giovedì 21 giugno 2018

Il censimento dei rom è legale?


Ricordando che "la costruzione ad arte del nemico" è una scelta politica ed ideologica, uno strumento potente delle politiche nazionaliste e sovraniste, parenti strette del nuovo fascismo, proponiamo l'articolo pubblicato da la rivista Internazionale in data 18 giugno 2018.


Il 18 giugno il ministro dell’interno Matteo Salvini ha annunciato un censimento su base etnica dei rom in Italia, suscitando molte critiche, ma raccogliendo anche molto consenso nell’opinione pubblica in un paese in cui l’antiziganismo, cioè il discorso di odio verso i rom, è molto diffuso. Il ministro del lavoro Luigi Di Maio ha subito preso le distanze dal suo alleato di governo e ha detto: “Se è incostituzionale, non si può fare”.

Mentre Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, ha chiarito che “una schedatura su base etnica è vietata in Italia”, Salvini su Twitter ha ribadito la sua volontà di andare avanti con il progetto, su cui i funzionari del ministero starebbero già lavorando.

Molti politici e analisti hanno sottolineato che il censimento di un gruppo di persone, in base alla loro etnia, evoca pagine nere del passato, come la circolare dell’8 agosto 1926 quando il ministro dell’interno del governo guidato da Benito Mussolini ordinò “l’epurazione dal territorio nazionale delle carovane di zingari”, oppure la schedatura degli ebrei che ottant’anni fa coincise con
l’approvazione delle leggi razziali. In una sola frase, insomma, il ministro dell’interno ha espresso tre concetti controversi: la possibilità di fare un censimento su base etnica, l’espulsione dei rom irregolari e il discorso discriminatorio verso i rom italiani.

Le norme violate
Il censimento su base etnica dei rom è contrario innanzitutto all’articolo 3 della costituzione italiana che stabilisce: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Inoltre viola una serie di norme internazionali tra cui: gli articoli 6-7-8 della direttiva europea sui dati personali, in particolare l’articolo 7 che stabilisce che è vietato “il trattamento di dati personali che rivelino l’origine razziale o etnica”. La schedatura è contraria inoltre agli articoli 8 e 15 della Convenzione europea dei diritti umani (Cedu).


L’avvocato Salvatore Fachile dell’Associazione italiana studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ricorda che “La corte di Strasburgo nel caso Sand and Marper vs Regno Unito ha stabilito che ‘l’identità etnica dell’individuo’ rientra nella definizione di vita privata e familiare e che le impronte equivalgono a dati personali”. È utile ricordare che tra il 2009 e il 2011 anche il ministro dell’interno leghista Roberto Maroni organizzò una schedatura su base etnica dei rom. Per questa ragione, l’Italia fu condannata dalle autorità europee.

“Si trattò di una vera e propria schedatura – ricorda Carlo Stasolla di Associazione 21 luglio – con tanto di foto, impronte digitali, rilievo dell’altezza e dei tatuaggi”. Il comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) con decisione del 2009 ha dichiarato all’unanimità la violazione da parte dell’Italia del principio generale di non discriminazione di cui all’articolo E della Carta sociale europea e di altri diritti tra cui il diritto all’abitazione.

Il 18 maggio 2010 la corte di Strasburgo esprimendosi nel caso Udorovic vs Italia ha criticato l’incapacità dei tribunali italiani di pronunciarsi nel merito degli aspetti discriminatori del piano emergenza nomadi di Maroni. Questa incapacità, spiega Fachile, “è stata considerata come una violazione dell’articolo 6 della Cedu”, secondo cui “ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale”. Per il censimento del 2009 il Consiglio di stato ha condannato il governo italiano a risarcire gli schedati con 18mila euro ciascuno, conclude Stasolla. Poi nel 2013 è arrivata la condanna del tribunale di Roma che ha riconosciuto un risarcimento di ottomila euro a un cittadino che era stato schedato nel 2010 nel piano emergenza nomadi del governo di centrodestra.

Azioni impraticabili e discriminatorie
Il censimento annunciato dal ministro dell’interno dovrebbe servire, secondo Matteo Salvini, a rimpatriare i rom di origine straniera che sono presenti in maniera irregolare sul territorio italiano. Tuttavia i rom stranieri con il permesso di soggiorno scaduto sono pochissimi, fa notare Stasolla. L’Italia è uno dei paesi dell’Unione europea in cui abitano meno rom (tra le 120mila e le 180mila persone, lo 0,2 per cento della popolazione).

La maggior parte dei rom che vivono in Italia sono di nazionalità italiana, un altro gruppo importante è costituito dai rom romeni – che sono cittadini dell’Unione europea e quindi possono muoversi liberamente – e infine c’è un piccolo gruppo di rom che provengono dall’ex Jugoslavia: circa tremila di loro sono apolidi, cioè non hanno cittadinanza e passaporto, condizione conseguente alla dissoluzione della Jugoslavia. E infine molti di loro hanno un permesso di soggiorno regolare.

Gli espellibili sarebbero pochissimi. Il ministro dell’interno, infine, ha espresso un principio discriminatorio molto forte dicendo che “putroppo ci dobbiamo tenere i rom italiani”. Sempre Carlo Stasolla dell’Associazione 21 luglio fa notare che “si tratta di cittadini italiani da più di mezzo millennio, ‘italianissimi’ fino al midollo. Quasi tutti abitano in case ordinarie, lavorano pagano le tasse. Qualcuno ha anche acquisito notorietà per aver combattuto nella Resistenza come partigiano”.

giovedì 14 giugno 2018

L'antibellicismo nel pensiero di Giacomo Matteotti

Pubblichiamo i testi degli interventi al convegno sul pensiero di Giacomo Matteotti del 30 maggio scorso, tenutosi presso l'Almo Collegio Borromeo di Pavia, curato da Jaka Makuc.

