mercoledì 29 marzo 2017

Addio, Comandante Maino

Apprendiamo la notizia della scomparsa di Luchino Dal Verme, il Comandante “Maino”. Mentre ci associamo al dolore di tutti gli antifascisti, ANPI Provinciale Pavia partecipa al lutto della famiglia, cui esprime, a nome di tutti i propri iscritti, la propria affettuosa vicinanza.
Classe 1913, Dal Verme era un nobile, di antica famiglia aristocratica e monarchica. All’otto settembre, mentre il regio esercito va sgretolandosi e Casa Savoia, in un atto estremo di viltà, abbandona il Paese a sé stesso, lasciando ciascun cittadino solo con sé stesso davanti ad una ineludibile scelta, Dal Verme comprende subito che per restare sé stesso, degno del nobile nome che porta, deve farsi partigiano.
Non guarderà al colore delle casacche partigiane né delle bandiere di quelle Brigate di cui, ora, si mette alla testa. Sarà il Comandante di una Resistenza “perfetta”, per parafrasare il titolo del bel libro di De Luna [La Resistenza Perfetta], durante i 20 mesi in cui le brigate garibaldine comuniste dell’Oltrepò, lo riconosceranno come proprio, e stimatissimo, Comandante: nome di battaglia Maino.
La scelta partigiana del Comandante, aristocratico fianco a fianco combattente con ragazzi e uomini di altra estrazione sociale e di diversa radice politica, rompe gli schemi ingessati dell’Italietta meschina vacuamente acquiescente al fascismo, ed efficacemente incarna il sentire profondo della Resistenza italiana, che trova fondamento in una legge più alta che sovrasta ogni diverso sentire politico: la legge che risiede nella coscienza di quanti, liberi e giusti, presero le armi contro la barbarie e la vergogna, riscattando sé stessi e sperando in un mondo futuro.

Fu lo spirito di abnegazione, lo strappo con le tradizioni, la fatica condivisa e il coraggio insieme praticato sulle montagne a garantire al Comandante “Maino” il rispetto e la fiducia dei suoi uomini.
Combatterono insieme: lui, il nobile, e loro, proletari, studenti, contadini, soldati ribelli; insieme, da subito, capirono che per vincere la barbarie c’è una sola, grande parola sotto cui costruire radici unitarie e di libertà: antifascismo.
Nel giorno della sua scomparsa, l'ANPI onora e ringrazia il comandante partigiano “Maino” per il sacrificio sostenuto e per l'eredità di valori resistenziali che ha contribuito a trasmetterci.
Ciao conte ribelle, che la terra ti sia lieve.

domenica 26 marzo 2017

Un giovane partigiano

Storia, ribellione e commozione. Questo e molto altro, nelle emozionanti parole del testo elaborato da Annalisa Alessio, vice presidente del Comitato Direttivo ANPI della provincia di Pavia, che pubblichiamo con piacere.

Ha gli occhi lucidi e attenti, sopravvissuti al nostro tempo sbandato, di povera cultura e di dilagante egoismo sociale. Si chiama Clemente Ferrario.
Da sempre molti lo conoscono nella nostra città. Io l’ho conosciuto solo un paio di anni fa, quando, come militante dell’Associazione Nazionale Partigiani, andai a trovarlo. Dovevo informarlo che sarebbe stato insignito della “medaglia della liberazione”, il riconoscimento della Repubblica, forse tardivamente assegnato a lui e ad altri resistenti nel settantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dalla occupazione dell’ex alleato tedesco.
Da allora, ogni tanto ritorno; ogni volta Ferrario racconta della sua vita, consegnandomene la memoria, quasi affidandomi il compito – e il dovere – di non rinnegarla, ma di testimoniarla e testimoniarla ancora perché non tutto vada sprecato di quel tempo impetuoso in cui il ragazzo che era, studente della seconda liceo al Foscolo, grazie alla complicità di un bidello, diffuse tra i banchi il volantino del Comitato Liberazione Nazionale che chiamava i giovani a farsi ribelli. Un gesto che – anno 1943 – impegnava la vita e a volte ne richiedeva il sacrificio.

