domenica 18 febbraio 2018

"Verso l'arcangelico regno dei partigiani"

La citazione di Beppe Fenoglio ha dato il titolo all'iniziativa promossa da ANPI Provinciale di Pavia e finalizzata a raccogliere "scatti antifascisti" per raccontare attraverso le immagini il percorso che ha portato ciascuno a scegliere l'antifascismo.


Ringraziamo di cuore tutti coloro che hanno partecipato al progetto, con l'invito a continuare a scattare immagini resistenti.


In questa galleria pubblichiamo le fotografie che ci avete inviato per raccontare la vostra storia antifascista.




Cartoline scritte dai miei nonni materni - Simona Lepore



A mio nonno - Enea Bartolini





Deportazione. Possa il treno essere oggi
simbolo di libertà - Francesco Rimoli



Marzabotto, Monte Sole, giugno 2012 - Alessio Duranti



"Ho tanti ricordi di mio padre, ma il più importante è quando lo
vidi per la prima volta: avevo 5 anni" - Simona Lepore





Genova 11 febbraio 2017: Manifestazione Antifascista con
ANPI ATM Milano - Massimo Gabellini





Ingresso alla Risiera di San Sabba
Alessandro Sarti



Ottobre del ‘44 presso Marzabotto, Gott mit uns, Dio è con noi.Cimitero di Casaglia - Francesco Mammarella


Saluto di un fucilato - Scilla Boaretti











La nostra montagna - Enea Bartolini













Interno della Risiera di San Sabba - Alessandro Sarti





Il tenente Armando - Enea Bartolini




Cartoline dalla guerra - Simona Lepore


















I ricordi non muoiono mai - Andrea Materni






Monumento al partigiano,
San Secondo Parmense - Anna Camorali




Borgo Medievale di Gessopalena (Ch) sede della
Fondazione Brigata Majella, paese interamente distrutto
il 3 e 4 dicembre 1943 - Alfonso Innaurato


Cima Gheda, Corno del Sonclino (Bs), croce del comandante
partigiano Giuseppe Gheda detto Bruno - Laura Gatta



Brano di De André e torrente che fu teatro di una
battaglia che segnò la Resistenza nell'Oltrepò Pavese - Monica Garbelli






Siena, Montemaggio, Marzo 2012 -Alessio Duranti



Alla Risiera di San Sabba - Scilla Boaretti




Altipiano Cansiglio dove operava la Divisione Garibaldi
"Nino Nannetti" - Luigi De Nadai

La luna illumina il Monumento alla Resistenza
a Cuneo - Ughetta Biancotto

La lettura garantisce la conoscenza del passato - Roberto Cesare Iori



Luchino Visconti. Dedicato a chi ha sofferto e lottato
per la libertà contro il fascismo per la rinascita
italiana - Michelangelo Cannizzaro








"Questa è casa mia", ingresso cimitero di Fascia - Marcello Canepa



Alfredo Vecchietti - Simon Baraldi


Bobbio Pellice (TO) nelle valli valdesi dove fu partigiano
Ludovico Geymonat - Annalisa Alessio

Alle Nonne di Plaza de Mayo - Alberto Di Giusto



Cerimonia dei caduti della cellula partigiana in Telve
(poi SIP) di Trieste arrestati dalle SS e deportati
a Dachau - Alessandro Sarti

Stresa ricorda gli Alpini - Roberto Cesare Iori


Finero, ingresso Val Cannobina - Mario Albrigoni


sabato 17 febbraio 2018

Mai più fascismi - mai più razzismi

Manifestazione nazionale - Roma, 24 febbraio 2018

Diamo vita insieme a Roma, capitale della Repubblica nata dall'antifascismo e dalla Resistenza, ad una manifestazione che dev'essere davvero grande, popolare, pacifica, partecipata, patrimonio di quanti hanno a cuore l’inalienabile valore della libertà. Lo chiediamo a tutte le persone, ai lavoratori e alle lavoratrici, ai giovani, alle ragazze, agli anziani, alle famiglie, alle comunità, indipendentemente dalle opinioni politiche, dal credo religioso e da luoghi di provenienza.

L’Italia democratica, solidale , responsabile, civile deve alzare la testa e, unita, contrastare con gli strumenti della democrazia, del dialogo, della cultura e della partecipazione ogni deriva razzista, oscurantista, autoritaria ed ogni irresponsabile demaogia che fomenta paure, rancori, xenofobie. L’emigrazione è un irreversibile fenomeno di cui bisogna analizzare cause e responsabilità; coinvolge l’intera Europa e non si risolve con muri e barriere. La gestione delle politiche migratorie dev'essere una gestione sana propositiva, che crei davvero le condizioni per un piena integrazione sociale nel rispetto del dettato costituzionale.

Il tragico tiro al bersaglio di Macerata contro inermi migranti conferma che il tema del razzismo e del fascismo è rammaricamente all’'rdine del giorno; chi minimizza o addirittura sostiene i comportamenti criminali come la tentata strage è allo stesso modo corresponsabile della diffusione di pulsioni razziste e fasciste oggi presenti in segmenti per fortuna minoritari della popolazione. Ma esiste un'altra Italia, quella del volontariato, dell'associazionismo, della convivenza, della solidarietà, delle lotte democratiche; a questa Italia noi vogliamo dare voce. 