Il primo intervento è di Vittorio Poma, presidente della Provincia di Pavia.


"Chiedo scusa a tutti per la mia assenza, dovuta a un impegno di lavoro cui non ho potuto sottrarmi. Ma, per il mio sentire, la iniziativa, maturata in questi mesi, di cui Annalisa mi ha raccontato il profilo e l’impostazione, è davvero troppo coinvolgente per non suscitare il desiderio di mandarvi almeno il mio saluto e l'augurio di buon lavoro.
“Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo….”.
Mentre le interruzioni da destra continuano, e, di momento in momento, crescono in protervia, Giacomo Matteotti si avvia a concludere.
Sarà questo il suo ultimo intervento parlamentare.
Esso suona come l’estremo addio al popolo italiano cui, proprio nelle ultimissime battute, Matteotti si rivolge mandando il proprio “alto saluto” e rivendicandone “la dignità” [cit. “al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità”], in esatto contrappunto al berciare scomposto dello squadrismo criminale.
Ecco, io credo che oggi, in questa stagione lacerata, in questo Paese che rischia la frattura, sia di particolare efficacia ritornare con il pensiero al pensatore socialista e lavorare – lo chiedo ad ANPI così come lo chiedo agli insegnanti presenti e a tutti gli studenti – non solo sulla storia e sulla memoria del parlamentare socialista. Ma lavorare sul lessico del parlamentare ucciso dai sicari di Mussolini; lavorare sulle sue parole. Parole quali “dignità”. Parole quali “ragione morale”; in qualche misura più pregnante e più forte della parola “libertà” – che pure implacabilmente innerva il pensiero del parlamentare di Fratta Polesine, che, apostolo dei braccianti della sua terra, si pone come punto di riferimento teorico importante nel pensiero politico del ‘900.
Un ringraziamento particolare ad ANPI, all’Almo Collegio Borromeo e a Jaka, narratore di una storia che non vogliamo dimenticare."

Passiamo quindi all'intervento di Annalisa Alessio, Vice presidente vicario di ANPI Comitato provinciale di Pavia, che ha così introdotto la riflessione.

"Se cercate in rete potete facilmente trovare e acquistare su Amazon alla ragionevole cifra di 10 euro un libro che si intitola “17 colpi” . “Diciassette colpi” è uscito nel ’50. Il suo autore è iscritto al MSI, il partito politico che - anno 1946 – si ricostituisce, siede in Parlamento e coagula tra le proprie fila alcuni degli esponenti fascisti e alcuni degli uomini di spicco della Repubblica sociale italiana. Alcuni degli iscritti a questo partito sono stati anche picchiatori e manganellatori dello squadrismo degli anni ’20 e hanno piena libertà di parola e di espressione nella Repubblica nata dalla Resistenza.
Se questo sia un bene, una grande prova della nuova forza della democrazia conquistata dalla Resistenza, che, grazie alla Costituzione, a tutti garantisce libertà di parola, io non so dirlo. Come pure non so dire se sia un bene trovare facilmente “17 colpi” in vendita. So però con piena certezza che l’autore di questo libro è uno dei rapitori e degli assassini di Giacomo Matteotti, il deputato socialista il cui pensiero oggi è al centro della nostra riflessione, grazie al lavoro e alla ricerca di Jaka, che, forse, poco più grande di voi, troverà le parole giuste per avvicinarvi alla elaborazione teorica, al pensiero politico di uno dei primi caduti sotto il piombo fascista.
L’autore di 17 colpi, l’assassino di Matteotti, si chiama Amerigo Dumini. E’ nato a Saint Luis nell’aprile del 1894, ha dunque quasi dieci anni in più di Matteotti che nasce a Fratta Polesine nel 1885. Prima di rapire ed ammazzare il deputato socialista, le mani di Dumini sono già macchiate di sangue. Quello di un altro socialista, Renato Lazzeri: Dumini lo ha ammazzato nel giugno del '21, a Carrara, terra di braccianti e di lavoratori, terra di ribelli e di anarchici, terra di leghe cooperative e di socialismo praticato nelle Case del Popolo e nelle Camere del Lavoro, terra dunque contro cui si accaniscono, non diversamente da come accadde nella nostra Lomellina, le spedizioni punitive dello squadrismo. [...] Mancano tre anni all’assassinio di Matteotti e, luglio 1921, Dumini, con altri sei picchiatori fascisti fiorentini, viene arrestato a Cascina (Pisa): nel camion utilizzato per le spedizioni punitive vengono infatti trovati 5 moschetti, cartucce, numerosi caricatori e alcune bombe a mano Sipe. Grazie alla compiacenza della magistratura dello stato liberale prefascista, Dumini e i suoi riguadagnarono la libertà dopo 48 ore di prigione (fonte: Mimmo Franzinelli, Squadristi).
Sappiamo come finisce la storia di Matteotti, ritrovato cadavere a distanza di due mesi dal suo rapimento. E siccome la storia di un martire si lega inesorabilmente alla storia del suo carnefice sappiamo anche come finisce la storia di Dumini, che viene arrestato per caso a Piacenza nel luglio ’45, viene processo per l’omicidio Matteotti, e condannato all’ergastolo nell’aprile ’47, sarà scarcerato dopo sei anni per effetto dell’amnistia e graziato definitivamente nel ’56. Dumini morirà, per un banale incidente, nel 1976, a 73 anni. Così Matteotti, l’uomo di cui Jaka vi racconterà oggi, neppure da morto, avrà giustizia.

