lunedì 30 gennaio 2017

Quando una comunità sceglie una dittatura

Riceviamo e pubblichiamo un interessante contributo del compagno Ferruccio Quaroni, iscritto ANPI sezione “Giuseppe Pinelli” Borgo Ticino-Pavia.

“Come si diventa nazisti”, dello storico americano William Sheridan Allen, è un libro del 1965 ripubblicato da Einaudi nel 1994 con una bella prefazione di Luciano Gallino. A mio avviso, andrebbe fatto leggere nelle scuole superiori, non solo agli studenti ma anche agli insegnanti come utile supporto per spiegare il nazismo e, più in generale, il meccanismo di creazione del consenso ai regimi dittatoriali.
Il racconto si sviluppa tra il 1928 ed il 1933 in una cittadina dell’Hannover, nella Germania profonda: si tratta di una piccola comunità di 10.000 abitanti (oggi ne ha 30.000), piuttosto conservatrice ma anche con una forte presenza della socialdemocrazia, del sindacato e degli stessi comunisti.
Il libro è composto da tante storie quotidiane che ricordano un po’ le nostre, quelle di una comunità che si sta disgregando e che non se ne accorge. Il messaggio non è però quello della ineluttabilità che le vicende storiche si ripetano tali e quali.

Come sottolinea Gallino è perfino più inquietante in quanto trasmette la convinzione che la distruzione di una comunità politica e la fine della democrazia sono sempre possibili e che non ci si può illudere che ad impedirlo siano le condizioni storiche diverse, il livello di sviluppo economico, le istituzioni nate in Europa dopo la guerra a difesa della democrazia o una ipotetica maggiore maturità democratica dei cittadini.
Come sostiene giustamente la prefazione, oggi come allora gli avversari della democrazia circolano numerosi tra noi e stanno anche dentro di noi, nell’eterno conflitto tra bisogno di sicurezza e desiderio di libertà.
Ecco allora che appare ancora oggi molto significativo il racconto corale articolato in storie diverse che confluiscono però verso l’ineluttabilità della dittatura come risposta al malessere sociale, alla disoccupazione crescente, al senso di insicurezza, al malcontento per uno stato che funziona male, al rancore verso le minoranze etniche che “rubano lavoro, soldi e potere” ai cittadini “ariani”.
Solo alla fine del libro ci si accorge come tanti fatterelli quotidiani, anche insignificanti, erano però confluiti nella composizione del destino e della scelta autoritaria di una comunità locale e di un’intera nazione.

A concorrere al disastro finale fu anche, ed il testo lo illustra egregiamente, l’incapacità del Partito Socialdemocratico di stringere alleanze, sia alla propria sinistra che verso il centro, mentre i nazisti, con spregiudicatezza, imbarcavano di volta in volta alleati occasionali e parlavano linguaggi capaci di suscitare interesse e motivare ceti e settori sociali molto distanti dalla loro ideologia di base.
Emerge con evidenza il progressivo allontanarsi del popolo dallo Stato e dalla politica, percepiti come nemici corrotti incapaci di garantire un sistema di solidarietà sociale, di sicurezza e di benessere: mentre la violenza nazista cresce e si estende dagli avversari tradizionali alle persone e alle organizzazioni agnostiche e neutrali, la sinistra affonda fra divisioni, sospetti ed incapacità di fare fronte comune. Alla fine del 1935 la comunità di Thalburg (in realtà il nome vero è Nordheim), come entità civile, culturale e morale, cessa di esistere.
Avevo appena finito di rileggere “Come si diventa nazisti” quando ho appreso la notizia del Comandante della Polizia Locale di Biassono che, su facebook, ha pubblicato una sua foto in divisa da SS con un eloquente commento “Basterebbe una compagnia di questi per sistemare alcune cose.”
Tralascio di commentare le farneticanti frasi di quello che dovrebbe essere un “servitore dello Stato” ma suggerisco a tutti di riflettere sul fatto che affermazioni e comportamenti di questo tipo si sentono e si osservano purtroppo sempre più spesso: il nazi-fascismo per qualcuno è una “innocua” moda; i mercatini sono zeppi di busti del duce e di paccottiglia del ventennio; generalizzazioni e orride banalità sulla dittatura si ascoltano con grande frequenza… Allora vale la pena di non abbassare la guardia e, soprattutto per chi svolge un ruolo educativo, pubblico e civico, di dare risposte forti e continue per ristabilire le verità, contrastare il senso diffuso di anti-Stato che si diffonde, ricordare la barbarie ed il Male rappresentato da nazismo e fascismo e proporre i contenuti di una società aperta, democratica ed inclusiva.