L'ininterrotta sequenza di intimidazioni e atti di violenza fascista e razzista di questi mesi, come la provocazione di Como, ha messo in pericolo la sicurezza di tutte e di tutti, che dev'essere garantita dallo Stato democratico attraverso la partecipazione popolare, la promozione dell'eguaglianza sociale, l'integrazione, la conoscenza, la formazione civile e la coesione sociale, l'attività delle forze dell'ordine.

Con la manifestazione unitaria del 24 febbraio, dopo le iniziative dei mesi scorsi a cominciare dal 28 ottobre 2017 e dopo le manifestazioni a Macerata e in molte altre città d'Italia, si deve rafforzare un paziente lavoro di valorizzazione della dignità della persona, dell'apprendimento culturale fin dall'età scolare, del recupero e della trasmissione della memoria, per riaffermare il valore della Costituzione e della sua piena attuazione. Fascismi e razzismi hanno provocato nel '900 le più sconvolgenti tragedie della nostra storia. Mai più!

Per unire: solidarietà e libertà siano il perno della democrazia di oggi e di domani.

Sabato 24 febbraio 2018: concentramento alle ore 13.30 in Piazza della Repubblica, avvio del corteo e arrivo in Piazza del Popolo dove avrà luogo dalle ore 15.00 la manifestazione.


LE ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI DELL'APPELLO "MAI PIÙ FASCISMI"


Roma, 14 febbraio 2018


venerdì 16 febbraio 2018

Pietre d'inciampo 2019

Il Comitato Pietre d’Inciampo Provincia di Pavia, nato nel giugno scorso dalla collaborazione Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Comitato Pavia e l’Associazione Nazionale Ex Deportati, alla luce della positiva esperienza anno 2018, che ha visto, per la prima volta nel nostro territorio, la posa di 9 pietre d’inciampo per 9 deportati nei lager con lo scultore Gunter Demnig, ideatore del progetto, ripropone ai cittadini e alle associazioni l’edizione 2019.


Le pietre d’inciampo necessitano di una prenotazione anticipata di parecchi mesi presso lo studio dello scultore e il rispetto di alcune clausole, quali il consenso dei familiari della persona deportata, l’indicazione precisa del luogo della deportazione, la traccia documentata della biografia del deportato/a, di cui il Comitato si riserva di valutare l’attendibilità, il consenso della proprietà (pubblica o privata) sul cui suolo verrà posta la pietra d’inciampo che inscrive nel tessuto materiale delle nostre città la memoria viva e vibrante di quanti ebbero il nome, e spesso la vita, strappata nel gorgo della deportazione nazifascista.

Questo è il regolamento completo, che potete consultare per conoscere ogni dettaglio della procedura, e questo è il modulo che potete scaricare e che dovete inviare compilato all'indirizzo email sotto indicato.

Il Comitato Pietre d’inciampo, nel farsi promotore dell’edizione 2019, che vede anche la collaborazione e il supporto scientifico del prof. Pierangelo Lombardi dell’Università degli Studi di Pavia, raccoglierà unicamente le domande che perverranno via email all’indirizzo pietreinciampo.pavia@gmail.com entro e non oltre venerdì 29 marzo 2018.
Le domande inviate oltre tale scadenza verranno eventualmente rinviate alla edizione 2020.

Info: Marco Savini ( ANED) 328 922 74 94
Monica Garbelli ( ANPI ) 349 290 49 35
Annalisa Alessio 340 570 22 67


giovedì 15 febbraio 2018

Un giorno come oggi, 15 febbraio 1926


Le considerazioni di Annalisa Alessio e Mario Albrigoni, membri della segreteria Provinciale di ANPI Pavia, sull'antifascismo di Piero Gobetti.


Riflettendo sul pensiero di Piero Gobetti, il "meno italiano" degli antifascisti. 

