mercoledì 31 maggio 2017

Pavia bandisce i neofascismi

Dal 16 maggio a Pavia sono in vigore le modifiche ai regolamenti comunali volte a ostacolare le presenze neofasciste in città. Grazie a tali disposizioni, Pavia diventa il primo capoluogo italiano ad adottare misure simili. Il risultato costituisce una netta vittoria dell'antifascismo e di tutti gli antifascisti. Al riguardo proponiamo il redazionale di Patria Indipendente.

È il primo capoluogo di provincia a introdurre sanzioni amministrative vincolanti per il contrasto al neofascismo, al neonazismo, al razzismo e a qualsiasi discriminazione. Un risultato ottenuto anche grazie all’impegno dell’ANPI. La vergogna della manifestazione nera del 5 novembre 2016
Vietato il suolo pubblico di Pavia a chi si ispira a movimenti fascisti e nazisti. E durante le manifestazioni niente saluti romani, bandiere con simboli di ideologie nostalgiche, immagini di stampo razzista e omofobo. D’ora in poi nella città lombarda banchetti, sit-in, presidi e cortei saranno autorizzati dal Comune solo se i promotori sottoscriveranno una dichiarazione d’impegno a non esprimere contenuti contrari alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, alla Costituzione, alle leggi Scelba e Mancino e a qualsiasi discriminazione. Chi infrangerà le norme sarà passibile di una multa fino a 500 euro.

I divieti sono stati introdotti con modifiche a due regolamenti comunali approvate lo scorso 27 aprile in Consiglio e sono frutto della reazione democratica alla notte più buia dal dopoguerra per il capoluogo pavese (la delibera).
La sera del 5 novembre 2016 (ne abbiamo parlato su Patria ) gli skinhead locali, coordinati dall’associazione culturale Recordari, chiamarono a raccolta decine di militanti di CasaPound e Forza Nuova per commemorare l’anniversario della morte di Emanuele Zilli, attivista missino, scomparso negli anni Settanta cadendo dal motorino.
Quel 5 novembre 2016 cadeva di sabato e la città si apprestava a trascorrere un fine settimana di svago e di riposo. I militanti dell’estrema destra, tutti giovanissimi, arrivarono da mezza Lombardia: almeno in duecento da Varese (territorio di Do.Ra), Cremona, Monza. Marciarono per le vie del centro storico, autorizzati da prefettura e questura. Per garantire il corteo nero venne addirittura proibito e caricato dalla polizia il presidio antifascista, pacifico, a cui stavano partecipando con l’ANPI, l’ARCI, sindacati, parlamentari e tantissimi semplici cittadini, anche il sindaco Massimo Depaoli e alcuni assessori. Furono feriti un professore universitario e due ragazzi. Intanto a poche centinaia di metri di distanza, in un silenzio irreale cadenzato dai passi dell’oca, i neofascisti sfilavano sventolando bandiere con croci celtiche, scortati dai blindati della Pubblica Sicurezza. Tensioni, il tentativo di assaltare il circolo ARCI Radio Out, Ponte Coperto chiuso, città divisa in due fino quasi all’alba. Pavia si risvegliò il giorno dopo tappezzata di manifesti – abusivi – firmati “I camerati”.
Allo sgomento e all’indignazione seguì, il 13 novembre, la risposta democratica della cittadinanza con una grande corale mobilitazione. Da tempo, in realtà, l’ANPI e le organizzazioni della società civile riunite nella Rete Antifascista, sollecitavano le istituzioni municipali ad adottare strumenti idonei a contrastare l’aumento, costante ogni anno, dei partecipanti a manifestazioni ispirate a ideologie nazifasciste (nel 2015 un ordine del giorno era stato approvato in Consiglio comunale ma non aveva avuto seguito).
Oggi Pavia è il primo capoluogo in Italia dove vige un regolamento mirato, oltre i semplici atti di indirizzo politico adottati in altre località del Paese. Finora infatti solo in centri più piccoli – come nelle Marche a Chiaravalle, Jesi, Santa Maria Nuova, Monsano – sono state introdotte misure amministrative ad hoc (vedi Patria).
Va da sé che non bastano unicamente strumenti normativi locali per contrastare efficacemente il fenomeno neofascista e neonazista divenuto in poco tempo ben più di un rigurgito minoritario (inoltre la magistratura non è univoca nel far applicare le leggi nazionali esistenti). L’esempio pavese dimostra però la possibilità concreta di avere disposizioni attuali e vincolanti al rispetto del dettato costituzionale e delle leggi della Repubblica. Se l’emanazione di regolamenti comunali diverrà una prassi diffusa e virtuosa, forse, come da tempo chiede l’ANPI tutta, anche il legislatore nazionale provvederà.
Fonte: http://www.patriaindipendente.it/cronache-antifasciste/pavia-zona-defascistizzata/

mercoledì 24 maggio 2017

Non siamo tutti morti!

Mamma Togni è un monologo di Franca Rame, poco conosciuto ma molto bello, realizzato elaborando la registrazione su nastro di una dichiarazione fatta da una donna, che poi è la protagonista del brano: Mamma Togni.
Mamma Togni (Giuseppina Modena) fu la madre di Lorenzo Togni, detto Enzo, partigiano comandante di distaccamento, colpito da una scheggia di mortaio che lo uccise durante la battaglia di Varzi, il 18 settembre 1944. La donna, fin dall'inizio collaborativa nell'attività partigiana del figlio, proteggendo e incoraggiando i giovani con cui entrava in contatto, si trasferì a Zavattarello dove si impegnò nelle cure infermieristiche di feriti e ammalati, continuando nella sua prodigalità anche dopo che Carlo Barbieri “Ciro” le portò la notizia della morte del suo unico figlio. Fu da quel momento che divenne la mamma di tutti i partigiani garibaldini, e in una sua lettera a Il garibaldino, organo di stampa delle formazioni Garibaldi, scrisse “se il mio cuore di madre piange, il mio orgoglio per l'ideale di libertà e di giustizia per il quale il mio unico adorato figlio ha offerto i suoi ventidue anni, mi fa ripetere a voi, miei figli di adozione, quello che un anno fa risposi quando Enzo mi disse «Mamma da troppo tempo viviamo nella menzogna. Ora basta, voglio combattere per un ideale, che forse può costarmi la vita, ma che è libertà e verità»: figli miei, un ideale vale più di una vita!” (Demuru C., La libertà non è un dono, Varzi, Edizioni Guardamagna, 2012).
Nel 1972, Mamma Togni, allora settantenne, fu interprete di una vigorosa contestazione al comizio del senatore missino Franco Maria Servello tenutosi a Montù Beccaria. Fermata dagli agenti di protezione, venne processata e assolta quattro anni dopo.
Il monologo fu rappresentato per la prima volta a Casteggio, sotto gli sguardi plaudenti dei vecchi protagonisti della Resistenza seduti in platea; oggi lo riproponiamo sul nostro blog, per rinnovare come non tutti siano morti.


Mamma Togni... Mamma Togni, i fascisti sono in piazza su a Monte Beccarla, vogliono parlare in piazza!” Due ragazzi da in fondo alle scale i sont vegnüd a ciamàmm…”

“Chi l’è che parla? Chi è sto fascista?”
“Servello”.
“’Sto bastardo! Andùma… andiamo! ‘Spetta che prendo il bastone… che ci ho la caviglia gonfia e mi devo appoggiare”.
Adesso ho capito perché i sont vegnüd quei due compagni del partito, volevano essere sicuri che nessuno era venuto ad avvisarmi… Dicono: “Sei vecchia, non metterti in mezzo… ti può far male… e poi soprattutto, non farti strumentalizzare. Stai a casa… non ti mettere in mezzo!. Andùma, andùma, per i fascisti non sono mai vecchia! E cos’è che mi vengono a dire che mi faccio strumentalizzare? Contro i fascisti? ‘Sti neri bastardi che hanno il coraggio di venire a sputare discorsi di merda in una piazza dove hanno ammazzato quattordici ragazzi davanti alle loro madri, Andùma, Andùma!!
Quando sono arrivata su alla piazza, intorno al palco c’erano quattro gatti e tutt’intorno i baschi neri, carabinieri. Io ho detto ai ragazzi che mi accompagnavano: “Voi fermi qui, guai chi si muove”.
“Ma no, manma Togni, veniamo con te”.
“No, zitti, e fermi lì, sennò torno indietro. Vado da sola che a me non mi toccano”.
Vado zupìn zupètta col mio bastone… arrivo sotto il palco… “Permesso, permesso…” Sopra, ‘taccato al microfono che pareva che se lo mangiava, c’era il Servello-bastardo che vociava e sbracciava come un vigile all’incrocio nell’ora di traffico.
Io col bastone gli do un colpo sulla canna del microfono che la testa del microfono gli sbarlòcca in bocca da fargli crodare tutti i denti, e poi mi metto a cantare:


Fascisti bastardi e neri

ci avete scannati ieri
di nuovo siete qua!