domenica 22 gennaio 2017

"Arbeit macht frei"

Quando non si sente più nell'aria l'odore della polvere da sparo e della decomposizione dei corpi, quando anche gli ultimi testimoni giacciono nei cimiteri, le amnesie in qualche misura prendono il sopravvento, rovesciando in torpore il pezzo di memoria del nostro Paese fattivamente complice dell'orrore nazista.

“È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo” scrive Primo Levi: noi non possiamo lasciare che la memoria sia pietrificata in commemorazioni, troppo spesso viziate dalla retorica celebrativa e perfino assolutoria; sollecitiamo quindi la riflessione sugli accadimenti, oggi più che mai necessaria, quando il fascismo e il nazismo trovano nuovi spazi; e non solo nel moltiplicarsi di marce e sfilate e nelle sedi, ma nella indifferenza della coscienza e in una sorta di contagioso addormentamento della ragione sovrastata dal predominio della legge del mercato e della finanza.
Il programma di annientamento della popolazione ebraica, affiancato all’eliminazione di tutti gli esclusi dal cerchio magico della “razza” ariana, non fu il frutto malsano di un manipolo di folli criminali. I processi economici e sociali che svilupparono la spietata ed estrema miscela nazista sono piuttosto rintracciabili nell'ascesa dell'industria e della finanza tedesca, che, organicamente intrecciate al sistema di potere nazista, lanciarono, anche attraverso l’olocausto, la sfida estrema intesa al controllo totale del mercato mondiale.

La teorizzazione della superiorità della razza ariana è leggibile anche come l’aberrante sovrastruttura ideologica del più sofisticato e complesso programma di unificazione del mercato europeo sotto il tallone dell'imperialismo teutonico. Questo obiettivo necessitava di uno sforzo bellico e produttivo raggiungibile solo attraverso lo sfruttamento totale della forza lavoro e l'annichilimento della coscienza di classe e di qualsiasi organizzazione dei lavoratori.

Se le conquiste militari garantirono al Reich le materie prime, il fondamento ideologico della pax sociale nazista fu la “costruzione” di un nemico comune alla borghesia e ai lavoratori, uniti dall’aberrante principio della purezza del sangue ariano; condizione, questa, decifrabile come strumento idoneo a garantire al capitalismo sfrenato il pieno controllo dell'economia del Reich.

Per auto alimentarsi, il Reich nazista aveva necessità di materie prime a basso costo, capitali a costo zero e sfruttamento totale della manodopera. La macchina produttiva attinse quindi la forza lavoro nei ghetti e nei lager, completando in essi il processo di bestializzazione dei sub-umani, in una estremizzazione del modello schiavista. Nei campi, il numero degli internati crebbe proporzionalmente all'aumento dello sforzo bellico e dell'industria militare, assumendo crescente carattere di supporto produttivo alla economia bellica. Forse, nei campi, si realizzò anche il perverso sogno di una mano d’opera a costo zero, permanentemente disponibile sul luogo del lavoro e della morte; e questo sogno perverso trovò il suo coronamento nella scritta posta all’ingresso di Auschwitz “il lavoro rende liberi”.


domenica 15 gennaio 2017

Uomini liberi o schiavi

Riceviamo e pubblichiamo una notevole riflessione di Ferruccio Quaroni - Sezione ANPI "Pinelli" Borgo Ticino-Pavia.

"All’inizio dello scorso dicembre Tullio De Mauro scriveva “ …è difficile liberare gli schiavi che si credono liberi.” Lo diceva a conclusione di un ragionamento sull’istruzione pubblica nel quale ricordava anche la celebre affermazione dell’enciclopedista Condorcet secondo cui senza di essa (l’istruzione pubblica generalizzata) persisterà sempre la distinzione in due classi: quella di chi ragiona e quella di chi crede nelle opinioni altrui. Questo “quasi testamento” del grande intellettuale scomparso da poco riprende d’altra parte riflessioni che risalgono ad almeno due decenni fa. Alberto Burgio ed altri studiosi scrivendo nel 1994 delle “Nuove Servitù” che si venivano affermando nel mondo produttivo, evidenziavano come quegli inediti “servi” più si sentivano padroni, più affermavano in realtà la loro condizione servile.