Ringrazio Jaka di cuore, per il lavoro che ha svolto, per la passione e la limpidezza della sua ricerca, di cui potete leggere una parte anche sul blog di Anpi Provinciale Pavia. Ringrazio le insegnanti che hanno aderito alla nostra proposta. Ringrazio le istituzioni che hanno patrocinato la nostra iniziativa. E ringrazio il Rettore dell’Almo Collegio Borromeo che ci ha offerto collaborazione ed ospitalità in questa splendida sala, con la speranza che questa sia solo la prima delle iniziative comuni di approfondimento, di cultura e di storia. Che è “scienza degli uomini” nel tempo che trascorre, luogo di apprendimento di quel “metodo critico” come chiave di accesso al passato e al presente, così come la interpretò e la praticò Marc Bloch, l’insigne storico che non si trincerò nelle biblioteche e nelle aule durante l’occupazione nazista della Francia, e per la Francia, da buon francese, si fece resistente e partigiano, accettò il sacrificio estremo della vita, sotto il piombo nazista. 16 Luglio 1944 nei pressi di Lione."

Qui di seguito proponiamo alcune delle slide con cui lo studioso Jaka Makuc ha accompagnato le sue riflessioni e le analisi storiche durante la conferenza.
























martedì 5 giugno 2018

Concorso "Alla scoperta della Resistenza" - IV edizione 2018


La nostra sezione territoriale di Varzi - 51° Brigata “A. Capettini”, ha concluso il 2 giugno nella Sala del Consiglio comunale la IV edizione del concorso letterario “Alla scoperta della Resistenza”. Nato con l’obiettivo di tenere viva la Memoria collettiva e diffondere la conoscenza dei luoghi e delle testimonianze della Resistenza presenti sia nel territorio sia nel resto del Paese, quest'anno si è individuato il tema «Esercizi di Memoria» con l'intento di favorire la scoperta e il ricordo di luoghi, segni, persone e azioni della Resistenza, al fine di facilitare la comprensione e l’approfondimento di un movimento storico determinante nella costruzione della Democrazia e della Costituzione repubblicana.

Tra i numerosi elaborati e racconti di pregio pervenuti, sono stati premiati:

per la sezione A - alunni scuole medie:
1° premio all'opera “Frammenti di Memoria” di Chiara Bruni e Carolina Paduraru dell'Istituto comprensivo Ferrari di Varzi;
2° premio al racconto “La Resistenza di Felice” di Andrea Luigi La cognata – dell'Istituto Comprensivo Ferrari di Varzi:
3° premio assegnato a “Fratelli nella notte a modo nostro” delle classi 3° A e B scuole medie Pallavicino di Cortemaggiore – Piacenza.
Per la sezione B - alunni scuole superiori:
1° premio alla poesia “L'ultimo fiato” di Luca D'Agostino, frequentante il liceo De' Liguori di Acerra, Napoli;
2° premio assegnato all'opera “Come sempre” di Vera Lazzaro, alunna del Liceo Classico Domenico Cotugno, L'Aquila;
3° premio all'opera “Memorie di un combattente” degli alunni dell'Istituto IPSIA di Varzi.
Per la sezione C - adulti:
1° premio assegnato a “La lettera” di Luca Bucciantini, Livorno;
2° premio al racconto “Una storia dimenticata” di Marirosa Di Stefano, Pisa;
3° premio pari merito a “La guerra partigiana di Guerrino Moretti, friulano” di Dario Snaidero, Roma:
e alla poesia “Il volto della guerra” di Antonio Damiano, da Latina.





lunedì 21 maggio 2018

La morale nella politica. Considerazioni intorno al pensiero pratico di Giacomo Matteotti


Ricordando l'iniziativa "L'antibellicismo nel pensiero di Giacomo Matteotti", del giorno 30 maggio 2018 alle ore 11:00 nella Sala Affreschi del Collegio Borromeo, in collaborazione tra ANPI Provinciale e Almo Collegio Borromeo, pubblichiamo il contributo di Jaka Makuc alla riflessione sul pensiero di Giacomo Matteotti.


