venerdì 30 giugno 2017

Per Teresio Olivelli

Con piacere, diamo spazio a un'altra risposta all'intervista a monsignor Paolo Rizzi, chiamato a rispondere in merito al processo di beatificazione che sta coinvolgendo il partigiano Teresio Olivelli.


L’intervista del giornalista De Agostino a monsignor Rizzi, postulatore nella causa di Beatificazione del Venerabile Teresio Olivelli, è stata molto interessante per una serie di motivi. Il principale, crediamo noi dell’ANPI di Vigevano, è la presa di posizione netta: Teresio Olivelli non potrà mai essere il santo simbolo anche della scelta resistenziale, portavoce dunque di quei valori non divisivi ma condivisi di libertà, giustizia e democrazia. Sarebbe una strumentalizzazione ideologica. Siamo a conoscenza della presa di posizione della curia di Vigevano, oltre che di monsignor Rizzi, su questo punto. Non potendo negare la scelta di Teresio dopo l’otto settembre del 1943, si teorizza che egli fu cristiano nella Resistenza, come era stato nel Fascismo, ma non fu uomo della Resistenza. 
L’amara impressione che ne ricaviamo è che il periodo partigiano sia il periodo scomodo, quasi fosse una macchia nella biografia di Teresio. Perché? Nei suoi scritti clandestini è chiaro il suo allontanamento dal fascismo anche dal punto di vista ideologico. Bellissime e toccanti sono le sue riflessioni sulla politica come mito e inganno. Il Regime ha ingannato i giovani e li ha trascinati nel baratro di un conflitto mondiale, li ha allontanati dai veri valori che, certo, per Teresio sono i valori cristiani. Il Regime ha reso i giovani servi e ha voluto forgiare un uomo senza la capacità di decidere in modo autonomo, chiamato a credere ma non a pensare.  E qual è la lezione di Teresio? Il monito e il suo grande lascito per i tempi futuri? Invece di proporre una interpretazione, ascoltiamo le sue parole dal giornale il Ribelle (n.2).
“Siamo dei Ribelli: la nostra è innanzitutto una rivolta morale”. Parole attuali, su cui ancora dovremmo riflettere. Ma Ribellione contro chi? “Contro lo stato che assorbe e ingoia scoronando la persona di ogni libertà di pensiero e di iniziativa e prostrando l’etica all’etichetta, la morale al prono rito di ossequio. Contro una classe dirigente di politicanti e di plutocrati che invece di servire le istituzioni se n’è servita per la propria libidine di avventuroso dominio o rapace guadagno, che del proprio arbitrio ha fatto legge….” La Resistenza europea, lo sappiamo, è stata un grande movimento che voleva opporsi al nazifascismo in nome di un’Europa dei popoli, libera e democratica (Libertà giustizia solidarietà era il motto del Ribelle). Per il resistente il crudele ordine mondiale che si stava edificando era la negazione di ogni valore, politico, religioso, umano.
“L’uomo è fatto belva e vittima: fino alla persecuzione spietata delle Gestapò e delle Ovra, fino alle percosse e ai tormenti, la soppressione di singoli e di popoli interi. Ma chi non rispetta in sé e negli altri l’uomo, ha anima di schiavo.” Ecco perché Teresio, come tanti altri, scelse di entrare nella Resistenza, nonostante lo stesso padre Agostino Gemelli avesse tentato di dissuaderlo, consigliandolo di attendere la fine della guerra per impegnarsi.
Ma egli condannava l’attendismo e voleva esserci nel momento storico in cui si era chiamati, in una scontro mortale, a lottare contro la micidiale ideologia divisiva e distruttiva del nazifascismo.
“Tra il loro “mondo” e questo nostro, l’abisso è inadeguabile. Col passato dell’ottobre e del luglio abbiamo tagliato i ponti: il duro travaglio bellico e la sofferta esperienza ci hanno purificato di tutte le scorie: vogliamo spazzarne via le rovine… l’otto settembre è uno spartiacque: di lì rampolla e dirompe la vita nuova della nazione che ci divampa nello spirito, si illumina di verità, freme nell’azione… Chi prova questo alto e fecondo godimento dello spirito sia questa libertà che nessuno ci può togliere, ne sente tutto l’impegno costruttivo, impegno serio, religioso; di vita interiore ed integra, di ripensamento ed approfondimento, di preparazione dei fondamenti e delle strutture della città futura.”
Ecco il grande insegnamento di un uomo della Resistenza italiana che ci dice: uniamoci per creare una nuova convivenza civile e politica, impegnamoci per un mondo migliore e elabora in clandestinità un programma ricostruttivo ad ispirazione cristiana. Che cosa c’è in questo programma? Libertà, uguaglianza, attenzione al valore della persona, lotta contro l’ingiustizia,  il privilegio e la guerra, diritti, scuola per tutti, lavoro. Un utile esercizio sarebbe rileggere questo programma. C’è la nostra Costituzione: gli articoli 1, 2, 3, 4, 11, 12, 29, 34 ecc. Egli ripudiava: “il nazionalismo esagerato che deifica la nazione; il mito della necessità e della fecondità della guerra; l’imperialismo economico che soffoca le piccole nazioni o trasforma i rapporti internazionali in rapporti predatori.
Il “famigerato” Teresio Olivelli, sono parole della Guardia nazionale repubblicana, considerato dai fascisti traditore, fu dunque arrestato, grazie a una delazione, torturato e rinchiuso a San Vittore, poi inviato a Fossoli. Qui, il 12 luglio 1944, non essendo uomo della Resistenza ma anomalo cristiano nella Resistenza, fu inserito dalle SS in un elenco di 70 persone da fucilare. Chi scorre quell’elenco, ci trova il Gotha della Resistenza, tra cui anche i cattolici Carlo Bianchi e Galileo Vercesi. Le SS pensarono di eliminare fisicamente i leader e quelli che ritenevano più pericolosi, prima dell’invio nel lager degli altri. Teresio riuscì ad occultarsi con l’aiuto di Odoardo Focherini e… di due altri reclusi, operai comunisti. Ripreso, torturato di nuovo,  inviato a Bolzano, si inserì subito nella rete clandestina del campo. Il filosofo Pietro Chiodi lo descrive solidale e coraggioso. “Egli sa di essere nel mirino dei tedeschi. Lo sa ma non trema”. Umano, troppo umano, anche nel lager Teresio resta uomo della Resistenza, triangolo rosso dunque. A Flossenburg egli si comportò da cristiano, è vero, fu splendido esempio di umanità, pregò, fu di conforto agli altri, pianse. Soffrì. 
In un mondo senza Dio fu testimone di fede, ma non mise steccati e chi gli era vicino e non era religioso lo amò ugualmente. Perché? Perché vedeva in lui realizzata la speranza. Quale? Teresio era la prova vivente che un mondo a misura di uomo era possibile, che il disarmo dello spirito si poteva vincere, e che sacrificarsi per un futuro migliore non era vano. 
Fu Ivan Goguel, medico francese originario della regione dei Vosgi, a comunicare in due lettere alla famiglia, le circostanze della sua morte. Teresio in infermeria gli aveva chiesto di scrivere alla mamma, ciò significava anche impegnarsi a ricordare l’indirizzo per un tempo indefinito, un atto di resistenza in lager che anche Teresio aveva sperimentato quando aveva raccolto e mandato a memoria le ultime volontà di Odoardo Focherini. E chi era Goguel? Era un partigiano, apparteneva al convoglio dei tatuati, 1700 partigiani francesi mandati ad Auschwitz e poi a Buchenwald e Flossenburg. 
Perché, ricordiamolo, i partigiani di tutta Europa, se catturati, avevano solo due destini: o la fucilazione o la deportazione. Teresio li ha vissuti entrambi. 
Egli ha dimostrato anche con i suoi scritti che, con l’impegno e l’azione, con il noi e non con l’io, un mondo diverso è possibile. 
Cursor era ben consapevole che ogni cambiamento porta con sé la necessità di un impegno. “A questa nuova città aneliamo con tutte le forze: più libera, più giusta, più solidale, più cristiana. Per essa lottiamo: lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere largita dagli altri.” Ecco il grande insegnamento della Resistenza: se volete cambiare la società in cui vivete, impegnatevi, sacrificatevi, non recriminate, agite! 
Pensi pure monsignor Rizzi che Teresio è uomo di Dio. Anche noi dell’Anpi lo pensiamo. Ma non dimentichiamo: in Italia, grazie al sacrificio di Teresio e di tutti gli altri che, come lui, invece di attendere i liberatori, hanno pensato bene di liberarsi da soli, esiste la democrazia. Dunque l’Anpi ritiene che Teresio, uomo di Dio, è anche uno dei più begli esempi di partigiano resistente. Gli scritti di Teresio del periodo clandestino dovrebbero essere divulgati e conosciuti anche nelle scuole. Tra l’altro si scoprirebbe che molte idee di Teresio non sono lontane da quelle di Papa Francesco.

