sabato 28 aprile 2018

Il 25 aprile e i suoi nemici. Riflettendo sulla rappresentazione odierna della Resistenza e del fascismo vecchio e nuovo


Eccovi il testo dell'orazione tenuta da Luca Casarotti il 25 Aprile a Pavia.
Per chi volesse, è disponibile il video a questo link

1. Lo slogan che scandiamo più spesso, lungo il corteo che ogni anno ci conduce qui in Piazza Italia, consiste di due versi, com’è frequente per gli slogan. Il primo recita: «Il 25 aprile non è una ricorrenza». Il secondo lo completa, echeggiando Calamandrei: «ora e sempre Resistenza». Questo motto ormai classico, che caratterizza le piazze antifasciste con costanza almeno dagli anni ’60, coglie una verità fattasi nel tempo sempre più palese, ossia che la rappresentazione del 25 aprile, specie nel discorso istituzionale, tende a celebrare il momento della Liberazione isolandolo dal suo contesto. In questa rappresentazione il conflitto e il nemico vengono obliterati o relegati a uno sfondo indistinto. Sfuocate si percepiscono le ragioni della guerra partigiana, edulcorato e come sublimato il modo in cui fu combattuta. Persino il nome del nemico è pronunciato di rado, quasi che non dire il nome serva a scongiurare il ritorno della cosa. Le riflessioni che vorrei oggi fare con voi riguardano questa rappresentazione corrente del fascismo e della resistenza, poiché a tale rappresentazione solamente, e non agli eventi rappresentati, mi è dato assistere, e di essa solamente mi è dato perciò parlare in maniera, mi auguro, credibile.


2. Due anniversari sollecitano la riflessione attorno a questo 25 aprile: cadono infatti nel 2018 l’ottantesimo anno dalla promulgazione delle leggi razziali, iniziata nel settembre del 1938, e il settantesimo dall’entrata in vigore, il 1° gennaio 1948, della Costituzione repubblicana. Basterebbero queste due date a mostrare che non è possibile comprendere la Resistenza e le sue conquiste senza considerarne il vincolo antitetico con la storia che l’una e le altre ha generato. Non posso che limitarmi a qualche considerazione minima, a fronte d’un tema così vasto. Lo farò dunque adottando la prospettiva che meglio consente d’inquadrare i due anniversari nella loro specularità, cioè quella che ci offre l’art. 3 della Costituzione, nel cui primo comma, come sappiamo, la razza è assunta come una categoria in base alla quale l’ordinamento giuridico non può fondare alcuna discriminazione, ferme restando le azioni positive che devono essere invece intraprese per eliminare le discriminazioni esistenti, giusta la direttiva dell’eguaglianza sociale sostanziale impartita dal comma II dello stesso art. 3.
Il razzismo era stato un carattere costitutivo del fascismo: aveva fatto parte del suo piano originario, a dispetto della vulgata apologetica che afferma il contrario, sostenendo che si sia trattato di un accidente catastrofico, di un cedimento dovuto a ragioni di sudditanza verso il più forte alleato tedesco. Per capire la falsità della tesi assolutoria bisogna esercitare la visione periferica; bisogna cioè volgere lo sguardo al confine orientale d’Italia e alle colonie.
Com’è stato detto autorevolmente, nelle colonie il regime di brutale separazione gerarchica tra i colonizzatori italiani bianchi e i colonizzati neri ha anticipato l’apartheid. Quanto al confine orientale, non vanno anzitutto taciute le responsabilità dello stato liberale nei mutamenti di popolazione all’indomani del 4 novembre 1918: del clima di nazionalismo esasperato fecero le spese soprattutto tedescofoni, sloveni e croati, espulsi a centinaia perché sospettati di fare propaganda anti-italiana. In questo clima, uno dei primi atti squadristi nella Venezia Giulia annessa all’Italia con la fine della prima guerra mondiale fu l’incendio a Trieste del Narodni dom, simbolo cittadino delle comunità slovena, croata e ceca. Una volta al potere, il fascismo attuò una politica che assunse la denominazione ufficiale di «bonifica etnica», finalizzata all’italianizzazione di un territorio storicamente multiculturale e mistilingue, cui doveva corrispondere la snazionalizzazione (meglio: la cancellazione) delle comunità allogene, complessivamente e dispregiativamente identificate come “slave” (la connotazione spregiativa dell’attributo sta nella sua etimologia, che è la stessa di “schiavo”). E laddove non riusciva la pressione burocratica del regime, subentrava la violenza fisica spinta fino all’omicidio, come fu per Lojze Bratuž, un organista sloveno che dirigeva un coro e lo faceva cantare in sloveno. Per questo solo motivo Bratuž trovò la morte, dopo che gli fu fatto bere olio per motori. Prodotto grottesco e insultante della bonifica etnica fu l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi. Tutto ciò ben prima del 1933 e dell’avvento del nazismo.
A questo stato di cose reagisce l’Assemblea costituente scegliendo di fare menzione della razza all’art. 3. Settant’anni più tardi ci chiediamo se abbia ancora senso mantenere nel testo della Costituzione quella «parola maledetta»: la formula è di Meuccio Ruini, che in seno alla Costituente presiedette la commissione cosiddetta “dei settantacinque”, incaricata di redigere il progetto di Costituzione da sottoporre all’assemblea plenaria. A rilanciare il dibattito ha contribuito di recente un volume collettaneo, significativamente intitolato No razza, sì cittadinanza, alla cui stesura hanno partecipato molti studiosi dell’università di Pavia. Non voglio qui prendere posizione su questo interrogativo, che si pone all’incrocio tra diritto, linguistica, antropologia e scienze biologiche. Oggi il mio compito è semmai ricordare che lo stesso interrogativo si era posto il Costituente, e che la decisione di adoperare la parola “razza” nel testo della Carta fondamentale fu il frutto non d’una scarsa avvedutezza scientifica, ma d’una scelta politica e lessicale estremamente consapevole. Di tutto ciò offrono testimonianza i lavori dell’assemblea.
Nella seduta del 24 marzo 1947, Mario Cingolani propose infatti di sostituire, nel testo dell’art. 3, alla parola “razza” la parola “stirpe”. L’emendamento venne respinto. Nella discussione furono decisivi gli argomenti di due colleghi di Cingolani, Renzo Laconi e lo stesso Meuccio Ruini che ho menzionato poc’anzi. In nome della razza, essi sostennero, il fascismo aveva espulso con ferocia sempre crescente i supposti inferiori dalla comunità delle persone cui era accordato anche il solo formale godimento dei pieni diritti, laddove gli inferiori erano tutti coloro che non appartenevano alla razza ariana, o alla «pura razza italica», come si leggeva nel Secondo libro del fascista, un testo destinato all’educazione elementare. Il concetto di razza, una volta legittimato giuridicamente, aveva aperto la strada alla discriminazione tra esseri umani, alla deportazione, allo sterminio. Non si poteva fingere che ciò non fosse mai accaduto; occorreva invece impedire che la razza continuasse a essere una categoria in ragione della quale lo Stato potesse fondare nuove o vecchie discriminazioni. Per questa causa il termine “razza” compare nella Costituzione. Si è trattato dunque di una ragione storica obiettiva e contingente, come disse Ruini.
In questa luce appare tutta la pochezza di quello che non è nulla più d’uno stratagemma retorico: invocare cioè la Costituzione per giustificare un assunto razzista. È mio dovere non essere vago: come sappiamo, durante l’ultima campagna elettorale, il futuro presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha prima invocato la “razza bianca” come un dispositivo di esclusione, poi si è giustificato affermando che anche la Costituzione parla di razza. È un espediente misero. Chi se ne serve dimostra (o finge) di non aver capito il senso dell’art. 3. A settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione c’è da chiedersi se la contingenza di cui parlava Ruini sia nel frattempo venuta meno. Noi ora sappiamo meglio di allora che le razze umane non esistono. Ma sappiamo anche – o dovremmo sapere – che esiste il razzismo, e che continua a uccidere.

