giovedì 27 aprile 2017

La memoria consegnata 2

Proseguiamo la pubblicazione degli interventi tenuti dagli oratori ANPI in occasione della Festa della Liberazione.

Garlasco - Santino Marchiselli


Signor Sindaco della Città di Garlasco, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle Associazioni, studenti e insegnanti, cittadine e cittadini, sono onorato di tenere l’Orazione ufficiale in occasione del 72° Anniversario della Festa di Liberazione, in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa. E’ sempre bello ritrovarsi tra noi, cittadine e cittadini, con la gioia e il piacere dell’incontro e di un rinnovato impegno antifascista.
Come sostiene il nostro Presidente dell’ANPI nazionale, il Partigiano Carlo Smuraglia: “Nondobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.
Quest’anno cadono due ricorrenze importanti: è il 60° della nascita con il Trattato di Roma nel marzo 1957 della CEE (Comunità Economica Europea), e il 70° anniversario dell’approvazione, da parte dell’Assemblea Costituente della Costituzione della Repubblica Italiana, 22 dicembre 1947, e della sua promulgazione con la firma del capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, 27 dicembre 1947. Entrerà poi in vigore il primo gennaio 1948.
La nostra bella Costituzione è viva, ha resistito nel corso degli anni a diversi attacchi più o meno aperti; costituisce il fondamento della nostra convivenza civile, indica la strada ai singoli e alla collettività. C’è “solo” bisogno di attuarla nelle parti che non hanno ancora trovato una realizzazione concreta rendendo così effettivi diritti e valori fondamentali come il lavoro, la dignità, l’etica, la libertà e l’uguaglianza.
La nostra Repubblica è definita “democratica” dalla Costituzione; ma è definita “antifascista” da tutto il contesto delle norme costituzionali, che rappresentano sempre il contrario di ciò che sono i fascismi di ieri, di oggi e di quelli che verranno.
La storia ci ha insegnato che le caratteristiche salienti del Regime fascista, furono una politica estera espansionistica e di potenza – il mito della guerra era una sua caratteristica fondante – e una politica interna autoritaria, razzista, fondata sull’illegalità, lo squadrismo violento e assassino, la repressione delle libertà individuali e collettive.
Ecco il motivo perché condanniamo quotidianamente e fermamente il fascismo e lo facciamo non per rancore, non per odio, ma per dignità.
Sono passati settantadue anni ma con il fascismo e con l’illegalità dobbiamo fare ancora i conti oggi.
Non dimentichiamoci, che tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno partecipato alla lotta di Liberazione del nostro Paese, hanno lottato per gli ideali di libertà e giustizia sociale che sono un binomio inscindibile. Non può esservi, infatti, vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai giustizia sociale senza libertà.
Tutti coloro che sono caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile e assoluto disinteresse.
Questo insegnamento dovrebbe guidare sempre chi aspira a cariche pubbliche, che dovrebbe operare sempre con umiltà, rettitudine e disinteresse nell’esclusivo interesse di tutti i cittadini.
Non dimentichiamoci mai di chi è morto per la nostra libertà.
Non dimentichiamoci mai dei nostri concittadini: il diciottenne Antonio Frascaroli fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 15 novembre 1943 a San Martino di Duno (VA), il venticinquenne Pazzi Battista morto durante l’assalto al treno corazzato tedesco a Vigevano il 27 aprile 1945, di Gallione Pietro, Masserani Giuseppe, Mazza Francesco deportati e morti nei campi di sterminio nazista, del Gen. Alessandro Vaccaneo ucciso barbaramente dai nazisti il 28 gennaio 1945 in Polonia.
Voglio ora ricordare, oltre ai locali, chi perse la vita per la liberazione del capoluogo della nostra provincia.
Alla liberazione di Pavia, iniziata all’alba del 27 aprile 1945, contribuirono in modo determinante gli uomini della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, insieme a Vigili urbani e Vigili del Fuoco, agli operai della Necchi e dell’Arsenale e a diversi volontari civili. Le formazioni partigiane dell’Oltrepò giunsero, infatti, nel pomeriggio dello stesso giorno con la città praticamente liberata.
Negli scontri con i nazifascisti moriranno tre finanzieri: il Ten. Francesco Lillo, l’appuntato Tommaso Coletta, il finanziere Roberto Spirito; il carabiniere Oreste Colombi; il prof. Universitario Castiglioni, l’autista Luigi Boera, il commesso Vittorio Moraghi, il meccanico Marco Roveda, l’operaio Giovanni Cazzamali, e i partigiani Pierino Zocchi (ambulante) e Angelo Tombola (operaio).
Davanti a questo monumento al Partigiano che ricorda tutte le donne e a tutti gli uomini che sono morti per la libertà di tutti, voglio dedicare una breve ma illuminate poesia di Giuseppe Ungaretti.

Per i morti della Resistenza, 1968-1970

Qui vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti per sempre
alla luce.

Non dimentichiamoci che la Resistenza ha visto il contributo di uomini e donne di ogni età e di ogni estrazione sociale, con e senza una fede politica in cui credere, ma tutti concordi su alcuni valori fondamentali: la cacciata dei tedeschi dall’Italia, la fine della dittatura fascista, la libertà e la pace.
A proposito di Pace, ritengo doveroso leggervi un breve appello del 15 aprile u.s. di Anpi, Acli, Arci, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente, Greenpeace Italia e altri dal titolo:

BASTA CON QUESTO GIOCO ALLA GUERRA”.

Questo è un appello urgente per la pace. Un appello alla civiltà suprema del dialogo, della sua umanità, della sua intelligenza. Leggiamo e apprendiamo di bombe, di grandi eventi nucleari, di raid preventivi. Un irresponsabile e impressionante gioco alla guerra che deve essere subito fermato. Chiediamo con forza alle Istituzioni internazionali, ai Governi del mondo che si metta a tacere l’assurdo di queste intenzioni che porterebbero a effetti disastrosi e di morte già tragicamente vissuti. Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il più possibile voci e iniziative di pace anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che L’Italia ripudia la guerra”.

Mai come oggi la pace, bene prezioso, conquistata faticosamente dopo la sanguinosa Seconda guerra mondiale, è in serio pericolo. La guerra è - di per sé – il contrario dei diritti umani perché ogni guerra li calpesta e li annulla. Dalle guerre e dalla fame stanno fuggendo centinaia di migliaia di esseri umani che cercano accoglienza e rifugio nel nostro continente. È stato pubblicato all’inizio dell’anno il rapporto di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani nel mondo nel 2016. Sono 159 i Paesi in cui è stata documentata la violazione dei diritti umani. Sono ventitré gli Stati in cui sono stati documentati crimini di guerra. Sono ventidue gli Stati in cui i difensori dei diritti umani sono stati uccisi. Sono trentasei i governi che hanno rimandato indietro i richiedenti asilo in posti dove la loro vita era in pericolo, in barba al diritto internazionale. Il segretario generale di Amnesty, Salil Shetty ha detto “Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del “Noi contro loro” basata sudemonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Trenta del secolo scorso”.
Serve dunque una presa di coscienza collettiva e una forte mobilitazione di tutte le persone per bene e lo slogan deve diventare “Prima le persone”.
Serve un’Europa politica e sociale capace di superare le diseguaglianze e di rigettare ogni spinta populista, razzista e antiunitaria. Un’Europa che sappia accogliere uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla tortura, dalla fame. Un’Europa della fratellanza dei popoli, solidale e rispettosa delle differenze, della conoscenza, impegnata seriamente a realizzare la giustizia sociale, la libertà e la pace. Quell’Europa disegnata da Spinelli, Rossi, Colorni e altri nel “Manifesto di Ventotene”.
Interrogo me stesso e tutti quanti voi: sapremo mai realizzare tutto questo?
O invece privilegeremo l’egoismo, il ritorno agli Stati nazionali che hanno rappresentato i momenti più bui della nostra storia?
In conclusione ricordo commosso la recente scomparsa a 103 anni del comandante Partigiano “Maino”, Luchino Dal Verme. Lo ricordo con le sue parole: “Spero che ognuno si renda conto di quanto poco sia partigiano far parole e discorsi, Resistenza è azione, è comportamento, è impegno, è stile di vita, è tutto tranne che parole”.
Mi auguro e vi auguro di saper mettere in pratica con atti concreti queste parole, e vi ringrazio per la vostra cortese attenzione.
Viva la Festa del 25 aprile. Viva la Costituzione. Viva la Repubblica. Viva la Pace.