Salvatore Marrano, ANPI Vigevano/ Antonietta Arrigoni e Marco Savini, ANED






Teresio Olivelli, ribelle antifascista

In risposta alle parole di monsignor Paolo Rizzi, a proposito di Teresio Olivelli, ribelle antifascista, pubblichiamo le osservazioni elaborate da Mario Albrigoni, ANPI Provinciale Pavia, e Guido Magenes e Marco Savini, ANED Pavia.

Leggiamo con rincrescimento, e anche con una certa perplessità, le dichiarazioni di monsignor Rizzi che, secondo noi, non rendono merito, pienamente, allo spessore umano, oltreché cristiano, di Teresio Olivelli. Distinguere in Olivelli, in modo rigido, dove finisce il credente e dove comincia il ribelle antifascista è una operazione, questa sì “ideologica” che, ci scusi monsignor Rizzi, ne falsa la memoria.
Così come è “ideologico” affermare che la Chiesa non intende “dare giudizi su questi periodi storici [fascismo e resistenza] entrambi non privi di contraddizioni e di elementi discutibili dal punto di vista cristiano”. Questo cosa significa? Forse che “fascismo” e “resistenza” sono esperienze storiche che, in fondo, agli occhi del credente, rivolti verso l’eterno, finiscono con l’equivalersi? Possono, forse, essere equivalenti l’affermazione del valore assoluto della dignità umana, e la sua negazione violenta, nel nome di una “razza” superiore? Il credente non vive la propria fede fuori, o al di sopra, della Storia. E’ nella Storia che la sua fede si incarna. E’ nella concretezza dell’agire storico che la sue fede si fa scelta morale, culturale e, anche, politica. 
Non diversamente da tanti della sua generazione, cresciuti in regime di dittatura, e addestrati a credere obbedire e combattere, Olivelli, dopo una iniziale adesione al fascismo, compì la propria scelta, e scelse di farsi ribelle per combattere un regime che offendeva e negava la dignità e la libertà, materiale e immateriale, di ogni persona, donne o uomini, laici o credenti, di fedi diverse e di diverse classi sociali. E fu la sua scelta finale di opposizione strenua al nazifascismo, a favore della libertà e della dignità umana (sì, scelta profondamente radicata nella sua grande fede cristiana), a condurlo, alla fine, nel lager.
Jorge Semprun, superstite di Buchenwald scrive: “Nei lager l’uomo diventa un animale capace di rubare il pane di un compagno, di spingerlo verso la morte. Ma nei lager l’uomo diventa anche un essere invincibile capace di condividere fino all’ultima cicca, fino all’ultimo pezzo di pane, fino all’ultimo respiro, per sostenere i compagni”. Teresio Olivelli ha indubbiamente trovato nella fede cristiana la forza per “diventare  invincibile”, ma ciò non dovrebbe portare a negare o sminuire il suo ruolo di protagonista della Resistenza.   
Ci rendiamo conto che alcuni passaggi della intervista di Monsignor Rizzi sono probabilmente scaturiti in reazione a una domanda certamente mal posta, ovvero se la beatificazione di Olivelli “possa essere venire presentata come una beatificazione della Resistenza”. Tuttavia, le dichiarazioni di Monsignore dalle quali sembrerebbe quasi che la Chiesa voglia mantenere una sorta di equidistanza dal fascismo e dalla Resistenza, per di più in nome del Vangelo, sorprende e riempie di amarezza molti ex resistenti ed ex deportati, credenti e non.  Non è stato un mero accidente il fatto che il martirio di Teresio Olivelli sia avvenuto in un lager nazista, né è stato un mero accidente che la sua santità si sia manifestata in modo così palese e indimenticabile soprattutto in quegli ultimi mesi della sua vita dedicati prima all’opposizione attiva e concreta al nazifascismo, poi alla testimonianza dei valori umani e cristiani nell’inferno del lager. Non pensiamo sia possibile spezzare in due l’anima e il cuore del ribelle Teresio Olivelli, quando la scelta cristiana dell’estremo sacrificio a favore del prossimo coincide, secondo noi, con la scelta della piena umanità: restare umani è più importante che restare vivi. Questo ci ha insegnato, con il suo sacrificio, Teresio Olivelli.

Mario Albrigoni (ANPI Provinciale Pavia)/Guido Magenes e Marco Savini ( ANED Pavia)

29 giugno

giovedì 29 giugno 2017

Buon compleanno, partigiano Pallini!

Pubblichiamo con immenso piacere il messaggio di Patrizia Palavezzati, presidente, e della sezione ANPI di Zavattarello, al partigiano Alfredo Pallini, nel giorno del suo compleanno. Un augurio da tutti gli antifascisti!

Ciao Alfredo, un grande abbraccio da tutti noi per il tuo compleanno. Gli anni sono tanti, è vero, i tuoi e i nostri, ma per noi tu sei sempre il ragazzo che, con l’infallibile istinto delle persone libere e giuste, ha scelto subito da che parte stare, e ti sei fatto partigiano.
Perché da una parte stava la barbarie dall’altra parte il riscatto dell’umanità dalla oppressione.

Caro Alfredo, da te abbiamo capito che la lotta, nella quale ogni giorno la morte nazifascista stava in agguato, ogni giorno portandosi via, in ogni parte d’Italia e d’Europa, un fratello e un compagno, non aveva soltanto un obiettivo militare – liberare il Paese – ma un obiettivo umano e sociale ben più alto: la liberazione dell’umanità dalla sottomissione e dal bisogno.

Caro Alfredo, ti stringiamo forte; e ti chiediamo anche scusa.
Perché il nostro Paese non è quello che sognavi, mentre stringevi i denti sotto le botte dei fascisti.
Sulla schiena quelle botte ti hanno lasciato, come dici tu, “un nero che non va mai via”.


Caro Alfredo, compagno e fratello, “il nero non va mai via”; e i fascisti di oggi, diversi, certo, dai fascisti di ieri, rispolverano le odiose parole d’ordine della dittatura e si fanno vanto dei suoi neri simboli.
Caro Alfredo, compagno e fratello, “il nero non va mai via”; e ahimè si riaffaccia con prepotenza quando la pratica della politica viene banalizzata e distorta, quando il vento della libertà si disperde nelle sacche del trasformismo e dell’opportunismo.
Caro Alfredo “il nero non va mai via”; e la tanto esibita modernità sembra invece voler cancellare il bisogno di giustizia e uguaglianza inscritto nella lotta partigiana.
Caro Alfredo, noi, però, siamo qui e continuiamo il cammino.
Non ci lasciamo confondere.
Non ci lasciamo comprare.
Teniamo la schiena dritta, così da dire che la Resistenza è sempre e l’antifascismo è ancora e sempre la nostra bandiera.