Quello si ferma di sbragare al microfono, el me guarda e un po’ riattacca. Io canto ancora, lui si impappina. Dal fondo della piazza sotto i portici cantano anche i ragazzi! Poi col bastone gli mollo una stangata proprio sul ginocchio che lui, il Servello, s’è messo a sbragare come un gatto quando lo castrano!
Il capitano dei carabinieri mi viene vicino, mi prende per il braccio e mi dice: “Ma signora, è impazzita? Che fa, ma non lo sa che è proibito cantare? Disturba il comizio!”
“No, caro il mio tenente, - l’ho degradato subito, - è il comizio che disturba me, perché questi qua sono gli assassini di appena l’altroieri, quelli che qui in questa piazza hanno accoppato come cani dei ragazzi che non gli avevano fatto niente… per rappresaglia”.
“Va bene, va bene, ma adesso… questi hanno l’autorizzazione…”
“L’autorizzazione da chi, dalle mamme dei fucilati? Ehi, gente, mamme di Monte Beccarla, vi hanno chiesto l’autorizzazione per venire qui a fare ‘sta porcata? Dico a voi! Venite fuori da sotto il portico… su.. stremì, fœra! Parlì!”
“La prego signora, la smetta altrimenti sarò costretto a portarla via di peso”.
“Ah, sì? Provi a mettermi una mano addosso e io casco giù per terra… faccio la svenuta e lüe l deve far venir qui a sollevarmi almeno dieci uomini che io sono novanta chili… all’ombra! L’avverto”
“Se è per quello, posso disporre, - mi fa il capitano, - posso disporre anche di settanta uomini”.
“Settanta uomini? Bravo, e lei per far parlare ‘sto bastardo schifoso assassino viene qui con la difesa di settanta uomini! Ma guardi che qui le persone oneste mica hanno bisogno di esser protette se i voeren parlà… Noi comunisti qui parliamo a tutte le ore e senza gendarmi! Il fatto è che voi ce lo imponete con la forza ‘sta faccia di merda del Servello”.
“Non dica così, è un senatore”.
“Senatore? Senatore della Repubblica nata dalla Resistenza? Donne, ehi gente, avete sentito a che cosa son serviti i nostri figli, i nostri uomini accoppati morti ammazzati per la liberazione? A fare una Repubblica con il Senato dove ci vadano a sbragarsi ancora ‘sti figli di puttana…”
“Adesso basta signora, sono costretto ad allontanarla”.
“No, se lei è un uomo onesto, lei allontana quel bastardo, sennò lo allontano io a bastonate. Perché se voi avete il fegato e il cuore di semolino bollito… parlo a voi donne e uomini di Monte Beccarla, io vi dico che non ci sto a farmi insultare e a fa insultà el me fiò che l’hanno ammazzato proprio come se fosse l’altroieri e mio marito che nel ’23 a bastonate gli stessi fascisti gli hanno fatto vomitare i polmoni!” E gridavo, e non so più che cosa ho detto. Fatto sta che dal fondo sono venuti avanti due o tre uomini e poi qualche donna… e i ragazzi… che io gli avevo detto di non muoversi…. E allora ‘sti baschi neri non gli è sembrato vero… Sono partiti a fare la carica contro i ragazzi e giù a pestare con una rabbia, senza che ci fosse ragione. E il capitano e due guardie che mi spingevano via a spintoni che ormai nella confusione nessuno ci faceva più caso, e mi  hanno fatto dei lividi alle spalle e alla schiena che ce li ho ancora adesso… ma in quel momento manco li sentivo… Ero preoccupata per quei ragazzi… Gridavo: “basta!! Carogne!! Maledetti!!! Cosa c’entrano loro, cosa vi hanno fatto? Perché ve la prendete con loro? Nazisti! Pi esse esse, pi esse esse!”
Ce n’erano tre o quattro che erano finiti per terra, di ragazzi, con la testa che sanguinava e li prendevano lo stesso a calci. Poi, come sacchi li hanno sbattuti dentro una camionetta, tutti e undici.
“Dove li portano? Cari i miei fieu… Giù alla caserma… Andùma… Una macchina… portém giò in caserma… presto… E viàlter andate a chiamare qualche avvocato dei nostri…”
Arrivo giù, davanti alla caserma, e lì, con uno del partito, un assessore, cerchiamo di convincere il maresciallo a lasciarci parlare con il questore, con qualcuno, per dirgli come erano andate le cose. Di botto il maresciallo fa finta come se qualcuno gli ha dato un pugno e cade per terra facendo lo svenuto! Io ero lì a un metro, nessuno lo aveva toccato. Ma come una valanga arrivano una cinquantina di baschi neri e giù botte da orbi sulla testa dell’assessore che crodava sangue dappertutto… Io mi metto a gridare: “Porci, l’avete combinata, e tu figlio di una cagna d’un maresciallo, che hai fatto la commedia…. Assassini… fascisti!” Mi prendono di peso, m’impacchettano e mi portano dentro.
Processo per direttissima. 
Intanto che mi facevano le generalità sento la gente giù in piazza, i compagni che gridavano: “Fuori! Fuori mamma Togni… fuori mamma Togni! E io a sentire come mi volevano bene… ero così contenta… che ci avrei fatto la firma a farmi arrestare tutti i giorni! E il commissario che era appena entrato, che non s’era accorto che io ero lì coperta dalla porta, ha detto: “Chi è quello stronzo che sbattuto dentro la Togni? Ma cosa gli è venuto in mente? Ci combinava meno casino se arrestava il presidente della Repubblica in persona!!” E io come se niente fosse ho cominciato a cantare come fra me medesima:

Bastardi fascisti neri
Ci avete scannati ieri
Di nuovo siete qua!