3. Torniamo adesso alla vulgata apologetica che vorrebbe rimuovere il razzismo dal piano originario del fascismo, imputandolo alla condiscendenza obbligata del regime a Hitler. Quest’idea, che abbiamo visto essere falsa, ha le sue radici in uno dei più pervicaci stereotipi sull’indole del bravo italiano, in contrapposizione qui al cattivo tedesco. Uno stereotipo di cui durante la seconda guerra mondiale si servì la propaganda alleata prima, e anche quella badogliana in seguito, con il fine d’instillare nella popolazione un sentimento d’avversione verso il regime, e poi verso lo stato fantoccio di Salò. Dopo la guerra, lo stesso stereotipo divenne un adagio giustificazionista, sfruttato per non fare i conti con l’eredità del fascismo, che si voleva percepire ormai come un fenomeno altro dallo Stato nuovo. E mentre questo racconto autoassolutorio prendeva corpo anche nell’opinione pubblica, in molti settori dello stato repubblicano (prefetture, questure, scuole) continuavano a operare, spesso in posizioni di vertice, gli stessi funzionari che si erano formati sotto il fascismo e avevano servito il regime. Nessuna Norimberga, nessuna palingenesi. A ciò è da aggiungere la larga applicazione che la magistratura fece del provvedimento di amnistia del 22 giugno 1946 voluto da Togliatti.
Oltreché sull’indulgenza per le politiche razziste, la vulgata riabilitatrice del fascismo si è da sempre retta su un’altra pseudotesi, attualmente molto in voga, e compendiata nello slogan secondo cui il fascismo avrebbe fatto anche cose buone. Si tratta di propaganda grossolana, che non regge alla verifica dei fatti, impietosamente demolita già da tempo eppure ancora circolante. Mistificazioni come quella per cui Mussolini avrebbe inventato la previdenza sociale e dato la tredicesima mensilità a tutti i lavoratori. In realtà il sistema previdenziale esisteva dalla fine dell’Ottocento, e il regime introdusse la gratifica natalizia ai dirigenti e agli impiegati del settore industriale, mentre agli operai aumentò le ore di lavoro, non il salario. Al riparo della sua retorica socialisteggiante, il fascismo ha sempre fatto l’interesse del grande capitale, non della classe operaia. E badate che questo giudizio non è condiviso solamente dai marxisti: uno di coloro che l’hanno formulato con più chiarezza è Ernesto Rossi, il quale fu uomo d’idee liberali, coautore del Manifesto di Ventotene. A diffondere questa propaganda apologetica è oggi soprattutto l’ambiente – un manipolo di pagine sui social network – che per i contenuti veicolati si è guadagnato il nomignolo di “fascio-facebook”. Si potrebbe quindi pensare a un fenomeno di internet: il che sarebbe comunque rilevante, data la platea dei potenziali fruitori. Ma non si tratta solo di questo: delle stesse mistificazioni è fatto un uso politico che rasenta l’apologia del fascismo. «Per i pensionati ha fatto sicuramente di più Mussolini della Fornero»: la dichiarazione, del febbraio 2016, è del leader della Lega Matteo Salvini.
C’è, poi, una vulgata riabilitatrice dell’uomo Mussolini, protesa nello sforzo di raccontarne le gentilezze, le paure e le piccole meschinità private; cioè di plasmare nella coscienza collettiva il ricordo del comune individuo, e non del dittatore a capo di un regime criminale. In questo biografismo ombelicale scompaiono la politica e la storia, e rimane solamente un pugno di aneddoti pruriginosi. Artefici di questo cattivo racconto sono stati intellettuali generalmente riveriti nel nostro Paese: su tutti Indro Montanelli, che specie negli ultimi anni della sua vita ha goduto di una fama trasversale agli schieramenti politici. Nell’immediato dopoguerra Montanelli fu tra i primi, insieme al collega giornalista Paolo Monelli, a comprendere le potenzialità dell’operazione riabilitatrice. Potenzialità anzitutto politiche, perché riabilitare Mussolini permetteva di perpetuare nell’opinione pubblica l’idea che a risolvere i problemi dell’Italia dovesse essere l’uomo forte al comando. Com’è evidente a chiunque, l’idea è ben lungi dal tramontare, non solo nella cultura di destra. Di tono simile a quello montanelliano erano gli articoli dedicati al duce dai periodici a diffusione di massa «Oggi» e «Gente», e spesso firmati da giornalisti che restarono per tutta la vita fedeli alle loro convinzioni fasciste: per «Oggi» scriveva Ivanoe Fossani, già promotore dello squadrismo nel mantovano e confidente dell’Ovra, per «Gente» Giorgio Pisanò, già volontario della Rsi.

4. All’intento di riabilitare il fascismo s’accompagna l’insistenza nell’imputare la caduta del regime a un affare tutto interno al partito nazionale fascista e nello svalutare di conseguenza il ruolo dell’antifascismo, fino praticamente ad annullarlo. La vulgata antipartigiana è infatti l’altra faccia dell’apologia del fascismo. È bene chiarirlo: non si tratta di una narrazione confinata alla propaganda risentita della destra nostalgica, ma di un discorso alimentato da una divulgazione diretta al grande pubblico, che attinge talvolta acriticamente dalla pubblicistica neofascista. È quanto la storiografia ha messo in luce riguardo ai libri del ciclo dei vinti di Giampaolo Pansa, cui pure ha arriso il successo editoriale. La vulgata antipartigiana si esercita soprattutto sugli episodi di maggiore conflittualità nella guerra di Liberazione, su cui la memoria è, e non può non essere, divisa. Il caso probabilmente paradigmatico è l’attacco di via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944: per decenni, il discorso pubblico attorno all’azione dei GAP contro il Polizeiregiment Bozen è stato inficiato da falsi storici e pregiudizi messi in circolo dapprima in ambienti repubblichini, poi ripetuti a lungo anche dalla grande stampa. Tuttora la discussione attorno a via Rasella non è immune dai cascami di quella retorica. Non è vero, ad esempio, che l’attacco determinò l’intensificarsi dei bombardamenti sulla capitale: al contrario, essi diminuirono. Ma l’affermazione più odiosa, che rimonta a un articolo dell’«Osservatore romano», è quella secondo cui, non presentandosi al comando tedesco, i gappisti provocarono l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Non fu mai affisso nessun manifesto in cui si ordinava ai partigiani di presentarsi. A Roma, prima delle Fosse Ardeatine, non aveva formalmente avuto luogo alcuna rappresaglia per le azioni partigiane. Dell’eccidio, il comando tedesco diede notizia a massacro avvenuto, con la famigerata formula «l’ordine è già stato eseguito». Paradossalmente, l’azione dei GAP, lodata dagli alleati, è stata ed è ancora denigrata nel nostro Paese: invece che sull’oppressore nazista, in molti preferiscono scaricare sui partigiani la responsabilità di un eccidio disumano, considerato una rappresaglia illegale – ma ciò è forse il meno – dai tribunali che l’hanno giudicato. Altro è mettere in guardia dal feticizzare la Resistenza, facendone un mito sottratto alla verifica storiografica, altro denigrarla, allestendone un racconto diffamatorio del tutto sganciato dalle fonti.

5. Una simile rappresentazione del fascismo da un lato e della Resistenza dall’altro ha progressivamente influito sull’immaginario pubblico, e ha accompagnato il sempre più accentuato disfacimento dell’argine antifascista, fino all’avvento al governo, a metà degli anni ’90, delle forze postfasciste, che mai fino ad allora avevano preso le distanze dalla tradizione – soprattutto repubblichina – di cui il msi s’era proclamato l’erede. Un salto di qualità al quale ha corrisposto un cambio di paradigma anche nella retorica istituzionale sulla fondazione dello Stato repubblicano, al cui centro s’è installato il motivo della memoria condivisa. Ciò che è accaduto a partire almeno dal discorso d’insediamento dell’on. Luciano Violante alla presidenza della Camera dei Deputati, il 10 maggio 1996, con il quale l’ex esponente comunista invitava, nell’ottica della pacificazione nazionale, a comprendere le ragioni dei ragazzi «e soprattutto delle ragazze» che scelsero Salò.
Sono tuttavia troppi gli interdetti che ancora impediscono una piena assunzione di responsabilità da parte italiana sul suo passato fascista: dall’uso delle armi chimiche in Africa orientale all’omessa o inadeguata punizione dei criminali di guerra. E non può aiutare a gettare luce su questo nostro passato prossimo, al netto delle buone intenzioni, un museo del fascismo a Predappio: non perché non occorra un progetto museale sul fascismo, ma perché è controproducente – cioè rischia di alimentare ulteriormente il culto per il suo oggetto – inserirlo in un contesto tutt’ora inquinato dai pellegrinaggi nostalgici al paese natale del duce. In uno stato di cose siffatto, costruire una memoria condivisa è possibile solo a patto di rimuovere il conflitto dalla storia: a patto dunque di fare della storia un uso strumentale, asservito alle esigenze politiche contingenti. E quando si costruisce la memoria su basi tanto incerte, capita di confondere l’oppressore con l’oppresso. Per non fare che un esempio, è potuto così accadere che in occasione del Giorno del Ricordo le massime istituzioni della Repubblica, complice una disposizione di legge formulata in modo talmente vago da consentirlo, negli anni abbiano decorato letteralmente centinaia di militari inquadrati nelle formazioni collaborazioniste della Rsi, come ha documentato anche il «Corriere della Sera» nel 2015.

