Forse, in qualche misura, raccontiamo ancora di storie di partigiani perché, al fondo della coscienza, sappiamo di non essere in pace con il mandato che essi ci hanno affidato.
Il 22 gennaio poseremo i fiori ai caduti nell’eccidio di Cascina Bella presso Bressana Bottarone e, nel profondo, sappiamo che il nostro omaggio non sarà bastante a saperci davvero assolti dal debito di carne e di sangue.
In questo tempo sbandato di dilagante egoismo sociale, in cui il mito dell’italianità coagula attorno a sé il nazionalismo e i mai sopiti razzismi, misuriamo con strazio lo iato che separa il Paese dal ricordo di quell’unica, povera, giacca spinata con cui Luigi Campegi, lomellino d’origine e gappista a Milano, combatté e andò a morire; o dal ricordo della solitudine di Giovanni Pesce, gappista a Torino e Milano, che amaramente scrisse “sono provato, teso, e solo. Chiedo maggiori aiuti ma non ricevo risposta” (cit. G. Pesce, Senza Tregua). O dal silenzio, trasmutato in estrema arma, di Cesare Capettini, picchiato a sangue nella caserma della Polizia Investigativa fascista in via Copernico a Milano per tentar di coprire, ahimè vanamente, il fratello Arturo, antifascista di Zeme Lomellina, meccanico ciclista, che, fermato una prima volta sul treno Mortara Milano, continuò l’attività clandestina nei GAP milanesi, per essere poi fucilato il 31 dicembre ’43 al poligono di tiro della Cagnola.
Questo non è il Paese immaginato dai combattenti.
Complice l’inapplicazione della Costituzione frutto della lotta di liberazione o la scellerata acquiescenza alla ricostituzione, nel dicembre ’46, di un partito neo fascista, abbiamo troppo presto accantonato il messaggio forte della lotta di liberazione, cercando pacificazione in liturgie nazionali spesso auto assolutorie.
Né questa è l’Europa, oggi auto consegnatasi alla dominanza senza regola del mercato e della finanza divorante, quale nuovo Minotauro, nazioni deboli e fasce sociali marginalizzate, che illuminava il pensiero dei resistenti del nostro grande Continente o quello di Carmine Capolongo, Giovanni Cervi, Fedele Cerini, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Giuseppe Ottolenghi, Carlo Mendel, Amedeo Rossini, antifascisti, prelevati da San Vittore, e fucilati a fine ’43 all’Arena di Milano, in rappresaglia contro le azioni di guerra dei GAP.
I partigiani gappisti, di cui abbiamo ricordato solo pochi nomi, con i loro rudimentali ordigni, sulle loro sgangherate biciclette, in disperata asimmetria di mezzi, furono i primi a schiudere la porta stretta della storia resistenziale, disvelando, sotto l’apparente normalità, il volto di oppressione e orrore della repubblica sociale di Salò.
Noi raccontiamo. E non ci stanchiamo di farlo, convinti che la narrazione sia uno dei modi rimasti per declinare una politica alta e pensata.
Chissà che la riscoperta del passato non sia di aiuto alla rinascita di una consapevole energia civile, necessaria per un futuro in cui il profilo “rivoluzionario” della Costituzione trovi declinazione piena; e non sia di sostegno ai popoli d’Europa perché essi rintraccino, riemerso dal mito antichissimo, il filo consegnato da Arianna a Teseo, così da riscattare sé stessi dal devastante Minotauro che occupa il nostro presente.

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