sabato 30 settembre 2017

Dopo l'incontro delle sezioni ANPI del territorio e  della nostra segreteria con il Prefetto di Pavia, di recentissima nomina diffondiamo il nostro comunicato e ringraziamo tutti coloro che vi hanno partecipato.



La prima frontiera contro il fascismo risiede nella coscienza di ogni uomo libero e giusto; e il primo impegno di ANPI sta nella ricostruzione delle categorie fondanti della democrazia e della partecipazione civile. 
E’ stato in questo spirito che, ieri, la segreteria provinciale ANPI e i rappresentanti delle sezioni territoriali della nostra organizzazione hanno incontrato il prefetto di recentissima nomina a piazza Guicciardi, Attilio Visconti. 
Sono state due ore di un incontro leale e produttivo, in cui in tanti abbiamo preso la parola - e non solo per ringraziare il Prefetto dell’attenzione concretamente dimostrata verso la nostra associazione - che, nata nel giugno ’44, fermamente continua il proprio lavoro per la trasmissione della viva memoria della lotta di liberazione nazionale, contro ogni forma di indifferenza civile, contro il fascismo del nuovo millennio e contro le mille forme di razzismo e di xenofobia.
Sono state due ore nel corso delle quali ogni sezione territoriale ha rappresentato al Prefetto, incontrandone la non formale attenzione, i problemi del proprio territorio, dai sussulti xenofobi, al crescere di una opaca indifferenza verso le istituzioni, alla più o meno larvata irrisione verso la democrazia rappresentativa, al progressivo manifestarsi di minacciose presenze, quando non addirittura di atti vandalici e di aggressioni, che, richiamandosi al regime fascista, e riproponendone il lugubre arsenale simbolico, trovano nuova linfa nel disagio economico, nella solitudine delle periferie e delle coscienze, nel dilagante egoismo sociale e nella precarietà economica e esistenziale dei giovani.
Nel ribadire la nostra piena lealtà alle istituzioni della Repubblica, e nella convinzione che la fase storica presente richieda a tutti noi la valorizzazione dell’eredità resistenziale, quale unico, sostanziale, antidoto al fascismo del III millennio, qualunque sia la sigla sotto cui esso si presenta, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, in ognuna delle sue ramificazioni territoriali, ritiene necessario continuare nel percorso avviato ieri di limpido confronto con il rappresentante del Governo e con le espressioni territoriali di una democrazia rappresentativa che deve essere riconosciuta e potenziata, se vogliamo costruire un futuro di civiltà e di nuovo umanesimo, sconfiggendo la nuova barbarie, alimentata da antichi pregiudizi e da nuove paure.

La segreteria ANPI PROVINCIALE.

28 settembre 2017    

lunedì 25 settembre 2017

Bella ciao, Ornella Andreani Dentici

Noi vogliamo ricordarla come la ragazza che, una notte, nascostasi in Aula Volta, (foto) dopo la chiusura del palazzo centrale dell’Università di Pavia, andò tappezzandone le mura di scritte antifasciste e antitedesche. Erano con lei gli amici Dante Faccioli e Franco Andreani, che sarebbe diventato suo marito. In tre che erano, avevano un solo revolver. E solo di questo armati, nella città inquieta e impaurita, andarono “ad innalzare una bandiera rossa sulla torretta dell’orologio che si affaccia sulla centralissima Strada Nuova, a pochi metri dalla prefettura e dalla sede della Federazione neofascista” (cit. Giulio Guderzo l’altra guerra).
Quando, finito il coprifuoco e la ragazza Ornella con i suoi due compagni se ne uscì dal portone dell’Università, sulla torretta dell’orologio rosseggiava una scritta: “ Giustizia e Libertà”. 
Il fascismo aveva le ore contate.
Noi non sappiamo se furono proprio le mani della ragazza Ornella a tracciare la scritta della riscossa e le sue dita ad innalzare la bandiera che cantava alla Liberazione. Ma sappiamo che ad unirla ai suoi compagni antifascisti era un grande coraggio e, forse più ancora, una immensa, incandescente voglia di vivere senza più guerra, in un Paese libero dalla oppressione e dalla barbarie che già le aveva ucciso il fratello Jacopo, studente antifascista, catturato dai militi della famigerata legione Muti, consegnato alle SS e deportato a Gusen II (uno dei sottocampi di Mauthausen ) dove sarebbe morto nel marzo ’45.
Mentre esprimiamo il nostro lutto per la scomparsa di Ornella Andreani Dentici, che in quella stessa Università sarebbe tornata, trascorrendovi una vita di studio, ricerca ed insegnamento, il nostro pensiero va alla generazione di Ornella e di Jacopo.
Cresciuti sotto il fascismo, da sé stessi, questi ragazzi seppero trovare il coraggio del no, le parole per dirsi antifascisti, e per contrastare nel fascismo, che, in spregio alle leggi della Repubblica, ancora oggi si manifesta, l’aberrazione estrema della violenza e la vergogna dell’oppressione dell’uomo sull’uomo. 
Di quel “coraggio del no” e di una stessa vitale passione civile oggi abbiamo bisogno.


mercoledì 20 settembre 2017

Il caso Giuseppina Ghersi. Per avvicinarsi alla verità

A perfezionare il quadro sul caso Giuseppina Ghersi e sulle polemiche generate; sulla più vasta questione delle narrazioni tossiche, dei falsi storici, delle manipolazioni e degli inquinamenti, che stanno alla base della pericolosa operazione di revisionismo storiografico da più parti diffusa; giunge l'inchiesta del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki, che volentieri consegniamo ai nostri lettori.



"Savona, 2012. Uno dei manifesti affissi dal partito «La Destra» e dall’associazione «Ragazzi del Manfrei». L’uccisione di Giuseppina Ghersi vi appare arricchita di dettagli che non si trovano in alcun documento giudiziario conosciuto, né in alcuna testimonianza resa all’epoca dalla famiglia. A rendere pubblici alcuni di questi documenti sono stati proprio i neofascisti, che però non hanno scrupoli nel divulgare versioni alterate, più «cariche» e turpi, per suscitare emozioni facili. Giuseppina è vittima non solo dei suoi carnefici, ma anche dei suoi “beatificatori”. Fare inchiesta è una necessità, per restituire alle storie il loro senso. Una necessità vitale. Buona lettura."

di Nicoletta Bourbaki 

La grande maggioranza dei commentatori che negli ultimi giorni si sono precipitati a esprimere giudizi indignati ed emettere sentenze a dir poco tardive sul caso Giuseppina Ghersi, non ne aveva mai sentito parlare prima del 15 settembre scorso, quando ne ha scritto – e vedremo in che modo – il Corriere della Sera.
Altri ne avevano forse un vago ricordo, per aver letto Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, che dedica alla storia mezza paginetta.
In realtà, nel Savonese le polemiche durano da oltre vent’anni. Il caso Ghersi è da tempo il cavallo di battaglia dell’estrema destra locale.