6. Mi rendo conto di aver dipinto un quadro a tinte fosche. Non dobbiamo nasconderci del resto che rinsaldare l’argine antifascista è un lavoro di lungo periodo. È un errore credere che l’emergenza si sia risolta con la debacle elettorale dei partiti neofascisti lo scorso 4 marzo. Certo, pochi voti sono meglio di tanti, ma il nucleo del problema non è nelle urne. C’è intanto il fatto che alcuni punti del programma neofascista, o fascista tout court, hanno travalicato i confini dell’estrema destra e sono stati legittimati nell’agone democratico. Per molto tempo, fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori il neofascismo non è stato avvertito come una questione politica rilevante. Nel mentre si andava perdendo la capacità di riconoscere la matrice originaria di quelle istanze, appena non fossero state ammantate della simbologia del ventennio, come se servissero il fez e la camicia nera a fare d’una qualunque posizione una posizione fascista. Questo meccanismo presiede alle logiche securitarie in nome delle quali sono continuamente invocate restrizioni all’accoglienza, una repressione penale sempre più severa e sempre meno extrema ratio, un diritto indiscriminato all’autodifesa: temi su cui pare essersi innescata tra le forze parlamentari una rincorsa a interpretare con la maggiore radicalità un bisogno di sicurezza in larga parte indotto e non reale. L’odio per lo straniero (beninteso: l’odio per lo straniero povero) ha contagiato l’immaginario pubblico, e quest’immaginario, non un’astratta follia, ha armato la mano di omicidi, stragisti e tentati stragisti, com’è successo a Firenze nel dicembre 2011, a Macerata lo scorso 3 febbraio, e di nuovo a Firenze il 5 marzo.
E ancora c’è la violenza dei militanti, nella maggior parte dei casi organici agli stessi partiti neofascisti che si presentano alle elezioni. Solo dal 2014 ad oggi, il sito “Info Antifa” ha raccolto le notizie di 159 aggressioni compiute da neofascisti. E si può credere ragionevolmente che esista anche una cifra nera, cioè un numero di aggressioni delle quali non si ha notizia.
Con quest’insieme di problemi dobbiamo misurarci, quando vogliamo affrontare le manifestazioni odierne del fascismo. È indubbiamente un compito gravoso e sgradevole; sarebbe senz’altro meglio se non dovessimo occuparcene. Ma è impossibile ignorare la questione e lasciare che il discorso fascista, e la violenza che ne è l’emanazione diretta, guadagnino ulteriore legittimazione nello spazio pubblico.
Noi giungiamo a questo 25 aprile dopo che nei primi mesi dell’anno una mobilitazione antifascista diffusa, direi “di massa”, ha attraversato l’Italia: pensiamo alle centinaia di presidi e cortei, a cominciare da quello maceratese, che il 10 febbraio hanno risposto nel migliore dei modi al gesto infame di Luca Traini e all’ideologia di cui quel gesto è espressione. Pensiamo alle innumerevoli manifestazioni di protesta che hanno contestato i comizi elettorali tenuti dai capi delle formazioni neofasciste. Di questo rinvigorito protagonismo antifascista Pavia è stata in un’occasione il centro propulsore. Quando il 3 marzo scorso ha cominciato a circolare la notizia che nella notte qualcuno aveva incollato un adesivo con la scritta «qui ci abita un antifascista» sotto le case di decine di noi, un’ondata di solidarietà e soprattutto di orgoglio antifascista ha superato ben presto i confini cittadini, scatenandosi in tutta Italia. Quell’adesivo, reinterpretato in mille modi, ha cominciato a comparire ovunque: esibirlo ha significato una rivendicazione collettiva di appartenenza. Ha insomma trasformato in un boomerang l’impresa dell’ignoto autore, a cui vogliamo sia data anche ufficialmente un’identità. Che si tratti d’un fascista, possiamo dire senza tema di smentita. Rinnovo da questo palco, a nome di tutte e tutti, la solidarietà a chi di noi ha subito un’intrusione sgradita e pericolosa nella sua vita privata. L’orgoglio dimostrato qui e altrove ha significato anche il rifiuto del ruolo di vittime passive di quella che è a tutti gli effetti un’intimidazione.
Nei mesi scorsi s’è poi conclusa per molti la vicenda giudiziaria che aveva fatto seguito al presidio antifascista del 5 novembre 2016, che le forze dell’ordine vollero provare a disperdere con l’uso della forza. Come sapete, il presidio era stato indetto per protestare contro la marcia dei militanti neofascisti organizzata nello stesso giorno dall’associazione “Recordari”. L’archiviazione sancisce che non ci fu in quell’occasione nessuna delittuosa resistenza a un pubblico ufficiale. Sono inoltre convinto che i sette compagni per i quali l’iter non s’è ancora concluso (tra di loro c’è il presidente del circolo ANPI cittadino), e ai quali va la mia vicinanza complice, dimostreranno la fondatezza giuridica delle loro ragioni. Sulla moralità del nostro gesto, che allora chiamammo «disobbedienza civile», non abbiamo mai avuto il minimo dubbio. E permettetemi, paragonando il grande al piccolo, di usare il sostantivo “moralità”, con il quale coscientemente richiamo il sottotitolo dell’opera maggiore di Claudio Pavone.

7. In conclusione del mio intervento ringrazio l’ANPI, organizzazione di cui sono esponente, e la Rete Antifascista di Pavia, alla quale l’ANPI partecipa insieme a molte associazioni cittadine e a molte singole persone: il lavoro pluriennale di queste realtà ha radicato a Pavia una forte consapevolezza antifascista e ha contrastato ogni tendenza a passare sotto silenzio o minimizzare l’importanza del tema.
Si sa che, quando diviene luogo comune, un concetto perde gran parte della sua capacità di produrre significato e di tradursi in pratica. È quello che accade con le espressioni «Costituzione nata dalla Resistenza», o «repubblica nata dalla Resistenza», se – come spesso capita – le ripetiamo in maniera meccanica, formulaica, vorrei dire “disimpegnata”. Per dare senso a queste espressioni, cioè per impedire che divengano parole senza idee, bisogna raccontare la Resistenza senza infingimenti, per ciò che essa fu, nelle sue componenti di guerra civile, patriottica e di classe. Bisogna raccontare il fascismo storico e saper riconoscere il fascismo odierno, che non può presentarsi come quello d’allora, ma che non di meno ripete i caratteri del fascismo eterno, l’ur-fascismo di cui parlava Umberto Eco: il virilismo, il culto della bella morte, l’elitarismo posticcio e il conseguente disprezzo del più povero, la narrazione di una comunità necessariamente coesa, mai attraversata al suo interno da conflitti, e la conseguente individuazione d’un nemico sempre straniero… Le istituzioni non vivono disincarnate dalla storia, ma assumono le forme che dà loro chi di volta in volta le impersona. Non basta dunque che un’istituzione, un partito, un’associazione culturale, una comunità siano dichiarate antifasciste una volta, perché lo siano in eterno. Serve che la prassi realizzi quell’iniziale statuizione di principio.
Che la festa della Liberazione possa darci la forza morale necessaria a essere e dirci quotidianamente antifascisti. È ciò che auguro anzitutto a me stesso. A questa scelta di campo spero d’aver tenuto fede, pronunciando oggi le mie parole. Ringrazio voi tutte e tutti per avermi voluto ascoltare.



Elenco ragionato delle fonti

Qui di seguito cito i testi che ho consultato per la stesura di questo intervento. Menziono soltanto quelli che attengono direttamente ai temi trattati: altre letture e altre esperienze, come ovvio, hanno influito sulle posizioni che ho espresso.

1. Sul discorso istituzionale attorno al 25 aprile seguo l’impostazione proposta da Vanessa Roghi, Non c’è liberazione senza antifascismo, internazionale.it, 22 aprile 2015, https://www.internazionale.it/opinione/vanessa-roghi/2015/04/22/25-aprile-resistenza-liberazione, (consultato il 27 aprile 2018).

2. Sul razzismo come carattere originario del fascismo, e sul colonialismo fascista come anticipazione dell’aparteid si può vedere Enzo Collotti, La politica razzista del regime fascista, http://www.italia-liberazione.it/novecento/interCollotti.html (consultato il 27 aprile 2018). Sulla bonifica etnica del confine orientale, un’esposizione efficacie e sintetica si trova nell’articolo di Piero Purini, Il prequel del Giorno del Ricordo. La venezia Giulia dalla prima alla seconda guerra mondiale, in Nicoletta Bourbaki (a cura di), La storia intorno alle foibe, internazionale.it, 10 febbraio 2017, https://www.internazionale.it/notizie/nicoletta-bourbaki/2017/02/10/foibe (consultato il 27 aprile 2018); per una trattazione approfondita si veda, dello stesso autore, la monografia Metamorfosi etniche: i cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria (1914-1975) [2° edizione] Kappavu, Udine 2014. Piero Purini, la cui famiglia ha subito le conseguenze dell’italianizzazione forzata, ha di recente riacquisito l’originario cognome Purich.
A proposito del dibattito sulla parola “razza” in costituzione, il volume collettaneo che cito nel testo è quello curato da Manuela Monti e Carloalberto Redi, No razza, sì cittadinanza, Ibis, Pavia 2017. Traggo le informazioni sulla seduta dell’Assemblea costituente del 24 marzo 1947 da Girolamo De Michele, La parola “razza” e la Costituzione, 22 gennaio 2018, http://www.lacostituzione.info/index.php/2018/01/29/la-parola-razza-e-la-costituzione/ (consultato il 27 aprile 2018). Per le dichiarazioni di Attilio Fontana sulla razza bianca a rischio, rilasciate a Radio Padania il 14 gennaio 2018, e per il successivo appello strumentale alla Costituzione, si veda ad esempio Attilio Fontana colpisce ancora. «La costituzione parla di razze, allora dovrebbero cambiarla», L’Huffington Post, 16 gennaio 2018, https://www.huffingtonpost.it/2018/01/16/attilio-fontana-colpisce-ancora-la-costituzione-parla-di-razze-allora-dovrebbero-cambiarla_a_23334583/ (consultato il 27 aprile 2018).