Tutti zitti sono usciti quasi in punta di piedi, che non ce la facevano a stare lì. L’unico che è rimasto era un maresciallo piuttosto giovane che mi guardava con un mezzo sorriso come intimorito.
“Io, - mi fa, - a lei la conosco signora, perché il mio papà era comandante partigiano sulle montagne della Liguria”.
“Era nella terza formazione garibaldina ligure?”
“Sì”
“Ah, quella dove c’era il Lazagna? E come si chiamava tuo padre?”
“Mirko… Mirko era il suo nome di battaglia”.
“Ma è morto il Mirko, lo hanno fucilato!...”
“Sì, è così… io avevo solo tre anni quando l’hanno ammazzato”.
“Era bravo tuo padre, bravo partigiano il Mirko… E tu sei entrato nei carabinieri? Bravo! Ti sei messo il vestito della festa per i padroni!”
Ha abbassato gli occhi, è diventato bianco… o forse m’è sembrato… che in quel mestiere lì ci vien la pelle col color fisso. Be’, poi il processo è stato tutto da ridere. Il giudice era preoccupato di sbolognarmi via, di tirare dentro i ragazzi, di incastrarli da soli, soltanto loro, faceva fin pena.
“Lei signora, si è certamente trovata lì nella piazza per caso... Vero? Passava… ad ogni modo, - cercava d’aiutarmi, mi dava l’imbeccata, - quel colpo di bastone sul microfono e sul ginocchio del senatore del Msi è stato del tutto fortuito...”
“No, no, che fortuito! Glielo ho dato proprio giusto, di volontà, che ce l’avrei dato volentieri anche in testa, che la prossima volta gliela spacco la testa, se viene ancora, ‘sto maiale d’un fascista”.
“Ma la prego non si esprima così… Capisco che lei è sconvolta...”
“No, no, io sono calma!”
“No, lei è sconvolta, come era certamente sconvolta quando ha gridato porci e fascisti ai poliziotti e ha così eccitato quegli scalmanati di ragazzi!”
“No, prima di tutto scalmanati erano i poliziotti e non i ragazzi, e poi ci hanno una strana maniera di fermare la gente quei poliziotti lì… a calci e a botte in testa, come se giocassero alla lippa!”
“Va bene, d’accordo, ma il fatto di gridare fascisti porci lo sa che è reato?”
“Certo che lo so… Al tempo che eravamo in montagna, quelli che li sbattevano contro il muro, crepavano convinti che dopo la liberazione, quelli che li stavano ammazzando non ci sarebbero stati più… e invece sono lì tutti a comandare i corpi speciali della polizia. Io li chiamavo porci fascisti allora e adesso li chiamo ancora porci e fascisti!”
El giudice sbianchiva... S’impappinava, ma io avevo capito che l’unico mezzo per tirar fuori gli undici ragazzi era quello di pestare forte io. A me non ce la facevano a condannarmi, si sputtanavano troppo. E così hanno dovuto sbattere all’aria il processo e lasciarli liberi tutti… almeno per adesso.
Che festa quando siamo venuti fuori, tutta la gente, i compagni che ci baciavano... e canzoni. Mamma Togni di qua, Mamma Togni di là… e chi mi tirava per la manica e chi mi salutava col pugno chiuso. Che bello, pareva come la liberazione… una festa! Peccato che non ci sia qui il mio ragazzo, mio figlio a vedere ‘sta festa.
“Mamma, mamma, se io non torno, tu resti coi compagni finché finisce, tu resti con loro”
“Sì, caro, io resto”
E come facevo a lasciarli! Io facevo l’infermiera, ero diplomata… senza vantarmi ero brava. Avevo da curare fino a cinquanta feriti nella mia infermeria. Mi ricordo quando c’è stato il rastrellamento dei mongoli… volevano che io me la squagliavo in ospedale… che m’avevano trovato un posto, ma io, piuttosto crepare… mi son presa i miei trentadue ragazzi feriti e pasin pasin… Quello zoppo s’aiutava con quello con l’occhio tappato, quello con la ferita nella pancia lo portavano in barella due che erano feriti di striscio alla testa…. Sembravamo la carovana dei disperati, ma andavamo avanti e con me si sono salvati, li ho salvati tutti. Il guaio era trovare da mangiare, mangiare per trentadue e ogni giorno… Io li sistemavo in una cascina o sotto un ponte e poi andavo alla cerca. Casa per casa. E dappertutto, ‘sti contadini, ‘sti montanari, con tutto che non avevano quasi più niente, si tiravano via la roba dalla bocca per aiutarci… stracciavano le lenzuola per darmi delle bende per i feriti… lenzuola belle, di corredo. Invece capitava che magari andavo a chiedere in qualche famiglia di sfollati, gente benestante, dentro le villette, e quelli dicevano: “No, non possiamo dare niente”. E allora io tiravo fuori di botto la mia P38 quindici colpi e gliela picchiavo sotto il naso e gridavo: “Visto che sei così taccagno, allora sputa fuori tutto quello che ti chiedo, sennò ti ammazzo, pidocchio! E vergognati, che ‘sti ragazzi muoiono anche per te!”
Sì, ho fatto anche delle rapine per salvare quei ragazzi… i miei ragazzi. C’è qualcosa da dire? E lo farei ancora oggi. I miei ragazzi… ero la loro mamma… mamma Togni, guai a chi toccava mamma Togni. L’Americano, il comandante diceva: “A mamma Togni non si dice mai di no!”
E tutti mi ubbidivano!
Quando quel giorno di primavera del ’44 mio figlio era andato giù che dovevamo prendere la caserma dei briganti neri, dopo un’ora vedo tornare il Ciro, bianco, che mi dice:
“L’hanno ferito, tuo figlio è ferito…”
“Fermo lì, guardami Ciro, io non piango, non grido, guardami in faccia, io non piango… E’ morto vero? Lo so che è morto”.
“Sì”.
Me l’hanno portato su in braccio, in due.
Mi sono messa seduta e me l’hanno messo sulle ginocchia, aveva un buco piccolo qui, sul collo. Poi i compagni me l’hanno portato via… l’hanno portato sotto il portico.
Io sono andata dentro nello stanzone dove c’erano tutti i miei ragazzi feriti e gli ho detto: “Fieui, ragazzi, mio figlio è morto, adesso non ho più nessuno che mi chiama mamma.. e io... ho bisogno…”
Gh’è sta un gran silenzio e po’: “Mamma, mamma, - si son messi a gridare tutti, - mamma” e urlavano con le lacrime :
“Mamma, mamma!”
E per tutti son rimasta la Mamma Togni.
E non mi fanno su di me: “Sei vecchia, non metterti in mezzo, il tuo dovere l’hai già fatto”.
No, finché gh’è ‘sti assassini d’intorno, ‘sti fascisti, bisogna andare in piazza, insegàgh a ‘sti giovani, ‘sti fieu, Star con loro, dirgli cosa è successo allora sulle montagne perché così imparano. No, non mi vengano a dire sta’ a casa che sei vecchia.
E’ vecchio solo chi se ne sta a casa coi piedi al caldo e magari con la berretta in testa, una berretta che gli ha imprestato la Dc di Fanfani e Andreotti.
Quelli sì son vecchi, anzi son già morti!!!


venerdì 19 maggio 2017

Fenoglio paga sabato

Il vento resistenziale del nord è già sotto attacco e il governo partigiano di Ferruccio Parri è già oggetto del tiro incrociato della democrazia cristiana e del partito liberale che ne decreteranno la fine nel dicembre 1945, quando Beppe Fenoglio scrive “La paga del sabato”. Il libro verrà pubblicato anni dopo.
La morte, pur incidentale, del protagonista del romanzo, Ettore – che testualmente così rappresenta sé stesso “ io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato… da partigiano comandavo venti uomini…” – pone una lastra di piombo sui giorni del coraggio e di quella felicità civile che, pur tra spari e lutti, aveva accompagnato la lotta di liberazione, come testimonia Teresa Cirio, partigiana: “si rischiava la morte però talmente c’era gioia di vivere; anzi eravamo proprio felici perché sapevamo che facevamo una cosa importante”.
Emblematica narrazione della frustrazione di alcuni partigiani che, consegnate le armi, non trovano radice nella vita civile, in parecchi casi emarginati e disoccupati, quando non addirittura rinchiusi in manicomio (cit. Franzinelli, Una odissea partigiana) o mandati a processo - l’Italia fu l’unico Paese, in tutta l’Europa libera, a perseguire i propri partigiani, non spregiando l’utilizzo dei verbali della GNR-, la storia di Ettore riverbera sulle testimonianze di tanti ex combattenti.

In qualche misura è l’eco straziata del sentire di quanti individuarono nello Stato post resistenziale il tarlo dell’indifferenza civile e della succube acquiescenza alla normalità filo atlantica, e il permanere di un vivo scheletro “fascista” incarnato negli apparati profondi dello stato largamente immuni da ogni epurazione.
Cambiatasi la giacca, molti sarebbero andati vantando il proprio passato fascista, rivendicando le “buone prassi” del regime, e fornendo avvallo a gigantesche operazioni di revisionismo storico; se per caso, qualcuno di essi andò rivisitando la Resistenza fu solo con l’obiettivo di attribuirle una plastificazione pseudo patriottica.
Nessuno stupore se i fili neri si dipanano ancora, e se, nel laissez faire di troppi corpi dello Stato, trovano accentuata visibilità nelle marce e nella manifestazioni che, insieme a Pavia, oltraggiano troppe nostre città.
“…due mesi, e diventiamo prigionieri della burocrazia, del reducismo, dei programmi astratti. Non riusciamo nemmeno ad offrire un lavoro, un pezzo di pane ai nostri partigiani meridionali… scopriamo che il fascismo è nello Stato dal 26 aprile ‘45” scrive Nuto Revelli, partigiano GL nel cuneese, in sintonia con il proprio Comandante Livio Bianco che ribadisce “ la nostra democrazia è non solo sulla difensiva ma in via di ripiegamento a ritmo vertiginoso” (cit. Dante Livio Bianco, Guerra partigiana)
Oggi, mentre ANPI Nazionale propone per il 27 maggio la giornata nazionale dell’antifascismo, e qualche voce liquida la nostra iniziativa come cosa vecchia, rivendicando la modernità, spesso sgangherata e brutale, come categoria vincente di approccio al reale, noi invitiamo a rileggere La Paga del sabato; con la convinzione che il quieto peso di questo libro nella mano “sia già antifascismo”. E con la consapevolezza che il mandato partigiano, mille volte calpestato e tradito, sia il solo fondamento legittimo della Repubblica e che da uomini come Nuto Revelli e Livio Bianco approdino a tutti noi le parole per chiedere oggi la radicale applicazione della Costituzione antifascista.

mercoledì 10 maggio 2017

La voce dell'indescrivibile

La memoria come strumento di scelta. A trent'anni dalla scomparsa, la prosa di Primo Levi nell'ambito del progetto ANPI Provinciale "Diamo memoria al futuro - Alle radici della nostra Repubblica". Gli alunni della classe 5° GL dell'Istituto "Adelaide Cairoli" di Pavia hanno presentato una lettura scenica di alcuni brani "Se questo è un uomo" alternata a canti ebraici del Coro Alicanto, diretto da Antonella Gianese.
Regia di Letizia Bolzani.
Pubblichiamo il video dello spettacolo tenutosi giovedì 4 maggio, presso l'Auditorium della sede di Corso Garibaldi, a Pavia.






lunedì 8 maggio 2017

Una vita senza tregua

A dieci anni dalla scomparsa del leggendario comandante Giovanni Pesce, il suo nome entra nella toponomastica milanese. Il ricordo del 20 aprile scorso al Piccolo Teatro.




