, Giacomo Matteotti uomo e politico, Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 34 (il saggio apparve per la prima volta sulla Rivista Storica Italiana, Napoli, 1966). In base a quello che è stato scritto sin qui, si comprenderà perché ritengo che, nel caso di Matteotti, sia forse più opportuno parlare di riserve “pre-politiche”, cioè di riserve etico-ideali che stanno alla base e pervadono l’intero agire politico.
[25] Matteotti impiega spesso il termine fede per indicare l’adesione totalizzante e vocazionale al fine del socialismo (che coincide col socialismo stesso).
[26] G. MATTEOTTI, Indirizzo e mezzi d’azione del partito di fronte all’attuale situazione nazionale ed internazionale, in Resoconto stenografico del XVI Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano (Bologna, 5-6-7-8 ottobre 1919), Milano, Libreria Editrice Avanti!, 1920, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p 167.
[27] È interessante rilevare il fatto che l’ultimo scritto lasciato da Matteotti porta il titolo di Machiavelli, Mussolini and the Fascism (è un articolo pubblicato dalla rivista inglese «English Life»). Esso si configura come una dura requisitoria nei confronti del saggio scritto da Mussolini su Machiavelli in occasione della laurea honoris causa proposta dall’Università di Bologna (ma poi pubblicato sulla rivista “Gerarchia”): il testo di Mussolini è del 30 aprile 1924; esattamente un mese dopo, Matteotti teneva alla Camera il celebre discorso-denuncia contro le violenze squadriste in campagna elettorale (cfr. L. MITAROTONDO, Il Principe fra il Preludio di Mussolini e le letture del “Ventennio”, in L. M. BASSANI; C. VIVANTI (a cura di), Machiavelli nella storiografia e nel pensiero politico del XX secolo, Atti del convegno di Milano 16-17 maggio 2003, Giuffrè, 2006, pp. 67-69). Che il fascismo si sia inserito prepotentemente nel dibattito italiano sul pensiero machiavelliano (avviatosi già tra anni Dieci e Venti), è cosa nota: certamente, esso trova le proprie radici interpretative dell’opera di Machiavelli nelle analisi avanzate da De Sanctis e sviluppate successivamente da Francesco Ercole (cfr. Ivi, pp. 63-65): Machiavelli «viene presentato nella veste di assertore dello Stato-forza, con l’intento d’offrire del pensiero machiavelliano ─ di per sé così complesso e frastagliato, legato ai tempi e alle occasioni ─ un’immagine unitaria e organica di teorico dei tempi nuovi, ispirati al nazionalismo e all’imperialismo» (G. CALABRÒ, Machiavelli negli anni Trenta: echi di un dibattito, in L. M. BASSANI; C. VIVANTI (a cura di), Machiavelli nella storiografia e nel pensiero politico del XX secolo, Atti del convegno di Milano 16-17 maggio 2003, p. 3). Non è qui possibile ripercorrere analiticamente il complicato rapporto tra fascismo (e antifascismo; fra i molti: Gobetti e Gramsci) e Machiavelli: preme tuttavia ribadire come Mussolini abbia insistito «in molte occasioni sull’affinità del proprio pensiero politico con quello di Machiavelli» e abbia marcato «l’idea di “contemporaneità “o attualità attingendo anche dagli altri scritti del Segretario» (cfr. L. MITAROTONDO, op. cit., p. 73).
[28] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo antifascismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.
[29] G. ARFÈ, Giacomo Matteotti uomo e politico, Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 53.
[30] Ivi, p. 75.


Fonte: https://www.pandorarivista.it/articoli/morale-politica-giacomo-matteotti/


Costituzione 70

“La Costituzione come risorsa viva” è il titolo di un ciclo di incontri sui settant’anni della Costituzione.
E’ un progetto ideato dalla Scuola di Formazione “Antonino Caponnetto”, realizzato insieme a Radio Popolare, e con la collaborazione dell’Anpi provinciale di Milano.
Sei lezioni per esaminare in modo approfondito i principi della Carta, alla luce dell’attuazione e valorizzazione della “Costituzione come risorsa viva”.
Gli incontri si sono tenuti alla Casa della Memoria, in via Confalonieri 14 a Milano, nel periodo dal 6 aprile al 18 maggio 2018.Ciascuna lezione è stata trasmessa in sintesi all’interno di Memos, il lunedì successivo all’incontro alla Casa della Memoria.
Per coloro che non avessero seguito gli incontri, suggeriamo le lezioni, sia le sintesi che le versioni integrali, ora disponibili su questa pagina e in podcast.


lunedì 14 maggio 2018

Il fascismo culturale nei partiti

Pubblichiamo un articolo apparso sul settimanale Left. L'autore, Charlie Barnao, palermitano, è docente di Sociologia presso l'Università Magna Grecia di Catanzaro. Attualmente sta conducendo ricerche sui fascismi nel mondo presso l'università del Nevada, Las Vegas. Da sempre collabora alle attività della sezione Anpi di Catanzaro.

