lunedì 27 febbraio 2017

Un pianeta da salvare

Dall'analisi di un'opera di Felix Greene, una lucida quanto notevole riflessione sui mali mai sopiti del capitalismo. Riceviamo e pubblichiamo il testo di Ferruccio Quaroni sezione ANPI Giuseppe Pinelli - Pavia Borgo Ticino

Felix Greene è stato un personaggio eccentrico ma geniale. Parente del più celebre Graham, scrittore, fu soprattutto ottimo fotografo e regista di documentari molto indulgenti sui paesi comunisti che presentavano quelle realtà come società indenni dai mali del capitalismo e tese a costruire un roseo futuro per tutti i cittadini. Così fece per il Vietnam del Nord, del quale fu uno dei primi visitatori occidentali, per la Cina di Mao e per la Cuba di Castro. Nel 1970 incontrò il Dalai Lama che, dopo parecchi giorni di discussione, lo convinse che le cose per i Tibetani e per i Cinesi stessi non erano poi così positive come egli credeva e come gli erano state mostrate…

Greene visse fino al 1985 e, sempre nel 1970, scrisse un libro “Il Nemico” edito da Einaudi tre anni dopo. Il testo è datato e viziato da una contrapposizione del capitalismo, fonte di tutti i mali, alla “rivoluzione” sol dell’avvenire. Detto ciò le 400 pagine del volume, godibilissimo e di facile lettura, rappresentano un interessante riassunto sulla nascita e lo sviluppo dell’imperialismo (quello che Lenin definì “fase suprema del capitalismo”), raccontano le radici di quello americano derivato dalla madrepatria britannica, elencano dati, statistiche e fatti relativi all’autentico saccheggio perpetrato ai danni delle nazioni considerate oggetto di sfruttamento, in particolare quelle latino-americane, e raccontano dei vari tentativi di esportare ed imporre un modello di “democrazia” in nome del contenimento dell’ideologia marxista.
Ciò che però appare anticipatore e lungimirante (in considerazione della data di stesura, anni in cui poco si parlava di “sostenibilità” dello sviluppo e di pericoli mortali per l’eco-sistema) sono le affermazioni su quella che Greene definisce la “brutale violenza” perpetrata dall’imperialismo sulla “terra vergine” in nome del profitto e sull’insostenibile pressione alla quale era già allora sottoposta la natura da parte della tecnologia.
Pochi giorni fa mi sono venute fra le mani due riflessioni, la prima di Naomi Klein che nove anni fa in “Shock economy, l’ascesa del capitalismo dei disastri”, raccontava il meccanismo in base al quale il sistema economico dominante sfrutta ogni tipo di catastrofe - siano esse guerre, crisi o calamità naturali - per eliminare i vecchi limiti sociali ed imporre il suo programma sul terreno devastato dal disastro. Nel “piccolo” delle nostre misere vicende italiane mi sono tornate in mente le telefonate degli imprenditori che, poche ore dopo il terremoto de L’Aquila, già sentivano odore di soldi mentre ancora si scavava…
La seconda è quella di Slavoj Zizek che, muovendo proprio dalle cose dette da Klein, parla dell’oscenità di un capitalismo (imperialismo) che riesce a “spacciare” per un fatto “green” ed una opportunità la catastrofe dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia o che costruisce un business sul riciclaggio dei rifiuti, sulle raccolte “differenziate”, sulle nuove mode vegane piuttosto che sul “biologico”. Non si tratta di condannare tout court esempi che possono anche possedere una virtuosità ma di capire che, comunque, il limite della sostenibilità planetaria è stato ampiamente superato e che è solo ipocrita e funzionale al “potere” anche ciò che viene presentato come alternativo ed ecologico. Zizek sostiene giustamente che bisogna comunque evitare un anticapitalismo moralizzante che riduce tutto all’avidità egoistica di singoli che vogliono sempre più potere e ricchezza. “Nel vero capitalismo” dice l’autore “l’avidità personale è subordinata agli sforzi impersonali dello stesso capitale per riprodursi ed espandersi.” Un capitale che si dedica in modo incondizionato alla sua auto espansione è perciò in grado di mettere in gioco tutto, compresa la sopravvivenza dell’umanità intera, per la riproduzione del sistema fine a se stesso. Il capitalismo ignora ogni danno collaterale che produce, non lo include nei costi di produzione perché ciò che importa è la circolazione che si accresce, incentrata sul profitto.
Ecco che ritorna in gioco la necessità rivoluzionaria enunciata da Greene. Non ci sono più però né Vietnam, né Cuba, né Rivoluzione Culturale e non basta neppure la lettura classica del marxismo. Occorre veramente, come sostiene Zizek, “civilizzare le civiltà” ed imporre un’idea di solidarietà e cooperazione universale fra tutte le comunità che sole possono contrastare la barbarie dei fondamentalismi religiosi, la follia dei rigurgiti dei nazionalismi o delle logiche di sovranità incondizionata da stato-nazione, come nel caso della Corea del Nord e che, soprattutto, rappresenta l’unico modo per responsabilizzare l’umanità sul fatto che il pianeta è un “oggetto finito”, di cui siamo responsabili, non inesauribile ed ormai alle soglie della distruzione e dell’invivibilità.
Dopo quasi 50 anni l’orizzonte non è più quello prospettato da Felix Greene: l’imperialismo ha devastato oltre ogni limite, le risposte sono state deboli e confuse, miliardi di persone si sono illuse di assicurarsi futuro ed “immortalità” tramite beni di consumo, visibilità sui “social” e tecnologia a basso costo. Si è barattato il pianeta per meno di un piatto di lenticchie…
La risposta finale è però la stessa: Greene concludeva il suo libro chiedendosi “E io dove sto?” e scriveva questa frase illuminante e sempre valida “… fino a quando esisterà una separazione tra ciò che penso come persona politica e il modo in cui ragiono e mi comporto nella «vita quotidiana», io non potrò affermare di essere dalla parte della rivoluzione.” Oggi “essere rivoluzionari” significa altro e forse di più rispetto agli anni ’70, ma il messaggio dell’autore è sempre chiaro e valido.



