domenica 21 gennaio 2018

Pietre d'inciampo - Varzi

Il progetto “Pietre d'inciampo” (in tedesco Stolpersteine) nasce dall’idea dello scultore Gunter Demnig, affinché la memoria incontri le generazioni future attraverso il tessuto urbano e sociale, divenendo parte integrante della vita quotidiana, consegnando una memoria diffusa tra quanti abitano le nostre città, tesa a ricordare le singole vittime della deportazione nazista e fascista.
La posa, nei pressi dell’ultimo domicilio conosciuto della persona deportata, o di un luogo significativo della sua esistenza, è un modo di restituirle il nome, sottraendola al barbaro anonimato cui venne ridotta in lager, e di riportare a casa almeno la memoria di coloro che dal campo di sterminio non fecero ritorno.
Ogni pietra costituisce pertanto una sorta di inciampo interiore, che invita a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, e partecipa in modo transnazionale, alla costruzione di un monumento partecipato, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee dello sterminio nazista e fascista, e ci impegna, oggi, contro ogni forma di razzismo.
L'iniziativa, partita a Colonia nel 1995, consiste nell'installazione, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, di blocchi in pietra ricoperti al di sopra con una piastra di ottone della dimensione di un sampietrino (10 x 10 cm.), recante il nome della persona, l'anno di nascita, la data, l'eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. La prima pietra fu posata abusivamente a Colonia; ora ve ne sono oltre 60 mila in diverse città europee, oltre 200 a Roma, e decine in altre città d'Italia, quali Torino, Genova, Bolzano, Ravenna, Venezia e molte altre.
Nel giugno scorso ANED Provinciale Pavia ed ANPI Provinciale Pavia hanno costituito il Comitato Promotore, di cui è stato eletto Presidente Marco Savini, storico e ricercatore di Aned, e vice presidente Monica Garbelli di Anpi Provinciale. Il Comitato, che ha ricevuto consenso e patrocinio della CGIL, della Provincia di Pavia, e dei Comuni coinvolti nella posa delle pietre da inciampo, ha seguito l’iter procedurale che ha portato lo scultore per la prima volta nella nostra provincia, e precisamente a Pavia, Broni, Vigevano e Varzi; dando vita a questa esperienza di grande suggestione e forza comunicativa.
Il progetto, basato sull'idea che fare memoria è il risultato virtuoso della sintesi tra emozione, rigorosa documentazione e l'evento della posa, è stato affiancato da un percorso didattico coinvolgente alcune classi dell'Istituto comprensivo “ P. Ferarri” di Varzi, incaricate nella ricerca storica volta alla redazione delle biografie dei deportati alla cui memoria sono dedicate le Pietre d'inciampo di Varzi, e qui di seguito illustrate. L'obiettivo del laboratorio di storia è stato così un percorso di lavoro sulla memoria presente e sulle forme di comunicazione e narrazione di questa memoria, facendone emergere i meccanismi e le dinamiche del ricordo.


UGO DOMENICO BOZZI

Nato a Menconico il 17 maggio 1926, morto a Gusen.

Di professione agricoltore, renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, al comando di ‘Primula Rossa’.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944 assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126085), vi muore il 19 marzo 1945.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Località San Martino piazza della chiesa
Monumento ai Caduti posto in località San Martino nel comune di Varzi nella piazza della chiesa
2. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
3. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola




MARIO CASULLO

Nato il 7 aprile 1928 a Sant’Albanodi Val di Nizza, morto a Mauthausen.

Di professione manovale, a soli sedici anni entra nelle formazioni partigiane, Brigata garibaldina ‘Capettini’, Divisione ‘Aliotta’.
Viene arrestato dai tedeschi assieme a numerosi compagni, alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944.
È rinchiuso dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al Castello Visconteo di Pavia e a San Vittore.
Il 30 dicembre 1944 risulta incarcerato nel braccio tedesco e il 16 gennaio 1945 inviato al campo di Bolzano. Da qui viene deportato a Mauthausen, dove arriva il 4 febbraio e gli viene assegnato il numero di matricola 126114.
Trasferito il 17 febbraio a Gusen, muore probabilmente il 25 marzo, nel giorno del suo trasferimento a Wels.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola



GIACOMO CENTENARO

Nato a Varzi il 22 luglio 1925 e residente a Varzi.

Contadino, renitente alla leva, si arruola nella Brigata "Capettini" (Divisione "Aliotta") e partecipa a molte azioni partigiane.
È sorpreso dai tedeschi insieme ad altri compagni il 19 dicembre 1944 nella scuola di Brallo.
Il 30 dicembre risulta incarcerato nel braccio tedesco di San Vittore, a Milano, e il 16 gennaio 1945 è trasferito al campo di Bolzano.
Il 1° febbraio viene deportato a Mauthausen (matricola n. 126118), dove muore il 3 marzo 1945.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola


ANTONIO DEGLI ALBERTI

Nato a Varzi il 15 gennaio 1927, morto a Mauthausen.

Di professione contadino; entra a far parte da giovanissimo della Brigata garibaldina ‘Capettini’, divisione “Aliotta”.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126540), vi muore in data imprecisata.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola




ANTONIO POGGI

Nato a Varzi il 2 gennaio 1924, morto a Mauthausen.