Il fascismo esiste ancora? Oppure è un fenomeno da ascrivere solo a un ben determinato periodo storico, che è ormai morto e sepolto? Anche se in Italia il dibattito si accende solo in periodo elettorale, le scienze sociali, soprattutto all'estero, ha sviluppato da diversi anni un'accesa discussione sul tema.
Diciamo subito che gli studi sul fascismo, oltre ad essere difficili da realizzare, a causa della rilevanza del tema e selle sue numerose ripercussioni dal punto di vista politico e sociale, sono impegnativi anche per alcune ragioni che potremmo dire “metodologiche”, in quanto legate alla definizione stessa del fenomeno.
Fino a quando infatti non si definisce un fenomeno, non si può individuarlo, analizzarlo, né – ovviamente – si può dire se esiste o meno. I problemi legati alla definizione di fascismo sono principalmente due: il primo è che non esiste una teoria del fascismo (come invece accade per altre dottrine politiche), il secondo è che il fascismo ha una sua caratteristica intrinseca, il sincretismo: mescola insieme culture tra di loro molto diverse, spesso in apparente contraddizione reciproca. Ad esempio, nazionalismo e socialismo, populismo ed elitismo, anti-capitalismo e anti-socialismo: sono tutti oggetti culturali molto diversi tra loro che, però, nel totalitarismo tedesco e in quello italiano trovano originali forme di sintesi. Il sincretismo rende il fascismo difficilmente decifrabile in modo preciso e univoco attraverso l'osservazione empirica. Ad ogni modo, in termini molto generali, possiamo distinguere oggi almeno due tipi di fascismo: uno storico, esplicito, spesso “orgoglioso” e (almeno per la legge formale italiana) criminale e un altro fascismo che potremmo definire quasi “antropologico/psicologico” legato ad un modo di pensare e vedere il mondo.
Il primo viene studiato considerandolo un fenomeno legato principalmente o esclusivamente ad un ben determinato periodo storico (il Ventennio, parlando dell'Italia). E, con riferimento ai giorni nostri, riguarda solo – o principalmente – le componenti politiche, culturali, economiche (per molti versi irripetibili) di quella società passata alle quali, in modo esplicito e diretto, alcuni gruppi e movimenti si ispirano. Parliamo, quindi, del fascismo di chi «inneggia ai tempi che furono», richiamando gesti, simboli, ecc. del passato.
Il secondo tipo di fascismo – quello “antropologico/psicologico” – è, come abbiamo detto, legato ad un modo di pensare, a valori di riferimento precisi, a cui corrispondono regole di comportamento ben determinate. A quest'ultimo tipo di fascismo, senza perderne di vista le radici storiche legate principalmente agli anni nefasti del Ventennio italiano e del totalitarismo nazista, si rivolgono gli studi di coloro – in tanti e afferenti alle più diverse discipline delle scienze umane – i quali cercano di individuare dei tratti comuni a tutti i fascismi di ogni tempo. Tra questi studi ricordiamo i tentativi – seppur molto diversi tra loro – del nostro Umberto Eco di individuare le caratteristiche dell'Ur-fascismo, il fascismo eterno, o quello della scuola di Francoforte di individuare le caratteristiche psicologiche della personalità fascista. Si tratta di un tipo di fascismo particolare: coloro che ne seguono i principi possono non dichiararsi fascisti e, talvolta, non essere nemmeno consapevoli di esserlo. Sono tante le caratteristiche che i vari studi di questo filone hanno individuato come tipiche dei fascismi. Tra le principali caratteristiche di una cultura fascista, un movimento fascista, possiamo ricordarne alcune: machismo, militarismo e paramilitarismo, populismo, nazionalismo e razzismo (spesso studiati con riferimento al modo in cui vengono utilizzate la tecnica psicologica del dislocamento e al creazione di capri espiatori contro cui sfogare paure, frustrazioni, aggressività: si pensi al caso degli ebrei), sincretismo. Ovviamente non basta che una sola di queste caratteristiche sia presente perché una cultura si possa dire fascista. Si tratta di caratteristiche che devono essere presenti strutturalmente all'interno di un sistema culturale. Stiamo parlando, quindi, di caratteristiche di un “tipo ideale”, per dirla weberianamente, che ci aiuti a comprendere meglio la realtà, ma che – essendo, appunto, “ideale” – non esiste nella realtà esattamente così come viene definito.
Ma veniamo alla situazione italiana di oggi. Per quanto riguarda la definizione di fascismo, radicata nelle sue origini storiche del Ventennio, il discorso abbastanza semplice. Esistono oggi in Italia delle componenti politiche e culturali che si rifanno direttamente al fascismo storico. Si pensi ai casi di CasaPound o Forza nuova, solo per fare alcuni esempi immediati. Si tratta di formazioni che si dichiarano esplicitamente fasciste e che fanno uso (saluto romano, ecc.) della simbologia specifica di quel determinato periodo storico. E per quanto riguarda il fascismo culturale? Quello, cioè, più difficile da individuare, perché spesso messo in atto da individui che non si definiscono fascisti. Robert Paxton, uno dei massimi esperti sul tema, afferma che, se vogliamo trovare una vera definizione di fascismo, non dobbiamo tanto seguire il modo attraverso il quale si autodefiniscono le persone, ma il modo in cui queste agiscono. In questi casi, quindi, il nostro lavoro non deve concentrarsi tanto su “come” i potenziali fascisti “si definiscono” (potrebbero – per assurdo- anche definirsi antifascisti), ma sul “modo” in cui, piuttosto, “agiscono”. Partendo da una prima sommaria analisi dell'azione politica dei principali partiti e movimenti presenti all'interno del panorama italiano, possiamo dire che tutte (o quasi) le formazioni politiche – da destra a sinistra – presentano al loro interno e nel loro modo di agire, chiari elementi attribuibili a una cultura fascista.
Si potrebbero fare tantissimi esempi. Si pensi al, sempre più marcato ed esplicito, militarismo espresso dal Pd attraverso la figura straripante del ministro degli Interni Marco Minniti, o alla xenofobia e al machismo che, a tratti, emergono dalle dichiarazioni e dalle azioni di rappresentanti del movimento cinque stelle, per non parlare del sincretismo espresso da Fratelli d'Italia o Forza Italia, nazionalisti – seppur con gradazioni diverse – per definizione, ma sempre più vicini a un partito “geneticamente” separatista come la Lega (fu Nord). In generale, comunque, sembrano il nazionalismo e il razzismo gli elementi trasversali, maggiormente presenti all0interno dei discorsi e degli orientamenti d'azione delle componenti politiche presenti su panorama italiano.
Ma fra tutte le più importanti formazioni e culture politiche contemporanee in Italia, quella che a mio avviso, più di ogni altra, racchiude in sé, in modo strutturale e sistematico, le principali caratteristiche del fascismo culturale, è la Lega. Vediamone alcune. Razzista fin dalle origini – prima prima contro i meridionali, poi contro le varie etnie che si presentavano di volta in volta nel susseguirsi dei diversi flussi migratori – ha espresso ed esprime in modo emblematico il meccanismo del capro espiatorio (a lungo studiato dagli psicologi sociali con riferimento alla relazione tra fascisti ed ebrei), individuando prima nei meridionali, poi negli albanesi, poi nei magrebini, poi nei musulmani, poi negli zingari e, oggi, in generale negli stranieri – specie se di pelle nera – l'oggetto su cui sfogare le frustrazioni, le ansie, le legittime paure del cittadino italiano globalizzato. Paramilitarismo. Anche questo è un carattere distintivo della Lega dalle sue origini, che però non ha perso d'importanza nel tempo: dalla semi-seria questione delle camicie verdi (i volontari della guardia nazionale padana), alle ronde della sicurezza.
Nazionalismo. Il nazionalismo, almeno quello nei confronti dell'Italia-nazione, è qualcosa di recente per la Lega. Si tratta, tuttavia, di un valore difeso per anni con riferimento alla Padania che, in quanto terra e patria del popolo padano, andava difesa dalle ruberie e dall'invasione di popolazioni straniere (italiani inclusi). Oggi viene propugnato a difesa dell'Italia contro Europa e contro gli stranieri.
Machismo. Il “celodurismo” della Lega è anch'esso un elemento delle sue origini, un valore fondante della cultura leghista, che non sembra avere perso il suo smalto originario nelle azioni e, soprattutto, nel discorso leghista.
Sincretismo. Separatismo e nazionalismo, statalismo e devolution, celtismo e religione cristiana sono solo alcune delle culture diverse – per non dire, spesso, reciprocamente antagoniste – che la Lega ha mescolato e mescola insieme in un sincretismo tipicamente fascista. Il recente ricorso all'uso di simboli cristiani (vangeli e rosario, in particolare) da parte del leader della Lega, dopo anni di fedele religiosità elementare e strumentale, il celtismo, è l'esempio più recente. La sintonia culturale, poi, della Lega – dalle origini separatiste – con gruppi, partiti e movimenti nazionalisti (si pensi all'accordo con CasaPound di qualche tempo fa, oppure all'alleanza politica con fratelli d'Italia alle ultime elezioni) rappresenta un altro esempio emblematico in questo senso. Chiudiamo da dove siamo partiti. Alle domande iniziali possiamo rispondere che il fascismo non solo non è morto, ma si è riprodotto in forme nuove e adatte ai tempi. Il fascismo, almeno da un punto di vista culturale, è più forte che mai. Ha infatti sviluppato anticorpi sempre più efficaci e radicati (negazionismo storico, tecniche psicologiche di dislocamento) contro l'antifascismo e contro tutto ciò che può attentare alla sua esistenza culturale. Le affermazioni di questi ultimi tempi di numerosi intellettuali e rappresentanti politici che si affannano a dichiarare l'inesistenza del fascismo e/o il suo superamento «Il Re è morto! Lunga vita al Re!». Quelle dichiarazioni, cioè, fatte da chi, per esorcizzare al fine di un periodo storico di cui fa parte e che non vuole e non deve abbandonare, urla la morte del Re per assicurare la continuazione del regno.