Tromello - Ferruccio Quaroni
Nel suo ultimo libro lo scrittore Maurizio Maggiani costruisce un affresco della storia italiana a partire dalle storie di quelli che definisce i “costruttori della Nazione”.
Trovo questa definizione ottima ed appropriata per definire cosa è stato e resta il 25 aprile. Una data che racchiude in sé una fine ed un inizio. La fine di una tragica guerra contro l’occupante nazista ma anche una guerra fra italiani. Una epopea gloriosa e potente ma segnata da lutti, divisioni, rancori. Un momento costitutivo dell’Italia nuova che un anno dopo, il 2 giugno 1946, avrebbe scelto la Repubblica e che si sarebbe data nel 1948 una delle più avanzate e lungimiranti Costituzioni del mondo.
La lotta di Liberazione fu un fatto che coinvolse centinaia di migliaia di italiani, ma non tutti.
Da qui occorre partire per comprendere tutto il dopoguerra e gran parte delle vicende politiche, sociali e culturali che lo hanno segnato.
La Resistenza fu un fatto soprattutto dell’Italia del nord e centrale; il sud come sappiamo venne liberato in primo luogo dagli Alleati, anche se non mancarono episodi stupendi quali le 4 giornate di Napoli che videro, a fine settembre del 1943, una Città già messa in ginocchio dai bombardamenti, sollevarsi e cacciare i nazisti.
Fu però qui da noi, al Nord, che la Resistenza significò veramente un imponente fatto di popolo, un impegno collettivo di tante donne e tanti uomini che, dopo più di 20 anni, rialzarono la testa e si riappropriarono della propria storia e del proprio futuro. La coscienza era già maturata per molti di loro nel decennio precedente. Ad esempio con la Guerra di Spagna che rappresentò la prova generale della battaglia delle democrazie contro il totalitarismo nazi-fascista.
Voglio qui ricordare un esempio che è anche vostro, di Tromello e che si riferisce proprio alla Guerra di Spagna che vide la partecipazione di avanguardie che avrebbero poi costituito parte della struttura del movimento di Liberazione.
Dei quattromila volontari italiani partiti per la Spagna, trenta erano originari della provincia di Pavia, e uno di loro di Tromello. Pietro Agosti, figlio di Carlo e di Santina Arnoldi nato a Tromello il 10 dicembre 1905. A causa delle sue idee politiche comuniste fu costretto a lasciare il suo paese e a rifugiarsi in Francia, nella zona di Avignone. Allo scoppio della Guerra civile fu tra i primi a raggiungere la Spagna e a formare assieme ad altri italiani la compagnia italiana del Battaglione Dimitrov. Nell'aprile del'37 passò alla neonata Brigata Garibaldi, dove venne promosso sergente. Da questo punto in poi le notizie si fecero più rare. Sicuramente sopravvisse alla Guerra civile e probabilmente passò il resto della sua vita in Francia.
Agosti non poté essere un “costruttore della nuova Nazione”, probabilmente si impegnò nella sua nuova Patria, ma dal 1945 in poi la maggior parte delle donne e degli uomini della Resistenza costituirono la spina dorsale della nuova Italia democratica e repubblicana.
Siamo debitori a quella generazione; non possiamo e non dobbiamo dimenticarli e dimenticare il loro impegno. Purtroppo il tempo li ha portati ormai quasi tutti lontani da noi. Ne sopravvivono pochi ed oggi la stessa ANPI è soprattutto costituita dai loro figli, dai nipoti e da persone che hanno solo letto libri, visto film ed ascoltato i racconti dei Resistenti.
Come dicevo il 25 aprile è stato anche un inizio. Dobbiamo soprattutto concentrarci su questo fatto se vogliamo onorare degnamente coloro che combatterono e morirono e se vogliamo raccogliere il frutto del loro insegnamento più prezioso.
La lotta al nazifascismo cancellò migliaia di persone che avrebbero potuto dare un contributo essenziale alla costruzione della nuova Italia. Altre fortunatamente si salvarono e divennero i protagonisti della storia della nostra Repubblica.
Voglio citare due figure meno ricordate: Altiero Spinelli che dal confino disegnò l’idea di una Europa molto diversa da quella in cui, purtroppo, ci troviamo a vivere oggi. E Giaime Pintor, un intellettuale che a 20 anni era già uno dei migliori critici letterari italiani e che morì nel 1943 a 24 anni durante uno dei primi episodi della Resistenza.
Pintor, dopo il 25 luglio e la caduta di Mussolini, aveva scritto queste frasi: “l’Italia uscirà da questa crisi attraverso una prova durissima: la distruzione delle sue città, la deportazione dei suoi giovani, le sofferenze, la fame. Questa prova può essere il principio di un risorgimento soltanto se si ha il coraggio di accettarla come impulso a una rigenerazione totale; se ci si persuade che un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione.”
Parole profetiche: Pintor pensava ad un nuovo Risorgimento e quando parlava di rivoluzione si riferiva ad una trasformazione sociale e culturale profonda dell’Italia che superasse tutti i limiti del vecchio Stato liberale che aveva consentito l’ascesa della dittatura.
Cosa significa allora oggi questa eredità: è solo storia? È solo museo? È solo retorica e celebrazione?
Direi proprio di no: guardiamo a cosa succede nell’Europa e nel mondo. Al riprendere quota di un pensiero antidemocratico, illiberale, al negazionismo diffuso, ai troppi muri che si vogliono alzare dopo che altri, fortunatamente, sono caduti.
Pensiamo all’ignoranza ed alle falsità che girano sul web ed all’approssimazione, alla superficialità, all’arroganza ed alla volgarità che contraddistinguono questa nostra epoca.
Pensiamo alla violenza ed alla sopraffazione che si diffondono come metodo quasi “normale”: il bullismo, il femminicidio, il terrorismo che fa proseliti ma che diventa addirittura copertura per azioni individuali tese ad arricchirsi come è successo a Dortmund o a colpire avversari politici come accadde in Norvegia qualche anno fa.
Non sono certamente questi l’Italia, l’Europa ed il mondo che volevano i combattenti della Resistenza europea.
Si parla oggi tanto di “condivisione”: ecco, impariamo allora a condividere pensieri ed insegnamenti che facciano crescere ed arricchiscano i giovani che si affacciano al futuro. Facciamolo in casa, a scuola, dove lavoriamo: riprendiamo a parlare del compito di essere “costruttori di una nazione”. Penso che questo sia il modo migliore per celebrare il 25 aprile, per non imbalsamarlo e per farne occasione di crescita civile e culturale per tutti.
Buon 25 Aprile e grazie a tutti voi per l’attenzione e la cortesia.



mercoledì 26 aprile 2017

La memoria consegnata

Pubblichiamo il testo degli interventi dei nostri oratori in occasione del 25 aprile nelle piazze della provincia.