Di professione manovale; renitente alla leva, entra a far parte della Brigata garibaldina ‘Capettini’, prendendo parte a molti combattimenti.
Viene catturato alla scuola di Brallo di Pregola, tra il 18 e il 19 dicembre del 1944, assieme a numerosi compagni.
È incarcerato dapprima all’albergo Corona di Varzi, poi al castello Visconteo di Pavia e a San Vittore. Qui risulta incarcerato nel braccio tedesco il 30 dicembre e inviato il 16 gennaio 1945 al campo di transito di Bolzano.
Trasferito a Mauthausen con il trasporto partito il 1° e giunto il 4 febbraio (numero di matricola 126358), viene poi trasferito a Gusen il 16 febbraio, per tornare poi al campo principale il 1° marzo, dove muore il 13 marzo 1945, per setticemia.

RICORDATO NEI SEGUENTI LUOGHI:
1. Varzi - Scuola materna
Lapide posta sulla facciata della Scuola Materna di Varzi
2. Brallo di Pregola - Scuola elementare
Lapide posta sulla facciata della scuola elementare di Brallo di Pregola






sabato 20 gennaio 2018

Una pietra per Rosa


Una pagina del passato torna a vivere nelle nostre città. Viene inscritta nel selciato stradale affinché tutti coloro che passano tornino a riflettere su quanto accaduto in quel luogo e in quegli anni, in un intreccio di generazioni e spazi differenti.

Gunter Demnig, ideatore delle Stolpersteine, le Pietre d'inciampo, ha posato la prima pietra a Pavia. Questa pietra restituisce il nome, strappato durante la prigionia, a Rosa Gaiaschi Pettenghi, antifascista, catturata dalle camice nere su delazione in piazza Petrarca al civico 32, nella casa in cui abitava con il marito e il figlio, fu internata e deportata in lager a Ravensbrück. Con essa, Pavia partecipa alla costruzione di un monumento diffuso, in cui ciascun nome è come la tessera di un mosaico di memorie europee.

Con questo video, vogliamo ringraziare tutti i partecipanti e coloro che hanno collaborato con il Comitato promotore del Progetto Pietre di inciampo della Provincia di Pavia.


lunedì 15 gennaio 2018

Inciampare per non dimenticare

"La montagna un giorno, è diventata una scelta. E ora è la nostra casa, il nostro letto, il nostro precario rifugio, qualche volta la nostra prigione, la nostra tomba" (cit. Del Boca, La scelta).

Domenica 14 gennaio sono state posate a Varzi le Pietre d'inciampo (Stolpersteine) in memoria di cinque partigiani catturati sulle montagne del Brallo, tradotti e ammazzati in lager.

Ugo Domenico Bozzi 1926-marzo 1945 assassinato in lager.
Mario Casullo 1928-marzo 1945 assassinato in lager.
Giacomo Centenaro 1925-marzo 1945 assassinato in lager.
Antonio Degli Alberti 1927-assassinato in mese imprecisato anno 1945 in lager.

Antonio Poggi 1924- marzo1945 assassinato in lager.

Gunter Demnig - artigiano della memoria, ideatore delle Pietre d'inciampo, monumento diffuso efficace a inscrivere nel tessuto urbano e sociale delle città europee la memoria dei cittadini deportati - ha realizzato la prima posa dell'edizione Inciampare per ricordare, progetto curato dal Comitato Provinciale Pietre da Inciampo Provincia di Pavia, con ANPI e ANED.

Un breve video che illustra le operazioni, realizzato dal nostro presidente provinciale Santino Marchiselli

Noi, che non abbiamo dimenticato.



martedì 2 gennaio 2018

Buon anno e buona Costituzione!

Molto spesso citata, ma poco conosciuta; a volte esaltata, ma non sempre compresa nella sua completezza; è il frutto di un lungo e aperto dibattito, prima nella Commissione dei Settantacinque e poi in Assemblea; ha settant'anni, ma non li dimostra: è la Costituzione della Repubblica Italiana. Straordinariamente ricca e attuale, continua a costituire l'oggetto di analisi e di studio per politologi, storici, costituzionalisti, e studiosi di diritto.
Apre con la disamina dell'articolo 1, la collana edita da Carocci, che, attraverso brevi saggi monografici, focalizzati sui primi dodici articoli della Carta, analizza in profondità i contenuti essenziali, in una prospettiva estranea alle celebrazioni retoriche, con l'obiettivo di sviscerare e ricomporre ciascun articolo all'interno di tre grandi cornici interpretative: la loro genesi storica, le tensioni scaturite nell'ambito del dibattito costituente e la loro effettiva applicazione e attualità. 
Pubblichiamo un estratto del primo volume, curato da Nadia Urbinati.

«L’art. 1 è la carta d’identità del nostro Paese: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. In 24 parole sono contenute le premesse di tutti gli articoli che seguono: sui diritti fondamentali, su criteri e limiti delle relazioni civili, sociali ed economiche e sulla forma rappresentativa e parlamentare del governo. Si tratta di un incipitrivoluzionario, un rovesciamento di prospettiva rispetto al preambolo dello Statuto albertino che aveva retto l’Italia dal 1861: là era il monarca che, originariamente nella lingua dei suoi avi, il francese, “con lealtà di Re e con affetto di Padre” e “prendendo unicamente consiglio dagli impulsi” del suo “cuore” concedeva i diritti ai “regnicoli”; qui è l’Italia che nella sua lingua dichiara sé stessa direttamente, senza appellarsi a nessuna entità al di sopra o al di fuori di essa, e dove i suoi sudditi sono il sovrano.»


Fonte: Nadia Urbinati, ART. 1 Costituzione italiana, Carocci Editore