Anche stavolta, a rialzare il polverone sono stati i neofascisti. Le polemiche su un’annunciata targa in ricordo della tredicenne presuntamente uccisa «dai partigiani» hanno saturato i media locali, per poi travalicare i confini della Liguria. Quando lo “scandalo” è diventato nazionale, la narrazione tossica era già confezionata, pavloviana, perfetta, pronta per scatenare il linciaggio mediatico. «L’ANPI di Savona giustifica chi stuprò una bambina! Vergogna! «Chiudete l’ANPI di Savona!», ha intimato più di un pennivendolo, e gli attacchi velenosi all’ANPI nel suo complesso si sono sprecati, da parte non solo di fascisti ma anche di quelli che io-sono-antifascista-ma.
Si tratta – come dimostrato in modo meticoloso da Yadad de Guerre – di una «bufala nella bufala»: l’ANPI Savona non aveva dichiarato niente del genere. Ma smentite e precisazioni sono state ignorate, e a peggiorare la situazione è giunto un comunicato dell’ANPI nazionale scarno e tutto sulla difensiva.
A completare il quadro, la diffusione virale di una foto che – pure questo lo vedremo – si riferisce a tutt’altro luogo, tutt’altra circostanza, tutt’altre dinamiche, ma che è stata ripubblicata in modo ossessivo. Nella convinzione che mostrasse Giuseppina «portata via dai partigiani», l’immagine è stata brandita come «prova» di non si sa bene cosa, forse di qualunque cosa.
Tutto ciò senza verifiche né approfondimenti, senza mai la richiesta di una fonte, prendendo semplicemente per oro colato quanto, sulla morte di Giuseppina Ghersi, raccontano – ogni volta aggiungendo dettagli – i neofascisti.
Come spesso accade, la matrice neofascista dello “scandalo” è stata occultata. Sui giornali tale Roberto Nicolick – estremista di destra espulso dalla Lega Nord e finito persino in un’inchiesta della Procura di Roma sui contatti europei del Ku Klux Klan – diventa un semplice «insegnante in pensione» (e chi legge può pensare che insegnasse storia, mentre era educazione fisica); tale Enrico Pollero, consigliere comunale di Forza Nuova, è definito – bell’eufemismo – «di centrodestra».
Praticamente nessuno, nei giorni scorsi, si è posto questioni di merito e metodo che a noi sembrano imprescindibili. In fondo, di Giuseppina Ghersi non frega niente a nessuno, è solo l’ennesima palla da cogliere al balzo, l’ennesimo cadavere da strumentalizzare, l’ennesima donna su cui si sfidano branchi maschili, l’ennesimo stupro da rinfacciare all’Altro, da usare per parlare d’altro. Anche questa è cultura dello stupro.
A differenza di molti, noi vogliamo davvero sapere chi uccise Giuseppina e perché.
E l’unico modo per avvicinarsi alla verità è discutere di questa storia seriamente.
Per poterlo fare, vanno prima esclusi il “rumore”, l’approccio scandalistico, le cose che non c’entrano. Vanno ignorate le emozioni un tanto al quintale, la compulsione a far girare “memi” e altre immaginette, ogni genere di reazione impulsiva e inconsulta. Va esclusa l’idea che un capo frettolosamente cosparso di cenere sia meglio di una testa che si prende il suo tempo per ragionare.
Vanno vagliate le fonti, e va ricostruita la genesi della storia come oggi viene ripetuta.
Nella fase preliminare di questa inchiesta, prenderemo in esame soltanto e rigorosamente il materiale già disponibile in rete al momento in cui sono esplose le polemiche (seconda settimana di settembre 2017), lasciando da parte quanto abbiamo acquisito in seguito e tuttora stiamo acquisendo. Perché?
Per dimostrare che certe verifiche sarebbero state possibili.
 Continua la lettura


lunedì 18 settembre 2017

Appello per lo ius soli

L'Anpi provinciale si unisce alla mobilitazione di educatori e docenti a sostegno dello ius soli e dello ius culturae, e invita tutti a firmare affinché venga approvata la legge. In poche ore sono già state raccolte migliaia di firme a sostegno dell'appello lanciato dal maestro Franco Lorenzoni e dallo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, il cui testo qui di seguito.


Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.



Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo - che sono legge dello stato - sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto.

Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro.

Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti. Chi vorrà potrà testimoniare questo impegno anche astenendosi dal cibo in quella giornata in uno sciopero della fame simbolico e corale.

Il 3 ottobre è la data che il Parlamento italiano ha scelto di dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione e noi ci adoperiamo perché in tutte le classi e le scuole dove è possibile ci si impegni a ragionare insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole.

Ci impegniamo inoltre a raccogliere il numero più alto possibile di adesioni e di organizzare, dal 3 ottobre al 3 novembre, un mese di mobilitazione per affrontare il tema nelle scuole con le più diverse iniziative, persuasi della necessità di essere testimoni attivi di una contraddizione che mina alla radice il nostro impegno professionale.

Crediamo infatti che lo ius soli e lo ius culturae, al di là di ogni credo o appartenenza politica, sia condizione necessaria per dare coerenza a una educazione che, seguendo i dettati della nostra Costituzione, riconosca parità di doveri e diritti a tutti gli esseri umani.

Al termine del mese consegneremo questa petizione ai presidenti dal Parlamento Laura Boldrini e Pietro Grasso tramite il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, perché al più presto sia approvata la legge attualmente in discussione al Parlamento. 
Le e gli insegnanti ed educatori che operano in diverse realtà, associazioni, gruppi o scuole possono aderire all'appello cliccando 
qui.

Abbiamo anche creato il gruppo Facebook “INSEGNANTI PER LA CITTADINANZA”, esclusivamente per raccogliere proposte, esperienze e suggerimenti da condividere, per preparare le iniziative che si realizzeranno il 3 ottobre e nel mese successivo. Chiamiamo tutti a collaborare e cooperare per costruire una campagna di largo respiro che parta dalle scuole. 

Primi firmatari dell'appello

 
Franco Lorenzoni maestro elementare
Eraldo Affinati insegnante e scrittore, fondatore della scuola Penny Wirton
Giancarlo Cavinato segretario del MCE, Movimento di Cooperazione Educativa
Giuseppe Bagni presidente del CIDI, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti
Clotilde Pontecorvo presidente della FITCEMEA
Gianfranco Staccioli segretario della FITCEMEA
Roberta Passoni coordinatrice della Casa-laboratorio di Cenci
Paola Piva coordinatrice scuole migranti
Alessandra Smerilli scuola per stranieri ASINITAS
Sara Honegger scuola per stranieri ASNADA
Fiorella Pirola rete scuolesenzapermesso



Come si manipola la storia. Il caso Giuseppina Ghersi


Troppo spesso narrazioni sommarie, incongruenti, prive di riscontri, vengono riprese senza le minime verifiche a garanzia di una informazione conforme. È successo ancora. Da Noli, nel savonese, dove il comune decide di intitolare una targa a Giuseppina Ghersi, tredicenne uccisa nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, muove la polemica circa l'inopportunità di commemorare una ragazzina in camicia nera. Partono attacchi all'ANPI di Savona, accusato di “giustificare lo stupro di una bambina”, e le formazioni neofasciste strumentalizzano ad arte ricorrendo persino a falsi fotografici. È così che nascono e si diffondono pericolose bufale. Yàdad De Guerre ha condotto una analisi essenziale in cui linearmente viene smontato il caso e che pubblichiamo con piacere.