lunedì 20 febbraio 2017

Il cibo e la Resistenza

Pubblichiamo un estratto del film documentario “Pane & Partigiani”, in cui si evidenzia il ruolo fondamentale che ebbe il cibo durante la Resistenza. A testimonianza di ciò, gli stessi partigiani lo descrivono come la vera materializzazione del concetto di solidarietà e di “bene” negli anni del male assoluto. Lo teorizza l'analisi storica e sociologica di Lorena Carrara e Elisabetta Salvini, Karima Moyer Nocchi, Alvaro Tacchini tutti autori di pubblicazioni che hanno trattato questo tema.

La proiezione, in anteprima nazionale, al "Circolo E. Portalupi" di Vigevano, il 12 febbraio scorso in occasione della Giornata nazionale del tesseramento ANPI 2017, si è affiancata alla presentazione del libro “Partigiani a tavola”, storie di cibo resistente e ricette di libertà, di Lorena Carrara e Elisabetta Salvini.





domenica 12 febbraio 2017

Cose non dette

Nel 1981 il regista Moustapha Akkad gira “Il Leone del deserto”. Nell’82 il film verrà censurato, e la sua circolazione vietata nelle sale italiane.
"Il leone del deserto” è la storia di Omar al-Mukhtar, combattente della resistenza in Cirenaica contro l’aggressione italiana, ed è anche la storia delle efferatezze del regio esercito nella guerra di Libia cominciata nel primo decennio del ‘900 e ripresa dal fascismo che moltiplicò il numero delle Divisioni e innalzò la qualità degli armamenti, in prova dei successivi interventi bellici in Etiopia, Somalia, Grecia, Spagna, fino al conflitto mondiale che ci vide alleati del III Reich.
Marciano le truppe italiane. Le guida “il più fascista tra gli ufficiali superiori”, Rodolfo Graziani, che ritroveremo nella Repubblica di Salò, al quale inneggiano i ritornelli delle Milizie in camicia nera “se non ci conoscete, lo sanno gli altipiani, noi siamo gli arditissimi del colonnello Graziani”.