Giacomo Matteotti non fu mai un teorico della politica; non lo fu, e fu sempre orgoglioso di non esserlo mai stato. Nel ritratto che ne tracciò, Piero Gobetti seppe cogliere in profondità questo aspetto della cultura politica del deputato socialista:
Non ostentava presunzioni teoriche: dichiarava candidamente di non aver tempo per risolvere i problemi filosofici perché doveva studiare bilanci e rivedere i conti degli amministratori socialisti. E così si risparmiava ogni sfoggio di cultura. Ma il suo marxismo non era ignaro di Hegel, né aveva trascurato Sorel e il bergsonismo[1]. 
Questa osservazione di Gobetti è importante: essa ci rammenta, infatti, che l’agire politico di Matteotti, benché improntato a un praticismo d’efficienza, a una infaticabile ─ a tratti ossessiva ─ analisi del dato giuridico ed economico, presupponeva una formazione teorica rigorosa, alla cui robustezza e ricchezza Matteotti tenne sempre moltissimo.
Matteotti (1885-1924) si considerava un «turatiano, riformista e gradualista»[2]: dopo la formazione socialista avvenuta sotto l’influenza di Badaloni nelle campagne del Polesine, si avvicinò al riformismo di Turati, con cui si legò in una profonda amicizia che travalicava il sodalizio politico. Il suo socialismo fu tuttavia diverso da quello del maestro: «un riformismo anomalo anche rispetto a quello di Filippo Turati, più pedagogico che politico […]»[3]. Durante la sua attività amministrativa prima e parlamentare poi, Matteotti seppe distinguersi per l’eccezionale capacità organizzativa e l’impegno costante nella lotta politica:
Dunque non uomo di corrente o di fazione, ma portavoce di volontà e di energie esperimentate nella diuturna opera organizzativa e nei luoghi di lavoro, e mai come in quel momento pronte e disponibili per azioni di massa. Egli non sottovalutava l’importanza delle questioni dottrinarie, ma le vedeva indirizzate a un fine concreto, limitato nel tempo e il più possibile di pratica attuazione. La dottrina per la dottrina non lo interessava […][4].
Nelle pagine che seguono, si tenterà di mettere in evidenza alcuni tratti peculiari propri del pensiero politico del deputato socialista.
L’assiomatica concettuale che definisce l’idealità politica matteottiana è assai articolata e le seguenti (e sommarie) considerazioni non possono esaurirne la ricchezza; esse hanno invece l’obbiettivo di chiarire al lettore uno dei nodi tematici fondamentali del pensiero politico di Matteotti: l’imprescindibile convergenza di morale e politica.
Ora, il nesso tra questi due ambiti non è da accettarsi ingenuamente; senza tracciare una genealogia del problema[5], basti qui ricordare che la maturazione personale e socialista di Matteotti avvenne durante l’“età giolittiana”; e che Giolitti rappresentò ─ se non di fatto, certamente per una parte del socialismo di quegli anni ─ il simbolo di una politica spregiudicata e svincolata, appunto, da qualsiasi legame con la dimensione morale della vita sociale.

Matteotti e Giolitti

È qui impossibile ripercorrere l’intricato rapporto politico tra giolittismo e socialismo. Occorre tuttavia precisare che «la nuova veduta di governo» promossa da Giolitti troverà, quantomeno nei suoi esordi, proprio nel riformismo turatiano un alleato imprescindibile (in particolare, si pensi al governo Zanardelli, reso possibile grazie al sostegno offerto dai socialisti). Tale intesa politica non può, a nostro giudizio, essere semplicemente ridotta a logiche parlamentaristiche: essa rivela, al contrario, un’affinità d’intenti più profonda. Come ha osservato Emilio Gentile, «Turati considerava il liberalismo giolittiano l’unica via possibile per lo sviluppo industriale dell’Italia e ne riconosceva il carattere progressista. L’incontro fra riformismo e giolittismo avvenne su un campo neutro, per così dire, cioè distante egualmente dall’adesione allo Stato liberale e da una radicale opposizione ad esso. Riducendo le funzioni dello Stato all’amministrazione e il parlamento a un’assemblea di uomini pratici, Giolitti rendeva la sua prassi politica accettabile anche all’opposizione ─ se l’opposizione ammainava la bandiera dell’intransigenza antisistema»[6]. L’opposizione intransigente al giolittismo maturerà nel socialismo italiano parallelamente all’esacerbazione del contrasto tra riformisti e massimalisti su temi strutturali, come la “questione meridionale”[7].