Il sangue dei vinti, le balle dei vivi e il fascismo dei fascisti
Passata la rabbia, in attesa che Nicoletta Bourbaki (il collettivo nato dai Wu Ming per combattere i falsi storici) finisca il suo lavoro intorno alla vicenda di Giuseppina Ghersi, voglio giusto mostrare quale sia lo stato di salute del giornalismo italiano e dell'antifascismo nell'era degli "alternative facts" e della retorica sulle "both sides". Prenderò in considerazioni le testate più importanti, tralasciando quelle locali (e i siti di informazione legati al territorio savonese come, a mo' di esempio, ivg.it e savonanews.it).

Il 13 settembre, il giornalista Mario De Fazio pubblica sull'edizione di Savona del quotidiano La Stampa (https://goo.gl/mmTa95) la notizia della targa commemorativa a Giuseppina Ghersi. Lo stesso giorno, De Fazio pubblica un secondo articolo sulla questione, quasi identico al primo, stavolta sulle pagine savonesi de Il Secolo XIX (gruppo La Stampa). Il giorno successivo, il 14 settembre, l'articolo di De Fazio per Il Secolo XIX finisce online (https://goo.gl/MCKvLu). In quest'ultima versione, diverse parole cambiano e sulla vicenda di Ghersi si fa già tutto meno netto ("[...] Giuseppina Ghersi, *forse* stuprata e uccisa da alcuni partigiani savonesi pochi giorni dopo la Liberazione"; gli asterischi sono miei); si aggiunge il riferimento alla discussione sulla legge Fiano sull'apologia di fascismo; si sottolinea il gioco delle parti contrapposte e, nel gioco, si inserisce Savona come città Medaglia d'oro per la Resistenza ("Troppo facile strumentalizzare da una parte e dall'altra, troppo scivoloso l’argomento in una città Medaglia d’oro per la Resistenza"). Soprattutto, si allunga l'articolo con altre posizioni politiche, per lo più in contrasto con quelle dell'ANPI (già riportate negli articoli del 13 settembre). Le dichiarazioni di Samuele Rago, presidente provinciale dell'ANPI, vengono incorniciate da due grassetti. La prima frase in grassetto è di Roberto Nicolick, principale testa del revisionismo nei territori savonesi e autore di un libretto su Giuseppina Ghersi, oltre che ex professore di educazione fisica (e non storico di professione). Già vicino al MSI e consigliere eletto tra le file della Lega Nord (partito da cui venne espulso nel 2007: https://goo.gl/Aq7dz4), oltre che collegato virtualmente al KKK (https://goo.gl/ZtCPVV), Nicolick afferma nella frase messa in risalto da Il Secolo XIX: "Si è voluto eliminare dalla storia di Savona episodi come questo [relativo a Ghersi], perché si pensa che possano intaccare la Resistenza. Ma più si scopre la verità, e meglio si possono analizzare i fenomeni storici". La seconda frase grassettata, che incornicia le parole di Rago, è invece del giornalista stesso, a chiusura di un commento di Bruno Spagnoletti (dirigente CGIL in pensione): "Il dubbio resta, insieme ai conti ancora da fare con la storia". Il dubbio non è qui riferito alla veridicità della storia di Ghersi, bensì al come l'ANPI possa "giustificare" lo stupro su una tredicenne fascista. La parola "giustificazione" è usata da Spagnoletti. A questo punto, leggete le parole di Rago riportate nei primi due articoli di De Fazio del 13 settembre. Non troverete traccia di questa "giustificazione": sullo stupro Rago non commenta proprio, mette solo in prospettiva (contestualizza) alcuni momenti legati alla Liberazione. Vale la pena ricordare, qualora lo aveste già dimenticato, che lo stesso articolo di De Fazio del 14 settembre si apre con un "forse" rispetto alla vicenda di Ghersi. Forse: una piccola parola abbandonata a sé stessa.
Ancora, il 14 settembre, l'articolo di De Fazio pubblicato online su Il Secolo XIX è rilanciato dal quotidiano Libero, sulle sue pagine online, in un pezzo non firmato (https://goo.gl/7fPwAT). Il riferimento all'articolo di De Fazio è esplicito: "La storia della tredicenne di Savona uccisa pochi giorni dopo la Liberazione ritorna d'attualità e stavolta fra le polemiche, come scrive Il Secolo XIX". Il lancio della notizia, così come fatto da Libero, è molto più breve di quello de Il Secolo XIX e si concentra sulle dichiarazioni di Rago (presidente dell'ANPI di Savona), prima, e di Spagnoletti (dirigente CGIL in pensione), poi. Lo scontro è servito e la parola "giustificazione" pure. Inoltre, quelli di Libero colgono un altro personaggio di questa storia: Enrico Pollero. Pollero è attuale consigliere di maggioranza di Savona, eletto nel 2014 con la lista civica "Ri-Vivi Noli" guidata dall'attuale sindaco Giuseppe Niccoli. È lui a proporre la targa commemorativa per Ghersi, all'interno della piazza dedicata ai fratelli antifascisti Rosselli. Nell'articolo di Libero, Pollero viene definito un "consigliere comunale di centrodestra" sulla scorta delle parole scritte da De Fazio il 14 settembre su Il Secolo XIX: "Enrico Pollero - radici familiari nella Resistenza e convinzioni di centrodestra". Centrodestra. Bizzarro posizionamento politico per l'ex segretario cittadino de La Destra, il partito di Francesco Storace (https://goo.gl/b8ngnp). Ancor più bizzarro posizionamento politico per chi, già eletto consigliere in una lista civica, ha aderito ufficialmente nel luglio del 2016 a Forza Nuova, il partito dichiaratamente neofascista di Roberto Fiore (https://goo.gl/6pVo33).
