martedì 20 novembre 2018

La prima repubblica partigiana


Kobariška republika, ovvero Repubblica di Caporetto, fu istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato.

In certe giornate autunnali le nebbie avvolgono il paesaggio e anche ciò che è conosciuto ci diventa impraticabile e non riusciamo a vedere a un palmo dal naso. Bisogna attendere che la nebbia si diradi, per effetto di condizioni più favorevoli, per poter avere la visione complessiva di ciò che ci circonda.
Lo stesso effetto chiarificatore assume la documentazione raccolta e pubblicata da Zdravko Likar sulla “Kobariška republika” (Repubblica di Caporetto). La Kobariška republika è un evento di grande rilievo per il Litorale sloveno e, oltre all’organizzazione militare, ne costituì elemento essenziale l’amministrazione civile, l’istituzione di scuole e ospedali. Fondamentale fu inoltre l’appoggio dato alla nascente Resistenza friulana.
Si tratta di un fatto sconosciuto al pubblico italiano, se non a livello locale e/o a singoli cultori, sul quale non si è mai voluto dare l’importanza che meriterebbe nel panorama resistenziale italiano. Le ragioni sono molteplici e da ricercare nei rapporti volutamente mantenuti tesi dal Governo centrale italiano, nel dopoguerra, sulla questione del “confine orientale”, argomento da spendere, e ancora ai giorni nostri accade, per motivi politico-ideologici; su un altro fronte a causa delle “gelosie” riguardanti la primogenitura del fenomeno resistenziale e ancora per motivazioni di carattere nazionalistico.
Fatti questi che, nell’ottica anche del sempre più stretto rapporto con i compagni sloveni dell’ZZB-NOB (l’Associazione dei Partigiani sloveni), le Anpi locali intendono divulgare al più ampio pubblico del resto d’Italia attivandosi per la traduzione dallo sloveno e per la pubblicazione di un libro di Zdavko Likar in Italia.
Vediamo, in poco spazio, gli elementi fondamentali che rendono questa storia interessante per il pubblico italiano e che determinano una sorta di rivoluzione, in senso storiografico, per quanto riguarda la storia del Movimento di Liberazione.


Innanzitutto dobbiamo fare una doverosa premessa riguardo al contesto spazio-temporale che dà rilievo alla vicenda della Kobariška republika.
All’indomani della vittoria della Triplice Intesa, il Regno d’Italia, dopo aver sacrificato sui fronti intere generazioni di italiani (in massima parte contadini) si apprestava a incassare il prezzo del proprio intervento in guerra, ribaltando le precedenti alleanze, spostando i propri confini nord orientali a nord annettendo il sud Tirolo (trattato di Saint-Germain en Laye, 10 settembre 1919) e a est (Trattato di Rapallo, 12 novembre 1920).
Queste due grandi aree geografiche erano – e sono – in gran parte popolate da popolazioni di lingua tedesca, slovena, croata.
L’opera “civilizzatrice” italiana non si fece attendere imponendo da subito l’abolizione delle scuole in lingua non italiana, la colonizzazione di ogni apparato, civile, militare e anche, con minori risultati, religioso (numerosi furono i prelati sloveni che orgogliosamente mantennero vivo, clandestinamente, l’insegnamento della lingua slovena) fino ad arrivare all’esproprio dei beni in favore di coloni italiani e al cambiamento coatto dei toponimi e dei nomi di persona arrivando anche a aberranti italianizzazioni.
Si può ben capire il motivo per il quale lo Stato italiano e il fascismo in particolare non fossero ben visti in queste zone. L’opposizione al regime trovò, fin da subito, alleati sul fronte cattolico, socialista e comunista. Non solo gli antifascisti italiani di queste zone (che conoscevano molto bene la realtà) ma anche altri antifascisti, complice anche l’istituto del Confino, entrarono in contatto con la realtà oppressiva del fascismo contro l’etnia “slava” (per i sud-tirolesi le cose “migliorarono” a seguito dell’alleanza tra Mussolini e Hitler).
L’istituzione di campi di internamento per civili sloveni e croati sparsi in più punti della penisola italiana, la creazione di reparti speciali del Regio esercito formati da “alloglotti” sloveni e croati, stanziati in zone depresse del Paese (Sardegna e isole minori, di fatto privi di armamento e dislocati lontano da casa con l’intento di togliere terreno alla forte resistenza partigiana) rendevano palese, anche alla popolazione, l’opera del regime.
L’aggressione, il 6 aprile 1941, da parte dell’Italia e delle altre potenze dell’Asse alla Jugoslavia, il suo smembramento e l’annessione al Regno d’Italia dell’intera provincia di Lubiana (tutti atti contrari al Diritto internazionale) inglobarono altri circa 350.000 sloveni nel territorio nazionale. La reazione jugoslava non si fece attendere e le prime formazioni partigiane armate fecero la loro comparsa. A queste, l’esercito italiano opponeva una strenua caccia e una politica di terra bruciata, con deportazione di civili, spoliazione di beni, incendi di villaggi. Si può quindi ben capire che alla capitolazione dell’Italia, l’8 settembre 1943, si determinò una reazione immediata e oltre all’entusiasmo della popolazione ci fu chi si organizzò per reagire, con le armi, alla imminente invasione nazista (caso emblematico è la Battaglia di Gorizia dove formazioni partigiane italiane e slovene, reparti dell’esercito italiano e popolazione civile si oppongono dall’11 al 26 settembre 1943 all’ingresso delle truppe tedesche).
La storiografia italiana indica come prima Repubblica partigiana in Italia quella di Maschito in provincia di Potenza istituita il 15 settembre 1943 e durata 20 giorni ma, stante la definizione dei confini nazionali in essere fino al 1947, la Kobariška republika, oltre ad essere molto più estesa e duratura in termini temporali, la precedette di qualche giorno e il suo territorio era interamente parte integrante dell’allora Regno d’Italia.
La Kobariška republika fu infatti istituita il 10 settembre 1943 e durò fino all’offensiva tedesca dei primi di novembre del 1943. Per ben 52 giorni il territorio liberato (circa 1.400 chilometri quadrati) popolato da circa 55mila abitanti si organizzò come uno Stato con dei confini definiti e presidiati dalle formazioni partigiane, con una capitale, Kobarid/Caporetto, con autorità politiche votate dai cittadini, con un suo sistema di giustizia, tre ospedali operativi sul territorio e con l’istituzione, per la prima volta dopo l’annessione italiana, di scuole slovene.
I confini della repubblica comprendevano le zone ad etnia slovena delle Valli di Resia, del Torre e del Natisone. L’obiettivo, per gli sloveni, era quello di ricomprendere questi territori nel Litorale sloveno (fu uno dei rari elementi d’attrito tra le formazioni partigiane italiane – che pur parteciparono alla Kobariška republika con una propria formazione – e slovene che più tardi, oltre a partecipare alla Liberazione della Zona Libera del Friuli orientale, dalla fine del 1944 fino alla Liberazione, si trovarono a combattere unite sotto il comando del IX Korpus jugoslavo).
Resta anche indicativo il fatto che le prime repubbliche partigiane d’Italia furono istituite da minoranze linguistiche all’interno dell’allora Regno d’Italia, quella slovena a Caporetto e quella arbëreshë a Maschito segno che verso questi cittadini “minoritari” la repressione fascista fu particolarmente dura.
Il fiorire, quasi un anno dopo, delle Repubbliche e delle Zone Libere nell’Italia del nord occupata dai nazi-fascisti, alimentato dalla prevista imminenza dell’“Offensiva d’inverno”, che avrebbe dovuto liberare definitivamente la penisola (smentita però poco dopo dal Proclama di Alexander), ha preso esempio e forza anche da queste prime luminose esperienze.