Giova ricordare che la politica giolittiana, memore degli eccessi del governo Crispi, mostrò attenzione alle esigenze della massa lavoratrice. La severità di giudizio espressa da Matteotti sull’operato di Giolitti è comprensibile solo se contestualizzata storicamente. Matteotti fu eletto alla Camera nel 1919 (XXV legislatura); è chiaro che, mentre Turati e Treves «non esitavano però ─ negli ultimi anni ─ a riconoscere Giovanni Giolitti meritevole della riconoscenza nazionale per il contributo sostanziale da lui dato, con la sua attività di governo, alla trasformazione in popolo della misera plebe italiana[8]», al contrario egli pensava al Giolitti del «lungo ministero» e della guerra di Libia, cioè a quella “dittatura” giolittiana che «suscitò le vivaci proteste dell’opinione pubblica e dei parlamentari che rifiutarono di essere «giolittizzati»: alla stabilità parlamentare del giolittismo corrispondeva, nel paese, una diffusa insofferenza per i suoi metodi di governo, per la prosaicità della sua politica, per l’influenza deleteria che il trasformismo giolittiano sembrava avere sulla vita e sull’azione dei partiti»[9]. Matteotti appartiene a quella generazione socialista che nasce dalla crisi del giolittismo; ma la crisi del sistema giolittiano implica, proprio per quanto detto in precedenza, anche il fallimento del riformismo turatiano, giacché «la crisi del riformismo non era soltanto un problema interno al partito socialista, ma un aspetto sintomatico della crisi del sistema giolittiano, che nella fiducia o nel «neutralismo» dei socialisti riformisti aveva uno dei suoi più validi sostegni»[10]. Il singolare profilo teorico di “riformismo rivoluzionario” in Matteotti si spiega solo alla luce di questa volontà di riscatto dal fallimento del riformismo di Turati, di una inestinguibile volontà di vittoria dell’ideale socialista.
Il Parlamento giolittiano pare dunque godere di un’autosufficienza istituzionale che acuisce la distanza tra la classe politica italiana e le grandi masse dei lavoratori. La politica si impone come professione e la sua progressiva tecnicizzazione la allontana da chi non è capace di comprenderne il linguaggio[11].
Compito del socialismo propugnato da Matteotti[12] fu proprio quello di lavorare per annullare lo iato tra politica e massa lavoratrice (al contrario di Gramsci, Matteotti opererà non nella fabbrica ma nel contesto agrario); solo attraverso la politicizzazione educativa del proletariato se ne renderà possibile l’elevazione spirituale e, in ultima istanza, la redenzione storica.
Condizione preliminare per ristabilire tale connessione sarà recuperare l’ambito morale a quello politico:
Oggi dobbiamo ricostituire quella unità morale e politica del proletariato, che minacciava di rompersi; a costo anche di qualche sacrificio delle nostre ideologie[13].
Ora, prima di procedere nella nostra analisi, occorre notare che, nel pensiero matteottiano, la morale rappresenta quel terreno umano a partire da cui si rende possibile ogni forma di convivenza civile e non barbara tra i popoli e, nello specifico, tra le persone. Il binomio ossimorico civile/barbaro è frequente negli scritti matteottiani e lo si può intendere in questi termini: per Matteotti, la storia pare godere di uno speciale statuto normativo tale da imporre, a chi vive in un determinato periodo storico, di esserne in qualche modo all’altezza. Occorre difatti ricordare che il pensiero di Matteotti rivela una forte caratura positivistica, che determina una credenza incrollabile nel «movimento ascensionale della civiltà»[14]. Naturalmente, il grado massimo di civiltà sarà raggiunto coll’attuazione del socialismo; questa però, al contrario di quanto pensavano Turati e i teorici classici, non si sarebbe realizzata inevitabilmente, ma solo attraverso un costante e inflessibile sforzo volitivo volto all’educazione del proletariato.
Pertanto, la morale non può essere limitata a un singolo perimetro della vita umana, giacché essa permea l’intero insieme delle declinazioni della vita sociale (giurisprudenza, economia etc.)[15]; spetterà quindi alla politica, intrinsecamente moralizzata e moralizzante, raccogliere questo insieme di discipline e impiegarle come instrumenta per realizzare il proprio fine ultimo (che, per Matteotti, coincide naturalmente col socialismo).
Ecco allora che il discorso giuridico, ad esempio, non rimarrà più comprensibile ai soli specialisti della giurisprudenza, ma dovrà sempre essere strumento intrinsecamente morale e politico: se non si accetta questa collimazione concettuale, si svuota di senso e finalità qualsivoglia disciplina sociale[16].