Marciano le truppe italiane. La loro missione è “portare la civiltà” tra le popolazioni nomadi di Libia, in particolare in quella regione che, inspiegabilmente, non vuole arrendersi a tanta “fortuna”, la Cirenaica e in Cirenaica l’altopiano del Gebel, là dove resistono i guerriglieri di Omar al-Mukhtar. Per “portare la civiltà”, nel gennaio del 1928 l’aviazione del nostro Paese effettua quattro pesanti bombardamenti al fosgene su una popolazione che si difende con le lance, e nel febbraio del 1930 i nostri aerei Caproni 73 sganciano il loro carico di morte sui profughi in fuga.
Marciano le truppe italiane, e con spropositata superiorità di uomini e mezzi, vanno spezzando la resistenza e riconquistando la Libia per farne il primo tassello dell’Impero, che Mussolini porterà in dono a Casa Savoia. Marciano le truppe italiane, e in capo ad esse stanno ufficiali e generali che ordinano la deportazione delle popolazioni nei lager, volutamente realizzati nelle zone più torride e malsane, in una misura che sta tra le 80.000 e le 100.000 persone, di cui una buona metà morirà nei tre anni successivi.
Marciano le truppe italiane, e recano la responsabilità del genocidio del Gebel, mentre nei lager i prigionieri libici vengono costretti a guardare i loro fratelli che muoiono, impiccati, fucilati, ritualmente contati ogni sera, prima di essere gettati nelle fosse comuni.
Marciano le truppe italiane, aggrediscono le popolazioni di pastori semi nomadi, le riducono alla fame distruggendone il bestiame, e di giorno e di notte instancabilmente pattugliano il confine di filo spinato steso per una lunghezza di 270 km, per impedire la fuga dei nuovi schiavi dell’Impero fascista.
Marciano le truppe italiane, e si scatenano alla caccia del capo guerrigliero Omar al-Mukhtar, ultrasettantenne che sarà impiccato il 16 settembre 1931 davanti a 20.000 prigionieri fatti affluire dai campi della morte.
Il film venne censurato, Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, perché “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Non si riteneva infatti opportuno mostrare al Paese il volto buio dell’esercito, composto da uomini che, in guerra, non furono affatto quegli “italiani brava gente”, nella cui mitologia si lava via la cattiva coscienza della nostra Nazione.
Solo dal 2009 il film è passato più volte su Sky. Per noi è tempo di conoscere e fare i conti con questo nostro passato.


domenica 5 febbraio 2017

Un confine tormentato

comandante della II armata operante in Slovenia Dalmazia Croazia
A oltre dieci anni dalla emanazione della legge istitutiva della Giornata del Ricordo, volta a conservare e rinnovare la memoria delle vittime della tragedia delle foibe e della più complessa vicenda del confine orientale, non è ancora possibile restituire alla commemorazione la sua originaria vocazione: la volontà di fare i conti con la drammatica stagione dell'occupazione nazifascista e del dopoguerra nell'area giuliano-dalmata. D'altra parte, una commemorazione che affonda le sue radici a Salò, quando venne istituito il primo “giorno del ricordo”, celebrato in tutta la Repubblica Sociale Italiana il 30 gennaio 1944, ha in sé tutte le premesse per essere provocatoriamente strumentalizzata.
La vulgata ufficiale, infatti, presenta troppo spesso errori che paiono a tutti gli effetti dettati da un opportunismo funzionale alla diffusione di pregiudizi nazionalisti, che non fanno altro che fomentare contrapposizioni nazionali.
La Giornata del Ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, costituita da un insieme di stereotipi e omissioni, in cui il travisamento della realtà storica è portato avanti anche a livello politico, tanto che il materiale iconografico utilizzato per rappresentare la violenza usata contro gli infoibati continua a essere costituito da immagini di errata attribuzione, di contenuto addirittura opposto a quanto viene fatto passare, in cui le vittime sono presentate come aguzzini e viceversa; la narrazione di eventi particolarmente drammatici è utilizzata quale strumento di legittimazione della propria presenza nello scenario politico e di delegittimazione dell'avversario; le manipolazioni delle testimonianze sono talmente profonde da individuare nelle foibe il frutto di un piano preordinato titino per sbarazzarsi dei simboli del potere italiano in Istria, trasmutando la storia in propaganda politica.
Avverso questa deriva, è apprezzabile il lavoro che sta svolgendo il collettivo Nicoletta Bourbaki, gruppo di inchiesta sulle manipolazioni storiche e il revisionismo in rete, nonché autore di una lettera aperta alla rivista Internazionale in tema di Giorno del Ricordo, sottoscritta da storici, scrittori e numerosi circoli ANPI, in cui gli autori evidenziano una serie di errori e falsificazioni nell'articolo che la rivista ha dedicato il 10 febbraio 2016 alla materia delle foibe.

