giovedì 27 aprile 2017

La memoria consegnata 2

Proseguiamo la pubblicazione degli interventi tenuti dagli oratori ANPI in occasione della Festa della Liberazione.

Garlasco - Santino Marchiselli


Signor Sindaco della Città di Garlasco, autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle Associazioni, studenti e insegnanti, cittadine e cittadini, sono onorato di tenere l’Orazione ufficiale in occasione del 72° Anniversario della Festa di Liberazione, in nome dell’ANPI Provinciale di Pavia.
Il 25 aprile è ricordo, è memoria, ma è anche festa. E’ sempre bello ritrovarsi tra noi, cittadine e cittadini, con la gioia e il piacere dell’incontro e di un rinnovato impegno antifascista.
Come sostiene il nostro Presidente dell’ANPI nazionale, il Partigiano Carlo Smuraglia: “Nondobbiamo perdere mai il concetto di festa, perché la Liberazione fu un grande giorno di gioia per esserci liberati dai tedeschi e dalla dittatura fascista e perché si trattava di cominciare una nuova vita, sotto il profilo sociale, politico, economico, etico. La felicità e la gioia sono sentimenti che non contrastano con i ricordi anche i più dolorosi, perché dobbiamo saper vivere nel presente con la consapevolezza di sempre, ma anche con quella capacità di sorriderci e abbracciarci che è il simbolo della fratellanza, della solidarietà, dell’eguaglianza nella libertà”.
Quest’anno cadono due ricorrenze importanti: è il 60° della nascita con il Trattato di Roma nel marzo 1957 della CEE (Comunità Economica Europea), e il 70° anniversario dell’approvazione, da parte dell’Assemblea Costituente della Costituzione della Repubblica Italiana, 22 dicembre 1947, e della sua promulgazione con la firma del capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, 27 dicembre 1947. Entrerà poi in vigore il primo gennaio 1948.
La nostra bella Costituzione è viva, ha resistito nel corso degli anni a diversi attacchi più o meno aperti; costituisce il fondamento della nostra convivenza civile, indica la strada ai singoli e alla collettività. C’è “solo” bisogno di attuarla nelle parti che non hanno ancora trovato una realizzazione concreta rendendo così effettivi diritti e valori fondamentali come il lavoro, la dignità, l’etica, la libertà e l’uguaglianza.
La nostra Repubblica è definita “democratica” dalla Costituzione; ma è definita “antifascista” da tutto il contesto delle norme costituzionali, che rappresentano sempre il contrario di ciò che sono i fascismi di ieri, di oggi e di quelli che verranno.
La storia ci ha insegnato che le caratteristiche salienti del Regime fascista, furono una politica estera espansionistica e di potenza – il mito della guerra era una sua caratteristica fondante – e una politica interna autoritaria, razzista, fondata sull’illegalità, lo squadrismo violento e assassino, la repressione delle libertà individuali e collettive.
Ecco il motivo perché condanniamo quotidianamente e fermamente il fascismo e lo facciamo non per rancore, non per odio, ma per dignità.
Sono passati settantadue anni ma con il fascismo e con l’illegalità dobbiamo fare ancora i conti oggi.
Non dimentichiamoci, che tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno partecipato alla lotta di Liberazione del nostro Paese, hanno lottato per gli ideali di libertà e giustizia sociale che sono un binomio inscindibile. Non può esservi, infatti, vera libertà senza giustizia sociale e non si avrà mai giustizia sociale senza libertà.
Tutti coloro che sono caduti in questa lunga lotta ci hanno lasciato non solo l’esempio della loro fedeltà a questi ideali, ma anche l’insegnamento di un nobile e assoluto disinteresse.
Questo insegnamento dovrebbe guidare sempre chi aspira a cariche pubbliche, che dovrebbe operare sempre con umiltà, rettitudine e disinteresse nell’esclusivo interesse di tutti i cittadini.
Non dimentichiamoci mai di chi è morto per la nostra libertà.
Non dimentichiamoci mai dei nostri concittadini: il diciottenne Antonio Frascaroli fucilato per rappresaglia dai nazifascisti, il 15 novembre 1943 a San Martino di Duno (VA), il venticinquenne Pazzi Battista morto durante l’assalto al treno corazzato tedesco a Vigevano il 27 aprile 1945, di Gallione Pietro, Masserani Giuseppe, Mazza Francesco deportati e morti nei campi di sterminio nazista, del Gen. Alessandro Vaccaneo ucciso barbaramente dai nazisti il 28 gennaio 1945 in Polonia.
Voglio ora ricordare, oltre ai locali, chi perse la vita per la liberazione del capoluogo della nostra provincia.
Alla liberazione di Pavia, iniziata all’alba del 27 aprile 1945, contribuirono in modo determinante gli uomini della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, insieme a Vigili urbani e Vigili del Fuoco, agli operai della Necchi e dell’Arsenale e a diversi volontari civili. Le formazioni partigiane dell’Oltrepò giunsero, infatti, nel pomeriggio dello stesso giorno con la città praticamente liberata.
Negli scontri con i nazifascisti moriranno tre finanzieri: il Ten. Francesco Lillo, l’appuntato Tommaso Coletta, il finanziere Roberto Spirito; il carabiniere Oreste Colombi; il prof. Universitario Castiglioni, l’autista Luigi Boera, il commesso Vittorio Moraghi, il meccanico Marco Roveda, l’operaio Giovanni Cazzamali, e i partigiani Pierino Zocchi (ambulante) e Angelo Tombola (operaio).
Davanti a questo monumento al Partigiano che ricorda tutte le donne e a tutti gli uomini che sono morti per la libertà di tutti, voglio dedicare una breve ma illuminate poesia di Giuseppe Ungaretti.