Il 15 settembre, l'edizione savonese de La Stampa dedica un articolo, firmato dalla giornalista Denise Giusto, allo scontro tra l'ANPI di Savona e l'amministrazione (Pollero, anche qui definito "consigliere di centrodestra"), riportando nuovamente anche le parole di Spagnoletti (ex CGIL), tra cui risalta il termine "giustificazione" (https://goo.gl/QE5z1b). Giusto scrive, per la prima volta, che il cippo dovrebbe essere dedicato alla "brigatista nera Giuseppina Ghersi" e, ancora, che il presidente dell'ANPI "motiva la sua posizione [contraria alla targa] ricordando il contesto storico in cui avvenne la violazione e l’uccisione di Giuseppina Ghersi". Se non fosse che, invece, il sommario recita: "I partigiani: pietà per una giovane vita stroncata ma era fascista", in una sintesi abbastanza disonesta (incluso l'uso del plurale e della categoria di persone che simboleggia l'associazione: i partigiani). Verso le 9:30 del mattino (almeno secondo il lancio sulla pagina Facebook), Il Corriere della Sera riprende la notizia, accentuando definitivamente lo scontro dell'amministrazione e di vari esponenti politici contro l'ANPI di Savona. Titolano: "Targa per Giuseppina Ghersi, la ragazzina violentata e uccisa dai partigiani: scoppia la polemica". Il "forse", usato già nell'articolo del giorno prima da De Fazio, è destinato all'oblio. Sottotitolano: "A Noli, in Liguria, l’Iniziativa di un consigliere di centro destra. L’Anpi insorge: era fascista". Pollero è definitivamente di centrodestra, la sua attuale affiliazione a Forza Nuova si è persa, mentre il contesto dato da Rago è divenuta la posizione dell'ANPI, senza specifiche di sorta, siano esse sulla sezione savonese o sulla direzione nazionale. Qualche ora dopo al Corriere cambieranno il tiro, avendo creato una spaccatura all'interno dell'associazione: "Opinioni contrapposte anche all’interno dell’Anpi".
Nell'articolo del Corriere, scritto da Erika Dellacasa, si riportano altre parole di Rago, che non si capisce se siano state rilasciate direttamente alla giornalista, se siano una ricostruzione fantasiosa delle precedenti dichiarazioni o se siano state riportate altrove: “Giuseppina Ghersi al di là dell’età era una fascista – ha detto il presidente Samuele Rago – Eravamo alla fine della guerra è ovvio che ci fossero condizioni che oggi ci appaiono incomprensibili. Era una ragazzina ma rappresentava quella parte là. Una iniziativa del genere ha un valore strumentale protesteremo”. Il pezzo, come se non bastasse, si chiude con due fonti inattendibili. Una è quella diffusa dall'ex consigliere Nicolick (espulso persino dalla Lega Nord), ossia il dubbio esposto fatto dal padre di Ghersi. Dell'esposto esiste la trascrizione, a opera di Nicolick, in *almeno due* - assai differenti, badate bene - versioni, la prima pubblicata sul suo blog nel 2008 (https://goo.gl/NzhChH) e la seconda sul suo profilo Facebook nel 2011 (https://goo.gl/7gDrTz). L'altra fonte citata è una foto che dovrebbe ritrarre Ghersi secondo molti neofascisti (Forza Nuova inclusa), ma che invece ritrae una collaborazionista - presumibilmente italiana - catturata dai partigiani a Milano. Questa foto fu oggetto di una mostra realizzata nel 2005 dall'Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea (https://goo.gl/QYxCDQ); mostra arricchita e corredata da differenti pubblicazioni (https://goo.gl/Z7mVcuhttps://goo.gl/9N1GAahttps://goo.gl/pF8112). La capacità di diffusione (non solo virtuale) de Il Corriere della Sera ha sollevato il caso a livello nazionale.
Alle 10.36 del 15 settembre, un articolo della redazione dell'Huffington Post rilancia la notizia, utilizzando quasi le stesse parole dell'articolo di Dellacasa per Il Corriere della Sera. L'Huffington Post titola: "Una targa per Giuseppina Ghersi, la 13enne violentata e uccisa dai partigiani. L'Anpi protesta: "Era una fascista" / Polemica a Noli, nel savonese, per l'iniziativa del Comune. Per i partigiani "a fine guerra c'erano condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili"". L'articolo è, anche qui, tutto dedicato allo scontro in corso contro l'ANPI, ma merita di essere ricordato per un dettaglio. Dopo aver riportato le parole del "consigliere comunale di centrodestra" Pollero, all'Huffington Post decidono di scrivere che, dalla parte del consigliere, c'è "[i]l sindaco, medaglia d'oro della Resistenza". La Medaglia d'oro per la Resistenza, così, passa dalla città di Savona al sindaco di Noli, Giuseppe Niccoli, nato il 29 aprile 1946. Ripeto: 1946. Avendo fatto la Resistenza a -2 o -3 anni, porgo i miei complimenti al sindaco: io, alla sua stessa età, neanche sapevo di dovere o di potere o, addirittura, di volere nascere, figurarsi liberare l'Italia dal nazifascismo.
Alle 14.30 del 15 settembre arriva il lancio dell'ANSA (https://goo.gl/wPQjA4), che darà il via a tutte le testate che fino a quel momento stavano sonnecchiando, spingendo i giornalisti a riportare acriticamente questa storia, fatta di tradizioni orali, falsificazioni e mistificazioni, in un turbinio ansioso sorretto dal più virile slancio propagandistico neofascista.
---
Ah, a margine di tutto: un'ulteriore nota di merito va sempre a Il Corriere della Sera. Ancora il 15 settembre, in un secondo articolo dedicato alla questione Ghersi-ANPI (https://goo.gl/P7pefo), il giornalista Antonio Carioti raggiunge al telefono il presidente dell'ANPI nazionale, Carlo Smuraglia, che "corregge[rebbe] il tiro" di Samuele Rago, presidente dell'ANPI di Savona. Nello stesso pezzo, Rago si affanna a spiegare al giornalista di non aver "giustificato" lo stupro e parla di "fraintendimento", ma ormai il mostro è stato creato. Tanto che Carioti chiude il suo pezzo non solo citando - ancora! - il "consigliere comunale di centrodestra Enrico Pollero, tra l’altro figlio di un partigiano" (e poco importa la sua affiliazione a Forza Nuova), ma anche andando a sentire "la persona che più si è impegnata sul caso Ghersi", ossia "l’insegnante in pensione Roberto Nicolick" (e poco importa che sia stato un insegnante di educazione fisica, oltre che revisionista "appassionato" di storia e consigliere espulso dalla Lega per "indegnità e [...] ripetuti comportamenti gravemente lesivi della dignità di altri soci e gravi ragioni che ostacolano e pregiudicano l’attività del movimento e ne compromettono la sua immagine politica").