3. Dallo stereotipo del cattivo tedesco e del bravo italiano prende il titolo lo studio di Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 2013. Sulla mancata epurazione degli apparati statali dopo il fascismo è fondamentale il libro di Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana, Einaudi, Torino 2017. Dell’amnistia Togliatti si è occupato Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano 2006. Sulle mistificazioni a proposito delle “cose buone” che anche il fascismo avrebbe fatto è istruttivo l’articolo di Leonardo Bianchi, Quando c’era lui. Le bufale sul fascismo a cui la gente continua a credere, vice.com, 24 luglio 2017 https://www.vice.com/it/article/d3894m/bufale-storiche-sul-fascismo-mussolini-pensioni-tredicesima-terremoto (consultato il 27 aprile 2018) (ove è riportata la dichiarazione di Matteo Salvini citata nel testo). Per le tesi di Ernesto Rossi sul fascismo a servizio del grande capitale si veda la sua raccolta d’interventi I padroni del vapore, Laterza, Roma-Bari 1955; ora Caos, Roma 2016. La vulgata riabilitatrice di Mussolini è analizzata nel saggio di Mimmo Franzinelli Mussolini revisionato e pronto per l’uso, in Angelo Delboca (a cura di), La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico, Neri Pozza, Vicenza 2009, pp. 203-236.

4. Per la critica al ciclo dei vinti di Giampaolo Pansa si vedano Ilenia Rossini, L’uso pubblico della Resistenza. Il caso Pansa tra vecchie e nuove polemiche, scaricabile da academia.edu (http://www.academia.edu/1720067/L_uso_pubblico_della_Resistenza_il_caso_Pansa_tra_vecchie_e_nuove_polemiche; consultato il 27 aprile 2018); Gino Candreva, La storiografia à la carte di Giampaolo Pansa, in Zapruder 39 (2014), pp. 126-135 (http://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2017/06/Zap-39_14-StoriaAlLavoro2.pdf; consultato il 27 aprile 2018). Sulla propaganda fascista attorno all’eccidio delle Fosse ardeatine è imprescindibile il volume di Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse ardeatine, la memoria, Feltrinelli, Milano 2012: sull’attacco di via Rasella si veda inoltre l’esemplare lezione di Alessandro Barbero, Le reti clandestine. Una rete di partigiani: i GAP di Roma e l’attentato di via Rasella, tenuta al festival della mente 2017 di Sarzana (https://www.festivaldellamente.it/it/9502, consultato il 27 aprile 2018; disponibile anche su YouTube).
Nella Roma occupata dai nazisti, le Fosse Ardeatine furono la prima rappresaglia dichiarata come tale. Precedentemente c’erano state numerose fucilazioni per ritorsione ad azioni partigiane, ma queste esecuzioni erano di solito precedute da processi-farsa in cui i fucilandi venivano condannati per atti compiuti da loro stessi (e non quindi come ostaggi uccisi per punire atti commessi da terzi). Cfr. Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito, cit., p. 208. Va comunque respinto l’argomento ricattatorio secondo cui i partigiani, sapendo che ci sarebbero state delle rappresaglie, avrebbero fatto meglio a starsene a casa. Dai documenti coevi emerge che i comunisti si erano posti il problema e l’avevano risolto decidendo di combattere fino in fondo, senza farsi condizionare dal rischio di rappresaglie. Certamente una reazione bestiale come l’eccidio delle Fosse Ardeatine non era prevedibile, tuttavia occorre riaffermare che un atto di guerra antinazista come quello di via Rasella sarebbe stato militarmente e moralmente giustificato anche qualora i gappisti avessero conosciuto in anticipo l’entità della ritorsione. Cfr. Agire subito, in «L’Unità» clandestina (edizione romana), 26 ottobre 1943, p. 2. Nello stesso numero, a p. 4, cfr. Pogrom a Roma, di ferma condanna contro il rastrellamento del ghetto perpetrato dai nazifascisti dieci giorni prima: «Lo spirito di solidarietà del popolo italiano verso questi infelici, manifestatosi già in varie forme, al tempo della campagna razzista fascista, domanda giustizia e vendetta di fronte a questo spaventoso delitto commesso contro uomini inermi e innocenti, che si vogliono isolare dal resto della popolazione, col barbaro pretesto di una inferiorità razziale, esistente solo nelle perverse ossessioni di Hitler. […] – A tale inaudita violenza occorre resistere con tutte le forze» (corsivi nostri).
Per alcune questioni di metodo sull’uso delle fonti applicate al caso concreto consiglio anche la lettura del post di Salvatore Talia (in collaborazione con Nicoletta Bourbaki), Un paese di mandolinisti. Wikipedia, i falsi storici su Via Rasella e il giustificazionismo sulle Fosse ardeatine, Giap, 5 maggio 2015, https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/05/un-paese-di-mandolinisti-wikipedia-i-falsi-storici-su-via-rasella-e-il-giustificazionismo-sulle-fosse-ardeatine/ (consultato il 27 aprile 2018).

5. Il discorso pronunciato da Luciano Violante in occasione dell’insediamento alla presidenza della Camera dei Deputati si può leggere sul sito istituzionale della Camera (http://storia.camera.it/presidenti/violante-luciano/xiii-legislatura-della-repubblica-italiana/discorso:0#nav; consultato il 27 aprile 2018). La letteratura sulla memoria condivisa è sterminata. Qui ho tenuto presente in particolare Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004. Per approfondire il tema dell’uso delle armi chimiche in Africa orientale il punto di partenza è Angelo Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori riuniti, Roma 1996. Sull’omessa o insufficiente punizione dei criminali di guerra fascisti si possono vedere i volumi di Davide Conti e Mimmo Franzinelli citati al nr. 3. Del progetto di un museo del fascismo a Predappio si occupa il reportage di Wu Ming 1, pubblicato in tre puntate, Predappio Toxic Waste Blues, Giap, 27 ottobre 2017, 7 novembre 2017, 15 novembre 2017 (https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/10/predappio-toxic-waste-blues-1-di-3/; https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/predappio-toxic-waste-blues-2-di-3/; https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/predappio-toxic-waste-blues-3-di-3/; consultati il 27 aprile 2018): in appendice alla prima puntata si può leggere una mia nota sul reato di apologia del fascismo. Sulle medaglie assegnate ai militari collaborazionisti in occasione del Giorno del Ricordo si vedano Alessandro Fulloni, Foibe, 300 fascisti di Salò ricevono la medaglia per il Giorno del Ricordo, corriere.it, 23 marzo 2015; Nicoletta Bourbaki, Il Giorno del Ricordo: dieci anni di medaglificio fascista. Un bilancio agghiacciante, Giap, 15 aprile 2015, https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/04/il-giornodelricordo-dieci-anni-di-medaglificio-fascista-un-bilancio-agghiacciante/ (consultato il 27 aprile 2018).

6. Sulle logiche securitarie può essere utile consultare il libro di Serge Quadruppani, La politica della paura, trad. it., Lantana, Roma 2013. Sulla marchiatura delle case degli antifascisti a Pavia, e sull’ondata di orgoglio antifascista che ha scatenato, si veda tra i tanti l’articolo di Paolo Gallori, Pavia, antifascisti ‘marchiati’ con adesivi sulla porta di casa: la reazione dei sindaci che si ‘automarchiano’, repubblica.it, 3 marzo 2018, http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2018/2018/03/03/news/pavia_antifascista_segnalati_con_adesivo_sulla_porta_di_casa-190277837/ (consultato il 27 aprile 2018). Sulle archiviazioni nel procedimento che ha fatto seguito al presidio del 5 novembre 2016 si veda invece Fabrizio Merli, Presidio antifascista del 5 novembre: prosciolti in 23, laprovinciapavese.gelocal.it, 20 febbraio 2018, http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/02/20/news/presidio-antifascista-prosciolti-in-23-1.16504409 (consultato il 27 aprile 2018).

7. È superfluo precisarlo, ma la definizione tripartita della Resistenza come guerra civile, patriottica e di classe è stata formulata da Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991: su questa definizione sono importanti le riflessioni di David Bidussa, In memoria di Claudio Pavone. La Resistenza, le scelte, gli uomini, le donne, glistatigenerali.com, 30 novembre 2016, http://www.glistatigenerali.com/storia-cultura/claudio-pavone-la-resistenza-le-scelte-gli-uomini-le-donne/ (consultato il 27 aprile 2018). Il saggio di Umberto Eco a cui alludo nel testo è Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2018, originariamente in Id., Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997.

giovedì 26 aprile 2018

Libertà è partecipazione: la festa della Liberazione raccontata ai giovani

Pubblichiamo con piacere il testo dell'intervento di Salvatore Salzano, del circolo ANPI di Stradella, il 25 Aprile a Portalbera.

Una vecchia canzone di tanti anni fa, di Giorgio Gaber, diceva “libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione”.
Proprio a partire da questa vecchia canzone voglio fare alcune considerazioni sul significato della giornata odierna. E voglio rivolgermi ai più giovani, a coloro che oggi non hanno vent’anni. Mi si perdoni pertanto il tono “da vecchio nonno” con cui parlerò di queste vicende.
Oggi ricorre l’anniversario della “liberazione”.
Ma che cosa significa veramente questa data?
Sappiamo che questa giornata è stata istituita, nell’aprile del 1946, per ricordare il 25 Aprile del 1945, quando la voce di Sandro Pertini, da radio Milano Libera, proclamava l’insurrezione di tutto il popolo italiano per cacciare definitivamente dalla nostra patria gli invasori nazisti e i loro complici fascisti.
L’Italia usciva da una guerra disastrosa, nella quale era stata coinvolta da una dittatura feroce, che aveva messo a tacere le opposizioni, ricorrendo all’assassinio di uomini politici, come, ad esempio, Giacomo Matteotti e Giovanni Amendola, giornalisti, come Piero Gobetti, preti, come Don Giovanni Minzoni, che osarono ribellarsi contro la tirannia, contro il regime imposto da Benito Mussolini e dai suoi seguaci. La stessa dittatura feroce che aveva chiuso i giornali indipendenti, proclamato le leggi razziali.