La lentezza e la pur encomiabile fatica con cui sono stati prodotti i recenti strumenti normativi di contrasto al fascismo, quali, ad esempio, i regolamenti comunali o, caso di questi giorni, l’estenuante dibattito che ha impegnato il consiglio comunale di Mantova annullare il provvedimento che, 94 anni fa attribuiva la cittadinanza onoraria al duce del fascismo, forse più ancora degli episodi di piazze, gazebi e cimiteri da cui si levano saluti romani, per tacere di episodi squadristi come a Como, stanno a dimostrare che l’antifascismo, pur innervato nella Costituzione, non è il paradigma consolidato e diffuso di “autoriconoscimento” degli italiani.
Intiepidito come "patto sulle procedure" durante la prima repubblica, o quietamente smarrito in salvifico accordo contro ogni violenza, spesso declinando al tempo stesso la mai sopita voluttà di una memoria equidistante tra “neri” e “rossi”, proprio ora che il fascismo torna ad occupare sotto diverse sigle il palcoscenico di una politica spesso ridotta all’esibizione sgrammaticata di vacue promesse, l’antifascismo sembra diventare terra di nessuno e terra di tanti, indifferentemente accomunati dalla generica pietà per i caduti partigiani o da un altrettanto generico appello alla Costituzione, allora ultimo frutto di una lotta durata venti mesi, e, oggi settant’anni dopo, in troppe sue parti, mai rigorosamente applicata.
Noi che scriviamo non siamo estranei alla fatica di cercare le parole per proporre i valori dell’antifascismo al III millennio. Di quale antifascismo abbiamo bisogno noi, e il nostro Paese che, pure, il fascismo lo partorì e lo vide crescere, nella diffusa acquiescenza e nella autoassolutoria rivendicazione del “tengo famiglia” di tanti?
Forse le parole in cui maggiormente ci ritroviamo, e che vorremmo fossero a fondamento dell’antifascismo di questo nuovo secolo, sono quelle del “meno italiano” degli antifascisti: Piero Gobetti, che muore esule in Francia in un giorno come oggi 15 febbraio 1926; e che in Francia riposa, lontano dal Paese di cui nella cortigianeria e nella demagogia, nella assenza di serietà e di responsabilità, nella disoccupazione intellettuale e morale, nel dannunzianesimo straccione e nella assenza di una etica civile, descrisse gli storici male del Paese che, in maniera determinante, avevano fornito radici al fascismo del ventennio.
"Noi non combattiamo specificatamente il ministero Mussolini, ma l’altra Italia” –scriveva Gobetti. Quell’Italia accomodante, preoccupata delle esigenze spicciole e del compromesso con la realtà, attenta al successo immediato e pratico che, sommessamente aggiungiamo noi, permise al fascismo un lungo e florido radicamento nello stato e nelle coscienze. Fenomeno tutto italiano che non può certo dirsi felicemente conchiuso all’indomani della lotta di Liberazione, che, pure, in talune sue componenti lucidamente vide (e combattè) nel fascismo i mali antichi del nostro paese, “la tradizione trasformista, unanimista, moderata, conformista e ministeriale, legalista e leguleia, corrotta nel suo gusto di quieto vivere e nel suo rifiuto della chiarezza, adoratrice della mediazione e dell’annacquamento" (cit. Revelli - De Luna, Fascismo e Antifascismo).
Mali che restano immutabilmente disegnati nelle cronache del presente.
“Non può essere morale chi è indifferente” scriveva Gobetti, rivendicando il paradigma di una “incrollabile intransigenza”, valore fondante di un antifascismo disperatamente etico, e perciò disperatamente affidato al futuro di “un’altra rivoluzione”. Meno di ogni altra interpretazione dell’antifascismo comprimibile all’interno del mero arco temporale del fascismo, il canone dell’antifascismo etico di Piero Gobetti ci sembra, ora e qui, quello che davvero può essere destinato a produrre le parole nuove di cui abbiamo bisogno.


giovedì 8 febbraio 2018

Una formazione partigiana meticcia nella provincia di Macerata


Appunti di Wu Ming sulla composizione della banda "Mario", formazione partigiana meticcia operativa nel maceratese.

Settantaquattro anni fa, alle pendici del Monte San Vicino, in provincia di Macerata, combatteva il nazifascismo una delle prime formazioni partigiane d’Italia: la banda “Mario” di San Severino Marche.
Il comandante, Mario Depangher, era nato a Capodistria nel 1897 e già a quattordici anni si era iscritto al Movimento Giovanile Socialista. Dopo vent’anni passati tra scioperi, arresti, espatri e clandestinità, si ritrovò nel ’32 al confino di Ponza, con Sandro Pertini, poi a Ventotene, e infine internato a San Severino. Qui, poco dopo la caduta di Mussolini, cominciò a organizzare un gruppo di antifascisti armati. Già il 14 settembre, sei giorni dopo l’Armistizio, attaccavano un deposito di munizioni, prelevando bombe a mano, caricatori e granate per mortai da 45.

Ogni brigata o compagnia partigiana ha le sue caratteristiche, spesso legate al territorio quanto il sapore di un vino, oppure all’indole di alcuni individui di particolare carisma. Quello che diventerà il battaglione “Mario” si distingue, nella storia della Resistenza italiana, per la provenienza dei suoi “patrioti stranieri”, come vennero indicati in alcuni documenti ufficiali, con un ossimoro molto significativo: erano britannici, francesi, polacchi, boemi, jugoslavi, sovietici, etiopi, somali ed eritrei. «A very mixed bunch» li definì John Cowtan, un soldato inglese che fece parte del gruppo.
Matteo Petracci, che da diversi anni insegue le tracce dei partigiani africani di San Severino, ha fatto notare che la foto in apertura e quella qui sotto, dimostrano che il battaglione “Mario” era ben consapevole della propria singolarità e intendeva conservarne la memoria, come si fa con una testimonianza importante.

Entrambe le foto sembrano studiate apposta per immortalare il «very mixed bunch», mettendo assieme, in un’unica immagine, il medico ebreo Mosé Di Segni, il cappellano Don Lino, il russo Ivan Dovgopolyj, l’ucraino Stepan Ponomarenko, il croato Frane Trlaja, il serbo Rajko Djurić, l’etiope Carletto Abbamagal… Quest’ultimo, nella seconda foto, compare appena, dietro la fila in piedi, oltre le spalle di Trlaja – in giacca e cravatta – e di don Lino. È facile immaginare che questo scatto sia in realtà il primo della serie, dopo il quale “Carletto” viene fatto accomodare al centro dell’inquadratura, come elemento imprescindibile di quella banda meticcia.
Per arrivare all’immagine “giusta”, insomma, il fotografo deve scattare due volte, consumare preziosa pellicola, e il risultato deve poi essere custodito e tramandato, con i rischi che questo comporta. Una fotografia del genere, oltre a incastrare chi la porta, può diventare molto pericolosa anche per quanti vengono ritratti.
Un discorso simile si potrebbe fare per altre due immagini, anche queste legate al medesimo evento fotografico, con i preparativi e poi l’esecuzione dello scatto ufficiale. Si tratta sempre del battaglione “Mario”, ma di un altro gruppo, quello che faceva capo all’ex-abbazia di Roti (Matelica).