Antibellicismo e antifascismo

Alla luce di quanto scritto, dovrebbe risultare chiaro l’intransigente rifiuto che Matteotti riservò alla concezione stessa della politica di Giolitti: il caso più emblematico è forse rappresentato dall’inflessibile opposizione alla guerra di Libia prima e al conflitto mondiale poi.
La guerra di Libia segna uno spartiacque in seno al socialismo italiano di quegli anni: «il «tradimento» consumato da Giolitti verso i riformisti, con la guerra di Libia, tolse qualsiasi giustificazione alla loro scelta filo-giolittiana, che, del resto, non corrispondeva più all’orientamento della base sociale del partito»[17]. La posizione di Matteotti è dunque leggibile in una duplice chiave interpretativa: non solo come appassionata reazione al bellicismo imperante, ma anche come occasione per il socialismo di distaccarsi dal giolittismo in modo inequivocabile. Non è un caso che la sua voce, ancora una volta, si distingua per intensità e contenuto dai colleghi riformisti, assumendo una posizione sul conflitto libico vicina a quella di Salvemini. La «passeggiata militare nella Libia»[18] non trovò, infatti, nel socialismo riformista un’opposizione rigida: «contro il ventilato nuovo disegno di espansione coloniale la reazione del partito socialista e delle varie formazioni di sinistra è assai fiacca. Un congresso anticoloniale a Roma si distingue per la povertà degli argomenti e la tiepidezza dello impegno […]. La scarsa reattività del partito socialista appare però evidente, povero di spunti originali è il dibattito, manca ogni tentativo di analizzare i movimenti di quello che appare un episodio velleitario, ma che in realtà è il sintomo di un fermento che continuerà ad agire nel corpo del paese con un lavorio occulto e la cui portata apparirà manifesta quando l’impresa libica diventerà realtà»[19].
Matteotti parlò contro la guerra (…) e portò le sue tesi in sede metafisica: inutilità della guerra, facendosi tollerare da una generazione nietzscheana per la severità della sua solitudine[20].
Questo tipo di assunzione teorica è semplicemente occlusa al politicismo giolittiano: non ci sono prese di posizione “metafisiche” (ovvero idealità immutabili[21] che determinano l’agire pratico dell’uomo politico), ma solo circostanze d’occasione da sfruttare per la realizzazione di un fine a sua volta contingente; l’eclettismo politico liberale conduce la direzione della politica a una logica trasformistica che la svuota, per l’appunto, di ogni idealità. L’abilità politica di Matteotti si riscontra nella sua capacità di usare le parole delle scienze economica e giuridica per parlare il linguaggio del socialismo: anche se questo era insopportabile per i suoi detrattori, l’universalità del fatto[22] scientifico costringeva l’interlocutore al confronto impietoso con la realtà: e il mezzo avvicinava così al fine ultimo. Perciò, il suo era un pensiero che andava praticato diem ex die e che esigeva di venire attuato; è la politica a essere in grado di fornire gli strumenti attraverso cui compiere il socialismo.
La guerra, dunque, è barbarie non per le ripercussioni che essa comporta sull’economia dello stato belligerante o per i vizi procedurali che ne rendono illegale la proclamazione (benché questi difetti materiali possano essere impiegati come mezzi efficaci per contrastarla sul piano pratico): la guerra è di per sé barbarie perché arresta -invertendolo- il «movimento ascensionale della civiltà» e abolisce le conquiste ottenute durante la lotta di classe, motore perenne della storia.
Saragat seppe cogliere questo passaggio fondamentale quando disse che: 
La guerra non è storia, è preistoria, e la sua causa profonda la troviamo -come dice Treves- nell’eredità selvaggia dei tempi, nell’inumano che è sempre in agguato dalle caverne della preistoria per irrompere nella città civile[23].
E ancora Gaetano Arfè:
Ora, per tutto un settore assai largo del movimento socialista- e in esso è compreso Matteotti- il motivo pregiudiziale della opposizione alla guerra è di natura extra-politica, si motiva con una precisa contrapposizione di ideali a ideali, di valori a valori[24].
L’anti bellicismo assume, pertanto, lo statuto di principio etico-politico della dottrina socialista matteottiana; esso non è confutabile sul piano della logica parlamentare o genuinamente politica, ma esige di essere collocato in una gerarchia valoriale che costituisce l’impalcatura teorica e dottrinaria di una fede: la fede nel socialismo[25].
Domandiamo che al socialismo siano conservati i fini etici di alta umanità e diciamo che tutti gli strumenti, strumento rivoluzionario compreso, siano tutti subordinati a questa altezza di fine etico cui si ispira il socialismo (…) Ora se questo voi dite e confessate, riconoscete il fine etico e morale del socialismo[26].
Ora, avviandoci verso la conclusione di queste considerazioni, pare ragionevole offrire un’epitome di quanto detto sin qui al lettore: si è sostenuto che, se è vero che l’opera politica di Matteotti si declinò sempre in un agire pratico teso alla concretezza dei risultati ed estraneo a formulazioni teoriche esplicite (si pensi qui a Turati), per comprendere appieno la figura storica di Giacomo Matteotti occorre cogliere l’importanza della struttura concettuale a partire dalla quale si dispiega l’azione del deputato socialista. Si è dimostrato che il nucleo centrale di tale retroterra ideale è l’inseparabile legame che lega la morale alla politica.
Come è noto, a recidere per primo tale legame fu Machiavelli[27]: lo si ricorda solo per marcare l’importanza dell’osservazione di Gobetti:
[…] non poteva prendere sul serio le scherzose teorie dei vari nazionalfascisti, né i mediocri progetti machiavellici di Mussolini: c’era una questione più fondamentale di incompatibilità etica e di analisi istintiva[28].
L’opposizione al fascismo è «questione di incompatibilità etica»: essa precede la dimensione politica e radicalizza il conflitto sul piano dell’idealità, determinando così una contrapposizione antropologica che il semplice dibattito parlamentare non è in grado di ospitare né di esaurire. Lo scontro travalica così il Parlamento e si consuma nel paese stesso, nella società civile: il socialismo ─ e lo stesso Matteotti ─ non riusciranno a ideare mezzi di contrasto efficaci contro il nuovo nemico.
La lotta violenta contro il socialismo, a questo punto, non è lotta contro i suoi errori eventuali, non è ritorsione contro i suoi sporadici eccessi ma è lotta contro la civiltà, colpita nelle sue fondamentali conquiste[29].
È noto che sarà il fascismo a vincere questa «lotta violenta»; in un mondo dove i fatti e i dati non hanno più validità e tutto viene distorto dalle logiche della propaganda, Matteotti si trovò disarmato: il suo pensiero ideale, così rigoroso nella sua chiarezza teorica, non poté essere messo in pratica perché gli strumenti da sempre impiegati avevano perduto la propria efficacia.
Ma la tragica morte del deputato ne sugella, in qualche modo, la dottrina. La fede nel socialismo ha infatti modo di compiersi in un martirio che segna la nascita di un mito; il significato più profondo della morte di Matteotti non può essere compreso senza che prima ne siano state intimamente pensate l’idealità e la vita. Il sacrificio del “Martire” segna l’inizio di quella cultura antifascista che ispira la politica proprio perché intrinsecamente morale e ideale: la morte di Matteotti compie, dunque, quel ricongiungimento di morale e politica per la cui realizzazione egli spese una vita: 
A chiamarlo al sacrificio ─ la storia conosce queste cose e sa quanto incidano nel corso della realtà ─ è una fede per la quale nessuna rinuncia gli par troppo amara. Perciò si può dire, senza retorica, che con la morte di Matteotti nasce l’etica dell’antifascismo, motivo ispiratore dei venti anni successivi della storia d’Italia, e forse ancora qualcosa in più: la “religione della libertà” quale storicamente si esprime in un largo scorcio del nostro tormentato secolo[30].