venerdì 11 maggio 2018

L'antifascismo non finisce mai


Proponiamo le parole pronunciate durante la festa della Liberazione, il 25 aprile a Dorno, dal nostro presidente, Santino Marchiselli.

Buongiorno, saluto i Sigg. Sindaci: Chiesa Maria Rosa di Dorno, Bonandin Umberto di Scaldasole, Sacchi Enrico di Zerbolò, le autorità civili, militari e religiose, i rappresentanti delle Associazioni, le cittadine e i cittadini qui intervenuti. Sono onorato di intervenire in occasione del 73° Anniversario della Liberazione in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa.
Il Presidente Emerito dell’ANPI nazionale, il partigiano Carlo Smuraglia, scrive: “Non dobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.

Il 25 aprile 1945 simboleggia il successo della Resistenza nella lotta contro il nazifascismo e l’inizio del cammino della nuova Italia democratica, e noi siamo qui per rendere omaggio e ricordare tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno partecipato alla lotta di Liberazione, hanno lottato per gli ideali di libertà e giustizia sociale, che sono un binomio inscindibile. Tutti quelli che sono caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile e assoluto disinteresse.
Siamo qui anche per fare memoria, per ricordare che settantatré anni fa finiva per gli italiani una sanguinosa guerra civile, che aveva provocato dolore, miseria e morte. La fine della Seconda guerra mondiale significò la sconfitta di un perverso progetto di dominazione mondiale, coltivato da Hitler e di cui il fascismo di Mussolini era stato partecipe e complice.


Ma che cosa è stata la Resistenza nel nostro Paese? La Resistenza più che un movimento militare è stato un movimento civile. Un movimento molto diversificato anche sul piano politico. Uomini e donne hanno scelto di aderire alla Resistenza riflettendo le loro rispettive convinzioni politiche, si ritrovarono a lottare a fianco a fianco nei CLN (Comitati di Liberazione Nazionale): cattolici, socialisti, comunisti, azionisti, repubblicani, monarchici e liberali.

È bene inoltre ricordare che:
  • Non c’è stata solo una Resistenza al Nord, ma un’importante Resistenza anche al Sud.
  • Non c’è stata solo una Resistenza armata, ma un’importante e vasta Resistenza civile.
  • C’è stata la Resistenza dei 600.000 mila IMI (Internati Militari Italiani) detenuti in Germania nei campi di lavoro, che si rifiutarono di aderire alla RSI.
  • C’è stata la Resistenza dei militari sbandati e dei renitenti alla leva che dopo l’otto settembre non si sono presentati per l’arruolamento nell’esercito della RSI.
  • C’è stata la Resistenza delle operaie degli operai nelle fabbriche e dei salariati e delle mondine nelle campagne con i loro scioperi.
  • C’è stata la Resistenza del ricostituito Esercito del Regno d’Italia confluito nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione) che ha contribuito a liberare la penisola a fianco degli Alleati anglo-americani.

La Resistenza non è stata solo una lotta contro, ma anche una lotta per. Scrisse il comandante partigiano “Bulow” Arrigo Boldrini: “Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c’era e chi non c’era e anche per chi era contro”.
È stata una lotta di popolo per il ripristino di una normale e civile dialettica democratica, per il recupero dei valori e dei princìpi su cui si fondano le grandi democrazie e per la ricostruzione di uno Stato fondato su quei valori e su quei princìpi. Questo è il lascito della Resistenza, che oggi troviamo tradotto nella nostra carta Costituzionale. Costituzione entrata in vigore 70anni fa, che, non dimentichiamolo mai, non è a-fascista. La Costituzione della Repubblica Italiana è antifascista. Basta rileggere il mirabile discorso di Aldo Moro alla Costituente quando in risposta, al liberale Lucifero, ribadì con fermezza questo concetto. Sempre più spesso, nel nostro Paese molte istituzioni repubblicane se ne dimenticano.
Purtroppo dobbiamo anche riconoscere, che il fascismo è stato sconfitto sì militarmente 73anni fa, ma non è mai morto, né in Italia né in Europa. Lo “tocchiamo” con mano tutti i giorni.

Scrive lo storico Claudio Vercelli – Prof. presso l’Università Cattolica del sacro Cuore di Milano:
“Il fascismo, non è mai “un di più” di politica essendone semmai la sua negazione. Se la politica - in democrazia - è pluralismo di opinioni, di idee ma anche di interessi, si definisce «fascista»chi ne vuole cancellare la sua concreta manifestazione. Lottare contro il fascismo è quindi adoperarsi contro l’omologazione e l’uniformazione (di pensieri, di condotte, di azioni, di atteggiamenti, di identità). Oggi il conformismo porta alla supina accettazione delle barbarie. Essere antifascisti è opporsi a questa deriva”.