Fonte: https://www.facebook.com/yadaddeguerre/posts/1293502844109407?pnref=story




venerdì 15 settembre 2017

Per loro la guerra non era finita

In rete, la Volante Rossa viene ampiamente definita come “gruppo terroristico operante a Milano nel dopoguerra”. Questa denominazione parecchio approssimativa e di sapore revisionista, taglia via la storia autentica della Volante Rossa, nata nell’estate del 1945 come circolo ricreativo di via Conte Rosso presso la Casa del Popolo di Lambrate.
Forse, la Volante tale sarebbe rimasta, se la recrudescenza fascista dell’immediato dopoguerra e la pesantissima restaurazione antipopolare nelle fabbriche, non l’avesse progressivamente trasformata in un gruppo che si misura sul campo, al fianco degli operai di Milano, lungo il sottile confine tra legalità e illegalità.
A dar vita alla Volante Rossa, che prende nome dalla 85° Brigata partigiana della Valle d’Ossola, sono i figli di chi ha combattuto in montagna, sono i fratelli minori dei partigiani, sono talvolta ex partigiani (Angelo Maria Magni, Dante Vecchio, Otello Alterchi) delle Brigate Garibaldi o del III GAP di Milano, giovani uomini che faticosamente tentano di ritornare alla vita civile e che, ad ogni passo, si sentono traditi.

Tanta parte d’Italia già nel ‘45 stenta infatti a fare i conti con il proprio passato fascista, cerca di dimenticare il messaggio dei partigiani, morti per liberare il Paese e per costruire una autentica democrazia progressiva, e in alcuni casi vorrebbe mettere al bando la Resistenza come inquietante episodio di riscossa popolare o di ridurne i valori ad una celebrazione monumentale.
Tra i fondatori della Volante Rossa, insieme a giovanissimi operai di Lambrate (Comini, Clerici, Finardi, Burato, Banfi, Cimpellini, Biadigo) c’è Giulio Paggio, il tenente Alvaro, 18 anni nel luglio ’44 quando a Piazzale Loreto assiste alla fucilazione da parte dei nazifascisti di quindici patrioti antifascisti, e decide, allora e per sempre, di vendicarne la morte.
Gli operai di Milano e i ragazzi della Volante Rossa, che nel ’47 prenderanno la tessera del Partito Comunista, sperano che il Paese del 25 aprile sia davvero un Paese migliore, capace di sconfiggere il fascismo non solo con le armi, ma di liquidarne ogni residuo, di epurarne ogni sopravvivenza dalla direzione delle fabbriche, dalle istituzioni, dalle prefetture e dalle questure. Sperano davvero che il Paese per cui hanno combattuto garantisca diritti e uguaglianza e riconosca il giusto ruolo ai combattenti e agli operai che contro il fascismo hanno scioperato nel marzo del ’43, e poi ancora nel marzo del ’44, che hanno occupato le fabbriche e difeso gli impianti di produzione dalla furia nazista.
Dopo il grande sogno dei cortei partigiani, gli uomini della Volante Rossa e con essi la classe operaia di Milano, particolarmente agguerrita e fortemente politicizzata, aprono gli occhi il 26 aprile e si accorgono che non è così.
Oggi, si racconta ai giovani che c’è stato il fascismo, la guerra, la Resistenza e poi come in una fiaba a lieto fine la pace, la Repubblica, la Costituzione. Il racconto storico spesso sorvola sulla ferocia antipopolare dell’immediato dopoguerra, sulle lotte operaie del 1947 e la rabbia dei partigiani cacciati dalle fabbriche e dai luoghi di lavoro.
Il racconto storico non dice quasi mai dei morti contadini della prima strage padronale e mafiosa di Portella della Ginestra, primo maggio 1946, e della impunita uscita dalle prigioni di troppi uomini compromessi con la dittatura, dal prefetto di Genova al generale Graziani.
Il racconto storico tace soprattutto sulle mille cancrene fasciste che, dopo il 25 aprile, trovano legittimazione e spazio nelle istituzioni, e tace, ad esempio, sulla cacciata del Comandante partigiano Ettore Troilo dalla Prefettura di Milano, su nomina del CNL, rapidamente sostituito da un uomo più vicino al nuovo potere democristiano che celebrerà la propria epopea il 18 aprile 1948.
Forse un romanzo di Fenoglio, “La paga del sabato” ci parla della rabbia di chi ha combattuto e ora si vede messo al bando. Certamente la storia ufficiale non ci parla di questa rabbia delusa e difficilmente racconta l’operato di cento sigle neofasciste che, già nell'autunno della Liberazione, insanguinano Milano, inneggiano al regime appena sconfitto e troveranno unità e legittimazione istituzionale già nel dicembre ’46 con la costituzione del MSI che trova posto nel Parlamento della nuova repubblica.
I gruppi fascisti (SAM, RAM, Movimento tricolore, Gruppi di azione monarchica, FAR, Movimento unitario nazionale) compiono attentati alle case del Popolo, alle sedi dei sindacati, del PCI e del PSI, il 5 aprile ’46 tendono un agguato al dirigente comunista Di Vittorio, trafugano la salma di Mussolini, lanciano bottiglie incendiarie, e suscitano un allarme fortissimo tra gli ex partigiani. 
Alcuni, come Walter Audisio, Comandante Valerio, minacciano di riprendere le armi, altri, come il Comandante Armando della Brigata Rosselli con i suoi uomini in montagna ci tornano davvero, a Santa Libera, nel cuneese. A denunciare i rischi della restaurazione è lo stesso Togliatti che scrive: “non è più possibile tollerare oltre che in una città come Milano ogni otto giorni vi sia un attentato al tritolo sul PCI o si spari sui lavoratori. O si pone termine a questi delitti, oppure nessuno si lamenti se la collera dei lavoratori e dei democratici si manifesta in forme violente. Di fronte alla criminalità reazionaria e fascista nessuno pensi venga ripetuto il fatale errore di coloro che nel 1921/1922 predicarono la rassegnazione, la capitolazione, la bontà”.
La rinascita fascista e la restaurazione padronale nelle fabbriche stringono d’assedio la fortezza operaia di Milano, Lambrate e Sesto. Qui si colloca la storia della Volante, gruppo tutt’altro che clandestino, che, anzi, ostenta al massimo la propria visibilità per terrorizzare i fascisti e i padroni che hanno loro aperto le porte del 1922.
Il gruppo si sposta su un autocarro Chevrolet Dodge residuato dell’esercito inglese, ha una divisa, un simbolo, una bandiera, una canzone e un nome ben conosciuto dalla Milano antifascista.
La Volante Rossa interpreta allo stremo la rabbia operaia, ribatte colpo su colpo, segna le case dei fascisti, li insegue, se riesce li ammazza. Il Tenente Alvaro e i suoi arringano la folla in sciopero, accorrono nelle fabbriche chiamati direttamente dagli operai, contro i quali si consumano mille ingiustizie, sono in prima fila durante gli scontri, da quelli del luglio ’47, quando viene fatto divieto di ricordare i morti del luglio ’44 a Piazzale Loreto, a quelli dello sciopero generale del novembre ’47, e sono in prima fila anche nelle occasioni istituzionali, durante il sesto Congresso del PCI a Milano ad organizzarne il servizio d’ordine.
Non un gruppo clandestino, non dei terroristi nascosti, ma uomini che, a viso aperto, conducono una guerra senza fine e senza quartiere, che tenta di interpretare il sentimento collettivo della Milano operaia, con la quale tiene collegamenti precisi, estesi dalla Barona, all’Alfa Romeo, dalla Innocente alla Breda.
Certo, gli uomini della Volante Rossa si macchiano le mani di sangue, sono coinvolti nell'omicidio di Ferruccio Gatti, ex squadrista e dirigente del FAR dopo la Liberazione, in quello dell’ex dirigente fascista de' Il meridiano d’Italia, fino a quello di Ghisalberti che fu, probabilmente, tra gli assassini del dirigente comunista partigiano, Eugenio Curiel.
Non sta a noi giudicarli. Ad essi il Presidente Sandro Pertini ha concesso la grazia nel 1978, e alcuni di loro, con molte amarezze, sono tornati in Italia, ma solo per qualche giorno. Quello che noi oggi possiamo dire con qualche certezza è che gli uomini della Volante Rossa non erano sicuramente vendicatori solitari o pazzi sanguinari. Non erano nemmeno eroi, anche se a volte siamo tentati di crederlo. Erano uomini che hanno preso su sé stessi il carico delle aspirazioni e delle atroci delusioni del proprio tempo, fino al punto, forse, di esserne travolti. Hanno vissuto senza tregua il tormentato dopoguerra italiano, hanno cercato, oltre ogni paziente compromesso, la strada della giustizia partigiana, e forse, della rivoluzione comunista.