Nella prima foto – dove anche il parroco punta la pistola verso l’obiettivo – i tre partigiani africani sono proprio dietro di lui, tutti insieme, ai margini dell’inquadratura. Nella seconda, si distribuiscono qua e là, in tre posizioni diverse, quasi a voler produrre, consapevolmente, un effetto visivo di maggiore mescolanza.

Non è un caso, quindi, se una delle due fotografie finali è stata utilizzata per illustrare una maglietta, corredata dalla scritta «Antirazzisti per costituzione». Forse i partigiani ritratti non pensavano di finire proprio su una T-shirt, ma in senso più largo è proprio a quello scopo che si misero in posa, davanti a una cascina del maceratese, più di settant’anni or sono.
Di certo non avrebbero immaginato che nel 2018, nel capoluogo di quella stessa provincia, un fascista avrebbe sparato a sei ragazzi africani, come se l’orologio della storia avesse girato a vuoto per decenni.
Il 24 febbraio, a Forlì, per il ciclo “Pratiche Meticce”, organizzato dal Centro “Diego Fabbri”, Wu Ming 2 racconterà la storia dei partigiani d’Oltremare del battaglione Mario, arricchita da tutte le più recenti scoperte d’archivio che Matteo Petracci ha messo a segno negli ultimi anni. Da dove arrivavano quei ragazzi africani? Come mai si unirono alla Resistenza? E che fine hanno fatto, dopo la Liberazione?
In seguito alla tentata strage di Macerata, e con un legame ideale alla manifestazione antirazzista del 10 febbraio, abbiamo pensato di dedicare a quel racconto anche una serata di Resistenze in Cirenaica, che riprende così le sue attività nel nuovo anno, come sempre al Centro sociale VAG 61, venerdì 16 febbraio, alle ore 21.
Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/02/partigiani-africani-a-macerata/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+giap+%28giap%29

mercoledì 7 febbraio 2018

Foibe - Storia di un film che non esiste


Una scena del film Foibe, co-produzione Italia/USA, 2013. In una delle sequenze più rigorose dal punto di vista storiografico, il maresciallo Tito - magistralmente interpretato da Alessandro Haber - dà personalmente l'ordine di gettare diecimila italiani nella foiba di Basovizza.
Come ogni anno, il 10 febbraio si sprecano le iniziative in occasione del Giorno del Ricordo. Molte sono accomunate dalla presenza di immagini e descrizioni tossiche, utilizzate in maniera scorretta. 
Funzionale alla ricostruzione delle complesse vicende del confine orientale, riproponiamo una riflessione del collettivo Nicoletta Bourbaki.


E così, di nuovo, e ormai con una certa stanchezza, arriva il 10 Febbraio. Il Cuore nel pozzosarà trasmesso per l’undicesima volta su Rai74, vedremo pubblicata la foto della fucilazione di Dane su diversi siti e giornali e sentiremo le boutades di qualche associazione di esuli. Immancabili le interviste a Cristicchi.
Raccontare la storia al grande pubblico non è mai facile, soprattutto se si tratta di vicende complesse. Più parti se ne occultano, più il quadro risulta incomprensibile. Ma solo aggiungendo l’arroganza di un forte movente politico e una regia mediocre si è potuti arrivare a quello che è il discorso sulle foibe in Italia.
Nonostante l’impegno, l’entusiasmo, i finanziamenti e il consenso bipartisan il Giorno del ricordo è “andato storto”, a partire dalla data scelta.
Non certo per mancanza di alternative, la ricorrenza è stata fissata nell’anniversario della ratifica del Trattato di Pace di Parigi, 10 febbraio 1947, data in cui l’Italia – sconfitta nella guerra che aveva combattuto al fianco di Hitler – si impegnava a restituire tutte le colonie e buona parte dei territori annessi in Istria e Dalmazia.
Per molti italiani un giorno infausto, che li ha trasformati in vittime di un’ingiustizia.
Far coincidere proprio quella data con una narrazione che descrive «gli Italiani» unicamente come vittime significa omettere tutto quel che accadde prima. Ma la realtà non si lascia omettere così facilmente. E così, la caratteristica saliente, la costante del parlar di foibe in Italia è la sfiga, la mosca nella minestra che rovina il pasto quando hai già il cucchiaio in bocca.