A dieci anni dalla scomparsa, il leggendario comandante partigiano Giovanni Pesce, Medaglia d’Oro al Valor Militare, avrà dedicata una strada a Milano, sua città d’adozione e in cui fu per un decennio eletto consigliere comunale. La giunta di Palazzo Marino deve ancora discutere e approvare la delibera, ma è già stata decisa la data dell’intitolazione: 27 luglio, giorno in cui “Visone”, nome di battaglia scelto in omaggio al paese natio, venne a mancare. Ancora da definire, inoltre, è la via da riportare nella toponomastica meneghina. Al momento le ipotesi sono due: una strada nei pressi di piazza Bonomelli, dove Pesce abitava con la moglie e staffetta partigiana Onorina Brambilla, oppure come proposto dall’Anpi provinciale, uno slargo vicino al giardinetto 15 Martiri di Piazzale Loreto.

In attesa dell’intitolazione, sono state avviate le iniziative culturali per rendere omaggio a Pesce e rievocare il combattente delle Brigate Internazionali in Spagna (ferito tre volte, una scheggia gli dolse tutta la vita); il confinato a Ventotene; l’organizzatore dei primi Gruppi di Azione Patriottica torinesi nel ’43 e in seguito, a Milano, fino alla Liberazione, il comandante della 3ª GAP “Rubini”.
Promosso dal Comune di Milano in collaborazione con Anpi, Aicvas, Piccolo Teatro e Scuola civica Paolo Grassi, il 20 aprile si è tenuto il tributo al Piccolo Teatro in via Rovello. Uno spazio d’arte e di memoria civile: la sala del primo Stabile italiano nel dopoguerra, infatti, già sede del dopolavoro comunale, durante l’occupazione nazifascista era divenuta la caserma del comando della Brigata Muti, nonché prigione e luogo di tortura anche di tanti uomini di “Visone”. Fu il gruppo Oberdan della famigerata Legione Autonoma Mobile Ettore Muti a compiere, il 10 agosto 1944, la strage di piazzale Loreto e a esporre e oltraggiare i cadaveri dei 15 antifascisti fucilati.
Sul palcoscenico si sono alternate letture dal libro Senza tregua di Giovanni Pesce a testi e canzoni della guerra di Spagna intonate dagli attori della Paolo Grassi. Dopo la proiezione del documentario di Giovanni Pozzi tratto dal libro del mitico comandante, c’è stata la testimonianza di Tiziana Pesce, unica figlia della coppia partigiana, che ha raccontato la storia dei suoi genitori: una narrazione di amore e insieme impegno civile per la giustizia, la libertà e la pace.
Fonte: http://www.patriaindipendente.it/


sabato 6 maggio 2017

Una battaglia partigiana


Pubblichiamo l'intervento di Mauro Sonzini, responsabile ricerca Centro Documentazione Resistenza, in occasione della commemorazione della battaglia di Costa Pelata, il 23 aprile 2017.

L’articolo 5 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo, adegua principi e metodi della sua legislazione alle esigenze della autonomia e del decentramento”. E l’articolo 10: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.
Vorrei cominciare da un elemento personale che forse vi aiuterà ad inquadrare il mio singolare punto di vista. Nel corso della mia vita ho a lungo provato prima a pensare e poi a dire ciò che ritenevo giusto fare. Ho però sempre cercato le opinioni contrarie, soprattutto quando non le ho condivise, non per lealtà ma perché l’incontro e il confronto m’arricchiscono, mi forniscono ulteriori strumenti di comprensione e d’azione. Fra pochi giorni tuttavia inizierò il mio cinquantottesimo anno di vita, età che nella frenesia di far in fretta la cosa giusta molti di coloro che celebriamo, neppur consideravano: mi trovo dunque in un’età in cui forze e obiettivi vanno accuratamente commisurati pena lo spreco e il fallimento. Di fronte allo spreco delle forze e al fallimento degli obiettivi, ho provato ancora prima a pensare e poi a dire cosa ritenevo giusto fare. Se nei consessi collettivi di cui ho fatto parte e di cui son stato dirigente, l’avessimo ritenuto giusto, se avessimo tutti deciso d’impegnarci per tali obiettivi, non avrei avuto ragione di lasciare. Ma per vari motivi non lo si è ritenuto. Son anzi stato tacciato di voler fare il mio partito, il mio movimento, la mia associazione, e ad accusarmi son stati coloro che il loro partito, il loro movimento, la loro associazione, poi se li son davvero fatti. Comunque non essendo divenuto il mio proposito proposito di tutti ho ritenuto giusto farmi da parte. Non che non m’interessi, solo per evitar spreco delle forze e fallimento degli obiettivi ho ritenuto giusto occuparmi d’altro. Tale scelta mi porta a starmene appartato, al limite dell’asocialità e della misantropia. Mi tengo solo lo studio: lo studio non conosce spreco né fallimento. Qualcuno comunque lo considera egoismo.
Il mio studio nulla ha di personale. Al contrario - è il motivo per cui oggi son qui, perché c’è da un lato l’invito ricevuto ma dall’altro l’accettazione dell’invito e quindi la mia valutazione dell’utilità d’esser qui - il mio studio è interamente dedicato a persone che in gran parte neppur ho conosciuto ma che sono state protagoniste della più importante pagina civile della storia della nostra nazione. La più importante - e di gran lunga - perché ha fatto riconoscere a tutti noi il valore e la libertà d’opinione e d’espressione, ha fatto affidare a tutti noi la responsabilità non solo della nostra vita individuale ma anche di quella collettiva, ha condotto tutti noi al suffragio universale, ha guidato tutti noi nel difficile trapasso da un’ottocentesca monarchia ad una moderna repubblica, sancita da una straordinaria Costituzione che noi posteri ancor fatichiamo ad attuare, quando, per i soliti vari motivi, non proviamo stoltamente ad affossare. A ben guardare è passaggio epocale, ancor più incredibile poiché, sprofondati in una fatale prostrazione, venivamo da un ventennio di dittatura asfissiante e retriva e da cinque anni di una guerra devastante e inesorabilmente persa. E, ben prima che ufficialmente lo sancissero gli “eletti” alla Costituente, a provarlo sperimentandolo sul campo son stati loro, i nostri uomini semplici della Resistenza. Anzitutto perciò la mia è riconoscenza.
Ma non solo. La mia è ricerca della verità. Non della mia verità. Ma della loro verità. Quella che fa sì che Giuseppe Chiesa o Luigi Migliarini non siano solo nomi di un polveroso elenco o una sbiadita lapide ma, a distanza d’anni, possano ancor oggi affermare e manifestare la propria identità, la propria storia e la propria esperienza di persone e protagonisti. È ricerca della loro verità più profonda. Quella che fa sì che si comprenda attraverso quali esperienze tali persone giungano a compiere le loro scelte e le loro azioni, quali siano le attitudini materiali e morali che essi riescono a metter in campo al servizio di se stessi, al servizio dei propri compagni e al servizio della propria comunità. O delle proprie comunità. Perché oltre alla comunità dell’Oltrepò in cui agiscono, alcuni, come Luigi Migliarini, trovano modo di metter in campo attitudini materiali e morali al servizio della comunità di loro provenienza, fatta di loro familiari, loro conoscenti o anche solo loro concittadini, pur lontani decine, centinaia, migliaia di chilometri da dove agiscono. E che per un crudele e beffardo atto del destino alcuni di loro, come Luigi Migliarini, neppur riusciranno a raggiungere. Perché altra incredibile peculiarità di tale epoca è che ciò che avviene in un punto, produce ripercussioni anche in contesti molto lontani. Quindi secondariamente il mio studio è ridar dignità alle loro persone e alle loro esperienze.
Impertinente quale sono, fossi seduto al vostro posto mi sorgerebbe spontanea una domanda: “Sei davvero certo che non sprecherai forze e tempo?”. È domanda insidiosa. Perché il naturale esaurirsi dei protagonisti di quei giorni, la distanza dall’avvenimento nel tempo, la ripetitività e la costrizione della commemorazione e, diciamolo, la nostra incapacità a rinnovare la ritualità innervandola di nuovi aspetti e nuovi contenuti, che è cosa ben diversa dalla foglia di fico del far pubblico tramite la notorietà dell’oratore (e non è certo il mio caso), mettono davvero a repentaglio le forze e il tempo. Potrebbe esserci di giovamento la contestualità del 25 aprile ma, con le sue ritualità e spesso le sue pletoriche retoriche, potrebbe riuscirci anche fatidicamente deleterio. Il problema - di conseguenza il mio impegno - è dunque far sì che questo nostro incontro non sia spreco di forze e tempo ma al contrario si renda non scontato, non banale, anzi efficace momento, come straordinariamente efficace fu la collettiva presa di coraggio e impegno che è stata la Resistenza.
A soccorrerci ci giunge la domanda che tutti ci poniamo: perché siamo qui? È domanda che ognuno dovrebbe essersi fatto per decider d’esser qui oggi. Ed è domanda che ogni anno ci facciamo ed è giusto che ogni anno ce la rinnoviamo. Perché siamo qui? Ignoro le vostre risposte: sarebbe interessante confrontarle. Cosa c’è di così profondo in ciò che allora avvenne da dover continuare ancor oggi a far memoria? Proviamo a scavare in ciò che avvenne.

