venerdì 6 ottobre 2017

No razza, sì cittadinanza

“Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi.
E il lessico che usiamo definisce chi siamo e quale mondo vogliamo.
Quando – anno 2017 leggiamo la parola “razza” – articolo tre della Costituzione - , noi, cittadini e abitanti del pianeta, non possiamo ritrovarci in essa, né da essa sentirci rappresentati.
Percepiamo anzi questa parola come incongruente intrusione nella splendida architettura lessicale e valoriale della Costituzione repubblicana.
Per questo, guardiamo con grande interesse alla prossima pubblicazione del volume collettivo “No razza, Sì cittadinanza” , curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi, in presentazione il 12 ottobre h. 18:00 presso il Collegio Ghislieri, ringraziando il prof. Redi che ci ha fatto l’onore di invitarci.


La tesi del volume intesa a dimostrare l’inesistenza della “razza”, smontandone i pretesi fondamenti scientifici e antropologici, si costituisce quale passaggio propedeutico alla futura presentazione di un progetto di legge di iniziativa popolare inteso alla cancellazione della parola “razza” dalla Costituzione: su questo terreno la nostra organizzazione è un interlocutore particolarmente sensibile.
La cancellazione di questa parola rappresenta, infatti, a nostro avviso, uno dei modi, certo non l’unico, per contrastare il razzismo del nostro tempo.
A dispetto dell’inesistenza della “razza”, il “razzismo”, questo sì, continua ad esistere, a manifestarsi e a propagare il proprio venefico livore tra i cittadini, costruendo tra uomini di provenienze diverse steccati interiori e distanze mentali più potenti del filo spinato e più ardui da abbattere del cemento del muri che, guardati a vista da uomini armati, sorgono in alcuni Paesi indegni di dirsi europei.
Il razzismo non è un arcaico relitto affiorante dal passato, ma uno degli ingredienti della modernità, là dove essa va declinando la vertiginosa crescita delle diseguaglianze e l’arretramento di ampia parte dell’agire politico dagli obiettivi alti della parità dei diritti e dell’uguaglianza tra cittadini.
In questo iato, trovano spazio “gli imprenditori politici del razzismo”, (cit. Alberto Burgio, Il razzismo)  partiti o movimenti xenofobi che “promuovono una lettura dei conflitti in chiave identitaria ed esistenziale”,  costruendo nel migrante e richiedente asilo “il nemico” colpevole della insicurezza metropolitana, della disoccupazione e del disagio sociale.
L’abolizione dall’articolo tre della parola “razza” certamente non cancellerà il razzismo.
Ma togliendo al razzismo la spietata presunzione di rappresentare una “verità di natura” lo andrà delegittimando come espressione che si arroga il diritto di pensarsi come “ politica”.
La sostituzione della parola “razza” con altra espressione, civilmente più degna, può contribuire a schiudere la porta stretta di un nuovo umanesimo solidale, il cui raggiungimento, quale inapplicato lascito della lotta di liberazione, resta tra gli obiettivi della nostra organizzazione.