di Luciano Marcolini Provenza – Anpi Cividale del Friuli (Udine)

mercoledì 14 novembre 2018

La deportazione degli ebrei ungheresi


La situazione nel 1944
All’inizio del 1944, vivevano in Ungheria circa 725.000 ebrei, la più grande comunità ancora esistente sul suolo europeo dopo l’annientamento di quelle dell’URSS e della Polonia. Il 19 marzo, temendo che gli ungheresi si sganciassero unilateralmente dal conflitto, Hitler ordinò l’occupazione del Paese; insieme all’esercito, giunsero però a Budapest anche i funzionari dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich, incaricati di procedere alla deportazione degli ebrei dall’Ungheria. Trattandosi di una missione particolarmente complessa, la responsabilità venne affidata ad Adolf Eichmann in persona, che portò con sé i suoi più esperti collaboratori (Franz Novak, Dieter Wisliceny, Theodor Dannecker e altri). Eichmann era perfettamente al corrente della fuga degli ebrei danesi (ottobre 1943), e quindi si rese conto che la deportazione poteva realizzarsi solo grazie all’assoluta complicità delle forze locali. Inoltre, memore della rivolta del ghetto di Varsavia (aprile-maggio 1943), decise di lasciare per ultima la capitale, dove i problemi avrebbero potuto essere maggiori. Il 4 aprile 1944, nel corso di una riunione mista, cui parteciparono sia tedeschi che ungheresi, il Paese fu diviso in cinque zone (dalle quali fu però esclusa la capitale, che di fatto era una sesta area, a se stante). Ogni zona corrispondeva a uno o due distretti della gendarmeria magiara, che accettò di partecipare all’operazione mettendo a disposizione 20.000 uomini. Le operazioni di rastrellamento e deportazione avrebbero avuto inizio nelle province orientali: poiché erano le zone più vicine al fronte russo, le evacuazioni furono giustificate con ragioni militari. La cosiddetta Zona I (Rutenia carpatica e Ungheria nordorientale) fu rastrellata a partire dal 16 aprile: 194.000 ebrei furono catturati e rinchiusi in ghetti e campi di transito. Nei mesi seguenti, la stessa sorte toccò ad altre quattro zone, sicché all’inizio dell’estate solo i 160.000 ebrei della capitale non erano ancora stati internati.


La soluzione finale in Ungheria
Il primo treno per Auschwitz partì il 28 aprile 1944 dal campo di Kistarcsa, vicino a Budapest, con 1800 ebrei. Tra il 15 maggio e il 7 giugno, furono deportati più di 289.000 ebrei dalle Zone I e II. Tra l’11 e il 16 giugno fu la volta dei 50.000 ebrei della Zona III ; i 41.500 israeliti della Zona IV furono evacuati in soli tre giorni, a partire dal 25 giugno. Infine, tra il 4 e l’8 luglio, furono deportati i 55.000 ebrei dalla Zona V. In totale, vennero deportati circa 438.000 ebrei ungheresi, nell’arco di tre mesi. E’ difficile stabilire quanti di questi ebrei furono condotti a Birkenau, e quanti in altri campi del Reich: l’Organizzazione Todt e la Luftwaffe, infatti, chiedevano insistentemente manodopera per le nuove fabbriche sotterranee e dichiararono di aver bisogno di almeno 100.000 operai. Ad Auschwitz, comunque, arrivarono almeno 53 treni, ciascuno dei quali portava circa 3000 ebrei. Per far fronte ad un flusso così imponente di nuovi deportati, il campo fu dotato di una terza rampa ferroviaria: gli ebrei ungheresi (e, più in generale, coloro che arrivarono a partire dal maggio 1944) non sbarcarono più sulla Judenrampe, ma all’interno stesso del campo di Birkenau, mentre una nuova torre di controllo, anch’essa terminata nel maggio del 1944, permetteva sorvegliare dall’alto l’insieme delle operazioni.