Casteggio - Annalisa Alessio

Grazie al Sindaco. Grazie ad Anpi Casteggio. Vi porto il saluto e l’abbraccio di Anpi Provinciale.
Le poche parole davvero degne, all’altezza del giorno della Liberazione, non possono che essere le parole di chi, nella lotta partigiana, c’è morto.
Sono parole consegnate al nostro tempo sbandato come un mandato non assolto e un messaggio ancora non pacificato.
Le tengo nel cuore, quelle che più ho amato, anche se ho posato gli occhi su di esse molti anni fa. Inverno 1969. Anno della strage fascista di piazza Fontana. La mia generazione usciva dalla infanzia e scopriva che il fascismo non era finito, che ancora uccideva e che da vicino minacciava la democrazia, con la copertura di interi pezzi deviati annidiati nello “stato profondo”.

Le parole che vorrei leggervi sono quelle di Pietro Benedetti. Classe 1902. Di Chieti. Artigiano. Comunista.
Di quella generazione di antifascisti che piange di rabbia e dolore per l’assassinio del socialista Giacomo Matteotti – anno 1924- a Roma, di Ferruccio Ghinaglia a Pavia – anno 1921; di Spartaco Lavagnini, ferroviere e sindacalista, ammazzato con quattro revolverate a Firenze, il nostro Lenin, come lo chiamavano i proletari della sua città, e di Eliseo Davagnini, bracciante e capo lega, ammazzato a mazzate davanti a casa, Tromello – anno di piombo dello squadrismo 1921.
Pietro Benedetti è figlio di quella generazione che disperata vede gli incendi devastare le sedi dei propri giornali – L’Avanti a Milano anno 1919, la casa del popolo a Montebello della Battaglia e la casa del popolo qui a Casteggio, nella domenica di sangue. 12 maggio 1922.
Oggi, il sostenere, o anche il solo pensare, che il fascismo fosse una blanda dittatura, o, peggio, un morbido ritorno alla quieta normalità, dopo le grandi mobilitazioni degli sfruttati, la conquista delle otto ore nelle campagne, protagonista il mortarese Carlo Lombardi, il futuro comandante Remo, e l’occupazione delle fabbriche del ‘19 e del ‘20 è un sfregio insostenibile alla memoria inquieta della guerra civile degli anni ’20, biennio rosso di sangue versato dalle avanguardie del movimento dei lavoratori.
Ma la generazione di Pietro Benedetti non sarà solo quella del lutto e del dolore.
Quella generazione sarà l’anima e il fucile imbracciato in difesa della giovane repubblica di Spagna sotto attacco golpista, come Beniamino Zucchella nato a Cervesina e volontario nelle Brigate Internazionali. Sarà la generazione che nelle galere o al confino studiando testi come il Tallone di ferro, le opere di Labriola o di Lenin rivelerà il proprio antifascismo non domato nei grandi scioperi insurrezionali del ’43 e del ’44 e preparerà la lotta gappista e la lotta partigiana.
A prezzo della vita.
Eccolo. Pietro Benedetti. Commissario politico Prima Zona di Roma. Prigioniero a Regina Cieli. Scrive ai figli:
“Amate la libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita. Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria ma ricordate che la patria vera è il mondo e ovunque vi siano vostri simili quelli sono i vostri fratelli.”
Oggi i nostri fratelli conoscono la disperazione alle frontiere blindate dell’Ungheria di Orban. Oggi i nostri fratelli muoiono in mare. Oggi i nostri fratelli chiedono asilo. Noi figli e nipoti di migranti, così come era figlio di migranti l’Americano, l’indimenticato comandante partigiano Domenico Mezzadra, li osserviamo con qualche inquietudine, qualche volta dimenticando che essi sono i figli dei figli del Corno d’Africa invaso da italianissime truppe nel ’35 e bombardato con i gas tossici dall’italianissima aviazione del fascio littorio; o i figli dei figli della popolazione dei Balcani oggetto di feroce pulizia etnica durante la occupazione italiana, efficacemente descritta dagli stati maggiori, dal generale Roatta e dal generale Robotti che incitavano ad uccidere, sostenendo che nei Balcani “non si ammazza abbastanza” ( circolare 3 C marzo ’42)
Oggi, la destra europea rispolvera il proprio arsenale di lugubre odio razziale e ci addita nel migrante il nuovo nemico. Oggi, i fascisti, qualunque sia la loro sigla, che, in un colpevole laissez faire di troppi corpi dello Stato, impunemente sfilano a Milano e a Genova città medaglia d’oro della Resistenza, bramano il giorno in cui con tutti i crismi della legalità potranno marchiarne la carne con la parola straniero, nemico razziale, non diversamente da come fecero comuni cittadini tedeschi e italiani con chiunque fosse definito come estraneo al magico cerchio della razza perfetta.
Come all’otto settembre, oggi ognuno di noi a partire dalla propria coscienza deve decidere da che parte stare. Che uomo e che cittadino vuole essere. Se far parte di quella indegna schiera che quest’autunno in un paese del centro italia ha fatto barricata, al canto di non passa lo straniero contro il camion di 18 richiedenti asilo, quasi tutti donne con i propri bambini. O se, invece, aderire almeno con il cuore al civile sentire di quella popolazione che a Tarsia nel cosentino ha dedicato uno spazio per il riposo eterno ai morti in mare, quasi a ripagare la vergogna italiana del lager italiano di Ferramonti operativo nelle vicinanze.
Ancora. Pietro Benedetti. Ad un passo dalla morte:
“se con me avrete perso il mio amore e il mio sostegno, vi resterà un amore e un sostegno più grandi, quello dell’umanità finalmente libera…”
Così Pietro Benedetti disegna il paradigma dell’uomo nuovo e mondo nuovo per cui versa il suo sangue, fucilato da altri italiani, i militi della Polizia Africa Italiana. 29 aprile 1944. Forte Bravetta. Roma.
Quello che noi oggi abitiamo non è il Paese per cui Pietro Benedetti muore. Il Paese che noi oggi abitiamo è quello che non ebbe Norimberga; è il paese dell’indulgente memoria che libera dalle galere anno 1950 i carnefici della Banda Carità e il fascistissimo Rodolfo Graziani, che impunito muore nel suo letto anno 1957; è il paese dell’indifferenza che tradisce il mandato resistenziale a pochi mesi dal giorno della Liberazione, destituendo il governo partigiano di Ferruccio Parri nel dicembre ’45, ammettendo, dicembre 1946, nei banchi del Parlamento uomini del regime sconfitto come Giorgio Almirante, uomo di punta della repubblica sociale italiana, sostituendo il prefetto partigiano Troilo comandante della Brigata Maiella dicembre 1947.
Se vogliamo “fare memoria attiva” davvero, come è nei compiti statutari della nostra associazione e sottrarre la data di oggi alla patina che la plastifica in generico osanna alla libertà, anche questo, di questo nostro dopoguerra, dobbiamo dire e sapere.
Non sarà Pietro Benedetti a consegnarci la memoria di un disilluso dopoguerra.
I partigiani reagiranno alla disillusione e alla rabbia di vedersi messi in disparte o di vedere i propri compagni processati, il fenomeno dei processi a carico di partigiani non si riscontra in nessuna altra parte d’Europa ( cit. Philip Cooke l’eredità della Resistenza)- ognuno come è nella propria natura.
Con la narrazione come Leo Valiani, partito d’azione, che, per primo, nel suo “tutte le strade portano a Roma”, definisce la tesi della Resistenza tradita; con le armi come Angelo Cassinera che torna in montagna, anno 1946, non diversamente da molti esponenti del partigianato piemontese a Santa Libera sopra Asti; con gli strumenti legali come Ferruccio Parri l’amatissimo comandante Maurizio che nel 1953 si vede costretto a denunciare per diffamazione i fascisti Ugo Franzolin e Franco Maria Servello autori di un vergognoso pezzo sul meridiano d’italia che ne infangava il nome e la storia, e con il suo nome, la storia e la memoria dell’intera Resistenza.
Se il vento del nord è da subito sotto attacco nell’Italia del dopoguerra e negli anni delle grandi scissioni filo atlantiche, se il fascismo, e i suoi uomini, rimane acquattato come venefica pianta nello Stato profondo, pronto ad uscire dall’ombra e a farsi casa sotto insospettabili sigle, tanto più acquista valore la Carta Costituzionale, prima legge della Repubblica, dettato intrinsecamente antifascista, lascito alto della Resistenza che, fosse solo per questo, va difesa da ogni torsione autoritaria intesa a stravolgere il potenziale civile e rivoluzionario.
La nostra Costituzione ci è preziosa : essa, nella sua parte valoriale, disegna infatti il mondo che -anno 2017- sta ancora oltre l’orizzonte sognato dal partigianato italiano ed europeo, che, forse, per gli uomini di questo Continente avrebbero voluto libertà dal bisogno e dalla diseguaglianza, piuttosto della sfrenata libertà del capitale di ingrassare sé stesso, mosso da una oscena voluttà di profitto, sotto cui soccombe la politica stessa, e le sue istituzioni nate dalla Liberazione europea; una oscena voluttà di profitto che divora donne e uomini, popoli e paesi mercificati e triturati nel mercato che globalizza la crescente miseria e moltiplica abissali diseguaglianze.
La memoria non è l’armamentario della nostalgia. E’ lo strumento, come scrive Marek Endelman, combattente del ghetto di Varsavia, per scegliere da che parte stare. Per questo noi chiamiamo ogni cittadino antifascista ad un impegno per la piena applicazione della Costituzione.
Articolo 1 e articolo 35 la repubblica è fondata sul lavoro, e lo tutela, eppure di lavoro si muore, come è morta Paola Clemente bracciante nel tarantino, schiava del caporalato, nella indifferenza omertosa di troppi.
Art. 41 l’imprenditoria privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà alla dignità umana. Eppure, mentre anche nei giorni di pasqua lavoratori di diverse nazionalità e di diverse fedi religiose si riconoscono sotto l’unica bandiera, quella del lavoro e della sua dignità, presidiano la k flex di Roncello a rischio delocalizzazione in Polonia, febbraio 2017 un operaio della Seven è stato umiliato nella materia fragile della propria carne, costretto a svolgere le proprie funzioni corporali sulla linea di produzione perché negato a far pausa.
Art. 54 i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore. Eppure ogni giorno la politica rimanda una immagine di sé appannata e compromessa, anni luce distante da quell’impegno civile alto disinteressato nobile così come l’aveva praticata Leone Ginzburg, l’antifascista morto in carcere nel febbraio del ’44. Di lui Carlo Levi, esiliato in Francia perché antifascista, avrebbe scritto : “ la politica era per lui vita morale non opportunismo né moralismo. Concretamente vissuta come esperienza morale di attività e luogo dove preparare nel pensiero e nella azione la civiltà di domani”. Ecco questo chiediamo alla politica.
Il 25 aprile non è una ricorrenza. E’ il giorno alto di un cammino che noi vogliamo continuare; il giorno in cui ad alta voce diciamo che la lotta continua; la nostra lotta mai uguale a sé stessa per il riscatto dell’uomo ancora continua, come scriveva Calvino.
E’ il giorno in cui il verso di Bella ciao “una mattina mi son svegliato” ci sollecita ancora ad un risveglio interiore dall’indifferenza e dalla acquiescienza nel nome di quanti hanno combattuto su queste colline che hanno visto il sangue. Nel nome di chi come Luchino Dal Verme per conservare la dignità del proprio nobile nome si fece partigiano.
Viva Luchino Dal Verme. Viva la Resistenza.

