lunedì 26 marzo 2018

Afrin: un vergognoso silenzio

Nel tombale silenzio dell’Occidente, le forze armate turche stanno sviluppando una guerra di annientamento contro il popolo kurdo.
Il paradigma dell’annientamento è quello condotto contro la città di Afrin, oggetto di bombardamenti che comprendono l’impiego di armi chimiche proibite sulla città dove non arriva più acqua, è interrotta l’energia elettrica e vengono distrutte le infrastrutture necessarie alla sopravvivenza.
La città è stata letteralmente offerta come trofeo di guerra alle milizie di tagliagola, che trovano sostegno nella politica di assimilazione condotta da Ankara, che, attraverso l’offerta di soldi, armi e protezione, si candida a punto di coagulo delle milizie della diaspora jihadista. Esse declinano la propria strategia di morte fianco a fianco con l’esercito siriano libero, sottoprodotto della ribellione di massa al regime di Assad, ed oggi pervaso dalla penetrazione jihadista, e sotto pieno controllo turco.
Ponendo in essere una radicale pulizia etnica contro il popolo kurdo, che da anni lotta per la pace, per la coesistenza tra etnie e culture diverse, per la liberazione della donna, per l'ecologismo sociale, in uno dei luoghi più martoriati dalle guerre per il petrolio e per il controllo delle risorse, Erdogan punta a rimpiazzare questo popolo libero con “arabi riconoscenti”, oggetto della propria dominanza, così da allargare la propria egemonia sul Nord della Siria e candidandosi al ruolo di primo attore nella spartizione annunciata della Siria.
Tutto accade sotto la stella dell’indifferenza: usato come fanteria da guerra dagli Stati Uniti, oggetto di vaghe promesse di attenzione da parte russa, con una buona dose di ipocrisia salutato dalla stampa come liberatore dall’Isis a Kobane, il popolo kurdo, portatore di una esperienza libertaria, che ha radice nel 612 avanti Cristo e trova la sua figura emblematica e leggendaria in Kawa, il fabbro che, nel castello dalle cupe mura sui monti Zagros, uccise il tiranno assiro Dehak, per liberare il suo popolo, è l’espressione viva di una nuova resistenza.
Larga parte dell’Occidente, dalla Francia alla Germania all’Italia stessa, da anni recita una vacua litania contro il regime di Erdogan, richiamato a professione di fede democratica. Di fatto l’Occidente ne avvalla la copertura, continuando il business di morte attraverso la vendita alla Turchia di nuove e sofisticate armi.
Riteniamo che la nostra città, le associazioni, i cittadini, i giovani e i democratici debbano associarsi alle proteste che, già in qualche parte del Paese si sono levate, chiedendo il blocco della vendita delle armi, la definizione di politiche di solidarietà verso il popolo kurdo, il blocco di 3 miliardi di euro dal Fondo Europeo, deliberato una settimana fa, destinati ad Ankara per proseguire l'accordo sulla gestione del flusso migratorio sancito nel marzo 2016.
Annalisa Alessio e Franco Bolis



Il saluto a Bruna Puxeddu, staffetta partigiana.

Carcere degli Scalzi - Verona
Occorreva che ciascuno di noi facesse le sue scelte. Quella nostra, antifascista, imponeva che apportassimo il nostro contributo alla lotta contro gli occupanti tedeschi e contro i loro accolti fascisti”… : scrive Bruna Puxeddu Viola, in una pubblicazione sul partigiano Renato Tisato curata dalla nostra Associazione, cui Bruna ha collaborato con la testimonianza dei suoi ricordi di ragazza.

È con grande dolore che diamo oggi il nostro estremo saluto a Bruna, antifascista e resistente, nata a Rovigo, che ha vissuto nella nostra città, e che è stata iscritta alla nostra sezione ANPI cittadina.

Esprimendo il nostro cordoglio alla famiglia, ricordiamo la storia di coraggio di Bruna che, appena ragazzina, venne più volte incaricata dal padre Luigi, Presidente del Comitato di Liberazione di Rovigo, e Prefetto di questa città appena dopo il 25 aprile ’45, di portare messaggi clandestini agli uomini e alle donne della Resistenza, che, nella città sotto occupazione, andavano tessendo la grande trama unitaria che portò alla Liberazione del Paese e alla sconfitta della dittatura.

In questo momento di dolore, ricordiamo anche l’intenso rapporto di ideale comunanza antifascista che legò Bruna ai suoi professori di Liceo, Renato Tisato, partigiano gappista a Verona e, poi, professore nella Università di Pavia, e Francesco Viviani, che pagò la sua militanza resistente con l’arresto (Verona 2 luglio ’44) e la deportazione a Buchenwald dove morì il 9 aprile 1945. Da essi, Bruna apprese la passione della verità e l’amore per lo studio, la ricerca, la lettura e la scrittura che l’accompagnarono per tutta la vita, come aspetti integranti del suo essere antifascista.