Oggi per molti, troppi, la parola “fascismo”è associata a due logorati luoghi comuni, il primo che “il fascismo ha fatto anche cose buone”, il secondo è la favoletta del “cattivo tedesco e del bravo italiano”. Sono due maldestri tentativi di riabilitazione postuma, ma anche di auto-assolvimento determinati del fatto che noi italiani i conti con il fascismo non li abbiamo mai saputi e voluti fare.
Il fascismo, è bene non dimenticarlo, è stato illegalità, violenza, sopraffazione, razzismo, imperialismo feroce, insomma non un’idea politica come le altre, ma un vero e proprio crimine.
È la storia a ricordarci che ottant’anni fa, nel 1938, Mussolini e un Re scellerato, Vittorio Emanuele III, approvarono le famigerate Leggi razziali contro gli italiani di religione ebraica, un crimine per cui non abbiamo mai chiesto scusa.
È ancora la storia a ricordarci che il fascismo è stato razzista non solo nei confronti di una religione, ma lo è stato anche nel tentativo di cancellare con la violenza, la lingua, la cultura, le tradizioni delle minoranze ladine, slovene e croate.
È la storia a ricordarci che il fascismo è stato imperialista e criminale:
  • nei bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile in Spagna nel 1936, quando siamo intervenuti con la Germania nazista in soccorso del Generale golpista, Francisco Franco, contro il legittimo governo repubblicano eletto democraticamente dal popolo (a fianco dei repubblicani combatté il vostro concittadino Carlo Nani, classe 1906, contadino, comunista, espatriato in Francia nel 1923, poi nel 1942 al momento del rimpatrio fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale fascista a cinque anni di confino);
  • nelle deportazioni in massa delle tribù in Libia, nel loro internamento in campi di concentramento dove la mortalità per fame e malattia era altissima;
  • nell’uso di tonnellate di bombe al fosgene e all’iprite (due gas tossici vietati dalla Convenzione di Ginevra), sganciate sui villaggi in Etiopia;
  • con le stragi di civili e la messa a ferro e fuoco di interi villaggi distrutti per rappresaglia in Grecia e nell’ex Jugoslavia;
  • con le stragi commesse in concorso con i nazisti su tutto il territorio italiano contro l’inerme popolazione civile, nei terribili venti mesi della Repubblica di Salò.
Questo è stato il fascismo di ieri, non smettiamo mai di ricordarlo alle nuove generazioni.

E il fascismo oggi? È sempre lo storico Vercelli a ricordarcelo.
“Oggi si mimetizza, si comporta come un camaleonte: getta il sasso mentre nasconde la mano, cambia colore a seconda delle circostanze. Gli tengono bordone i benpensanti delle cosiddette “maggioranze silenziose”, sempre ansiose di strepitare, senza per questo assumersi alcuna responsabilità.
È un fascismo eterno, quindi di sempre, che riposa tranquillamente in quel razzismo quotidiano che, sotto la patina perbenista del “diritto alla differenza”, nasconde il rifiuto dell’eguaglianza. La paura costituisce il migliore alleato del fascismo: paura di vivere, di mettersi in relazione con gli altri, di condividere, di partecipare, di scegliere, ma anche di assumersi le responsabilità che da ciò derivano. La paura genera mostri: gli individui quando si sentono minacciati cercano protezione: Il fascismo simula di sapergliela offrire, chiedendo però ad essi di fare a meno della propria libertà e autonomia.
Al fascismo eterno ci si contrappone sempre e comunque con gli strumenti della conoscenza e della partecipazione democratica alla vita politica e sociale. Il miglior antidoto a qualsiasi deriva autoritaria è la partecipazione. Non esiste una via comoda alla democrazia sociale e costituzionale. I diritti non sono una concessione, semmai una conquista. Implicano quindi l’impegno di tutte le intelligenze, la lotta di ogni democratico, la partecipazione di ciascuno ad uno sforzo che si opponga costantemente all’indifferenza”.


Mai come oggi la pace, bene prezioso conquistato dalla Resistenza italiana ed europea, è in serio pericolo. La guerra è – di per sé – il contrario dei diritti umani, perché ogni guerra li calpesta e li annulla. Esprimo in nome dell’Anpi nazionale profonda preoccupazione per la situazione internazionale, che diviene sempre più complessa e pericolosa e sembra allontanare ogni giorno di più quello che è il nostro obiettivo primario: la pace.

Da troppo tempo si muore in Siria, in Iraq, in Palestina, in Libia, nello Yemen, nel Kurdistan. Assistiamo a interventi militari unilaterali al di fuori dell’egida delle Nazioni Unite che restano più o meno impassibili, riuscendo a fornire un’immagine di preoccupante impotenza.
Dobbiamo chiedere:
- al nostro Paese di essere protagonista di pace, di mettere in pratica l’art. 11 della nostra Costituzione, quel “ripudia la guerra…come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, non concedendo le nostre basi per operazioni militari;
- all’Unione Europea di intraprendere un’azione politica comune di pacificazione, coerente con i valori fissati nel Trattato, nella Carta Europea dei diritti, dei Diritti umani, negli accordi e nelle Convenzioni internazionali.
Serve un’Europa politica e sociale capace di superare le diseguaglianze e di rigettare ogni spinta populista, razzista e antiunitaria. Un’Europa che sappia accogliere uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla tortura, dalla fame. Un’Europa della fratellanza dei popoli, solidale e rispettosa delle differenze, della conoscenza, impegnata seriamente a realizzare la giustizia sociale, la libertà e la pace. Quell’Europa dei popoli, disegnata al confino fascista da Spinelli, Rossi, Colorni e altri nel “Manifesto di Ventotene”.
Serve inoltre una presa di coscienza collettiva e una forte mobilitazione di tutti i cittadini sinceramente democratici e lo slogan per tutti noi deve diventare: “Prima le persone”.

In conclusione, se volete comprendere a pieno il valore e il significato del sacrificio di tanti giovani partigiani uccisi dai nazifascisti, v’invito a leggere: “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana”. Questa ad esempio è l’ultima lettera scritta dal partigiano di GL Amerigo Duò, di anni 21, meccanico, ai compagni del Partito d’Azione, prima di essere fucilato dai fascisti all’alba del 23 gennaio 1945 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino.
“Amici cari, il mio ultimo desiderio che vi esprimo è di farvi coraggio e di non piangere; se voi mi vedeste in questo momento sembra che io vada ad uno sposalizio, dunque su coraggio, combattete per una idea sola, Italia libera. Ricordate che io non muoio da delinquente ma da Patriota e io muoio per la Patria e per il benessere di tutti, dunque chi si sente continui la mia lotta, la lotta per la comunità. Per gli amici che sono stati con me in montagna un caro augurio. Fatevi tutti coraggio. Io sono stato condannato alla fucilazione alla schiena per appartenenza a bande armate cittadine ma non hanno avuto alcuna prova contro di me. Mi raccomando a voi, fate molto coraggio ai miei genitori e statele vicino che ne avranno molto bisogno. Un caro abbraccio a tutti. Coraggio. Viva l’Italia libera!”
Umberto Eco conclude il suo libro “Il fascismo eterno” con queste parole: “Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai”. Che sia questo il nostro impegno quotidiano.