Dorno - Livio Tarchi

Gentilissimi,
Oggi come sempre è importante essere qui per ricordare.

Trovarci insieme, in un momento storico dove prevale paura ed egoismo, a riscoprire le nostre radici.
Sul palco oggi a parlare c’è un ragazzo poco più che ventenne, un ragazzo che ha vissuto la Storia in modo solo indiretto e parziale.
Nonostante questo, sono qui oggi con la voce di mille altri ragazzi che come me riconoscono il valore della memoria e della Resistenza.
Da anni sento le domande della mia Generazione, una generazione che come ho detto ha vissuto la Storia in modo solo parziale. Si chiedono quale sia il significato della festa della Liberazione, il senso di riunirci qui oggi a ricordare insieme.
Cosa significa Liberazione allora?
In questi giorni mi sono fermato molto a riflettere, a cercare una risposta che non fosse scontata e ho ripercorso insieme all’ANPI alcune storie di partigiani e persone comuni che hanno lottato, sofferto, per darci l’opportunità oggi di essere qui e parlare.
Liberazione, da cosa? 
La risposta che mi sono dato è che questa cerimonia riguarda una Liberazione molto più grande di quella che si pensa normalmente.
Liberazione dall’oppressione del pensiero unico, di un unico modo di pensare che ci plasma tutti e che non fa sconti a nessuno, Liberazione dal non dover combattere per la nostra libertà.
Liberazione dal dolore della guerra, da quella sofferenza che non ha risparmiato nessuno, perché quando due fratelli imbracciano un fucile e si sparano a vicenda non vince nessuno.
Allora celebriamo oggi, ricordiamo, lo dico soprattutto a coloro che hanno la mia età, ricordate e godete di questa libertà conquistata a carissimo prezzo. Non diamo la nostra fortuna per scontata, il mondo che viviamo oggi è stato costruito col sangue e col dolore, prendiamo atto del sacrificio fatto da chi è venuto prima di noi e facciamoci portatori di quel messaggio di pace che è stato guadagnato con valore.
Cosa ne stiamo facendo della Libertà che ci è stata donata?
Cosa ne faremo?
Toccherà a noi ora essere in grado di sostenere il peso del costruire, nella direzione che riterremo più opportuna certamente, ma sempre memori di ciò che ci ha preceduto.
Vedo sempre più ragazzi rassegnati, stanchi, sopraffatti dalla palude dell’accidia e dell’indolenza. Si aspettano forse qualcuno che li venga a salvare, sono subito pronti a delegare perché qualcun altro risolva i problemi con qualche strana formula magica.
Allora, qui oggi, impariamo dagli errori della Storia. Impariamo che delegare e aspettare non hanno mai risolto alcun problema, ma sono stati i presupposti stessi di quel periodo buio che adesso ricordiamo a fatica. Impariamo l’importanza di alzare la testa, metterci in cammino, lottare per fare una differenza.
Non più con un fucile, ma con le parole. Sembrerà che non sia mai abbastanza, che i nostri sforzi siano vani, ma da quella forza della Resistenza – una Resistenza che nasce dentro di noi e si oppone ad accettare tutto e comunque- nasce il seme del Domani.
Ce lo hanno insegnato i nostri Padri, ce lo hanno insegnato i nostri Nonni, ora è nostro compito metterli a frutto.
Torniamo a casa oggi ricordando che è compito di ognuno di noi portare avanti questa Società, che non esistono scuse per chi non partecipa. Abbiamo il dono del poter fare, un dono spesso sottovalutato, non sprechiamolo. La vera Resistenza, la Libertà, nasce dalla partecipazione. 
È forse più facile restare chiusi nei propri pensieri, è forse più facile criticare, ma dobbiamo riscoprire il piacere di creare.
Il più grande ostacolo della nostra Generazione è dentro di noi, abbiamo così tanta paura di fallire che abbiamo smesso di provare. Abbiamo rifiutato così velocemente quel valore che ci è stato regalato, che non abbiamo neanche avuto il piacere di assaporarlo.
Allora, lo ripeto, torniamo a casa felici di esserci trovati qui oggi, ma consci del fatto che non basta rimanere passivi nelle celebrazioni per salvaguardare questo nostro fragile presente. Riprendiamo il pensiero in mano e costruiamo. Partecipiamo.
Ringraziamo chi ci ha permesso di farlo, e ringraziamolo non solo con le parole, ma soprattutto con i fatti.
Torniamo ad abitare quelle istituzioni che oggi come mai ci sembrano soltanto un peso. Sono lì per noi. Collaboriamo, scambiamo idee, proponiamo, non perdiamoci nel silenzio.
Grazie.
Viva la pace, viva la libertà, viva l’Italia. Buon 25 Aprile a tutti.