Eccola, Pavia resistente: oltre al più noto Bar Cerere, gli antifascisti e i comunisti hanno tre punti di ritrovo: un bar di corso Cairoli, un’osteria vicino al gasometro di porta Garibaldi, e il caffè San Carlo in piazza Grande.
E’ stato qui che il 9 novembre 1943 mi fu comunicato che potevo considerarmi membro del Partito Comunista” – racconta Ferrario, riprendendo le parole della sua autobiografia di scelta partigiana e militanza comunista, titolata “Il buon partito”.
Nell’estate ’44, sarei salito in Alta Valle Staffora, fino a Varzi centro della zona libera partigiana, nel cuore della “repubblica garibaldina” che opera sotto la guida della vecchia guardia antifascista con Beniamino Zucchella “Carlo”, già combattente della guerra di Spagna, “Remo”, Carlo Lombardi, reduce dalle galere del regime, tornato alla lotta con l’incarico di Commissario Politico e un giovane studente in filosofia dagli occhi tristi, Domenico Mezzadra, detto l’Americano, figlio di migranti che negli Stati Uniti vanamente avevano cercato una miglior fortuna”.
Questi nomi, per me appresi dai libri, ora si inscrivono nella materia corporea del reale, perché lo sguardo del vecchio partigiano brilla più forte nel pronunciarli; e tanto più forte quando pronuncia il nome di Carlo Barbieri detto Ciro.
Perché Ciro era più di un amico, era mio fratello”.
La parola “fratello”, ammazzata dalla trascuratezza del nostro tempo, è ancora sospesa nell’aria quando io capisco che, nel suo profondo, essa significa la capacità di morire l’uno per l’altro; lasciandomi nel cuore un senso profondo di inadeguatezza rispetto all’eredità che questi uomini ci hanno lasciato.
La storia continua, da un mese e l’altro, da una mia visita all’altra alla casa dove vive Ferrario circondato dalle sue librerie come barricata contro chi ha dimenticato e chi ha rinnegato.
E la storia percorre la faticosa stagione in cui il ragazzo partigiano diventa funzionario del PCI, quando una sola macchina della federazione comunista pavese, guidata dall’operaio della Necchi, Angelo Marinoni, andava portando gli oratori dei comizi di paese in paese fino alle case più sperdute della Bassa Lomellina.
Mi sono laureato un giorno dell’autunno 1949”: il tempo della guerra fredda e delle grandi scissioni iniziava; per me è ora di andare.
E’ tardi e devo prendere l’autobus.
Ho in borsa alcuni suoi libri, “Un comunista degli anni ’50” e “Operai e contadini" – storia del movimento operaio e sindacale. Ho già messo nel portafoglio la fotografia che Ferrario mi ha regalato: quella di Ciro Barbieri.
Mentre aspetto l’ascensore, capisco che c’è un solo modo per salutarlo degnamente: levare il pugno chiuso, in un gesto di fratellanza tra le generazioni.
Ferrario ha ricambiato il mio saluto, sollevando il braccio e stringendo il pugno.


domenica 19 marzo 2017

Fondata sul lavoro. O sulla finanza?

Presentiamo l'illustrazione dell'art. 4 della Costituzione, curata dal professor Gaetano Azzariti, già pubblicata su Patria Indipendente. Un monito circa la rilevanza e l'attualità del dibattito costituzionale, a settant'anni dall'approvazione della Costituzione italiana, al fine di garantire una risposta concreta alle attese del popolo italiano ispirate ai contenuti e ai valori espressi nella Carta, specialmente nella parte in cui sono esaltati il valore del lavoro, la dignità della persona, la tutela della salute, dell'ambiente, dei beni culturali, in una prospettiva di sviluppo del Paese, in un contesto di libertà e di uguaglianza, di migliori condizioni di vita per la collettività e di migliori opportunità per i giovani.