Viva la Resistenza. Viva la Costituzione. Viva la pace e la fratellanza fra i popoli di tutta la terra. Buon 25 aprile a tutti e Grazie.

martedì 8 maggio 2018

Una domanda alla sinistra


Pubblichiamo l'articolo di Guido Crainz apparso su la Repubblica del 23 aprile 2018.


Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”.
E ancora una volta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: “rivela” la cultura – o l’incultura – dei vincitori, ma anche la capacità di risposta – e la cultura – di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campo quando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale. Interroga dunque i nuovi “vincitori”, il 25 aprile di quest’anno, e da essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempo stesso la sinistra, la costrinse a riflettere su se stessa. O meglio: su quella “dissipazione di sé” che sembra prevalere. E l’urgenza di una riflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmanti segnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l’educazione quotidiana alla democrazia (la quotidiana “pedagogia della Costituzione”) e la mobilitazione politica e civile: così come è sempre stato nella nostra storia, lontana o recente.
Può essere utile ricordare il clima di vent’anni fa o poco più, quando venne proclamato l’avvento di una seducente “Seconda Repubblica”. In quel 1994 andava al governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per la prima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento non ancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega che alimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini «il più grande statista del secolo», trovando la “comprensione” di Berlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti: «Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini», disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa la capogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

A completare il quadro venne allora un programma televisivo sulla caduta del fascismo, Combat film, che proponeva un messaggio di sostanziale equiparazione fra le due parti in conflitto. Fascismo e Resistenza pari sono per la Rai, commentava Mario Pirani su questo giornale, mentre Barbara Spinelli osservava: in pochi giorni è avvenuto qualcosa di importante in Italia, «c'è clima di banalizzazione del Ventennio, di libertinismo verbale, licenza assoluta di dire. Morta la “Prima Repubblica” tutto diventa possibile, tutto diventa permesso». Un giudizio scritto allora, ma che rischia di ritornare drammaticamente attuale.
In quel 1994 la risposta fu chiara e netta: una sinistra disorientata e sconfitta seppe ritrovare se stessa e le proprie ragioni (anche se il primo stimolo non venne dai partiti o dai sindacati, ma da un piccolo quotidiano, il manifesto). La mobilitazione fu realmente ampia e confluì nella grande manifestazione nazionale del 25 aprile di quell’anno, a Milano: “un’altra Italia” non era scomparsa e a partire da essa era possibile ricostruire nella coscienza di tutti le ragioni della democrazia. E questo avvenne, in una “Seconda Repubblica” per altri versi infausta: si avviò da quel 1994 il percorso che portò una destra sin lì neofascista a rinnegare le proprie radici (un merito di Gianfranco Fini che non può essere dimenticato). E il 25 aprile si impose anche a chi, come Silvio Berlusconi, si era sempre sentito estraneo a esso: ci vollero 15 anni, ma il 25 aprile del 2009, nella Onna colpita dal terremoto, come capo del governo pronunciò un discorso esemplare. In contrasto esplicito con quel che aveva sostenuto sin lì (e non da solo).
Anche allora il 25 aprile era stato più forte, e naturalmente non vanno dimenticate neppure altre e più lontane fasi della nostra storia repubblicana, quando le discriminazioni nei confronti delle associazioni partigiane e delle sinistre erano quotidiane. Avveniva metodicamente negli anni Cinquanta, nel clima della “guerra fredda”, con punte talora estreme: nei confronti degli antifascisti, ad esempio, continuarono a funzionare a lungo quei controlli di polizia e quelle “schedature” del Casellario politico centrale che il fascismo aveva ampliato a dismisura. Tempi lontani, appunto, travolti allora da mobilitazioni popolari che videro attivamente presenti i giovani (le “magliette a strisce” del luglio 1960): travolti, più in generale, da una modernizzazione del Paese che si coniugava all’ampliamento della democrazia e alla progressiva attuazione dei valori e dei principi sanciti dalla Costituzione. Modernizzazione e ampliamento della democrazia, progredire del Paese e rinsaldarsi dei valori dell’antifascismo, in una mobilitazione culturale, politica e civile contro chi si opponeva a essi in modo esplicito o contro chi ne appannava la rilevanza decisiva (tratto comune a non pochi “vincitori” del 4 marzo): questo è stato il tratto fondativo della nostra storia repubblicana, e sempre il Paese ha saputo rispondere.
È ancora così? Questa è la vera domanda che il 25 aprile di quest’anno pone alla sinistra nel suo insieme, nel momento in cui il suo ruolo decisivo – se non la sua stessa esistenza – sembra messo in discussione. Ed è una domanda sul futuro del Paese: riguarda ciascuno di noi.



Da sudditi a cittadini: il fascismo è un crimine


Proponiamo il testo dell'orazione tenuta da Teresa Berzoni a Vigevano. 

Rivolgo a tutti presenti un saluto e un ringraziamento per essere qui con noi a celebrare la festa dellaLiberazione dell'Italia dal nazifascismo. Quel giorno Sandro Pertini annunciò, da Radio Milano Libera, la fine della guerra, il recupero dell'unità nazionale e della indipendenza ritrovata, l'avvio di un nuovo cammino democratico. C'è un filo rosso che segna il legame tra la Resistenza, il nuovo carattere dell'Italia democratica e l'ordinamento repubblicano. È il 25 aprile, che si fonda innanzitutto, la nostra Repubblica. A questo proposito vorrei ricordare la nostra compagna Noemi Tognaga, simbolo dell’antifascismo vigevanese, maestra e partigiana, collaboratrice con il Comitato di Liberazione Nazionale.

Un impegno continuato sui banchi del consiglio comunale e, per più di trent’anni, alla guida dell’Associazione nazionale partigiani.



LA GUERRA
In una Italia devastata dalla guerra, nelle sue macerie materiali, e sfregiata da vent'anni di dittatura fascista, nelle sue macerie morali, si levarono le coscienze limpide dei nostri patrioti antifascisti che non avevano mai smesso di credere in un futuro migliore, si levarono le coscienze di quei militari abbandonati a se stessi dopo l'armistizio, che onorarono la patria con sacrificio ed eroismo, donne e uomini, nelle città e nelle campagne, che non avevano mai smesso di credere che ogni persona va rispettata e che la sua dignità non può mai essere violata né per ragioni di razza, in quanto le razze non esistono, né per ragioni di religione, né per ragioni di pensiero, né per ragioni di genere, maschile o femminile, né per ragioni di condizione sociale.
Scriveva Piero Calamandrei: se volete andare nei luoghi dove è nata la nostra Repubblica, venite dove caddero i nostri giovani. Ovunque è morto un italiano per riscattare dignità e libertà, andate lì perché lì è nata la nostra Repubblica.
E’ per questo che siamo qui oggi, ancora una volta, a ricordare la Liberazione, soprattutto nel suo più profondo significato politico, quello di aprire la strada ad un futuro di democrazia, in cui libertà ed eguaglianza marciassero di pari passo, in cui i diritti della persona fossero considerati alla stregua di beni intangibili ed inalienabili, il lavoro fosse il fondamento non solo economico, ma sociale e morale della Repubblica, la pace come il bene sommo da tutelare ad ogni costo.