sabato 22 aprile 2017

La destra nera stringe l’Europa, in Italia c’è un rischio autoritario

Pubblichiamo l'intervista di Andrea Fabozzi al nostro presidente nazionale Carlo Smuraglia, pubblicata da "il manifesto" il 6 aprile scorso.



Tra le ragioni per le quali l’Associazione nazionale partigiani ha organizzato un incontro pubblico oggi a Roma (in Campidoglio, dalle 15) c’è quella di «farci conoscere meglio». Il che per un’associazione che da oltre settant’anni «incarna la storia e la tradizione dei gruppi partigiani» (citiamo una sentenza della Cassazione) può apparire superfluo. E invece, spiega il presidente Carlo Smuraglia, «sentiamo di frequente dire che l’Anpi, adesso che stanno venendo meno i partigiani, ha esaurito la sua funzione».
Lo ha detto di recente anche un sindaco del Pd, sindaco non di un comune qualsiasi: Predappio.
Polemizzava con me perché mi ero espresso contro il progetto di riaccendere quel faro che, negli anni del fascismo, segnalava la presenza di Mussolini in Romagna. Ma, diavolo, pensano che sia questo il modo di attirare i turisti? Non dovrebbero aspirare a processioni di nostalgici, pensino invece a valorizzare le bellezze del posto.
E allora, l’Anpi come va avanti?
Tra chi ce lo chiede non mancano quelli in mala fede: ci hanno già attaccato durante la campagna per il referendum per la nostra scelta di votare no. Ma c’è anche chi è in buona fede, evidentemente non ci hanno seguito o non siamo stati bravi noi a spiegarci. Il problema della continuità non ce lo poniamo oggi, lo abbiamo affrontato oltre dieci anni fa, nel congresso del 2006. Quando abbiamo deciso di cambiare lo statuto per accogliere le iscrizioni degli antifascisti non partigiani. Abbiamo iscritti di tutte le età, interverranno oggi in Campidoglio. Generazioni diverse che portano avanti gli stessi obiettivi riassunti dal trinomio Resistenza, Costituzione, Antifascismo.
Arriverà il giorno in cui a guidare l’associazione ci sarà un non partigiano?
Certamente. Dovrà avvenire non dico in modo indolore, ma naturale sì. Sta accadendo già in molte sedi territoriali. Quando terminerò il mio mandato come presidente toccherà a chi non è stato partigiano, senza che questo rappresenti una rottura. Vogliamo che sia molto chiaro all’esterno e a noi stessi. Del resto non siamo mica gli unici e nemmeno i primi. Tra le tante associazioni riconosciute e finanziate dal ministero della difesa ci sono ad esempio i garibaldini: mi pare difficile che siano quelli di Quarto.
Recentemente l’Anpi, con l’istituto Cervi, ha chiesto alle istituzioni di far rispettare le leggi Scelba e Mancino impedendo le manifestazioni che si richiamano al fascismo. Non teme così di regalare un po’ di attenzione a piccoli gruppi?
Il nostro antifascismo non si può ridurre a questo. Ma non vedo perché non si debba far rispettare la legge di fronte a chi esibisce il saluto romano. Questo paese ha troppo sofferto per gli antifascisti in galera, i partigiani trucidati, la guerra e i patimenti imposti ai civili per sopportare questi simboli di morte portati in giro per le strade.
Di recente ha chiesto anche di vietare la manifestazione di Salvini a Verona il 25 aprile.
È cosa diversa perché parliamo comunque del capo di un partito, ma quella convocazione ci è sembrata una provocazione che non dovrebbe essere consentita nel giorno della festività nazionale. Mi dicono che si tratta di una manifestazione per la legittima difesa, non vedo cosa c’entri con il 25 aprile. Adesso pare che la faranno lontano dal centro e in un posto chiuso. Ma, insisto, non ci interessa solo guardare al passato.
Il razzismo è pienamente nel discorso politico contemporaneo, non solo in piazza ma anche in parlamento.
In Italia e in Europa c’è una spinta verso una destra razzista e autoritaria, una destra nera assai diversa dalla destra liberale. È in corsa per le presidenziali in Francia, ha sfiorato la vittoria in Austria e Olanda, è al governo altrove e già nega la libertà di stampa e di opposizione. Una destra assai più pericolosa dei nostalgici che fanno il saluto romano, una destra che non si ferma con le manifestazioni.
La definirebbe fascista?
Non mi interessano tanto le definizioni, forse fascismo è una parola che non basta più. Mi importa tenere alta la guardia contro l’affermazione di questi istinti razzisti, anche perché affondano le radici in terreno fertile: i cittadini temono di perdere il lavoro o di vedere crescere la criminalità. Sulle paure sono stati costruiti il fascismo e il nazismo.
Che risposta immagina?
Comincerei dal chiedermi come mai questo tipo di proposta autoritaria esercita un fascino sui giovani, che normalmente sono quelli più libertari. E cercherei di combattere a fondo le cause, innanzitutto economiche, che alimentano le paure e gli egoismi. La battaglia per l’attuazione della nostra Costituzione sarebbe di per sé un potente antidoto. Al contrario il discorso antipolitico corrente favorisce il rischio autoritario.


domenica 16 aprile 2017

"Basta con questo gioco alla guerra"

Appello congiunto ANPI, ARCI, CGIL, CISL, UIL, ACLI nazionali. Aderisce Don Luigi Ciotti.