La retorica sui martiri, gli eroi, le patrie e le bandiere costituisce un indegno sfruttamento del dolore di tutte le vittime nel nome di una immaginaria società unitaria, che mira alla creazione di una singola cultura e una singola identità nazionale, in una sorta di genocidio culturale, come già fece quell'“oltranzistico fascismo di frontiera, programmaticamente antislavo” (Franzinelli) che aveva caratterizzato la politica di italianizzazione del ventennio. Oggi, come allora, lo scontro di civiltà è la chiave perfetta per costruire nemici a tavolino, per definire un “noi” e un “loro”, e individuare una irriducibile diversità maneggevole a fomentare il nazionalismo sciovinista proprio della destra estrema. In questo modo si possono legittimare guerre e politiche xenofobe, rendere accettabili barriere all'ingresso dei migranti, ridurre i diritti politici dei cittadini e i diritti dei lavoratori, limitare le garanzie di accesso a servizi quali sanità e istruzione, nel quadro di ridefinizione delle società nel contesto neoliberista.
Allo scopo di perseguire il fine proprio di questa ricorrenza, e in una prospettiva europea, la Giornata del Ricordo deve costituire l'occasione per superare, anziché cristallizzare, un'eredità storica di conflitto, congedando gli approcci anacronistici, che hanno impedito una effettiva e duratura ricomposizione dei contrasti ereditati dal secolo scorso, così come definito nel documento su “Il confine italo-sloveno” approvato dal Comitato nazionale ANPI il 9 dicembre 2016.
Contro ogni revisionismo, manipolazione e mistificazione storica tesi alla rivalutazione del fascismo, il nostro suggerimento è un invito ad approfondire la riflessione attraverso la lettura dei testi raccolti in questa bibliografia che, pur non pretendendo di essere esaustiva, aiuterà a districarsi nella complessa vicenda dei confini orientali.

lunedì 30 gennaio 2017

Quando una comunità sceglie una dittatura

Riceviamo e pubblichiamo un interessante contributo del compagno Ferruccio Quaroni, iscritto ANPI sezione “Giuseppe Pinelli” Borgo Ticino-Pavia.

“Come si diventa nazisti”, dello storico americano William Sheridan Allen, è un libro del 1965 ripubblicato da Einaudi nel 1994 con una bella prefazione di Luciano Gallino. A mio avviso, andrebbe fatto leggere nelle scuole superiori, non solo agli studenti ma anche agli insegnanti come utile supporto per spiegare il nazismo e, più in generale, il meccanismo di creazione del consenso ai regimi dittatoriali.
Il racconto si sviluppa tra il 1928 ed il 1933 in una cittadina dell’Hannover, nella Germania profonda: si tratta di una piccola comunità di 10.000 abitanti (oggi ne ha 30.000), piuttosto conservatrice ma anche con una forte presenza della socialdemocrazia, del sindacato e degli stessi comunisti.
Il libro è composto da tante storie quotidiane che ricordano un po’ le nostre, quelle di una comunità che si sta disgregando e che non se ne accorge. Il messaggio non è però quello della ineluttabilità che le vicende storiche si ripetano tali e quali.

Come sottolinea Gallino è perfino più inquietante in quanto trasmette la convinzione che la distruzione di una comunità politica e la fine della democrazia sono sempre possibili e che non ci si può illudere che ad impedirlo siano le condizioni storiche diverse, il livello di sviluppo economico, le istituzioni nate in Europa dopo la guerra a difesa della democrazia o una ipotetica maggiore maturità democratica dei cittadini.
Come sostiene giustamente la prefazione, oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi e stanno anche dentro di noi, nell’eterno conflitto tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà.
Ecco allora che appare ancora oggi molto significativo il racconto corale articolato in storie diverse che confluiscono però verso l’ineluttabilità della dittatura come risposta al malessere sociale, alla disoccupazione crescente, al senso di insicurezza, al malcontento per uno stato che funziona male, al rancore verso le minoranze etniche che “rubano lavoro, soldi e potere” ai cittadini “ariani”.
Solo alla fine del libro ci si accorge come tanti fatterelli quotidiani, anche insignificanti, erano però confluiti nella composizione del destino e della scelta autoritaria di una comunità locale e di un’intera nazione.