Il 14 luglio 1938 vennero emanate da parte del consiglio dei ministri fascista e promulgate dal re Vittorio Emaneuele III le “leggi per la difesa della razza”, un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi antisemiti: una vergogna e una infamia imperdonabile. Quelle leggi, infatti, portarono alla morte migliaia di ebrei e provocarono sofferenze indicibili, paura, terrore, angoscia e miseria. Con il manifesto della razza e con le leggi successive, agli ebrei venne proibito di prestare servizio militare, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici "ariani". Gli ebrei vennero licenziati dalle amministrazioni pubbliche militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dalle banche, dalle assicurazioni e dall'insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado. Infine, i ragazzi ebrei non poterono più essere accolti nelle scuole statali. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole create dalle comunità ebraiche specifiche per ragazzi ebrei.
In base a quelle cosiddette teorie (penose, false perfino ridicole) migliaia di ebrei italiani furono perseguitati, umiliati, messi alla fame, arrestati e poi spediti nei campi di sterminio.

GLI STRANIERI IN ITALIA
Siamo qui, noi dell'Associazione Partigiani per ricordare che questa è e deve essere la festa di tutti gli antifascisti, e dunque anche di coloro che vivono in Italia da tempo e dovrebbero diventare cittadini, senza steccati culturali o religiosi. Siamo qui, in un giorno di festa, ma ricordando che il mar Mediterraneo è pieno di cadaveri, che in tutto il mondo infuriano guerre, anche a noi molto vicine come la Siria, dove le maggiori potenze si fronteggiano per portare, con le bombe, la democrazia.

LA POVERTA'
Ma siamo qui anche per richiamare tutti alla necessità di superare un mondo fatto di ingiustizie, in cui alcuni poteri forti cercano di dominare il mondo, unmondo dove l’1% più ricco dell’umanità possiede più del restante 99%. L’attuale sistema economico favorisce l’accumulo di risorse nelle mani di una élite super privilegiata ai danni dei più poveri che sono in maggioranza donne. E l’Italia non fa eccezione. Questo sistema economicoriesce solo a provocare ulteriori disuguaglianze, privazione di diritti, violenza e barbarie, miseria e fame. Per questo auspichiamo il passaggio da un'economia lineare basata sulla produzione industriale e sulla produzione di scarto a un'economia circolare basata sul riuso, perché stiamo consumando e inquinando l'ambiente più di quanto la terra e l'uomo possano sopportare.
LA CRISI
La disoccupazione è ancora a livelli troppo alti, mentre 18 milioni di italiani sono caduti nella povertà. Nella nostra Regione c’è una crisi ancora più grave sul piano della legalità. Continuano ad imperversare le mafie. C’è una corruzione diffusa, a tutti i livelli. Ricordiamo quello che è successo nella sanità lombarda.
C’è una crisi evidente di valori, C’è la sfiducia nelle Istituzioni, c’è uno sforzo continuo per modificare la Costituzione anziché darle finalmente attuazione, c’è una crisi di rappresentanza e dunque di democrazia, c’è la crisi dei partiti. C’è, soprattutto, il problema dei giovani, verso i quali abbiamo un debito enorme, ai quali non diamo certezze né per il presente né per il futuro

E’ per questo che non dobbiamo essere indifferenti, dobbiamo impegnarci per il bene comune, mettendo al bando egoismi, odio e violenze per realizzare, alla fine, il sogno di quegli anni, della Resistenza, della Liberazione, mettendo al centro i suoi valori fondanti: lavoro, giustizia sociale, equità e solidarietà.

GUERRE NEL MONDO
È sempre tempo di resistenza. È tempo di resistenza perché ovunque sia terra di martirio, di tirannia, di tragedie umanitarie come in Siria, Libia, Nigeria, Congo, Somalia, Sudan e tanti altri, purtroppo, lì vanno affermati i valori della resistenza.
Per questo, vogliamo dare una risposta a tali idee disumane, affermando un’altra visione della realtà che metta al centro il valore della persona, della solidarietà, dell'uguaglianza dei diritti, della libertà di pensiero, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale, un mondo più giusto, più libero, più uguale, un mondo sognato dai caduti per la nostra libertà. L'Anpi nazionale con le parole di Carla Nespolo e l'Anpi di Vigevano condannano l'attacco portato avanti dall'America, Francia e Inghilterra alla Siria, perché allontana la soluzione della guerra civile siriana, aumenta i pericoli per la pace nel mondo, destabilizza i rapporti internazionali, delegittima l'ONU, incoraggia il terrorismo e divide l'UE. È ora che in Italia e in Europa torni a farsi sentire un grande movimento popolare per la pace.

I NUOVI FASCISMI
Si stanno moltiplicando nel nostro Paese, sotto varie sigle, organizzazioni neofasciste e neonaziste, presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web sia in Italia che in Europa, in particolare nell’est, e si manifestano attraverso chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni. C’è un pullulare in Italia di movimenti neofascisti insopportabile: liste elettorali, vendita di oggetti, esposizione di simboli, manifestazioni, siti web. Non ultimo il presidio di Casapound in piazza Ducale la settimana scorsa e la svastica e un canto della Wehrmacht incise sulla porta di un bagno a Montecitorio.
Nonostante le leggi Scelba del 1952 e la legge Mancino del 1993 in tema di apologia del fascismo,che puniscono ogni forma di fascismo e razzismo, siamo testimoni di un nefasto incremento di manifestazioni nostalgiche con vecchi e nuovi “camerati” che inscenano nelle piazze, stadi, nei siti cimiteriali di alcune città e adesso anche nelle sedi delle associazioni umanitarie, sindacali, e sulle porte di sindaci e assessori di vari comuni italiani.
Sempre più frequentemente si vedono croci uncinate disegnate sui muri di edifici istituzionali o scolastici. A queste nuove formazioni esplicitamente razziste e neofasciste non si può arretrare dalla scelta di un contrasto forte, per rinsaldare i valori della Costituzione.
Per questo L'Anpi si è prodigata nella raccolta di firme “Mai più fascismi” esortando le autorità competenti a vietare, nelle competizioni elettorali, la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni la concessione di spazi pubblici per iniziative promosse da ben note Associazioni, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse Istituzioni locali.