Ciao Alfredo, buon compleanno. Continua a raccontarci. Noi abbiamo bisogno delle tue parole: esse ci accompagnano nel cammino, così come un tempo: ”scarpe rotte eppur bisogna andare”.

Partigiani sempre.

venerdì 23 giugno 2017

Oltre il muro

Può essere una qualunque città, in qualsiasi posto, nell'universalità del dove, il luogo in cui la complessità e il caos della realtà si fanno barbarie. Spesso la si accetta, la barbarie, e se ne diventa parte fino a non riconoscerla più.

Nella città dove siamo arrivati, nel punto in cui rotatorie, semafori e condomini, cedono il passo alla sopravvissuta campagna, ci siamo imbattuti in un possente muro di cinta ad una villa che immaginiamo essere signorile.
Avvicinandoci con qualche curiosità alla potente altezza del muro abbiamo visto, su di esso affissa, macilenta, una lapide recante un nome e la scritta “caduto per la libertà, estate 1944”.
Non conoscendo la città né le abitudini dei suoi abitanti, ci siamo stupiti che nemmeno un fiore fosse posto in memoria dell’ucciso, così che almeno un colore spezzasse la fissità glaciale del muro, ricordando il sacrificio di una vita per un bene che, venendo noi da altrove, crediamo essere collettivo: la libertà.

Un uomo già anziano, con un cane dorato scorrazzante accanto al suo passo, a noi che domandavamo ragioni di questa indifferente barbarie, ci ha detto: “ il fucilato era un padre. Facendosi avanti tra neri soldati che battevano la campagna cercando i ribelli nella lotta anche qui combattuta per la dignità e il riscatto dell’uomo, contro la dittatura, il padre è stato ammanettato, gettato a terra ed ammazzato. Suo figlio, il ribelle, riuscì a fuggire. Forse ha trovato la morte ad attenderlo lontano da qui; forse è in un luogo remoto, ancora in attesa di una alba libera e giusta”.
E allora, chiedemmo noi smarriti, perché nemmeno un fiore – una margherita, un papavero, un qualunque fiore di campo?
Il vecchio era già lontano, con gli occhi attenti a seguire la corsa di un cane felice.
Da noi abbiamo cercato risposta.
Ci siamo detti che forse, in questa città, la proprietà di un muro e di ciò che il muro circonda vince sulla vita e sulla memoria del suo sacrificio.




mercoledì 21 giugno 2017

La Resistenza nel museo di Carpasio

Pubblichiamo con piacere il resoconto del viaggio a Carpasio organizzato dalla sezione ANPI di Voghera, e della serata che la sezione iriense ha dedicato alla proiezione del documentario sulla vita di Anton Ukmar "Miro". Ringraziando i compagni vogheresi per la condivisione, auguriamo una piacevole lettura.

Sabato 10 giugno, una delegazione della sezione Anpi di Voghera, ha visitato il Museo della Resistenza di Carpasio, provincia di Imperia, un luogo carico di testimonianze e suggestioni, con una sosta presso la sede dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea.
Il viaggio ha consentito di riannodare il filo della memoria sul nostro concittadino Carlo Montagna “Milan”, sepolto nel Sacrario partigiano del cimitero di Voghera, prestigioso comandante della IV brigata “Elsio Guarrini”, nella II Divisone garibaldina “Felice Cascione”, protagonista di numerose azioni, fra tutte l’assalto al carcere di Oneglia, caduto il 17 gennaio 1945 nei pressi di Villatalla nel Comune di Prelà.
La lotta partigiana della I Zona ligure ha visto il riconoscimento della Medaglia d’Oro al VM alla provincia di Imperia, ed è conosciuta anche per la figura leggendaria di Felice Cascione (l’autore della famosa “Fischia il vento”, M.O. al Valor Militare) e per altri protagonisti come Ivar Oddone “Kimi” – che fu Commissario prima della IV Brigata “Elsio Guarrini” di “Milan” e poi della II Divis. Garibaldi “Felice Cascione”- il comandante Giuseppe Vittorio Guglielmo “Vittò” e Sergio Grignolio. Tutti tratteggiati - Kim, Ferriera e Lupo Rosso - dal partigiano Italo Calvino in quello che resta uno dei racconti più belli e intensi sulla Resistenza, “Il sentiero dei nidi di ragno”.

La figura di “Milan” è ricordata ancora con affetto. Ne hanno dato testimonianza due partigiani ultranovantenni – Carlo Trucco “Girasole”, che fu il primo a incontrare Montagna dopo la sua fuga dal campo di prigionia di Vallecrosia e Vincenzo Ansaldo “Saetta”, uno dei costruttori del Museo di Carpasio – con i quali la delegazione ha condiviso il pranzo presso la struttura, per poi recarsi al monumento nella frazione di Villatalla, dove tra le lapidi che ricordano i numerosi partigiani caduti trova posto il nome di Carlo Montagna.

Gli incontri svolti hanno rappresentato l’avvio di un rapporto di collaborazione con la sezione di Imperia – Porto Maurizio, attraverso il Presidente Rinaldo Paglieri e la vice Carmela Lanzo, oltre alla disponibilità di acquisire materiali presso l’Istituto, espressa dal presidente Giuseppe Rainisio, al fine di ricostruire le vicende drammatiche che hanno portato “Milan” da Voghera alla scelta partigiana nella I Zona ligure: scelta condotta fino in fondo, con il sacrificio della vita.

Like bullet around Europe

La proiezione del documentario “Like a bullet around Europe”, dedicato alla figura di Anton Ukmar “Miro”, nonostante la serata caldissima, ha visto una buona partecipazione e grande interesse dei presenti, premiando la scelta dell’Anpi vogherese che ha promosso l’iniziativa con il Rap – FIVL locale.
Scelta non facile, perché il lavoro di Mauro Tonini – regista e documentarista, che con quest’opera ha vinto il Val Susa FilmFest 2015 – ricostruisce insieme alla storia personale del “rivoluzionario di professione” (come venivano definiti i militanti dei partiti comunisti che si muovevano nell’ambito della III Internazionale) “Miro”, anche quella di una parte consistente del ‘900.
Un secolo attraversato davvero come un proiettile da “Miro”: dall’opposizione al fascismo nella nativa Prosecco, pagata con l’arresto e la perdita del lavoro, alla clandestinità nel PCd’I (è uno dei delegati al IV° Congresso clandestino a Colonia nel 1931, dove espone la necessità di una lotta armata e organizzata contro il terrore fascista); poi l’invio a Mosca, dove avviene la sua formazione terzinternazionalista, le difficoltà e le ombre della fase staliniana, la sua richiesta di invio sul fronte spagnolo, nella lotta contro l’eversione franchista, dove conquista sul campo i gradi di capitano; poi l’invio in Etiopia, con altri comunisti italiani tra i quali Ilio Barontini, per aiutare l’organizzazione degli “abergnocc”, i partigiani etiopi. E poi ancora con il maquis in Francia e poi di nuovo in Italia, con l’invio a Genova e poi, nel 1944, il comando della VI Zona operativa ligure con sede a Carrega Ligure nell’alessandrino, all’interno della quale sono inquadrate le formazioni dell’Oltrepo pavese.
Miro” è insignito della Medaglia d'oro del governo italiano, Bronze Star americana, numerose onorificenze partigiane jugoslave, mentre il Comune di Genova gli assegna la cittadinanza onoraria nel dopoguerra. Dopo la Liberazione il passaggio a Trieste ed il rientro in Jugoslavia (dopo sedici anni rivede la famiglia) dove nel ’48 si schiera con Tito contro la “scomunica” del Cominform nei confronti dell’esperimento socialista in atto. Fino alla conclusione della sua attività politica nell’ambito della Federazione jugoslava, senza incarichi onorifici.
Una vita drammatica, complessa, con luci ed ombre, come ha ricordato Manlio Calegari, ricercatore e storico che ha approfondito con decine di interviste la vicenda partigiana a Genova, nella regione e nella VI Zona. Fondamentali riferimenti sono i suoi libri “La sega di Hitler” (che raccoglie le storie di molti protagonisti della agguerrita e famosa brigata “Balilla”, operante nel circondario di Genova) e “Comunisti e partigiani. Genova 1942 – 1945” (sui rapporti tra PCI e movimento partigiano).
Calegari – presente con alcuni passaggi all’interno del documentario - con una narrazione asciutta, documentata e priva di retorica che è alla base del suo lavoro di ricerca svolto in questi anni, ha evidenziato i punti più controversi della vicenda di “Miro” (la fase di Mosca, il ruolo in Spagna, in una fase dove tremende erano le lacerazioni all’interno del fronte antifascista, il dopoguerra con la condanna di Tito) collocandola all’interno della storia del movimento comunista internazionale.
Per quanto riguarda la fase resistenziale, “Miro” dimostrava di avere lo “sguardo più lungo”, ragionava in termini di prospettiva grazie ad una visione complessiva che gli derivava dalla sua lunga esperienza di lotta.
Una serata non celebrativa che, pur valorizzando il ruolo di “Miro” e di altre figure che come lui hanno condotto una battaglia aspra per sconfiggere il fascismo, ha inteso dare stimoli e riflessioni, che il pubblico presente ha dimostrato di apprezzare.