Se ci fate caso il web è pieno di articoli e prese di posizione che segnalano il pericolo della dittatura del mondo della virtualità e dei social che sembrano allargare gli spazi di libertà e comunicazione ma che in realtà li limitano e recludono le persone in una vastissima riserva indiana che, anche se ampia, resta pur sempre tale…
Anna Maria Testa dice giustamente che i social sono diventati il mondo in cui viviamo e che la “manutenzione del sé virtuale” si avvia a diventare un impegno a tempo pieno. Ed aggiunge anche, in un altro lucido intervento, che siamo ormai collocati in una specie di tempo della “post verità” e che, per salvarsi, occorre uscire da questa bolla di virtualità ritornando nella complessità del reale; cosa che significa anche assumersi responsabilità e “riconnettersi” con il “vero”.
Ciò che è sconsolante è che ormai gli appelli sono diventati quasi una parte stessa della rappresentazione che è in scena da un decennio almeno: viene quasi da dire che, in un certo senso, fanno comodo. Si sa che alle dittature che tali sono ma che non vogliono apparire, piace avere opposizioni tutto sommato inoffensive. È un po’ come dire “lasciamoli abbaiare alla luna, visto che il potere è saldamente in mano nostra…”
D’altra parte cosa possiamo mai dire oggi se Feuerbach nel 1841 scriveva che “… il nostro tempo…preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere…”
Potremmo forse smetterla di credere alla falsa democrazia del web. Non si arrabbino gli amici pentastellati, ma è proprio avvilente pensare di cambiare le cose con un “clic” sui bugiardini stilati dal Grande Capo… Si potrebbe poi smetterla di passare il proprio tempo con gli occhi chini su uno smartphone (con gli annessi rischi per la propria ed altrui incolumità) alla ricerca di “like” e “amicizie” evanescenti per fare cose più utili e concrete; in famiglia si potrebbe magari parlare, leggere ed ascoltare musica, spegnendo TV e telefonini; si potrebbe poi battagliare all’interno delle proprie organizzazioni, dei propri luoghi di lavoro e di studio, delle associazioni in cui si milita ecc.. per ritornare a parlare e confrontarsi, per ripristinare meccanismi di decisione democratica; si potrebbero anche boicottare tutte quelle orribili emanazioni commerciali, economiche, pseudo-culturali e di intrattenimento che fanno sì, come diceva Guy Debord, che la merce diventi mondo ed il mondo merce…
Insomma: meno proclami, più esempi concreti e coerenza personale, meno bamboleggiamento…
Lo dobbiamo anche a chi ha combattuto per un’Italia ed un mondo diversi. Non ci saranno riusciti fino in fondo ma sicuramente non volevano un pianeta con sempre più finti uomini liberi e pochi veri padroni."