giovedì 5 ottobre 2017

Nessun corteo fascista a Pavia

All’indomani dell’incontro, tenutosi in data 4 ottobre 2017 in Prefettura con il Prefetto Attilio Visconti, il Vice Prefetto Vicario Flavio Ferdani, i funzionari della Questura, della Digos e dei Carabinieri, il Presidente della Provincia di Pavia Vittorio Poma, il Sindaco di Pavia Massimo De Paoli, il consigliere comunale Davide Ottini (delegato dal Sindaco a seguire la vicenda 5 novembre), i Segretari provinciali di CGIL, CISL, UIL, il Responsabile ARCI Claudia Lucrezio, il Segretario UDU Luigi Profeta. Presenti per ANPI Provinciale Santino Marchiselli e Annalisa Alessio, dopo un ampio giro di interventi e un confronto serrato che si è protratto dalle 15 al tardo pomeriggio, il Prefetto ha espresso quanto segue:
verrà vietata la marcia para militare che, al rullo di tamburi, ed esibizione di simboli di marca fascista, con partenza dalla sede istituzionale dello spiazzo antistante Palazzo Mezzabarba, il 5 novembre dello scorso anno, ha oltraggiato la città capoluogo, costringendo la nostra organizzazione a compiere un gesto di disobbedienza civile, secondo una scelta condivisa in sede di Comitato Direttivo Provinciale;
la commemorazione di Emanuele Zilli verrà consentita solo ed unicamente in forma di presidio statico, così come era stato vanamente richiesto dalla nostra organizzazione lo scorso anno presso l’incontro in Prefettura del 4 novembre 2016;
il presidio statico si concentrerà esclusivamente in area Vul di Pavia in un arco temporale circoscritto e definito, in un orario che, secondo modalità intese a garantire il più efficace rispetto dell'ordine pubblico, sarà oggetto di ulteriore approfondimento tra i soggetti deputati all’ordine pubblico, Prefettura e Questura;
il presidio statico sarà oggetto di monitoraggio da parte delle forze dell’ordine che identificheranno immediatamente tutti coloro che in un qualsiasi modo violeranno la Costituzione, la legge Scelba o Mancino.
Anpi Provinciale, per il tramite dei propri rappresentanti, assolvendo al mandato a trattare ottenuto all’unanimità nell'ultima seduta del Comitato Provinciale ANPI, aderisce a quanto sopra esposto. Insieme ai soggetti presenti si valuteranno in una fase successiva eventuali altre iniziative da tenersi a Pavia.
Ribadiamo, quindi, che Anpi Provinciale e le Sezioni territoriali aderiranno e parteciperanno unicamente alle iniziative preventivamente ed unitariamente concordate.
Invitiamo i Presidenti a informare tempestivamente i rispettivi Comitati direttivi e gli iscritti, segnalando già l’appuntamento del 14 ottobre h. 21 presso Sala Vanzati Camera del Lavoro per l’iniziativa di formazione e dibattito “ Dalla memoria partigiana al presente antifascista”.
Contiamo sulla vostra attenta e puntuale collaborazione nel diffondere la presente nota.
Grazie a tutti.


La segreteria provinciale, 5 ottobre 2017

martedì 3 ottobre 2017

Inciampare per non dimenticare

Se la memoria dei singoli è fragile come sabbia, la memoria collettiva di una città è pesante, inscritta in materia destinata a rimanere, attraverso il tempo allacciando dall’una all’altra diverse e distanti generazioni.
Per questo, scriveremo una pagina del passato delle nostre città, e di alcuni che le hanno abitate, nelle “Stolpersteine”.
Nelle città d’Europa, da Colonia a Berlino, da Torino a Venezia, le pietre da inciampo affiorano dal selciato, quasi a trattenere il passo di chi è distratto; e il leggero chiarore della lastra di ottone, che le ricopre e reca inciso il nome di quanti ebbero la propria identità cancellata nel gorgo dello sterminio, è una dichiarata stilettata alla supina indifferenza di chi ha dimenticato o rimosso quello che è stato.

Traditi da chi credevano amico, come Rosa Gaiaschi di Pavia;
inseguiti e rastrellati nel fitto delle colline del Brallo, come cinque partigiani, imprigionati a Varzi, fino all’ultimo respiro sadicamente picchiati da un kapo di lager, come il ribelle Teresio Olivelli, prigionieri ammanettati di filo spinato in una guerra in cui ciascuno ebbe in sorte il dover scegliere da che parte stare, come Anna Botto, antifascista, maestra a Vigevano, o Egisto Cagnoni, nato a Broni, socialista, cervello e cuore dalla prima disperata trincea allo squadrismo fascista degli anni 20, donne e uomini, giovani e vecchi, vennero deportati e trasmutati in numero.
Oppositori al nazifascismo o esclusi dal cerchio magico della “perfezione ariana”, portatori di “sangue debole o infetto”, così da dover essere estirpati dal mondo ad opera di volonterosi e convinti carnefici, nei lager ebbero strappata l’identità e la vita.


Le pietre da inciampo, echeggianti nella loro definizione il passaggio biblico che le nomina [1], saranno poste nei nostri selciati da Gunter Demnig, lo scultore che le ha ideate, nel gennaio 2018, là dove hanno vissuto le persone deportate.
Il loro nome e la loro storia, inquietamente, ci vincola al dovere di riconoscerci come uguali, noi che viviamo sullo stesso pianeta, l’uno imparando la lingua e la storia dell’altro.
La realizzazione del progetto è stata curata dal Comitato Pietre da Inciampo, presieduto da Marco Savini, con ANPI Provinciale, Associazione ex Deportati italiani, Anpi Vigevano, Anpi Broni, Anpi Varzi, con il patrocinio della Provincia di Pavia, dei Comuni coinvolti e di Camera del Lavoro.