Il conte partigiano

Luchino Da Verme, l'aristocratico che si fece partigiano. Comandante della divisione garibaldina “Gramsci”, guidò con successo la Resistenza nell'Oltrepò Pavese col nome “Maino”. Ivano Tajetti, dell'ANPI Barona, ne traccia un emozionante ricordo su patriaindipendente.it. Buona lettura.

Maino se n’andato a fine marzo, alla veneranda età di 103 anni. Classe 1913, di famiglia aristocratica lombarda (il casato, d’origine veronese, nasce nel 1320 con l’omonimo Luchino Dal Verme, capitano di ventura, poi infeudato ai Visconti), Maino, questo il nome di battaglia di Dal Verme durante la Resistenza, ha preso parte alla guerra di Liberazione, contribuendo dopo l’8 settembre 1943 all’organizzazione delle prime formazioni partigiane operanti in provincia di Pavia. Maino, prima come comandante dell’88ª Brigata Casotti e poi, come comandante della Divisione Garibaldina Antonio Gramsci, ha dato un contributo fondamentale alla Resistenza armata nell’Oltrepò Pavese. Lo ricordiamo con affetto e orgoglio, attraverso l’emozionante testimonianza di Ivano Tajetti.

Tutte le volte che uomini e donne si stringono intorno a qualche cosa, che sia un altare, che sia una bandiera, che sia un discorso, che sia una mensa, un battesimo, un funerale è sempre un momento estremamente importante. Prima di tutto perché l’uomo esce dal suo interesse personale, esce dal suo rischio di vita e non è più un individuo, è un NOI. Quando gli uomini diventano un NOI sono una forza enorme, dobbiamo ritrovare la capacita di essere un NOI”
Luchino Dal Verme – Nome di battaglia “Maino”
Milano, 25 novembre 1913 – Torre degli Alberi (Pavia) 29 marzo 2017
Salgo a piedi lungo un sentiero di ciottoli, pini silvestri e olmi di contorno, odore di resina e il ronzio delle prime api al lavoro risvegliate dal tiepido sole preannunciante primavera.
Imponente s’affaccia la pietra del maniero, greve sotto il peso di secoli di storia, un cortile di incastri tra roccia e mattoni, una bara di legno chiaro, appoggiata sulla nuda terra, un ramo di timidi fiori, un piccolo segno del bosco appoggiato sul legno, in lontananza musica classica, forse un requiem, un salutare, un bisbigliare, un cenno d’occhi e di mani tra i presenti che stranamente sostano lontano dalla bara, come un voler non disturbare, un non voler interrompere il sonno senza risveglio.
Guardo il cielo dell’Oltrepò Pavese, un azzurro che riconosco, orizzonti da riempire occhi e cuore.
Mi rivedo, bimbo, un cappello in testa, un gelato in mano, rumore festoso di “gioco delle bocce”, domeniche d’agosto all’esterno di un’osteria di Casa Marchese, ad ascoltare storie e guardare giganti, che ridevano, cantavano, litigavano e che interrompevano discorsi fingendo di dissetarsi con un bicchier di vino, ma spesso era solo perché la voce si incrinava e le lacrime spingevano per uscire. Ciro (Carlo Barbieri), Tino (Agostino Casali), Edoardo (Italo Pietra), Paolo (Murialdi), Clemente (Ferrario) e il contorno attento di partigiani, compagni e amici, che spesso pezzetti di storie, ricordo di visi e azioni, conoscevano proprio per averle vissute e toccate con nervi e sangue.
Nessuno di loro ora e qui a salutare nel suo ultimo viaggio il Comandante “Maino”. “Allora, Luchino, devi avere un nome di battaglia, passava una bicicletta e sul telaio brillava la scritta Maino, ecco pronto… mi chiamerò Maino.” Anche se poi i contadini, le donne, e i bambini quando vedevano passare, là sul crinale della collina uomini in armi che cantavano, dicevano; “Guarda, passano i partigiani Dal Cònt, vanno a combattere contro i fascisti, vanno a regalarci la libertà”.
I Dal Verme, una storia lunga secoli, una storia di primogenitura della nostra terra. I Conti Dal Verme, l’aristocrazia, la nobiltà, condottieri, capitani di ventura, generali, esploratori, precettori di Casa Savoia, monarchici e cattolici, benefattori e conquistatori, un libro enorme di genealogia ed araldica dal 1300 ai nostri giorni.
Luchino, ingegnere, laureatosi al Politecnico di Milano, Ufficiale Maggiore di Reggimento Batterie a Cavallo. Luchino, che comanda i “suoi uomini” sul fronte francese, jugoslavo e poi al fronte russo, dove comprende che le parole credere, obbedire, combattere sono la negazione della propria scelta di vita, e che la guerra è solo un servizio ai nazisti. L’otto settembre 1943 lo coglie a Mordano nella Romagna, vicino a Forlì. Si congeda consegnando un foglio a tutti i suoi uomini, “Ha servito con onore il suo Paese”. Maledice i Savoia traditori, la vergogna del re “Bastardo”. Torna di nascosto alla sua dimora di Torre degli Alberi e per sei mesi fugge, ma non scappa dai fascisti, dai Savoia, dall’esercito, dalla chiesa, dai nazisti; fugge soprattutto da se stesso. Moriva la parola dovere e nasceva la parola coscienza.