La partenza degli ebrei di Sighet
Per certi versi, i racconti di partenza dei deportati sono un atto d’accusa ancora più potente dei resoconti dai campi. Nei paesi da cui i treni partono, infatti, i nazisti non sono mai soli: non possono agire da soli. Hanno bisogno di collaboratori locali (i fascisti italiani a Fossoli, i gendarmi ungheresi a Sighet, i poliziotti francesi di Vichy a Parigi, e così via). La Shoah non fu una faccenda privata tra ebrei e tedeschi: fu la grande resa dei conti tra l’Europa dei nazionalismi e gli ebrei. I racconti di partenza sono lì a ricordarcelo.
Alle nove, [...] gendarmi con i manganelli che urlavano: “Tutti gli ebrei fuori!”. Noi eravamo pronti. Io uscii per primo. Non volevo guardare in faccia i miei genitori. Non volevo scoppiare in lacrime. Restammo seduti in mezzo alla strada, come gli altri del giorno prima. Lo stesso sole infernale. La stessa sete. Ma non c’era più nessuno per portarci dell’acqua. Contemplavo la nostra casa, dove avevo passato degli anni a cercare il mio Dio, a digiunare per affrettare la venuta del Messia, a immaginare quella che sarebbe stata la mia vita. Ma non ero molto triste: non pensavo a nulla. - In piedi! Appello! In piedi. Ci contano. Seduti. Ancora in piedi. Di nuovo per terra. Senza fine. Attendevamo con impazienza che ci portassero via. Che si aspettava? L’ordine infine arrivò: “Avanti!”. Mio padre piangeva. Era la prima volta che lo vedevo piangere. Non mi ero mai immaginato che sarebbe potuto succedere. Mia madre, lei, marciava, il volto chiuso, senza esprimere una parola di preoccupazione. Io guardavo la mia sorellina, Zipporà, i suoi capelli biondi ben pettinati, un cappotto rosso sul braccio: una bambina di sette anni. Sulle spalle, un sacco troppo pesante per lei. Serrava i denti: sapeva già che lamentarsi non serviva a nulla. I gendarmi distribuivano qua e là colpi di manganello: “Più svelti!”. Io non avevo più forze. Il cammino era appena agli inizi e io mi sentivo già così debole… - Più svelti! Più svelti! Avanti, sfaticati! – urlavano i gendarmi ungheresi. E’ in quel momento che ho cominciato a odiarli, e il mio odio è l’unica cosa che ci lega ancora oggi. Erano i nostri primi oppressori, erano il primo volto dell’inferno e della morte. Ci ordinarono di correre. Prendemmo il passo di corsa. Chi avrebbe creduto che eravamo così forti? Da dietro le loro finestre, da dietro le loro imposte, i nostri compatrioti ci guardavano passare. […] Il nostro convoglio prese la direzione della grande sinagoga. La città sembrava deserta, ma, dietro le imposte, i nostri amici di ieri attendevano senza dubbio il momento di poter saccheggiare le nostre case. La sinagoga somigliava a una grande stazione: bagagli e lacrime. L’altare era spezzato, i tappeti strappati, i muri spogliati. Noi eravamo così numerosi che potevamo appena respirare: che spaventose ventiquattr’ore passammo. Gli uomini erano al pianterreno, le donne al primo piano, ed era sabato: si sarebbe detto che eravamo venuti ad assistere alle funzioni. Non potendo uscire, la gente faceva i propri bisogni in un angolo. L’indomani mattina marciammo verso la stazione, dove ci attendeva un convoglio di carri bestiame. I gendarmi ungheresi ci fecero montare in ragione di ottanta persone per carro. Ci lasciarono qualche pagnotta e qualche secchio d’acqua. Controllarono le sbarre delle finestre per vedere se tenevano bene. I carri vennero chiusi. Per ciascuno di essi era stato nominato un responsabile: se qualcuno scappava, è lui che avrebbero fucilato. Sul marciapiede camminavano due ufficiali della Gestapo, tutti sorridenti: in complesso era andato tutto bene. Un fischio prolungato perforò l’aria. Le ruote si misero a sferragliare. Eravamo in cammino.
E. Wiesel, La notte, Firenze, Giuntina, 1986, pp. 25-29. Traduzione di D. Vogelmann


Testo di Mario Albrigoni, vice presidente ANPI provinciale Pavia


Inciampare per ricordare - Clotilde Giannini


Il 2 marzo 1944 i 473 operai del calzificio Giudice di Cilavegna (Ca.Gi.) aderiscono compatti allo sciopero generale proclamato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia contro le leggi fasciste. La rappresaglia non si fa attendere e il giorno seguente i nazisti arrivano in paese e procedono all'arresto dei membri della ex commissione interna dell'azienda. Tra di loro vi è Clotilde Giannini, antifascista e femminista, nata a Tornaco, in provincia di Novara, il 24 dicembre 1903 e residente a Gravellona Lomellina, dove vive con il marito e il figlio.
Rinchiusa dapprima nel Castello di Vigevano, Clotilde Giannini è poi incarcerata a Milano, nel penitenziario di San Vittore, infine a Bergamo. Deportata ad Auschwitz il 18 marzo, in data imprecisata è trasferita nel lager di Bergen Belsen, in Bassa Sassonia. Qui rimane fino al 15 aprile 1945, giorno della liberazione del campo da parte delle truppe inglesi. Nove giorni dopo, tuttavia, Clotilde Giannini muore per le conseguenze di ciò che ha subito durante la prigionia.
A gennaio 2019 con la posa di una pietra d'inciampo a Gravellona Lomellina nella via a lei dedicata, davanti a quella che fu la sua ultima abitazione, le verrà restituito almeno il nome che con la vita le furono strappati in lager.
Queste le due lettere che Clotilde Giannini scrisse al marito Alfredo; la prima dalle carceri di Bergamo, il 4 aprile 1944, e la seconda da Verona, il 4 maggio 1944.

Caro Alfredo,
purtroppo il triste giorno e giunto, domani mattina 5 si parte per la Germania. Alla triste sorte devo purtroppo rasegnarmi, tu pure fa altrettanto Alfredo tieni d’acconto la casa e il nostro caro figlio. E tu cara mamma va a casa mia come se fosse tua, ti raccomando mio figlio e quando viene a casa parlagli di sua mamma e digli che mi ricorda addio Alfredo oppure arrivederci un giorno se avrò la fortuna di ritornare.
A tutti chi chiede di mè i miei saluti tutti i parenti papà e mamma sorella frattelo
tua Clotilde
ciau baci
bacioni a figlio
ciau


Caro Alfredo,
Ore 5. da Verona ti giungano i miei sinceri saluti e baci tua Clotilde sono inpartenza per la Germania Alfredo inquanto per il viaggio mi trovo bene speriamo che tutto finisce addio oppure arrivederci
Salutami la mamma e papà frattello e sorella i parenti e amici e tutti quelli che domandano di mè
Alfredo salutami il figlio e tienilo d’acconto
bacioni
Saluti la tapa e la Iside ciau
arrivederci ciau
ciau