A fine inverno 1945 la situazione si delinea in modo esattamente capovolto rispetto al suo inizio. Allora l’imminente inverno aveva spinto gli angloamericani a sospender la propria pressione militare consentendo al nemico nazifascista d’attaccare con violentissimi rastrellamenti le forze partigiane e le popolazioni che le sostenevano. L’imminente primavera invece ora riscalda gli animi proprio di quei partigiani che, con una resistenza davvero a oltranza, son riusciti a tener duro e che, con la ripresa delle operazioni militari angloamericane, intuiscono il deteriora- mento morale e materiale della potenza nazifascista spingendosi in colpi sempre più arditi. La battaglia delle Ceneri, vittoriosa premessa dello scontro di Costa Pelata, con conseguente rinuncia nazifascista alla montagna, scaturisce in tale contesto. Non tutti i nazifascisti accettano di lasciar i partigiani padroni della montagna: il colonnello Felice Fiorentini, comandante della criminale Sicherheits, sa che qualsiasi cedimento nei loro confronti si trasforma in ulteriori pericoli per la propria attività. D’altronde il terrore della sconfitta e la probabilità della punizione armano all’esasperazione la violenza, il disprezzo per la vita umana e la sete di vendetta insiti sin dalla nascita nello spirito fascista repubblichino.
Progettata da Arturo Bianchi, con assenso e limitata partecipazione nazista, la nuova operazione punta il medio Oltrepò pavese (Costa Cavalieri - Zavattarello Valverde - Val Nizza - Montesegale) mentre analoga manovra della brigata nera d’Alessandria investe la contigua area tortonese. Con un migliaio d’uomini, brigatisti neri, militi della G.N.R e della Sicherheits, giovanissimi delle Fiamme Bianche e vari soldati della Wehrmacht, l’attacco muove in tre direzioni: la valle Scuropasso con avvio da Broni, la valle Ardivestra con avvio da Godiasco, la regione di Pietragavina con avvio da Varzi. Obiettivo è snidare il nucleo centrale partigiano localizzato fra Torre degli Alberi e Zavattarello dove vi sono i comandi di settore Oltrepò e divisione Aliotta. I servizi d’informazione partigiana però funzionano a meraviglia: il rastrellamento è atteso e sabato 10 marzo il comandante Italo Edoardo Pietra ordina “difesa elastica con vigile azione di pattuglie” assegnando alla brigata Crespi responsabilità sugli accessi “da Varzi verso Pietragavina, monte Cucco, testata di val di Nizza”; alla brigata Casotti responsabilità su quelli dalle valli “Ardivestra, Schizzola e Coppa”; alla brigata Togni “pattugliamento forte della Ghiaia dei Risi” e annuncia intese con la Tundra, la Matteotti e GL.
Partita da Varzi nella notte tra 10 e 11 marzo la 1a colonna muove rapidamente, accerchia e cattura una pattuglia partigiana e raggiunge Oramala dove vicino alla cascina Riazza sorprende e uccide uno dei più stimati quadri da poco nominato capo di stato maggiore della brigata Crespi, il contadino della Tovazza Umberto Berto Negruzzi. Da Godiasco la stessa notte la 2a colonna risale senza apprezzabile resistenza la val Ardivestra fino a Costa Cavalieri e continua verso Torre degli Alberi: nei pressi di casa Fogliata l’attacco del distaccamento Missori della brigata Casotti li costringe ad arretrare su Costa Pelata. Infine all’alba di domenica 11 marzo muove anche la 3a colonna repubblichina al comando del colonnello Fiorentini che da Broni e Stradella sale in parte su una corriera e una rudimentale autoblinda che il colonnello s’è fatto costruire per ottenere una vittoria che cancelli lo smacco delle Ceneri. Il loro transito si dissemina ancora una volta di terrore, morte e tragedie. A Bosco di Montecalvo un proiettile vagante uccide la dodicenne Giuseppina Cocchi. A cascina Buda arrestano il contadino Pietro Maini fuggito da Ca Bertoni e il contadino Carlo Pisani accusato d’averlo ospitato: malmenati e “terrorizzati al punto da non saper più rispondere” sono fucilati a Casone. A Casone sbattono contro il muro Antonio Morini e a ripetizione gli sparano colpi di mitra appena sopra la testa forse per carpirgli informazioni. Intanto razziano bestiame e derrate alimentari. Facendosi scudo di Cesarino Cotorni la colonna cattura quindi a Costa di Montecalvo il partigiano della Togni Renato Caplon Moretti e brucia le cascine ai contadini Enrico Annori e Emilio Dezza per aver ospitato partigiani. Da Costa Piaggi di Canevino altri partigiani li costringono però a ritirarsi verso Rocca de’ Giorgi. Intanto lungo la strada che sale ai Tre Venti, partigiani della Togni e della Balladore attaccano l’autoblinda fascista. Il rudimentale mezzo non ha sfiato per i gas esalati dalle mitraglie: l’uso prolungato leva respiro agli uomini e compromette il funzionamento delle armi. A mitragliar corriera e colonne sopraggiungono inoltre due caccia alleati chiesti dalla ricetrasmittente Piroscafo, giunta provvidenzialmente a inizio marzo a Torre degli Alberi. L’intervento induce alla solidarietà i contadini consci che, come il 14 febbraio in valle Versa, i partigiani debbano tener a tutti i costi controllo delle alture: solo così i fascisti desisteranno da attacchi e rappresaglie. Incalzata dai partigiani la colonna Fiorentini è costretta nel pomeriggio a ritirarsi. Intanto, dopo la difesa di Zavattarello attuata dalla Crespi, in zona giunge la VI GL di capitan Giovanni Antoninetti che subito rioccupa Pietragavina e punta su Valverde per tagliar la ritirata ai nemici: fallita la sorpresa su Zavattarello e Torre degli Alberi e costretti alla difensiva, i nazifascisti cominciano a recedere.
Confortati dai parziali successi del giorno prima, lunedì 12 marzo i partigiani passano al contrattacco: guidate da Gim e da capitan Giovanni la Crespi e la VI GL attaccano decise Valverde. Nel ricordo di don Pezzati sono “sei ore continue” di vero e proprio “diluvio di fuoco”. Pur non accolti i ripetuti inviti alla resa da parte di Antoninetti, i nazifascisti non riescono a riprender iniziativa e alle ore 20 abbandonano il presidio. Intanto cecoslovacchi della Capettini e uomini della Casotti riaprono lo scontro a Costa Pelata la cui cima è più volte persa e riconquistata. En- trambi i contendenti invocano ripetutamente rinforzi. Ai rastrellatori li porta la colonna che risale la val di Nizza tenendo innanzi due civili in ostaggio: nelle vicinanze del Monte della Guardia li attacca il distaccamento Bixio della Casotti il cui comandante Luigi Vento Migliarini resta ucciso in località Polinago. Ai partigiani invece giungono dalla folta squadra della 2a brigata GL al comando di Italo Molinari e dalle brigate Sandri, Balladore e Togni che invano recano l’autoblinda catturata, presto messa fuori uso dai nazifascisti. Resta ferito l’operaio piacentino Gino Pio Molinari che malgrado il trasporto immediato morirà il 29 marzo all’ospedale di Bobbio. Falciati da mitraglie mentre tentano di liberar il bestiame dalle stalle incendiate da pallottole traccianti, a Scagni muoiono pure i contadini Giovanni Antonielli e Giuseppe Bonelli. A un certo punto i nazifascisti chiedono di sapere chi hanno di fronte e cosa li attenderebbe se si arrendessero. Alla risposta che “la loro sorte sarà decisa da tribunali” partigiani, il combattimento riprende duro. A sera però i nazifascisti obbligano contadini di Costa Cavalieri a caricar morti e feriti sui loro carri e con circospezione si ritirano, attaccati dai partigiani fino in val Ardivestra. Nella furia d’andarsene dimenticano un cadavere e da Godiasco inviano a recuperarlo Alessandro Schiavi, un contadino di Costa che li ha accompagnati: per evitar che non torni, gli trattengono in ostaggio il figlio Carlo.
“Il nemico è stato fermato, contrattaccato e respinto - scrive Franco Costa - le operazioni combinate sono state veramente brillanti e il nostro morale è altissimo”. In quel forse neppur appropriato aggettivo “combinate” si cela il profondo insegnamento che d’anno in anno dobbiamo trasmetterci, lo straordinario valore della battaglia di Costa Pelata e, a ben guardare, di tutta la Resistenza. Significa esser capaci, al di là di singoli orientamenti e singoli ruoli, di confrontare e unir le forze moltiplicando potenzialità morali e materiali. In sé ogni partigiano reca le proprie attitudini e muove a motivazione la propria storia che è anche storia della propria condizione personale e sociale. Ma agisce in squadra e ciò ne moltiplica vissuti, risorse e potenzialità. Ma non basta: insieme s’uniscono squadre e brigate, s’uniscono garibaldini, giellisti e matteottini. E a loro si uniscono, ognuno col proprio ruolo, contadini, civili, sfollati, informatori, sabotatori, operai. È una intera popolazione. Ci son persino gli alleati. È infatti anteprima dell’insurrezione e della Liberazione ormai imminenti, quando un intero popolo, il nostro popolo, partigiani in testa, col con- corso d’alleati e militari del Corpo Italiano di Liberazione, costringe i nazifascisti, il più forte esercito d’Europa, alla resa. È davvero momento epocale.
In questa parte d’Italia, a differenza d’altre, ho spesso sentito affermare che quanto avviene qui sia la forma più alta, più profonda e più vera di Resistenza. La smania di primeggiare sugli altri, di considerar le proprie ragioni a discapito di quelle altrui, non la trovo esattamente democratica. Trovo viceversa assai più democratico far emergere le proprie peculiarità in un più generale contesto ricco d’altri protagonismi. Cos’avrebbe d’altronde conseguito la Resistenza dell’Oltrepò senza quella alessandrina, senza quella piacentina, senza quella genovese? Cosa avrebbero conseguito tutte queste Resistenze senza le Resistenze delle altre regioni? Cosa avrebbero ottenuto senza le Resistenze d’oppositori e perseguitati, senza le Resistenze d’operai e contadini, senza le Resistenze di donne e ragazzi, senza le Resistenze degli Internati Militari e dei deportati in campi di concentramento, senza le Resistenze di tedeschi, belgi, olandesi, francesi, inglesi, greci, slavi e sovietici, persino albanesi, etiopi, abissini e spagnoli, senza le avanzate di russi e americani? Possiamo ben dirlo, senza le altre nessuna individuale e singola Resistenza ce l’avrebbe mai fatta.
È su tale base perciò che la generazione partigiana ha pensato uomini e donne nuovi, uomini e donne non autarchici, che sanno dar agli altri come sanno d’aver bisogno degli altri, uomini e donne che al di là di “ogni distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinione politica, condizione personale e sociale” agiscano con profondo rispetto per le proprie e altrui individualità ma anche con profonda responsabilità verso gli altri e in stretta collaborazione con loro. Uomini e donne autenticamente democratici capaci d’erigere un mondo nuovo in cui si considerino le ragioni di tutte e tutti e in grado d’offrire a tutte e tutti l’opportunità di produrre il meglio per sé e gli altri. Un mondo nuovo in cui, dopo aver fatto guerra alla guerra, si operi fattivamente per la pace e il progresso morale e civile dell’intera umanità attraverso il lavoro, la giustizia, la conoscenza, la salute, il benessere. Quanto tempo abbiamo sprecato! Quanto tempo continuiamo a sprecare! Neppur ci torna utile questa straordinaria lezione di civiltà che da un’epoca davvero difficile ci hanno donato i nostri uomini semplici della Resistenza!
Due giorni dopo la fine della battaglia sulla piazza di Cicognola Caplon affronta la morte. A nulla son servite le offerte di cambi coi fascisti catturati: Fiorentini e i repubblichini ardono di vendetta, vogliono la morte del partigiano in armi. Il parroco don Emilio Ginocchio racconta: “Attese la morte serenamente. Confortò i genitori che erano sopraggiunti e li esortò ad esser calmi. Poi si rivolse al plotone d’esecuzione e con voce ferma e forte disse: “Ragazzi andiamo”. Scese lo scalone del castello e giunto sul piazzale antistante si rivolse ai sicari aggiungendo: “Mirate al petto, vi raccomando!”. Dette l’ultimo sguardo ai colli e alla valle che s’andavano risvegliando alla primavera poi strinse la mano a tutti. Infine, scopertosi il petto, comandò a voce altissima: “Fuoco!”. Erano le 12,15 del 14 marzo. Chiusa nelle case, tutta la popolazione di Cicognola udì distintamente la voce dell’eroe che impavidamente ordinava ai carnefici di far fuoco contro se stesso. Il suo grido era un urlo di libertà. Aveva 21 anni”.
Francamente non sono in grado di giudicare se qui oggi ho sprecato tempo e forze. Ma, prima di questo, per rispetto alla dignità e al volere di Caplon e di tutti i suoi compagni resistenti posso dire che in coscienza l’impegno mio - e forse anche vostro - oggi è dovere di renderli e mantenerli vivi. 