La mia decisione di diventare partigiano non fu facile, maturò lentamente, fu faticosa e sofferta. Dopo l’otto settembre gli uomini si trovarono di fronte a tre scelte; la prima, obbedire ai tedeschi, cioè non assumersi, per paura, nessuna responsabilità; la seconda, seguire il proprio interesse, tentando di tenere, senza compromessi, il piede in due scarpe; la terza soluzione significava aver capito, viceversa, che era indispensabile schierarsi e conseguentemente compromettersi. Chi accettò decise di portarsi su una linea di pulizia, di farsi libero prima di tutto dalla paura. Una risposta definitiva, perché si usciva dall’ordine di allora, si era ribelli all’ipocrisia e difficilmente la scelta dell’impegno era una scelta qualunquistica o una scelta del meno peggio. Ebbi allora il coraggio della terza scelta e ringrazio il Signore di avermi dato un tale coraggio. La ripresa di contatto, in Oltrepò, con una gente povera, umile, che aveva capito l’ipocrisia della guerra e si stupiva che io non avessi capito che tutto quello che avevamo fatto era privo di valori, che non avessi capito che la miseria, la fatica, la vita stessa erano altre cose. Fu la semplicità di questa gente che mi fece superare la mia crisi”.
Moriva Luchino il Conte, nasceva Luchino il Ribelle.
Schietto, esperto d’armi, onesto, “vivace come un puledro”, patti chiari, non ci sono gradi sulla giacca, decidiamo insieme la linea, ma nell’azione comando io, mia la responsabilità nel bene ed eventualmente anche nel male. Maino diventa Comandante della 88ª Brigata Garibaldina “Casotti” per poi arrivare a comandare un intera Divisione Garibaldina, la Antonio Gramsci, con cui entrerà a Milano – “primi Partigiani della Montagna” – il 27 aprile 1945. “…Ebbi la responsabilità di comando di una formazione Garibaldi e il primo argomento di cui debbo e voglio parlare sono gli uomini con i quali ho condiviso rischi e responsabilità, in uno spirito di solidarietà e reciproca fiducia, che è certamente il ricordo più vero e più importante che mi sia rimasto. Non dimentichiamoci che la divisione Gramsci, di cui ebbi la responsabilità di comando, era di promozione comunista. Ebbene, non ho mai saputo quanti fossero comunisti e quanti no, ma so quanti morirono per tutti noi, per la libertà di ciascuno di noi. Questo ci impone di sapere cosa ne abbiamo fatto della nostra libertà o per lo meno che cosa intendiamo farne…”.
Io ora potrei fermarmi, e ritornare bambino, e raccontarvi per giorni piccole storie che hanno fatto la Storia grande, storie ascoltate, storie che girano, girano e poi sempre ritornano, storie dei partigiani dell’Oltrepò Pavese, di Milano; di Maino e dei suoi compagni, storie di fame, paura, morte, tortura, di correre senza fiato, di castagne secche e paglia, di pidocchi e gelo, di stupore, lacrime, di donne stuprate dai “Mongoli” e dai fascisti, della Sicherheits e di Fiorentini, di scarpe rotte, uva e polenta, di un sorriso di una ragazza, di un fazzoletto rosso, di crudeltà e dignità, di colori e vento.
«Il 7 di agosto 1945 è un caro ricordo di vita partigiana, quel giorno abbiamo disfatto e decimato brigate e divisioni, memoranda vittoria. Quel giorno si è stabilito che fra di noi, del Pavese, non ci sia posto né carta per i mille e mille dell’ultima ora.
Così certe formazioni di città e di pianura, venute in fame e numerose all’ora delle sfilate, sono state rastrellate d’amore e d’accordo, a tavolino, nome per nome. In provincia non ci saranno che 2.000 certificati di partigiani, e 1.000 da patrioti (i caduti sono trecentotrentadue). Per esempio, una divisione di pianura che vantava 800 armati, avrà cinquanta certificati. Ma fra tanto sperare e parlare di certificati, anzianità, benemerenze, dico che nessun foglio di carta spessa e nessuna patacca valgono il ricordo della nostra bella vitaccia lassù, partigiani di questa umile Italia.
Quando saremo a Varzi
nella caserma alpina
ti scriverò biondina
la vita del partigian.
La vita del partigiano
si l’è una vita santa
s’ mangia, s’ bev, as canta
pensieri non ce n’è.
Pensieri ce n’è uno solo
l’è quel della morosa
che gli altri fanno sposa
e mi fo il Partigian.
Con la faccia sull’asfalto.
Dunque, questa canzone è nata un anno fa, d’agosto, nell’Oltrepò Pavese, quando là, su per le montagne che guardano Varzi, e vedono il grande mare di terra bianca e verde fino alle Alpi, vivevano tre brigate, e non avevano avuto neanche un lancio.
Eravamo tre brigate, eravamo mille armati, eravamo padroni di una zona libera fatta di sette valli, di ventidue comuni, di cinquantamila abitanti; ma il magazzino armi e munizioni era ancora sulla via Emilia, ogni arma un agguato, così tanti ragazzi, come Armando, Bianchi e Walter, sono morti con la faccia sull’asfalto. Non avevamo avuto neanche un lancio. Da Pometo capitale della Matteotti, da Zavattarello garibaldino, dal vecchio bel Romagnese tutto ribelle, scendevano a sera i gialli camion partigiani della Wehrmacht verso gli agguati al Po e lungo la via Emilia.
Ecco Alfredo il moro col cappello alpino, ed ecco, col berretto da SS, Fusco, che quasi ogni notte si guadagna una uniforme, e Maino senza cappello, Conte Luchino Dal Verme garibaldino. Ed ecco il padre dei garibaldini pavesi, è quel pallido ragazzo sui vent’anni, col braccio al collo in una fascia rossa: si chiama Americano, ed è italiano, studente, comunista. Quello in piedi che ride senza denti, porta scritto con filo d’oro sulla camicia rossa “Caramba dominatore dei falsi profeti”, ma una sera le brigate nere lo prenderanno vestito da prete in una osteria di Casteggio, e andrà al muro come spia.
Ragazzi morti, ragazzi vivi, ormai sembra un sogno, ma chi ricorda quelle sere piene di fisarmoniche, sten, ragazze, buoi squartati, polente, automobili, camicie rosse, mele cotte, scabbia, pidocchi, messaggi speciali, sangue di Giuda, sigarette tedesche, cioccolato americano, cappelli alla garibaldina, ex prigionieri inglesi, capisce perché certi ragazzi, che in montagna hanno combattuto per la libertà; oggi sono quasi prigionieri di quel sogno.
Verso l’alba si sentivano i motori, e allora, per esempio a Romagnese, la gente correva al vecchio muro del castello, dal muro guardava lontano come dal ponte di una nave.
Ecco alla svolta il ’34 della Sesta Brigata, cantano, c’è il bandierone delle nottate d’oro, questa volta sono sacchi, saranno sacchi di zucchero, ecco anche un camion giallo che deve essere l’ultima preda; si vede ruzzolare una forma di parmigiano, ci sono quattro tedeschi, quello è un ufficiale della repubblica. Il comandante della SAP corre a far suonare a festa il campanone; il comandante che si chiama don Alberto Picchi, parroco del paese».
Caro Maino, quanti sogni, quante speranze, quante fatiche! Avrai ancora adesso lì dove sei, il segno di un calcio nella gamba? Tre dei tuoi “ragazzi” erano stati feriti solo qualche ora prima, strano… Si parlava ormai di libertà, di guerra finita… Milano, le scuole di viale Romagna. Le aule sono i dormitori per i partigiani dell’Oltrepò, la portineria diventa la sede del Comando di Zona. C’è una branda e c’è un telefono che funziona. E dal quel telefono arriva, la sera del 27 aprile 1945, una chiamata per Edoardo e Maino da parte del Generale Cadorna. Devono recarsi subito in via del Carmine, al “Palazzo del Comando Militare” dove da poche ore si sono insediati i Comandanti del CVL. Un’ora dopo, in viale Romagna squilla di nuovo il telefono. È Italo Pietra; spiega a Murialdi che lui e Maino hanno deciso che bisogna preparare subito un drappello di partigiani per un “impresa importante e delicata”. Si scelga “insieme a Ciro” una dozzina di montagna, i più affidabili, i meno emotivi. Quei ragazzi di montagna saliranno insieme a Walter Audisio, Aldo Lampredi e a “Riccardo” Alfredo Mordini, il compagno della guerra di Spagna, il fratello e “maestro” di lotta partigiana di Maino.
Quegli uomini chiusero i conti con il fascismo, eseguendo la condanna a morte di Mussolini e dei gerarchi catturati sul lago di Como. E fu proprio in quell’ora di discussioni, ordini e contrordini in via del Carmine, che Edoardo colpì con un calcio agli stinchi sotto il tavolo Maino, per farlo tacere, lui, Luchino, che avrebbe ribaltato il tavolo davanti ai grandi “Comandanti” per fare le cose per bene, Maino a cui sarebbe bastato un piccolo ordine per scattare e partire, costi quel che costi. Un calcio che Luchino capì dopo, “Basta, Maino, hai dato tanto, tantissimo, non andare a morire ora, ora arriva il tempo della libertà”.
Maino che tornò alla sua casa, che festeggiò con i contadini, la sua gente, la Liberazione l’otto maggio, con polenta, merluzzo e un bicchiere di Bonarda. Maino che vide arrivare i vecchi del paese, con i carri e i buoi, su cui ritornavano a casa, i suoi mobili, la macchina da cucire di sua madre, una federa con lo stemma di famiglia, piccoli oggetti strappati e nascosti ai nazisti, ai fascisti che avevano fatto scempio del maniero durante i loro saccheggi e razzie. Una sincera prova d’amore e riconoscenza verso Dal Cònt che era solamente uno di loro. E da allora Maino diventò contadino, allevò pulcini e mucche, fece nascere vitelli e curò l’uva e il fieno, non lasciò più Torre degli Alberi; tanti lo cercarono, gli promisero scranni al Parlamento e al Senato, ma lui ormai era un ribelle, un partigiano, un contadino, leggeva i giornali tutti i giorni, s’arrabbiava, pensava che avrebbe rifatto tutto, nonostante tutto, ma sperava sino al suo ultimo giorno di vita terrena che tutto quello che lui e i suoi compagni avevano fatto sarebbe servito ad un Italia migliore, e si sa i sogni sono l’ultima cosa a morire.
Le foglie nel bosco tornano a coprire il cielo, le stagioni ritornano, il vento continua a soffiare, per chi tanto ha camminato, una sosta lì, tra il sasso e il ruscello, si prende fiato, si pensa al tempo passato, ma un fischiar del cuculo interrompe i pensieri, e ora di riprendere il cammino, mai fermi, mai domi… Buon viaggio, bella ciao, tienici per mano.