Il testo dell'appello firmato da Smuraglia, Chiavacci, Camusso, Furlan, Barbagallo, Rossini

Questo è un appello urgente per la pace. Un appello alla civiltà suprema del dialogo, della sua umanità, della sua intelligenza. Leggiamo e apprendiamo di bombe, di grandi eventi nucleari, di raid preventivi. Un irresponsabile e impressionante gioco alla guerra che deve essere subito fermato. Chiediamo con forza alle Istituzioni internazionali, ai Governi del mondo che si metta a tacere l'assurdo di queste intenzioni che porterebbero a effetti disastrosi e di morte già tragicamente vissuti. Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il piu' possibile voci e iniziative di pace, anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che "l'Italia ripudia la guerra".

Carlo Smuraglia – Presidente Nazionale ANPI

Francesca Chiavacci – Presidente Nazionale ARCI

Susanna Camusso – Segretario generale CGIL

Annamaria Furlan – Segretario generale CISL

Carmelo Barbagallo – Segretario generale UIL

Roberto Rossini – Presidente Nazionale ACLI

Roma, 15 aprile 2017


domenica 9 aprile 2017

Anarchia e Resistenza: le brigate Bruzzi - Malatesta

Eugenio Leucci, ricercatore e scrittore, ha svolto un interessante lavoro di ricerca sull'attività delle brigate libertarie Bruzzi - Malatesta nella Resistenza, operanti nella zona del pavese, e nelle quali fu attivo un giovane Giuseppe Pinelli. Pubblichiamo qui il recente studio di Leucci e vi invitiamo alla lettura.