Gunter Demnig sarà a Pavia, piazza Petrarca civico 32, il 18 gennaio, ore 17:00 per la pietra dedicata a Rosa Gaiaschi deportata su delazione con il figlio e il marito Mario Pettenghi, morto in lager; a Broni il 19 gennaio via Olivelli civico 48, alle ore 11:00 per quella dedicata a Egisto Cagnoni assassinato nella camera a gas di Harteim (Austria); a Varzi il 14 gennaio in piazza Umberto Primo civico 1, ore 9:00 per la posa di cinque pietre per i cinque partigiani catturati al Brallo; a Vigevano il 19 gennaio alle ore 9:00 in via del popolo civico 11 ultimo domicilio conosciuto di Anna Botto, le cui tracce si perdono alle soglie della baracca di Ravensbrück, data alle fiamme dalle SS nel novembre ‘44, e nell’atrio del liceo di via Cairoli civico 27 che vide studente Teresio Olivelli.

Noi, che a questo progetto abbiamo creduto e ci permettiamo di impiegare queste righe anche per ringraziare tutti i componenti del Comitato, prima di tutti Cristina Gaiaschi e Alessandra Magenes, vorremmo che le pietre da inciampo fossero l'esatto punto materiale in cui città diverse “che si succedono sopra lo stesso suolo, incomunicabili tra loro” (cit. Calvino, Le città invisibili) si incrociano, si conoscono, si riconoscono e, forse, cercano un nuovo linguaggio di umanità e pace.
Per dire, oggi, il nostro no ad ogni forma di razzismo xenofobo.


[ 1 ] Romani 9,32-33

32 Perché? Perché l'ha ricercata non per fede ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d'inciampo, 33 come è scritto:
«Ecco, io metto in Sion un sasso d'inciampo
e una pietra di scandalo;
ma chi crede in lui non sarà deluso
».




sabato 30 settembre 2017

Dopo l'incontro delle sezioni ANPI del territorio e  della nostra segreteria con il Prefetto di Pavia, di recentissima nomina diffondiamo il nostro comunicato e ringraziamo tutti coloro che vi hanno partecipato.



La prima frontiera contro il fascismo risiede nella coscienza di ogni uomo libero e giusto; e il primo impegno di ANPI sta nella ricostruzione delle categorie fondanti della democrazia e della partecipazione civile. 
E’ stato in questo spirito che, ieri, la segreteria provinciale ANPI e i rappresentanti delle sezioni territoriali della nostra organizzazione hanno incontrato il prefetto di recentissima nomina a piazza Guicciardi, Attilio Visconti. 
Sono state due ore di un incontro leale e produttivo, in cui in tanti abbiamo preso la parola - e non solo per ringraziare il Prefetto dell’attenzione concretamente dimostrata verso la nostra associazione - che, nata nel giugno ’44, fermamente continua il proprio lavoro per la trasmissione della viva memoria della lotta di liberazione nazionale, contro ogni forma di indifferenza civile, contro il fascismo del nuovo millennio e contro le mille forme di razzismo e di xenofobia.
Sono state due ore nel corso delle quali ogni sezione territoriale ha rappresentato al Prefetto, incontrandone la non formale attenzione, i problemi del proprio territorio, dai sussulti xenofobi, al crescere di una opaca indifferenza verso le istituzioni, alla più o meno larvata irrisione verso la democrazia rappresentativa, al progressivo manifestarsi di minacciose presenze, quando non addirittura di atti vandalici e di aggressioni, che, richiamandosi al regime fascista, e riproponendone il lugubre arsenale simbolico, trovano nuova linfa nel disagio economico, nella solitudine delle periferie e delle coscienze, nel dilagante egoismo sociale e nella precarietà economica e esistenziale dei giovani.
Nel ribadire la nostra piena lealtà alle istituzioni della Repubblica, e nella convinzione che la fase storica presente richieda a tutti noi la valorizzazione dell’eredità resistenziale, quale unico, sostanziale, antidoto al fascismo del III millennio, qualunque sia la sigla sotto cui esso si presenta, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, in ognuna delle sue ramificazioni territoriali, ritiene necessario continuare nel percorso avviato ieri di limpido confronto con il rappresentante del Governo e con le espressioni territoriali di una democrazia rappresentativa che deve essere riconosciuta e potenziata, se vogliamo costruire un futuro di civiltà e di nuovo umanesimo, sconfiggendo la nuova barbarie, alimentata da antichi pregiudizi e da nuove paure.

La segreteria ANPI PROVINCIALE.