lunedì 1 maggio 2017

La memoria consegnata 3

Montebello - Stefano Quaquarini
Aldo dice 26x1” con queste parole il Comitato di Liberazione Nazionale si rivolge a tutti i comandi partigiani di zona…è l’inizio della insurrezione, che, culminando nel giorno del 25 aprile, dopo venti mesi di lotta, vede la liberazione da parte dei partigiani dei paesi e delle città del nord Italia.
Nel nostro Oltrepò i reparti partigiani sotto la guida di Maino, dell’Americano, di Fusco e del nostro Ciro, liberavano Casteggio, Voghera, Stradella e poi Pavia.
Nessuno di noi può dimenticare lo scatto fotografico che consegna alla nostra memoria l’immagine di Ciro Barbieri che entra in Pavia alla guida della Divisione Crespi.
Sarà ancora Ciro con alcuni reparti di partigiani dell’Oltrepò ad entrare tra i primi a Milano e sarà Ciro, all’indomani della Liberazione di Milano, ad essere chiamato ad assolvere un altro compito, assai delicato.
Nell’immaginario collettivo la Resistenza è rappresentata dai partigiani vittoriosi che sfilano tra ali di folla.
Ma questa immagine felice è il frutto di una lotta durissima e sanguinosa, che ha visto il sacrificio di mille antifascisti, partigiani e civili, donne, bambini e anziani rastrellati e massacrati nel corso di tante stragi perpetrate nel nostro Paese, che all’otto settembre comincia il cammino per la riconquista della libertà e della dignità, contro la vergogna e l’orrore di un ventennio di dittatura che aveva portato l’Italia in guerra, quale alleato subalterno alla potenza del grande Reich di Hitler.
Da molte parti, il revisionismo storico va disegnando il fascismo come “dittatura buona”: oltre a far arrivare i treni in orario, il fascismo avrebbe avuto il merito di mandare in villeggiatura gli oppositori.
Sta a noi invece ricordare, ad esempio, nell’ottantesimo anniversario la morte, dopo anni di galera, dell’antifascista Antonio Gramsci o di Piero Gobetti che muore esiliato in Francia, nel 1926, senza aver mai potuto vedere suo figlio Paolo, che, giovanissimo, all’otto settembre, riprendendo il messaggio di libertà del padre, si farà partigiano nelle valli piemontesi, come ben racconta la madre, Ada Gobetti, figura indimenticata delle donne nella Resistenza.
Sta a noi ricordare il vero volto del fascismo, e ricordare anche come esso sia dilagato, occupando lo Stato e le istituzioni, negli anni di sangue 1919/1922 segnati dagli assalti delle squadracce fasciste, finanziate da agrari e padroni, ai liberi municipi, alle sedi di partiti, giornali, sindacati, cooperative, – come è avvenuto in tutta la Lomellina e anche qui a Montebello dove, nel maggio del 1922, venne data alle fiamme la casa del popolo (cit. Franzinelli “squadristi”), mentre a Pavia veniva assassinato il giovane dirigente comunista Ferruccio Ghinaglia e a Tromello gli squadristi ammazzavano a mazzate sulla porta di casa il capo lega socialista Eliseo Davagnini.
Nel giorno della Liberazione, sta a noi ricordare la vergogna delle leggi razziali, e la barbarie del contributo dei fascisti italiani alle operazioni di rastrellamento e deportazione, come avvenne a Roma nell’ottobre del ’44, la ferocia della GNR e dei militi di Salò che a fianco dei tedeschi continuavano una guerra che già dal 1940 vedeva l’inutile sacrificio di migliaia di soldati di leva, come quelli che muoiono mille chilometri lontano da casa sul fronte orientale, nella neve della ritirata di Russia, testimoniata da Nuto Revelli, indimenticabile figura di partigiano che divenne ribelle proprio a seguito di quella esperienza, costituendo sulle Alpi piemontesi la brigata partigiana dedicata ai caduti di Russia.
Mentre lo Stato si liquefa e Casa Savoia vigliaccamente abbandona il Paese, ognuno si trova solo di fronte ad una scelta radicale: inizia qui la Guerra di Liberazione, iniziano qui a costituirsi i primi nuclei di gappisti nelle città e di partigiani sulle montagne; a comporre le fila della Resistenza ci sono militari sbandati, giovani, studenti, operai e antifascisti della prima ora, soprattutto comunisti, figli e militanti dell’unico partito che anche in clandestinità aveva mantenuto la propria struttura.
Non era che un piccolo esercito, che però andava aumentando numericamente e qualitativamente; che riuscì a resistere ai rastrellamenti e al terribile inverno del 1944/1945, che non si è spezzato e che con la primavera del 1945 ha ripreso vigore fino alla vittoria finale.
I partigiani hanno potuto resistere e vincere perché accanto a loro c’era il sostegno e l’aiuto della popolazione, dei contadini e in particolare delle donne, che hanno svolto ruoli fondamentali durante la Resistenza.
Del resto, mentre i partigiani cantavano “ogni contrada è patria del ribelle ogni donna a lui dona un sospir” i fascisti cantavano “le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera”: qui sta tutta la differenza, e tutta la forza della Resistenza italiana che fu un grande unitario movimento di popolo.
Già nel governo delle zone libere si intravvedeva come i partigiani si riconoscessero nei valori della libertà, della uguaglianza, della partecipazione e della democrazia.
Questi valori trovano cittadinanza nella nostra Carta Costituzionale, della quale quest’anno ne ricorre il 70° della promulgazione.
Per questo motivo l’ANPI ha difeso e continua a difendere la Costituzione, a prescindere da chi di volta in volta la voglia stravolgere e ne voglia appannare il valore civile e il profilo altamente innovativo che ancora chiede di essere pienamente applicato.
La libertà non è un regalo dato per sempre; va difesa giorno per giorno, e ci è necessaria come l’aria che respiriamo, così come scriveva Piero Calamandrei.
Oggi, torniamo a vedere in Europa muri che dividono, utilizzati per difendere i confini da chi fugge dalla fame, dalle guerre e dalle persecuzioni, e questi muri del razzismo e della xenofobia vengono ricostruiti anche nelle coscienze appannate e deluse, dalla destra, in spregio alla memoria dei nostri emigranti o degli antifascisti costretti alla fuga per sottrarsi alle persecuzioni della polizia politica fascista.
Il germe velenoso del nuovo fascismo si chiama razzismo e xenofobia. La destra estrema, sotto qualunque sigla si nasconda, cavalca il disagio e la paura verso il diverso, scatena la caccia verso i migranti e i richiedenti asilo, si fa vanto di parole d’ordine quale italianità e cristianesimo, ma sotto prepara i propri lugubri arsenali di odio, scatenando guerre tra poveri, quasi a porre un velo di oblio sui nemici autentici della democrazia, che risiedono nelle diseguaglianze, nelle povertà, nell’ignoranza e nella trascuratezza della memoria che noi dobbiamo invece mantenere e rafforzare, richiamandoci ai valori della Resistenza che stanno nei principi di uguaglianza e di solidarietà.
In questo giorno, il mio pensiero va a Luchino dal Verme, il conte rosso, l’aristocratico che si fece ribelle per dignità, non per odio.
Che uomini come il Comandante Maino ci sia d’esempio per essere uomini degni della storia e dell’eredità partigiana.
Viva la Resistenza. Viva la Liberazione.