La vicenda delle Brigate Malatesta-Bruzzi costituisce un caso esemplare nella storia del movimento anarchico italiano e del contributo apportato dai libertari alla lotta partigiana. La presenza degli anarchici all'interno della Resistenza è stata quanto mai rilevante, benché soltanto in pochi casi abbia assunto la forma di un'organizzazione autonoma dai partiti. Se si eccettuano i casi di Carrara, Genova, Pistoia e Milano, gli anarchici raramente costituirono delle brigate dichiaratamente libertarie, inserendosi invece in formazioni di diverso colore politico, soprattutto socialiste (Brigate Matteotti), azioniste (Giustizia e Libertà) e comuniste (Brigate Garibaldi), talvolta ricoprendo anche incarichi di grande rilievo, come ci ricorda il caso di Emilio Canzi, comandante delle brigate Garibaldi nella zona di Piacenza. Questa scelta era dovuta a vari fattori: innanzitutto, alla carenza di mezzi e risorse: non bisogna infatti dimenticare che, a differenza dei partigiani inquadrati nelle formazioni partitiche o delle brigate autonome di stampo monarchico, quelle anarchiche non ricevevano rifornimenti militari da parte degli Alleati, ma dovevano contare soltanto sulle armi e i mezzi sottratti al nemico con rischiosissime operazioni militari e gappiste. Inoltre, la repressione fascista del dissenso aveva disintegrato il pur numeroso fronte anarchico, cosicché molti dei suoi esponenti erano stati incarcerati, esiliati o mandati al confino, rendendo ancor più drammatica la carenza di uomini da impiegare nel moto resistenziale.
Malgrado questi impedimenti, le Brigate Malatesta - Bruzzi si andarono costituendo fra la fine del '43 e l'inizio del '44, principalmente per l'iniziativa di tre anarchici:
Mario Orazio Perelli, milanese di posizioni individualiste, condannato a 18 anni di carcere e a tre di confino nella repressione seguita all'attentato al Teatro Diana del 1921, fu animatore del gruppo "storico" degli anarchici milanesi, che aveva il suo punto di forza a Porta Romana e che costituirà il nucleo della futura Iª Malatesta.
Antonio Pietropaolo (nome di battaglia "Luciano"), di origini calabresi ma trasferitosi nel 1899 a Milano, anch'egli venne condannato al carcere dopo i fatti del Diana, ma nel 1932 fu scarcerato in seguito a un'amnistia. Durante la guerra venne sfollato a Santa Cristina (Pavia) dove divenne direttore commerciale della ditta F.lli Guidetti, specializzata in costruzioni meccaniche. Proprio all'interno della fabbrica verrà formato, su iniziativa di Pietropaolo, un Comitato di agitazione antifascista che costituirà il nucleo iniziale della IIª Malatesta.
Germinal Concordia (nome di battaglia "Michele"), nato in provincia di Asti ma trasferitosi in Lomellina per sfuggire all'educazione autoritaria del padre. Trovò un impiego alla CASER di Pavia fino a che non entrò in clandestinità per lottare contro il regime. Formerà il primo gruppo di quelle che poi saranno le Brigate Malatesta, partecipando insieme ai fratelli Brioschi alla Battaglia del San Martino, vicino Varese (autunno 1943), una delle prime battaglie della Resistenza. Concordia sarà il promotore della Iª e IIª brigata Bruzzi, operanti rispettivamente a Milano e nella Alpi Venete.
Formazioni partigiane anarchiche tra Milano e Pavia
Reduce dalla Battaglia del San Martino, Concordia forma un gruppo di un centinaio di persone, di vario orientamento politico, che si concentra nel quartiere Taliedo di Milano e il cui compito non era l'azione armata immediata, ma quello di svolgere una serrata propaganda politica, oltre che un'azione di reclutamento e di supporto logistico alle future operazioni. Nell'estate del 1944 però il gruppo comincia ad assumere una struttura militare e si creano un distaccamento in Val Trompia, comandato da Armando Rossi Racagni, e un altro nella zona del lago d'Idro, sotto il comando del sergente maggiore carrista Nicola Pankov, ex prigioniero russo liberato dai partigiani socialisti. Infine, un terzo gruppo, comandato da Gino Berganzi, detto "Ginetto", comincia a operare sulle rive del Po, fra Pieve del Cairo e Casei Gerola. Queste formazioni si distinguono per numerose azioni contro fabbriche d'armi e caserme presidiate dalle Brigate Nere ma, dopo parecchi mesi di attività, la repressione fascista costringe i partigiani a spostarsi a Milano e sulle montagne bresciane e bergamasche, dove verrà costituito il nucleo di quella che poi diventerà la IIª Brigata Bruzzi. Si tratta di formazioni autonome dai partiti, che pur animate da anarchici, hanno una composizione politica mista.
Nel frattempo, fra Santa Cristina e Corteolona, nel gennaio 1944, Antonio Pietropaolo costituisce insieme agli operai della ditta F.lli Guidetti un Comitato di agitazione antifascista che è in collegamento sia con la brigata comandata da Berganzi sia con i gruppi che operano a Milano, in particolare quelli animati da Mario Perelli. Del gruppo di Pietropaolo fanno parte gli operai Sinogrante Castiglioni, Prospero Saracchi, Bruno Passoni e Luigi Discacciati. Collegato ad esso è anche quello che opera a Boscone Cusani (Piacenza), che svolge un'importante funzione di raccordo con le formazioni comandate nel piacentino da Emilio Canzi, che grazie ai compagni di Boscone verrà più volte informato in anticipo dei rastrellamenti organizzati dal nemici contro le sue divisioni.
Inizialmente, la formazione di Santa Cristina non svolge compiti militari, ma si impegna soprattutto ad aiutare i prigionieri inglesi, fornendo loro denaro e vestiti, e favorendone la fuga in Svizzera. Il gruppo deve moltissimo all'apporto economico e organizzativo di Pietropaolo, che mette a disposizione i suoi beni e la sua casa, ma dal punto di vista militare la costituenda brigata risente di una preoccupante assenza di armamenti.
Nell'autunno del 1944, il gruppo di Pietropaolo, che ormai conta fiancheggiatori a Miradolo, Inverno, Monteleone, Belgioioso, Bascapè, San Colombano al Lambro, Chignolo Po, Monticelli, allaccia anche rapporti con i militari slovacchi dislocati in provincia di Pavia dall'occupante nazifascista con funzioni di polizia e presidio. I soldati provengono dal sedicente Libero Stato Slovacco, retto dal governo fantoccio di monsignor Tiso, alla mercé dei tedeschi. Il resto della Cecoslovacchia, invasa nel 1939, era invece diventato il Protettorato di Boemia Moravia amministrato direttamente dalla Germania. Molti soldati slovacchi, costretti malvolentieri a partecipare a una guerra che non sentivano come propria, agli ordini per giunta di uno Stato invasore, finiscono per abbandonare il proprio posto e unirsi alla Resistenza. Nel caso specifico, in seguito di trattative con il gruppo di Pietropaolo, alcuni slovacchi di stanza a Corteolona e S. Cristina disertano e, in cambio di un posto dove nascondersi, consegnano al gruppo quattro mitragliere 22 che poi verranno avventurosamente trasferite a Milano e consegnate alla brigata Iª Malatesta, quella facente capo a Mario Perelli, costituendo il suo primo armamento pesante.
Il gruppo "storico" degli anarchici milanesi.
Mario Perelli era tornato a Milano nell'autunno del 1943, dopo che, in seguito alla caduta del fascismo, la maggior parte dei confinati a Ventotene erano stati liberati. Gli anarchici, però, non erano stati fra questi. All'interno dell'isola essi costituivano il gruppo più numeroso dopo i comunisti ma, a differenza di questi ultimi, non vennero scarcerati ma trasferiti, per ordine del direttore del carcere, Marcello Guida (futuro questore di Milano nell'Italia repubblicana), nel campo di concentramento di Renicci d'Anghiari (Arezzo). Qui, dopo montanti proteste e la progressiva occupazione nazifascista del Nord Italia, riuscirono a fuggire. Tra loro vi era anche Perelli che, appena tornato a Milano, prese subito contatto con i compagni, tra cui Antonio Pietropaolo.
Perelli sarà il principale animatore del gruppo "storico" degli anarchici milanesi e spingerà i suoi a cercare un coordinamento anche con la "Colonna mista" guidata da Germinal Concordia, una formazione che, come abbiamo visto, raggruppava antifascisti di vario orientamento politico, ma anche fascisti "pentiti", consapevoli del fatto che il regime era arrivato al capolinea. Ciò non deve stupire più di tanto, considerando che, per non pochi giovani e giovanissimi, l'adesione alla Resistenza avvenne in seguito al brusco risveglio dall'illusione fascista, illusione alla quale erano stati educati per tutta una vita. Ad ogni modo, le resistenze all'interno del gruppo di Perelli sono tante: ci si chiede se abbia senso e soprattutto se sia prudente cooperare con sconosciuti, gente che politicamente è ritenuta inaffidabile. Collaborare con un gruppo di ex fascisti, anche se di buone intenzioni avrebbe potuto compromettere il movimento. C'è poco da fidarsi, insomma, dicono i compagni. Ma Perelli e Pietropaolo sentono l'urgenza di mobilitarsi. E di rischiare. Il pericolo dell'isolamento e dunque dell'inefficacia dell'azione partigiana, li spingono a cercare un incontro con la Colonna Mista e a convincere i compagni della bontà di questa scelta. E alla fine, l'unione con la formazione di Concordia trova uno sbocco politico nella creazione della Lega dei Consigli, organismo di raccordo dei vari consigli clandestini nati nelle fabbriche e in strada ad opera dei socialisti più radicali e dei comunisti libertari, e che si pone in contrasto con il CLN e la sua posizione giudicata troppo compromissoria con la Monarchia. Alla Lega aderiscono nel gennaio del 1945 i libertari, il Movimento di Unità Proletaria, i repubblicani rivoluzionari e i comunisti dissidenti.
L'ingresso nel Corpo Volontari della Libertà e l'insurrezione generale
Tuttavia, nonostante questa posizione di forte critica al CLN, le nascenti Brigate Malatesta sentono il bisogno di entrare nel Corpo Volontari della Libertà. I motivi sono vari: da un lato, vi è la necessità di uscire dall'isolamento e dunque di accedere più facilmente a rifornimenti di armi e di viveri; dall'altro, vi è l'esigenza di evitare lo scontro con il PCI, il quale vede sempre più di mal occhio la creazione di una formazione partigiana anarchica.
Così, a più riprese, le varie brigate Malatesta entrano nel Corpo Volontari della Libertà: nell'estate del 1944 Germinal Concordia e i suoi aderiscono alle Matteotti; poi, nel febbraio del 1945, è il turno della IIª brigata Malatesta operante vicino Pavia, che viene inquadrata nella 1ª divisione Garibaldi Sap pavese; infine, nell'aprile del 1945, poco prima dell'insurrezione generale, il gruppo milanese coordinato da Perelli entra anch'esso nelle Matteotti. In questa stessa formazione viene inquadrata anche un'altra brigata autonoma, a forte componente anarchica e dunque in probabile collegamento con le brigate Malatesta: la brigata Franco, nelle cui fila opera una giovanissima staffetta partigiana di nome Giuseppe Pinelli. È qui che Pino incontra l'anarchismo, condividendo il suo impegno politico con Angelo Rossini, un giovane fruttivendolo che per primo gli parla di Malatesta, Armando Borghi, Pietro Gori, Bakunin e Kropotkin. È lo stesso Rossini che figura nell'elenco dei partigiani della Iª brigata Malatesta.
Nel frattempo, il movimento anarchico milanese subisce un colpo durissimo: nel febbraio del 1945 viene fucilato dai fascisti Pietro Bruzzi, redattore del periodico clandestino "L'adunata dei refrattari" nonché anarchico di lungo corso, che ha dovuto subire una lunga serie di persecuzioni, arresti e infine l'esilio. Qualche giorno prima, i compagni aveano preparato un piano per farlo evadere; erano anche riusciti a ottenere un colloquio in carcere e gli avevano esposto il piano. Ma Bruzzi aveva respinto con forza questa eventualità. Non vuole mettere a repentaglio la vita dei suoi compagni. Non si sente realmente in pericolo. Ma si sbaglia. Il 17 febbraio, un ufficiale tedesco è in sella alla sua bicicletta per le strade di San Vittore Olona, viene affiancato da altri due ciclisti e freddato a colpi di pistola.
Qualche giorno dopo, i nazifascisti si recano nel luogo dove è stato ammazzato il proprio camerata. Con loro hanno due prigionieri politici. Uno è Leopoldo Bozzi, un giovane antifascista. L'altro è Pietro Bruzzi. I militari scendono dalle camionette e formano un plotone d'esecuzione sotto gli occhi degli abitanti del paese. Un attimo dopo, i corpi dei due prigionieri giacciono sul terreno privi di vita e i nazisti pretendendo che le loro salme rimangano lì, sulla strada, per giorni, come avvertimento. Fino a che una mano clemente sfida l'ira dei carnefici e porta i due cadaveri al cimitero. Da quel momento le Brigate Malatesta vengono intitolate anche a Pietro Bruzzi. In particolare, prendono il nome dell'anarchico lodigiano una delle due brigate attive a Milano e quella operante sulle Alpi venete.
Neanche un mese dopo l'uccisione di Bruzzi, in marzo, vengono arrestati sia Germinal Concordia che Antonio Pietropaolo. Ma ormai manca poco all'insurrezione generale. Anche se private dei loro comandanti e fondatori, le Brigate Malatesta-Bruzzi non cessano di operare. Anche perché possono contare ormai su una struttura consolidata, che a Milano ha un suo punto di riferimento alla Carlo Erba, dove gli operai forniscono ai partigiani il materiale necessario per produrre esplosivi e gas asfissianti.
Quando comincia l'insurrezione generale, le brigate Malatesta operano in Zona Ticinese, a Porta Venezia e in Zona Affori (dove interviene anche parte della IIª Malatesta di stanza a S. Cristina): occupano caserme, stazioni radio, la famigerata Villa Trieste (vecchia sede della banda Koch) ed espugnano il carcere di San Vittore, dove sono tenuti prigionieri Concordia e Pietropaolo. La proprietà di alcune ditte appartenenti ai fascisti dichiaratamente responsabili viene trasferita agli operai e lo stesso avviene per la terra di agricoltori fascisti e collaborazionisti. I generi alimentari e il vestiario requisiti durante queste azioni sono consegnati ai bisognosi.
Nel frattempo anche nel pavese, i patrioti si danno da fare occupando la caserma e il comune di Mede e quello di S. Cristina, bloccando carrarmati tedeschi, disarmando il nemico e prendendo possesso del traghetto sul Po utilizzato dai tedeschi. L'apporto della Malatesta-Bruzzi è determinante. Qualche ora dopo l'Italia è finalmente libera dall'occupante nazifascista. Ma si tratta di una "liberazione" che rivelerà molto presto un sapore amaro. Soprattutto per gli anarchici. E per le loro speranze di cacciare dal Paese, insieme con al nazifascismo, anche l'ingiustizia, l'ineguaglianza e l'arroganza di un potere che, a distanza di neanche un trentennio, avrebbe rivelato il suo volto più truce con le bombe di piazza Fontana e la pretesa "morte accidentale" di un'ex staffetta partigiana.