Ivano Tajetti, ANPI Provinciale Milano

domenica 18 giugno 2017

Sguardi obliqui, antieroi e storie meticce

Vi invitiamo alla lettura di una interessante analisi sulla narrativa resistente italiana, tratta da patriandipendente.it.


Una copertina insolita e accattivante con in primo piano una sagoma femminile che impugna una pistola, dietro le spalle due figure maschili di cui una imbraccia un mitra, sullo sfondo in alto un aereo…
Con l’uscita di In territorio nemico (Minimum fax, 2014) progetto di “scrittura industriale collettiva” coordinato dai fiorentini Vanni Santoni e Gregorio Magini, che raggiunge rapidamente le tre edizioni in pochi mesi e si è imposto all’attenzione della critica con recensioni nei principali quotidiani, partecipate trasmissioni radiofoniche, interviste e ovviamente un ampio risalto sul web, ho avuto la sensazione, confermata successivamente, che la narrativa contemporanea avesse qualcosa da dire su Resistenza e dintorni.
Queste note intendono proprio dare conto, attraverso una scelta parziale e del tutto soggettiva di alcuni romanzi e racconti di narrativa italiana, tra loro anche molto diversi, del modo e delle motivazioni con cui una nuova generazione di scrittori e scrittrici si è avvicinata e ha rielaborato il tema della Resistenza. In questo senso e con questo fine ho cercato di considerare uno spettro abbastanza ampio di testi senza ovviamente alcuna pretesa di esaustività ma individuando quelli che in modo più originale, se non a volte anche provocatorio, ne tentavano una rilettura più vicina alla sensibilità contemporanea. A questa più generale intenzione si è affiancata una duplice esigenza: verificare se e in che misura e modalità il tema della Resistenza (inteso in senso largo) continua ad ispirare narratori e scrittori contemporanei e quale eventuale uso didattico e divulgativo se ne può ricavare. Su quest’ultimo aspetto legato al lavoro che come docente formatore svolgo presso l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’età contemporanea rimando ad un mio articolo apparso sulla rivista on line Novecento.org (http://www.novecento.org/didattica-in-classe/narrativa-e-resistenza-due-esperienze-didattiche-1694).
Non ho alcuna pretesa o intenzione di critica strettamente letteraria al più ho trovato molto interessante, come docente di materie letterarie il rapporto con un certo canone letterario, quello scolastico (Beppe Fenoglio e Italo Calvino), da parte di autori e autrici della cosiddetta generazione “T/Q” (trenta/quaranta) quindi cresciuti culturalmente dopo la caduta del muro di Berlino, la conclamata fine del “paradigma resistenziale” tradizionale e la fine dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Sarebbe utile anche vedere come in questi testi operi in modo peculiare l’incrocio tra invenzione narrativa e storia e in alcuni casi anche con la storiografia, il nesso con la documentazione utilizzata e il rapporto con la memoria individuale e collettiva. Rimandando in questo senso ad ulteriori approfondimenti qui mi limito ad una breve carrellata di testi che ho trovato particolarmente significativi.
Parlando di nuovi scrittori mi sembra giusto partire da un “giovane” novantenne,Giulio Questi, scomparso nel dicembre 2014, l’unico, degli autori di cui parlerò, ad appartenere anagraficamente alla generazione degli autori-testimoni. Giulio Questi, che ha svolto la sua esperienza partigiana nel bergamasco, per molti aspetti è stato un “nuovo” scrittore resistenziale perché i racconti pubblicati da Einaudi poco prima della sua scomparsa con il titolo complessivo diUomini e comandanti sono un contributo tutto sommato quasi inedito sul piano della narrativa resistenziale. Infatti la sua vicenda biografica di uomo di cinema, sceneggiatore e regista soprattutto di spaghetti-western di grande originalità (uno tra tutti Se sei vivo spara del 1967), a cui Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi liberamente ispirato rendendo pubblico omaggio, lo ha reso molto più vicino alla sensibilità pulp contemporanea che alla narrativa e memorialistica della Resistenza del dopoguerra. Totalmente estraneo al mondo della letteratura ufficiale, come a quello politico-memoriale, Questi racconta una Resistenza lontana da ogni retorica: nelle sue storie a volte feroci ma sempre pervase da ironia e intelligenza; il terrore, l’improvvisazione e la sconsideratezza si alternano e si mescolano al coraggio, alla dignità in mezzo a fame, freddo e impellenza dei desideri (non solo quelli onirico-sessuali ma anche quelli alimentari se non intestinali). Se la dimensione propriamente politica resta sullo sfondo, quella avventurosa-picaresca, generosa e un po’ strampalata dei giovani partigiani non manca di attrarre e incuriosire.
Sostenitori di uno “sguardo obliquo”, spiazzante e in controtendenza, è sicuramente quello teorizzato e praticato da un gruppo di scrittori bolognesi che si fa conoscere alla fine degli anni 90 con il nome collettivo prima di Luther Blisset poi di Wu Ming. Chiaro il loro carattere militante antifascista, ma molto lontano da quello tradizionale. Si può dire che partono dalle macerie del vecchio antifascismo a cui non sono mai appartenuti, attraversano interamente e fino in fondo il postmoderno e ne assumono molti stilemi, con la differenza fondamentale che all’ironia (già insita nei nomi: quello di un calciatore inglese noto “bidone” giunto al Milan o quello cinese collettivo che significa “nessuno”) si aggiunge l’impegno etico e politico rivendicato apertamente in nome di una sinistra dei movimenti. L’uso ampio e per certi versi centrale del web per creare “comunità”, la radicale critica all’autorialità individuale in nome di un sapere condiviso, la multimedialità, l’open source, sono altrettanti cardini di una proposta culturale e politica. L’idea di fondo che ha suscitato a sua volta perplessità e critiche è quella di una “mitopoiesi” (costruzione di miti) basata anche su materiali della “cultura pop” (Cary Grant, David Bowie ma anche Fred Astaire sulla copertina di Point Lenana). Il collettivo si fa conoscere con il romanzo storico Q (Einaudi, 1999) in cui si parla di un giovane seguace della Riforma che, deluso dai compromessi di Lutero, condivide il messaggio di radicale rinnovamento sociale oltre che religioso di Thomas Muntzer e degli anabattisti fino alla sconfitta definitiva ad opera di cattolici e luterani, non senza essere passato attraverso l’esperimento comunistico evangelico sfociato in una sanguinaria dittatura. Fatti e riferimenti alle vicende dei movimenti politici anni 70 e del comunismo internazionale novecentesco sono evidenti e voluti.
Ma il tema resistenziale, seppure come sfondo e ambiente in cui si forma il protagonista, è presente soprattutto in Asce di guerra (Tropea, 2000) versione romanzesca della vicenda biografica di Vitaliano Ravagli, il “vietcong romagnolo”, come recita un breve richiamo in copertina. Troppo giovane per fare il partigiano, Vitaliano, incapace di adattarsi al dopoguerra pacificato, parte volontario grazie alla rete internazionale del Pci e combatte in Laos a fianco dei guerriglieri laotiani alla fine degli anni Cinquanta. Tipico dello stile e di non pochi dei personaggi di Wu Ming quanto si legge in una pagina preliminare del paratesto: «Certi uomini sono quello che i tempi richiedono. Si battono, a volte muoiono, per cose che prima di tutto riguardano se stessi. Compiono scelte che il senno degli altri e il senno di poi stringono nella morsa tra diffamazione ed epica di stato. Scelte estreme, fatte a volte senza un chiaro perché, per il senso dell’ingiustizia provata sulla pelle, per elementare e sacrosanta volontà si riscatto. […] Le storie non sono che asce di guerra da disseppellire».
Vitaliano è quanto di più lontano dall’eroe positivo si possa immaginare, è un proletario senza il moralismo e le letture del partigiano Johnny e tantomeno il tragico eroismo del Milton fenogliano o di tanta memorialistica. La sua vicenda è per certi versi quella di un border line, di un disadattato nel senso letterale del termine, che non si adatta o che non riesce ad adattarsi a una vita normale, distante anni luce per la sua elementare quanto radicata e irriducibile sete di giustizia dal politically correct attuale e per questo, pur nella straordinarietà della storia, il personaggio non manca di credibilità e di autenticità.
Il gruppo ha poi firmato collettivamente o individualmente e in collaborazione con altri autori diversi altri testi e “oggetti narrativi non identificati” mantenendo una serie di caratteristiche: commistione verità/invenzione, fruizione a più livelli del testo, stile rapido e incalzante “all’americana”, molta azione e relativo (ma non assente) approfondimento psicologico, continuo variare di tempi narrativi e di punti di vista, uso della rete (newsletter Giaphttp://www.wumingfoundation.com/giap/) e continuo dibattito con la propria comunità. In questo senso New Italian Epic (Einaudi, 2009) è il testo in cui si teorizza la nascita di una “costellazione” di testi e autori che condividono il progetto. Tra gli altri testi in cui sono presenti fascismo, politica coloniale, guerra mondiale e Resistenza segnalo in particolare Timira. Romanzo meticcio, di Wu Ming2 e Antar Mohamed, storia di Isabella Marincola, la mondina di colore che compare in Riso amaro insieme a Silvana Mangano. Nata a Mogadiscio nel 1925, “italiana dalla pelle scura”, mescola memoria, documenti d’archivio e invenzione narrativa. La struttura ricalca quella di Asce di guerra – “questa è una storia vera…comprese le parti che non lo sono” -; da notare infine la presenza di “titoli di coda”, ampia bibliografia ragionata utilizzata per la redazione del testo, segno distintivo degli “oggetti narrativi non identificati”. Le vicende narrate alludono anche a Giorgio Marincola, quasi coprotagonista, presenza/assenza pregnante, fratello di Timira, partigiano protagonista invece del saggio Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945) di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio (Iacobelli, 2016 nuova ed.http://www.razzapartigiana.it/).
Altra “storia meticcia”, in fondo per certi aspetti simile a quella di Alessandro Sinigaglia narrata da Mauro Valeri, Negro, ebreo comunista(Odradek, 2010), di un partigiano dalla pelle scura, giovane studente di medicina internato a Bolzano, ucciso dalle truppe tedesche in ripiegamento. I temi delle identità e degli “attraversamenti” delle identità “etniche” sono aspetti centrali nelle culture antifasciste contemporanee italiane e internazionali ed è normale che questo tipo di sensibilità sia ben presente nella nuova saggistica e nella narrativa.