Voghera - Primarosa Pia
Figlia del superstite Natale Pia kz 115658 Mauthausen-Gusen e nipote di Vittorio Benzi kz 115373 morto di fame e fatica a Mauthausen-Gusen a 17 anni, Biagio Benzi kz 43493 superstite di Flossenbürg e Giovanni Benzi, kz 7332 superstite di Bolzano, tutti partigiani vittime del rastrellamento avvenuto nella zona di Nizza Monferrato il 3 dicembre 1944. Ha curato il libro di memorie scritto dal padre: LA STORIA DI NATALE, Sopravvissuto alla ritirata di Russia, alla Resistenza partigiana, alla deportazione a Mauthausen-Gusen - Ed: Fadia

Anzitutto ringrazio per l'invito, ringrazio chi non mi conosce per la fiducia che mi ha accordato, ma soprattutto chi mi conosce, e conosce il mio parlare, ma soprattutto il mio pensare, del tutto libero da stereotipi, ideologie, o facili suggestioni. Molte volte, in questo ultimo mese, ho provato a immaginare cosa avrei potuto dire, oggi, evitando la retorica che non fa parte del mio essere, in questa giornata rituale ma che vorrei non “scontata”, per renderla, contemporaneamente, festosa, meditativa, e soprattutto costruttiva.
Festeggiamo, festeggiamo la nostra pasqua laica, la resurrezione del nostro popolo dal fascismo, dalle sue violenze, dalle sue aggressioni, dalle sue menzogne, poi, aggravato dal nazismo, dalla guerra, dall'occupazione, dalle stragi, dai rastrellamenti, dalle deportazioni, dalle torture e dalle fucilazioni, e anche dai bombardamenti. Difficile festeggiare su un terreno intriso di sangue, ma in questo giorno, settantadue anni fa, la pasqua del nostro popolo è arrivata, per tutti, per quasi tutti, almeno con la fine della paura. I vivi potevano tornare a osservare il cielo senza scrutarlo, a viaggiare senza guardarsi alle spalle, a parlare senza abbassare lo sguardo, a stringere la mano a un amico senza temere un tradimento, a progettare un futuro, una famiglia, una rinascita culturale e soprattutto morale in un Paese libero.
Succede anche nelle feste familiari.. un posto vuoto a tavola.. e scatta il ricordo, la malinconia, lo sguardo corre a una fotografia, il cuore si aggrappa a un ricordo…
E’ così anche oggi, facciamo festa, ma sappiamo bene il prezzo che è costata questa festa, a quante fotografie deve correre il nostro sguardo, quanta riconoscenza deve esserci nel nostro agire, e l' abbiamo manifestata, oggi, con tutto il nostro cuore.
Le donne e gli uomini che hanno scelto di opporsi al nazifascismo, alle sopraffazioni e alle violenze diventate intollerabili, lo hanno fatto certamente pensando alle loro famiglie, al futuro di quei figli che erano già nati o che dovevano ancora nascere, e che essi volevano crescessero in una nazione sovrana, libera e democratica, ...questi figli siamo noi.
Il pensiero dei familiari in ansia, del pericolo di ritorsioni nei loro confronti, l’impossibilità di fornire il proprio contributo al loro sostentamento ma anzi il dover richiedere sacrifici per procurare viveri e vestiario, è un motivo ricorrente nei diari e nelle memorie dei Partigiani.
Poi tutto, o quasi tutto, finalmente, è finito, il 25 aprile del 1945, giorno della Liberazione, giorno di grande festa.
Cosa ci resta oggi di quel giorno? Di quella gioia, di quei progetti, di quei sogni che noi, nati dopo, abbiamo ereditato senza pagarne il conto?
Ci resta molto, moltissimo, quella libertà di decidere delle nostre azioni, del dove vivere, del come vivere, di quali compagni di strada scegliere, ma anche di dormire tranquilli nei nostri letti, senza paura che qualcuno sfondi la porta per prenderci e portarci via per aver espresso un'opinione.
Libertà che ci sembrano normali, scontate, apprezzate e valorizzate da tutti, e invece no, dobbiamo stupirci e indignarci perché non tutti ne hanno colto il senso, e ancora oggi, e possono farlo proprio grazie alla Liberazione di allora, subiamo l'umiliazione della vista di certi nostalgici, la loro ignoranza, la loro protervia, la sguaiata e volgare ostentazione di simboli e atteggiamenti che evocano solo dolore e morte che ci hanno toccati da vicino.
Si sentono vincitori, i vinti della storia, ci mostrano i loro ridicoli orpelli, o vigliaccamente agiscono nell'ombra, se la prendono con le pietre che testimoniano l'infamia del loro modello di riferimento, credono così di cancellarla, ma noi siamo qui, sereni e forti come roccia di vulcano, i loro crimini scolpiti nel nostro DNA ma anche in quello del popolo tutto, nato dalle lotte estreme dei Partigiani con al fianco la gente, dai dannati delle Deportazioni, dagli internati militari e dai loro settecentomila NO!
La guerra cosa da uomini? In gran parte sì, da sempre è cosa da uomini, ma ho parlato di popolo, e popolo sono uomini e donne, e uomini e donne Partigiani i quali, combattendo sul territorio dittatura e occupazione, hanno posto loro fine, allora feriti e laceri ma vittoriosi.
Le donne, che il fascismo voleva sottomesse fattrici e inconsapevoli ancelle del maschio dal mascellone proteso e dagli stivaloni lucidati da esse, si sono liberate del giogo, e hanno detto BASTA, orgogliosamente presenti e protagoniste, sui monti, nelle fabbriche, nelle città, nei comitati clandestini, ma anche nelle case, a sostenere, incoraggiare, nutrire, curare, combattere quella meravigliosa rivolta di popolo che è stata la Resistenza.
Ogni territorio, come il vostro il mio, l'astigiano, onora i suoi Partigiani e le sue Partigiane, io vi leggo una breve testimonianza fino a qualche mese fa celata in un cassetto, ora pubblicata sulla nuova edizione del memoriale di mio padre, che riguarda mia mamma, Margherita Benzi, che nel 1943 aveva 18 anni, … mio padre 21 ed era tornato da poco dalla Russia:
Arriviamo al periodo dei partigiani e certamente il mio fidanzato con i miei fratelli facevano parte dei partigiani della stella Rossa.
La mia prima esperienza fu quando il mio ragazzo con incoscienza mi mandò ad Asti a ritirare una pistola, ed io ci andai nonostante ad Asti ci fossero allora i posti di blocco dei repubblichini e più avanti quello dei partigiani. Allora mi venne la fortuna a portata di mano: incontrai ad Asti uno dei ragazzi conosciuti a Torino lo salutai con euforia. Lui era vestito in divisa da repubblichino. Lo pregai di accompagnarmi per un tratto fino fuori al blocco.
Io avevo la pistola in seno e spingevo la bicicletta per quel tratto che feci con lui a piedi.
Salutandolo salii tranquillamente in sella, era andata bene.
Ecco, allora, che il diritto di partecipare alla stesura della mamma di tutte le leggi, e mamma anche nostra, la Costituzione, le donne se lo sono guadagnato sul campo, con i loro ideali, l'azione, il sangue e la lotta, esattamente come i maschi.
Ho detto costituzione, lo ripeto, sempre sottovoce, con rispetto, sana e robusta costituzione, quella che ci ha guidati il 4 dicembre scorso, quella di cui vorrei tutti ci impegnassimo, qui, oggi, a favorire la piena applicazione che non è mai avvenuta e che è quantomai necessaria.