lunedì 9 gennaio 2017

Soldati gappisti

Forse, in qualche misura, raccontiamo ancora di storie di partigiani perché, al fondo della coscienza, sappiamo di non essere in pace con il mandato che essi ci hanno affidato.
Il 22 gennaio poseremo i fiori ai caduti nell’eccidio di Cascina Bella presso Bressana Bottarone e, nel profondo, sappiamo che il nostro omaggio non sarà bastante a saperci davvero assolti dal debito di carne e di sangue.
In questo tempo sbandato di dilagante egoismo sociale, in cui il mito dell’italianità coagula attorno a sé il nazionalismo e i mai sopiti razzismi, misuriamo con strazio lo iato che separa il Paese dal ricordo di quell’unica, povera, giacca spinata con cui Luigi Campegi, lomellino d’origine e gappista a Milano, combatté e andò a morire; o dal ricordo della solitudine di Giovanni Pesce, gappista a Torino e Milano, che amaramente scrisse “sono provato, teso, e solo. Chiedo maggiori aiuti ma non ricevo risposta” (cit. G. Pesce, Senza Tregua). O dal silenzio, trasmutato in estrema arma, di Cesare Capettini, picchiato a sangue nella caserma della Polizia Investigativa fascista in via Copernico a Milano per tentar di coprire, ahimè vanamente, il fratello Arturo, antifascista di Zeme Lomellina, meccanico ciclista, che, fermato una prima volta sul treno Mortara Milano, continuò l’attività clandestina nei GAP milanesi, per essere poi fucilato il 31 dicembre ’43 al poligono di tiro della Cagnola.
Questo non è il Paese immaginato dai combattenti.
Complice l’inapplicazione della Costituzione frutto della lotta di liberazione o la scellerata acquiescenza alla ricostituzione, nel dicembre ’46, di un partito neo fascista, abbiamo troppo presto accantonato il messaggio forte della lotta di liberazione, cercando pacificazione in liturgie nazionali spesso auto assolutorie.
Né questa è l’Europa, oggi auto consegnatasi alla dominanza senza regola del mercato e della finanza divorante, quale nuovo Minotauro, nazioni deboli e fasce sociali marginalizzate, che illuminava il pensiero dei resistenti del nostro grande Continente o quello di Carmine Capolongo, Giovanni Cervi, Fedele Cerini, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Giuseppe Ottolenghi, Carlo Mendel, Amedeo Rossini, antifascisti, prelevati da San Vittore, e fucilati a fine ’43 all’Arena di Milano, in rappresaglia contro le azioni di guerra dei GAP.
I partigiani gappisti, di cui abbiamo ricordato solo pochi nomi, con i loro rudimentali ordigni, sulle loro sgangherate biciclette, in disperata asimmetria di mezzi, furono i primi a schiudere la porta stretta della storia resistenziale, disvelando, sotto l’apparente normalità, il volto di oppressione e orrore della repubblica sociale di Salò.
Noi raccontiamo. E non ci stanchiamo di farlo, convinti che la narrazione sia uno dei modi rimasti per declinare una politica alta e pensata.
Chissà che la riscoperta del passato non sia di aiuto alla rinascita di una consapevole energia civile, necessaria per un futuro in cui il profilo “rivoluzionario” della Costituzione trovi declinazione piena; e non sia di sostegno ai popoli d’Europa perché essi rintraccino, riemerso dal mito antichissimo, il filo consegnato da Arianna a Teseo, così da riscattare sé stessi dal devastante Minotauro che occupa il nostro presente.

lunedì 2 gennaio 2017

Capodanno partigiano. I fratelli Vedaschi

Questa storia trova la sua conclusione dopo la mezzanotte, a trecento metri dall’abitato con gli spari che ammazzano due ragazzi.
Sono Alberto (nato nel maggio 1920 ) e Angelo ( nato nell’ottobre 1921), figli di Francesco e Maria Vedaschi, contadini.
Carissimi genitori”: le lettere di Alberto e di Angelo, militari di leva, arrivano da Dronero e Crissolo, rassicurando i genitori [“guardate di curarvi e di stare bene, non dubitate di noi che quello che vi facciamo sapere è tutto vero e nel mangiare ci arrangiamo”] e confidando loro che, se pure “quel pensiero fisso di ritornare” non da loro respiro, si son tuttavia rassegnati “persuasi che fino alle licenze agricole non si può far buco” .