(Lettere tratte da Dizionario biografico della deportazione pavese, M. Antonietta Arrigoni e Marco Savini)

martedì 6 novembre 2018

Spezzeremo le reni alla Grecia


Abbiamo di cuore apprezzato le parole del Presidente della Repubblica che, presente in Grecia, il 28 ottobre ha ricordato la Resistenza della divisione Acqui che, di stanza a Corfù, nei giorni dell’otto settembre, non consegnò le armi, non si arrese ai tedeschi e, unanimemente d’intesa soldati e ufficiali, scelse di resistere fino al sacrificio della vita, rifiutando di combattere al fianco delle forze dell’Asse.
Sulla scia di questa memoria che segna uno degli episodi i più alti e significativi della Resistenza europea, non possiamo non tornare indietro di un passo, e ricordare al nostro Paese di tanto labile ed autoassolutoria memoria, che proprio il 28 ottobre (oggi festa nazionale greca) del 1940, sotto una pioggia diluviante, l'Italia fascista iniziava l'offensiva contro la Grecia, contando su una facile vittoria, e galvanizzata dal verbo del duce “spezzeremo le reni alla Grecia”.
Non solo non fu affatto così, ma la rimozione delle colpe belliche dell'Italia, potentemente costruita nel dopoguerra ed improntata a riversare ogni responsabilità sull'alleato dell’Asse, costruendo il mito del “buon italiano e del cattivo tedesco”, vincente e ben radicata nella narrazione pubblica egemonica, portò anche - anno 1953 - all'arresto e alla detenzione nella fortezza militare di Peschiera di Guido Aristarco, direttore della Rivista "Cinema Nuovo" e del redattore Renzo Renzi.
Entrambi saranno processati e condannati dal tribunale militare per vilipendio alle forze armate. Nella rubrica "Proposte per un film, L'armata S' Agapò" Renzo Renzi aveva infatti osato raccontare la verità del tutt'altro che onorevole comportamento degli italiani in Grecia, con episodi che andavano dalla fucilazione di ostaggi alla decisione di mandare la cavalleria al massacro, dal colossale giro di prostituzione, alla requisizione prepotente di beni alimentari.
L’indulgenza malsana della memoria collettiva e l’assenza di una “Norimberga italiana” certo non hanno aiutato né aiutano la costruzione di una democrazia salda e rigorosa, ma anzi riverberano oggi dei propri frutti malsani nel razzismo e nella xenofobia che abitano al nostro fianco.


Annalisa Alessio, ANPI Provinciale Pavia

domenica 4 novembre 2018

L'Italia e la grande guerra senza la retorica nazionalista

Proponiamo la lettura di Piero Purich sulla grande guerra tratta da Internazionale.
La prima guerra mondiale è stata e rimane uno dei miti fondativi dello stato-nazione, soprattutto nei paesi vincitori. Gli anni tra il 1914 e il 1918 sono stati avvolti da un’aura di sacralità che ancora oggi si può cogliere nei monumenti, nei cimiteri e nelle cerimonie che ricordano la grande guerra.
Per anni il conflitto è stato sottratto ad analisi obiettive ed è stato letto solo attraverso la lente deformante dell’eroismo, dell’onore, della patria, della propaganda bellica. In Italia la letteratura ne ha affrontato i tabù, spesso con fastidiose conseguenze per gli autori: Emilio Lussu fu accusato di disfattismo e antipatriottismo per Un anno sull’Altipiano, mentre La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte incappò nella censura e fu sequestrato. Negli anni settanta sono stati pubblicati saggi critici e analisi storiche rigorose e obiettive, come quelli di Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Enzo Forcella, Alberto Monticone e Piero Melograni.
Tuttavia, con la ricorrenza del centenario della fine della grande guerra e le celebrazioni previste per il 4 novembre, il velo di retorica che con tanta fatica era stato sollevato è tornato ad avvolgere quegli anni. Ci sono state iniziative storicamente accurate, ma la propaganda nazionalista e militare nel tempo si è riappropriata dell’evento. Mentre fiction tv semplicistiche come Il confine e Fango e gloria – andate in onda su Rai1 – hanno favorito il ritorno di una visione patriottica della storia.
Da questa visione sono stati cancellati episodi sgraditi alla retorica ufficiale come le renitenze, il pacifismo, le fraternizzazioni tra nemici, le diserzioni, gli ammutinamenti, le rivolte. Pagine che però sono fondamentali per capire meglio quell’immensa carneficina che fu la prima guerra mondiale, a cent’anni dalla sua fine.
Socialisti, pacifisti, renitenti

Innanzitutto va detto che nel 1915 la maggior parte dell’opinione pubblica in Italia era contraria all’intervento. Furono le intimidazioni rivolte alle istituzioni – ai limiti del colpo di stato – del re Vittorio Emanuele III, del capo del governo Antonio Salandra e del ministro degli esteri Sidney Sonnino, la campagna di stampa del Corriere della Sera e le demagogiche manifestazioni di piazza organizzate da Gabriele D’Annunzio a piegare il parlamento a votare in favore dell’entrata in guerra.

I socialisti si divisero ferocemente in neutralisti e interventisti, mentre i giornali e la propaganda esaltarono le “radiose giornate di maggio”, sminuendo e censurando le manifestazioni contro la guerra. In realtà, l’interventismo fu un fenomeno assolutamente minoritario. Come racconta Marco Rossi in Gli ammutinati delle trincee, i volontari furono appena 8.171, spesso del tutto emarginati dai commilitoni che li consideravano fanatici e spie degli ufficiali. La maggioranza della popolazione accettò con rassegnazione il conflitto.
Pochissime voci si levarono contro la guerra: Giacomo Matteotti pagò il suo antimilitarismo socialista e internazionalista con tre anni di confino a Messina; la rivista La Pace fu chiusa e il suo direttore, Ezio Bartalini, fu prelevato dai carabinieri e arruolato a forza; alcuni pubblicisti cristiani polemizzarono aspramente sulla legittimità morale della guerra; le vignette di Scalarini sferzarono la retorica bellica; papa Benedetto XV per tutta la durata del conflitto 

Solo una piccola minoranza di persone rifiutò di arruolarsi: anarchici, socialisti internazionalisti, marxisti, tolstoiani e cristiani radicali. Non fu riconosciuto alcun diritto all’obiezione di coscienza e chi espresse il proprio rifiuto per ragioni religiose o politiche fu condannato al carcere duro, internato in fortezze militari o ricoverato in manicomio. Come ricorda Andrea Filippini in L’obiezione di coscienza nell’Italia liberale, lo zoccolaio lombardo Luigi Lué sostenne con tale ostinazione le proprie convinzioni tolstoiane che il pubblico ministero disse: “Signori del tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Essi vivono nella loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole la massima indulgenza”. Nonostante l’appello alla clemenza, Lué fu condannato a sette anni di carcere.
Per ragioni ideologiche o anche solo per salvarsi la pelle, altri reclutati cercarono rifugio nella neutrale Svizzera. Gli anarchici organizzarono canali di espatrio per renitenti e disertori grazie al fatto che molti contrabbandieri, i cosiddetti “spalloni”, erano simpatizzanti libertari. A Zurigo si costituì una comunità numerosa di esuli anarchici.
Il sistema più diffuso per sfuggire all’arruolamento fu però quello di non presentarsi alla visita di leva. Il numero dei renitenti in Italia fu più alto che in altri paesi: ben 470mila persone non si presentarono. Tra loro, 370mila erano residenti all’estero, ma si guardarono bene dal rimpatriare. In Sicilia i renitenti furono il 61 per cento dei richiamati.
L’impreparazione dell’esercito