Bruna ci ha lasciato la sua testimonianza di ragazza resistente in una bella autobiografia che ho avuto l’onore di leggere nelle bozze, consegnatemi dalla figlia Chiara Viola. La sua storia, semplice e intensa, ci illumina sugli anni della lotta antifascista. Bruna ha continuato questa lotta per tutta per la vita, trasmettendo ai figli i valori della giustizia e dell’uguaglianza, e mantenendo nel tempo la sua iscrizione all’Associazione Nazionale Partigiani D’Italia.
Ciao Bruna.

Annalisa Alessio (ANPI)

martedì 13 marzo 2018

Il 25 aprile di Ada Gobetti


24 aprile 1945 []giunta a casa diedi la notizia a Ettore e Paolo e anche alla fedele Espedita, che si mise subito a tinger di rosso panni e tendine, per farne delle bandiere. E quando vidi appesa ad asciugare in cucina, uscita appena dalle mani di Ettore, la rossa bandiera di Giustizia e Libertà, piansi di commozione”
E’ Ada Prospero - di cui ricorre quest’anno, il 14 marzo, il cinquantesimo anniversario della morte - a scrivere queste parole nel suo “Diario Partigiano”: le sue lacrime suggellano l’incip della nuova stagione: una infinita scommessa sul nuovo mondo che poteva essere all’indomani della Liberazione.
Sulle spalle di Ada grava il lutto che, diciannove anni prima, l’ha colpita, portandole via l’amore della giovinezza, il marito Piero Gobetti. A segnare la continuità degli ideali e del radicale antifascismo etico che la univa a Gobetti, Ada, da donna libera,  sceglierà di conservarne per sempre il cognome, affiancandolo poi a quello del secondo marito, l’ingegnere Marchesini.
Laureata da poco in Filosofia teoretica a Torino, Ada partorisce un bambino che conoscerà il padre solo dai racconti. Perché Paolo ha due mesi quando Piero Gobetti, rifugiato in Francia già sofferente, e provato dalle brutali aggressione squadriste, muore.
E’ il febbraio 1926, e il fascismo sembra voler durare all’infinito.
Ada confiderà solo all’amica, e compagna di lotta antifascista, Bianca Guidetti Serra la ferocia del proprio dolore. Accadrà nell’inverno 1943-1944, quando nascoste e angosciate dalla paura di essere ammazzate dai tedeschi, nell’ombra che impedisce alle due donne di guardarsi in viso, Ada sussurrò che la morte di Piero l’aveva precipitata per lungo tempo “nel buio”.
Ada stringerà i denti, affronterà la vita, crescerà Paolo, farà la sua scelta da donna libera: sarà tra i fondatori del Partito di Azione, commissario politico della IV Divisione GL «Stellina» in Val di Susa, trasformerà la sua casa di Torino e di quella di Meana in punto di incontro e luogo di rifugio di partigiani e antifascisti, con la portinaia Espedita Martinoli a vegliare nel caso di controlli della polizia. Organizzatrice dei gruppi di donne resistenti, che avranno parte attiva nella liberazione di Torino, Ada terrà silente nel cuore il terrore per la sorte di Paolo che, diciotto anni non ancora compiuti, è partigiano nelle formazioni di Giustizia e Libertà  le Valli piemontesi.
Traduttrice, insegnante, scrittrice, giornalista, membro del Consiglio nazionale dell’Anpi nel ’46, impegnata attivamente in politica – è vice-sindaco di Torino subito dopo la Liberazione e iscritta al PCI nel ’56 - Ada ci ha lasciato il suo Diario partigiano, una delle testimonianze più alte della quotidianità di una donna resistente.
Ada, che non trattiene il pianto liberatorio nel giorno della Liberazione della sua città, quasi da subito, anno 1949, sente tutto il rischio del ritorno alla quieta indifferenza e alla normalizzazione dell’antifascismo, imbalsamato in liturgia nazionale piuttosto che declinato in democrazia militante.
Forse avrebbe potuto scriverle Piero Gobetti, queste parole; ma è Ada, donna libera e coraggiosa, a farlo – anno 1949: “… si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi…per non abbandonarci alla comoda esaltazione d’ideali per tanto tempo vagheggiati… di non lasciare che si spegnesse nell’aria morta di una normalità solo apparentemente riconquistata quella piccola fiamma di umanità solidale e fraterna che avevamo visto nascere il 10 settembre e per venti mesi ci aveva sostenuti e guidati”.
Questa esigenza di ricominciare da sé stessi, interrogandoci sul significato del nostro essere antifascisti, è la stessa che sentiamo anche noi oggi, nell’imminenza di un 25 aprile che non vogliamo lasciare alla retorica resistenziale.

Riflessioni di Annalisa Alessio e Mario Albrigoni, Anpi Provinciale Pavia