Ultima fatica di rilievo è Point Lenana, uscito nel 2013, sempre Einaudi, questa volta ad opera di Wu Ming1 e Roberto Santachiara. Anche qui una vicenda particolare, una storia anomala e accattivante, quella di Felice Benuzzi, evaso insieme a due compagni dal campo di prigionia inglese del monte Kenya e che scala insieme a loro i quasi 5000 metri di Point Lenana, per poi consegnarsi di nuovo al campo. La ricca biografia di Felice, alpinista di origine triestina, diventa il pretesto per una strabordante (e anche un po’ stordente) carrellata di eventi e personaggi – dalla Trieste di inizio 900 alla Cirenaica, al Kenya dei mau mau – sempre seguendo le vicende del protagonista, che nel dopoguerra intraprende una carriera diplomatica di alto livello (è a Berlino durante la costruzione del muro). Il testo definito un “oggetto narrativo non identificato” presenta un ricco apparato di tipo storiografico assai consistente e criticamente avvertito. Lo “sguardo obliquo” è qui dedicato a personaggi di primo piano del regime fascista visti nei loro aspetti più meschini e grotteschi. Brillanti e spassose le pagine dedicate al generale Rodolfo Graziani che, dopo l’attentato subìto in seguito alla sua criminale politica coloniale e ossessionato dalle voci circolanti sulla perdita della propria virilità (si diceva che avesse perso un testicolo), prepara un involontariamente ridicolo dossier fotografico inviato a Mussolini e a tutti i principali gerarchi del regime per rassicurarli sull’integrità e piena funzionalità del proprio apparato genitale. Badoglio viene invece ritratto per la sua memorabile e già all’epoca proverbiale avidità.
Decisamente volto al genere noir Valerio Varesi, giornalista di Repubblica e autore della fortunata serie Tv del Commissario Soneri, definito l’anti-Pansa da Il fatto, con La sentenza (Frassinelli, 2011). Qui i protagonisti sono letteralmente due “facce da galera”, Jim e Bengasi. Delinquente comune il primo, che si offre di infiltrarsi in una banda partigiana e ex Legione straniera il secondo, con vari precedenti. Proprio la comune esperienza nella banda li cambierà profondamente, come del resto in molte testimonianze la maturazione ideale se non politica è quasi sempre durante, se non successivamente, l’esperienza partigiana. Figura “positiva” ma anche lui in prospettiva un “perdente” sarà invece l’idealista Ilio, che all’inizio sembra l’eroe predestinato. Qui, per riprendere le celebri parole di De Andrè, è “dal letame che nascono i fiori”, partendo dal presupposto che all’interno delle bande non c’erano sempre stinchi di santo ma, come nella banda del Dritto calviniana, proprio ad esistenze perse e senza scopo viene offerta un’opportunità. Significativamente il libro è dedicato a Umberto Bertoli autore di La Quarantasettesima, la banda protagonista del romanzo. Anche qui può essere interessante riflettere sulle parole dell’autore:
“Ho cercato di respingere il revisionismo ideologico e cretino, che ci vede solo una guerriglia sanguinaria e vendicativa. Ma proprio per questo non ho fatto neanche la sua apologia, di problemi, contraddizioni, incongruenze, nel fronte della Resistenza ce n’erano eccome. E li ho affrontati attraverso le storie di Bengasi e Jim: un irriducibile anarcoide futurista il primo, mentre il secondo si redime nell’incontro da spia con quel mondo partigiano che è pronto a lottare e morire per un ideale, per qualcosa che verrà. Cose incomprensibili anche per il maggiore Holland, l’ufficiale inglese che opera con la 47esima: il suo dialogo con la passione di Ilio prefigura la real politik di quarant’anni dopo e sottolinea l’isolamento di mezzi e simpatie dei “garibaldini”, a pro dei badogliani. D’altronde Yalta era ad un passo, e quando Holland dice “vi impediremo di fare la rivoluzione anche a costo di usare maniere forti”, annuncia quel che sarebbe di lì a poco iniziato ad accadere in chiave anticomunista in Italia, il salvataggio di Borghese, capo della tremenda X Mas, ad opera degli inglesi, la capillare penetrazione di dirigenti del regime nella neonata Repubblica, Stay Behind, Gladio, il tentativo di golpe di De Lorenzo, le stragi di stato, i servizi deviati…” (www.valeriovaresi.net).
Storia sentimentale della Resistenza è quella proposta da Antonella Sarti Dalle cime al mare (Effegi, 2012), ambientata nelle Alpi Apuane, linguaggio semplice e storia ben scritta, liberamente ispirata a vicende quali la strage di Forno, la rivolta di piazza delle Erbe ecc. Due storie d’amore si intrecciano nel contesto bellico con una grande attenzione a rendere credibili contesti e personaggi, ricchi di sfumature psicologiche i ritratti dei giovani protagonisti. Alle azioni di guerra si affiancano i civili, la guerra ai civili, la pluralità dei soggetti, la crudezza degli eccidi. Per la delicatezza di alcuni passaggi e la febbrile attesa del futuro Dalle cime al mare ricorda Un’educazione europea di Romain Gary ambientato nella Resistenza polacca. Antonella Sarti, docente nelle scuole superiori, si è ampiamente servita per la documentazione della copiosa produzione memorialistica spesso legata fortemente all’ANPI, oltre che ai propri ricordi familiari. Proprio una calda e affettuosa dimensione familiare pervade il breve romanzo ben disegnato, leggibile, apparentemente semplice e lineare, in realtà molto ben pensato con riferimenti storici precisi e personaggi sempre credibili.