1. Sfiga e foibe: un breve campionario

L’abbiamo visto con le medaglie che ogni anno vengono assegnate ai parenti di infoibati/dispersi/caduti che-poi-in-fondo-è-la-stessa-cosa. «Per L’Italia», c’è scritto.
C’è una commissione dell’esercito che studia le biografie dei papabili e dovrebbe garantire l’irreprensibilità di queste assegnazioni – e invece zac!, l’anno scorso spunta quella assegnata a Paride Mori, ex ufficiale del Battaglione “Benito Mussolini” che combatté al fianco dei nazisti. Putiferio, imbarazzo. Han decorato un fascista? Sarà un caso isolato! Ce n’è altri trecento, si scopre subito, perché il Giorno del Ricordo è un medaglificio fascista.
«Io non c’entro», avrà a dire la Presidente della Camera.
Medaglia revocata il 25 aprile. E le altre?
Stjepan Mesic
Stjepan Mesic
L’abbiamo visto con il discorso di Giorgio Napolitano il 10 febbraio del 2007: le foibe e l’esodo scaturite «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Non è cosa da poco, perché se lo dice la prima carica dello Stato significa contestare la legittimità del Trattato di Pace e del confine. E allora zac!, com’era prevedibile il Presidente croato Stjepan Mesic replica in tono compunto – ma corretto – precipitando il teatrino della pacificazione nazionale in salsa nazionalista in un grave incidente diplomatico con interessamento della stampa internazionale.
Sentiremo che dirà quest’anno Mattarella.
Sul fronte delle “arti”, degli strumenti di edificazione a beneficio dell’ampio pubblico, abbiamo visto la già menzionata fiction sulle foibe ambientata in Istria nel 1944 e che dell’Istria non ha nulla, né storia né luoghi.
Del resto, con il 1944 le foibe c’entrano poco.
Simone CristicchiAbbiamo visto lo spettacolo teatrale che innesta il genere pseudostorico nel fertile tronco della commedia popolare: «Un certo Giuliano Dalmata!» Prooot! Risate.
Abbiamo visto il diario scritto da Frediano Sessi come se fosse Norma Cossetto, la conoscenza della cui tragica fine si basa però in gran parte su congetture e dicerie o, per dirla con Roberto Spazzali, «incontrollate fantasie e presunte testimonianze». Un’opera dettata da un imperativo etico, si direbbe.
Lo sterile connubio tra artisti in cerca di finanziamento e foiberia, esoderia, confineorientaleria scade in un rapporto perverso in cui il taglio preciso richiesto dal committente sovrasta le possibilità dell’autore (in genere non eccelse) e il fiasco è assicurato sempre o quasi.
Anzitutto, è indispensabile l’iperbole.
Ecco dunque l’esplosione di Vergarolla (così nota in serbocroato: Eksplozija na Vergaroli) che diventa «la Strage di Vergarolla» che a sua volta, in assenza non solo di una verità giudiziaria, ma anche più in generale di prove certe, diventa «il più sanguinoso attentato nella storia dell’Italia repubblicana».
Tra l’altro, Pola non ha mai fatto parte dell’Italia repubblicana. Semmai – per poco più di vent’anni – del Regno d’Italia, e nel 1946 era amministrata dagli angloamericani.
La strage, tornata da anni prepotentemente in auge, è oggetto di saggi che prescindono totalmente dall’uso delle fonti in lingua serbo-croata, dove forse qualcosa di interessante si sarebbe potuto trovare, come la dichiarazione pubblica dell’anziano polesano Benedetto Buich secondo cui gli ordigni furono fatti esplodere dall’italiano Riccardo Saccon in stato di ubriachezza.
È inoltre diventata proprio quest’anno il soggetto di un documentario sponsorizzato al solito da alcune associazioni degli esuli, documentario intitolato non ironicamente, e dunque tragicamente, L’ultima spiaggia, la cui prima copia è stata subito donata a Cristicchi, ormai nume tutelare e Madrina delle foibe.
L’iniziativa, partita da qui, ci informa che possiamo ricevere una copia del film su blu ray per un prezzo dai 100 ai 190 euro, e non manca di farci sapere che
«ci sono già prenotazioni del […] film per proiezioni in concomitanza del Giorno del Ricordo del 10 febbraio: chi di voi volesse spargere la voce presso enti, amministrazioni o associazioni che possono essere sensibili al tema, ve ne saremmo grati! #UltimaSpiaggiaVergarolla»
…che messo così suona un po’ come una supplica.
Sembra che nell’economia dello show-business italiano, dopo il lavoro di alcuni “apripista”, le foibe siano diventate il tempo supplementare, la possibilità per artisti più o meno in disarmo di accedere a un circuito privilegiato di finanziamenti e vendite garantite, purché siano disposti a maneggiare una sostanza poco piacevole.
Alberto Negrin, regista de Il cuore nel pozzo, continua a galleggiare dalle parti di Raifiction. Cristicchi, dopo aver raggiunto il culmine della fase “impegnata” con Ti regalerò una rosa (si ricorderà Mi chiamo Antonio / credevo di parlare col demonio) è approdato in pochi anni al confine orientale.
E così, eccone molti altri, più o meno giovani e conosciuti, ridotti a frequentare il tema sgradito per eccellenza – e quindi tanto più gratificante per via della pretesa persecuzione politica di chi se ne occupa – magari anche solo per farsi un po’ di pubblicità.
Sono iniziative che partono talvolta dal basso, si mettono all’asta… e fatalmente ancora più in basso sprofondano. Perché occuparsi di foibe porta a benefici concreti solo a mostrarle da una certa angolatura, che al poetico e all’immaginario concede poco, privilegiando piuttosto i toni del risentito e del morboso. All’autore rimangono spazi di manovra strettissimi – Cristicchi alla prima rappresentazione del suo spettacolo ha subito pressioni per non inserire una citazione di Boris Pahor – ma si può consolare con l’esaltazione acritica della stampa, l’affetto del mondo politico e le scolaresche intruppate a teatro.