giovedì 7 settembre 2017

Spazi pubblici ai nazisti

Sempre più frequenti episodi, più o meno vistosi ma comunque carichi di densità simbolica, vedono l'assegnazione di sale pubbliche ad organizzazioni e associazioni di dichiarata ispirazione fascista e nazista. L'inchiesta del collettivo Nicoletta Bourbaki indaga tra gli orrori delle amministrazioni locali. Buona lettura.

No, nessun Comune è costretto a dare sale pubbliche ai nazi. Se lo fa è perché lo vuole.
Come è stato scritto su Giap alcuni giorni fa, l’inchiesta sui rapporti tra il PD e i neofascisti rovocato i primi scossoni. Il caso che ha smosso le acque è quello di Nereto – allargatosi velocemente al teramano, da Bellante alle esternazioni xenofobe su FB del segretario del PD di Alba Adriatica – dove si sono registrate diverse iniziative organizzate dall’associazione Nuove Sintesi (che fa parte del network di Lealtà e Azione) in comuni amministrati da sindaci del Partito democratico.
Diversamente da quanto successo in precedenza, quando il PD aveva reagito alle nostre segnalazioni minimizzandole (o peggio, rispondendo sulla falsa riga del sindaco di Predappio Giorgio Frassineti), queste ultime sono state accolte diversamente sia da parte di alcuni deputati – Emanuele Fiano e Marco Miccoli – che da Andrea Catena, dirigente regionale (Abruzzo). Catena, in particolare, si è subito attivato, coinvolgendo il segretario generale del PD Abruzzo, Marco Rapino: prima inviando una nota “circolare” ai sindaci PD abruzzesi per “avvisarli” della natura dell’associazione Nuove Sintesi, poi predisponendo il deferimento al comitato dei garanti per il sindaco di Bellante e per gli altri componenti della giunta che avevano deliberato i patrocini alle iniziative organizzate da questa associazione. Il deferimento potrebbe portare all’espulsione dal PD perché, parole dello stesso Catena, «se un sindaco Pd partecipa a iniziative neofasciste è prevista l’espulsione». Sempre Catena si è anche detto favorevole al commissariamento dell'intero coordinamento provinciale PD di Teramo.
È possibile però non agire solamente a fatti avvenuti (e dopo una campagna di denuncia) ed evitare che queste iniziative si svolgano in spazi pubblici? La risposta è affermativa: alcuni casi possono già essere offerti come esempio, anche se, come vedremo, l’attuazione di quanto previsto avviene tra varie difficoltà, anche sul piano “interno” al PD oltre che per la scontata opposizione delle destre. Questi i casi dei comuni di Riva del Garda e di Arco, in provincia di Trento, e del comune di Pavia.
Il 14 giugno 2017 il Consiglio comunale di Arco, la quarta città della provincia di Trento in ordine di grandezza con i sui oltre 17.500 abitanti, ha approvato una mozione il cui titolo può sembrare strano: «Misure di prevenzione della propaganda totalitarista e per la promozione del decoro nel territorio». In realtà l’obiettivo è quello di contrastare l’azione delle organizzazioni neofasciste facendo riferimento alle leggi Scelba e Mancino, mettendo in chiaro fin dalle prime righe che: «l’antifascismo è la radice ideale e culturale da cui nasce la Repubblica Italiana e la sua Costituzione democratica la quale rappresenta il metodo democratico contro ogni forma di totalitarismo».
La mozione è stata presentata dalle forze politiche della maggioranza uscita dalle elezioni comunali, ovvero dalla Lista Arco Bene Comune, dal Partito Democratico, dal Partito Autonomista Trentino Tirolese, dall’Unione per il Trentino (il centro cattolico-moderato) e dalla Lista Civica “con Betta” (il sindaco in carica). Il testo impegna la giunta a:
  • imporre come requisito necessario per l’assegnazione di spazi e contributi pubblici il non aver subito condanne, anche con sentenza non definitiva, per reati di cui alle leggi elencate in premessa [cioè le leggi Scelba e Mancino];
  • prevedere, nei moduli di richiesta di utilizzo di spazi pubblici (a titolo semplificativo ma non esaustivo: siano essi edifici o sale pubbliche) da presentare al momento della richiesta di 3 autorizzazione, una dichiarazione esplicita di riconoscimento nei valori antifascisti espressi dalla Costituzione italiana;
  • istituire meccanismi di intervento impeditivo per quanto riguarda l’assegnazione di contributi, patrocini o altre forme di supporto e sostegno ad associazioni che, pur avendo sottoscritto la suddetta dichiarazione, presentino richiami all'ideologia fascista, alla sua simbologia, alla discriminazione etnica, religiosa, linguistica o sessuale, verificati a livello statutario, ove lo Statuto è presente, sui siti internet e sui social network, o nell’attività pregressa oppure per accertata violazione delle leggi in materia;
  • istituire analoghi meccanismi da inserire nel regolamento della fruizione delle sale pubbliche per la concessione delle stesse;
  • richiedere maggiore vigilanza al corpo di Polizia Locale dell’Alto Garda e Ledro nel contrasto alle fattispecie di cui sopra ed in particolare alla diffusione di volantini davanti agli istituti scolastici inneggianti alla discriminazione, all’odio e alla violenza per motivi sessuali, linguistici, etnici o religiosi;
Una mozione dai contenuti quasi identici è stata approvata anche dal vicino comune di Riva del Garda, amministrato sempre da un «centro sinistra largo» come Arco, il 23 giugno 2017.
Perché proprio in due tranquille cittadine nei pressi della sponda settentrionale del lago di Garda è stata approvata questa mozione? Il testo stesso cita una serie di fatti assurti alle cronache locali e monitorati dall’Osservatorio contro i Fascismi del Trentino - Alto Adige/Südtirol che fanno comprendere come anche dietro la facciata quieta e ben curata di una zona turistica come l’Alto Garda l’azione di organizzazioni come Casa Pound possa creare un clima di intimidazione squadrista e di violenza diffusa.