28 settembre 2017    

lunedì 25 settembre 2017

Bella ciao, Ornella Andreani Dentici

Noi vogliamo ricordarla come la ragazza che, una notte, nascostasi in Aula Volta, (foto) dopo la chiusura del palazzo centrale dell’Università di Pavia, andò tappezzandone le mura di scritte antifasciste e antitedesche. Erano con lei gli amici Dante Faccioli e Franco Andreani, che sarebbe diventato suo marito. In tre che erano, avevano un solo revolver. E solo di questo armati, nella città inquieta e impaurita, andarono “ad innalzare una bandiera rossa sulla torretta dell’orologio che si affaccia sulla centralissima Strada Nuova, a pochi metri dalla prefettura e dalla sede della Federazione neofascista” (cit. Giulio Guderzo l’altra guerra).
Quando, finito il coprifuoco e la ragazza Ornella con i suoi due compagni se ne uscì dal portone dell’Università, sulla torretta dell’orologio rosseggiava una scritta: “ Giustizia e Libertà”. 
Il fascismo aveva le ore contate.
Noi non sappiamo se furono proprio le mani della ragazza Ornella a tracciare la scritta della riscossa e le sue dita ad innalzare la bandiera che cantava alla Liberazione. Ma sappiamo che ad unirla ai suoi compagni antifascisti era un grande coraggio e, forse più ancora, una immensa, incandescente voglia di vivere senza più guerra, in un Paese libero dalla oppressione e dalla barbarie che già le aveva ucciso il fratello Jacopo, studente antifascista, catturato dai militi della famigerata legione Muti, consegnato alle SS e deportato a Gusen II (uno dei sottocampi di Mauthausen ) dove sarebbe morto nel marzo ’45.
Mentre esprimiamo il nostro lutto per la scomparsa di Ornella Andreani Dentici, che in quella stessa Università sarebbe tornata, trascorrendovi una vita di studio, ricerca ed insegnamento, il nostro pensiero va alla generazione di Ornella e di Jacopo.
Cresciuti sotto il fascismo, da sé stessi, questi ragazzi seppero trovare il coraggio del no, le parole per dirsi antifascisti, e per contrastare nel fascismo, che, in spregio alle leggi della Repubblica, ancora oggi si manifesta, l’aberrazione estrema della violenza e la vergogna dell’oppressione dell’uomo sull’uomo. 
Di quel “coraggio del no” e di una stessa vitale passione civile oggi abbiamo bisogno.


mercoledì 20 settembre 2017

Il caso Giuseppina Ghersi. Per avvicinarsi alla verità

A perfezionare il quadro sul caso Giuseppina Ghersi e sulle polemiche generate; sulla più vasta questione delle narrazioni tossiche, dei falsi storici, delle manipolazioni e degli inquinamenti, che stanno alla base della pericolosa operazione di revisionismo storiografico da più parti diffusa; giunge l'inchiesta del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, che volentieri consegniamo ai nostri lettori.



"Savona, 2012. Uno dei manifesti affissi dal partito «La Destra» e dall’associazione «Ragazzi del Manfrei». L’uccisione di Giuseppina Ghersi vi appare arricchita di dettagli che non si trovano in alcun documento giudiziario conosciuto, né in alcuna testimonianza resa all’epoca dalla famiglia. A rendere pubblici alcuni di questi documenti sono stati proprio i neofascisti, che però non hanno scrupoli nel divulgare versioni alterate, più «cariche» e turpi, per suscitare emozioni facili. Giuseppina è vittima non solo dei suoi carnefici, ma anche dei suoi “beatificatori”. Fare inchiesta è una necessità, per restituire alle storie il loro senso. Una necessità vitale. Buona lettura."

di Nicoletta Bourbaki 

La grande maggioranza dei commentatori che negli ultimi giorni si sono precipitati a esprimere giudizi indignati ed emettere sentenze a dir poco tardive sul caso Giuseppina Ghersi, non ne aveva mai sentito parlare prima del 15 settembre scorso, quando ne ha scritto – e vedremo in che modo – il Corriere della Sera.
Altri ne avevano forse un vago ricordo, per aver letto Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, che dedica alla storia mezza paginetta.
In realtà, nel Savonese le polemiche durano da oltre vent’anni. Il caso Ghersi è da tempo il cavallo di battaglia dell’estrema destra locale.