Erano stati 20 anni terribili, senza libertà, con la paura di essere licenziati o denunciati anche solo per aver espresso un pensiero critico verso il governo.
La notte dell’Italia cominciò il 3 gennaio 1925, quando Mussolini si liberò anche della parvenza di un governo democratico e consolidò la sua dittatura.
Quel periodo nero terminò in quell’aprile del 1945, quando gli scioperi dei lavoratori nelle industrie, e i partigiani sui monti e sulle colline, dettero l’ultima spallata per far cadere un regime che nessuno aveva democraticamente eletto e che si era mantenuto al potere solo grazie alla violenza e alla sopraffazione.
Gli italiani riuscirono a liberarsi partecipando insieme, uniti, anche se con idee diverse, alla lotta partigiana.
La lotta partigiana fu un esempio di partecipazione che non si incontra facilmente nella storia. Di fronte ad un nemico comune, tutte le forze politiche italiane, che avevano agito clandestinamente in quei 20 anni, i cattolici, i liberali, i socialisti, i comunisti, gli azionisti, ed anche alcuni settori della monarchia, seppero unirsi e costituire il Comitato di Liberazione Nazionale, il CLN, nato con lo scopo di cacciare i fascisti e i nazisti dall’Italia.
E agli appelli del Comitato di Liberazione Nazionale risposero tantissimi italiani, uomini, donne, giovani e anziani, da Nord a Sud.
Furono in tanti a partecipare, come fecero, subito dopo l’8 settembre del 1943, i cittadini di Napoli, che nelle famose 4 giornate, dal 27 al 30 settembre 1943, presero le armi e cacciarono via i Nazisti dalla loro città.
Questo episodio, fra l’altro, mi tocca particolarmente da vicino perché in quell’occasione trovò la morte, fucilato dai nazisti, insieme ad altri cinque civili, anche il mio bisnonno, Pasquale Salzano, in quella che fu la strage della masseria Maranese: erano colpevoli di aver nascosto circa trenta giovani che stavano per essere deportati nei campi in Germania.
E così fu per migliaia di italiani, si stima che le vittime furono circa 23.000, in tutti i luoghi della penisola. Stragi famose, come a Marzabotto, alle Fosse Ardeatine, a Sant'Anna di Stazzema, e stragi meno note, come per le vittime di Mornico Losana, dove ho avuto l’onore di recarmi lo scorso 25 aprile: Giuseppe Bevilacqua, Alessandro Conte, Cleto Madama e Remo Barbieri.
O come i partigiani di Portalbera, Franco Cavanna, partigiano della Divisione "Aliotta", brigata “Crespi”, ucciso dai fascisti della Sicherheits il 20 gennaio del 1945, e Pasquale Rovati, della Divisione "Aliotta", brigata Gramigna, che insieme ai suoi compagni di brigata Carlo Manelli, Pietro Algeri, e Marco Bertani e a due civili, Carlo Covini e Angelo Luigi Lanzani, furono uccisi il 24 novembre 1944, in una imboscata tesa dai nazifascisti.
E ancora ricordiamo Peppino Carini, della Divisione "Gramsci", brigata Gramigna, ucciso il 26 aprile, ormai a guerra finita, da un gruppo di fascisti, sulla strada per San Cipriano.
E ricordiamo le vittime civili, che pagarono per l’attività antifascista, come Arnaldo Negri, fucilato dalla Sicherheits il 28 marzo del 1945.
E ancora ricordo il sacrificio dei militari: non possiamo non parlare degli atti di eroismo di tanti soldati dell’esercito italiano, abbandonati alla mercé dei tedeschi da un governo vile e da un Re che gettò nel fango la corona, soldati che scelsero quasi tutti da che parte schierarsi: dalla parte dei combattenti per la libertà. Qui a Portalbera ricordiamo il Sottotenente del genio pontieri Pietro Chiesa, ucciso dai tedeschi subito dopo l’8 settembre, considerato dagli storici il primo dei caduti della resistenza, che insieme agli Alpini della divisione “Val di Fassa” e a molti civili della zona di Carrara combatté contro i tedeschi, sapendo subito da che parte stare. Furono tanti gli episodi che videro protagonisti i nostri soldati. Come a Porta San Paolo a Roma, quando il 10 settembre del 1943 molti militari della Divisione Granatieri di Sardegna, del battaglione Genova Cavalleria, della Divisione Sassari e tanti semplici cittadini fecero un disperato tentativo di fermare i nazisti.
E infine, rivolgendomi soprattutto a voi giovanissimi, come non ricordare il sacrificio di tanti ragazzi, quasi bambini. Li ricorda benissimo un’altra bellissima canzone di Eugenio Bennato, “canto allo scugnizzo”, dedicata a quei ragazzini di 10 anni o poco più che durante le 4 giornate di Napoli dettero il loro contributo di piccoli eroi portando messaggi, armi, munizioni.
Tutti costoro pagarono con la vita la loro partecipazione alla liberazione del nostro Paese.
Oggi si sente dire da più parti che non è vero che i partigiani avrebbero liberato l’Italia senza l’aiuto degli americani, si sente dire che i partigiani erano pochi e anche male armati, e che gli americani avrebbero ugualmente vinto la guerra contro i tedeschi. Alcuni arrivano, senza provare vergogna, a dire che i partigiani fecero male a combattere perché causarono la rabbia dei nazisti e quindi le rappresaglie sulla popolazione.
Sì, è probabile che i partigiani non fossero un esercito fortissimo e bene armato, ma il valore di quella guerra partigiana, il valore di quella partecipazione popolare, non sta tanto nel numero di divisioni messe in campo dal CLN, quanto dall’atto stesso di partecipare.
La dittatura fascista poté durare venti anni perché gli italiani lo permisero. Il fascismo aveva preso il potere trovando pochissima opposizione, addirittura con la complicità di chi avrebbe dovuto difendere il fragile regno d’Italia, uscito piuttosto indebolito dalla prima guerra mondiale.
Tanti italiani, in quei primi anni ‘20, protestavano per avere lavoro, diritti, salari sufficienti a condurre una vita dignitosa e, credetemi, dopo la prima guerra mondiale molte famiglie erano veramente ridotte alla fame. Ma furono lasciati soli: la cosiddetta “gente per bene” li considerava dei pericolosi sovversivi, storceva il naso quando scioperavano. Dopo due anni di tensioni sociali e scontri nel Paese, da più parti furono in molti, soprattutto chi era uscito arricchito dalla guerra e non capiva la disperazione di chi invece aveva perso tutto, a voler reprimere ogni forma di protesta.
E la maggioranza stette in silenzio a guardare, e non disse nulla mentre i fascisti pian piano prendevano il potere e soffocavano la libertà nel paese.
La libertà fu persa perché non c’era stata partecipazione: non ci fu nessuno a fermare la marcia su Roma nel 1922, che pure, dal punto di vista militare, fu veramente una cosa inesistente. Lo stesso Mussolini non credeva che ci sarebbe riuscito ed era rimasto a Milano, pronto a fuggire in Svizzera se le cose fossero andate male. Non ci fu nessuno a protestare quando l’onorevole Giacomo Matteotti fu assassinato dopo aver denunciato pubblicamente le illegalità nelle elezioni del 1924.
Gli italiani avevano perso la loro libertà perché non avevano partecipato alla vita del Paese, avevano lasciato ad altri il compito di decidere del loro destino.
Ecco allora il valore della guerra di liberazione: la partecipazione di tantissimi italiani. Chi combatteva, chi scioperava, chi portava i messaggi, chi dava da mangiare ai partigiani o ai soldati italiani, chi disobbediva agli ordini dei fascisti e dei nazisti, tutti questi Italiani, con la I maiuscola, restituirono dignità ad un popolo che sembrava averla persa.
Fu proprio grazie a loro che l’Italia fu trattata con più rispetto di quanto invece avrebbe meritato se fosse rimasta passiva ad aspettare i liberatori. Fu proprio la lotta di liberazione che consentì agli Italiani di non essere trattati come i cittadini di un paese sconfitto ed umiliato. Quegli italiani hanno difeso la nostra bandiera, la nostra terra, i nostri valori.
Quegli italiani ci hanno consegnato un messaggio molto importante: se volete essere liberi, dovete partecipare.
E ci hanno anche consegnato una Carta che rappresenta la nostra Bibbia laica, la Carta che ci dice come dobbiamo comportarci per restare liberi: la Costituzione, che proprio nel 2018 ha compiuto i suoi 70 anni.
Gli italiani per molti anni hanno dimostrato di aver capito la lezione della Resistenza: hanno vissuto nel rispetto dei valori della Costituzione, hanno partecipato alla vita politica del Paese, lottato, democraticamente, per rendere sempre migliore il nostro Paese. Un grande esempio di partecipazione, pur con tanti aspetti controversi, furono le lotte operaie e studentesche del 1968, che hanno contribuito alla conquista di tanti diritti importanti, fra i quali vale la pena di ricordare la carta dei diritti dei lavoratori del 1969, e i decreti delegati del 1974, che hanno significato una scuola democratica e per tutti, anche per i più poveri.