Il 17 maggio 2014 ad Arco un giovane è stato accoltellato da due neofascisti poi condannati in primo grado per «lesioni dolose». Questa aggressione fa parte della lunga serie di pestaggi e accoltellamenti verificatisi da quando Casa Pound ha iniziato le sue attività in Trentino, elencati nel dossier «Un anno di Casa Pound a Trento: storie di squadrismo, propaganda e Blackout mediatici», pubblicato nell’aprile 2015 dall’Osservatorio contro i Fascismi del Trentino - Alto Adige/Südtirol. Più di recente sempre i «fascisti del terzo millennio» si sono resi responsabili dell’accoltellamento di un militante antifascista a Trento nell’aprile 2016, atto del quale è stato accusato il gerarchetto trentino di Casa Pound, e del pestaggio di alcuni studenti davanti all’ingresso del liceo Prati di Trento.
La zona dell’Alto Garda è ormai da alcuni anni il luogo in Trentino in cui è più radicata la presenza neofascista, che può contare su decine di militanti. Presenza che si esprime anche attraverso una specie di marchiatura del territorio con adesivi, striscioni e scritte murali. Quando nell’aprile 2016 gli aderenti e simpatizzanti dell’ANPI Alto Garda e Ledro, tra cui alcuni anziani e almeno un amministratore locale, hanno indetto una giornata di «Pulizia etica» per rimuovere gli adesivi e gli striscioni abusivi sono stati insultati e minacciati per ore da un folto gruppo di militanti di CasaPound mentre le «forze dell’ordine» si limitavano ad evitare che tra i due gruppi potessero esservi contatti.
Le minacce e le intimidazioni nei confronti degli antifascisti sono evidentemente una cosa normale in zona visto che come afferma il testo della mozione:
da più parti sono arrivate segnalazioni di volantinaggio, provocazioni ed aggressioni verbali e fisiche e azioni di intimidazione da parte di squadracce neofasciste agli ingressi delle scuole superiori della città e in occasioni di ritrovi giovanili.
Nell’Alto Garda sono emersi collegamenti che rimandano a cose anche peggiori delle aggressioni. Lì aveva infatti trovato ospitalità Giovanni Battista Ceniti, l’esponente di Casa Pound che il 3 luglio 2014 ha assassinato a Roma il cassiere di Gennaro Mokbel, Silvio Fanella.
Come ricostruito da un articolo di Andrea Palladino, sempre su Il Fatto Quotidiano, Ceniti, originario di Verbania in Piemonte, sosteneva di recarsi ad Arco nei fine settimana dove avrebbe dovuto gestire la pizzeria «Avalon», ma gli atti della Camera di Commercio smentiscono che egli sia stato uno dei proprietari del locale ed il suo gestore, Giovanni Battista Deledda, afferma di non conoscerlo ma di aver ricevuto la visita «di persone strane» dopo l’uscita della notizia, che lo avrebbero intimidito spingendolo a rivolgersi alla polizia.
Ceniti di sicuro però frequentava un pub di Riva del Garda, il «Moby Dick», uno dei locali gestiti da Walter Pilo, l’imprenditore animatore della «associazione culturale» neofascista «L’Uomo Libero» che nel 2010 organizzò una spedizione in Kossovo cui parteciparono sia Ceniti che il leader di Casa Pound Gianluca Iannone.
Come scrive Palladino:
«Dietro la vetrina immacolata di Riva del Garda si nasconde una presenza neofascista ormai consolidata. Qui ha esordito in politica Cristano De Eccher, l’ex senatore di Forza Italia noto per avere proposto l’abrogazione delle norme costituzionali che vietano la ricostituzione del partito fascista. Un principe trentino nerissimo, con un passato in Avanguardia nazionale, che entrò nell’inchiesta su Piazza Fontana per i suoi stretti rapporti con Franco Freda. E in Trentino – ad una quarantina di chilometri da Riva del Garda – si era rifugiato anche un volto noto del panorama fascista milanese, Alessandro Todisco, detto Todo».
La mozione approvata dal comune di Arco risponde proprio a questa situazione inquietante che sembra inconcepibile in un posto all’apparenza tranquillo come il Trentino. La volontà dei suoi estensori è stata quella di voler evitare che i simpatici personaggi di cui si è parlato possano avere accesso a sale e fondi pubblici per le loro attività visto che: «spesso le iniziative dei gruppi neofascisti vengono realizzate con associazioni prestanome non immediatamente riconducibili ad idee neofasciste». Ovvero associazioni il cui nome non ha nulla di apparentemente «politico» ma che consentono ai neofascisti di ottenere fondi e sale dove presentare libri, tenere conferenze, proiettare film, ecc. Si tratta di un passaggio fondamentale per arrivare alla normalizzazione del fascismo, alla sua accettazione sociale fuori dai contesti «di area».
«Mamma stasera esco vado con gli amici in biblioteca comunale alla presentazione di un libro dei ragazzi di CasaPound».
«Oh che bravi! Che libro è?»
«Il racconto di un’esperienza di volontariato artistico: “Futurismo e Zyklon B contro il degrado” di Italo Scannamuorto»
«Mi raccomando, copriti bene che fa freddo!».
Evidentemente questa prospettiva non preoccupa affatto alcune realtà dell’associazionismo locale che trovano troppo «politico» sottoscrivere un modulo in cui affermano di riconoscersi nei valori della costituzione della Repubblica italiana. Ad esempio il presidente del Bacionela Club Gianfranco Benatti ha rifiutato di firmare il modulo ed ha inviato una lettera di protesta e, secondo quanto riportato in un articolo de Il trentino, ha affermato:
«Noi non chiediamo ai nostri soci da che parte stanno politicamente - il senso della lettera scritta da Benatti - e non saprei dire se qualcuno ha pene passate in giudicato per reati legati all’ideologia nazifascista. In ogni caso, qui al Bacionela ci occupiamo di tutto tranne che di politica»
Sulle stesse posizioni Carlo Modena del Virtus Alto Garda. Ma il primo a rifiutare è stato l’organizzatore di Carnevalestate, Mario Matteotti, addirittura ex consigliere comunale del PCI, che ha avuto l’onore di essere indicato da «Il Giornale» come capofila della rivolta contro la legge liberticida.
Sottoposto a questo fuoco di fila il sindaco di Arco Alessandro Betta non fa marcia indietro ma cerca di stemperare i toni e prospetta un regolamento che consenta di evitare lo scontro frontale con le associazioni coinvolte:
«Il dispositivo approvato è di tipo politico, poi l'amministrazione deve trovare la sua attuazione secondo le normative. Visto che Riva ha approvato un dispositivo analogo al nostro, collaboreremo proprio con Riva che vuole coinvolgere anche il Commissariato del Governo per fare l'attuazione secondo le normative vigenti arrivando ad un regolamento. Ne ho parlato con Mosaner e avrei raggiunto un accordo in tal senso, con i segretari che hanno il mandato esecutivo. Una volta che vi sarà il relativo responso comunicheremo il tutto e poi si procederà con gli incontri plenari con le associazioni. Si ribadisce inoltre – conclude Alessandro Betta – la nostra posizione politica contro ogni forma di fascismo e di sostegno alla memoria».