Anche stavolta, a rialzare il polverone sono stati i neofascisti. Le polemiche su un’annunciata targa in ricordo della tredicenne presuntamente uccisa «dai partigiani» hanno saturato i media locali, per poi travalicare i confini della Liguria. Quando lo “scandalo” è diventato nazionale, la narrazione tossica era già confezionata, pavloviana, perfetta, pronta per scatenare il linciaggio mediatico. «L’ANPI di Savona giustifica chi stuprò una bambina! Vergogna! «Chiudete l’ANPI di Savona!», ha intimato più di un pennivendolo, e gli attacchi velenosi all’ANPI nel suo complesso si sono sprecati, da parte non solo di fascisti ma anche di quelli che io-sono-antifascista-ma.
Si tratta – come dimostrato in modo meticoloso da Yadad de Guerre – di una «bufala nella bufala»: l’ANPI Savona non aveva dichiarato niente del genere. Ma smentite e precisazioni sono state ignorate, e a peggiorare la situazione è giunto un comunicato dell’ANPI nazionale scarno e tutto sulla difensiva.
A completare il quadro, la diffusione virale di una foto che – pure questo lo vedremo – si riferisce a tutt’altro luogo, tutt’altra circostanza, tutt’altre dinamiche, ma che è stata ripubblicata in modo ossessivo. Nella convinzione che mostrasse Giuseppina «portata via dai partigiani», l’immagine è stata brandita come «prova» di non si sa bene cosa, forse di qualunque cosa.
Tutto ciò senza verifiche né approfondimenti, senza mai la richiesta di una fonte, prendendo semplicemente per oro colato quanto, sulla morte di Giuseppina Ghersi, raccontano – ogni volta aggiungendo dettagli – i neofascisti.
Come spesso accade, la matrice neofascista dello “scandalo” è stata occultata. Sui giornali tale Roberto Nicolick – estremista di destra espulso dalla Lega Nord e finito persino in un’inchiesta della Procura di Roma sui contatti europei del Ku Klux Klan – diventa un semplice «insegnante in pensione» (e chi legge può pensare che insegnasse storia, mentre era educazione fisica); tale Enrico Pollero, consigliere comunale di Forza Nuova, è definito – bell’eufemismo – «di centrodestra».
Praticamente nessuno, nei giorni scorsi, si è posto questioni di merito e metodo che a noi sembrano imprescindibili. In fondo, di Giuseppina Ghersi non frega niente a nessuno, è solo l’ennesima palla da cogliere al balzo, l’ennesimo cadavere da strumentalizzare, l’ennesima donna su cui si sfidano branchi maschili, l’ennesimo stupro da rinfacciare all’Altro, da usare per parlare d’altro. Anche questa è cultura dello stupro.
A differenza di molti, noi vogliamo davvero sapere chi uccise Giuseppina e perché.
E l’unico modo per avvicinarsi alla verità è discutere di questa storia seriamente.
Per poterlo fare, vanno prima esclusi il “rumore”, l’approccio scandalistico, le cose che non c’entrano. Vanno ignorate le emozioni un tanto al quintale, la compulsione a far girare “memi” e altre immaginette, ogni genere di reazione impulsiva e inconsulta. Va esclusa l’idea che un capo frettolosamente cosparso di cenere sia meglio di una testa che si prende il suo tempo per ragionare.
Vanno vagliate le fonti, e va ricostruita la genesi della storia come oggi viene ripetuta.
Nella fase preliminare di questa inchiesta, prenderemo in esame soltanto e rigorosamente il materiale già disponibile in rete al momento in cui sono esplose le polemiche (seconda settimana di settembre 2017), lasciando da parte quanto abbiamo acquisito in seguito e tuttora stiamo acquisendo. Perché?
Per dimostrare che certe verifiche sarebbero state possibili.
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lunedì 18 settembre 2017

Appello per lo ius soli

L'Anpi provinciale si unisce alla mobilitazione di educatori e docenti a sostegno dello ius soli e dello ius culturae, e invita tutti a firmare affinché venga approvata la legge. In poche ore sono già state raccolte migliaia di firme a sostegno dell'appello lanciato dal maestro Franco Lorenzoni e dallo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il cui testo qui di seguito.


Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.



Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo - che sono legge dello stato - sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento. 
Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all'appello cliccando 
qui.

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”, esclusivamente per raccogliere proposte, esperienze e suggerimenti da condividere, per preparare le iniziative che si realizzeranno il 3 ottobre e nel mese successivo. Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole. 

Primi firmatari dell'appello

 
Franco Lorenzoni maestro elementare
Eraldo Affinati insegnante e scrittore, fondatore della scuola Penny Wirton
Giancarlo Cavinato segretario del MCE, Movimento di Cooperazione Educativa
Giuseppe Bagni presidente del CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti
Clotilde Pontecorvo presidente della FITCEMEA
Gianfranco Staccioli segretario della FITCEMEA
Roberta Passoni coordinatrice della Casa-laboratorio di Cenci
Paola Piva coordinatrice scuole migranti
Alessandra Smerilli scuola per stranieri ASINITAS
Sara Honegger scuola per stranieri ASNADA
Fiorella Pirola rete scuolesenzapermesso