Per i morti della Resistenza, 1968-1970

Qui vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti per sempre
alla luce.

Non dimentichiamoci che la Resistenza ha visto il contributo di uomini e donne di ogni età e di ogni estrazione sociale, con e senza una fede politica in cui credere, ma tutti concordi su alcuni valori fondamentali: la cacciata dei tedeschi dall’Italia, la fine della dittatura fascista, la libertà e la pace.
A proposito di Pace, ritengo doveroso leggervi un breve appello del 15 aprile u.s. di Anpi, Acli, Arci, Cgil, Cisl, Uil, Legambiente, Greenpeace Italia e altri dal titolo:

BASTA CON QUESTO GIOCO ALLA GUERRA”.

Questo è un appello urgente per la pace. Un appello alla civiltà suprema del dialogo, della sua umanità, della sua intelligenza. Leggiamo e apprendiamo di bombe, di grandi eventi nucleari, di raid preventivi. Un irresponsabile e impressionante gioco alla guerra che deve essere subito fermato. Chiediamo con forza alle Istituzioni internazionali, ai Governi del mondo che si metta a tacere l’assurdo di queste intenzioni che porterebbero a effetti disastrosi e di morte già tragicamente vissuti. Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il più possibile voci e iniziative di pace anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che L’Italia ripudia la guerra”.