Occorre notare come le amministrazioni di Riva ed Arco siano state di fatto lasciate sole nella loro battaglia, l’unico plauso verso la loro azione è arrivato dall’ANPI e dalle realtà di movimento che animano l’Osservatorio contro i Fascismi del Trentino - Alto Adige/Südtirol. Il PD trentino si è limitato a ricopiare sul proprio sito un’intervista rilasciata a Il Trentino dall’ex partigiano ed ex deputato socialista Renato Ballardini che ha difeso l’azione delle due amministrazioni:
«Dichiararsi antifascisti dovrebbe essere un’ovvietà poiché si tratta di riconoscere i valori che sono scritti nella nostra Costituzione e sinceramente non comprendo dove sia la difficoltà nel sottoscrivere una cosa ovvia».
D’altronde provate un po' ad immaginare cosa sarebbe successo se un Imam o un’associazione culturale islamica si fosse azzardata a non firmare un modulo per dichiarare la propria adesione ai valori costituzionali e la condanna del terrorismo islamista, sarebbe accaduto il finimondo con richieste di espulsioni e di arresto immediato, ma evidentemente solo i fanatismi ed i terrorismi «esotici» suscitano lo sdegno dei bravi cittadini «impegnati nel sociale».
A Pavia, dove il PD è il partito di maggioranza relativa, ad aprile il consiglio comunale ha modificato due regolamenti, quello di polizia urbana e quello concernente l’occupazione di spazi pubblici, con lo scopo dichiarato di limitare le iniziative neofasciste in territorio cittadino. Le nuove norme, seppure con una formulazione un po’ involuta, prevedono che i promotori di qualunque manifestazione (per intendersi, dall’installazione di un gazebo all’organizzazione di un presidio o di un corteo) debbano sottoscrivere una dichiarazione d’impegno a non esibire simbologia fascista e a non tenere comportamenti omofobi, misogini o altrimenti lesivi del principio di eguaglianza. L’aspetto più avanzato e per certi versi coraggioso di questo provvedimento è che non si tratta solo di un atto d’indirizzo politico, ma di vere e proprie norme giuridicamente vincolanti: per chi trasgredisce, non presentando la dichiarazione o direttamente tenendo i comportamenti vietati, è prevista una sanzione pecuniaria fino a € 300.
L’approvazione di queste disposizioni è stata il frutto di una mobilitazione durata tre anni, che ha visto protagoniste l’ANPI e la Rete Antifascista di Pavia, fatta di manifestazioni e assemblee pubbliche, riunioni con la giunta e i funzionari del comune, elaborazione di bozze e proposte di emendamenti alle disposizioni da approvare, interventi in consiglio comunale. Non da ultimo, ci è voluta una parata di trecento fascisti lo scorso 5 novembre, con gli antifascisti in presidio caricati e manganellati (e poi immancabilmente denunciati), in una serata di pericolosissima e irrazionale gestione dell’ordine pubblico che forse non è restata priva di conseguenze, visto il recente avvicendamento ai vertici della prefettura di Pavia. Questa mobilitazione ha determinato, sia in consiglio comunale, sia soprattutto nell’opinione pubblica cittadina, i rapporti di forza che hanno portato all’approvazione delle nuove norme. Attorno al “regolamento antifascista” s’è aperta, evidentissima, una contraddizione in seno al PD locale, con una parte dei suoi dirigenti (numericamente minoritaria, ma molto influente negli equilibri interni) che ha osteggiato il provvedimento, mettendo in campo tutto l’arsenale degli argomenti benaltristi consueti: “la contrapposizione fascismo antifascismo appartiene al passato”, “mentre noi discutiamo di queste cose, l’economia non riparte” (argomenti questi, si capisce, volentieri sostenuti anche dalla destra), “continuando ad occuparci dei fascisti diamo loro visibilità” e via di questo passo.
Sebbene le norme siano state approvate, gli scossoni interni al partito non sono rimasti senza conseguenze. Quella più evidente è che, a quattro mesi dall’entrata in vigore delle nuove norme, il comune non ha ancora emanato la modulistica di attuazione: manca quindi il testo della dichiarazione d’impegno da far sottoscrivere ai promotori delle manifestazioni pubbliche. Il risultato ovviamente è che ad oggi il regolamento è inapplicato, e i diversi gruppetti neofascisti e neonazisti della provincia hanno più volte fatto iniziative (più che altro banchetti) in città, contro il Gay Pride, per il fantomatico “reddito di maternità” etc. La predisposizione della modulistica richiederà a dir tanto un giorno di lavoro: per dimostrarlo, ANPI e Rete Antifascista hanno pubblicato un facsimile di dichiarazione, redatto in poche ore dai giuristi dei due gruppi. Volendo, gli uffici comunali avrebbero potuto copiancollare e protocollare quel modello, e il gioco era fatto: invece si attende ancora che i conflitti interni si risolvano. Alle molte richieste di spiegazioni è stato risposto che non si riuscirebbe a individuare l’ufficio competente a provvedere…
Significativamente, oltre alle divisioni nel PD, a determinare lo stallo vanno segnalate anche queste “resistenza burocratiche” dentro il conservatore apparato comunale. I meccanismi farraginosi e antidemocratici che rendono provvedimenti simili complicatissimi per i rari amministratori controcorrente sono davvero inquietanti, anche perché sembra, al contrario, facilissimo emanare ordinanze autoritarie sul decoro; eppure sono interventi che avvengono esattamente sugli stessi regolamenti.
PS. Proprio mentre chiudiamo questo articolo, da Prato, ci arriva la notizia di un'iniziativa del comune, che, modificando il regolamento sulla concessione del suolo pubblico, ha vietato a chi fa propaganda fascista e razzista, la possibilità di poter ottenere spazi pubblici.

Fonte: https://m.facebook.com/notes/nicoletta-bourbaki/no-nessun-comune-%C3%A8-costretto-a-dare-sale-pubbliche-ai-nazi-se-lo-fa-%C3%A8-perch%C3%A9-lo-/1642667469088350/