A concorrere al disastro finale fu anche, ed il testo lo illustra egregiamente, l’incapacità del Partito Socialdemocratico di stringere alleanze, sia alla propria sinistra che verso il centro, mentre i nazisti, con spregiudicatezza, imbarcavano di volta in volta alleati occasionali e parlavano linguaggi capaci di suscitare interesse e motivare ceti e settori sociali molto distanti dalla loro ideologia di base.
Emerge con evidenza il progressivo allontanarsi del popolo dallo Stato e dalla politica, percepiti come nemici corrotti incapaci di garantire un sistema di solidarietà sociale, di sicurezza e di benessere: mentre la violenza nazista cresce e si estende dagli avversari tradizionali alle persone e alle organizzazioni agnostiche e neutrali, la sinistra affonda fra divisioni, sospetti ed incapacità di fare fronte comune. Alla fine del 1935 la comunità di Thalburg (in realtà il nome vero è Nordheim), come entità civile, culturale e morale, cessa di esistere.
Avevo appena finito di rileggere “Come si diventa nazisti” quando ho appreso la notizia del Comandante della Polizia Locale di Biassono che, su facebook, ha pubblicato una sua foto in divisa da SS con un eloquente commento “Basterebbe una compagnia di questi per sistemare alcune cose.”
Tralascio di commentare le farneticanti frasi di quello che dovrebbe essere un “servitore dello Stato” ma suggerisco a tutti di riflettere sul fatto che affermazioni e comportamenti di questo tipo si sentono e si osservano purtroppo sempre più spesso: il nazi-fascismo per qualcuno è una “innocua” moda; i mercatini sono zeppi di busti del duce e di paccottiglia del ventennio; generalizzazioni e orride banalità sulla dittatura si ascoltano con grande frequenza… Allora vale la pena di non abbassare la guardia e, soprattutto per chi svolge un ruolo educativo, pubblico e civico, di dare risposte forti e continue per ristabilire le verità, contrastare il senso diffuso di anti-Stato che si diffonde, ricordare la barbarie ed il Male rappresentato da nazismo e fascismo e proporre i contenuti di una società aperta, democratica ed inclusiva.



domenica 22 gennaio 2017

"Arbeit macht frei"

Quando non si sente più nell'aria l'odore della polvere da sparo e della decomposizione dei corpi, quando anche gli ultimi testimoni giacciono nei cimiteri, le amnesie in qualche misura prendono il sopravvento, rovesciando in torpore il pezzo di memoria del nostro Paese fattivamente complice dell'orrore nazista.

“È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo” scrive Primo Levi: noi non possiamo lasciare che la memoria sia pietrificata in commemorazioni, troppo spesso viziate dalla retorica celebrativa e perfino assolutoria; sollecitiamo quindi la riflessione sugli accadimenti, oggi più che mai necessaria, quando il fascismo e il nazismo trovano nuovi spazi; e non solo nel moltiplicarsi di marce e sfilate e nelle sedi, ma nella indifferenza della coscienza e in una sorta di contagioso addormentamento della ragione sovrastata dal predominio della legge del mercato e della finanza.
Il programma di annientamento della popolazione ebraica, affiancato all’eliminazione di tutti gli esclusi dal cerchio magico della “razza” ariana, non fu il frutto malsano di un manipolo di folli criminali. I processi economici e sociali che svilupparono la spietata ed estrema miscela nazista sono piuttosto rintracciabili nell'ascesa dell'industria e della finanza tedesca, che, organicamente intrecciate al sistema di potere nazista, lanciarono, anche attraverso l’olocausto, la sfida estrema intesa al controllo totale del mercato mondiale.

La teorizzazione della superiorità della razza ariana è leggibile anche come l’aberrante sovrastruttura ideologica del più sofisticato e complesso programma di unificazione del mercato europeo sotto il tallone dell'imperialismo teutonico. Questo obiettivo necessitava di uno sforzo bellico e produttivo raggiungibile solo attraverso lo sfruttamento totale della forza lavoro e l'annichilimento della coscienza di classe e di qualsiasi organizzazione dei lavoratori.

Se le conquiste militari garantirono al Reich le materie prime, il fondamento ideologico della pax sociale nazista fu la “costruzione” di un nemico comune alla borghesia e ai lavoratori, uniti dall’aberrante principio della purezza del sangue ariano; condizione, questa, decifrabile come strumento idoneo a garantire al capitalismo sfrenato il pieno controllo dell'economia del Reich.