Per i soldati l’arrivo al fronte fu un trauma, sia per le devastazioni causate dalle nuove tecnologie militari, sia per la totale impreparazione dell’esercito italiano. Come racconta Mark Thompson nel libro La guerra bianca, un ufficiale che aveva raggiunto da poco il monte San Michele, sul Carso goriziano, chiese ai soldati lì da alcuni giorni dove fossero le trincee, e la risposta fu: “Trincee, trincee… Non ci sono mica trincee: ci sono dei buchi”.

Dopo i primi giorni in cui gli italiani conquistarono facilmente il Friuli austriaco – spesso usando metodi repressivi di tipo coloniale contro le popolazioni locali – alle pendici del Carso, fortificato dagli austriaci, cominciò la guerra di posizione fatta di trincee, bombardamenti, assalti frontali.
Il capo di stato maggiore Luigi Cadorna ripropose le stesse inefficaci strategie già sperimentate su altri fronti, con carneficine che costarono la vita a centinaia di migliaia di soldati senza quasi nessun risultato pratico. A Cercivento, sulle Alpi carniche, quattro alpini rifiutarono di andare all’attacco del monte Cellon in pieno giorno, consigliando il capitano di attaccare di notte per approfittare della nebbia. L’ufficiale, un calabrese, nemmeno capì la proposta dei quattro che parlavano friulano e li mise al muro. Il monte fu poi conquistato di notte, dopo centinaia di morti caduti negli assalti condotti alla luce del sole.
La guerra fu “un inferno di sangue, fango e merda”, come mi ha detto Giovanni Marco Sau, che allora combatté nella brigata Sassari. La vita in trincea era fatta di noia, paura, maltempo, pidocchi, ratti e colpi sparati dai cecchini. In Storia politica della grande guerra, Piero Melograni scrive che “alla vigilia delle azioni più rischiose abbondanti quantitativi di liquori erano distribuiti ai reparti italiani (…). Lo stesso Cadorna dichiarò che il soldato italiano era migliore nell’offensiva che nella difensiva, perché nell’offensiva si ubriacava e si stordiva”. Alessandro De Pascale in Guerra e droga racconta invece che piloti, ufficiali e arditi facevano anche uso di cocaina.
Prima dell’uscita dei fanti dalle trincee le artiglierie martellavano le postazioni nemiche per eliminare ogni resistenza. Ciò avrebbe dovuto permettere ai soldati di lanciarsi all’attacco delle fortificazioni nemiche sguarnite, ma la strategia spesso non funzionava: le artiglierie sbagliavano il tiro e bombardavano le proprie linee; oppure le comunicazioni con i comandi si interrompevano e l’attacco della fanteria veniva sferrato troppo presto, quando i cannoni stavano ancora bombardando, o troppo tardi, quando i nemici erano già tornati in posizione.
Gli assalti frontali senza alcun bombardamento preventivo erano frequenti e generalmente si concludevano con lo sterminio di chi attaccava, massacrati dalle mitragliatrici dei nemici. Dietro ai fanti all’assalto c’erano carabinieri e ufficiali dell’esercito pronti a sparare a chi arretrava o esitava. “Ma quale Piave mormorava”, mi ha raccontato il reduce siciliano Andrea Cangelosi, “avevamo i carabinieri dietro che ci sparavano e davanti il nemico”.
La fraternizzazione tra nemici

La ferocia della guerra non riuscì tuttavia a cancellare del tutto l’umanità dei soldati: nel corso del conflitto sono documentati episodi nei quali gli austriaci cessarono di mitragliare gli italiani mandati all’attacco e li esortarono a mettersi in salvo o a tornare indietro.

Il 25 dicembre 1915 sul Carso – complice la nostalgia di casa e il ricordo del Natale precedente passato in famiglia – i soldati italiani e quelli austriaci raggiunsero un cessate il fuoco informale e si scambiarono gli auguri, approfittando della tregua per recuperare e seppellire i compagni che giacevano morti tra i due schieramenti.
Gli alti comandi allora emisero direttive severissime contro la fraternizzazione, perché ritenevano che umanizzasse troppo l’avversario e che i nemici potessero scoprire il sistema di difesa dell’esercito.
Negli anni successivi, proprio durante le feste religiose i bombardamenti dell’artiglieria furono intensificati e i cecchini erano pronti a colpire chiunque stesse cercando di fraternizzare.
Diserzioni

L’orrore quotidiano vissuto dai soldati spinse parecchi di loro a cercare soluzioni personali per evitarlo. Alcuni tentarono di disertare approfittando di licenze, cercando di nascondersi da parenti o amici. Nei primi anni di guerra, però, la diserzione era considerata un atto vile e ignominioso: ci furono casi di genitori che denunciarono e riconsegnarono i figli che erano fuggiti.