2. Un genio, due compari e tanti polli: il film Foibe

Di queste iniziative, la più paradigmatica è quella di «FOIBE» IL KOLOSSAL CON 12 OSCAR E 30 NOMINATIONS (urlato nel testo) che ci permette di apprezzare, nelle dimensioni della bufala, l’intero spettro cromatico della vicenda delle foibe in Italia, dall’impossibilità di nutrire dubbi in riferimento ad alcunché venga affermato sulle foibe, la cui verità è sacra, alla scarsa professionalità della stampa nostrana, fino al gigantismo e alla totale mancanza del senso del ridicolo.
Il merito di cotanta rivelazione va al regista Mirko Zeppellini alias John Kaylin, cui, non fosse per le cosucce raccontate qui andrebbe tutta la nostra simpatia, se non altro per l’entità del bidone tirato a certi ambienti.
Mirko Zeppellini aka John Kaylin aka John Michael Kane.
Mirko Zeppellini aka John Kaylin, aka John F. Kaylin, aka…
Ma andiamo con ordine.
Tutto inizia negli ultimi giorni del 2010, quando Il Piccolo di Trieste e una manciata di altri giornali annunciano l’intento di Zeppellini – il quale «fin da giovane si è accostato al mondo dello spettacolo, con la messa in scena di un’opera a soli 13 anni che lo ha fatto conoscere nell’ambiente cinematografico»! – di girare in Friuli Venezia Giulia un film sulle foibe, preannunciando che il successivo 10 febbraio «è prevista una conferenza stampa negli Stati Uniti, al quale parteciperà anche Paolo Sardos Albertini in rappresentanza della Lega nazionale».
Da questo momento sarà un continuo stillicidio di dichiarazioni, sempre più roboanti, faraoniche, ridicole, incredibili.
Del resto, da uno con una biografia così, cioè anche banalmente scritta così, ci si può aspettare davvero di tutto:
Zeppellini«Born Mirko Zeppellini, in Italy, to a family from Parma with Jewish origins. He’s been defined many times as a young genius. For this reason since a young age he decided to adopt a stage name and that’s how John Kaylin was born. A playwright by the age of 12. He got his first play put on at the stage by the age of 13 […] This passion has taken him to also produce soundtracks and to open a publishing company, making an album and soundtrack with the Ennio Morricone.
In addition to three albums with the pianist David Helfgott, who became famous with the Academy Award-winning movie “Shine”. […] When he publicly said that Italy was the last country where an artist could be born, live, and grow; and after he escaped from an anti-semitic attack on him because of his Jewish origins and for producing Jewish artists, he decided to move to South America and to the USA. […]
He’s also working on the screenplay “E”, a story that shows how “mathematically” the existence of God can be proven.
He’s also working, after six years of research and collecting written proof, photographs, and video; the story of the Foibe. A dark period in Europe after WWII that was erased from the school books, to avoid problems for both the Italian and Yugoslavian governments. This has also created trouble for John Kaylin and so he has decided to permanently leave Europe.» Fonte: Imdb
Dopo appena due settimane è Il Friuli, in solitaria, a dare la notizia che «un’iniziativa della Produzione del film ‘Foibe’, ha portato le comunità religiose presenti a Trieste ad unirsi in un’unica benedizione rivolta alle persone che a fine anno arriveranno in Friuli Venezia Giulia per le riprese del film».
Individuando nelle fenditure carsiche insospettate virtù ecumeniche, il regista spiega che
«Foibe chiamerà al lavoro cristiani, islamici, ebrei, buddisti, centinaia di razze e religioni: un gruppo umano [ … ]  Ritengo che questo film sia l’occasione per mostrare in Italia e nel Mondo che siamo realmente tutti parte di questo piccolo grande pianeta [ … ] in modo che tutti possano ricordare che gli insegnamenti di Torah, Vangelo e Corano parlano di popoli di un unico mondo, nati affinché si possano conoscere a vicenda e convivere insieme.»
Attorno al 10 febbraio del 2011 «FOIBE», IL KOLOSSAL CON 12 OSCAR E 30 NOMINATIONS raggiunge la sua massima notorietà, con articoli altisonanti su tutta la stampa locale – compresa quella della minoranza italiana in Istria – più Il Giornale, mercè la sempre brillante penna di Fausto Biloslavo.
Biloslavo scrive, tra le altre cose:
«Durante la presentazione a Los Angeles è stato annunciato che con Kaylin lavorerà il regista inglese John Michael Kane
Fausto Biloslavo
Fausto Biloslavo
Che è come dire: con Zeppellini lavorerà Zeppellini, dato che non risulta esistere alcun «regista inglese» di nome «John Michael Kane», e quest’ultimo è da più parti indicato come l’ennesimo pseudonimo usato da «the young genius».
Biloslavo non è l’unico a essersi bevuto la storia del «regista inglese», e nemmeno il primo. L’ha presa direttamente dal Piccolo. Durante questo passaggio da una velina promozionale a un giornale locale a un giornale nazionale, nessuno ha fatto la minima verifica. Eppure sarebbe bastato un minuto di ricerca su Google per scoprire che «John Michael Kane» è un nome fittizio preso di pacca da un romanzo di spionaggio di Robert Ludlum e dal film che ne è stato tratto, The Bourne Identity.
L’identità sdoppiata e l’immaginario regista inglese finiranno dritti su Wikipedia.
Assieme alla notizia dell’avvenuta presentazione negli Stati Uniti (presentazione di cosa, di grazia, se le riprese sarebbero iniziate a fine anno?), che in provincia fa sempre effetto, sulla stampa si annuncia un’improbabile lista di partecipanti:
«un gruppo di brillanti artisti che vanta ben 12 Oscar vinti e 30 nominations […] Maxime Alexandre, direttore della fotografia, famoso per ‘High Tension’, ‘Mirrors’, con Kiefer Sutherland, ‘Le colline hanno gli occhi’ […] Il make up sarà curato da Vittorio Sodano, che ha lavorato in oltre 30 produzioni, ricevendo due nominations agli Oscar per ‘Il Divo’ di Paolo Sorrentino e ‘Apocalypto’ di Mel Gibson. Aldo Signoretti sarà l’hair stylist. è un’artista di fama internazionale con oltre 60 produzioni e film come ‘Troy’, ‘Gangs of New York’, ‘Romeo + Juliet’».
Non male, se si aggiunge anche che «la post produzione avverrà in USA e seguita dagli stessi tecnici che insiema hanno realizzato la saga di Guerre Stellari, Indiana Jones e Superman», come se questo fosse garanzia di qualcosa.
Al di là del truccatore e del parrucchiere, e dei rispettivi Oscar, la consulenza storica viene rivendicata dalla Lega Nazionale di Trieste, il cui Presidente Paolo Sardos Albertini spiega proprio sul Giornale che «L’iniziativa ha la lodevole aspirazione di far conoscere la vicenda delle foibe a tutto il mondo, attraverso le sale cinematografiche, sul modello di Schindler’s List».
Negli stessi giorni, oltre agli imbarazzanti dettagli di cui sopra, sul sito dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) si scrive qualcosa che comincia a puzzare di bruciato, ovvero che «la produzione del film vuole ringraziare per l’aiuto e la collaborazione: la Lega Nazionale e il suo Presidente, Avv. Paolo Sardos Albertini, il Comune di Trieste, il Sindaco Roberto Dipiazza, Il Vice Sindaco Paris Lippi e l’Assessore alla Politiche Culturali e Museali, Massimo Grego [in realtà si chiama Greco Ndr], Provincia di Trieste e la Regione Friuli Venezia Giulia l’associazione Nazionale Vittime del Dovere d’Italia e il Presidente Cav. Andrea Fasanella Il Ministero della Difesa, lo Stato Maggiore dell’Esercito e lo Stato Maggiore della Difesa, la Guardia di Finanza il Ministero degli Interni e il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, l’on. Isidoro Gottardo e il Gruppo Consiliare Regionale del PDL, Mario Maffi, nostro consulente storico» e ovviamente «tutti gli abitanti di Trieste che vorranno collaborare con la produzione del film».
Come se non bastasse, si annuncia che «una parte dei profitti del film […] sarà devoluta al Children’s Hospital di Los Angeles».
Sembra quasi troppo bello per essere vero, ma notoriamente chi dubita è un disfattista.
Qui sotto, la locandina del film recuperata dagli oscuri recessi della pagina imdb.com di e su Kaylin/Zeppellini. Anche questa potrebbe essere opera di qualche artista che ha meritato l’Oscar, ma in mancanza di notizie certe, meglio non sbilanciarsi.
Locandina del film Foibe
Cosa sono quei segni lì? Sono peli? È Giobbe Covatta?
Dopo tanto scalpore, visto che evidentemente una produzione statunitense sulle foibe «con 152 ruoli, uno dei più grandi film corali della storia oltre migliaia di comparse» può esistere solo nella fantasia e nella megalomania di certa gente, non resta che diffondere ancora più fumo per nascondere l’assenza dell’arrosto.