L’aver posto in Costituzione il lavoro a fondamento della Repubblica democratica italiana (“L’Italia è una Repubblica democratica, fondatasul lavoro”) non comporta solo l’attribuzione di un ruolo centrale al principio lavoristico in sé e per sé considerato, ma – ben di più – assegna a questo principio il compito di modellare per intero il sistema complessivo dei valori costituzionali. È così che dal lavoro – secondo Costituzione – dipendono le determinazioni economiche e la realizzazione delle politiche sociali.
La promozione della piena occupazione, la tutela dei diritti fondamentali, l’intero sistema di welfare trovano nelle garanzie collegate con il diritto al lavoro il proprio fondamento materiale. La stessa libertà e la dignità delle persone sono collegate alla dimensione del lavoro (esplicitamente all’articolo 36, implicitamente nel sistema costituzionale complessivo, in particolare all’art. 2). Così anche la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori – tutelata in Costituzione in tutte le sue forme ed applicazioni (art. 35) – all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese è una condizione per il conseguimento della eguaglianza sostanziale (art. 3, 2° co.). Non una Repubblica dei lavoratori, come pure fu proposto in Assemblea costituente dalla sinistra, bensì il lavoro inteso come “attività” o “funzione” che, da un lato, possa concorrere “al progresso materiale e spirituale della società” (art. 4), dall’altro, permetta tramite la cura della Repubblica, “la formazione e l’elevazione professionale” dei singoli (art. 35). In sostanza, l’intero ordine economico e sociale ruota attorno al principio-valore del lavoro. È la forma di Stato, l’essenza del “patto costituzionale”, che tramite il lavoro si esprime. Se è vero che il Novecento è stato il secolo della civiltà del lavoro, la Costituzione l’ha rappresentato pienamente e consapevolmente.
Oggi l’inversione è evidente: è dall’economia (non solo quella reale – collegata alla produzione di merci e dunque in fondo ancora al lavoro vivo – ma anche e soprattutto quella finanziaria – espressione di ricchezza immateriale, se non proprio di rendite parassitarie –) che dipendono le politiche economiche, i diritti del lavoro, la vita delle persone, la dignità e la libertà dei singoli. L’intera società, l’ordine sociale costituito, le prospettive individuali e collettive vengono a dipendere dalle logiche imposte dalle controverse politiche economiche e dagli instabili equilibri finanziari. Ci si può allora legittimamente chiedere se non si vada affermando – in via di fatto – una Repubblica fondata sull’economia e sulla finanza.
Non può neppure dirsi che si stia assistendo ad un’improvvisa metamorfosi del sistema costituzionale. La tensione tra lavoro e mercato, tra diritti ed economia ha attraversato l’intera storia moderna, definendo un campo classico del conflitto sociale. Una forte tensione che già da tempo – da oltre trent’anni – ha visto le ragioni del lavoro cedere progressivamente il passo a quelle dell’economia. Vero è però che questo lento rovesciamento ha avuto nel periodo più recente una brusca e insolita impennata. Proprio nel momento in cui appaiono evidenti i limiti delle politiche neoliberiste che sono alla base della grande crisi che stiamo attraversando.
Visti i fallimenti del mercato e della finanza ci si sarebbe attesi, in effetti, una riflessione critica. Una rimessa in discussione delle politiche che hanno dominato sin dagli anni 80 e che hanno condotto alla più grave recessione della storia del capitalismo.
E invece la ripresa delle politiche neoliberiste ha assunto forme ancor più aggressive.