In Toscana, in Emilia-Romagna, in Puglia e nelle Marche si formarono vere e proprie bande di disertori che trovarono rifugio nei boschi o in grotte, braccati dai carabinieri. In Sicilia renitenti e disertori si nascosero nelle solfatare.
Tanti cercarono di disertare consegnandosi al nemico, approfittando della notte, di macchie di vegetazione e di rovine nella terra di nessuno. Era un’operazione rischiosissima: i fuggitivi potevano essere scambiati per ricognitori in avanscoperta o per soldati impegnati in attacchi a sorpresa, ed essere uccisi; potevano essere catturati da nemici senza scrupoli; oppure potevano essere scoperti da qualche pattuglia del proprio esercito e finire davanti alla corte marziale. Per una diserzione la pena era l’ergastolo o la condanna a morte per fucilazione. Durante gli attacchi gli ufficiali erano tenuti a sparare sul posto a coloro che pensavano stessero disertando o si stessero sbandando.
Durante la guerra il numero dei disertori diventò sempre più alto. Non potendoli passare tutti per le armi, i colpevoli furono mandati in speciali compagnie di disciplina con incarichi pericolosi, oppure furono portati in prima linea e legati in luoghi esposti al tiro del nemico.
Questa soluzione si rivelò del tutto inefficace: generalmente gli austriaci non colpivano i soldati disarmati e incatenati, sia per solidarietà sia perché graziarli significava dare un’immagine misericordiosa di sé e spingere altri italiani a consegnarsi.
Per i tribunali militari erano considerati alla stregua di disertori anche coloro che si sbandavano, che perdevano contatto con il proprio reparto o che tornavano dalla licenza con un giorno di ritardo. In Battibecco, la rubrica che teneva sul Tempo, Curzio Malaparte scrisse:
Nell’agosto del 1917 a Santa Giustina presso Belluno fui obbligato ad assistere alla fucilazione di alcuni soldati calabresi rientrati dalla licenza con ventiquattro ore di ritardo, non per colpa loro, ma per colpa della tradotta. Due soldati del plotone di esecuzione spararono in aria: vennero immediatamente afferrati e passati per le armi.
Altri soldati provavano a sfuggire al fronte con gesti di autolesionismo. La tecnica più comune era quella di spararsi a un piede o a una mano attraverso una tavoletta di legno che rendesse la ferita meno devastante e nascondesse le bruciature dovute al contatto con la canna. I casi di autolesionismo nell’esercito italiano furono circa diecimila. Con il passare del tempo, i medici militari diventarono più attenti alle automutilazioni e mandarono davanti alla corte marziale i simulatori. Lo zelo fu tale che furono accusati anche soldati effettivamente colpiti in combattimento.
Per arginare qualsiasi forma di defezione i tribunali militari lavorarono senza sosta, condannando le persone dopo indagini rapide e superficiali. Era l’imputato a doversi scagionare dalle accuse e non l’accusa a dover provare il reato. Non esistevano gradi di giudizio, non era previsto appello. Su 262.481 soldati processati, il 62 per cento fu condannato. Le pene capitali furono più di quattromila, di cui però quasi tremila in contumacia. Quelle eseguite furono 750. Le condanne fino a sette anni di carcere furono sospese e rinviate alla fine della guerra per evitare che diventassero un modo per evitare il fronte. Più di 15mila uomini furono invece condannati all’ergastolo.
I soldati uccisi senza processo furono trecento, ma storici come Marco Pluviano e Irene Guerrini, in 1914-1918. Scampare la guerra scrivono: “Il numero di esecuzioni sommarie di cui si ha notizia (anche dalle testimonianze orali) è così ampio che, considerati i casi inevitabilmente rimasti segreti, si raggiungerebbe un numero di fucilati uguale, se non superiore, a quello dei condannati a morte a seguito di un regolare processo”.
Insubordinazioni

Con il passare degli anni, alle diserzioni si sostituirono sempre più spesso atti di insubordinazione collettiva: i soldati rifiutavano di andare in prima linea o attaccare. Non erano rivolte organizzate e ammutinamenti, ma una sorta di sciopero di soldati sfiniti che rifiutavano di combattere per le condizioni proibitive della vita al fronte.