Per auto alimentarsi, il Reich nazista aveva necessità di materie prime a basso costo, capitali a costo zero e sfruttamento totale della manodopera. La macchina produttiva attinse quindi la forza lavoro nei ghetti e nei lager, completando in essi il processo di bestializzazione dei sub-umani, in una estremizzazione del modello schiavista. Nei campi, il numero degli internati crebbe proporzionalmente all'aumento dello sforzo bellico e dell'industria militare, assumendo crescente carattere di supporto produttivo alla economia bellica. Forse, nei campi, si realizzò anche il perverso sogno di una mano d’opera a costo zero, permanentemente disponibile sul luogo del lavoro e della morte; e questo sogno perverso trovò il suo coronamento nella scritta posta all’ingresso di Auschwitz “il lavoro rende liberi”.


domenica 15 gennaio 2017

Uomini liberi o schiavi

Riceviamo e pubblichiamo una notevole riflessione di Ferruccio Quaroni - Sezione ANPI "Pinelli" Borgo Ticino-Pavia.

"All’inizio dello scorso dicembre Tullio De Mauro scriveva “ …è difficile liberare gli schiavi che si credono liberi.” Lo diceva a conclusione di un ragionamento sull’istruzione pubblica nel quale ricordava anche la celebre affermazione dell’enciclopedista Condorcet secondo cui senza di essa (l’istruzione pubblica generalizzata) persisterà sempre la distinzione in due classi: quella di chi ragiona e quella di chi crede nelle opinioni altrui. Questo “quasi testamento” del grande intellettuale scomparso da poco riprende d’altra parte riflessioni che risalgono ad almeno due decenni fa. Alberto Burgio ed altri studiosi scrivendo nel 1994 delle “Nuove Servitù” che si venivano affermando nel mondo produttivo, evidenziavano come quegli inediti “servi” più si sentivano padroni, più affermavano in realtà la loro condizione servile.

Se ci fate caso il web è pieno di articoli e prese di posizione che segnalano il pericolo della dittatura del mondo della virtualità e dei social che sembrano allargare gli spazi di libertà e comunicazione ma che in realtà li limitano e recludono le persone in una vastissima riserva indiana che, anche se ampia, resta pur sempre tale…
Anna Maria Testa dice giustamente che i social sono diventati il mondo in cui viviamo e che la “manutenzione del sé virtuale” si avvia a diventare un impegno a tempo pieno. Ed aggiunge anche, in un altro lucido intervento, che siamo ormai collocati in una specie di tempo della “post verità” e che, per salvarsi, occorre uscire da questa bolla di virtualità ritornando nella complessità del reale; cosa che significa anche assumersi responsabilità e “riconnettersi” con il “vero”.
Ciò che è sconsolante è che ormai gli appelli sono diventati quasi una parte stessa della rappresentazione che è in scena da un decennio almeno: viene quasi da dire che, in un certo senso, fanno comodo. Si sa che alle dittature che tali sono ma che non vogliono apparire, piace avere opposizioni tutto sommato inoffensive. È un po’ come dire “lasciamoli abbaiare alla luna, visto che il potere è saldamente in mano nostra…”
D’altra parte cosa possiamo mai dire oggi se Feuerbach nel 1841 scriveva che “… il nostro tempo…preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere…”
Potremmo forse smetterla di credere alla falsa democrazia del web. Non si arrabbino gli amici pentastellati, ma è proprio avvilente pensare di cambiare le cose con un “clic” sui bugiardini stilati dal Grande Capo… Si potrebbe poi smetterla di passare il proprio tempo con gli occhi chini su uno smartphone (con gli annessi rischi per la propria ed altrui incolumità) alla ricerca di “like” e “amicizie” evanescenti per fare cose più utili e concrete; in famiglia si potrebbe magari parlare, leggere ed ascoltare musica, spegnendo TV e telefonini; si potrebbe poi battagliare all’interno delle proprie organizzazioni, dei propri luoghi di lavoro e di studio, delle associazioni in cui si milita ecc.. per ritornare a parlare e confrontarsi, per ripristinare meccanismi di decisione democratica; si potrebbero anche boicottare tutte quelle orribili emanazioni commerciali, economiche, pseudo-culturali e di intrattenimento che fanno sì, come diceva Guy Debord, che la merce diventi mondo ed il mondo merce…
Insomma: meno proclami, più esempi concreti e coerenza personale, meno bamboleggiamento…
Lo dobbiamo anche a chi ha combattuto per un’Italia ed un mondo diversi. Non ci saranno riusciti fino in fondo ma sicuramente non volevano un pianeta con sempre più finti uomini liberi e pochi veri padroni."