Guardiamo all’Italia. Una serie di eventi hanno imposto non tanto generiche “politiche di rigore”, quanto una rottura degli equilibri costituzionali complessivi. La modifica costituzionale che ha introdotto il vincolo del cosiddetto pareggio di bilancio appare bene esprimere – anche sul piano simbolico – il nuovo corso.
Può dirsi, in vero, che l’introduzione di una normativa costituzionale indirizzata ad elevare una specifica razionalità economica, avversa al deficit spending, si ponga in discontinuità con lo spirito pattizio della nostra Costituzione. Una Costituzione “di compromesso” che ha realizzato e persegue una sintesi delle diverse culture, rifiutando – in ogni sua parte, in materia economica in particolare – l’assolutismo di un’unica visione politica e ideologica. La scelta di un’economia mista (né completamente liberale né esclusivamente statualista), l’indicazione di un equilibrio dei conti pubblici rimesso però alle decisioni del parlamento che deve trovare le coperture necessarie, senza per questo imporre una specifica politica di sviluppo, hanno contrassegnato l’intera storia della Repubblica.
Ora, invece, una sola ideologia si impone in Costituzione. Non si tratta qui di discutere se le prospettive neoliberali siano condivisibili (del che si può ovviamente dubitare), quanto di rilevare la chiusura entro un’unica possibilità di sviluppo assai lontana dai principi ancorati alla civiltà del lavoro.
D’altronde, la vicenda del “pareggio di bilancio” non può essere considerata un fatto isolato. Può anzi affermarsi che si sta assistendo ad un accelerato diffondersi di un ideologismo, che ormai coinvolge direttamente il piano della Costituzione e che rischia di compromettere la visione propria del costituzionalismo del secondo dopoguerra, collegata alla primazia dei diritti, a quella del lavoro in primo luogo. Ormai è in nome della crisi economica che si giustificano le riforme costituzionali, non più in nome dei diritti. Sembra quasi che si vada affermando una sorta di costituzionalizzazione della crisi, piegando l’intero ordinamento alle esigenze di stabilità economica.
Si pongono le premesse di una cesura storica: abbandonare il costituzionalismo moderno inteso come mezzo per assicurare i diritti e dividere i poteri, sorretto da una lex superior che detta le forme della regolamentazione sociale, per imboccare una diversa strada, quella del dominio dell’economia su ogni diritto di natura non compatibile con gli equilibri economico-finanziari.
Fermiamoci sino a che si è in tempo. Chiediamoci anzitutto se è ancora possibile riaffermare le ragioni del diritto del lavoro in un quadro politico e culturale profondamente trasformato.
Un dato storico reale si pone all’origine del cambiamento cui s’è ora accennato. Non si può negare, infatti, la radicale trasformazione della civiltà del lavoro. Il superamento del sistema prima fordista e poi tayloristico di produzione, con l’erompere del lavoro immateriale e l’emarginazione del sistema industriale classico ha mutato radicalmente il quadro. Da qui bisogna partire se si vuole recuperare dignità al lavoro.
D’altronde, non si può immaginare che si possa uscire dalla crisi radicale che stiamo attraversando (economica, finanziaria, culturale) rimettendo le cose al loro posto, riaffermando puramente e semplicemente i valori della civiltà del lavoro che il Novecento ha espresso. Questa crisi pone in discussione anzitutto il modello di sviluppo. Dovremmo allora riflettere assai seriamente dei nuovi scenari che il pensiero critico più radicale ci viene proponendo. Per salvare il lavoro ci si deve interrogare, ad esempio, sulle teorie della decrescita felice o quelle che propongono una critica radicale all’industrialismo (ma anche al consumismo, al feticismo delle merci, all’alienazione che esse producono). Possono questi diversi modelli di sviluppo avere un futuro? Al di là degli scenari complessivi possibili, quel che a me pare certo è che puntare ad un ritorno al passato non rappresenti la migliore strategia per riaffermare ciò che realmente conta: il diritto al lavoro come strumento per assicurare la dignità sociale dell’uomo e della donna, per favorire lo sviluppo della personalità di ciascuno entro un progetto di emancipazione collettiva. Preservando, dunque, i valori storici, politici e materiali del costituzionalismo moderno che al paradigma del lavoro hanno dato vita e senso.