Nel marzo del 1917 soldati della brigata Ravenna si rivoltarono sparando in aria per la revoca delle licenze e l’ordine di raggiungere di nuovo la prima linea. In luglio due reggimenti della brigata Catanzaro, in retrovia da pochi giorni, rifiutarono di tornare in prima linea: uccisero alcuni ufficiali e cercarono di attaccare la villa dov’era ospitato D’Annunzio, che si trovava lì vicino. La protesta sfociò in una vera e propria rivolta al grido di “Abbasso la guerra”, “Morte a D’Annunzio”, “Vogliamo la pace!”, ma fu repressa da carabinieri, reparti di cavalleria, artiglieria e perfino aerei.
Anche la rotta di Caporetto, nel 1917, può essere considerata una rivolta collettiva e uno sciopero dei soldati. Quando fu chiaro che lo sfondamento austrotedesco stava avendo successo e che opporsi all’avanzata era un suicidio, migliaia di italiani si arresero, sperando che l’offensiva nemica significasse finalmente la fine della guerra e la possibilità di ritornare a casa. I soldati in rotta abbandonavano le armi e si consegnavano ai nemici gridando: “La guerra è finita, viva la pace”, “Morte al re!”, “A Torino o a Milano purché la guerra finisca!”.
Stavolta i militari in ritirata risposero al fuoco dei carabinieri nelle retrovie e li misero in fuga. Nel caos della ritirata si scatenò una vera e propria caccia al carabiniere. Nel libro La rivolta dei santi maledetti, Curzio Malaparte scrisse:
La legge era il carabiniere, i fanti massacravano i carabinieri. I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: ‘Aeroplano abbattuto’ e non ne capivano niente. Quali rimedi lambiccavano i Comandi? Le fucilazioni.
(Nel gergo dei fanti i carabinieri erano chiamati aeroplani sia per la forma del cappello sia perché, come gli aviatori nemici, sparavano sui soldati, ndr).
Le rivolte furono represse ferocemente: i soldati identificati a torto o a ragione come organizzatori degli ammutinamenti furono processati sommariamente e giustiziati. Quando i presunti responsabili non venivano trovati, volendo dare una punizione esemplare ai reparti insubordinati, si ricorreva alla decimazione: l’estrazione a sorte dei soldati da fucilare. Emanuele Filiberto di Savoia, che quando morì volle essere sepolto a Redipuglia “in mezzo agli Eroi della Terza Armata”, ordinò: “Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi”. Sicuramente tra i centomila morti di Redipuglia qualcuno giace a pochi metri dal proprio carnefice.
Per il presunto ammutinamento della brigata Ravenna furono fucilati due soldati trovati semplicemente a dormire nell’accampamento dove c’era stata la rivolta, più altri cinque estratti a sorte. In La vigilia di Caporetto. Diario di guerra (1916-1917) il giornalista e critico teatrale Silvio D’Amico ricostruisce un episodio significativo. Un reggimento di fanteria insorge. C’è un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti, così il colonnello ordina di estrarre a sorte i nomi di dieci soldati e fucilarli. Tra loro finiscono anche uomini arrivati al reggimento dopo l’insubordinazione.
All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi, entrambi di classi anziane, è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: ‘Signor colonnello! signor colonnello!’. Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: ‘Che c’è figliuolo?’. ‘Signor colonnello!’, grida l’uomo bendato, ‘io sono della classe del ‘75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!’. ‘Figliuolo’, risponde paterno il colonnello, ‘io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio te ne terrà conto. Confida in Dio’.
Le esecuzioni sommarie arrivarono a un parossismo tale che anche piccoli atti di insubordinazione furono puniti con la morte: durante la rotta di Caporetto il generale Andrea Graziani tentò di riportare l’ordine tra i soldati facendo fucilare 57 presunti disertori, alcuni per ragioni assurde come Alessandro Ruffini, che fu messo al muro per averlo salutato tenendo il sigaro acceso in bocca. Qualche anno dopo la fine della guerra il generale morì cadendo misteriosamente da un treno: si diffuse la voce che sul vagone avesse incontrato un vecchio compagno d’armi di qualche sua vittima.
Dal 1917 gli ammutinati mostrarono sempre di più una consapevolezza politica. Marco Rossi racconta l’episodio del livornese Alessandro Signorini, che davanti al plotone d’esecuzione urlò ai suoi compagni: “Maledetta patria, schifosa bandiera. Voltate le spalle a chi vi fucila!”. Nelle trincee ormai circolava materiale disfattista, volantini che invitavano a disertare, fogli di propaganda rivoluzionaria. La rivoluzione bolscevica, l’uscita della Russia dal conflitto e la crescente insofferenza al potere rendevano sempre più plausibile la rivolta non solo come atto di ribellione, ma anche come possibilità reale di mettere fine alla guerra.
Dopo Caporetto i militari italiani che si stavano ritirando furono fermati sul Piave da uno schieramento di carabinieri e di giovani reclute appena arruolate. I soldati in rotta, convinti che la guerra ormai fosse finita, avevano gettato le armi: non furono dunque in grado di reagire e furono costretti a riprendere la guerra.
Qualcosa di simile successe tra gli austriaci l’anno successivo: in estate ormai 230mila avevano abbandonato le armi ed erano tornati a casa.
In pratica la guerra si concluse con una diserzione di massa: milioni di soldati spossati cessarono semplicemente di combattere. Ma questa versione dei fatti non poteva essere ammessa dalle gerarchie militari, specialmente dopo che il collasso militare russo aveva portato alla nascita dell’Unione Sovietica, primo paese socialista al mondo.
Gli alti comandi degli eserciti dell’Intesa mascherarono quest’epilogo raccontando di epici scontri finali che in realtà non lo furono. Quando con la battaglia di Vittorio Veneto gli italiani sfondavano le linee nemiche, spesso le trovarono deserte. Anche la “redenzione” di Trieste, narrata dalla propaganda nazionalista come la trionfale “liberazione” della città dal dominio austriaco, fu un episodio molto più complesso. La storica Marina Rossi scrive per esempio che nei primi giorni del novembre 1918 “una torpediniera austriaca” fu messa a disposizione “per raggiungere Venezia” e poi tornare a Trieste con “la flotta italiana, cui avrebbe fatto da battistrada nei tratti minati”. Mentre lo storico Drago Sedmak in Nabrežina skozi stoletja (Aurisina attraverso i secoli) racconta un episodio successo vicino a Trieste:
Alle truppe italiane che avanzavano quasi nessuno si oppose, dato che quasi non c’erano più soldati (austriaci, ndr) e i membri dei Comitati nazionali locali (sloveni, ndr) erano troppo deboli e non opposero resistenza. Comunque ad Aurisina si raccolse un gruppo di giovani e di reduci del luogo (austriaci, ndr) e innalzarono barricate improvvisate, bloccando le strade di accesso. L’azione riuscì, visto che per il 2 e 3 novembre fermarono l’avanzata degli italiani verso Trieste. Nella notte tra il 3 e il 4 si ritirarono silenziosamente; gli italiani ripresero la marcia attraversando Santa Croce e Prosecco con bandiere bianche. Il simbolo di pace, la bandiera bianca, che presto venne sostituita dal tricolore italiano, il 20 novembre si mostrò sotto una nuova luce agli abitanti di Aurisina. Quel giorno, infatti, le autorità militari italiane per garantire la propria sicurezza, pretesero dagli abitanti di Aurisina che venissero loro consegnati tre ostaggi (…) Se sia stata la paura o una vendetta per aver perso due giorni davanti alle barricate di Aurisina possiamo solamente fare delle ipotesi.
La storia della prima guerra mondiale, dunque, è tutt’altro che la storia di trionfi, di eroismo e di battaglie epiche raccontata dalla propaganda nazionalista e militare. Tolto il velo di retorica, restano i massacri, le fucilazioni sommarie, le punizioni dei soldati, ma anche gli episodi di fraternizzazione tra nemici, che dimostrano come tantissimi soldati riuscirono a restare umani nonostante fossero obbligati a combattersi.

venerdì 2 novembre 2018

Il valore di una medaglia

Proponiamo la lettura di un articolo pubblicato da Patria Indipendente, ringraziando Francesco Tessarolo per l'analisi che coinvolge Varzi e la Medaglia d'Oro al Valor Militare da poco riconosciutagli.


Roma e Varzi, la capitale italiana e una piccola città dell’Oltrepò pavese, decorate per la guerra di Liberazione con la massima onorificenza. Il conferimento nel luglio e nel settembre 2018. L’importanza e il significato attuale di un riconoscimento alla Resistenza militare e civile, meritato e a lungo atteso.

Abbiamo già dato notizia del conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Roma e alla città di Varzi. Un’apposita commissione ministeriale ha valutato le domande di riconoscimento pervenute. Tale parere è stato poi inviato al ministro competente ed in ultima istanza al Presidente della Repubblica. Della commissione, oltre a Gianfranco Pagliarulo e Carlo Buscalferri, a nome dell’Anpi nazionale, faceva parte anche il professor Francesco Tessarolo, presidente nazionale della Federazione italiana Volontari della Libertà. A lui abbiamo chiesto questo articolo.