Mai come oggi la pace, bene prezioso, conquistata faticosamente dopo la sanguinosa Seconda guerra mondiale, è in serio pericolo. La guerra è - di per sé – il contrario dei diritti umani perché ogni guerra li calpesta e li annulla. Dalle guerre e dalla fame stanno fuggendo centinaia di migliaia di esseri umani che cercano accoglienza e rifugio nel nostro continente. È stato pubblicato all’inizio dell’anno il rapporto di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani nel mondo nel 2016. Sono 159 i Paesi in cui è stata documentata la violazione dei diritti umani. Sono ventitré gli Stati in cui sono stati documentati crimini di guerra. Sono ventidue gli Stati in cui i difensori dei diritti umani sono stati uccisi. Sono trentasei i governi che hanno rimandato indietro i richiedenti asilo in posti dove la loro vita era in pericolo, in barba al diritto internazionale. Il segretario generale di Amnesty, Salil Shetty ha detto “Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del “Noi contro loro” basata sudemonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Trenta del secolo scorso”.
Serve dunque una presa di coscienza collettiva e una forte mobilitazione di tutte le persone per bene e lo slogan deve diventare “Prima le persone”.
Serve un’Europa politica e sociale capace di superare le diseguaglianze e di rigettare ogni spinta populista, razzista e antiunitaria. Un’Europa che sappia accogliere uomini, donne e bambini che fuggono dalla guerra, dalla tortura, dalla fame. Un’Europa della fratellanza dei popoli, solidale e rispettosa delle differenze, della conoscenza, impegnata seriamente a realizzare la giustizia sociale, la libertà e la pace. Quell’Europa disegnata da Spinelli, Rossi, Colorni e altri nel “Manifesto di Ventotene”.
Interrogo me stesso e tutti quanti voi: sapremo mai realizzare tutto questo?
O invece privilegeremo l’egoismo, il ritorno agli Stati nazionali che hanno rappresentato i momenti più bui della nostra storia?
In conclusione ricordo commosso la recente scomparsa a 103 anni del comandante Partigiano “Maino”, Luchino Dal Verme. Lo ricordo con le sue parole: “Spero che ognuno si renda conto di quanto poco sia partigiano far parole e discorsi, Resistenza è azione, è comportamento, è impegno, è stile di vita, è tutto tranne che parole”.
Mi auguro e vi auguro di saper mettere in pratica con atti concreti queste parole, e vi ringrazio per la vostra cortese attenzione.
Viva la Festa del 25 aprile. Viva la Costituzione. Viva la Repubblica. Viva la Pace.