Se allora la riduzione dell’occupazione nelle fabbriche è un dato strutturale, così come l’estendersi delle forme immateriali di produzione, è consequenziale che non ci si possa limitare alla richiesta di ripristino dell’occupazione tradizionale, ma ci si debba sforzare di riconoscere e garantire le nuove forme di lavoro (si ricordi che la Costituzione tutela il lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni”).
È anche giunto il tempo per garantire le politiche inclusive della cittadinanza, pur se esse non producono direttamente un profitto valutabile nei termini brutali e assoluti dell’economia o della finanza. Reddito di cittadinanza, contratti di solidarietà, riqualificazione delle attività produttive, trasformazioni delle funzioni d’uso dei beni privati e pubblici in beni comuni: sono solo alcune delle proposte che possono riaffermare il valore costituzionale del lavoro.
Si potrebbe, inoltre, immaginare un piano per il lavoro (per i lavori), per tutti quei lavori ritenuti socialmente utili, in grado cioè di concorrere “al progresso materiale e spirituale della società”, che riesca a porsi al servizio dei diritti delle persone e non necessariamente o esclusivamente dell’economia e della finanza.
Per far questo, però, avremmo bisogno di un ceto politico consapevole e coraggioso, in grado di far valere un progetto di civiltà che vada oltre il contingente e disposto a riaprire la storica partita della lotta per il diritto. Avremmo anche bisogno di una società civile consapevole della posta in gioco, disposta a lottare per riaffermare la dignità del lavoro in Costituzione.
Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” di Roma