Per questo, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere, sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII Disposizione della Costituzione.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA
Durante il fascismo la donna poteva essere licenziata dal posto di lavoro se si sposava o se rimaneva incinta, non aveva accesso a tutte le professioni, non aveva sviluppo di carriera, non aveva parità né salariale né previdenziale, non aveva pari diritti all'interno della famiglia anche riguardo all'educazione dei figli. Seguendo questa politica lo stato fascista cercò di eliminare tutte quelle attività, tra cui la scuola e l'istruzione, che potessero distrarre le donne dallo sposarsi presto e dall'avere tanti bambini, insomma la donna “regina del focolare”. La signora Pesce, donna della resistenza antifascista, ci ricorda come le bambine per andare alle scuole medie dovessero pagare una tassa doppia di quella dei bambini.
Ventuno donne nel mondo più maschile che si possa immaginare, ventuno donne con idee diverse riuscirono, insieme, ad inserire la parità di genere nella nostra Costituzione. In particolare il lascito più importante del loro lavoro fu l'articolo 3, che fissa l'uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni sociali. Ventuno donne che lavorarono alla stesura della Costituzione nell'Assemblea Costituente fino ad aprile del 1948.
L'Anpi si batte per un futuro in cui la politica per l’Uguaglianza si nutra di universalità del welfare e di diritti della persona, di redistribuzione del lavoro e della ricchezza; si nutre di applicazione della Costituzione e di rappresentanza sociale da allargare.
Siamo qui per non dimenticare il passato, ma al tempo stesso per guardare verso il futuro, sapendo che esso dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di partecipazione, di democrazia, di antifascismo. 


mercoledì 2 maggio 2018

Giovani e Resistenza nell'Oltrepò partigiano



Le riflessioni di Camillo Moroni, nell'orazione del 25 Aprile a Varzi.


Buongiorno a tutti,
è per me davvero un onore intervenire oggi a Varzi, e lo confesso sono anche un po’ emozionato perché è il paese di mia mamma, perché ho vissuto una grande storia d’amore con l’As calcio Varzi durata 12 anni e perché ho questo borgo, queste colline, questa terra nel cuore.
Siamo qui oggi per celebrare il 25 Aprile, la festa di Liberazione dal Nazifascismo e per raccontare una grande storia, la storia di un popolo, quello italiano, che dopo l’8 di settembre dovette fare una scelta, ovvero: “da che parte stare”.
Il re e Badoglio firmarono l’armistizio con gli anglo-americani, fuggirono a Brindisi e noi italiani passammo da un giorno con un altro ad essere alleati prima dei tedeschi e poi appunto con inglesi e americani. Nelle caserme scoppiò il caos, il famoso “tutti a casa” da cui il film di Luigi Comencini. I nostri ragazzi fecero quindi ritorno a casa, i più fortunati, alcuni furono subito catturati e deportati in Germania, e poi come dicevo prima si dovette compiere la famosa scelta anche in risposta del Bando Graziani.
E così abbiamo il biennio 43-45, in cui combattemmo la Guerra di Liberazione e fu una stagione sulla quale, ancora oggi, è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto.
Ma il rischio quale è? La mancanza di chiarezza, che ci costringe ancora a fare i conti con le etichette come quella che i “partigiani erano tutti comunisti” o che durante il fascismo “si dormiva con la porta aperta e i treni erano sempre in orario”, e così si perdono le storie autentiche.
Le etichette fin da piccolo non mi sono mai piaciute perché trovo che sia un modo sempliciotto di archiviare una questione o di definire una persona senza sforzarsi di approfondire. La realtà è molto più complessa. La lapide che avete di fronte è la prova: ecco questa è la realtà molto più complessa.


Qui troviamo una lunga lista di nomi e se andiamo a scavare un attimino scopriremo tante storie di gente comune. Troveremo: contadini, operai, sarti, preti, carabinieri, casalinghe, ragazzini, anziani, insomma tutte le categorie, caduti o come partigiani o come civili sempre per mano dei nazifascisti.
L’Oltrepò Pavese, la nostra terra, è piena di monumenti, lapidi, cippi che vanno a fissare nomi, luoghi e ricordi e ci rendono a pieno titolo una delle zone più importanti della Guerra di Liberazione. Lo dico con orgoglio perché se ci siamo liberati dal nazifascismo, mettendo le basi per una società più giusta, libera e democratica, lo dobbiamo anche al piccolo Oltrepò Pavese, all’insieme di tante piccole storie e sapere che queste persone possano essere i miei nonni o i nonni di un mio amico, o un vostro parente mi rende fiero di essere nato in questa terra.