Anche nel romanzo di Paola Soriga Dove finisce Roma (Einaudi, 2012) la storia della Resistenza romana è vista con lo sguardo di chi, ancora forse non a caso una scrittrice, sa intrecciare la dimensione sentimentale con i drammatici eventi collettivi come quelli legati alla guerra a partire dall’irruzione dei nazisti nel ghetto della Capitale. È con gli occhi di Ida, poco più di una bambina da pochi anni sbarcata a Roma dalla Sardegna, ospite della sorella Agnese e del cognato Francesco, che vediamo la dimensione della quotidianità di una ragazzina nella Resistenza romana, con la attività di staffetta ma anche i suoi amori non corrisposti. E attraverso le figure di Ida e Agnese la scrittrice può offrirci dei ritratti vivi e credibili del protagonismo femminile aprendo uno squarcio sul suo contributo tanto oscuro quanto fondamentale.
Altra strada ancora quella battuta da Giacomo Verri in Partigiano Inverno (Nutrimenti, 2012), – finalista del premio Calvino – che parte da un titolo di un libro in realtà mai scritto che avrebbe dovuto trovare posto nella celebre collana di Vittorini dei Gettoni Einaudi. Verri, anche lui insegnante, sceglie di accettare serenamente “la perdita di contatto con il mondo di ieri”, oltre all’«inesperienza», nel senso del carattere davvero postumo della letteratura. I personaggi protagonisti (Umberto bambino, Jacopo giovane che si unisce ai partigiani di Moscatelli e Italo professore in pensione dilaniato dal proprio senso di inadeguatezza) non compiono azioni importanti come quelle di Cino Moscatelli o Giuseppe Osella, ma vivono perennemente nell’attesa di qualcosa. Molto sperimentale la scelta del linguaggio “espressionistico”, come l’ha definito l’autore, estremamente sovraccarico di riferimenti colti, dialettali e gergali che rende non facile ma assai stimolante la lettura. L’opposto dell’apparente semplicità comunicativa della Sarti che colma con l’identificazione emotiva e sentimentale una distanza rispetto agli eventi narrati che invece a Verri pare incolmabile. Interessanti le notazioni dell’autore su come si è posto di fronte alla scrittura di un romanzo resistenziale oggi:
“Avanti avevo la necessità di raccontare al lettore d’oggi e a me stesso (che nulla so di un’arma, né cosa significhi dormire al gelo per mesi, né che effetti abbia sul fisico cibarsi poco e male) cosa facesse della gente comune coi fucili in mano, un letto gelido e pane duro come il ferro. Ero affascinato dall’idea di narrare di un tempo in cui eroi e poeti stringevano sodalizi (nella milanese casa dell’architetto Filippo Maria Beltrami, futuro “capitano” di una delle prime formazioni partigiane dell’Ossola, Montale andava a bere il caffè, e chiosava di suo pugno le poesie di Giuliana Gadola, moglie del Capitano), di un tempo in cui i soldi si vincevano proditoriamente – per chi faceva la spia – con le taglie sulla testa invece che coi quiz. Volevo raccontare queste cose adesso che la memoria resistenziale fatica a resistere, in quest’epoca moralmente imbarazzante nella quale ci si imbarazza di fronte all’impegno” (p. 233). Sono parole di uno scrittore di rara sensibilità e consapevolezza doti che ha poi ampiamente confermato nei suoi Racconti partigiani (Biblioteca dell’Immagine, 2015).
In genere in tutto questo tipo di letteratura da Giulio Questi a Wu Ming, Valerio Varesi ecc. rimane centrale la figura del partigiano armato vista in tutta la ricchezza delle sue contraddizioni. Lontana qualunque idealizzazione, non di rado il partigiano è una figura quasi border line e proprio per questo attraente. Anni di revisionismo più o meno becero non hanno impedito di assumere questi stessi aspetti rovesciando in certo senso la vulgata sguaiata che lo vuole a marionetta di una storia criminale. Si evidenzia così spesso proprio la capacità di battersi in prima persona, quel tanto di avventuroso e di picaresco che non manca in ogni vicenda resistenziale. La decisione appunto di combattere come scelta e decisione volontaria, libera, anche se all’inizio non direttamente motivata politicamente, ma non per questo meno decisa e coerente. Insomma proprio le motivazioni spesso criticate, l’improvvisazione, la superficialità se non la contraddittorietà delle motivazioni, l’uso a volte ingenuo se non privo di criterio della violenza, sono ben presenti e descritte con toni realistici e crudi. Solitamente quindi i personaggi che affollano queste pagine non sono “vittime” ma, riprendendo una celebre frase del Johnny fenogliano, sono giovani disposti a mettersi in gioco, a scelte radicali: “Molto probabilmente finirà in un pasticcio – disse Johnny – ma ha da essere fatto”.
Sotto la coltre del disincanto e della rassegnazione presenti, questo “pasticcio”, questo rischiare in prima persona, in modo a volte ingenuo e strampalato ma autentico, per un mondo più giusto e umano per tutti, riemerge forse come un fiume carsico attraverso racconti e romanzi ormai lontani dall’epoca storica descritta e tuttavia tesi a restituirne almeno in parte la problematicità e la ricchezza.
Testi narrativi citati:
Wu Ming Asce di guerra, Tropea, 2000
Valerio Varesi La sentenza, Frassinelli, 2011
Wu Ming2 e Tamar Mohamed Timira, Einaudi, 2012
Antonella Sarti Dalle cime al mare, Effegi, 2012
Giacomo Verri Partigiano Inverno, Nutrimenti, 2012
Paola Soriga Dove finisce Roma, Einaudi, 2012
Scrittura industriale collettiva In territorio nemico, Minimum fax, 2013
Wu Ming1 e Roberto Santachiara Point Lenana, Einaudi, 2013
Giulio Questi Uomini e comandanti, Einaudi, 2014
Sitografia essenziale:
Paolo Mencarelli, dell’Istituto storico della Resistenza in Toscanak