Le lettere girano di mano in mano, come accade in tutta l’Italia che ha un figlio, un padre, un fidanzato alla guerra del duce e del re; dopo Francesco e Maria, le leggono i loro cinque figli, e specialmente la figlia Angioletta che annuncia l’arrivo di posta dai fratelli lontani nella piazza di Pietra de' Giorgi dove tutti conoscono la famiglia Vedaschi, che lavora sodo il proprio podere e lo fa fruttare senza dover chiedere nulla a nessuno.
Alberto e Angelo stanno marciando ed imbracciando un’arma al comando del proprio ufficiale. Nell’agosto ’43 non sanno che a precipizio si sta avvicinando il momento in cui il loro ufficiale si strapperà via le mostrine; ed essi saranno disorientati e soli a dover scegliere da che parte stare.
Eccoli. Tra migliaia di disertori in rotta, ci sono anche loro.
Scavalcano il muro della caserma trasmutata in trappola mortale, si scaraventano sul treno in partenza, per poi buttarsene giù in una campagna, poiché gira voce che i tedeschi vogliano tutti i soldati italiani deportati nel Reich; continuano a piedi, evitando i luoghi abitati, preferendo la notte al giorno, rintanandosi nelle stalle e nei fossi, uscendone al primo buio lungo un sentiero bagnato di pioggia e sudore; bussano a cento porte indifferenti e sprangate, trovano asilo in un chiostro di topi e di spettri, seguono una processione che a sua volta segue il prete con il rosario, e tra i mercati impoveriti, gli sterrati e gli incerti crocicchi cresce in loro desolazione e terrore.
Sotto copertura tedesca, le camice nere hanno rialzato i loro gagliardetti; con la stessa ferocia del ’20, vanno perlustrando case e cascine, strappandone, bastonati e ammanettati, antifascisti e genitori dei disertori; le spie moltiplicano i loro nidi di vipera e insospettabili delatori vendono la vita di un ribelle per un chilo di sale.
Al bivio tra la resistenza o la resa, Alberto e Angelo incontrano il cugino.
Luigi si è già dato alla macchia.
Adesso i fratelli drizzano la schiena rattrappita nella divisa, di cui finalmente si son liberati, accelerano l’andatura e hanno occhi più chiari; le loro tracce si perdono con quelle di altri passi in cammino verso un luogo nascosto.
Tra il cielo e il segreto orizzonte dei boschi, i fratelli Vedaschi incontreranno i primi nuclei di renitenti, ribelli e sbandati, friulani, piemontesi e lombardi; incontreranno alpini che, nella resa, si sono aggrappati al collo caldo del mulo del regio esercito, fanti del sud mille chilometri lontani da casa, studenti dagli occhi tristi e inflessibili, ex prigionieri greci ed inglesi, un anarchico deciso a fare giustizia della repubblica oltraggiata di Spagna e un comunista che reca in faccia i segni degli anni di confino.
Sarà lui a spiegare ad Alberto e Angelo le ragioni di questa nuova guerra da combattere tutti insieme. Sarà una guerra diversa da tutte le precedenti. Sarà una guerra di volontari, che da sé stessi sceglieranno il proprio comandante, sarà una guerra senza stellette e senza giuramento alla monarchia, sarà la guerra di tutto il popolo contro la dittatura, sarà la guerra per dare agli uomini e al mondo la dignità e l’uguaglianza, la libertà dal bisogno e la liberazione dell’oppressione.
La valle è una polveriera e un rifugio, un nascondiglio e un mobile fronte lungo cui passa la linea della nascente guerriglia.
Con il tempo e il sangue, la guerriglia si darà disciplina e parola, armi e munizioni, organizzazione e bandiera.
Nel luglio ’44, sarà la bandiera della 87° Brigata Garibaldina Carlo Alberto Crespi, quella sotto la quale Alberto ed Angelo saranno partigiani.
Eccoli. Adesso è inverno; il rastrellamento ruggisce da giorni e senza sosta vomita i suoi demoni, che da ogni parte massacrano la terra inginocchiata, gemente come una bambina rapata alla testa e squarciata al ventre.
Il rastrellamento è il Moloch risvegliato dagli inferi, e i suoi servi in divisa affondano tintinnanti stivali sul corpo nudo di partigiani e ribelli.
Alberto e Angelo, braccati, hanno perso il contatto con la brigata; nel poco sole di dicembre sono rimasti isolati, determinati a non morire, al limitare di una tana clandestina, infagottati e superstiti.
Alberto alza il bavero della giacchetta. Si ripara la faccia dal vento. Angelo cerca in tasca le castagne rimaste. Fumano l’ultimo tabacco. Hanno voglia di piangere.