Ogni persona che ha contribuito alla sua stesura è riuscita a mettere da parte ferite e rivendicazioni personali, per pensare al bene comune in un'ottica di futuro così ampia da umiliare, oggi, molti nostri miopi legislatori, ….. e certo la sensibilità e il punto di vista femminile sono stati preziosissimo contributo.
Nel recente passato abbiamo sentito straparlare di costituzione percepita, di costituzione reale, di costituzione vecchia, vogliamo, ripeto, sull'onda del 4 dicembre, esigere che la Costituzione nata dalla guerra di Liberazione venga applicata, in tutti i suoi aspetti: primo, in questi giorni di delirio e di incertezza, riconfermiamo forte e chiaro il RIPUDIO DELLA GUERRA, ma vogliamo anche che sia tutelata la salute di tutte le persone presenti nel nostro paese, la laicità dello stato e della scuola pubblica, il lavoro, inteso come strumento di dignità e non di sfruttamento, e noi, oggi, dobbiamo fare un ulteriore passo, chiedendo che nel nostro paese siano tutelati i diritti umani intrinseci ad ogni individuo, uelli che fanno parte della sua integrità: il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza.
I diritti umani hanno queste caratteristiche:
sono universali, cioè validi in tutto il mondo
sono innati: appartengono a ognuno dal momento della nascita
sono inalienabili: non è possibile rinunciarvi
sono inviolabili: esistono indipendentemente dai governi, e nessun governo può limitarli
sono naturali: si applicano indipendentemente dal fatto che il governo li confermi o meno
sono indivisibili: devono essere applicati tutti, senza esclusioni
Curiosi eredi siamo di quel popolo coraggioso e fiero di resistenti, curiosi eredi spesso pavidi e sottomessi a stereotipi che ripetuti e strombazzati a lungo sui media paiono veri, forse intorno troppi, ancora, gli eredi del popolo plaudente e sottomesso sotto quel balcone?
Torniamo a ribellarci popolo resistente, torniamo ad alzare il capo, noi siamo la nervatura della società civile, quella che deve trasportare linfa, ossigeno idee e se necessario azioni.
Seguendo il pensiero di Primo Levi facciamo guerra ai privilegi e a chi se li concede, alle spalle degli onesti, dei generosi, anche degli ingenui.
Lavoriamo affinché l'Europa che ci ha garantito 72 anni di pace non ricada nel baratro dei conflitti tra nazioni, guardiamo alle tragiche vicende dei popoli vittime di disegni geopolitici, non so quanto gestibili o ingestiti, con spirito di accoglienza, di sostegno, evitando facili prese di posizione se non si è davvero ottimamente informati sulle reali vicende e sulle loro implicazioni.
Applichiamo il nostro fermo antifascismo alla vita quotidiana, professiamolo come una fede laica e credo che molto del nostro dovere sia assolto.
La trasmissione della memoria non è un guardare al passato, è il mantenere efficiente il sistema immunitario della Nazione, coloro che ne fanno parte come testimoni o come famigliari, con la loro sensibilità allertata dalle sofferenze personali, sono gli anticorpi che prima di altri individuano e segnalano i comportamenti dannosi al “bene comune” con uistato a caro prezzo ed oggi così poco tenuto in considerazione.
Noi non parliamo di odio, l’odio non ci tocca, ma non possiamo neppure parlare di perdono, perché il nome di chi poteva perdonare è là, inciso su quelle lapidi, noi parliamo di giustizia e di dignità di tutti gli uomini, a cominciare dai più sfortunati, perché le umiliazioni che vengono loro inflitte umiliano anche noi.
Certo non ci spaventano le manifestazioni pateticamente nostalgiche verso i regimi sconfitti dalla storia, ma non accetteremo mai che vittime e carnefici siano messi sullo stesso piano.
E allora riprendiamo il cammino, sfoderiamo nuove energie, coinvolgiamo davvero i giovani facendo loro da guida, sfruttiamo il poco tempo che ci riserva la nostra sostanziale marginalità, per parlare loro ancora e ancora degli ideali grandi, la Libertà, la Giustizia, l'Eguaglianza, la Dignità, soprattutto responsabilizzandoli uno ad uno, guardandoli negli occhi come si guarda al futuro, con fiducia.
Sottraiamoli alla fascinazione di liturgie violente, ricordando che per coinvolgerli bisogna convincerli, non sedurli, e il lavoro è duro, per primi noi dobbiamo studiare e imparare, perché raccontare vicende umane, con le loro luci e le loro ombre, non per confondere ma per capire, è il punto imprescindibile di partenza.
Rivendichiamo con orgoglio il valore delle nostre storie e del nostro impegno, per evitare che il nostro impegno venga considerato come un nostro dovere, amara eredità del prezzo già pagato in passato dai nostri padri, e non una nostra, a volte gravosa, personale scelta di concreto volontariato, un servizio civile svolto a favore di tutti, prima di tutto degli apparati istituzionali che spesso ai nostri interventi prestano meno attenzione di quella data alla sagra dell'agnolotto.
I giovani bevono i nostri racconti come acqua pura di fonte, siamo generosi, cerchiamoli e prendiamoli per mano, senza intimidirli o peggio intimorirli, prima di tutto con un sorriso.
Ora fuori bandiere, sorrisi e abbracci, siamo i giganti della nazione, è festa per tutti.

Non maledire questo nostro tempo
non invidiare chi nascerà domani
chi potrà vivere in un mondo felice
senza sporcarsi l’anima e le mani.
Noi siam vissuti come abbiam potuto
negli anni oscuri senza libertà,
siamo passati tra le forche ed i cannoni,
chiudendo gli occhi e il cuore alla pietà.
Ma anche dopo il più duro degli inverni
ritorna sempre la dolce primavera,
la nuova vita che comincia stamattina
in queste mani sporche ha una bandiera.
Non siamo più né carne da cannone
né voci vuote che dicono di si;
a chi è caduto per la strada noi giuriamo:
pei loro figli non sarà più così.
Vogliamo un mondo fatto per la gente,
di cui ciascuno possa dire “è mio”!
dove sia bello lavorare e far l’amore,
dove morire sia volontà di Dio.
Vogliamo un mondo senza patrie in armi,
senza confini tracciati coi coltelli:
l’uomo ha due patrie: una è la sua casa
e l’altra è il mondo e tutti siam fratelli.
Vogliamo un mondo senza ingiusti sprechi
uando c’è ancora chi di fame muore:
vogliamo un mondo in cui chi ruba va in galera,
anche se ruba in nome del Signore.
Vogliamo un mondo senza più crociate
contro chi vive come più gli piace;
vogliamo un mondo in cui chi uccide è un assassino
anche se uccide in nome della pace.
(poesia di Luigi Lunari, poeta milanese, partigiano tra Como e Sondrio, giornalista. Il testo è stato recitato dall’attore Renzo Arato durante la manifestazione in ricordo della fine della guerra di Liberazione, il 25 aprile 2007 a Cortandone. Riproponiamo questi versi perché ci sembra il miglior modo di sintetizzare quanto non dovremmo mai dimenticare.)