martedì 4 aprile 2017

Il conte partigiano

Riceviamo e con immenso piacere pubblichiamo il ricordo della sezione ANPI di Casteggio del Comandante “Maino”, il conte fattosi partigiano. La scelta di Luchino Dal Verme va oltre il suo tempo mortale e vive in tutti gli antifascisti. Per questo, oggi più che mai, possiamo ancora dire: ora e sempre Resistenza!

L’ANPI, Sezione “Giuseppe Lodigiani” di Casteggio, è partecipe al dolore della famiglia, per la scomparsa del Comandante Partigiano Luchino dal Verme, “Maino”.
Ci sembra doveroso offrire una breve biografia, che testimonia la Sua personalità.
Fra i vari personaggi che hanno dato un contributo importante alla guerra di Liberazione in Italia, c’è il conte Luchino Dal Verme. Di tradizioni cattoliche e monarchiche, nella seconda guerra mondiale Luchino, si arruola in un battaglione di artiglieria a cavallo e fa la campagna di Russia. Tornato in Italia, viene spedito a Forlì per addestrare reclute al fine di ricostituire il suo battaglione, distrutto in Russia.
La fuga dei Savoia a Brindisi per Lui è un atto di alto tradimento. Intanto i tedeschi stanno rastrellando i militari italiani, per spedirli in Germania o fucilarli, se fanno resistenza. E’ qui che decide di darsi alla latitanza, quindi scappa a va a nascondersi nel Castello di famiglia a Torre degli Alberi, dove può contare anche sulla solidarietà della popolazione.
Durante la clandestinità nelle valli dell’Oltrepò ha un incontro importante: al Mulino del Conte di Ponte Nizza, va a trovare Italo Pietra, futuro capo partigiano. Pietra, è su altre posizioni politiche, ma sa che la guerra partigiana sta per cominciare e che Dal Verme è un bravo e esperto ufficiale. Gli chiede subito di entrare nelle formazioni combattenti, accetta e viene nominato comandante della 88.a Brigata “Casotti”, con il nome di battaglia Maino.
Lui di tradizioni cattoliche, viene poi nominato capo della Divisione Garibaldina “Antonio Gramsci”, cioè di una formazione militare Comunista e a chi dopo la guerra, gli pone la domanda, Dal Verme dà la risposta più semplice che si possa immaginare: “Non ho mai contato quanti fossero i comunisti nella mia divisione. So però quanti uomini sono morti per tutti noi, per la libertà di ciascuno di noi. E questo mi basta”.
La sua Divisione ha fatto molte azioni in pianura (ha sabotato la linea ferroviaria Torino-Piacenza) e soprattutto ha partecipato alla terribile battaglia di Costa Pelata, un durissimo corpo a corpo con i tedeschi, contro i quali combatterà anche un reparto di cecoslovacchi (disertori della Wermacht) e che richiederà l’intervento di due caccia bombardieri inglesi.
Tra il 25 e il 26 aprile la divisione di Dal Verme occupa Casteggio e il giorno dopo, il 27, è tra le prime formazioni partigiane a entrare (insieme a quella di Italo Pietra) nella Milano liberata.
Ed ecco un pezzo di Storia che ancora oggi fa discutere.
Quando il colonnello Valerio ricevere l’ordine dal CLNAI di andare Como per recuperare Mussolini (già fatto prigioniero da altri partigiani) e fucilarlo immediatamente (lo stavano cercando anche americani e inglesi), fa notare che c’è molta confusione in giro e che probabilmente ci saranno conflitti con quelli che hanno in custodia Mussolini. Quindi chiede di avere una scorta armata “ma che sia fidata” (in quei giorni in giro ci sono tanti finti partigiani e tante spie). Sulla richiesta di Valerio c’è imbarazzo: nessuno sa bene di chi ci si può fidare davvero.
Allora si fa avanti il conte Dal Verme: “Valerio, ti do io dodici dei miei uomini. Siamo appena scesi dalle montagne dell’Oltrepò, ci siamo fatti strada fin qui con le armi, di loro ti puoi fidare ciecamente”. E così Valerio parte con la scorta dei partigiani dell’Oltrepò.
Quando Valerio vede che i compagni di Como non vogliono dargli Mussolini, saranno proprio gli uomini di Dal Verme a spianare i mitra e a chiudere (pacificamente) la questione. Il Duce verrà poi fucilato, insieme a Claretta Petacci e insieme ad altri gerarchi fascisti saranno trasportati a Piazzale Loreto e “appesi” per far sì che non venissero deturpati dalla folla, giustamente inferocita, che si era concentrata per vederli.
Finita la guerra, al “Conte Partigiano” un po’ tutti i partiti offrono candidature e una carriera politica, lui dice semplicemente no a tutti: “Noi siamo uomini di azione, non siamo uomini di parole, per questo facciamo così fatica a comunicare ciò che abbiamo vissuto. Ma ci proviamo comunque”. Torna nel suo Castello a Torre degli Alberi, avvia un allevamento di polli, e sua moglie, apre una scuola di tessitura per le ragazze del paesino dell’Oltrepò, dal quale non si sono mai più mossi.
Un grazie a questo Partigiano, che insieme a quei ragazzi che sacrificarono gli anni della loro giovane esistenza e in tanti casi anche la vita, ci hanno donato la Libertà e 70 anni di Pace.
La sezione ANPI di Casteggio.