“Però stanotte non sale nessuno”. Lo pensa Alberto e lo ha pensato Angelo? Stanno pensando ai loro compagni o ai loro aguzzini? Non lo sappiamo. Ora coprono la tana, cancellano le tracce, e inevitabilmente prendono lo sterrato, con lo zaino dondolante di dimenticata leggerezza e le braccia che ritmano il passo verso la loro casa di Pietra de' Giorgi.
E’ la vigilia di capodanno.
I neri poltriranno nella cuccia dell’albergo Savoia di Broni, come i cani selvatici sognando uno stesso livido sogno? Impuniti e spavaldi spareranno alla luna dal torrione di Cigognola, mentre nel pozzo presso il castello i combattenti ammazzati di botte giacciono uno sull’altro con le ossa spezzate? avranno il vino e il cognac degli alleati tedeschi, e selezioneranno le puttane con cui allestire una venefica pornografia in saluto dell’anno nuovo?
“Sarà la loro ultima festa” pensa Angelo, sollevando lo sguardo alle stelle azzurrate dal vento in una notte sgusciata dal calendario di questi mesi banditi, maledetti di luna sfolgorante alla giugulare spezzata dei compagni impiccati.
“Noi e i nostri compagni, noi vivremo”. Lo pensa Angelo o lo ha pensato Alberto? Non ha importanza perché già prendono la rincorsa, superano d’un balzo il campo, l’orto, l’aia, il gradino di ingresso, la soglia di casa, senza badare al ramo cui è appeso in segnale un brandello di stoffa e al cerchio di un corvo che, sempre più accosto, da tempo vola sopra le loro teste.
Eccoli, dopo due ore. Angelo, dopo gli abbracci, dorme sfinito al piano di sopra. Alberto, seduto alla tavola, fissa il vino sanguigno rappreso al fondo del bicchiere. Il padre Francesco passa le dita sulla tavola sparecchiata, immobilizzandosi in questa postura.
C’è stato un rumore, forse un ringhio di cane alla catena, forse una ala di pipistrello incagliata alla finestra, forse una mano raspante alla porta.
Con il sorriso del lupo, ecco farsi avanti un vicino, uno cui Francesco ha pagato da bere in un giorno di festa, un uomo tranquillo e perbene, in regola con la vita e la stagione repubblichina.
D’urgenza chiede di entrare.
Francesco Vedaschi sbatte come accecato tra le lame della trappola, da tempo affilate dal delatore che allarga i suoi palmi immacolati come neve, che mai si bagneranno di sangue.
Il lavoro sporco lo lascerà agli sgherri della Sicherheits, profilati alle sue spalle. Lui, la spia, si allontana – avendo pattuito il pagamento per dopo, ad operazione avvenuta – apprestandosi al sonno sereno di chi ha fatto il proprio dovere e reso onore alla patria.
La trappola scatta.
L’interruttore fa clic.
La lampadina brucia.
La luce è nera.
Fuori bastardi.
Angelo è scalzo. Alberto sanguina in faccia.
Son trascinati fuori.
A pugni e schiaffi separati.
Legati alle mani. Con la bocca tumefatta di botte.
Si chiamano uno con l’altro? No, c’è silenzio. Un silenzio di piombo.
Fucilati al muro fuori dall’abitato, Alberto e Angelo non sapranno che quella notte altri compagni sono stati catturati, e, sotto tiro fascista, stanno passando appresso i loro corpi caduti, e dovranno trascinarsi ancora, in lenta fila incatenata, fino al carcere di Cigognola, per attendervi la parola di familiare accento che li chiamerà all’interrogatorio e alla tortura.
Dopo la Liberazione, Francesco saprà che il 30 dicembre ‘44, mentre i tedeschi allargano il raggio del rastrellamento a Fortunago e a Borgoratto e le pattuglie della Sicherheit di Broni e la Brigata Nera di Casteggio dispiegano la loro traiettoria di morte, la pattuglia della Sicherheit di Cigognola, dopo la fucilazione dei suoi figli, continuerà la sua caccia a renitenti e partigiani, battendo le case tra Pietra de' Giorgi e Valorsa, catturando Luigi Vedaschi, Arturo Aromi e Giuseppe Musetti.
Francesco Vedaschi riconoscerà nel vicino di casa Della Bianca il delatore – restato impunito – che ha consegnato i suoi figli ai militi neri Di Napoli e Alessandrini.
La sorella Angioletta conserverà tra le proprie cose più care un opuscolo nel quale sono ritratti Alberto e Angelo, scrivendo sul frontespizio “da restituire ad Angioletta Vedaschi in ricordo dei suoi cari fratelli”.
Noi vi restituiamo la loro storia, frutto del racconto del nipote Antonio Nazza e della fantasia che ci ha ricondotto agli ultimi mesi della loro vita.