Nei giorni scorsi, il sito della Presidenza della Repubblica ha pubblicato le motivazioni delle due Medaglie d’Oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi (Pavia); la lettura delle rispettive motivazioni ci porta ai drammatici eventi che hanno contrassegnato la storia italiana nel corso degli ultimi venti mesi del secondo conflitto mondiale, ma anche a riflettere sul senso morale e civile dell’onorificenza attribuita (vedi In primo luogo, occorre riandare alla situazione che si era determinata in Italia all’indomani dell’8 settembre, giorno in cui venne comunicato l’armistizio: il sovrano e il governo Badoglio non avevano esitato a lasciare la Capitale ai tedeschi e il Paese nel caos; l’Esercito e l’Aeronautica erano allo sbando, disorientati da un capovolgimento di fronte non preparato e da ordini equivoci, talvolta contraddittori; la Marina fu costretta a raggiungere i porti dello stesso nemico contro cui aveva combattuto fino al giorno prima; la popolazione, in un primo momento ignara e festante, perché convinta dell’agognata fine della guerra, si ritrovò poi smarrita, disorientata, sconvolta. In questo vuoto di disposizioni, certezze, riferimenti, iniziò la Resistenza, nei grandi centri urbani come nei piccoli paesi, che a Roma si espresse subito nella difesa della città con la strenua battaglia di civili e militari a Porta San Paolo e poi nelle temerarie azioni di guerriglia partigiana; subì i tragici rastrellamenti degli ebrei e del Quadraro, il martirio delle Fosse Ardeatine e di Forte Bravetta; sopportò le più atroci torture nelle carceri di via Tasso e le più indiscriminate esecuzioni. La fiera popolazione della piccola Varzi sostenne le distruzioni subite, combatté le epiche battaglie del luglio e del settembre 1944 contro il nemico nazifascista.


Fu una Resistenza che sorse anche spontanea contro la dura occupazione straniera e il progetto nazista del “nuovo ordine europeo”, un progetto basato sull’oppressione e sulla schiavitù, sull’odio razziale e su un conformismo forzato e profondamente illiberale; un progetto esplicitamente condiviso dai fascisti della cosiddetta “repubblica sociale”, che, dopo le prime settimane di smarrimento, si schierarono accanto ai tedeschi. Fu una Resistenza dalle molteplici forme, con la popolazione civile che aiutava i partigiani e nascondeva ricercati, ebrei e prigionieri alleati, con gli internati militari italiani che, a più riprese, rifiutarono il cibo e le condizioni migliori proposte dai tedeschi, con i tanti giovani che, con armamento insufficiente e in situazioni difficili, seppero infliggere gravi colpi alla stessa Wehrmacht.
È indubbio che la Resistenza armata abbia avuto un ruolo importante nella vittoria alleata, tuttavia, a distanza di oltre settant’anni dalle stragi, dai rastrellamenti, dalle rappresaglie che segnarono la guerra di Liberazione, oltre agli aspetti militari, credo sia giunto il momento di dare il giusto rilievo proprio alla dimensione morale e ideale della Resistenza italiana, una dimensione che accomunò tutte le diverse culture politiche delle formazioni partigiane: sia quelle comuniste che quelle socialiste e quelle ispirate al partito d’azione, sia quelle liberali che le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche. Pur tra mille difficoltà, tutte le formazioni partigiane avevano ben compreso come prima del dibattito democratico, segnato da inevitabili e necessarie divergenze, occorresse rinsaldare i vincoli, tanto preziosi quanto fragili, del bene comune, quei vincoli che il comandante piemontese Enrico Martini Mauri così riassumeva: “Certo, durante i periodi di relativa quiete sui monti, erano sempre i progetti di un’Italia più bella, quelli che occupavano le menti dei partigiani”; quei vincoli che Nino Bressan, figura di spicco della Resistenza cattolica vicentina, ebbe a ricordare in questi termini: “Nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra e al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione”.

Le due Medaglie d’Oro al Valor Militare recentemente conferite ai comuni di Roma e Varzi ci portano quindi a riflettere sull’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, come singoli e come comunità; un’idea che deve continuare a essere tenuta in grande evidenza anche oggi: in momenti nei quali appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato e al tornaconto immediato assunti come unici criteri di riferimento, in una fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette e miopi, sorrette solo dalla ricerca esasperata di un facile ed immediato consenso. Riflettere sulle medaglie d’oro conferite alla Capitale e a una piccola cittadina dell’Oltrepò pavese, rievocare oggi le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica Italiana, significa uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte collettive e quelle individuali, significa ritrovare il coraggio di riaffermare e tutelare sempre quella dimensione etica e ideale, quel futuro comune e condiviso che portò alla nascita della Repubblica e fu la causa cui tanti italiani dedicarono il loro impegno e la loro vita.
Francesco Tessarolo, presidente della Fivl


giovedì 1 novembre 2018

Comunicato sezione ANPI Onorina Pesce Brambilla


Anche quest’anno, il 5 novembre l’ANPI sarà in piazza per un corteo antifascista in centro a Pavia. L’occasione è nota: i neofascisti dell’associazione “Recordari” hanno indetto una manifestazione per commemorare il camerata Emanuele Zilli. Come al solito, la commemorazione sarà il pretesto per fare apologia del fascismo, con sventolio di celtiche, chiamate del presente e saluti romani di rito. Tutte condotte che costituiscono reato, e violano il regolamento comunale antifascista ancora in attesa della prima applicazione: che sia questa la volta buona?
Per una casualità, la mattina dello stesso 5 novembre, in università parlerà il ministro Centinaio, che da vicesindaco di Pavia aveva più volte espresso, se non aperto appoggio, almeno vicinanza a esponenti politici neofascisti. Un motivo in più per il nostro corteo.
Dallo scorso anno, la manifestazione fascista non si tiene più in centro, ma è confinata nell’area Vul. Il 5 novembre 2016 noi c’eravamo, e sappiamo quanto ci è costato questo risultato: il bilancio conta le manganellate di quella sera e 30 denunce. Dalle manganellate ci siamo ripresi, e ventitré delle trenta denunce sono state archiviate. Sette persone andranno a processo: tra di loro c’è il presidente onorario della sezione ANPI Pavia Centro, Claudio Spairani. Ancora un motivo per il nostro corteo. Lunedì prossimo saremo in piazza, perché le strade della nostra città non vanno lasciate ai fascisti, per quanto questi siano lontano dagli occhi. E saremo in piazza anche per esprimere tutto il nostro sostegno ai sette imputati per i fatti del 2016. Inoltre, annunciamo fin da ora che riprenderemo la raccolta fondi per le spese legali, e che seguiremo il processo presenziando a ogni udienza, facendo costantemente informazione sul suo svolgimento. I nostri compagni non sono soli. Sappiamo che tutta questa vicenda si concluderà per noi nel migliore dei modi.
L’appuntamento è per il 5 novembre, alle ore 20:45: concentramento in Piazza del Municipio. Invitiamo le sezioni ANPI del territorio a unirsi a noi.
Fin dalla mattina, Pavia sarà antifascista, e lo mostreremo a chiare lettere.