[1] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo marxismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.
[2] G. CASANOVA, Matteotti. Una vita per il socialismo, Bompiani, Milano, 1974, p. 19.
[3] G. ROMANATO, Un italiano diverso. Giacomo Matteotti, Longanesi, Milano, 2011, p. 186.
[4] G. CASANOVA, op. cit., p. 99.
[5] Benedetto Croce, che al rapporto tra morale e politica dedicò pagine celebri, sostenne una posizione antitetica a quella espressa da Matteotti. In Etica e politica si legge «che la politica segua la legge sua propria, diversa dalla legge morale, è verità ricevuta sovente con ritrosia e come di malavoglia […]» (B. CROCE, Etica e politica, Laterza, Bari, 19564, p. 97). Come ha sottolineato Andrea Orsucci, «in realtà, proprio in Croce, negli scritti degli anni di guerra, lo svolgimento delle ragioni di una coerente antiretorica trova il proprio punto focale nel principio dell’autonomia della politica, della sua piena estraneità a considerazioni di ordine etico» (A. ORSUCCI, Politica e ‘alta politica’: Croce e la Germania, in Croce e Gentile. La cultura italiana e l’Europa, Istituto della Enciclopedia Italiana, Torino, 2016, p. 339). Similmente a De Santis, è in Machiavelli (e, per ragioni differenti, in Vico) che Croce rileva una teorizzazione rigorosa dell’autonomia della politica dalla morale: «ed è risaputo che il Machiavelli scopre la necessità e l’autonomia della politica, della politica che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta» (B. CROCE, op. cit., p. 256). Sull’interpretazione di Machiavelli nei primi decenni del Novecento italiano: cfr. nota 24.
[6] E. GENTILE, L’Italia giolittiana. 1899-1914, Il Mulino, Bologna, 1990, pp. 85-86.
[7] Ivi, pp. 87-97. Per uno studio rigoroso sul socialismo italiano nell’ “età giolittiana” cfr. G. ARFÉ, Storia del socialismo italiano. 1982-1926, Einaudi, Torino, 1965, pp. 111-135.
[8] C. SILVESTRI, Turati l’ha detto. Socialisti e democrazia cristiana, Rizzoli, Milano, 1946, p. 62.
[9] E. GENTILE, op. cit., p. 135.
[10] Ivi, p. 212.
[11] Matteotti fu consapevole di tutto questo. Sin dai suoi primi scritti e discorsi, egli si sforza di adottare un linguaggio elementare, che talvolta indulge al didascalico.
[12] Sul socialismo di Matteotti, mi pare efficace riportare qui le parole di Gianpaolo Romanato: «Il suo riformismo, singolare impasto di legalitarismo e di spirito rivoluzionario, come si vedrà, non sempre coincidente con quello di Turati, che era legato molto più di lui al meccanicismo marxista ottocentesco, cioè all’idea che lo Stato borghese si sarebbe prima o poi autodistrutto, si fondava su questa intransigente e fermissima base giuridica. È qui che si deve vedere la modernità di Matteotti nella galassia dei socialisti italiani, modernità che giustificherà tanto la sua proposta di insurrezione per fermare l’entrata in guerra (lo Stato aveva violato le regole e quindi andava fermato con la forza) quanto, in seguito, la sua lotta solitaria contro il fascismo, fondata sulla difesa della legalità e della rappresentanza parlamentare» (G. ROMANATO, op. cit., pp. 82-83).
[13] G. MATTEOTTI, Ragionamento sui destri che se ne vanno, in La Lotta Proletaria, Rovigo, 3 agosto 1912, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 87.
[14] G. MATTEOTTI, Parole socialiste. Ai lavoratori!, in La Lotta, Rovigo, 20 ottobre 1906, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 65.
[15] Matteotti si formò alla giurisprudenza presso la scuola bolognese di Stoppato. Scrive il già citato G. Romanato «che la sua tenace difesa del primato del diritto, tanto sul fattore antropologico quanto su quello sociale, era inserita in una visione evolutiva e non statica del vivere civile, finalizzata alla trasformazione e non alla conservazione dell’ordine esistente. Nel riformismo socialista matteottiano il diritto, inteso non come astratto feticcio giuridico bensì come struttura portante del vivere civile, era un elemento fondamentale dell’evoluzione economica, del progresso, dell’incivilimento delle classi subalterne, che dovevano passare da soggetti passivi ad attori attivi e consapevoli della vita collettiva» (G. ROMANATO, op. cit., p. 82).
[16] Per offrire un esempio altrettanto pregnante, si pensi al dibattito intorno allo statuto teorico della “rivoluzione”. Si auspica che risulti chiaro al lettore il perché del rifiuto da parte di Matteotti della rivoluzione intesa come fine in sé (di ciò egli accusava i massimalisti): dato che l’unico fine in sé è il compimento della civiltà, ovvero il socialismo, la rivoluzione sarà da intendersi come instrumentum possibile, non necessario. Se si autonomizza il concetto di rivoluzione e lo si sradica dal proprio retroterra etico-politico (cioè lo si rende un fine in sé), questo perde il proprio senso e la propria utilità, divenendo nei fatti dannoso all’ideale ultimo che lo determina: il socialismo stesso. Ebbe a scrivere Matteotti: «La rivoluzione è un mezzo, uno strumento, non un fine. Quello che a noi preme è il fine, il socialismo; non il mezzo che potrà essere indifferentemente quello o uno diverso» (G. MATTEOTTI, Verso il congresso socialista, in La Lotta, Rovigo, 23 agosto 1919, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p. 157).