Grazie alla partecipazione abbiamo superato ostacoli molto difficili. Proprio in questi giorni ricorrono i quaranta anni di una grande tragedia per il Paese: il 16 marzo del 1978 un gruppo di terroristi, ammazzando cinque agenti di scorta, rapiva il presidente del maggior partito italiano, l’onorevole Aldo Moro, e successivamente lo assassinava, facendo ritrovare il suo corpo il 9 maggio del 1978. Questi terroristi volevano colpire la Repubblica Italiana, volevano limitare la nostra libertà.
Ricordo quel 9 maggio 1978, non avevo ancora compiuto 16 anni, e mi trovavo a Brindisi, la città in cui sono cresciuto. Appena saputa la notizia io e tantissimi altri uscimmo di casa e andammo nella piazza principale, piazza della Vittoria, per protestare contro quell’orribile e inaccettabile attacco alle nostre istituzioni democratiche. Anche in quell’occasione in piazza c’erano tutte le forze democratiche: comunisti, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani. C’erano casalinghe, lavoratori, studenti, pensionati. E quel giorno fu così in tutte le città d’Italia. Ancora una volta gli italiani, insieme, con la loro partecipazione, sconfissero una pericolosa minaccia alla libertà.
E sempre il 9 maggio del 1978 un altro tragico evento ci ricordava l’importanza della partecipazione e della libertà. Non si trattava di libertà dai tedeschi o dal terrorismo, ma di libertà dalla mafia, quella bieca criminalità che è presente ancora oggi in tantissime parti del nostro paese e che opprime la libertà di tanti cittadini onesti. La Mafia è un nemico ancora più pericoloso, perché si fa forte della paura delle persone oneste, si fa forte, ancora oggi, della complicità di uomini corrotti che operano nelle istituzioni. Contro quel mostro, negli anni 70, un giovane combatteva con le uniche armi che aveva: il microfono di una radio libera, radio Aut, che a Cinisi, il paese del boss mafioso Tano Badalamenti, aveva il coraggio di denunciare pubblicamente la presenza della mafia. Quel giovane, Peppino Impastato, fu assassinato proprio il 9 maggio del 1978, fatto saltare in aria con dell’esplosivo sui binari della ferrovia.
Anche lui pagò con la vita la sua partecipazione per la libertà di questo paese.
Purtroppo però gli anni passano per tutti, e dopo altri quaranta anni dal quel 1978 mi guardo intorno e vedo un quadro che non mi piace.
Il nostro Paese vive un momento pericoloso. Dieci lunghi anni di crisi economica hanno indebolito la parte più povera del paese. Ci sono persone che hanno perso il lavoro e la casa, ci sono imprenditori che hanno chiuso le fabbriche e si sono suicidati, strozzati spesso da regole impossibili e da uno stato che non li ha aiutati. Ci sono malati che non possono curarsi perché la salute è diventata un privilegio per i più ricchi. Ci sono contadini che lasciano il raccolto nei campi perché le regole di un mercato impazzito e in mano alla finanza internazionale non gli consente più di campare del proprio onesto lavoro.
E, contemporaneamente, ci sono persone che non pagano le tasse, che corrompono per ottenere favori, che rubano pur occupando dei posti di responsabilità.
E la criminalità organizzata, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, sono ancora molto forti, e impediscono una vita libera e dignitosa in molte parti del Paese.
E i fascisti, nascosti dietro nuove sigle, tornano a minacciare e picchiare, e a rivendicare il diritto di partecipare alla vita democratica, proprio loro, che la democrazia cancellarono.
Di fronte a tutto questo ci sentiamo sempre meno protetti: quelle istituzioni, quei partiti che dovevano rappresentarci, ci appaiono sempre più lontani, se non, addirittura, responsabili di scelte sbagliate che ci hanno ridotto in queste condizioni.
In questi giorni particolarmente delicati il nostro Paese fatica a trovare un governo stabile. Siamo usciti dalle elezioni del 4 marzo senza avere un partito più forte degli altri ed in grado di governare da solo.
Per alcuni questa è una cosa negativa. Molti dicono che ci deve essere un solo partito che deve poter governare indisturbato.
Spesso si sentono quelle stesse voci che nel 1920 favorirono la venuta del fascismo. Sento persone dire che c’è troppa democrazia, che dovrebbe comandare una sola persona, che la politica “fa schifo”.
Si sentono persone che danno la colpa della crisi non ai criminali e ai prepotenti che ci riducono alla fame, ma ad altri poveracci, più poveri di noi, che cercano di sopravvivere emigrando lontano da casa, proprio come fecero milioni di italiani che nei primi anni del ‘900 emigrarono in Sud America per non morire di fame.
Eppure io credo che proprio grazie a questa legge elettorale, imperfetta, che il 4 marzo non ha dato la vittoria a nessuno, si stia verificando un piccolo miracolo: dopo vent’anni in cui i partiti si fronteggiavano come nemici, negando il concetto base della democrazia, e cioè il rispetto per chi la pensa diversamente, adesso quegli stessi partiti sono stati messi di fronte ad una semplice verità, e cioè che in una società è necessario convivere, raggiungere, se necessario, dei ragionevoli compromessi fra esigenze diverse.
Questo è proprio lo spirito della democrazia parlamentare: i partiti non sono dei giocatori d’azzardo che se vincono prendono il comando e fanno quello che vogliono. I partiti dovremmo essere noi, e rappresentare 60 milioni di italiani che hanno idee e bisogni diversi. I partiti dovrebbero essere in Parlamento per trovare un accordo che ci consenta di convivere civilmente, senza farci la guerra fra noi, tenendoci uniti per fronteggiare un nemico comune, quel folle sistema economico che sta distruggendo l’ambiente in cui viviamo, ci sta riducendo alla fame e ci sta togliendo tutti i diritti alla salute, alla casa, al lavoro, all’istruzione, alla sicurezza personale che avevamo faticosamente conquistato nei primi 30 anni della Repubblica.
Ed è necessario collaborare anche per far fronte ai nemici della nostra libertà. Terrorismo, mafia, fascismo, non sono scomparsi: sono sempre pronti ad alzare la testa, se glielo lasceremo fare.
Per poter realizzare questa idea di democrazia, occorre che i partiti cambino volto. Occorre che trovino nuova forza proprio nella partecipazione. Invece vedo i miei concittadini che preferiscono “star sopra un albero”. Vedo i giovani che dovrebbero scendere nelle piazze e rivendicare il diritto ad un mondo migliore, e che invece passano il tempo davanti alla tastiera di un computer, sfogando, spesso in modo violento, a parole, la propria rabbia, insultando il prossimo che la pensa diversamente.
Il rischio è che un giorno o l’altro ci risveglieremo nuovamente senza libertà, e saremo mandati a combattere una nuova guerra che arricchirà altri ma non certo noi.
Contro questo rischio c’è un solo rimedio: la partecipazione. E lo dico a voi, che non avete ancora vent’anni e che avete davanti una vita intera da vivere. Scendete dall’albero. Occorre partecipare, tornare a fare politica in prima persona, senza aspettare che altri vi dicano come pensare o cosa dire. Non importa in quale partito o associazione o movimento vogliate impegnarvi, purché si riconosca nella Costituzione e nella Repubblica nata dalla lotta al fascismo.
Non importa quali idee abbiate: se il vostro impegno sarà onesto e sincero, sicuramente saprete dare un contributo all’Italia e rendere nuovamente credibili e puliti i partiti che ci rappresentano in Parlamento.
Tornate a impegnarvi contro criminalità, terrorismo, fascismo. Tornate a lottare per il diritto ad una scuola di qualità, che vi faccia crescere come cittadini consapevoli e non come sudditi sottomessi. Avete dei doveri e avete dei diritti: dovete rispettare i vostri doveri, e chiedere il rispetto dei vostri diritti.
Libertà e partecipazione, due parole sempre unite. Non si tratta però di una unione debole, non è solo una “e” congiunzione che le unisce. La vecchia canzone di Giorgio Gaber le univa con il verbo essere: libertà è partecipazione. Si è liberi solo se si partecipa.
Se voi saprete far rinascere la Politica e i partiti, allora vorrà dire che quel vento di libertà del 25 aprile 1945 non si è ancora fermato e per l’Italia potranno esserci ancora momenti luminosi.
Ecco, in conclusione, il messaggio del 25 aprile: la libertà è partecipazione. Siate liberi, abbiate il coraggio di esserlo!