Voglio quindi raccontare un paio di storie. La prima ci dà l’idea del ruolo e della preparazione che avevano le formazioni partigiane dell’Oltrepò Pavese. Siamo nelle giornate intorno al 25 Aprile, vengono liberate dai partigiani garibaldini e di giustizia e libertà città come Voghera, Casteggio, Pavia e si entra quindi a Milano. A Milano c’è il caos, si va avanti a sparare dagli edifici, i tedeschi non vogliono arrendersi, in più ci sono partigiani dell’ultima ora, quelli che vogliono salire sul carro dei vincenti, che creano solo confusione, fraintendimenti e non sono certo d’aiuto per mantenere l’ordine. Vengono quindi scelti i partigiani dell’Oltrepò Pavese come corpo di polizia partigiana per quelle giornate a Milano. Perché loro? Perché preparati, perché disciplinati e perché gente umile, di poche parole.
La sera del 27 Aprile del ’45, in un ex edificio littorio nel quartiere Brera di Milano, è in corso la riunione del comando del CVL (corpo volontari della Libertà). Al tavolo sono seduti il futuro presidente della repubblica Sandro Pertini, Enrico Mattei, il generale Cadorna e il generale Palumbo, Luigi Longo e il colonnello Valerio, altri esponenti del mondo liberale, socialista e comunista e dall’Oltrepò Pavese Italo Pietra (Edoardo) (Ponte Nizza) e il conte Luchino Dal Verme, il comandante della brigata garibaldina Aldo Casotti (Torre degli Alberi). Quella sera vengono decisi il destino del Duce e dei gerarchi fascisti, quella sera si decide di eseguire la missione finale di Dongo. Comandante della missione sarà scelto un alessandrino ovvero Walter Audisio, il colonnello Valerio. Con lui ci saranno Guido e poi Riccardo, un toscanaccio che combatté in Oltrepò e Piero Landini, emiliano, anche lui impegnato in Oltrepò. La squadra fu completata da dodici ragazzi, dodici giovani partigiani provenienti da brigate partigiane stanziate in Oltrepò. Molti furono pescati dalla brigata garibaldina della Crespi e all’alba del 28 aprile, dalle scuole di viale Romagna a Milano, partirono verso Dongo. Giustiziarono i gerarchi e il Duce e fecero ritorno il giorno dopo a Milano in Piazzale Loreto
Personalmente ho conosciuto e intervistato Arturo, Giacomo Bruni. Lui guidò il camion e per tutta la vita fece il contadino, ebbe 7 figli e visse sempre in una piccola frazione di Zavattarello: Perducco. Mi capita spesso di vedere i figli di Arturo, conosco i nipoti e tutto questo ci rende partecipi di una storia scritta da persone dei nostri paesi.
L’altra storia, prendo spunto da questa lapide: è la storia di due civili Pochintesta Alfredo e Centenaro Serafino. Facciamo un passo indietro e arriviamo a fine Luglio ’44. Appena fuori Varzi, in direzione Brallo di Pregola si combatte la battaglia dell’Aronchio, il primo grande scontro in campo aperto tra i partigiani locali e le truppe nazifasciste. I nazifascisti subiscono un’importante sconfitta, inaspettata e per i partigiani è un grande successo. Vengono aiutati anche dai contadini di Montemartino, che imbracciano i loro fucili da caccia, sancendo anche una collaborazione tra partigiani e popolazione civile, che nei mesi successivi diventerà sempre più forte. La risposta nazifascista non tarda ad arrivare. Come? Con i rastrellamenti. Vengono bruciati i paesi vicino a Varzi, vengono saccheggiate le abitazioni e portato via il bestiame. Uno dei paesi che subì il rastrellamento fu Nivione. Parroco di Nivione era Don Rino Cristiani, nato a Bagnaria e cappellano Militare della brigata garibaldina Capettini. La vile rappresaglia fu anche un modo per dare una lezione a Don Rino, ma non ci riuscirono. Don Rino continuò nella sua azione da ribelle, portando conforto ai giovani partigiani e facendo opera di mediazione. Conobbe le botte dei fascisti, fu imprigionato per dei mesi prima a Villa Triste a Pavia a poi nel carcere di san Vittore a Milano. Il suo numero di matricola era 2343. Assieme a lui tanti altri uomini di fede scelsero “da che parte stare” come padre Giovanni dei Cappuccini, amico di mio nonno, Don Tino (mi ha battezzato), curato di Varzi, Don Ginocchio anche lui di Bagnarla e parroco a Cigognola, Don Picchi a Romagnese e vorrei ricordare anche Don Ghigini di San Pietro Casasco, ucciso nell’estate del ’44 da un gruppo di fascisti mentre tornava dalla messa tenuta a San Martino. La sua colpa era di essere amico dei partigiani. Aveva 68 anni.

Perché quindi è importante oggi parlare di Resistenza e antifascismo? E’ importante perché il fascismo è qualsiasi atto di forza che subiamo, qualsiasi azione volta a togliere e sgretolare i diritti e purtroppo il mondo ne è ancora pieno. Mi riferisco alle multinazionali, alle loro logiche imperialiste. Conquistano i mercati con prodotti concorrenziali, ma a quale prezzo? Facendo una gara al ribasso sui salari, sui diritti dei lavoratori, contravvenendo a leggi nazionali e minacciando, nel caso, una delocalizzazione. A volte esultiamo perché una nota marca di fast food porterà 12 nuovi posti di lavoro o perché con l’e-commerce tutto è più facile e conveniente. Ma ci dimentichiamo della bottega, della piccola ristorazione, del nostro artigianato locale, del famoso “made in Italy” che rischia di scomparire perché le regole non sono uguali per tutti. A volte il piccolo deve preoccuparsi di garantire una certa qualità sottostando a leggi e tassazioni veramente pesanti da sostenere, mentre è poi il grande a fornire prodotti di dubbia qualità su scala mondiale. Mi riferisco poi alle cooperative dove viene calpestato il proprio statuto, dove l’assemblea dei soci non rappresenta l’organo sovrano decisionale, a quei posti di lavoro dove il sindacato fa fatica ad entrare perché “non porta una buona immagine”. E quindi se difendere i diritti dei lavoratori, del popolo, stare dalla parte della gente è ancora una posizione scomoda vuol dire che gli interessi dei colletti bianchi sono ancora forti.

Parlo di lavoro, di colletti bianchi, di diritti perché il fascismo iniziò così: con la repressione, le botte, le azioni squadriste finanziate appunto dai colletti bianchi. Prima della marcia su Roma abbiamo il famoso sciopero della primavera del 1920. Si fermarono gli operai della Fiat ma non solo, anche nelle campagne, in Lomellina, i braccianti incrociarono le braccia contro gli agrari. E allora industriali, agrari, importanti commercianti e uomini di potere finanziarono gli squadristi fascisti come Cesare Forni per andare nelle Camere del Lavoro e picchiare i lavoratori che chiedevano più diritti, più tutele e meno sfruttamento.

E’ la paura di chi detiene il potere, di chi ha sempre mangiato la fetta più grossa della torta, che si trasferisce alla gente comune. Come? Parlando di sicurezza nella maniera sbagliata, come se installare delle telecamere fosse la soluzione e attribuendo ai fenomeni migratori altre etichette, per esempio: “ci porteranno via il lavoro”, scatenando una “guerra tra poveri” molto triste.

E allora mi piacerebbe sentire parlare di lavoro, di sanità, di istruzione perché è con questi temi che si crea sicurezza, è investendo in questi settori che le persone riacquistano dignità, convinzione e forza. Cito una famosa canzone che dice: “anche l’operaio vuole il figlio dottore” ed è quindi mantenendo pubblici, liberi e meritocratici questi settori che si dà modo alla scala sociale di poter funzionare e alla gente di poter inseguire i propri sogni, e forse oggi ci hanno portato via proprio quelli, i sogni.

Nel ’43 tutti scelsero nel bene e nel male, ci misero la faccia, ed è una stagione che mi piace moltissimo perché fu una stagione di speranza, di sogni. Per fortuna vinsero le persone che credevano in un mondo più libero e subito si raggiunsero traguardi importanti: il voto alle donne, la democrazia, la Costituzione. La nostra Costituzione è bellissima: parla di lavoro, di uguaglianza, tutela le minoranze, la libertà di culto e ripudia la guerra. E’ bellissima, ma è stata attaccata, la si voleva cambiare e perché? Perché fa paura, perché è figlia di quella stagione di speranza, perché l’Italia purtroppo sta andando in direzione opposta.

Chiudo con il sogno di rivedere nella gente dell’Oltrepò quella speranza, quella voglia di lottare, di realizzare un cambiamento. Potremmo partire in prima cosa nel valorizzare il nostro bellissimo territorio, perché abbiamo cultura enogastronomia, paesaggi bellissimi e oggi abbiamo visto che abbiamo anche grandi storie di uomini e donne da raccontare e da esportare. Serve dialogo, non serve la paura. Abbiamo la storia, e il fascismo si combatte con la cultura.