[17] E. Gentile, op. cit., p. 213.
[18] G. MATTEOTTI, L’impresa libica, in “La Lotta proletaria, 12 ottobre 1912, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Socialismo e guerra, Pisa University Press, Pisa, 2013, p. 73.
[19] G. ARFÉ, I socialisti e le guerre d’Africa, in Socialismo e socialisti. Dal Risorgimento al Fascismo, De Donato, Bari, 1974, p. 301.
[20] P. GOBETTI, Matteotti. L’intransigente del “sovversivismo”, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.
[21] «Ma Matteotti per certe cose era “astratto”, nel senso che più delle cose reali, delle situazioni concrete, per lui contava la coscienza del dovere da compiere. Soprattutto sul tema della guerra che chiamava in causa il diritto alla vita, l’uguaglianza e l’amore tra gli esseri umani» (G. TAMBURRANO, Giacomo Matteotti. Storia di un doppio assassinio, UTET, Torino, 2004, p. 56). E Gobetti: «bisogna saper vedere in Matteotti, giurista, economista, amministratore, uomo pratico, queste pregiudiziali di disperata utopia, di assoluto idealismo, di reazione assurda contro la grettezza filistea dei falsi realisti» (P. GOBETTI, Matteotti. L’intransigente del “sovversivismo”, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924).
[22] Il termine fatto, inteso come accadimento storico incontrovertibilmente vero, è usatissimo da Matteotti. Nel celebre ultimo discorso contro la validità delle elezioni truffa, si parla continuamente di fatti.
[23] La citazione è tratta dal discorso che Saragat tenne in occasione del XXX anniversario del rapimento il 10 giugno 1954. Il testo è riportato integralmente in A. SCHIAVI, La vita e l’opera di Giacomo Matteotti, Opere Nuove, Roma, 1957, p. 337.
[24] G. ARFÈ, Giacomo Matteotti uomo e politico, Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 34 (il saggio apparve per la prima volta sulla Rivista Storica Italiana, Napoli, 1966). In base a quello che è stato scritto sin qui, si comprenderà perché ritengo che, nel caso di Matteotti, sia forse più opportuno parlare di riserve “pre-politiche”, cioè di riserve etico-ideali che stanno alla base e pervadono l’intero agire politico.
[25] Matteotti impiega spesso il termine fede per indicare l’adesione totalizzante e vocazionale al fine del socialismo (che coincide col socialismo stesso).
[26] G. MATTEOTTI, Indirizzo e mezzi d’azione del partito di fronte all’attuale situazione nazionale ed internazionale, in Resoconto stenografico del XVI Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano (Bologna, 5-6-7-8 ottobre 1919), Milano, Libreria Editrice Avanti!, 1920, in G. MATTEOTTI, a cura di S. CARETTI, Sul riformismo, Nistri-Lischi, Pisa, 1992, p 167.
[27] È interessante rilevare il fatto che l’ultimo scritto lasciato da Matteotti porta il titolo di Machiavelli, Mussolini and the Fascism (è un articolo pubblicato dalla rivista inglese «English Life»). Esso si configura come una dura requisitoria nei confronti del saggio scritto da Mussolini su Machiavelli in occasione della laurea honoris causa proposta dall’Università di Bologna (ma poi pubblicato sulla rivista “Gerarchia”): il testo di Mussolini è del 30 aprile 1924; esattamente un mese dopo, Matteotti teneva alla Camera il celebre discorso-denuncia contro le violenze squadriste in campagna elettorale (cfr. L. MITAROTONDO, Il Principe fra il Preludio di Mussolini e le letture del “Ventennio”, in L. M. BASSANI; C. VIVANTI (a cura di), Machiavelli nella storiografia e nel pensiero politico del XX secolo, Atti del convegno di Milano 16-17 maggio 2003, Giuffrè, 2006, pp. 67-69). Che il fascismo si sia inserito prepotentemente nel dibattito italiano sul pensiero machiavelliano (avviatosi già tra anni Dieci e Venti), è cosa nota: certamente, esso trova le proprie radici interpretative dell’opera di Machiavelli nelle analisi avanzate da De Sanctis e sviluppate successivamente da Francesco Ercole (cfr. Ivi, pp. 63-65): Machiavelli «viene presentato nella veste di assertore dello Stato-forza, con l’intento d’offrire del pensiero machiavelliano ─ di per sé così complesso e frastagliato, legato ai tempi e alle occasioni ─ un’immagine unitaria e organica di teorico dei tempi nuovi, ispirati al nazionalismo e all’imperialismo» (G. CALABRÒ, Machiavelli negli anni Trenta: echi di un dibattito, in L. M. BASSANI; C. VIVANTI (a cura di), Machiavelli nella storiografia e nel pensiero politico del XX secolo, Atti del convegno di Milano 16-17 maggio 2003, p. 3). Non è qui possibile ripercorrere analiticamente il complicato rapporto tra fascismo (e antifascismo; fra i molti: Gobetti e Gramsci) e Machiavelli: preme tuttavia ribadire come Mussolini abbia insistito «in molte occasioni sull’affinità del proprio pensiero politico con quello di Machiavelli» e abbia marcato «l’idea di “contemporaneità “o attualità attingendo anche dagli altri scritti del Segretario» (cfr. L. MITAROTONDO, op. cit., p. 73).
[28] P. GOBETTI, Matteotti. Il suo antifascismo, in La Rivoluzione Liberale, Torino, 1 luglio 1924.
[29] G. ARFÈ, Giacomo Matteotti uomo e politico, Editori Riuniti, Roma, 2014, p. 53.
[30] Ivi, p. 75.


Fonte: https://www.pandorarivista.it/articoli/morale-politica-giacomo-matteotti/