3. «Smarmella tutto!»

Enzo IacchettiForse è lo stesso regista, stupito dal credito ricevuto, a confondersi e lasciarsi prendere la mano. Ad ogni modo, la cosa funziona per alcuni mesi, con una serie di iperboli tali che, assieme a quanto ricostruito finora, rendono davvero difficile credere che in così tanti abbiano abboccato.
Il primo “lavori in corso” è datato maggio, quando sul solito Piccolo si legge che «Alessandro Haber, Enzo Iacchetti e Nicolas Vaporidis reciteranno una parte nel film Foibe» oltre a «Claudio Gioè, Claudio Castrogiovanni, Gianni Bruschetta [sic, in realtà è Ninni Bruschetta, il “Duccio” della serie TV Boris], Giobbe Covatta, Karolina Porcari, Gianpiero Cognoli, Filippo Guttuso, Fabio Camilli, Elio D’Alessandro e Andrea Lehotska».
Foibe, si annuncia, sarà presentato il 10 febbraio 2013.
Ad agosto l’ultimo fuoco d’artificio, con Enzo Iacchetti che al Festival Idea Format Tv dichiara di avere accettato la regia (o co-regia) del film.
«Dal 26 settembre fino alla Befana riprendo Striscia la Notizia […] Quindi a maggio sarò a Trieste per fare il regista di Foibe
Poi, ovviamente, più niente. Perché il film non esiste. Non è mai esistito. Non potrebbe mai esistere, siamo seri.
Zeppellin
Non sarebbe stato difficile fare una ricerca su Google, nonostante i vari pseudonimi di Zeppellini e il continuo cambio nei nomi delle società coinvolte (Listen o Silent production con o senza la esse finale). Questo evento romano ad esempio, datato 2008, non ha mai avuto luogo e nel comunicato stampa un giornalista coscienzioso avrebbe trovato diverse piste da seguire.