lunedì 23 aprile 2018

Bar Cerere, luogo di ritrovo degli antifascisti della città.

Posata il 18 aprile scorso, in via Mentana 43, a Pavia, la targa dedicata agli antifascisti membri del CLN di Pavia che qui si ritrovarono durante i primi mesi della lotta di Liberazione.
Riportiamo le parole di Annalisa Alessio in occasione dell'inaugurazione.


Ringrazio tutti i presenti, il sindaco di Pavia, l’assessore Galazzo, il Presidente Camera Commercio e il funzionario del Comune che ha collaborato con noi per la posa di questa targa che dedichiamo oggi ai componenti del Comitato di Liberazione antifascista di Pavia.
Mentre raccoglievo le idee mi è venuto alla mente un passaggio delle Città invisibili, là dove Calvino scrive “La città non dice il suo passatocosì accade che città diverse si succedano sopra lo stesso suolo, nascano e muoiano senza essersi conosciute, restando incomunicabili tra loro”.

Il senso del percorso avviato da ANPI Pavia sta tutto qui: il nostro è il tentativo di riannodare passato e presente; di sanare la frattura tra il nostro ieri e il nostro oggi svuotato di valori e povero di memoria. Siamo infatti convinti che la memoria, se vissuta come fatto collettivo e corale, possa sprigionare una piccola scintilla, che ci prende per mano e ci aiuta a capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere per il futuro, se gli indifferenti che assistono alla tragedia del mondo o gli uomini di buona volontà, capaci di intelligenza e ragione, di pronunciare una laica parola di pace e di solidarietà civile.

La memoria collettiva può sprigionare una piccola scintilla che magari può aiutarci a capire perché in questo Paese, proprio in questo Paese, il fascismo si sia fatto tana, forte di un consenso di massa; fino a capire come mai oggi un nuovo fascismo, non quello sgangherato dei banchetti e dei saluti romani, ma quello affondato nel revisionismo, nella indifferenza, nella equidistanza della memoria tra caduti dall’una e dall’altra parte nei venti mesi di guerra civile, nel razzismo e nella xenofobia, continui a trovare consenso, più o meno espresso, anche tra i banchi del parlamento della Repubblica.

Abbiamo iniziato questo percorso di ritessitura dei fili strappati dell’antifascismo, interpretandolo prima di tutto come scelta etica, e riscossa morale dall’acquiescenza servile al più forte, già dal 2015: la sezione Onorina Pesce, che è qui con noi oggi, ha pubblicato grazie anche al sostegno del Comune di Pavia le cartine della libertà, una rilettura della nostra toponomastica, così da individuare, sotto la mappa di Pavia, il reticolo nascosto che ci racconta “cosa” è stata e “perché” è stata la Resistenza, e ci dice della scelta estrema di chi pronunciò il no inflessibile dell’uomo libero e giusto contro la dittatura.

Il nostro percorso si è sviluppato poi con la posa della prima pietra da inciampo pavese, che, secondo le linee del progetto europeo dello scultore che le ha inventate, restituisce il nome a chi ebbe il nome e, spesso, la vita strappata nel gorgo dello sterminio.
Riproporremo il progetto delle pietre da inciampo anche per il 2019, e per il 2019, proporremo la valorizzazione di altri luoghi della memoria da piazza Botta, dove aveva sede una tipografia clandestina resistente, alla Clinica Mondino, luogo di incontro delle prime cellule antifasciste.

In questo contesto, inauguriamo oggi questa piccola targa. Qui dove noi siamo oggi, su questo stesso selciato sul quale noi camminiamo, nei primissimi mesi della lotta di liberazione, gli uomini, giovani, quasi ragazzi, dell’antifascismo pavese si davano ritrovo clandestino per combattere il fascismo, sfidando la polizia fascista di Salò, e la fitta rete delatoria costruita attorno ad essa.

Alberti Lorenzo, esercente, Belli Ferruccio, impiegato, Magenes Enrico, studente, Luigi Brusaioli, impiegato, Balconi Angelo impiegato: i loro nomi figurano in questo ordine nel verbale di denuncia dell’Ufficio della Polizia Investigativa della Guardia Nazionale repubblicana di Salò che – cito sempre il verbale – “avuto sentore che presso il Bar Cerere si radunavano elementi anti nazionali” il 9 dicembre ’44 diede inizio alla retata. Gli arresti spezzano le ossa del CLN di Pavia, e luglio ‘44 allineano verso la deportazione i resistenti pavesi, non prima di aver torturato duramente uno di loro, Ferruccio Belli, che venne esposto nudo e bagnato al gelo del gennaio ’44, perché facesse i nomi dei suoi compagni di lotta.

Mentre rendiamo il nostro abbraccio ai resistenti pavesi, una sola cosa voglio aggiungere, un solo interrogativo: il Paese e il mondo che abitiamo è quello immaginato al di là dell’orizzonte del filo spinato da chi è stato carcerato e deportato?

Questa è la domanda che deve forzare il muro di indifferenza del presente e che, guardandoci dentro, dobbiamo porre a noi stessi, chiedendoci se il nostro silenzio o la nostra indifferenza non sia oggi complice di una nuova barbarie che vede riverso su una spiaggia un bambino di tre anni a nome Alain Kurdi, mentre i bombardamenti dell’Occidente, che hanno come unica posta un barile di petrolio, mandano a morte mille altri bambini come lui.


sabato 21 aprile 2018

Liberazione in festa

Mercoledì 25 aprile 2018, a partire dalle ore 12.30, il cortile del Castello Visconteo si veste di tricolore per accogliere tutti coloro che vogliono festeggiare l'anniversario della Liberazione partecipando a una kermesse lunga tutto il pomeriggio.
Con la collaborazione dell'Associazione Nazionale Alpini - sezione di Pavia verrà offerta una risottata: tavoli e panche saranno appositamente allestititi nel cortile.
Il pranzo e il pomeriggio saranno accompagnati da momenti di intrattenimento tra musica e teatro di strada, con le esibizioni di Ladies in Tune, Alzamantes e Luca Tresoldi.
Al termine della giornata, alle ore 18.30, la Festa si sposta al Politeama dove con ingresso gratuito verrà proiettato il film Pertini il Combattente, diretto da Giancarlo De Cataldo e Graziano Diana.
 


Le Ladies in Tune sono Sabrina Fiorella, Laura Panetta, Alessia Turcato: un trio vocale swing anni Quaranta e Cinquanta. Ispirate e influenzate da famosi gruppi vocali come le Andrew's Sisters e il Trio Lescano, attingono allo stile retrò di quegli anni indossando vestiti e accessori a tema. Il loro repertorio comprende i brani più caratteristi e celebri del periodo, includendo anche arrangiamenti di pezzi moderni e contemporanei in chiave swing, creando un sound che unisce e attraversa diverse generazioni.
Gli Alzamantes sono una folk rock band che propone balli popolari italiani ed europei riproposti in un format unico e inconfondibile, suoni moderni e travolgenti arricchiscono un repertorio etnomusicale vastissimo che spazia dalle Pizziche Salentine alle Gighe Irlandesi. Un viaggio che ripercorre, attraverso un concerto energico e prorompente, le tradizioni musicali e danzanti per uno spettacolo tutto da ballare. Uno spettacolo Balfolk in elettrico o in acustico, rock o tradizionale, ma sempre energico, prorompente e travolgente.
Luca Tresoldi è un artista che ha trovato nel circo, nel movimento e nella musica i mezzi d'espressione a lui più congeniti. Luca si è avvicinato al circo iniziando con la giocoleria per interessarsi poi all'equilibrio, la musica, il movimento e il teatro. Allo stesso tempo geograficamente è partito esibendosi nelle strade italiane esplorando poi piazze e teatri in Argentina, Brasile, Cuba, Messico, per riapprodare in fine nei festival di mezza Europa. Durante la realizzazione dei vari progetti in giro per il mondo, come risposta alle esigenze createsi dal confronto con lingue, culture, paesaggi, musiche, piazze e pubblici differenti il CircoTresoldi muta fino alla forma con cui vi si presenta oggi: un poetico personaggio sempre in movimento, sempre precario, sempre alla ricerca di pubblico.
Il film Pertini il Combattente, diretto da Giancarlo De Cataldo e Graziano Diana e appena uscito nelle sale italiane, è un viaggio pop nella vita del "partigiano presidente", dalla giovinezza antifascista alla Presidenza della Repubblica, proposto come lo spaccato di un secolo di storia del nostro Paese attraverso testimonianze e immagini. Attivista, partigiano, detenuto e poi politico tutto di un pezzo: prima di diventare Presidente della Repubblica - il presidente più amato di sempre - Sandro Pertini è stato da subito un personaggio pop. Nel documentario non solo tanti filmati d'epoca, ma anche le vignette a lui dedicate da Andrea Pazienza, il monologo a lui dedicato da Massimo Troisi, un giovanissimo Maurizio Crozza che lo interpreta. La leggendaria partita al Bernabeu e l'ancor più mitica partita a carte con Bearzot. Con una colonna sonora che raccoglie anche i tantissimi brani musicali a lui dedicati, da 'Babbo Rock' degli Skiantos all'L'estate di John Wayne' di Raphael Gualazzi, a 'Sotto la pioggia' di Venditti e ancora 'Pertini Dance' di S.C.O.R.T.A., 'Pertini is a genius, Mirinzini is not famous' di Ex-Otago. E l'indimenticabile 'L'italiano' di Toto Cutugno.
 