Tromello - Ferruccio Quaroni
Nel suo ultimo libro lo scrittore Maurizio Maggiani costruisce un affresco della storia italiana a partire dalle storie di quelli che definisce i “costruttori della Nazione”.
Trovo questa definizione ottima ed appropriata per definire cosa è stato e resta il 25 aprile. Una data che racchiude in sé una fine ed un inizio. La fine di una tragica guerra contro l’occupante nazista ma anche una guerra fra italiani. Una epopea gloriosa e potente ma segnata da lutti, divisioni, rancori. Un momento costitutivo dell’Italia nuova che un anno dopo, il 2 giugno 1946, avrebbe scelto la Repubblica e che si sarebbe data nel 1948 una delle più avanzate e lungimiranti Costituzioni del mondo.
La lotta di Liberazione fu un fatto che coinvolse centinaia di migliaia di italiani, ma non tutti.
Da qui occorre partire per comprendere tutto il dopoguerra e gran parte delle vicende politiche, sociali e culturali che lo hanno segnato.
La Resistenza fu un fatto soprattutto dell’Italia del nord e centrale; il sud come sappiamo venne liberato in primo luogo dagli Alleati, anche se non mancarono episodi stupendi quali le 4 giornate di Napoli che videro, a fine settembre del 1943, una Città già messa in ginocchio dai bombardamenti, sollevarsi e cacciare i nazisti.
Fu però qui da noi, al Nord, che la Resistenza significò veramente un imponente fatto di popolo, un impegno collettivo di tante donne e tanti uomini che, dopo più di 20 anni, rialzarono la testa e si riappropriarono della propria storia e del proprio futuro. La coscienza era già maturata per molti di loro nel decennio precedente. Ad esempio con la Guerra di Spagna che rappresentò la prova generale della battaglia delle democrazie contro il totalitarismo nazi-fascista.
Voglio qui ricordare un esempio che è anche vostro, di Tromello e che si riferisce proprio alla Guerra di Spagna che vide la partecipazione di avanguardie che avrebbero poi costituito parte della struttura del movimento di Liberazione.
Dei quattromila volontari italiani partiti per la Spagna, trenta erano originari della provincia di Pavia, e uno di loro di Tromello. Pietro Agosti, figlio di Carlo e di Santina Arnoldi nato a Tromello il 10 dicembre 1905. A causa delle sue idee politiche comuniste fu costretto a lasciare il suo paese e a rifugiarsi in Francia, nella zona di Avignone. Allo scoppio della Guerra civile fu tra i primi a raggiungere la Spagna e a formare assieme ad altri italiani la compagnia italiana del Battaglione Dimitrov. Nell'aprile del'37 passò alla neonata Brigata Garibaldi, dove venne promosso sergente. Da questo punto in poi le notizie si fecero più rare. Sicuramente sopravvisse alla Guerra civile e probabilmente passò il resto della sua vita in Francia.
Agosti non poté essere un “costruttore della nuova Nazione”, probabilmente si impegnò nella sua nuova Patria, ma dal 1945 in poi la maggior parte delle donne e degli uomini della Resistenza costituirono la spina dorsale della nuova Italia democratica e repubblicana.
Siamo debitori a quella generazione; non possiamo e non dobbiamo dimenticarli e dimenticare il loro impegno. Purtroppo il tempo li ha portati ormai quasi tutti lontani da noi. Ne sopravvivono pochi ed oggi la stessa ANPI è soprattutto costituita dai loro figli, dai nipoti e da persone che hanno solo letto libri, visto film ed ascoltato i racconti dei Resistenti.
Come dicevo il 25 aprile è stato anche un inizio. Dobbiamo soprattutto concentrarci su questo fatto se vogliamo onorare degnamente coloro che combatterono e morirono e se vogliamo raccogliere il frutto del loro insegnamento più prezioso.
La lotta al nazifascismo cancellò migliaia di persone che avrebbero potuto dare un contributo essenziale alla costruzione della nuova Italia. Altre fortunatamente si salvarono e divennero i protagonisti della storia della nostra Repubblica.
Voglio citare due figure meno ricordate: Altiero Spinelli che dal confino disegnò l’idea di una Europa molto diversa da quella in cui, purtroppo, ci troviamo a vivere oggi. E Giaime Pintor, un intellettuale che a 20 anni era già uno dei migliori critici letterari italiani e che morì nel 1943 a 24 anni durante uno dei primi episodi della Resistenza.
Pintor, dopo il 25 luglio e la caduta di Mussolini, aveva scritto queste frasi: “l’Italia uscirà da questa crisi attraverso una prova durissima: la distruzione delle sue città, la deportazione dei suoi giovani, le sofferenze, la fame. Questa prova può essere il principio di un risorgimento soltanto se si ha il coraggio di accettarla come impulso a una rigenerazione totale; se ci si persuade che un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione.”
Parole profetiche: Pintor pensava ad un nuovo Risorgimento e quando parlava di rivoluzione si riferiva ad una trasformazione sociale e culturale profonda dell’Italia che superasse tutti i limiti del vecchio Stato liberale che aveva consentito l’ascesa della dittatura.
Cosa significa allora oggi questa eredità: è solo storia? È solo museo? È solo retorica e celebrazione?
Direi proprio di no: guardiamo a cosa succede nell’Europa e nel mondo. Al riprendere quota di un pensiero antidemocratico, illiberale, al negazionismo diffuso, ai troppi muri che si vogliono alzare dopo che altri, fortunatamente, sono caduti.
Pensiamo all’ignoranza ed alle falsità che girano sul web ed all’approssimazione, alla superficialità, all’arroganza ed alla volgarità che contraddistinguono questa nostra epoca.
Pensiamo alla violenza ed alla sopraffazione che si diffondono come metodo quasi “normale”: il bullismo, il femminicidio, il terrorismo che fa proseliti ma che diventa addirittura copertura per azioni individuali tese ad arricchirsi come è successo a Dortmund o a colpire avversari politici come accadde in Norvegia qualche anno fa.
Non sono certamente questi l’Italia, l’Europa ed il mondo che volevano i combattenti della Resistenza europea.
Si parla oggi tanto di “condivisione”: ecco, impariamo allora a condividere pensieri ed insegnamenti che facciano crescere ed arricchiscano i giovani che si affacciano al futuro. Facciamolo in casa, a scuola, dove lavoriamo: riprendiamo a parlare del compito di essere “costruttori di una nazione”. Penso che questo sia il modo migliore per celebrare il 25 aprile, per non imbalsamarlo e per farne occasione di crescita civile e culturale per tutti.
Buon 25 Aprile e grazie a tutti voi per l’attenzione e la cortesia.



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