domenica 12 marzo 2017

Il pensiero dominante nella tarda modernità

Pubblichiamo con piacere una riflessione di Ferruccio Quaroni - iscritto al circolo ANPI Giuseppe Pinelli.Pavia.
Chi parla più di Gramsci? In Italia ogni tanto qualche politico, per fortuna, se ne ricorda e lo cita. Gramsci però non fu solo un “politico” in senso stretto ma un pensatore, scrittore ed intellettuale che cercò di inquadrare in un pensiero vasto e lungo, in particolare nei “Quaderni del Carcere”, storia, letteratura, filosofia ed antropologia. Solo lo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, con le dovute proporzioni per i tempi in cui venne realizzato, possiede una uguale ambizione ed ha dato un altrettanto ed importante contributo alla sprovincializzazione della cultura nazionale.
Gramsci è stato opportunamente citato da Zygmunt Bauman (un’altra immane e recente perdita per tutti noi) in una conversazione con Ezio Mauro da poco ripubblicata nelle edizioni di “Repubblica” ed intitolata “Babel”.
In una delle sue “Lettere” dal carcere nel quale il fascismo lo aveva recluso cercando, come disse Mussolini, di “impedire a questo cervello di funzionare…”, Gramsci afferma che “occorre essere brutalmente sinceri con noi stessi, quando si tratta delle nostre possibilità di produrre cambiamenti.” Nei “Quaderni” aggiungeva “La sfida della modernità è vivere senza illusioni e senza diventare disilluso.” Bauman parte proprio da qui per sostenere che è nostro compito provocare cambiamenti e che vedere la difficoltà di questo compito è l’inizio del lavoro e non la fine.
Può sembrare ovvio e scontato ma, se riflettiamo, ci accorgiamo di quanto il pensiero dominante, la “egemonia” come la definiva Gramsci, ha determinato, in questi ultimi decenni, trasformazioni profonde su come vengono vissuti e percepiti i valori essenziali della vita: dignità, sicurezza, riconoscimento sociale, appartenenza, autostima, perseguimento della felicità, coscienza morale. Bauman, con una battuta, afferma che tutto ciò è stato deviato dalla cultura consumistica egemone verso la strada dello “shopping” …
Se a questo aggiungiamo la crisi generale di credibilità della politica e dei politici scelti ormai spesso solo in base al criterio del “meno peggio”, le strategie dei governi che tendono a ridurre il cittadino ad un consumatore-spettatore che non partecipa e non costruisce il suo destino e la deriva morale costituita da una cultura sempre più banale ed orientata solo al divertimento, non c’è da essere allegri…
Bauman ricorda la citazione di Marx per cui siamo noi che facciamo la storia, ma in condizioni che non abbiamo creato e sottolinea come le stesse probabilità di scelte alternative ci giungono pre-manipolate e confezionate da un potere sempre più capace di utilizzare la tentazione e la seduzione come armi “dolci” per mantenere il cittadino in uno stato di dominio e per orientarne le opinioni, i gusti e le scelte.
Questa “tarda modernità” diventa, secondo il filosofo scomparso, l’epoca contrassegnata dallo scioglimento dell’appartenenza e dall’affermarsi di una massa di “solitari interconnessi”, agenti solitari in costante contatto fra di loro che sono anche agenti di un nuovo modo in cui si fa la storia.
La “rete” purtroppo non è il regno della libertà e del cambiamento ma uno specchio di ingrandimento delle opinioni dominanti dei “tessitori” che replica ed amplifica il pensiero dominante e che, quasi sempre, esilia chi disturba e dissente. Mauro aggiunge che “mille informazioni non fanno una conoscenza” in un mondo in cui la comunicazione ed i segni hanno sostituito il senso e la comprensione.
La politica dominante ha abilmente utilizzato tutto ciò illudendo da una parte che basta cliccare su una petizione on-line per fare politica e dall’altra promuovendo di fatto un “dibattito” in cui alle argomentazioni si sostituiscono il più delle volte le offese, l’odio ed il rancore.
E allora, come riprendere nella tarda modernità digitale l’idea di “civilizzazione” e la ri-costruzione di una politica che sia partecipazione, protagonismo, responsabilità?
Bauman sostiene che occorrono determinazione solida e costante, disponibilità ad ammettere i propri errori ed a porvi riparo, senso dell’obiettivo finale e, soprattutto, pacatezza, equilibrio e pazienza. Solo così, conclude, si potranno tradurre le intuizioni in parole, le parole in programmi, i programmi in azioni e le azioni in realtà.
Io aggiungo sommessamente che è indispensabile riappropriarsi dei luoghi e degli spazi della politica, investire in formazione vera delle giovani generazioni (non bastano wikipedia ed i blog…), comunicare con parole ed esempi con le persone in carne ed ossa, praticare e testimoniare coerenza nella propria vita, nelle proprie scelte e nei comportamenti. Ci sono anche un bel po' di “mercanti del Tempio” da cacciare… L’idea di “rivoluzione”, insomma, è a mio parere sempre valida ed attuale.




sabato 4 marzo 2017

La storia intorno alle foibe: approfondimento sul confine orientale ed esodo istriano-dalmata

Nel 2004 il Parlamento approva la legge istitutiva del “Giorno del Ricordo”, in memoria delle “vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Dopo oltre dieci anni di commemorazioni, la memoria di quelle vicende istituzionalizzata nella ricorrenza del 10 febbraio corrisponde davvero alla storia del confine orientale? E in cosa consiste la “più complessa vicenda” a cui si riferisce il testo della legge? Per rispondere a tali quesiti senza scadere nella propaganda del massacro, è d'obbligo inquadrare il contesto dei fatti in una dimensione di lungo periodo e soprattutto osservare il passato attraverso uno sguardo capace di superare le frontiere che hanno insanguinato il litorale adriatico.
Questa operazione caratterizza gli studi di Federico Tenca Montini, storiografo udinese, di cui proponiamo due interessanti quanto illuminanti articoli: Questioni di confine pubblicato sulla rivista Patria indipendente, e Sul confine orientale, la storia trasformata in olocausto pubblicato dalla rivista Internazionale.
Buona lettura.