La risottata è offerta fino a esaurimento scorte. Tutti sono invitati a portarsi anche autonomamente vivande da consumare in loco. Si rammenta il divieto di portare bottiglie di vetro



http://www.vivipavia.it/site/home/eventi/25-aprile-2018.html


lunedì 16 aprile 2018

Ordine del giorno del Comitato Nazionale ANPI sulla grave situazione internazionale

Il Comitato nazionale dell’ANPI esprime profonda preoccupazione per la situazione internazionale, che diviene sempre più complessa e pericolosa e sembra allontanare, ogni giorno di più, quello che è il nostro obiettivo primario: la pace.

Nella zona della Siria si stanno compiendo ripetute stragi di civili e di bambini. Il minacciato intervento militare degli Stati Uniti, sostenuto da Francia e Gran Bretagna, può avviare una escalation dall’esito imprevedibile, che potrebbe condurre a un conflitto globale. La UE deve avere finalmente una propria e autonoma e pacifica politica. Iniziative unilaterali o di “volonterosi” portano a situazioni peggiori, come già successo in Iraq e Libia. Il governo italiano, come rigorosamente disposto dall’art. 11 della Costituzione, non deve coinvolgere in alcun modo il nostro Paese in questa nuova avventura bellica. Per questo destano gravissima preoccupazione le notizie relative all’uso già in atto delle basi di Sigonella da parte dell’aviazione USA verso il teatro siriano e l’eventuale futuro uso di altre basi italiane.

L’ONU assiste, più o meno impassibile, riuscendo a fornire un’immagine di preoccupante impotenza.

Infine, il governo turco di Erdogan, approfitta della situazione per sferrare un altro colpo al popolo curdo, dimenticando il contributo, anche di sangue, da esso recato nel corso della guerra contro l’ISIS. Ovunque incombe l’ombra dei foreign fighters. Distrutto, o ridotto quasi all’impotenza il cosiddetto Stato islamico, rimane quanto mai evidente il rischio di azioni terroristiche da parte dei kamikaze legati a Daesh.


Insomma sono ampiamente compromessi, un po’ ovunque, gli stessi diritti umani.

Tutto ciò richiede un governo europeo unitario e solidale all’altezza della complessità e della gravità della situazione ed un contrasto senza incertezze nei confronti dei Paesi UE che, in risposta all’emergenza guerre e migranti, hanno alzato mura materiali, politiche, ideologiche e culturali.

In Palestina è bastata una manifestazione pacifica per scatenare reazioni violente, da parte del governo israeliano, sul piano militare e civile, con morti e migliaia di feriti e prosegue, nonostante il motivato e diffusissimo dissenso internazionale e la radicale opposizione palestinese, il progetto dell’apertura da parte degli USA della sede diplomatica a Gerusalemme.

Si ha l’impressione che i diritti umani, che dovrebbero essere un valore prioritario per tutti, perdano quota, ogni giorno, a fronte di più o meno sopiti interessi nazionalistici e, talvolta, religiosi.

Non cessa l’allarme per lo spostamento a destra (e spesso verso una destra nera) di diversi Paesi d’Europa; ed è preoccupante, certamente, il risultato del voto in Ungheria, oltre ad alcune posizioni tipicamente retrograde della Polonia, che sembrano perfino negare un passato che non si può cancellare né distorcere. 

Grave è anche la situazione dell’Ucraina, nel cui governo siedono persino ministri esplicitamente filo-nazisti, mentre nel Paese infuria dal 2014 una sanguinosa guerra civile.

Nello scenario coreano, dopo reciproche provocazioni e minacce, sembrano per ora superate le posizioni bellicose di Corea del nord e USA: occorre tenere aperti canali e prospettive di un accordo pacifico fra tutti i protagonisti di quell’area.

Questo è il quadro in cui si è sviluppata una migrazione di dimensioni planetarie, accompagnata dal fenomeno criminale degli scafisti. Chi fugge dalla guerra e dalla fame non deve essere fermato con l’avvio a veri e propri campi di concentramento ma le migrazioni vanno regolate nella direzione della inclusione, ove ricorrano gli estremi, non dimenticando mai che l’art. 2 della Costituzione fa riferimento esplicito ai “doveri inderogabili” di solidarietà politica, sociale, economica.

Per l’ANPI resta fondamentale e prioritario l’obiettivo della pace nel mondo, perché ormai non c’è vicenda che non ci riguardi da vicino. Cosi come è fondamentale che la democrazia ed i suoi valori vengano preservati in ogni Paese e prima di tutto in Europa, respingendo ogni tipo di tentativo autoritario, fascista e razzista.

Il Comitato Nazionale ANPI e tutte le strutture periferiche dell’Associazione sono impegnati, in ogni forma possibile, a recare il proprio contributo per la pace, per la convivenza pacifica dei popoli, per il rispetto dei diritti umani, per il pieno radicamento della democrazia nel mondo.

Proprio in relazione al rispetto dei diritti umani il Comitato Nazionale ribadisce l’urgenza di un impegno del governo italiano nei confronti delle autorità egiziane al fine di far emergere con chiarezza le responsabilità dei mandanti e degli assassini di Giulio Regeni. La verità è la giustizia non posso essere negate in nome di qualsiasi ragion di stato.

Il Comitato Nazionale, inoltre, si impegna per avviare una nuova stagione dell’antifascismo su scala europea e per questo ritiene indispensabile ed urgente valorizzare le strutture transnazionali antifasciste esistenti e realizzarne delle nuove.

L’ANPI è in prima fila nella ricostruzione di un grande movimento per la pace, perché, come è scritto nel documento approvato dal 16° Congresso nazionale dell’ANPI nel maggio 2016: “la via della pace e della lotta contro la violenza e i soprusi è ardua, ma è l’unica che possa produrre qualche risultato concreto”. Per questo aderiamo e partecipiamo alla Marcia della Pace “Perugia – Assisi” già indetta per il 7 ottobre 2018 e alla Conferenza sulla Pace indetta dalla Confederazione Italiana fra le Associazioni combattentistiche e partigiane.

La raccolta firme sotto l’appello “Mai più fascismi, mai più razzismi” è un momento fondamentale del nostro impegno e invitiamo tutti i coordinamenti regionali e provinciali a proseguire con impegno nella sua realizzazione. 


martedì 10 aprile 2018

Testimone dell'orrore nazista


L’uomo che muore, laggiù al fondo della tromba delle scale della sua casa di Corso Re Umberto 75, a Torino, l’11 aprile 1987 ha nome Primo Levi e un numero, 174517, tatuato sull’avambraccio sinistro. E’ un chimico e uno scrittore. Quarantadue anni prima, dopo una odissea di alcuni mesi, larga parte dei quali penosamente percorsi a piedi sulle devastate strade d’Europa, era tornato vivo dal lager di Auschwitz. Vi era stato deportato nel febbraio ’44, in quanto “non uomo” infetto e inferiore, perché di “razza” ebraica, come andavano recitando le norme dello stato fascista.
Nei primi mesi dopo la Liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche, nella sua casa di Torino, di getto Levi aveva scritto il suo testo più noto, Se questo è un uomo– testimonianza radicalmente asciutta, delle modalità di vita, sonno, veglia, lavoro, relazioni, morte nel lager.
Tanto forte agì l’imbarazzato processo di collettiva rimozione dell’universo concentrazionario che il libro, rifiutato da alcuni grandi editori, fra cui Einaudi, venne stampato, in prima edizione (1947), da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli.

Ma Levi non è stato soltanto il “testimone” dell’inferno.
Nella potente macchina ideologica dello Stato, in ciascuna delle sue articolazioni e nel sonno della coscienza dei più, intesa a costruire nell’ebreo il nemico razziale, che in quanto sub umano merita spersonalizzazione, deportazione, annientamento, Levi ha individuato una sorta di paradigma universale del baratro sul quale con insensata leggerezza spesso camminiamo. E se il primo libro di Levi, Se questo è un uomo, rende testimonianza di un male particolare, l’ultimo, I sommersi e i salvati (1986), prende dolorosamente atto che il male è diffuso, si è radicato pericolosamente ovunque: “pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali”. (cit. Primo Levi, I sommersi e i salvati).
La testimonianza di Primo Levi, dunque, non semplicemente ci vincola al dovere civile della memoria. Ma soprattutto ci chiama a fare nostra la consapevolezza che quando “in tutte le parti del mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell’uomo, e l’uguaglianza tra gli uomini, si va verso il sistema concentrazionario – ed è questa una strada su cui è difficile fermarsi”. (cit. Primo Levi appendice a Se questo è un uomo– 1976). Scriviamo questo, oggi, mentre un marcato immaginario collettivo, impregnato di liquida paura, definisce “invasori” donne e uomini penosamente arrancanti sul valico italo-francese.
Occorre ricordare, certo. Ma occorre anche sapere che “se l’orrore nazista viene considerato un destino tedesco, non un destino collettivo” (cit. Marguerite Duras, Il dolore) i morti in lager saranno ridotti a vittime di un conflitto locale, e di uno sciagurato accidente della storia.
Una sola risposta per tale crimine: trasformarlo nel crimine di tutti. Condividerlo. Come si condivide l’idea di uguaglianza e di fraternità” (Marguerite Duras, Il dolore).E condividere significa sapere che nessuno di noi è esente dal germe venefico della barbarie verso altri uomini abitanti del pianeta Terra.