4. La voce di Wikipedia

Del film Foibe è interessante la pagina su Wikipedia, pubblicata da un IP salentino nel gennaio 2013. Poco prima di pubblicare quest’inchiesta, abbiamo dato l’annuncio su Twitter e subito la voce è stata cancellata, dopo più di tre anni di onorato servizio.
È sull’enciclopedia libera che la produzione del film Foibe diventa un fatto compiuto. «È stato girato a Trieste», assicura la voce. Un migliaio di comparse… e nessuno le ha viste!
screenshot_film_foibe_WP
Screenshot della voce Foibe (film). Catturato in data 31/01/2016. La pagina è stata pubblicata il 23 gennaio 2013 da un utente anonimo con l’IP 79.46.248.247. Clicca per ingrandire. Qui la copia della voce salvata su Wayback Machine.
Immediatamente dopo la sua creazione, la voce non viene intercettata dall’attività di patrolling – letteralmente, “pattugliamento delle ultime modifiche” –, procedura routinaria di vaglio delle nuove pagine create su Wikipedia svolta per la gran parte dei casi da utenti amministratori. Il patrolling riveste un ruolo importante per la credibilità del dispositivo Wikipedia, perché grazie a questa attività si possono individuare e cancellare prima che facciano danni, in primo luogo alla reputazione della stessa Wikipedia, voci autopromozionali o palesemente non enciclopediche, oppure vere e proprie voci bufala, su temi o fatti inesistenti.
È plausibile immaginare che il “pattugliatore” incappato nella voce Foibe appena creata – sorvolando sulla valutazione riguardo all’autopromozionalità di una voce dedicata a un film solamente annunciato – si sia fatto trarre in inganno dal riferimento a fonti esterne, che confermavano la notizia di un film in fase di lavorazione. Questi link, presenti in calce alla voce (Il Piccolo e Movie Player) e reperibili con una sbrigativa ricerca su Google, sono stati sufficienti per dare credibilità alla voce stessa. E il serpente si morde la coda: l’esistenza della voce su Wikipedia fa da pezza d’appoggio per menzionare il film in nuove pagine su foibe e dintorni.
Alla data di oggi, la pagina «Discussione» della voce riporta un solo rilievo: «Giobbe Covatta non fa parte del cast di questo film.»
Come già per Assassini nella storia, libro inesistente rimasto come fonte per lunghissimo tempo (guarda caso in una voce sempre connessa alle mitografie del confine orientale), anche per il film Foibe si pone il seguente problema: come si fa a dimostrare che un’opera non esiste? Se il criterio per certificare l’esistenza di qualcosa è la sua presenza su Google, ne consegue che qualsiasi cosa presente su Google automaticamente esiste.
Nel caso del kolossal CON 12 OSCAR E 20 NOMINATIONS, se ne possono reperire consistenti tracce su portali di associazioni o testate giornalistiche a prima vista attendibili, per cui ad un’interpretazione rigida del secondo pilastro di Wikipedia risulta perfettamente plausibile e coerente che una bufala a cui credettero decine di giornali e associazioni di esuli si materializzi e si riproduca ad libitum dalle pagine dell’enciclopedia libera. Se ci credi, niente è impossibile, specie su Google e se riguarda il confine orientale.
Da qui si comprende l’importanza e l’urgenza di una corretta didattica sul tema: a chi viene fatto credere che i morti italiani in Istria e Dalmazia abbiano superato di gran lunga quelli della Shoah – è stato detto qui – è facile poi far credere qualsiasi cosa, anche l’esistenza di un kolossal sulle foibe più epocale di Schindler’s List.
Resta da chiedersi, e anzi lo chiediamo, se il film abbia ricevuto dei finanziamenti e, se sì, da chi.
Forse, per trovare una risposta, potremmo ripartire dalla già citata nota (auto)biografica di Zeppellini/Kaylin. Per la precisione, dal punto in cui si dice che, a causa di Foibe, the young genius «has decided to permanently leave Europe».
Quel che è certo è che dal 2013, come ha scritto Sandi Volk, sull’intera operazione «è stato fatto calare un pietoso e provvidenziale silenzio», perché «parlarne avrebbe fatto coprire di ridicolo, se non peggio, un certo mondo delle organizzazioni degli esuli».
To be continued, con l'annunciato film Rosso Istria, il film "Rosso Istria", attendibile fin dalla locandina, che non mostra affatto profughi istriani ma civili francesi in fuga dai nazisti nel 1940, come già analizzato qui. Ancora una volta, come nel caso della fucilazione di Dane, si spacciano per vittime dello «slavocomunismo» quelle che nella realtà furono vittime dei nazifascismo.
E la saga continua, con il più volte annunciato film Rosso Istria. 
Operazione attendibile fin dalla locandina, che non mostra affatto profughi istriani ma civili francesi in fuga dai nazisti nel 1940, come già analizzato qui.
Ancora una volta, come nei casi dei fucilati di Dane e degli impiccati di Premariacco, si spacciano per vittime dello «slavocomunismo» quelle che in realtà furono vittime del nazifascismo.
L’Italia che nel 1940 invase la Francia e nel 1941 invase la Jugoslavia non solo non ha mai fatto i conti con quelle aggressioni e coi relativi crimini di guerra, ma coltiva un immaginario predatorio, nel quale sequestra e occupa abusivamente lo spazio delle proprie vittime.
Buon Giorno del Ricordo.

Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.